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Benevento: dieci detenuti-operatori per la raccolta differenziata PDF Stampa
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Il Sannio, 22 aprile 2015

 

Casa Circondariale di Benevento, reparto a Custodia Attenuata: il via alla raccolta differenziata dei rifiuti. Alla regia Marilena Palladino, docente di Pontelandolfo esperta in materia ambientale e titolare della società Gcst.Eco srl, e Lino Fiscarelli, nel ruolo di tutor.

Nell'ambito di un corso che ha abilitato 10 detenuti alla professione di operatore per la raccolta differenziata dei rifiuti, promosso dalla Regione Campania per il tramite dell'ente di formazione Avs Group, si e dato il via al progetto di raccolta differenziata all'interno del settore a Custodia Attenuata che ospita circa 100 detenuti.

Argomento di grande attualità ed interesse che ha visto tutti impegnati con grande successo. La sinergica collaborazione tra il docente, il tutor, la direzione, l'arca trattamentale ed il Corpo di Polizia ha permesso che, dopo un mese e mezzo di lavori, si raggiungesse lo scopo di trasmettere un concetto rilevante: i rifiuti sono una risorsa. In atto, quindi, la raccolta di umido, multimateriale riciclabile e indifferenziato secco, che nei giorni stabiliti la municipalizzata azienda Asia di Benevento, prezioso collaboratore, ritira durante la settimana.

I detenuti hanno subito fatto proprio il regolamento interno, dando esempio di grande civiltà, decoro e rispetto per l'ambiente. Il corso si è sviluppato in tre fasi. A quella puramente didattica è seguita la vagliatura manuale dei rifiuti, mentre nella parte finale si è data "libertà" alla creatività dei detenuti con il "riciclo creativo". Hanno fatto arte utilizzando i propri rifiuti. Tappi, bicchieri, bottiglie di plastica, residui di saponette hanno dato vita a vere e proprie sculture e oggetti di arredo.

"Quando sono stata contattata per questo progetto dall'Ente di formazione - ha dichiarato la docente Palladino - ho avuto molte remore e prima di accettare l'incarico ho riflettuto a lungo. Si trattava di un mondo sconosciuto, che spaventa, eppure parte della realtà in cui viviamo. Le paure hanno lasciato subito il posto ad una grande grinta che mi veniva trasmessa da persone che, sebbene abbiano commesso un errore, sono pronte a ricominciare; a noi educatori tocca dare tutto quanto nelle nostre possibilità per riabilitarli.

Un ambiente sereno quello del reparto a Custodia Attenuata. I detenuti lavorano, studiano e il tutto è possibile grazie all'interesse attivo della direttrice M.L. Palma e delle educatrici dell'area trattamentale, persone competenti e professionali, e al Corpo di Polizia coadiuvato dall'ispettore Nicola Soreca. Tutti loro mi hanno preso per mano il primo giorno e accompagnata fino all'ultimo.

 
Reggio Calabria: seminario "Detenuti e Lavoro", l'occasione arriva da 30 imprese solidali PDF Stampa
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www.strettoweb.com, 22 aprile 2015

 

Durante il seminario intitolato "Detenuti e Lavoro" si sono illustrati i risultati del progetto Agis (Agenzia inclusione sociale): 30 imprese solidali si sono dichiarate disponibili ad accogliere persone provenienti da circuiti penali. Si è tenuto ieri, presso il Palazzo della Provincia di Reggio Calabria, il seminario intitolato "Detenuti e Lavoro", nel corso del quale si sono illustrati i risultati del progetto Agis (Agenzia inclusione sociale), avviato a giugno dell'anno scorso e teso all'inserimento lavorativo e sociale di persone provenienti da circuiti penali e dei loro familiari.

Come è stato attestato, e riportato anche quest'oggi su La Gazzetta del Sud, lo sportello Agis, sito negli uffici comunali al Cedir, ha registrato 120 contatti: si sono riuscite ad orientare 42 persone, tra le quali 6 donne. Presente all'incontro, moderato da Giuseppe Carrozza, anche Maria Angela Ambrogio, della Cabina di regia Agis, che ha sottolineato l'importanza del percorso intrapreso, basante non solo su un modello orientativo, ma anche su un supporto psicologico da offrire a questa gente. A tale scopo sono orientate 30 imprese solidali, che si sono dichiarate disponibili ad accogliere persone provenienti da circuiti penali, anche se è difficile assicurare loro un futuro lavorativo in quanto il progetto non prevede borse di studio. Un tentativo di inclusione sociale, quindi, che però risulta frenato soprattutto dalla scarsità di fondi a disposizione.

