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Giustizia: nel sistema Mantovani anche le assunzioni "su esplicita richiesta di Berlusconi" PDF Stampa
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di Sandro De Riccardis

 

la Repubblica, 15 ottobre 2015

 

Non soltanto appalti truccati nell'edilizia scolastica e nella sanità. I pm sul vice di Maroni, arrestato: "Era al vertice di una rete che si espandeva e autoalimentava Rispondeva direttamente al leader di Forza Italia". In quello che la procura di Milano definisce un "sistema che tende ad autoalimentarsi e a espandersi progressivamente", con "al vertice" l'ex assessore lombardo alla sanità, Mario Mantovani, non ci sono solo gli appalti truccati nella sanità e nell'edilizia scolastica. Il "sistema Mantovani" agisce anche come longa manus di Silvio Berlusconi. Anzi, scrive il pm Giovanni Polizzi nella richiesta di arresto per Mantovani, per il suo collaboratore Giacomo Di Capua e per l'ingegnere del Provveditorato alle Opere pubbliche, Angelo Bianchi, il politico si muove su "esplicita richiesta" dell'ex premier.

È un capitolo inedito e non penalmente rilevante dell'inchiesta, ma che raccoglie episodi che "per la loro sistematicità, non possono che contribuire ad alimentare il contesto desolante della costante violazione dei principi di correttezza, imparzialità e trasparenza da parte dei più alti titolari di funzione pubblica".

L'ex senatore di Forza Italia provvede, per esempio, "alla sistemazione", poi saltata, "di Mariella Bocciardo", prima moglie di Paolo Berlusconi, "nel Consiglio del Policlinico di Milano"; "al reperimento di un posto di lavoro per Giampaolo Rossi, marito della parlamentare Pdl Deborah Bergamini, e per Richard Rizzi, fratello del capogruppo Pdl in Comune a Milano, Alan". Per la procura "questi impegni sono assunti da Mantovani su esplicita richiesta di Silvio Berlusconi". Anche perché l'assunzione di Richard è "volta a ricompensare il passaggio di Alan Rizzi, già confluito in Ncd, tra le fila della rinata Forza Italia". Per portare a termine il piano, Mantovani spende "efficacemente la qualità e tutto il peso di vicepresidente in Regione e di assessore alla Salute". Tanto che Richard, nel maggio 2014, "è stato effettivamente nominato membro dei collegi sindacali di A2A e Metropolitana Milanese".

In più, oltre alle "assunzioni di alcuni giovani in Ferrovie Nord Milano", Mantovani "provvede a un contratto a tempo indeterminato presso Aler", che gestisce le case popolari, "intervenendo sulla commissione di cui non fa parte", per favorire Francesco Maria Lombardi, ex consigliere comunale di FI a Trezzano sul Naviglio. Il 14 novembre 2013, Mantovani chiama il giovane. "Ti voglio un mondo di bene - dice Lombardi al politico - Mario, per tutta la vita, non per un giorno! Per tutta la vita sempre riconoscente!".

Il Nucleo di Polizia Tributaria della Gdf riporta le frasi del politico: "Non è stato facile convincere sia il commissario sia la commissaria Radaelli, che alla fine mi ha dato una mano". "Domani andrò a firmare il contratto a tempo indeterminato", continua Lombardi. "Allora abbiamo raggiunto l'apice!", esulta l'ex senatore.

Quando i magistrati ne chiedono l'arresto (settembre 2014), Mantovani è uno dei politici più potenti in Lombardia. "Nel corso della sua ascesa politica ancora in atto - scrivono - è rimasto circondato da una cerchia di persone che si è costantemente prodigato di favorire secondo varie modalità, traendone a propria volta vantaggi in termini di riconoscenza e disponibilità da parte di questi a soddisfare le sue richieste, spesso volte ancora ad assicurare nuovi benefici ad appartenenti alla cerchia, secondo un sistema che tende così ad autoalimentarsi e a espandersi progressivamente".

Un "cerchio magico" che comprende non solo gli altri due arrestati, ma anche manager sanitari di mezza Lombardia. C'è il direttore generale dell'Asl Milano 1, Giorgio Scivoletto, indagato per turbativa d'asta, ma sono indicati anche manager (non indagati) "parte dell'entourage di Mantovani" come il direttore generale dell'azienda ospedaliera di Pavia, Daniela Troiano, già indagata nell'indagine sulla "Cupola degli appalti" della sanità lombarda, e Carla Dotti, direttore generale a Legnano.

