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Venezia: detenuto romeno di 19 anni suicida nel carcere di Santa Maria Maggiore PDF Stampa
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di Roberta De Rossi

 

La Nuova Venezia, 6 gennaio 2015

 

Arrestato per un reato contro il patrimonio, si è ucciso dopo che aveva visto sfumare gli arresti domiciliari. Si è impiccato a 19 anni, nella doccia di una cella del carcere di Santa Maria Maggiore. È morto così un ragazzo di nazionalità rumena, residente sin da piccolo in Italia, arrestato il 31 dicembre dai carabinieri su ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura di Como, per un reato contro il patrimonio: nulla di così drammaticamente grave, tanto che il giudice per le indagini preliminari avrebbe disposto per lui gli arresti domiciliari, se non fosse che la famiglia ha negato l'autorizzazione ad accoglierlo in casa.

La madre sperava che tenendolo lontano dal Comasco, sarebbe rimasto fuori dai guai e si sarebbe disintossicato. Così il giovane è tornato in cella, ma al momento della doccia ha portato con sé un lenzuolo e si è impiccato nel piccolo bagno.

Nel tardo pomeriggio di domenica, l'allarme, dato dai due compagni di cella che hanno tentato inutilmente di aiutare il giovane, come vano è stato l'intervento del personale del carcere (prima) e dei medici del Suem 118 (dopo).

Non ha lasciato alcuno scritto o detto parole, riferisce il sostituto procuratore che si è occupato del caso la notte scorsa, Lucia D'Alessandro, che lasciassero presagire quanto compiuto. La procura lagunare tende ad escludere la responsabilità di terze persone sull'accaduto. Per più di un'ora i sanitari, intervenuti sul posto, hanno tentato inutilmente di rianimare il giovane detenuto romeno. Sulle ragioni legate alla mancata attuazione degli arresti domiciliari, il pm ha riferito che la questione era stata esaminata dalla Procura di Como.

Fino a tarda ora sono proseguiti gli accertamenti da parte dei carabinieri del Nucleo investigativo e dei Ris, alla presenza del pubblico ministero di turno, Lucia d'Alessandro. Non sono emerse responsabilità da parte del carcere, ma gli accertamenti proseguiranno con l'autopsia, affidata al medico legale Antonello Cirnelli: il suicidio di un ragazzo affidato allo Stato in un carcere è un dramma da chiarire in ogni aspetto.


Muore a soli 19 anni in una cella al carcere di Venezia (La Provincia di Como)

 

Un inizia di anno tragico, con un ragazzo di 19anni morto a centinaia di chilometri da casa, nel carcere di Venezia. Un episodio terribile, quello avvenuto domenica all'interno dell'istituto penitenziario di Santa Maria Maggiore, dove il cuore di Adrian Furtuna, 19 anni, residente ad Appiano Gentile, originario della Romania ma in Italia da una vita, ha smesso di battere. Una morte improvvisa, quella del giovane, che è stato trovato privo di sensi da due compagni di cella, che hanno subito cercato di prestare soccorso e hanno chiamato aiuto. Sia il personale del carcere, poi i soccorritori del 118, hanno provato a rianimare il ragazzo, ma non c'è stato nulla da fare.

In carcere sono quindi arrivati i carabinieri del Nucleo Investigativo del Ris: il pubblico ministero di turno, Lucia d'Alessandro, ha quindi disposto l'autopsia, che sarà effettuata nei prossimi giorni. Adrian Furtuna viveva con la madre ad Appiano Gentile. Il padre, invece, abitava in una roulotte non lontano da Venezia. Per questo il giovane si trovava spesso in Veneto. E così è stato anche il 31 dicembre, quando durante un controllo dei carabinieri, è stato tratto in arresto per un'ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura di Como per un reato contro il patrimonio. Portato in carcere la stessa notte di San Silvestro, il giudice non ha concesso i domiciliari. E domenica è sopraggiunta l'inattesa morte.

