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Cremona. "In carcere troppi detenuti con patologie psichiatriche" PDF Stampa
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di Francesca Morandi


laprovinciacr.it, 18 settembre 2021

 

Visita a Cà del Ferro delle delegazioni del Partito Radicale e della Camera Penale per la raccolta firme del referendum "Giustizia giusta". Una delegazione del Partito Radicale e una delegazione della locale Camera penale hanno fatto visita alla Casa Circondariale di Cremona oggi pomeriggio per procedere alla raccolta delle firme sui 6 referendum per la Giustizia Giusta.

Le due delegazioni erano composte da Sergio Ravelli e Gino Ruggeri, consiglieri nazionali del Partito Radicale, e dagli avvocati Alessio Romanelli e Laura Negri, rispettivamente presidente e segretario della Camera penale Cremona-Crema. Nel corso della visita Ravelli ha lanciato un allarme: "Dai dati forniti dalle associazioni del terzo settore risulta che in carcere siano presenti tanti detenuti sotto terapia psichiatrica. In Lombardia sono 480 con patologie conclamate, 102 a Cremona". E poi: "Queste persone non dovrebbero essere in carcere, ma accedere alle Rems ossia strutture sanitarie predisposte per accogliere gli autori dei reati affetti da patologie psichiche. In Italia ci sono 31 Rems, in Lombardia una sola". La proposta? "Finanziare le Rems e allargarle consentendo così di poter accogliere quei detenuti che si trovano in una particolare condizione di patologia psichiatrica".

 
Disegni intricati per le istituzioni PDF Stampa
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di Valerio Onida


Corriere della Sera, 18 settembre 2021

 

Sarebbe auspicabile non mettere in discussione i lineamenti fondamentali del sistema costituzionale. La discussione, un po' sotto traccia ma non tanto, sulla elezione del prossimo presidente della Repubblica alla scadenza (fine di gennaio 2022) dell'attuale capo dello Stato sembra procedere soprattutto partendo dai nomi di due persone, non contrapposte politicamente fra loro, e che appaiono godere - anche per ragioni diverse - della stima e del favore generali, oltre che poter rispondere a interessi politici di vario genere: Sergio Mattarella e Mario Draghi. Vale quindi la pena di ricordare alcuni elementari principi istituzionali che in questa materia dovrebbero essere in ogni caso rispettati.

La Costituzione di per sé non vieta la rielezione del presidente in carica, anche se sembra non volere incentivare ambizioni in tal senso, attraverso la previsione del divieto di scioglimento delle Camere (che rappresentano il grosso del corpo elettorale del capo dello Stato) negli ultimi sei mesi del mandato del presidente uscente (il ben noto "semestre bianco"). Ma la Costituzione non contempla una elezione per un periodo diverso dai sette anni previsti. Il carattere monocratico della carica e la sua funzione di garanzia esigono una stabilità del mandato; e la sua durata che travalica quella della legislatura ne sottolinea il relativo distacco rispetto alle contingenti dinamiche di breve termine del sistema politico.

Dunque una eventuale cessazione anticipata del presidente rieletto non potrebbe certo essere "contrattata", né potrebbe essere decisa o programmata a priori, ma dovrebbe in ogni caso essere frutto di una (sempre possibile) autonoma e libera determinazione del presidente, sulla base di circostanze sopravvenute.

Il precedente della rielezione di Giorgio Napolitano il 20 aprile 2013 e delle sue successive dimissioni è in parte anomalo. La rielezione giunse dopo numerosi tentativi andati a vuoto di eleggere un esponente del centrosinistra (prima Marini, poi Prodi), e sembrò quasi il rimedio a una sorta di impotenza conclamata del Parlamento e dei partiti a individuare con una sufficiente maggioranza un nuovo titolare della carica (triste spettacolo quello di un Parlamento che appare incapace di scegliere, e che non trova di meglio che invocare una rielezione provvisoria del presidente in carica, destinato a restare poi per meno di due anni, fino al gennaio 2015!).

Anche oggi chi chiede il bis di Mattarella sembra puntare su un breve secondo mandato, in vista delle elezioni politiche che avranno luogo al più tardi all'inizio del 2023 e che potrebbero ridisegnare il quadro politico-parlamentare, ponendo anche fine all'esperienza del governo in carica (che si vorrebbe durasse fino ad allora), e consentendo poi la successiva elezione dell'altro candidato di cui si parla, cioè lo stesso Draghi, a presidente della Repubblica: senza dovere a questo scopo anticipare la fine del governo da lui presieduto prima della scadenza della legislatura, mentre nessuno sembra saper indicare fin d'ora il possibile prossimo presidente del Consiglio.