"Tra i direttori generali del clan Mantovani, spicca Scivoletto che manifesta tutta la sua devozione all'assessore, accogliendone prontamente le istanze dopo l'esclusione" di una ditta amica dall'appalto sui dializzati. Scivoletto annulla la gara e proroga quella precedente. "Una bella emozione vedere le foto del tuo libro - scrive Scivoletto a Mantovani in un sms a maggio 2014 - ritrovarmi in alcune foto e vedere attraverso le innumerevoli opere che hai fatto, a testimonianza perenne, quanto ami la tua città e le attività di cui ti occupi. I ricordi sono indelebili nel cuore ma vederli in alcuni scorci di immagini ne ravviva il candore e la gioia. Grazie e Buona giornata maestro di vita e amico mio!".

 
Giustizia: caso Mantovani; sta a vedere che ora i pm s'inventano la "mafia meneghina" PDF Stampa
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di Tiziana Maiolo

 

Il Garantista, 15 ottobre 2015

 

Chissà se nel corso dell'interrogatorio di garanzia cui sarà sottoposto oggi nel carcere milanese di San Vittore, al vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani, arrestato due giorni fa, sarà contestato anche il reato di associazione mafiosa. Non ci sarebbe di che stupirsi, ci troveremmo di fronte a una riedizione lombarda di "Mafia capitale", una sorta di "Mafia meneghina", insomma. Del resto, che cosa aspettarsi da un'inchiesta che i magistrati hanno voluto battezzare con il nome di "entourage", quasi a voler processare un intero ambiente invece che singole persone?

Si ha la sensazione, leggendo la corposa ordinanza di custodia cautelare, che i soliti noti hanno diffuso a piene mani ai giornalisti, che ormai, a Roma come a Milano, l'unico modello processuale possibile sia quello nel quale si perseguono i reati di mafia. Cioè il modello del maxiprocesso, nel quale si giudicano più gli ambienti e le situazioni che non - come invece vorrebbe il codice del 1989, che prevede un sistema di tipo accusatorio - il singolo imputato e il singolo reato.

Ecco quindi che, nel caso di Mario Mantovani, si spendono molte pagine per elencare gli incarichi politici che nel corso del tempo il vicepresidente della Regione Lombardia ha ricoperto, quasi come se fosse strano che una persona di 60 anni si sia candidata diverse volte e diverse volte sia stata eletta (tra l'altro alle elezioni europee con il sistema delle preferenze e altrettanto alle regionali, in cui è arrivato primo tra i candidati di tutti i partiti con 13.000 preferenze). Tutto ciò evidentemente rappresenta un'aggravante, agli occhi di pubblici funzionari con carriera garantita, quali sono i magistrati.

Fatto sta che, mentre a Roma stanno ancora contando gli scontrini di Ignazio Marino, per il quale nessuno tiene conto del fatto che è diventato sindaco con regolari elezioni e non con un colpo di Stato, ecco che si sgancia la bomba su Milano. Le elezioni di primavera sono servite. Se ne accorge anche la Lega (che non è proprio campionessa di garantismo) questa volta, dato che tra gli indagati spicca anche una figura di primo piano di quel partito e della Regione Lombardia, l'assessore al Bilancio Massimo Garavaglia.

Il quale è indagato insieme a Mantovani per un episodio in realtà secondario, ma che ha acceso la fantasia della stampa perché riguardava il trasporto di pazienti dializzati e la richiesta che questo servizio fosse prorogato (per novanta giorni) in capo a un'associazione di volontariato prima di effettuare la gara. Una sorta di "raccomandazione", insomma. Non certo una gara truccata. Sufficiente a giustificare un arresto? Mah. Ma c'è altro, ovviamente. E riguarda l'interessamento dell'assessore Mantovani nei confronti della carriera di un funzionario del provveditorato delle Opere pubbliche e parcelle non pagate a un architetto, che sarebbe stato compensato con qualche consulenza.

È sufficiente tutto ciò per montare la panna e di conseguenza specchiarsi nelle prime pagine dei giornali al grido di "è tornata tangentopoli"? È tanto evidente il fatto che si è costruito un monumento su episodi più o meno commendevoli per creare il caso politico, che il Gip ha impiegato un anno a decidere sulle richieste di custodia cautelare, chieste dal Pm esattamente 12 mesi fa. Tanto che non c'è attività investigativa del 2015, ma fatti che vanno dal 2012 al 2014. Quanto tempo ci vorrà a far sgonfiare il soufflé? O davvero vogliamo davvero inventarci, dopo "Mafia capitale", anche "Mafia meneghina"?

 
Tenuità anche se c'è continuazione PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2015

 

La continuazione del reato non esclude la nuova causa di non punibilità per tenuità del fatto. E questo anche se la norma considera abituale, e quindi non coperto da non punibilità, il reato che ha per oggetto condotte plurime, abituali e reiterate. A questa conclusione arriva il tribunale di Grosseto con un'argomentata sentenza depositata lo scorso 9 luglio. Assoluzione quindi, sulla base del nuovo articolo 131 bis del Codice penale, per l'imprenditrice che non aveva versato all'Inps le ritenute previdenziali per quasi tutti i mesi del 2009.