 
Reggio Calabria: "Mi scoppia la testa"... non lo aiutarono, e Roberto morì in carcere PDF Stampa
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di Michele Caccamo

 

Il Garantista, 6 gennaio 2015

 

Il 12 dicembre, alle tre di notte, sentì un gran dolore: "portatemi in ospedale", chiese per giorni il 27 se ne andò. Roberto Jerinò, 60 anni, di Gioiosa Jonica. Morto, per incuranza e disattenzione, il 23 dicembre 2014 nel carcere di Arghillà (Reggio Calabria). "La storia vera per come mi è stata raccontata da chi l'ha vissuta".

Fu la sua gamba la prima a perdere la memoria dei movimenti, poi il braccio, poi la bocca. L'energia spenta che aveva nel sangue si era riaccesa: con un guizzo, un breve dolore, con la fiamma del male. Roberto cadde per terra, sfiorando la branda in ferro con la testa. I compagni di cella allertarono gli agenti penitenziari, urlando richieste di aiuto.

Il corpo di Roberto si era storto e lui giaceva immobile, con gli occhi sparati verso il soffitto: fissi, come stesse cercando, con la sua forza, di terminare quell'istante, di non farlo proseguire, di bloccare così la malattia. Come volesse creare un fermo immagine e tagliare la scena successiva, quella riguardante la sua morte. Venne portato in ospedale dopo una quarantina di minuti: giusto in tempo di far arrivare, in carcere, l'ambulanza del 118.

Ischemia, fu la diagnosi, con paresi facciale degli arti. "La vita è un'impostura", pensò durante la degenza, "oltre il supplizio della prigione adesso anche la maggiore pena dell'infermità; chissà, il giudizio Divino, quale altra minaccia avrà preparato, quale altra nuova definizione della mia condanna. Toccherà ai miei organi essenziali la prossima volta? Dio, ne sono quasi certo, mi ha iscritto tra i penitenti perpetui, ma quelli senza assoluzione. Non trovo vi sia altra giustificazione a questo suo accanimento".

Aveva voglia di buttare tutto per aria: il comodino, le sedie, il suo stesso letto; tanta era la rabbia. Avrebbe avuto bisogno di controlli e cure costanti, non di un temporaneo parcheggio in una corsia ospedaliera. Un altro attacco gli sarebbe stato fatale. Il suo avvocato ritenne logico, naturalmente logico, presentare una istanza per la concessione dei domiciliari.

L'affetto familiare è l'unica cura non palliativa, l'unica salvifica per il cuore. Roberto si sarebbe lentamente ripreso, si sarebbe rimesso; avrebbe avuto altrimenti la sofferenza addolcita dalle carezze leggere dei suoi tre figli. Avrebbe avuto le cure sante dell'Amore. Pregando il principio di Dio non avrebbe perso la speranza. Purtroppo fra i togati poco regna l'umana pietà, e la traduzione sentimentale, degli appelli delle istanze, è bandita.

Loro vivono in un altro mondo, nella scomposta architettura degli "infallibili". Roberto doveva tornare in carcere; la sua richiesta era stata rigettata. Era stato nuovamente arruolato nelle gabbie degli esiliati dalla vita. Ma egli, la sua vita, la sentiva senza un seguito felice; aveva il corpo storpio, quell'attacco lo aveva rovinato: la sua testa frullava, come gli si agitasse dentro della schiuma; il suo linguaggio si comprometteva inevitabilmente sulle consonanti; aveva dovuto cambiare mano per mangiare, e il braccio se lo portava in avanti tirandolo con l'altro.

Era strano per tutti vederlo così ridotto: era un bell'uomo, ben messo fisicamente, agile come pochi; prima della malattia. Forse non si era neanche accorto di quanto fosse cambiato: metà del suo corpo aveva perso ogni impulso, ogni scatto nelle vene. Nell'ambiente carcerario non servono molti giorni per far diventare vecchia la malattia, non per sanità, ma per resa.

