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Cuneo. Criticità strutturali e logistiche delle carceri: quale ruolo per i Garanti dei detenuti PDF Stampa
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di Sara Galliano


cuneo24.it, 24 gennaio 2020

 

Conferenza stampa giovedì 30 gennaio in Provincia a Cuneo con i Garanti dei detenuti del Piemonte e della Granda. Giovedì 30 gennaio 2020 alle 17 nel palazzo della Provincia di Cuneo (Sala Giolitti) si parlerà di carcere: qual è la situazione delle strutture carcerarie del cuneese? Come si sviluppa il ruolo dei Garanti dei detenuti? Qual è il rapporto tra carceri e territorio?

Per cercare di dare una risposta a queste domande interverranno il presidente della Provincia Federico Borgna e l'onorevole Bruno Mellano, da poco confermato Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte. Sono attesi anche i Garanti comunali della provincia di Cuneo, in carica e decaduti, Alessandro Prandi, Mario Tretola, Rosanna Degiovanni, Paolo Allemano e Bruna Chiotti.

Prendendo spunto dal quarto Dossier delle criticità strutturali e logistiche relativo alle carceri piemontesi, si affronteranno gli aspetti logistici dell'esecuzione penale in carcere nel cuneese, con la consapevolezza che anche il miglior ordinamento o il più avanzato regolamento penitenziario debba poggiare le proprie basi in un contesto determinato e reale di risorse strutturali e umane legate al territorio di riferimento.

Il territorio cuneese offre molti spunti di riflessione sulla situazione carceraria. Decidere di trasformare la Casa di reclusione di Saluzzo in un carcere tutto dedicato a detenuti di "Alta Sicurezza" (capienza regolamentare 468) comporterà una trasformazione delle varie attività dell'istituto, in primis quelle in capo all'Amministrazione penitenziaria, ma anche quelle assicurate dalle altre amministrazioni che concorrono a fornire servizi alla comunità penitenziaria. Si pensi alla sanità, alla formazione, all'istruzione, alle politiche sociali, alle politiche del lavoro (tutte in carico alla Regione), ma anche i progetti e le iniziative degli enti locali volti al reinserimento sociale o alla valorizzazione del potenziale lavorativo dei reclusi, soprattutto in chiave di restituzione e riparazione del danno.

Saranno messi in discussione dalla modifica della popolazione detenuta. Semplicemente le progettualità che con la media sicurezza sono per lo più rivolte verso l'esterno, con l'Alta Sicurezza devono essere necessariamente rivolte all'interno dell'istituto, ma una simile "conversione" delle attività è quasi mai possibile, soprattutto perché si scontra con gli spazi e l'organizzazione del carcere. Infine, l'impatto che può avere un carcere di circa 500 detenuti "As", afferenti quindi alle grandi organizzazioni criminali del nostro Paese, sul tessuto socio-economico di una cittadina medio-piccola è da presidiare con attenzione e senza pregiudizi.

Continuare a rimandare l'inizio dei lavori di ristrutturazione della Casa di reclusione "Giuseppe Montaldo" di Alba (chiusa ormai da quattro anni in attesa del ripristino dell'impianto idraulico), o lasciare ancora nell'indeterminatezza la questione del padiglione "ex-giudiziario" della Casa Circondariale "Cerialdo" di Cuneo (chiuso da circa dieci anni in attesa di un intervento di riqualificazione degli impianti), sono solo alcuni esempi di come non ci siano le basi migliori per un serio ragionamento di sistema che veda ciascun attore responsabile per la propria parte in un gioco di squadra che abbia chiari gli obiettivi condivisi e le finalità ultime dell'esecuzione penale. A tutto ciò si aggiunga la necessità di rifunzionalizzazione degli spazi attualmente non utilizzati per la piena valorizzazioni delle funzioni trattamentali della Casa di reclusione a custodia attenuata di Fossano, unica in Piemonte.

 
Roma. Il Cappellano: "In carcere non vedo mostri, ma persone povere, sole e bisognose" PDF Stampa
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di Antonio Tiso


romah24.com, 24 gennaio 2020

 

"Non possono marcire dentro. Oggi Rebibbia è una scuola di rabbia, violenza e delinquenza, dove i carcerati non sono rispettati nei loro diritti e nella loro dignità". Sono le parole di padre Lucio Boldrin, parroco per 16 anni alla Santissima Trinità di via Marchetti, oggi Cappellano del carcere di Rebibbia. Al negozio Kent di viale Somalia, ieri mercoledì 22 gennaio, ha raccontato la sua drammatica esperienza. Erano in tanti ad ascoltarlo. Il suo è stato un racconto duro ed emozionante. Padre Lucio, veronese di origine, la domenica alle 12 dice messa a Santa Croce al Flaminio, ma in settimana spende molto del suo tempo al 41bis, il reparto speciale che ospita i mafiosi.