La sentenza ricostruisce puntigliosamente la disposizione, muovendo da un interrogativo di base. E cioè: se la tenuità del fatto può essere applicata anche in caso di continuazione, tenendo conto che quest'ultima può rientrare in almeno due dei tre criteri di esclusione: la ricorrenza della medesima indole tra i plurimi reati commessi e la reiterazione delle condotte criminali.

Il giudice toscano, facendo ricorso ai lavori parlamentari e alla relazione di accompagnamento, ricorda il legislatore ha utilizzato un concetto diverso da quelli più consueto di occasionalità del fatto; tra le cause che impediscono l'applicazione della tenuità non è poi stata compresa la recidiva, aprendo anche in questo modo la strada a un perimetro di applicazione dell'istituto assai esteso. A esserne esclusi sono solo i comportamenti che rappresentano un esempio dell'abitudine del soggetto a violare la legge. In questo senso, a pesare sono gli indici individuati dallo steso articolo 131 bis.

Il primo criterio è di natura formale e costituito dal certificato del casellario giudiziale. Quanto poi all'avere commesso più reati della stessa indole, il giudice monocratico di Grosseto ritiene che questo concetto non è totalmente sovrapponibile a quello della commissione di più reati in esecuzione di un medesimo disegno criminoso.

"Proprio perché - afferma la sentenza - l'intento effettivo perseguito dal legislatore è stato quello di escludere dal beneficio solo quei soggetti che per i quali si può affermare che il reato commesso sia espressione di una sorta di usuale comportamento di vita, se ne deve concludere che l'avere commesso più reati in continuazione tra loro, non sia di per sè espressione di quella abitualità nel comportamento richiesta dalla norma per escluderne l'operatività". Il criterio, nella lettura del giudice, si riferisce allora all'esistenza di più reati nella storia personale del soggetto interessato.

In questa prospettiva i due criteri appaiono collegati e il secondo in specificazione del primo, conducendo all'esclusione dalla non punibilità i soggetti abitualmente dediti al crimine anche se i singoli comportamenti, di per sè stessi presi, possono essere considerati di particolare tenuità. È il caso, esemplifica la pronuncia, del furto compiuto dalla medesima persona che ha anche alla spalle una pluralità di illeciti bagatellari contro il patrimonio.

Più complicato sciogliere il nodo della reiterazione delle condotte, ma la sentenza torna a sottolineare sul punto la necessità di escludere solo le condotte ripetute nel tempo oppure abituali che rappresentano espressione di uno stile di vita. Dunque, nel caso specifico, a venire valorizzato dal giudice è invece l'esiguità della cifra non corrisposta all'Inps, in tutto 785 euro, e significativa è anche la disposizione contenute per ora solo nella legge delega n. 67 del 2014 che invita il Governo a provvedere alla depenalizzazione degli omessi versamenti entro la soglia di 10mila euro. È vero che manca ancora il decreto delegato, anche se pare essere ormai in dirittura d'arrivo, ma, ricorda la sentenza, la disposizione rappresenta comunque un indice importante della volontà del legislatore.

 
L'auto-riciclaggio affonda il mutuo troppo facile PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2015

 

Stretta sulle banche che concedono mutui troppo facilmente. Senza accertarsi, vuoi per dolo o semplice negligenza, che in questo modo possono essere favorite operazioni anche di auto-riciclaggio. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 41353 della Seconda sezione penale depositata ieri, ribalta il giudizio della Corte d'appello di Torino e considera non opponibile alla confisca il credito ipotecario vantato dall'istituto di credito. Negata pertanto l'esistenza della buona fede nella condotta della banca lungo la procedura di istruttoria prima e di concessione poi del finanziamento.

I fatti: il mutuo era stato concesso malgrado la scelta, fittizia e solo formale, del mutuatario in quello dei coniugi che non era già proprietario di abitazione (nel caso esaminato la moglie). L'obiettivo immediato? Usufruire delle agevolazioni previste per l'acquisto della prima casa, a prescindere dalla solvibilità. Inoltre, nel corso del primo grado e dell'appello, era stato accertato che l'erogazione aveva riguardato un immobile il cui prezzo riportato ufficialmente nel contratto non corrispondeva a quello effettivo e che, in realtà, non si era tenuto conto del reddito ufficiale del cliente, ma si era invece fatto riferimento al reddito e alle garanzie del marito, pur non mutuatario.

Ma anche sul coniuge si addensano i dubbi, fatti propri dalla Cassazione. Già il tribunale infatti aveva valorizzato il fatto che, con il successivo trasferimento titoli da parte del marito, a garanza dell'operazione di mutuo, sarebbero state violate le direttive comunitarie contro il riciclaggio di denaro sospetto. Anzi, l'intera operazione era caratterizzata da elementi tipici dell'auto-riciclaggio.