E la carne, e tutto il resto, si lascia all'abbandono a una timida vergogna; le più intime sensazioni paiono modificarsi e spegnersi. Roberto diceva che con il riposo avrebbe presto riattivato il suo fisico; diceva che doveva rimanere a letto per guarire prima. Era evidente avesse l'intento di nascondere il suo disagio. La solidarietà comunista, in carcere, è fedelissima e anche molto discreta. I detenuti reggevano lo spirito di Roberto con atteggiamenti gentili e disponibili, confortandolo; "è una condizione transitoria", gli ripetevano.

Avevano anche stabilito una dieta per lui: legumi, verdure e poca carne. Tutti medici e stregoni, pur di salvare Roberto. L'infermiera del carcere era poco dotata; lo avrebbero aiutato loro, vinti che la partecipazione affettiva sarebbe bastata. Il 12 dicembre, erano le tre di notte, Roberto sentì assottigliarsi e allargarsi una vena in testa; era un movimento continuo, lievemente doloroso. Chiamò un suo compagno di cella chiedendogli una camomilla; credeva avesse bisogno di tranquillizzarsi. Non riuscì a dormire quella notte. La mattina si segnò in elenco per l'infermeria: gli misurarono la pressione, nessuna anomalia.

Fu così per l'intera giornata: un dolore costante, ritmato; la pressione era stabile. Il 13, tutto uguale: dolore e pressione, stabili. Non facevano altro che misurargli la pressione e riportarlo in cella. "Impazzisco, fate qualcosa". Quella vena era diventata un verme, una sanguisuga. "Portatemi in ospedale, sto male"; niente da fare. Anche il 14 del mese la pressione era stabile, di nuovo riportato in cella. Non vi rimase molto. Dopo aver trascorso tre giorni di lamenti, e richieste di soccorso, restò inanime nel letto come un mare paralizzato.

Lo portarono in ospedale che era già in coma, il 15 dicembre alle prime ore del mattino. Aveva chiuso per sempre la sua conoscenza con l'insensibilità, la disumanità di alcuni. Roberto non si è più risvegliato, è morto il 23 dicembre. È stato assassinato da una leggerezza magistrale, togata.

 

Poscritto

 

Non vorrei continuare ad aggiornare l'opera con due nuovi nomi, quello dell'ex consigliere regionale Cosimo Cherubino, detenuto nel carcere di Via San Pietro, dimagrito di quasi 30 chili e quello di Giuseppe Portaro: un fantasma steso nel suo letto, un accumulo di ossa che sembrano sbarre. Non mangia da giorni e sviene di continuo. È ancora oggi "ricoverato" presso la casa circondariale di Locri. È rassegnato, non lo soccorreranno, non prima di vederlo finito. Basterà questo richiamo al magistrato competente? Spero arrivi la sua decisione per i domiciliari, prima delle condoglianze.

 
Firenze: mezzanotte di Capodanno a Sollicciano, un carcere senza giustizia PDF Stampa
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di Massimo Lensi

 

Notizie Radicali, 6 gennaio 2015

 

Visitare con attenzione un carcere italiano non è mai cosa facile. Quando poi alle difficoltà della visita in un carcere come quello fiorentino di Sollicciano, costruito per 470 detenuti e da sempre in sovraffollamento, ci aggiungi la presenza di Marco Pannella, la notte dei veglioni e dei fuochi d'artificio di San Silvestro, il filo della logica sembra ingarbugliarsi del tutto. Eppure questo è accaduto.

Il carcere non è un plesso scolastico o un ospedale, strutture pubbliche da sempre sotto osservazione e adibite a erogare servizi. Il carcere è una comunità, al cui interno vivono a stretto contatto detenuti e agenti del corpo di polizia penitenziaria in una relazione di diritti e doveri dai confini deboli e incerti. È un corpo estraneo ai processi di integrazione tra città e territorio ed è a tutti gli effetti una metafora: del funzionamento dello Stato e della giustizia, del convivere civile con il senso del rispetto delle leggi. Se l'ordinamento penitenziario è fuori legge, lo è tutto lo Stato di conseguenza.