"Ho a che fare con personaggi che raramente si pentono. Ci sono ragazzi del 1997, si sono abbeverati di una realtà mafiosa da cui non escono fuori". Il cuore del suo discorso è andato però agli invisibili, gli autori di reati comuni che scontano pene vivendo in condizioni terribili: "Il reato va punito, ma le persone vanno rispettate".

Quello che il sacerdote cerca di spiegare ai presenti è che la detenzione, così com'è strutturata oggi, non è rieducativa: "I posti, sulla carta sono 2200, ma nella realtà la struttura ospita 2685 persone. Le stanze da 3 diventano da 6 e i bagni alla turca mettono in grande difficoltà i carcerati con più di 75 anni." Rebibbia è grande quattro volte Porte di Roma, eppure gli spazi a disposizione per le attività sono ridotti. "Ci sono gazebo dove ci si incontra coi familiari che sono rotti. Infiltrazioni alla chiesa, per la quale servono 40.000 euro per ristrutturare il tetto, altrimenti sarà chiusa. In generale non si fanno lavori di manutenzione: ci sono vetri rotti e acqua fredda. E anche gli agenti sono sotto organico".

Padre Boldrin, ha 61 anni ed è prete da 36. Ogni giorno entra a Rebibbia alle 8.30 del mattino ed esce la sera alle 19.30. "I clochard vengono messi dentro per reati banali, uno ha scontato 22 giorni perché ha rubato una pigna in un parco pubblico per mangiarne i pinoli. Un altro è stato messo in galera per 23 giorni per aver rubato una mozzarella". Il denaro fa la differenza anche nel carcere: "Ogni carcerato paga 118 euro al mese per avere il posto branda: a chi lavora viene detratto dalla busta paga. Idem per chi ha la pensione. Ma il problema è per chi non ha nulla e quando escono dal carcere, magari dopo 10 anni, arriva la lettera di Equitalia che chiede il conto". E cosa può fare dunque un cappellano in queste situazioni?

"Noi cappellani aiutiamo chi non ha niente, come gli stranieri che non hanno familiari, né la possibilità di chiamare a casa perché non possono permettersi una scheda telefonica". Secondo don Lucio in carcere ci sono persone per reati sotto i 18 mesi che potrebbero stare ai domiciliari. "Molti escono peggiori da Rebibbia, si potrebbe alleviare la loro condizione e quella dei familiari facendogli scontare la pena a casa o in una comunità".

A Rebibbia vivono 60 persone sopra i 75 anni, alcuni dei quali in carrozzina, altri ciechi, diabetici o con l'Alzheimer. "Un ragazzo di 40 anni è stato colpito 10 giorni fa da ischemia, ma ancora non è stato ricoverato". Quando padre Boldrini esce la sera ci sono mani tese tra le sbarre per mandargli un Sos. "È giusto che paghiamo, mi dicono, ma non siamo bestie, aiutaci a far sentire la nostra voce". Secondo il sacerdote il 98% dei detenuti rientra in carcere: "Questo è un fallimento totale. Quando escono si trovano senza sbocchi di lavoro.

Dopo 5, 10, 20 o 30 anni non hanno più niente fuori. Un carcerato di 75 anni mi ha detto: "Aiutami a morire in carcere, perché fuori non ho più nulla, né una casa, né una famiglia pronta ad accogliermi". Il carcere, così, non è più rieducativo. Ci sono carcerati che stanno 21 ore su 24 in cella. Ci sono analfabeti e un 3 - 4% che per me sono innocenti che nessuno ascolta. Molte persone sono state incastrate come prestanome o vivevano ai margini. Poi ci sono casi psichiatrici bombardati di medicine, che alla messa mi appaiono come zombie".

Secondo padre Lucio, non c'è pietà verso i detenuti neppure quando escono dal carcere: "Sono accompagnati fuori e lasciati su via Tiburtina. Un malato di Alzheimer di 82 anni, in carrozzina, è stato lasciato alla porta e lui chiedeva perché non portavano la cena. L'ho aiutato d'urgenza, trovando una casa famiglia a Velletri che lo accogliesse". Difficile anche farsi ascoltare a Rebibbia, tanto che alcuni detenuti arrivano a scelte estreme: "Qualcuno per farsi ascoltare si taglia il corpo o fa lo sciopero della fame. Poi dopo due giorni di infermeria, però tornano nel loro limbo".