 
La Ue e i migranti: repressione più che accoglienza PDF Stampa
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di Anna Maria Merlo

 

Il Manifesto, 22 aprile 2015

 

Verso il Consiglio straordinario. Bruxelles studia l'ipotesi di "operazioni militari" contro i trafficanti. L'obiettivo di Frontex resta sempre lo stesso: difendere la fortezza Europa. Le proposte della Commissione. La protesta delle associazioni umanitarie. La Ue sarà più "solidale", come afferma Matteo Renzi, ma questa solidarietà si esprime senza uscire dai criteri che hanno portato alla creazione di Frontex, dieci anni fa e, alla fine dell'anno scorso, del suo programma Triton: sorvegliare e punire, respingere il più possibile i migranti disperati che cercano di scalare la fortezza Europa. Tra i dieci punti presentati dalla Commissione per rispondere nell'immediato all'emergenza dei 1600 morti in neanche quattro mesi di questo 2015 (un morto ogni due ore, in media), ve ne sono alcuni molto problematici: Bruxelles propone al Consiglio europeo straordinario di domani dei capi di stato e di governo di organizzare una più precisa lotta ai trafficanti, di bloccare le strade utilizzate dai migranti, di sequestrare e distruggere i barconi.

La portavoce della Commissione per le questioni di immigrazione, Natasha Bertaud, ha evocato ieri una possibile "azione militare e civile" per colpire i trafficanti. Ipotesi confermata in serata anche dal ministro degli Interni italiano: "Abbiamo fatto una richiesta chiara per ottenere azioni mirate in Libia, in un quadro di legalità internazionale. Siamo alla ricerca di consenso internazionale per affondare i barconi dei trafficanti di esseri umani" prima che partano, ha detto Alfano.

Sarebbero quindi allo studio interventi mirati, in Libia, per bloccare le partenze dei migranti. Le organizzazioni umanitarie sono insorte ieri contro queste ipotesi, che privilegiano la repressione e lasciano poco spazio al miglioramento dell'accoglienza. La rete Migreurop, che da tempo lotta per un Frontexit (cioè per l'abolizione di Frontex), accusa la missione di avere come solo scopo quello di impedire ai migranti di arrivare sul territorio europeo. Per Claire Rodier di Migreurop, autrice di un libro sul business dell'immigrazione, ci sono grandi "zone d'ombra" in Frontex, che opera in modo incompatibile con il rispetto dei diritti umani. Critiche severe a Frontex anche da parte di Jean-François Dubost, di Amnesty International France: "La strategia della Ue è: non facciamo nulla che faccia venire voglia di venire" in Europa.

La conferma dell'approccio prevalentemente repressivo viene dalla stessa Frontex: la portavoce, Izabelle Cooper, ha ieri puntato i riflettori soltanto contro i trafficanti, che "fanno miliardi di business obbligando uomini e donne a imbarcarsi su minuscole imbarcazioni, senza giubbotti di salvataggio".

La Ue si ripara dietro la lotta ai trafficanti e propone di bloccare le partenze all'origine. Le politiche migratorie restano nella Ue una responsabilità dei singoli stati. Giovedì, per François Hollande il Consiglio "non può prendere decisioni ordinarie". Nei dieci punti della Commissione c'è anche la "schedatura" dei migranti e un rinvio più veloce di coloro che non vengano considerati candidati al diritto d'asilo. In altri termini, ci si avvia verso una repressione che, partendo dai trafficanti, colpirà soprattutto le persone che la situazione disperata in cui vivono spinge ad emigrare. Bruxelles chiede ai paesi membri una maggiore solidarietà verso i paesi del sud Europa - Italia, Grecia, Spagna e Malta - dove arrivano i migranti, suggerendo una ripartizione dei candidati all'asilo tra i 28 (si parla di circa 5mila persone al massimo).

 
La svolta dell'Ue "Operazione militare contro gli scafisti" PDF Stampa
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di Vincenzo Nigro

 

La Repubblica, 22 aprile 2015

 

Alfano: "Dopo l'ok dell'Onu bombarderemo i barconi" Il premier Renzi chiama Ban Ki-moon per il via libera. Potrebbe essere la prima "guerra" dell'Unione europea, la guerra agli schiavisti del 21° secolo. Un'operazione di polizia internazionale condotta con mezzi militari, con un obiettivo principale nel mirino: i barconi degli scafisti in Libia, ma anche tutta la struttura di comando e controllo del traffico di esseri umani che attraversa quel paese.

