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Genova: dai piccoli reati all'assistenza in Croce Rossa, per il reinserimento nella società PDF Stampa
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di Riccardo Porcù

 

Il Secolo XIX, 30 gennaio 2015

 

I nomi li ricordano a memoria. Alì, Vladimir, Vito, Francesco. Sono i loro ragazzi, i volontari della Croce. E poco importa che siano qui grazie ai progetti di detenzione esterna delle carceri genovesi, con la tuta arancione addosso non sono diversi dagli altri, parte della pubblica assistenza. I responsabili della Croce Azzurra di Fegino ripetono la storia e i nomi di tutti i giovani passati da qui e poi tornati al lavoro.

Un esempio riuscito di progetto di reinserimento a cui da tempo la pubblica assistenza dedica il proprio impegno. Chi è arrivato non resta con le mani in mano, viene chiamato per le mansioni d'ufficio ma anche per accompagnare i membri con maggiore esperienza e specifiche abilità nel soccorso, negli aiuti agli anziani e alle persone in difficoltà. Poi, quando le chiamate iniziano a diminuire, c'è il tempo per fare una pausa. Due chiacchiere, un breve riposo, le risate e gli sfottò sulle partite di campionato.

Anche questo è un modo per conoscersi e parlare per i tanti ragazzi che da mesi hanno sostituito le pene detentive in carcere o le multe per reati minori al volontariato nella sede della pubblica assistenza. Una normalità che in molti pensavano utopia. Invece ora nella sede della pubblica assistenza in via Castel Morrone i giovani si avvicinano alle ambulanze con sapienza, conoscono gli strumenti e hanno imparato le basi del primo soccorso. Alcuni non sono rimasti soltanto perché "obbligati", anzi, hanno deciso di restare anche nei giorni liberi, una volta scontata la pena, per partecipare ai corsi di urgenza. Per diventare in tutto e per tutto militi della Croce.

"Sono arrivato qui a dicembre, mi avevano dato un Daspo per aver scavalcato senza biglietto all'esordio della Samp, nel giorno del ritorno in A - racconta Francesco Trimarchi, 23 anni, avvolto nella divisa con il simbolo azzurro a campeggiare sul braccio - Mi hanno fermato anche se avevo pagato per un posto nella Nord.

Ad ogni modo, l'obbligo di restare lontano dallo stadio era scaduto ma mi è arrivata una multa da 1.800 euro, che però non posso pagare. Per questo mi hanno proposto, come pena alternativa, di iniziare a far parte della pubblica assistenza". Abbassa lo sguardo quasi a volersi giustificare per il reato sanzionato dal giudice.

"Quando mi hanno dato questa possibilità ho subito accettato e, sinceramente, anche se qui diciamo che "non ci sono voluto venire" ma mi ci hanno mandato, mi trovo molto bene. Anzi, vorrei restare anche una volta finito questo periodo obbligatorio che è stato un po' un momento di prova. Ma, ripeto, è un'esperienza davvero importante". Come Francesco al momento sono sei i ragazzi dei progetti di reinserimento, calati perfettamente nella realtà del soccorso, insieme ai tredici dipendenti e ai cinquanta volontari della Croce Azzurra che copre un bacino di circa tremila persone, tra Borzoli, Trasta e la stessa Fegino.

"Da noi i giovani vengono per quattro o cinque ore. Magari hanno commesso una semplice "bravata" e vogliono rimediare. Non so, un furto di cellulari o qualcosa di simile. Noi accogliamo tutti a braccia aperte, senza chiudere gli occhi. Sono in tutto e per tutto dei componenti della Croce, con obblighi e doveri. Non siamo accondiscendenti e nemmeno permissivi. Li trattiamo semplicemente come gli altri - spiega Silvano Mastroianni, il presidente della pubblica assistenza di Fegino.

Ecco perché, per esempio, non possiamo prendere solo per un paio d'ore, sarebbe poco logico. Con noi si impegnano e lavorano. E, sinceramente, penso che questo sia una delle formule di reinserimento migliori che la giustizia italiana abbia varato".

Un progetto che prosegue ormai da oltre tre anni qui a Fegino, con ottimi risultati per i quindici ragazzi transitati da via Castel Morrone. "Certo, anche noi abbiamo avuto dei momenti di difficoltà, alcuni giovani venivano sporadicamente, altri volevano fare i furbi e magari passare una volta ogni due - ribadisce Mastroianni - In tutti quei casi però la chiarezza è stata fondamentale, abbiamo spiegato quanto fosse importante l'occasione che gli era stata concessa e si sono messi quasi tutti in riga. Non solo per un'imposizione ma anche per una voglia di fare del bene agli altri".