 
Cesena. "Sbarre alle spalle", la realtà carceraria raccontata dai detenuti PDF Stampa
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cesenatoday.it, 24 gennaio 2020


Secondo i dati del Rapporto di Antigone al 30 aprile 2019 erano 60.439 i detenuti nelle carceri italiane, e il 4,4% sono donne (2.659). Le presenze dietro le sbarre sono cresciute di 800 unità rispetto al 31 dicembre 2018 e di quasi 3.000 rispetto all'inizio dello scorso anno.

Ma soprattutto oggi si registrano oltre 8 mila detenuti in più rispetto a tre anni e mezzo fa e il tasso di affollamento sfiora il 120%. Vivere in carcere non è facile, ma è altrettanto complesso il respiro della libertà a fine pena. Si parlerà anche di questo al convegno "Sbarre alle spalle, la realtà carceraria dal dentro al fuori" che si terrà sabato 25 gennaio dalle 9,30 alle 12 al Palazzo del Ridotto. Aperto al pubblico, l'evento gode del patrocinio del Ministero della Giustizia, del Comune di Cesena e di Techne.

Al centro della mattinata il racconto dei detenuti che narreranno il quotidiano di una vita che scorre lenta dietro le sbarre. Interverranno inoltre alcune figure di spicco della Casa circondariale di Forlì: la direttrice Palma Mercurio, Michela Zattoni, Comandante della Polizia Penitenziaria, Erika Casetti, Psicologa, Luigi Dall'Ara, Volontario dell'Associazione San Vincenzo De Paoli. Presente anche l'Assessore allo Sviluppo Economico, Legalità e Sicurezza Luca Ferrini.

Ampio spazio sarà poi riservato al rapporto tra il detenuto e il lavoro. Il tempo della detenzione deve essere riempito di contenuti, dall'istruzione alla formazione al lavoro. Le statistiche infatti attestano che il lavoro in carcere riduce fortemente la recidiva. In questa seconda parte della mattinata porteranno la propria testimonianza Lia Benvenuti, Direttore generale Techne, Stefano Fabbrica, Presidente Coop Sociale Lavoro Con, Pietro Bravaccini, Production Planner Vossloh-Schwabe Italia Spa e una persona detenuta.

Toccherà invece a Barbara Gualandi, Direttore Ufficio locale di Esecuzione esterna, e all'Assessora ai Servizi per le persone e le famiglie Carmelina Labruzzo illustrare l'ampia realtà dei servizi sociali che supportano il detenuto per il reintegro nella comunità e nella legalità.

 
Migranti. Perché le leggi "Sicurezza" sono ancora in vigore? PDF Stampa
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di Stefano Galieni


Left, 24 gennaio 2020

 

Non passa giorno senza che i tribunali rigettino quanto scritto nelle leggi simbolo dell'ex ministro dell'Interno. Liberarsi del peso materiale e simbolico dei decreti Sicurezza ormai convertiti in legge (il primo 132/2018 e il bis 53/2019) sembra a tratti possibile.

Poi basta un tentennamento, la perenne campagna elettorale, le difficoltà ad uscire da decenni di narrazioni tossiche e ci si ferma. Da queste pagine ne abbiamo scritto spesso, affrontando non solo gli aspetti più crudeli dei provvedimenti attuati nei confronti dei richiedenti asilo ma anche quelli che direttamente vanno ad incidere nella vita quotidiana di ognuno.

Un esempio. Il 17 gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che disciplina l'utilizzo del taser, la pistola elettrica, da parte delle forze di polizia. Dopo un periodo di sperimentazione in 12 città ora occorrerà solo l'avallo del Consiglio di Stato ed un ulteriore passaggio in Cdm per rendere ordinario l'utilizzo di tale strumento, che negli Usa miete vittime ogni giorno e che pare incomprensibile di fronte ad un continuo calo dei reati.

Nel dibattito pubblico, a partire da quanto affermato dalla ministra Luciana Lamorgese che ha sostituito l'ideatore dei decreti Sicurezza, emerge l'ipotesi di una loro modifica, almeno per quanto riguarda gli aspetti più incostituzionali, soprattutto quelli riguardanti l'immigrazione. Non passa quasi giorno che le sentenze dei tribunali e le difficoltà ad applicare alcune norme portino a dover smentire quanto già pubblicato in Gazzetta ufficiale.

