Mercoledì 22 Gennaio 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Lettere: i Tribunali minorili vanno sostituiti con giudici di famiglia PDF Stampa
Condividi

di Bruno Ferraro (Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione)

 

Libero, 3 giugno 2015

 

Il problema di un giudice specializzato, competente a trattare tutte le controversie che concernono i minori e, più in generale, la famiglia, si trascina irrisolto da molti anni. I Tribunali per i minorenni, istituiti dal regime fascista nel 1934, appaiono sempre più inadeguati ed anacronistici.

Con riferimento alla materia civile il minore va considerato ormai come un soggetto giuridico a pieno titolo, con una sua precisa soggettività e personalità. Non è sufficiente l'ottica di mera protezione insita nelle leggi che lo riguardano, ma occorre promuovere una cultura che sia in grado di rendere la loro tutela effettiva, tempestiva ed incisiva.

Necessitano quindi forme processuali e misure sostanziali in grado di contemperare l'obiettivo della tutela con l'esigenza di un procedimento modellato sulla falsariga del giusto processo, nello spirito dell'art.111 della Carta Costituzionale. Quanto alla materia penale, non può certamente soddisfare il fatto che per i reati da loro commessi i minori sono sottoposti al giudizio dei Tribunali minorili, mentre per i reati in loro danno, sempre più numerosi ed inquietanti (si pensi alla pedofilia ed ai maltrattamenti), la competenza passa ai Tribunali ordinari, con totale stravolgimento della procedura applicabile.

L'assurdo, in tale ambito, si coglie nel momento in cui, concorrendo nello stesso reato maggiorenni e minorenni, i primi sono giudicati dai Tribunali ordinari ed i secondi dai Tribunali minorili, con il concreto rischio di verdetti contrastanti e contraddittori a fronte dell'identità del materiale probatorio valutato dai due organi. Quanto alla materia amministrativa, attinente ai minori che, senza commettere reati, mantengono una "condotta irregolare", si tratta di aspetti superati, balzando all'evidenza l'impossibilità di scindere aspetti sempre compresenti nella devianza del mondo giovanile, in cui il limite dell'illiceità penale non si presta ad essere percepito da una personalità ancora in formazione.

Di qui un grande interrogativo del mondo forense e giudiziario: che si aspetta a tradurre in realtà l'aspettativa di un Tribunale o Sezione Specializzata "per la famiglia", chiudendo i Tribunali minorili ed utilizzando i locali, prossimi a dismissione, delle attuali sezioni dei Tribunali ordinari? È il tempo infatti di un giudice specializzato e formato, che sia in grado di maneggiare gli strumenti giuridici, ma che sappia andare anche a fondo nelle vicende umane e seguirne l'evoluzione fino alla concreta soddisfazione dei diritti in gioco; che sia competente a comprendere le condotte, attento all'ascolto, con attitudini miti, capace di relazionarsi con i servizi e con le strutture di mediazione del territorio, decidendo in tempi ragionevoli. È indispensabile pertanto un tribunale per la persona, i minorenni e le relazioni familiari, con composizione multi-professionale, con funzioni esclusive in materia civile, penale e amministrativa: anche perché si parla da tempo di una "lenta eutanasia" dei Tribunali per i minorenni.

Sulla base di tali considerazioni mi è toccato redigere, illustrandola in un Convegno svoltosi il 20 maggio al Consiglio Nazionale delle Ricerche, una proposta di legge in 34 articoli, con tanto di relazione illustrativa, che fa il paio con una proposta di legge attualmente pendente in Senato con il numero 194. Le ragioni che la rendono assolutamente meritevole di attenzione sono: sintonia con non poche esigenze prospettate dall'Associazione Nazionale dei giudici minorili; un testo pronto per l'aula, laddove la proposta 194 è una legge delega destinata, qualora approvata, a tempi più lunghi ed ai decreti attuativi del Governo; utilizzo, con i giudici di carriera, dei giudici onorari, il cui apporto è necessario ed irrinunziabile.

 
Lettere: la politica del Csm e il caso Lo Voi PDF Stampa
Condividi

di Francesco Lo Voi

 

Il Manifesto, 3 giugno 2015

 

Il nodo del contendere è, da alcuni decenni, l'autonomia della giurisdizione dai circuiti del potere, voluta dalla Costituzione ma intollerabile in tempi di accentramento e di decisionismo. Una settimana fa il Tar del Lazio ha annullato la nomina del Procuratore della Repubblica di Palermo, effettuata dal Consiglio superiore della magistratura nel dicembre scorso (preferendo Francesco Lo Voi a Sergio Lari e Guido Lo Forte, procuratori della Repubblica rispettivamente di Caltanissetta e di Agrigento).