Marco Pannella, in sciopero della fame e della sete, raggiunge il gruppo in attesa all'entrata del Nuovo Complesso Penitenziario di Sollicciano con una mezzora buona di ritardo: voleva ascoltare i commenti al discorso di Giorgio Napolitano a Radio Radicale. Il freddo polare è di quelli anomali a Firenze, Roberto Giachetti si scusa immediatamente con Pannella per essere arrivato in anticipo; tutti ridono, la tensione si scioglie.

Lo strano gruppo composto, oltre che dal leader radicale, anche dalla segreteria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, dal vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, dal cappellano di Sollicciano, don Vincenzo Russo, da Eros Cruccolini, garante comunale dei detenuti, e da una pattuglia di radicali fiorentini alla fine entra nella struttura, accompagnato per l'occasione dalla direttrice di Solliccianino, il Gozzini, Margherita Michelini.

Si cammina spediti nei lunghi corridoi che recano sui muri visibili tracce di umidità perenne, passando da luoghi freddissimi ad altri dove a farla da padrone è il caldo malsano degli impianti di riscaldamento. Si va al Transito e poi al Giudiziario, infine al Penale. Cruccolini, ipovedente, è bravissimo a evitare di inciampare nelle mille barriere architettoniche che fanno di Sollicciano un luogo inaccessibile a detenuti disabili, che invece ci sono e soffrono di una pena superiore a quella edittale emessa dal giudice con sentenza.

Lentamente prendiamo coscienza di questo istituto penitenziario. Rita Bernardini lo definisce struttura immonda, un luogo di tortura e successivamente, in conferenza stampa, inviterà il ministro della Giustizia a farci un giro, magari insieme a lei e ai radicali. La manutenzione ordinaria non esiste, precarie le condizioni igienico sanitarie, la saletta delle docce è fatiscente, le cucine funzionano a singhiozzo, piove continuamente dentro la struttura, ammalata di una umidità che fa ammalare.

Roberto Giachetti ascolta con visibile emozione le storie che gli si presentano. I detenuti che incontriamo sono chiusi in cella e le porte solide vengono aperte e chiuse di volta in volta con un rumore infernale per poter fare, almeno dalle sbarre, due chiacchiere con questi uomini che ci raccontano storie degne (o indegne, se si preferisce) di un romanzo di Victor Hugo. Umanità dolente. Sono per la maggior parte extra comunitari; come ci racconta un agente di custodia, Sollicciano è ormai pieno di condannati per piccoli reati, una costellazione di micro-criminali frutto delle cicliche richieste di maggior sicurezza da parte di una società civile, che poi non si interessa di seguire i percorsi di reinserimento di chi è stato condannato. Non interessa, non è importante. Il carcere è solo deposito invisibile di carne umana i cui destini non sono rilevanti per la società.

Vincenzo Russo, il cappellano, conosce tutti e ci mette al corrente dello status giudiziario, delle storie personali e dei problemi di ogni singolo carcerato. E i problemi sono veramente tanti, dall'isolamento sociale, a quello giudiziario. Procedimenti di trasferimento attesi per anni e bloccati solo da cavilli burocratici di una giustizia che proprio non funziona in Italia.

Marco Pannella è la stella delle serata, i detenuti sanno che c'è e lo vogliono vedere, stringergli la mano, incontrare. Lo accolgono con un coretto: "O Pannella / aprici la cella". E Pannella contraccambia, accarezza e ascolta. Preferisce parlare: di conoscenza e resistenza, di amnistia come concezione di lotta nonviolenta e consapevolezza di una compagnia che ci unisce tutti e illumina la notte del diritto. È incredibile, ha un sorriso per tutti. Per Marco è un toccasana, lo sappiamo, un elisir di lunga vita. Per i detenuti è la speranza e un po' lo è anche per noi.