Il 19 dicembre è stata dissequestrata la nave della Ong Sea Watch che ha vinto il processo d'appello al tribunale di Palermo, lo stesso giorno veniva emanata dal Viminale una circolare che, se applicata, avrebbe messo in strada, entro il primo gennaio, migliaia di richiedenti asilo presenti negli ex Sprar (Sistema di protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati, ora sostituito dal Siproimi, ndr) che avevano perso il diritto all'accoglienza in virtù delle norme sull'immigrazione volute da Salvini.

Al ministero quando si sono resi conto del fatto che si stava utilizzando in maniera retroattiva una legge, si decideva di sospenderne l'esecuzione, e si fa strada ora l'ipotesi di estendere ad ulteriori categorie vulnerabili una protezione speciale e temporanea.

Il 17 gennaio la Terza sezione della Corte di Cassazione, dando un altro colpo alle azioni intraprese con i decreti, ha respinto il ricorso presentato dalla Procura di Agrigento contro l'ordinanza che il 2 luglio scorso aveva rimesso in libertà la comandante della Sea Watch Carola Rackete. Il Gip che non aveva convalidato allora l'arresto aveva motivato la decisione col fatto che il reato di cui era accusata, resistenza a pubblico ufficiale, era avvenuto in nome di un interesse sovrastante, salvare vite umane.

Le perplessità evidenziate all'atto dell'approvazione del decreto bis dal Presidente Sergio Mattarella paiono dunque addirittura superate dall'inapplicabilità concreta di gran parte delle misure previste. Nonostante gli attacchi delle destre sovraniste ci sarebbero oggi le condizioni per ulteriori interventi, ad esempio risposte efficaci (non i rimpatri), alle tante persone che lavorano e sono costrette nell'irregolarità da una legge fallimentare come la Bossi-Fini, quindi azioni per incidere anche più a fondo, oltre il perimetro dei decreti sicurezza.

Nel frattempo, pur essendo diminuita la pressione nei confronti dei migranti, almeno a livello mediatico, complice anche la temporanea diminuzione degli arrivi, i decreti continuano ad essere utilizzati pesantemente. Sia negli articoli che riguardano il contrasto all'immigrazione che in quelli inerenti generali questioni di dissenso sociale.

Tanti gli elementi che lo comprovano, quello più evidente - nonostante i tentativi di mettere la sordina alle notizie - riguarda il peggioramento delle condizioni di vita nei Centri permanenti per i rimpatrio. Il "Salvini 1" ha riportato a 6 mesi i tempi massimi di trattenimento e questo ha fatto salire le tensioni. Il risultato: rivolte, atti di autolesionismo, tentativi di fuga a Torino, Bari, Palazzo S. Gervasio, Caltanissetta, Gradisca D'Isonzo.

E mentre lunedì ha aperto il nuovo Cpr di Macomer, in provincia di Nuoro, il 12 e il 18 gennaio si sono verificati due decessi rispettivamente a Caltanissetta (un cittadino tunisino che sembra non abbia ricevuto assistenza sanitaria adeguata) e a Gradisca, riaperto il 16 dicembre, dove è morto un ragazzo di 20 anni della Georgia. In entrambi i casi sono stati aperti fascicoli per appurare le cause dei decessi.

Per quanto accaduto nel Cpr friuliano l'ipotesi è pesante: omicidio volontario. Il Garante per i diritti dei detenuti, dopo una ispezione, ha dichiarato che intende costituirsi come parte civile. Con una circolare si potrebbe riportare almeno a tempi più congrui i trattenimenti ma ad oggi tutto tace. 211 gennaio è stata comminata l'ultima multa del "Salvini bis": a Claus Peter Reisch, comandante della nave dell'Ong Lifeline è stato chiesto di pagare 300mila curo, per ingresso illegale nelle acque territoriali italiane.

Per smontare il peso dei decreti bisognerebbe agire su più fronti ma sono rimasti in pochi, in Parlamento a chiederne tout court l'abrogazione. Vanno eliminate le misure contenute nei testi con cui si estende la possibilità di infliggere Daspo, punire con pene che oltrepassano i confini del fascista Codice Rocco chi esprime dissenso e si fa protagonista di lotte sociali.

Le multe inflitte ai lavoratori di Prato e Genova, i provvedimenti contro i pastori sardi, sembrano trovare scarso interesse fra forze politiche, sindacati e associazioni, tranne apprezzabili eccezioni. Come se ci fosse un tacito accordo per rendere pressoché impraticabili mobilitazioni non compatibili col quieto vivere.