Come si vede, sembra delinearsi un disegno complesso che coinvolgerebbe entrambi i candidati di cui si parla, il primo rieletto per un breve periodo in attesa che si concluda "naturalmente" l'esperienza governativa del secondo, il secondo come preconizzato successore prossimo dell'altro nella carica di capo dello Stato.

La politica, come si sa, conosce infiniti e intricati disegni e svolgimenti. Ma sarebbe auspicabile che questi non giungessero a mettere in discussione i lineamenti fondamentali del sistema costituzionale: fra questi il ruolo ben distinto del capo dello Stato e del presidente del Consiglio; la durata certa del mandato del primo; l'ancoraggio del mandato del secondo alla formazione e alla permanenza di una maggioranza parlamentare che lo esprima e lo sostenga.

 
Referendum sulla cannabis a un passo dal traguardo PDF Stampa
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di Giansandro Merli


Il Manifesto, 18 settembre 2021

 

Antiproibizionismo. Oltre la metà dei quasi 500mila firmatari hanno meno di 25 anni. I promotori: "La campagna vada avanti". 495.030 firme. È l'ultimo dato ufficiale della raccolta per il referendum cannabis, diffuso ieri alle 16.30 dai promotori. Manca ormai pochissimo a quota 500mila, cioè il numero di sottoscrizioni necessarie a portare il quesito davanti a Cassazione e Corte costituzionale e chiedere il via libera al voto per la prossima primavera. Nonostante il ritmo sia calato rispetto all'exploit dei primi giorni, solo tra sabato e lunedì scorsi avevano inserito nome e cognome sul sito referendumcannabis.it in 250mila, l'obiettivo è ormai dietro l'angolo.

"Quella delle 500mila è la soglia psicologica, ma per stare sicuri ne servono molte di più. Quindi è importante in questi giorni continuare a parlare della campagna e sollecitare chi ancora non l'ha fatto a firmare", ha detto Riccardo Magi (+Europa) nel punto stampa che si è tenuto ieri. Il deputato è tornato a chiedere al governo che anche la raccolta firme per la depenalizzazione della marijuana possa concludersi il 31 ottobre, come quelle degli altri referendum (eutanasia, giustizia, caccia). Al momento la scadenza prevista è il 30 settembre: un problema più per gli uffici comunali di chi ha firmato, che devono inviare le certificazioni, che per i promotori ormai a un passo dal traguardo. I tempi stringono, dunque, ma da parte del governo non ci sono state ancora azioni concrete in questo senso.

Ieri, oltre ai numeri complessivi, si è parlato per la prima volta anche dell'età dei firmatari: più della metà hanno meno di 25 anni. Secondo Marco Cappato (associazione Luca Coscioni) la rapidità della campagna non dipende solo dal nuovo strumento della firma digitale, ma soprattutto "da un sentimento diffuso che esiste. Ci sono tanti fumatori, abituali o occasionali, e sempre più persone che non fumano ma si rendono conto che la gestione criminale della cannabis fa danni anche a loro".

All'incontro virtuale con i giornalisti hanno preso parte anche le forze politiche che appoggiano il referendum. "C'è un silenzio imbarazzato nel mondo dei partiti progressisti. Sono 30 anni che si dice: non è la priorità, non è il momento giusto, non è corretto il modo. Grandi classici che ritornano", ha dichiarato Emma Bonino (Radicali Italiani). Per Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) è urgente invertire la rotta: "A chi dice che c'è una crisi e bisogna pensare ad altro rispondiamo che dove la cannabis è stata legalizzata si è prodotta economia e nuovi posti di lavoro". Secondo Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista): "questo referendum può rappresentare uno spartiacque nella storia italiana". Durante la diretta è arrivata l'adesione ufficiale della Cgil, che ha dato indicazione alle sedi locali di firmare.

Intanto mercoledì scorso alcuni dei promotori del referendum, con l'associazione Antigone, hanno incontrato la ministra per la Pubblica amministrazione Fabiana Dadone (M5S) con cui hanno discusso della Conferenza nazionale sulle droghe che dopo ben 12 anni di silenzio è stata riconvocata il 27 e 28 novembre a Genova. "Avremmo voluto che il processo di formazione di gruppi di lavoro e tavoli di approfondimento fosse più trasparente", ha detto Marco Perduca (associazione Luca Coscioni). Interpellata sul referendum cannabis Dadone avrebbe risposto: "L'ho visto, ma non ho firmato".