La notizia, oltre a una qualche immediata eco di stampa (per lo più con accenti scandalistici, quasi che si trattasse di un unicum nella nostra vicenda istituzionale) ha suscitato una polemica che ha avuto come protagonisti Giovanni Fiandaca (Il Foglio del 27 maggio) e Gian Carlo Caselli (Il fatto quotidiano del 29 maggio).

D'accordo nel ritenere inevitabile l'annullamento, non avendo il Consiglio dato spiegazione delle ragioni della pretermissione dei titoli specifici dei candidati soccombenti (all'evidenza maggiori di quelli di Lo Voi), i due commentatori si dividono sulla valutazione della decisione del Consiglio.

Secondo Fiandaca essa risponde all'intento di chiudere, con la nomina di un magistrato "moderato" e in buona parte estraneo all'ufficio, una stagione della Procura palermitana e, più in generale, "di arrestare, e al tempo stesso di prevenire, i guasti e le derive ad ampio raggio di una certa antimafia giudiziaria fondamentalista e scontrollata": intento indicibile ma - prosegue Fiandaca - sacrosanto "per la salute della nostra democrazia".

Per Caselli, che di quella stagione è stato protagonista, la ricostruzione effettuata da Fiandaca, oltre a poggiare su dati di fatto errati (come l'asserito coinvolgimento, seppur indiretto, di Lari e Lo Forte nel processo sulla trattativa Stato-mafia) è incompatibile con il ruolo del Csm che "non può e non deve interferire in alcun modo con la giurisdizione".

Quest'ultimo rilievo sul rapporto tra organo di governo della magistratura e giurisdizione è incontestabile ma lascia senza risposta il nodo fondamentale: perché il Csm ha nominato Lo Voi disattendendo propri orientamenti consolidati? Se non si risponde a questa domanda non si capisce che cosa è accaduto da ultimo e cosa sta accadendo nel Consiglio superiore, nei suoi rapporti con le altre istituzioni e, più in generale, nella giurisdizione.

Perché una cosa è certa: la nomina di Lo Voi non è stata un infortunio o un errore tecnico o il frutto di logiche interne alle correnti della magistratura, ma una scelta (o, più esattamente, una forzatura) politica, in gran parte eterodiretta. Ed è esattamente la scelta indicata da Fiandaca (che sbaglia nel ritenerla condivisibile, ma non nel descriverla), inscritta in una strategia che viene da lontano e ha molti padri e madri.

Il nodo del contendere è, da alcuni decenni, l'autonomia della giurisdizione dai circuiti del potere, voluta dalla Costituzione ma intollerabile in tempi di accentramento e di decisionismo. La caduta verticale di credibilità della politica ne impedisce peraltro, dopo i tentativi berlusconiani, una esplicita riduzione.

Di qui ripetuti interventi per indebolirla in maniera indiretta. Si è cominciato con alcune modifiche bipartisan dell'ordinamento giudiziario che accentuano i poteri dei capi degli uffici (soprattutto di Procura) e aumentano a dismisura la discrezionalità del Csm nelle relative nomine (svincolate da criteri oggettivi e legate, conseguentemente, a valutazioni del tutto soggettive).

Modificate le norme occorreva controllare il Consiglio. E l'operazione si è sviluppata con alcune tappe fondamentali: l'interventismo a piedi giunti del presidente Napolitano che, innovando rispetto ai suoi immediati predecessori, ha drasticamente ridotto le prerogative del Consiglio rivendicando un discutibile (a dir poco) potere di definizione dell'ordine del giorno e di controllo preventivo su tutte le decisioni rilevanti; l'acquiescenza a tale impostazione della componente togata del Csm e, in generale della magistratura, che spesso, durante la lunga età di Napolitano, hanno preferito al confronto pubblico un filo diretto e riservato con il Quirinale; la scelta del Parlamento di privilegiare, nella nomina dei componenti laici, i percorsi e i legami politici rispetto alle competenze e ai meriti scientifici (fino ad arrivare al transito diretto dell'attuale vicepresidente da un incarico di Governo).

Questo insieme di fattori ha condotto progressivamente e in modo sempre più marcato a decisioni consiliari dettate da scelte di politica generale più che dal rispetto di regole predeterminate e da valutazioni di buon funzionamento della giurisdizione.