La mezzanotte ci coglie tra i sex offender a parlar spartano. Stanchi ormai di ascoltare mille storie che si somigliano, dove i tratti della dimenticanza prendono i volti delle riforme della Giustizia (si badi alla maiuscola) annunciate e mai arrivate in porto. Il carcere è il luogo per eccellenza dove la Ragion di Stato vince su tutto, sulle leggi e sulle tutele dello Stato di Diritto. La superficie calpestabile della dignità costituzionale.

Fuori sentiamo i botti e vediamo dalle inferriate dei corridoi i lampi colorati dei fuochi artificiali, il nuovo anno è arrivato. Ci facciamo gli auguri come possiamo, brindando con le mani. Lentamente ci avviciniamo di nuovo ai lunghi corridoi che portano alla zona di uscita. Un carcerato del Penale guardando il volto provato di Rita Bernardini, con un sorriso rassegnato, le sussurra: "Forza e coraggio, che la galera è di passaggio".

 
Firenze: restano 100 giorni per chiudere l'Opg, ma c'è lo spettro di un nuovo slittamento PDF Stampa
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di Francesco Turchi

 

Il Tirreno, 6 gennaio 2015

 

La denuncia del radicale Massimo Lensi: "Non si sa ancora che fine faranno gli internati. E se resta la struttura carceraria nelle ex scuderie, addio rilancio della Villa Medicea". Il sindaco Masetti: "La task-force va avanti".

Meno di cento giorni per mandare in pensione l'Ospedale psichiatrico giudiziario. Lo dice la legge, l'ha ribadito il presidente della Regione Enrico Rossi: entro il 31 marzo Montelupo dovrà riappropriarsi della Villa Medicea . E già si lavora al post-Opg. Ma c'è chi non ci crede. Una delegazione di radicali fiorentini dell'associazione "Andrea Tamburi", guidata da Massimo Lensi ha visitato la struttura e parlato con guardie e vertici dell'Opg: "Dal nostro incontro - spiega l'ex consigliere provinciale - è emerso un clima di grande incertezza.

La situazione è molto complicata e non è facile capire che cosa accadrà realmente a partire dal prossimo 31 marzo, se ci sarà effettivamente la chiusura dell'Opg o se alla fine sarà concessa una proroga. Di fatto - al momento - al di là degli annunci la Regione non si è mossa per superare gli Opg attraverso la realizzazione dei Rems (Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria), nonostante i soldi a disposizione ci siano".

Insomma, la chiusura attesa da anni, non è così scontata. Già nel 2011 lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva espresso la necessità di mettere fine al più presto all'Opg che nel 2012 venne chiuso in parte per gravi carenze dal punto di vista igienico. Poi il ministero dell'Interno, dopo lo spostamento forzato degli internati che stavano in stanze prive di riscaldamento e di acqua calda, spese oltre 5 milioni per interventi di ristrutturazione. L'idea era quella di confermare la destinazione a carcere una volta che fosse ultimato il trasferimento dei detenuti-pazienti in piccole strutture secondo la regione di provenienza.

Lensi snocciola i numeri. Attualmente gli internati sono 121, in aumento rispetto ai 106 di un anno fa (in tutta Italia sono circa 900-1.000). "Il problema di fondo sta nel nostro codice penale. Finché il giudice avrà la facoltà di riconoscere "l'incapacità di intendere e di volere" a chi commette un reato, gli Opg non saranno superati". Dei 121 reclusi, ci sono una quarantina di toscani e umbri (gli altri provengono da Sardegna e Liguria), la metà dei quali considerati "non dimissibili" perché socialmente pericolosi.

Che di conseguenza, sulla base della regionalizzazione degli internati, dovranno essere presi in carico dalla Regione Toscana: "Che fine faranno queste persone? Si parla di trasferirle in strutture residenziali di semi-sorveglianza o - a nei casi meno gravi - affidarli a percorsi di reinserimento con assistenza domiciliare.