Con un obiettivo parallelo e non secondario: quello di essere pronti a colpire anche i miliziani dell'Is, o comunque i jihadisti che in Libia hanno giurato fedeltà al califfato di Al Baghdadi. Per questi obiettivi ieri il governo italiano si è messo al lavoro innanzitutto con i partner europei, per garantire supporto alla proposta e partecipazione a una possibile operazione militare. Il premier Matteo Renzi ha telefonato al presidente Ue Donald Tusk, ma anche al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon per annunciargli le linee guida della proposta italiana che, se approvata dalla Ue, avrebbe bisogno di essere battezzata dal Consiglio di Sicurezza Onu per avere un timbro di legittimità internazionale definitivo.

L'obiettivo lo conferma apertamente il ministro degli Interni Angelino Alfano: "Affondare i barconi degli scafisti, impedire che partano. Noi da soli non possiamo farlo ed è in corso un negoziato con Onu e Ue per avere, in un quadro di legalità internazionale l'autorizzazione a questo intervento". Domani, quando a Bruxelles i leader dei 28 paesi europei si incontreranno per un vertice d'emergenza, si troveranno sul tavolo i "10 punti" preparati dal commissario all'immigrazione Dimitris Avramopoulos e approvati lunedì dai ministri degli Esteri.

Con l'aggiunta della richiesta italiana di autorizzare operazioni di "polizia internazionale" contro gli scafisti che trovano base in Libia e di rafforzare la missione Triton. "L'ondata emotiva del disastro umanitario di Lampedusa dell'autunno del 2013 portò a Mare Nostrum, cioè a un'operazione soltanto italiana", dice una fonte a Palazzo Chigi, "adesso quello che stiamo provando a costruire è una reazione collettiva, dell'Europa, autorizzata dall'Onu, che tenga insieme gli aspetti del soccorso umanitario con quelli della tutela della sicurezza".

Ieri mattina Natasha Bertaud, portavoce in materia di immigrazione della Commissione, ha confermato apertamente della possibile "operazione militare", spiegando che le imbarcazione degli scafisti verrebbero sequestrate e distrutte da "una missione militare e civile dell'Unione europea". La funzionaria ha fatto un paragone con la missione Ue "Atalanta" contro i pirati al largo delle coste somale. A Palazzo Chigi sono già arrivati i primi echi di alcune esitazioni fra alcuni partner europei, ma il pressing è continuato per tutta la serata. Renzi ha parlato con leader europei grandi e piccoli, si è già assicurato il sostegno di Grecia, Francia e Cipro, paesi con cui l'Italia condivide il tema dell'emergenza migranti con quello della stabilizzazione della Libia.

 
Questo "mare nostro" che si riempie di morti. Fratellanza, quanto sei lontana PDF Stampa
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di Fausto Bertinotti

 

Il Garantista, 22 aprile 2015

 

La tragedia è sotto gli occhi di tutti. I fatti sono drammatici. Questo mare nostro che si riempie di morti, che mette in mostra una nuova strage degli innocenti... Il nostro mondo della comunicazione e dell'immagine ci riempie gli occhi di ciò che non vorremmo vedere. Penso che in molti vivano con sofferenza e un disagio profondo queste intollerabili visioni di corpi devastati e fatti scomparire. Eppure è come se quel mare in cui sprofonda la nostra civiltà ne coprisse anche l'orrore. Così come in un mondo parallelo e separato, tutto nella nostra vita continua a scorrere "normalmente".

La nostra normalità prevede, anche quando gli appare inaccettabile, la loro morte. È come se si fosse scavato un solco tra due umanità. La prima è quella interna alla "cittadella", forse potremmo cominciare a chiamarla "fortino". In questa cittadella, pur stracarica di violenze, ingiustizie, sopraffazioni, e pervasa dall'alienazione, l'attesa di vita si prolunga e la scienza sembra accarezzare il sogno (l'incubo) dell'immortalità. Mentre si affaccia persino l'idea, come nel Golem, di generare vita in laboratorio.

Fuori dalla cittadella l'attesa di vita è una nozione impraticabile. La vita può essere spezzata, oltre che "fisiologicamente" dalla povertà, improvvisamente da una carestia, da una guerra, da un'impresa terroristica, da un viaggio verso la cittadella agognata che si rivela ancora una volta, invece, portatrice fuori da sé di morte.