La nomina di Lo Voi a procuratore di Palermo si colloca in questa logica, come dimostrano il clima che l'ha preparata e il concorso unanime dei componenti laici di tutte le estrazioni (compresi Sel e 5Stelle) in non casuale alleanza con i vertici della Cassazione e i membri togati del gruppo che fa capo a un ex consigliere (Cosimo Ferri) da tempo approdato al ruolo di sottosegretario alla giustizia.

Se non si coglie questo intreccio e non si opera per denunciarlo e invertire la tendenza molti altri casi analoghi a quello della Procura di Palermo si ripeteranno (magari occultati da motivazioni formali più accurate). E a poco servirà dolersene a cose fatte, magari a seguito dell'intervento di un Tar.

 
Porto Azzurro (Li): gli animali come "terapia" contro il disagio, anche in carcere PDF Stampa
Condividi

tenews.it, 3 giugno 2015

 

Esperti e detenuti a confronto sull'uso, a fini del reinserimento sociale, degli interventi assistiti con animali, già utilizzati nella cura di problemi fisici e relazionali. Un'esperienza che alcuni istituti stanno già sperimentando.

Un'interessante iniziativa si è tenuta presso il carcere di Porto Azzurro, con un incontro programmato e autorizzato dalla Direzione carceraria con i rappresentanti della Associazione animalista elbana "Animal Project" rappresentata dalla Signora Rossana Braschi. Frutto del continuo lavoro e impegno dei volontari di Animal Project sono le molteplici iniziative a tutela degli animali in difficoltà e progetti atti alla diffusione di una solida cultura di "benessere animale", quale solida garanzia di un ambiente più "accogliente" anche dal punto di vista dei rapporti umani. Oltre ad alcune valide Collaboratrici dell'Associazione era presente anche il Dott. Renato Rondinella, medico specializzato in interventi riabilitativi assistiti con Animali e Persone in difficoltà (Pet terapy), giunto appositamente da Bologna.

Innanzi ad un numeroso, interessato e partecipe gruppo di Detenuti e dei Loro Educatori si è illustrata l'efficacia di interventi con cani, cavalli, asini e piccoli animali nel trattamento riabilitativo di molte forme di "disagio" fisico, psichico, relazionale e sociale in soggetti a partire dall'età prescolare e infantile, giovanile, adulta, ed anziana. Efficacia ormai validata dalla Comunità medico-scientifica internazionale. Si è ricordato come gli IAA (interventi assistiti con animali) siano oggi materia d'insegnamento anche nell'Università italiana e che già esistono leggi in alcune Regioni italiane che li riconoscono come veri interventi, terapeutici, educativi o ludico-ricreativi, vista la loro efficacia in molteplici e diverse situazioni, patologiche o di disagio esistenziale o sociale.

Ciò anche alla luce dell'individuazione, da parte del Ministero della Salute, di un Centro di referenza nazionale per le "Linee guida degli AAI". Si è sviluppato con i detenuti un ampio e vivace dibattito, prendendo in considerazione anche l'utilità, già verificate in alcune esperienze in carceri italiane, non solo minorili, di una applicazione di tali metodiche riabilitative, nella speranza che esse possano, in un non lontano futuro, trovare cittadinanza e applicazione anche a Porto Azzurro.

 
Livorno: la madre muore in ospedale, gli negano il permesso di dirle addio PDF Stampa
Condividi

di Francesco Lo Dico

 

Il Garantista, 3 giugno 2015

 

Voleva dire addio alla mamma moribonda. Ci teneva tanto a vederla l'ultima volta su quel letto d'ospedale che la vedeva rantolare in attesa dell'ultimo respiro. Eppure nessuno si è preso la briga di rispondere alle richieste di Andrea Calloni, carcerato in attesa di processo nel penitenziario delle Sughere, a Livorno. E così, quando Marusca Tarquini se ne è andata dopo una lunga malattia all'età di 67 anni, Andrea non c'era. Era nella sua cella, prigioniero di una burocrazia inumana, che ancora una volta si dimostra vicina parente della strafottenza pura.

Non è altrimenti giustificabile il fatto che le richieste e i solleciti del 42enne, peraltro soggetto a custodia cautelare per ragioni tutt'altro che chiare, siano state ignorate. Ed è a maggior ragione che il benestare concessogli invece per assistere al funerale, giunto puntuale a mamma morta, appare il disdicevole prosieguo di una beffa. Andrea Calloni, 42 anni, è recluso dal 18 settembre scorso, e non ha voluto tacere l'amarezza per quella che definisce come "una vera ingiustizia".