Ma il punto da sciogliere è per quei casi, considerati più gravi, che rischiano di finire in strutture di sorveglianza perimetrale, i cosiddetti Rems, a tutti gli effetti dei mini-Opg. Si parla, infatti, di trasferire gli internati gravi nel vecchio carcere femminile di Empoli, a Massa Marittima o a Solliccianino, oppure di creare una nuova struttura a La Badia di San Miniato. Quest'ultima ipotesi però è difficilmente percorribile in tempi brevi: per la realizzazione i soldi ci sono ma servono almeno tre anni di lavori".

Lo scorso 15 dicembre, nel corso di un incontro pubblico alla presenza del sottosegretario Luca Lotti, degli assessori regionali Vittorio Bugli e Luigi Marroni, del presidente della Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini, Enrico Rossi aveva consigliato per la futura riqualificazione dell'Ambrogiana un "mix di servizi tra centro congressuale e albergo di lusso, non escludendo "l'intervento di sostegno della stessa Cassa depositi e prestiti".

Ma la strada - secondo i radicali - è difficilmente percorribile: "Una cosa è la Villa Medicea (che attualmente ospita soltanto uffici, ndr) e un'altra - sottolinea Lensi - sono le ex scuderie, dove vivono gli internati, che sono state ammodernate grazie ai recenti investimenti. Ma i loro destini sono legati a doppio filo. Perché tutto fa pensare che le ex scuderie resteranno una struttura carceraria, anche se c'è da capire di quale tipo: centro di osservazione psichiatrica, "valvola di sfogo" per Sollicciano, che ha gravi problemi di sovraffollamento, o nuova sede per le detenute della casa circondariale empolese di Pozzale. In ogni caso difficilmente si troveranno privati pronti a investire su un albergo a poche decine di metri da una struttura carceraria. Per "liberare" veramente l'Ambrogiana si dovrebbe abbattere il muro di cinta ed eliminare qualsiasi tipo di immobile destinato alla reclusione".

Perplessità condivise dal sindaco di Montelupo, Paolo Masetti, che però puntualizza: "Anche lo stesso l provveditore del ministero della giustizia Carmelo Cantone, sempre nell'incontro del 15 dicembre 2014, ha posto dubbi sulla permanenza di una struttura carceraria, che effettivamente non sarebbe compatibile con il rilancio della Villa. Comunque nei prossimi giorni - come avevo già preannunciato - convocherò un gruppo di lavoro con tutti i soggetti coinvolti: serve una vera task-force, siamo di fronte a un puzzle nel quale tutti gli attori (Comune, amministrazione penitenziaria, Demanio e Regione) devono mantenere gli impegni presi".

Poi puntualizza: "L'albergo di lusso nella Villa Medicea è soltanto una delle ipotesi in campo. La struttura dell'Ambrogiana è troppo grande per essere interamente destinata a fini pubblici. Per questo stiamo pensando a un centro polifunzionale, con albergo, area museale, un'altra porzione destinata a servizi pubblici".

 
Latina: i Radicali in visita al carcere accompagnati dallo scrittore Antonio Pennacchi PDF Stampa
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Ansa, 6 gennaio 2015

 

Una delegazione dei Radicali Italiani, nell'ambito dell'iniziativa politica Satyagraha di Natale con Marco Pannella, ha fatto visita questa mattina alla casa circondariale di Latina, dopo le tappe a Regina Coeli, Rebibbia e Sollicciano. Alla visita hanno partecipato Ilari Valbonesi, membro del Comitato nazionale Radicali italiani, e Alessio Fransoni, accompagnati dal vicesindaco di Latina Enrico Tiero e dallo scrittore pontino Antonio Pennacchi.