A creare paura sono i rumori francesi e delle periferie del Medio Oriente che rischiano di raggiungere e contaminare un Paese ancora privo di prospettive e in balia di una crisi non superata. E paradossalmente l'attenzione resta concentrata sull'ex inquilino del Viminale. Lunedì 20 gennaio si è riunita la Giunta per le autorizzazioni a procedere, per deliberare in merito all'accusa di sequestro di persone, relativa ai 6 giorni in cui alla nave della Marina militare italiana Gregoretti venne impedito l'attracco al porto di Siracusa pur avendo a bordo, in condizioni pessime, 119 richiedenti asilo salvati.

Accadeva a fine luglio, pochi giorni dopo la crisi di governo e l'evoluzione inaspettata del quadro politico. In giunta i senatori della maggioranza e del gruppo misto non hanno partecipato al voto, dei 22 aventi diritto erano presenti in 10.

Il presidente della Giunta ha chiesto che non si procedesse contro l'ex ministro ma, in chiave puramente legata alla propaganda elettorale, i rappresentanti della Lega si sono opposti e, in parità, l'autorizzazione a procedere è stata concessa. Se ne discuterà in aula, dopo le elezioni in Emilia e Calabria, ma ancora con i decreti perfettamente in vigore?

 
Migranti. "Decreto sicurezza, il Conte bis fa peggio" PDF Stampa
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di Adriana Pollice

 

Il Manifesto, 24 gennaio 2020

 

"Il governo Conte bis non solo non ha abrogato il primo decreto Sicurezza, voluto dall'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini, ma lo sta applicando nella sua forma restrittiva e addirittura in modo retroattivo" è l'accusa che arriva dagli attivisti dell'Ex Canapificio che gestiscono il progetto Siproimi (ex Sprar) di Caserta.

"Un anno fa - spiegano - lo Stato diceva a 56 persone accolte nel nostro Sprar: "Costruisci qui il tuo futuro, studia, impara un lavoro, contribuisci alla crescita del territorio. Oggi lo Stato caccia queste stesse persone cui aveva chiesto di entrare nel nostro tessuto sociale. Lo Stato dice ai migranti che stanno aspettando risposta alla loro richiesta di protezione internazionale e a chi è in fase di ricorso: mentre si decide che fare del tuo permesso di soggiorno ti sposto come un pacco in un Centro di accoglienza straordinario senza più scuola, formazione professionale, inclusione sociale".

Il ministero dell'Interno, infatti, ha inviato una circolare lo scorso 19 dicembre che prevede l'espulsione di questa fetta di migranti verso i Cas predisposti dalle prefetture e, intanto, impone lo stop ai servizi: "Dal primo gennaio - si legge nel testo - nei confronti dei richiedenti asilo temporaneamente accolti nel Siproimi, nella more della conclusione dell'iter dei trasferimenti, non dovranno essere erogati e, quindi, rendiconti i servizi per l'integrazione".

Salvini ha abbandonato il governo da agosto eppure il decreto Sicurezza continua a produrre effetti e, come racconta il report I sommersi dell'accoglienza curato da Marco Omizzolo per Amnesty International Italia, sta generando ghettizzazione e povertà, con il conseguente aumento delle vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali. I 56 migranti presenti a Caserta che il ministero trasferirà nei Cas erano arrivati nello Sprar prima del 5 ottobre 2018, cioè prima che la norma salviniana entrasse in vigore. Spiegano gli attivisti: "Questo significa che il Viminale continua ad applicare il decreto in modo retroattivo, malgrado la sentenza della Cassazione, a sezioni unite, del 24 settembre scorso che condanna l'applicazione retroattiva del decreto".

La maggior parte dei migranti che usciranno dal progetto di integrazione gestito dall'Ex Canapifico vengono dal Ghana e dalla Costa d'Avorio, età media 25 anni. Ci sono persone vulnerabili e irrimpatriabili come Hamed, 39 anni, che è cieco: "La sua richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi umanitari è stata rigettata - raccontano. Per questo dovrà lasciare lo Sprar e fare a meno dell'assistenza degli operatori. A noi ha detto "Mi sento impotente e sperduto. Finirò in mezzo a una strada e non vedendo nulla. Ho paura".

Sanogo Abdulahi viene dalla Costa d'Avorio: a causa della guerra civile è finito per tre anni in carcere, ha perso la famiglia e ha anche subito una menomazione a un orecchio. "Anche a lui è stata bocciata la richiesta di asilo anche se a noi sembra un caso chiaro di irrimpatriabilità - spiega Virginia Crovella. Eppure Sanogo è integrato nella comunità: è custode di una villetta, accompagna gli alunni a scuola attraverso il nostro progetto Pedibus. Quando la prefettura ci invierà le lettere di uscita, ai primi di febbraio, saremo costretti a lasciarli andare al loro destino".

 
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