 
Caserta: Casa Circondariale di Arienzo, un carcere dove la rieducazione è possibile PDF Stampa
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di Emanuela Belcuore

 

Il Mattino, 30 gennaio 2015

 

Una capienza accettabile e progetti di ampio respiro. In ogni cella due detenuti. "Questo è un carcere che funziona benissimo anche grazie all'ausilio dei miei collaboratori", È sicura di sé la dottoressa Maria Rosaria Casaburo, direttrice da circa tre anni della Casa Circondariale di Arienzo. Non ci sono, come spesso succede in altre carceri, problemi legati al sovraffollamento, perché qui ogni cella è occupata da non più di due detenuti, per reati comuni, per una totalità di circa cento persone. Quasi tutti italiani; pochi, infatti, gli stranieri.

Da poco tempo sono stati eseguiti lavori di ristrutturazione agli impianti termici, ai bagni e alla cucina. "All'interno della Casa Circondariale di Arienzo non si vivono "tempi passivi", paradossalmente abbiamo più attività che detenuti - continua la direttrice - attività, alle quali partecipano con entusiasmo". Infatti, si tengono corsi professionali per diventare cuoco, idraulico, saldatore, operatore edile e giardiniere, quasi tutti retribuiti dalla Regione Campania.

Tutte le attività sono continuamente monitorate dagli agenti di polizia penitenziaria in sinergia con gli educatori e i volontari. Addirittura, al teatro Mercadante di Napoli, ha calcato la scena "Il carcere possibile", spettacolo teatrale ideato proprio da un detenuto.

È stata anche organizzata la giornata della genitorialità, per facilitare l'incontro tra i detenuti e i propri figli, la manifestazione "L'artigianato in piazza" nella galleria Umberto Primo di Napoli. Alcuni detenuti, purtroppo, hanno famiglie che versano in condizioni economiche disagiate e di conseguenza non sono in possesso neanche di beni di prima necessità.

Anche la Chiesa, attraverso Don Sergio Cristo, è a loro vicina: "Già Monsignor Rinaldi ha fatto tanto per i detenuti, in ogni cella c'è il servizio Mediaset Premium. Nel mese di novembre l'attuale Vescovo, invece, ha organizzato, con l'aiuto delle parrocchie della diocesi una raccolta di beni di prima necessità.

"Questo - continua il cappellano del carcere - è un lavoro che amo, faccio mie le parole del Papa di uscire dalla Chiesa ed andare nelle periferie esistenziali dove si va a toccare la misericordia di Dio". Toccante anche una sua testimonianza: "Un giorno un detenuto mi disse di non essere un uomo buono, perché, quando 1' avevano arrestato, il padre aveva avuto, dal dispiacere, un arresto cardiaco e di conseguenza, voleva redimersi e cambiare vita".

 
Salerno: la Polizia penitenziaria del carcere di Fuorni protesta per le carenze di organico PDF Stampa
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di Gaetano de Stefano

 

La Città di Salerno, 30 gennaio 2015

 

Sono sul piede di guerra gli agenti della Polizia penitenziaria del carcere di Fuorni. Carenza d'organico e gestione del personale sono tra i principali problemi, che assieme all'assenza della manutenzione completano il quadro a tinte fosche del penitenziario.

Che, a fronte di una "capienza" di 270 persone, accoglie attualmente circa 450 detenuti. Il sovraffollamento non è coperto con il personale in dotazione, la pianta organica prevede 294 unità, ma ne sono in servizio solo 186. E, naturalmente, l'insufficienza di personale fa sì che gli stessi agenti siano sottoposti a turni massacranti. Perciò ieri mattina, per la prima volta, è stato convocato proprio all'interno dell'istituto di pena un incontro organizzato dal Sindacato autonomo polizia penitenziaria.

"Il 26 febbraio - ha spiegato Emilio Fattoriello, della segreteria nazionale del Sappe - ci incontreremo con il nuovo direttore Stefano Martone per proporre il nostro programma e chiedere dei correttivi. Qui, infatti, ereditati dalla gestione precedente, esistono molti problemi. Non c'è una programmazione del servizio e ciò comporta l'incertezza dei turni. E dobbiamo denunciare una disparità di trattamento tra il personale. C'è, infatti, chi ottiene immediatamente un congedo e chi, invece, pur avendo gravi motivi, deve tribolare per averlo. Inoltre chiederemo anche la rotazione degli incarichi considerati usuranti". Anche la situazione strutturale del penitenziario non è delle più felici. La direzione, infatti, è transennata, causa pericolo caduta cornicioni, e diversi locali, benché non idonei, vengono utilizzati dal personale. In tutto questo marasma c'è, comunque, una buona notizia: finalmente sono stati reperiti i fondi per riparare il cancello d'ingresso, fuori uso e sempre aperto da circa un mese.