La Corte d'appello, malgrado gli indubbi elementi sospetti, peraltro da lei stessa riconosciuti, ma non decisivi ai fini del giudizio finale, aveva invece ritenuto che la banca non fosse venuta meno ai requisiti di buona fede. Per come la ricostruisce la Cassazione, la Corte d'appello aveva constatato "con amarezza che nel nostro Paese l'evasione fiscale è così diffusa e tollerata che gli istituti bancari, istruendo le loro pratiche, virgolettano il reddito "ufficiale" del cliente lavoratore autonomo, così evidentemente intendendo la sua non corrispondenza alla realtà e parimenti indicano il prezzo "ufficiale" e non quello "reale" di acquisto". E sarà pure una prassi, chiosa la Cassazione, ma non per questo deve passare in cavalleria la sua evidente antigiuridicità, tanto più che questo comportamento porta a dilatare in maniera eccessiva "un ben circoscritto beneficio fiscale".

 
Scatta la concussione quando la pressione non lascia scelta alla vittima PDF Stampa
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di Paola Rossi

 

Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2015

 

Corte di Cassazione - Sezione VI penale - Sentenza 14 ottobre 2015 n. 41317.

L'aver costretto qualcuno, senza che ne abbia preminente vantaggio personale, a dare o promettere un'utilità per il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio, fa automaticamente scattare il reato di concussione e non quello di induzione indebita e neanche quello di truffa aggravata dalla qualifica pubblica dell'autore della pressione. Così la Corte di cassazione con la sentenza depositata ieri n. 41317/15 ha condotto un interessante argomentazione per distinguere tra i tre diversi reati, previsti dal Codice penale rispettivamente agli articoli 317,319 quater e 640.

I fatti - Nel caso concreto i due imputati, consulente tecnico incaricato dal giudice dell'esecuzione e il suo collaboratore, avevano ottenuto l'"anticipo" per la propria prestazione professionale dal privato vittorioso in sede giudiziale con una sentenza favorevole, che prevedeva la demolizione di opere abusive. La pressione indebita esercitata dai due imputati nei confronti del creditore interessato all'esecuzione della sentenza era consistita nella prospettazione di una totale inerzia procedurale e che quindi non si sarebbe giunti alla demolizione stabilita in sentenza, se non avessero ricevuto in tale fase denaro dall'interessato poiché loro "non lavoravano senza soldi". I ricorrenti ricorrevano davanti al giudice di legittimità chiedendo la cassazione della sentenza di secondo grado che li condannava per aver commesso il reato di concussione ex articolo 317 del Codice penale. In primo grado erano stati ugualmente condannati, ma per truffa aggravata in base agli articoli 640 e 61, n. 9, del Codice penale, da cui discende una pena meno pesante.

Distinzione tra i reati - La Cassazione nel rigettare il ricorso e confermando la responsabilità penale degli imputati per concussione ha operato un distinguo tra questo reato e l'induzione indebita a dare o promettere utilità e la truffa aggravata dalla funzione pubblica dell'autore della condotta.

Per quanto attiene all'induzione indebita i giudici chiariscono che rispetto alla concussione il discrimine sta nella situazione di costrizione del soggetto passivo che si realizza con quest'ultimo reato. Non è tanto la brutalità della minaccia a far scattare la concussione, ma il risultato di costringere appunto qualcuno alla dazione o alla promessa dell'utilità a vantaggio del pubblico ufficiale senza che, tra l'altro, si miri a ottenere un qualche vantaggio per sé. Mentre con la previsione del nuovo reato ex articolo 319 quater, introdotto dalla legge di riforma 190/2012 sui reati contro la pubblica amministrazione, è stata espunta l'induzione dal reato di concussione che rimane appunto legato alla minaccia comunque capace in sé di realizzare lo stato di costrizione. Quindi vengono respinte le argomentazioni difensive sulla non brutalità della condotta degli imputati per escludere la concussione. Concludono i giudici, che nel reato di induzione indebita la pressione, che il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio mette in atto, non è tale da coartare totalmente la possibilità di scelta della "vittima" che, invece, viene indotto alla condotta anche perseguendo un proprio indebito vantaggio, ciò che non è necessario si realizzi nel reato di concussione.

Non si è trattato neanche di un caso di truffa aggravata in quanto questa si realizza tramite artifici e raggiri, che inducono il soggetto truffato a fare una prestazione che crede dovuta. E, quindi a differenza della concussione dove la qualifica pubblica dell'autore del reato assume una funzione preminente e prevaricatrice, nella truffa la qualifica è un ulteriore e accessorio elemento del raggiro.

 
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