Noi stiamo affacciati sul Mediterraneo. Ci avevano insegnato che poteva essere un mare di pace, di dialogo tra i popoli. Ci avevano detto che poteva essere il luogo delle traduzioni. Insomma, un ponte. È il crocicchio dove si incrociano le tre grandi religioni monoteistiche. Quando tra esse è prevalsa una volontà di sopraffazione, è stata la guerra, sono state le occupazioni. Quando hanno saputo convivere e hanno ereditato i segni di una civiltà che si è venuta costruendo contro le guerre, hanno contribuito invece a fare del Mediterraneo un luogo aperto, carico di speranze, di bellezze e di esperienze straordinarie.

Se vai in Sicilia e ti guardi attorno ne puoi respirare l'aria. In quella Gibellina devastata da un terremoto, uomini di buona volontà hanno dato vita, con le Orestiadi, alla possibilità di poter identificare le tracce che hanno visto diversi popoli affacciati sul Mediterraneo realizzare gli stessi mestieri, fare le stesse cose, dipingere gli stessi colori, quasi a formare la mappa della possibile Costituente di un popolo, quello del Mediterraneo, capace di far convivere le sue diversità in un sentire comune. Ora è proprio questa unitarietà che viene spezzata, generando una drammatica perdita per tutti e una crisi di civiltà nella quale gli uni crepano e gli altri sembrano condannati all'indifferenza (almeno rispetto alla necessità di fare).

Si discuterà molto sulle misure immediate da adottare, sulla lotta contro gli organizzatori dello sfruttamento della morte. Si discuterà molto della necessità di un coinvolgimento dell'Europa. (Intendiamoci, sono tutte discussioni necessarie, tanto più se capaci di realizzare un mutamento profondo rispetto agli attuali comportamenti dei governanti).

Saremo costretti persino a scontrarci con chi questa nostra fortezza vorrebbe munire di armi e munizioni per respingere l'orda barbarica, che è ciò che ai loro occhi appare di un'umanità dolente e disperata. Ma nulla potrà fermare il grande esodo. E allora forse bisognerebbe ricominciare da una delle grandi parole con cui la Rivoluzione francese ha aperto il libro della storia moderna: Fraternità.

Per questo, mentre le parole della politica si ingarbugliano e non comunicano alcunché, la domanda di accoglienza rivolta da Papa Francesco all'Europa ha un timbro chiaro e chiede in realtà un riordinamento dell'intera politica dell'Europa. Verso l'esterno come al proprio interno.

Ci sono domande che non possono più essere allontanate. Che cosa ha originato il clima endemico di guerra che ha investito i paesi del Nord Africa, dove stanno saltando, ad una ad una, tutte le costruzioni dell'assetto neocoloniale e della sua eredità? Che cosa ha provocato, nel profondo di quelle società, il cinico sostegno dell'Occidente a qualsiasi regime che non contraddicesse i suoi interessi materiali? Che cosa ha lasciato sul terreno la crisi dell'ultima grande stagione politica di quei paesi, quella del panarabismo e della de-colonizzazione? Perché interi paesi nei quali quelle politiche e i leader di quelle politiche non avevano subito alcuna contaminazione dall'Islam politico, hanno visto quest'ultimo diventare protagonista della loro storia? Perché i conflitti inter-religiosi che sembravano confinati nella memoria di un lontano passato stanno occupando in maniera così devastante i territori della politica?

E perché la teoria e la pratica della guerra preventiva, della guerra permanente, del conflitto di civiltà in Occidente non sono state sconfitte e hanno aperto la strada, a partire dall'Iraq, a una storia che oggi diventa ingovernabile? Se non si risalirà, attraverso questi interrogativi e la risposta ad essi, alle cause prime di questa immane tragedia, essa sarà destinata a ripetersi e noi non potremo dichiararci innocenti. Ma c'è una questione forse ancora più ostica che andrebbe affrontata. E qui ne accenniamo soltanto.

Questa questione ha un nome preciso. Si chiama "capitalismo". Si è riaperta, tra i fautori del pensiero critico, una discussione sulla collocazione della accumulazione originaria nella storia del capitalismo. La tesi che si viene proponendo e che, ahimé, appare convincente, è che essa non appartenga solo alla protostoria del capitalismo, ma, al contrario, che essa ne accompagni lo sviluppo sino ai nostri giorni. Specie nelle fasi di crisi. Insomma, la violenza della spoliazione si rivelerebbe necessaria al capitalismo per riattivare l'accumulazione altrimenti bloccata. Di questa spoliazione a noi sta venendo addosso un portato terribile. Il ricorso necessario alla Fraternità, la capacità di vedere in quelle vite distrutte la sorte dei tuoi fratelli, dovrebbe accompagnare, insieme a una capacità di accoglienza finora sconosciuta, la rinascita di un pensiero critico all'altezza di questo mostruoso capitalismo.

 
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