 
Salvate dall'ergastolo l'eroe di Hotel Rwanda PDF Stampa
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di Vincenzo Giardina


La Repubblica, 18 settembre 2021

 

Celebrato da Hollywood per aver protetto i tutsi nel genocidio del 1994, Paul Rusesabagina è ora sotto processo perché si oppone al regime di Kigali. A difenderlo è rimasta sua figlia. L'indice puntato in faccia e quelle parole, ripetute due volte: "Mi ricorderò di te". Ruanda, 1994, e poi Hollywood, dieci anni dopo. Don Cheadle interpreta Paul Rusesabagina, direttore dell'Hôtel des Mille Collines a Kigali, la capitale del Paese africano. Al soldato che lo minaccia consegna un foglio con la lista dei clienti, ma ci sono solo nomi europei. "Mi prendi per stupido?" gli urla contro il militare. "Quelli se ne sono andati via tutti. Voglio gli "scarafaggi": altrimenti li ucciderò uno per uno, e comincerò da te". Sono i giorni del genocidio. Nelle strade ci sono file di corpi, la terra è macchiata di rosso. E poi c'è l'Hôtel, unico rifugio possibile per almeno 1.268 persone che scampano ai machete. Alcune sono a bordo piscina: hanno sete e bevono acqua dalla vasca, accanto al bar che era frequentato da diplomatici o funzionari dell'Onu.

"Tagliate gli alberi alti" - Dopo lo schianto dell'aereo del presidente Juvénal Habyarimana, colpito da un missile terra-aria presso Kigali in circostanze mai chiarite, è caccia ai tutsi. "Tagliate gli alberi alti" gridano su Radio Télévision Libre des Mille Collines, pronunciando la sentenza di morte per gli "scarafaggi" nel nome del "potere hutu" contro chi avrebbe rubato le terre con l'aiuto dei colonizzatori belgi. Storia di orrori ed errori, anche internazionali. Ignorata, rimossa e però anche raccontata al cinema, grazie a Hotel Rwanda di Terry George, tre nomination all'Oscar nel 2005.

L'uomo che ha ispirato quel film non è stato dimenticato, neanche dai suoi nemici. È in carcere, come si fosse realizzata la minaccia di 27 anni fa. Finzione e realtà. Per i magistrati ruandesi non è un eroe ma un criminale. Di più, un terrorista: avrebbe finanziato le Forze di liberazione nazionale, falange ribelle responsabile tra il 2018 e il 2019 dell'uccisione di nove persone. L'obiettivo? Destabilizzare il governo di Paul Kagame, capo dello Stato già liberatore di Kigali dopo le almeno 800 mila vittime del genocidio.

La sentenza nei confronti di Rusesabagina, che ora ha 67 anni, cittadinanza belga e green card americana, è prevista per lunedì prossimo. "Il suo avvocato, Vincent Lurquin, non è mai riuscito a incontrarlo e ad agosto è stato espulso dal Paese, ma questo è stato da subito un processo senza diritti, fondato su prove di trasferimenti di denaro inventate" ci dice Carine Kanimba, una dei sopravvissuti dell'Hotel Rwanda. Oggi ha 28 anni e vive negli Stati Uniti, allora era una bimba tutsi orfana dei genitori. Insieme con la sorellina Anaise fu adottata da Rusesabagina, hutu sposato con una tutsi. "Mio padre ha avuto il cancro e soffre di pressione alta", riprende Carine, "in carcere è stato privato di cibo e medicine".

L'invidia del presidente - Torniamo indietro di qualche anno. A Kigali, allo stadio Amahoro, la prima del film è un successo. Le cose però cambiano rapidamente con la notorietà del protagonista, che già vive all'estero. "All'origine di tutto c'è la gelosia di Kagame, che non può tollerare l'idea che in Ruanda ci siano altri eroi oltre a lui" denuncia Carine. "Mio padre è stato insignito della Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza degli Stati Uniti al valore civile. Ha sentito di dover utilizzare questa nuova visibilità per denunciare le violazioni dei diritti umani commesse in Ruanda e ha fondato il Partito per la democrazia. È stato allora che a Kigali è partita la campagna per screditarlo, perfino come "negazionista" del genocidio, un'assurdità totale".

L'operazione non ha risparmiato il film. Basta leggere qualche pagina del libro Hôtel Rwanda ou le génocide des Tutsis vu par Hollywood. "Rusesabagina è un cittadino ordinario divenuto un criminale" sentenzia l'autore Alfred Ndahiro, oggi consigliere di Kagame. "A salvare chi stava nell'albergo fu in realtà il fatto che davanti all'ingresso stazionavano soldati della missione dell'Onu e che tra i rifugiati c'erano diplomatici, giornalisti, dipendenti di ong ed esponenti dell'alta società ruandese".