"Sono deluso dal sistema giudiziario - fa sapere il quarantaduenne tramite il suo avvocato Barbara Luceri - io sono in carcere per reati contro il patrimonio. E soprattutto sono in attesa di giudizio. Quindi fino a quel giorno per la legge italiana c'è la presunzione di innocenza. Ecco perché non capisco il motivo di questo torto. Si tratta di un'ingiustizia che poteva essere evitata solo usando il buon senso e un po' di umanità".

L'uomo, accusato di associazione per delinquere, ha fatto richiesta di vedere la madre in ospedale lo scorso 19 maggio, quando le condizioni di questa si sono notevolmente aggravate. "I medici - racconta l'avvocato Luceri - hanno detto molto chiaramente che non c'erano molte speranze. Le condizioni della donna erano gravissime, ma in alcune circostanze riusciva ancora ad essere presente a sé stessa".

A quel punto, Calloni ha fatto richiesta di un permesso alle autorità competenti, ma "visto che non ho ricevuta alcuna risposta - riferisce l'uomo - ho fatto altri due solleciti il 21 e il 23 maggio. Ma nonostante queste richieste non c'è stata alcuna decisione: la richiesta è stata ignorata". Il 28 maggio, la signora Marusca però è morta. E solo al giungere di questa terribile notizia, è arrivato dal Tribunale l'ok per la partecipazione al funerale. Una vicenda miserrima, resa ancora più penosa dalla posizione giudiziaria di Calloni.

L'uomo, in carcere dal 18 settembre del 2014 per esigenze di custodia cautelare, ha trascorso diversi mesi in isolamento. "Una situazione psicologicamente difficile, soprattutto perché le visite di esterni, a cominciare dai familiari, sono molto complicate se non impossibili", aveva spiegato il suo difensore Massimo Batini. "Tali misure - aveva avvertito il legale - assomigliano molto all'anticipazione di una condanna che potrà arrivare solo al termine di un dibattimento o all'esito del procedimento".

Secondo gli inquirenti Andrea Calloni, presunto sodale di Andrea Polinti, aveva il ruolo "di braccio destro e uomo di fiducia del capo, addetto alla organizzazione e realizzazione di truffe nonché spacciatore di banconote contraffatte". È per queste ragioni che l'uomo è stato recluso e posto in custodia cautelare. Ma 9 mesi di carcere duro, in attesa di un processo che inizierà questa settimana, non sono certo acqua fresca. Anche se fosse poi il peggiore dei boss, a un figlio non si nega l'addio alla sua mamma. E a una madre, fosse anche il più famigerato dei banditi, l'addio a suo figlio.

 
Napoli: sit-in degli operatori della comunità pubblica di Nisida al molo Cappellini PDF Stampa
Condividi

La Repubblica, 3 giugno 2015

 

Sit-in degli operatori della comunità pubblica di Nisida al molo Cappellini, di fronte all'ingresso dell'isolotto di Nisida. Lo spazio, chiuso dal primo giugno dopo 25 anni di attività, fino a venerdì 26 maggio ha accolto in regime residenziale imputati minorenni (massimo nove), sottoposti a misure cautelari non detentive per non interrompere il percorso di studio e socio-educativo.

Dal primo giugno i servizi della struttura, gestita dalla cooperativa "Il Quadrifoglio", a poche centinaia di metri dal carcere minorile di Nisida, sono stati sospesi a tempo indeterminato dal capo dipartimento reggente della Giustizia Minorile del Ministero della Giustizia. La protesta degli educatori e vigilanti della cooperativa durerà tutta la giornata. L'incontro con il ministero è fissato per mercoledì 3 giugno. "Nell'ultima proroga ricevuta fino al 31 maggio il ministero ha definito il nostro servizio soddisfacente e proficuo - spiegano gli operatori - poi è stato sospeso senza motivo, chiediamo di avere spiegazioni: anche i ragazzi che sono stati spostati nelle strutture delle altre province, lontano da Napoli, sono rimasti sconcertati dalla decisone di chiudere la comunità pubblica di Nisida. In questo modo le loro famiglie, spesso indigenti, avranno più difficoltà per andare a fargli visita".

 
<< Inizio < Prec. 9051 9052 9053 9054 9055 9056 9057 9058 9059 9060 Succ. > Fine >>

 

06


06


 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it