"Il sovraffollamento carcerario - ha spiegato al termine della visita Ilari Valbonesi - è un dato di fatto. La sentenza Torreggiani ha già condannato l'Italia ma il Governo non sembra particolarmente preoccupato di garantire reali condizioni dignitose alla popolazione carceraria. I Radicali hanno consegnato un dossier al Consiglio d'Europa, ma tutto questo non è mai stato preso in considerazione".

Per quanto riguarda nello specifico il carcere di Latina, Ilari Valbonesi e Alessio Fransoni hanno sottolineato le carenze strutturali dell'edificio, non adeguatezza del supporto psicologico offerto ai detenuti e gli spazi ridotti, sottolineando tuttavia come, all'interno della struttura, "il principio di rieducazione sia stato comunque ben recepito e applicato". Lo scrittore Pennacchi ha invece descritto la casa circondariale di Latina come un luogo freddo e buio e ha lamentato il fatto di non essere riuscito ad avere contatti diretti con i detenuti, di non aver potuto dialogare con loro.

"Non sono mai stato dei Radicali - ha spiegato Pennacchi alla stampa a margine della visita - ma ho favorevolmente accolto il loro invito perché credo che il carcere va conosciuto e visitato. Noi siamo il Paese di Beccaria, il Paese che per primo ha riflettuto sui delitti e sulle misure di detenzione. Questo concetto della rieducazione e del recupero nasce in Italia, dobbiamo ricordarlo. Chi come me racconta storie sa bene che il bene e il male convivono dentro ognuno di noi". Fransoni ha infine ricordato che nella struttura sono attualmente ospitati 122 detenuti, contro una capienza di circa 75, la gran parte dei quali in attesa di giudizio.

 

In cella al freddo e al buio, di Rita Cammarone (Corriere di Latina)

 

"Satyagraha di Natale con Marco Pannella", a Latina vietato parlare con i detenuti. Pennacchi "indigesto" alla direzione. In cella al freddo e al buio. È questa la situazione dei detenuti, presso la casa circondariale di Latina, riscontrata questa mattina dalla delegazione dei Radicali nell'ambito dell'iniziativa "Satyagraha di Natale con Marco Pannella", finalizzata alla rimozione immediata delle cause strutturali che fanno delle carceri italiane luoghi di trattamenti inumani e degradanti, l'introduzione del reato di tortura nell'ordinamento penale italiano, l'abolizione dell'ergastolo, la nomina del Garante Nazionale dei Detenuti, il rafforzamento del diritto alle cure e alla salute, l'affermazione della legalità nell'amministrazione della giustizia penale e civile, a tutela delle regole fondamentali della democrazia.

Le porte del carcere di via Aspromonte questa mattina si sono "aperte" per consentire la visita programmata di Ilari Valbonesi (membro del Comitato nazionale Radicali Italiani), Alessio Fransoni, il vice sindaco Enrico Tiero e il Premio Strega di Latina, lo scrittore Antonio Pennacchi. Una visita a metà, con porte aperte sì, ma senza possibilità di colloquio con i detenuti e con un Pennacchi indigesto, forse, alla direzione. Un incidente diplomatico?

Tutt'altro, considerando che il "personaggio" sarebbe risultato poco gradito in quanto non rappresentativo di alcuna istituzione. Al suo passaggio in cortile però il riscatto: alcuni detenuti presenti lo hanno riconosciuto e gridato "Forza Latina". "Io ho risposto con un saluto - ha raccontato lo scrittore - ma con loro avrei voluto parlare. Ho accettato l'invito dei Radicali proprio per loro. Perché nelle carceri ci sono persone e non soltanto delinquenti".

E se Tiero ha dovuto abbandonare la visita alle sue prime battute per impegni istituzionali, i due radicali e lo scrittore pontino hanno portato a termine la loro missione nei limiti del possibile. Non una parola con i detenuti: l'autorizzazione concessa, ha spiegato la Valbonesi, non lo prevedeva a differenza di ciò che è stato consentito nel corso delle visite organizzate per la "Satyagraha di Natale con Marco Pannella". La direzione del carcere si sarebbe trincerata dietro all'assenza di un parlamentare.