La trappola - Quella raccontata da Carine è tutta un'altra storia: "Quando vivevamo in Belgio hanno cercato di uccidere mio padre buttandolo fuori strada con un'automobile e poi ci sono entrati in casa, rubando documenti e perfino la foto con George Bush che gli mette al collo la medaglia. Ci siamo trasferiti negli Stati Uniti, ma non è bastato". La trappola scatta il 27 agosto 2020, durante uno scalo a Dubai. Rusesabagina crede di ripartire per il Burundi, dove un pastore lo ha invitato a tenere discorsi. Si imbarca su un charter, pare utilizzato già altre volte dal governo ruandese: lui non lo sa e all'atterraggio, a Kigali, scattano le manette. Lunedì ascolterà la sentenza insieme con altri 20 imputati, che si sono dichiarati colpevoli. In caso di condanna per terrorismo rischia l'ergastolo. Difficile possano aiutarlo le alleanze internazionali. Il Ruanda è infatti da tempo partner degli americani nella regione dei Grandi laghi, dal Congo fino al nord del Mozambico, in un'area ricca di idrocarburi dove opera la compagnia statunitense ExxonMobil e i militari di Kigali fronteggiano gruppi ribelli. Carine è convinta che la sentenza sia "già stata scritta" ma non si arrende: "All'inizio del processo il Parlamento europeo ha condannato il Ruanda per violazione dei diritti umani. E Washington potrebbe approvare sanzioni: 41 deputati, democratici e repubblicani, hanno scritto a Kagame chiedendo il rilascio di mio padre per tutelare i rapporti bilaterali".

 
Myanmar. L'ultimo appello di Duwa Lashi La PDF Stampa
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di Paolo Lepri


Corriere della Sera, 18 settembre 2021

 

Il leader provvisorio dell'opposizione nel Myanmar cerca di coinvolgere nella causa della lotta al regime autoritario i soldati, invitati a disertare e a unirsi alla rivolta, e i dipendenti pubblici. Le parole del videomessaggio diffuso su Facebook il 7 settembre risuonano lontane. Ma il loro significato è chiaro. Chi le pronuncia è Duwa Lashi La, presidente ad interim del governo di unità nazionale (Nug), costituito da parlamentari della Lega nazionale per la democrazia (il partito di Aung San Suu Kyi). È lui l'uomo che lancia il drammatico appello per una "guerra difensiva" contro la giunta militare che ha preso il potere in febbraio nel Myanmar arrestando la vincitrice del premio Nobel per la pace, che ha guidato il Paese in questi anni difficili, e trascinando l'ex Birmania in una spirale di violenza.

Molto sangue è stato versato. Le vittime, durante le manifestazioni di protesta dei mesi scorsi, sono state oltre un migliaio. L'esercito è all'attacco. Si registrano scontri in varie zone. Per l'esecutivo "ombra" è quindi scoccato il momento di "una rivoluzione pubblica". "Rimuoveremo il generale Min Haung Hlaing - conclude Duwa Lashi La - e rovesceremo la dittatura. Saremo così in grado di costruire un'unione democratica federale e una pace durevole".

Ex maestro di scuola, avvocato appartenente alla minoranza etnica dei Kachin, il leader provvisorio dell'opposizione birmana ha chiesto alla popolazione di evitare viaggi non necessari e di fare scorta dell'essenziale. La sfida è quella di coinvolgere nella causa della lotta al regime autoritario la maggior parte delle milizie etniche di un paese frammentato. I soldati vengono invitati a disertare e a unirsi alla rivolta. "I funzionari pubblici - afferma ancora il messaggio - non devono presentarsi al lavoro".

L'appello è stato definito "una vuota dichiarazione" dalla giunta dei militari. Ma la situazione dovrebbe preoccupare molto anche loro perché il Myanmar, colpito da una grave crisi alimentare e minato dalla pandemia, è sempre più sull'orlo del tracollo. La diplomazia internazionale, che sta tentando di procrastinare il problema del riconoscimento del regime, è per adesso impegnata sul fronte degli aiuti umanitari. Ma il rischio è anche una lunga guerra civile. Soluzioni di pace sembrano quasi proibitive, come lo è scalare il Hkakabo Razi, la montagna alta 5.900 metri non lontana dai luoghi in cui Duwa Lashi La è nato.

 
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