 
Torino: "pure in carcere lo sanno fare"... le esperienze virtuose delle cooperative PDF Stampa
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La Stampa, 30 gennaio 2015

 

La torrefazione di Pausa Caffè alla Casa circondariale Lorusso Cotugno nata 10 anni fa, laboratori di cucina fino ad arrivare alle cene con gli chef stellati realizzate con i detenuti, i cortometraggi e infine la stamperia artistica "Stampatingalera": sono solo alcuni dei progetti di Sapori Reclusi, associazione che da anni organizza e promuove esperienze (e prodotti) realizzati mettendo in comunicazione il carcere con il "fuori" e offrendo opportunità ai detenuti di acquisire una professionalità utile a reinserirsi nella società.

A queste esperienze "virtuose" è dedicata la mostra "Pure 'n carcere 'o sanno fa" che inaugura lunedì 2 alle 17 all'Urp del Consiglio regionale del Piemonte. La mostra, aperta fino al 3 marzo, è stata promossa dall'Ufficio del Garante regionale dei detenuti che, con il suo responsabile, Bruno Mellano, ha preso posizione sulla decisione del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) di interrompere le esperienze realizzate con le cooperative negli ultimi 10 anni. All'inaugurazione partecipano il presidente del Consiglio regionale Mauro Laus, il fotografo dell'Associazione piemontese "Sapori reclusi" Davide Dutto, che ha realizzato gli scatti, il sindaco di Fossano Davide Sordella. Le foto sono state realizzate nelle carceri di Santa Caterina di Fossano e San Michele di Alessandria, nella Casa di reclusione Morandi di Saluzzo e nella Casa circondariale Lorusso e Cotugno di Torino. Non mancherà anche la proiezione dei video "La Squadra" e "Pausa caffè" e "Pausa sigaretta" di Davide Sordella e "Sapori reclusi story" di Davide Dutto. Orario mostra: dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16. Info: 800101011.

 
Immigrazione: profughi, rotta ad alto rischio... cosa c'è dietro il racket PDF Stampa
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di Guido Olimpio

 

Corriere della Sera, 30 gennaio 2015

 

Passano gli anni, cambiano solo i "clienti", sempre più disperati e vittime. Il sistema invece resiste e si moltiplica. L'inchiesta del Corriere sull'agenzia viaggi che organizza gli spostamenti via Milano dei profughi siriani dimostra l'ampiezza del fenomeno e la sua sofisticazione. Una realtà che poggia su una serie di pilastri e sollecita, al tempo stesso, delle contromisure da parte delle autorità. Intanto c'è la storia.

Milano è sempre stata una piazza importante per i trafficanti. E le informazioni pubblicate dal nostro giornale confermano come mantenga questo ruolo. In chiave locale e internazionale. È un centro dal quale si può ripartire verso mille direzioni e con molti mezzi. Le organizzazioni che sfruttano i fuggiaschi si sono solo alternate ed hanno resistito ai controlli. L'erba cattiva è stata rasata, non estirpata.

Il secondo pilone è quello della "professionalità" dei gestori. Ricordano altri passatori, in altri parti del mondo dove il clandestino è un pollo da spennare. I trafficanti possono essere brutali, violenti ma tendono a mantenere in vita il mercato offrendo il servizio completo. Non certo per generosità, ma perché sanno bene che la voce si sparge e dunque possono attirare altri candidati al viaggio. C'è poi la questione della sicurezza.

I disperati, inseguiti dalla guerra o dalla pulizia etnica, non hanno nulla da spartire con gli estremisti. Lo ripetono in tanti. Vero e sacrosanto. Però sarebbe da ingenui non considerare che l'esistenza di un racket ben oliato che può portarti molto lontano è una finestra di opportunità per chi ha in mente altro. I maggiori controlli adottati negli aeroporti complicano la vita agli aspiranti terroristi, ai militanti in spostamento perenne. Inevitabile che possano scegliere altre rotte, più lunghe, dove ci si può mimetizzare.

Così come hanno bisogno di documenti nuovi. Non sono supposizioni ma valutazioni basate su quanto è avvenuto in passato. Indagini hanno dimostrato come elementi, pesantemente coinvolti in una filiera belga-siriana, avessero creato un corridoio che dal Nord Europa, passando per l'Italia, proseguiva in Grecia e Turchia, ultima tappa prima del salto in terre di Jihad. Tragitto che poteva essere percorso anche all'inverso. È solo uno di molti casi dove la falsificazione di documenti è contigua alla nebulosa radicale. Tutto questo richiede delle risposte. Non facili in tempi di risorse magre, ma irrinunciabili se si vuole mantenere la sicurezza.

 
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