"Già - ha commentato Pennacchi - perché lì dentro la direzione avrebbe voluto solo politici. Fin quando è stato presente Tiero l'atteggiamento è stato ben diverso". Nessuna parola e soprattutto nessun dato: oltre alle cifre già note (122 ospiti, la quasi totalità - fatta eccezione della trentina di donne presenti - in attesa di giudizio), la direzione del carcere, come riferito dalle delegazione, non avrebbe fornito alcunché. Pare che a mettere i responsabili della struttura carceraria di via Aspromonte sulla difensiva siano stati gli "effetti" di un servizio di Report.

Alla nota trasmissione di Raitre sarebbe stata contestata l'elaborazione dei dati forniti. Ma la storia di oggi è un'altra. Incontrovertibile. Un carcere freddo e buio. Due condizioni che - ci tiene a precisare Fransoni - nulla hanno a che vedere con la pena e quindi né con la limitazione della libertà né con la rieducazione. Il freddo e il buio sono una tortura. Il freddo e il buio che nel carcere di Latina dipendono da una questione strutturale: si tratta di un edificio degli anni Trenta che oggi è compromesso da una forte umidità e da ambienti, come l'infermeria, che d'estate raggiungono temperature elevatissime e d'inverno diventano una ghiacciaia.

Insomma, a Latina una casa circondariale in linea con la media dei carceri italiani: fatiscenti, sovraffollati con scarsa assistenza sanitaria e psicologica. Nella struttura, con 122 "ospiti" per una capienza di 76, sono state notate celle con letti a castello a tre piani. E i numeri starebbero stretti anche in termini di metri quadrati a disposizione di ogni singolo detenuto. "Spesso si bara - ha detto Fransoni in generale - sulla superficie calpestabile dove lo spazio occupato dal letto non viene sottratto alla metratura della cella".

Insomma, nulla di buono in via Aspromonte? A sorpresa una nota positiva: il personale del carcere. La delegazione oggi se non ha potuto avere alcun contatto diretto con i detenuti ha potuto però parlare con il personale della casa circondariale e con gli agenti di Polizia penitenziaria. "Grandissima umanità da parte del personale tutto - ha riassunto Pennacchi - e una direzione fredda".

"Il personale del carcere di Latina - ha spiegato la Valbonesi - ci è sembrato consapevole delle problematiche e del valore della rieducazione, dotato di buona volontà. Ma non è facile portare avanti iniziative di rieducazione in un contesto di transito (detenuti in attesa di giudizio) e con popolazione di nazionalità diverse".

Pennacchi ha donato alla biblioteca del carcere alcune copie dei suoi libri. "Il minimo che potessi fare - ha detto -. Dopo il Premio Strega sono stato invitato a Rebibbia e nel carcere "San Michele" di Alessandria. In entrambi ho potuto parlare con i detenuti. Oggi è stata la prima volta che ho visitato il carcere della mia città. Se sapevo che non avrei potuto avere un colloquio diretto con gli ospiti non ci sarei neanche venuto. Non sono mai stato radicale, e Marco Pannella non mi è mai piaciuto a differenza di Emma Bonino. Ma appena ricevuto l'invito dei radicali a partecipare a questa iniziativa ho detto subito di sì". Pennacchi ha citato Cesare Beccaria: "Nelle carceri non ci sono solo delinquenti, ma persone. Le persone sono qualcosa di più. Siamo il paese di Beccaria...

Il concetto di recupero è un'altra storia e per chi racconta storie come me sa che il bene e il male stanno dentro ognuno di noi. Lì dentro (in galera) ci possono finire tutti". In quanto alle carenze strutturali del carcere di via Aspromonte il Premio Strega si è detto contrario ad una delocalizzazione della struttura fuori il centro della città: "Sono d'accordo nel realizzare un nuovo carcere e un nuovo stadio esattamente dove stanno adesso".

 
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