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Uno studio di 100 anni fa può insegnarci a gestire l'epidemia tra i detenuti PDF Stampa
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di Sofia Ciuffoletti


Il Foglio, 8 aprile 2020

 

Nel 1919 il carcere americano di San Quentin divenne uno dei focolai della spagnola: il punto oggi è capire come evitare il ripetersi di certi errori. Il primo studio epidemiologico in carcere (Stanley LL, Influenza at San Quentin Prison, California, Public Health Rep, 1919) fu elaborato nel 1919 a seguito di ben tre ondate epidemiche della cosiddetta influenza spagnola (il virus H1N1), verificatesi nel carcere di San Quentin, nello stato della California.

La disputa sull'origine del virus non ha ancora trovato composizione, ma a dispetto del nome (attribuito per via della mortalità devastante che il virus ebbe in Spagna - un paese che tra l'altro non era in guerra - e perché si cominciò a parlare di questa malattia solo quando a esserne colpito fu il re di Spagna) gli Stati Uniti sono stati uno dei centri di maggiore diffusione. La spagnola è stata la prima grande pandemia del XX secolo, considerata la più grave forma di pandemia della storia dell'umanità (anche sul numero di morti non c'è totale accordo in letteratura, con stime che variano dai 20 ai 50 milioni, con circa 500 milioni di contagiati).

Lo studio del 1919 descriveva come, a fronte del primo caso ufficialmente registrato di influenza spagnola, nel marzo 1918 (verificatosi in un campo militare di addestramento delle truppe che si preparavano a sbarcare in Europa, Camp Funston, in Kansas), il virus avesse colpito il carcere di San Quentin dopo circa un mese (il primo caso accertato nel penitenziario fu del 13 aprile 1918). Insieme al caso degli operai delle fabbriche di auto a Detroit, quello dei detenuti di San Quentin fu considerato uno dei focolai che portarono alla diffusione massiccia del contagio sul suolo statunitense (e conseguentemente in Europa, dove il virus viaggiava insieme alle truppe che giungevano in aiuto agli Alleati sul finire della Prima guerra mondiale).

Lo studio è interessante per alcune ragioni. In primo luogo ci dice che i contesti chiusi come le istituzioni totali possono essere inizialmente preservati dal contagio, ma quando vengono colpiti la diffusione è rapida. Stanley stimò che, già dopo 10 giorni, circa la metà dei 1.900 detenuti del carcere presentava sintomi e probabilmente il tasso di contagio finale si attestò intorno al 27 per cento dell'intera popolazione penitenziaria. Tra il 13 aprile e il 26 maggio, erano ospedalizzati 101 detenuti, 7 dei quali con polmoniti gravi, mentre i morti accertati furono tre.

Il contagio arrivò in carcere attraverso un detenuto malato trasferito a San Quentin dalla County Jail di Los Angeles e divampò in brevissimo tempo (l'incubazione dell'influenza spagnola variava da 48 a 60 ore circa, contrariamente ai 14 giorni del Covid-19). Il "paziente 1", infatti, che accusava già sintomi influenzali fu lasciato nel cortile comune, gli fu permesso di mangiare nella sala mensa e di dormire insieme ad altri 20 nuovi arrivati, prima di essere ospedalizzato con febbre altissima. Da quel momento i contagi si moltiplicarono, in particolare attraverso la proiezione dei film della domenica, tenuti in una enorme sala mal ventilata e chiusa. Ben presto circa 700/750 persone di ammalarono, molte di queste necessitavano di ospedalizzazione, impossibile per mancanza di posti e strutture.

In estate sembrò che la malattia fosse stata debellata, ma la seconda ondata arrivò a ottobre, di nuovo portata da un nuovo detenuto giunto da Los Angeles, sano al momento dell'arrivo, ma con sintomi dal secondo giorno dell'ingresso a San Quentin. Si cominciò a pensare di usare delle mascherine, che però non c'erano, ragione per cui furono cucite con la stoffa dei sacchi della farina. I casi furono isolati e gli spettacoli e gli eventi comuni vietati.

In novembre, di nuovo a causa di un detenuto (sano al momento dell'ingresso, ma che aveva probabilmente contratto il virus durante il trasporto) trasferito dalla County Jail di Colusa, che nel frattempo era diventata un altro focolaio, si manifestò una terza ondata di contagi: le risposte furono isolamento, quarantena, ospedalizzazione. A dicembre, il detenuto G. fu trasferito da San Quentin al carcere di Folsom, fino a quel momento immune da casi di H1N1. Prima del trasferimento, fu posto in quarantena per 4 giorni senza manifestare i sintomi. Arrivò al carcere di Folsom il 23 dicembre con febbre e sintomi evidenti di contagio da influenza spagnola. Folsom diventò un nuovo focolaio.

Lo studio di Stanley serve a capire moltissime cose della gestione di una epidemia in carcere, così come, a suo tempo, aiutò a studiare le stesse caratteristiche del contagio del virus influenzale H1N1. Per esempio il tempo di incubazione, il tipo di contagio per droplets, la necessità dell'uso di mascherine adeguate, la necessità di isolamento e quarantena, la necessità di agire con misure deflattive per tempo, così come la necessità di adeguati presidi sanitari e posti in strutture ospedaliere. Tutte cose che sono diventate anche per noi pane quotidiano. Quello che lascia di stucco, però, è che Stanley scrive nel 1919, 101 anni fa. Non abbiamo studiato.

Ma oltre a questo, lo studio ci dice anche qualcosa che forse capiremo solo più in là: cioè che i numeri non sono neutrali, la loro raccolta, la loro lettura non è neutrale. Mentre scrivo e mentre molti di noi sono confinati a casa, i detenuti rimangono praticamente le uniche persone sul suolo italiano a cui è "permesso" sconfinare di regione in regione, portando con sé il contagio.

Così come nel 1919, un detenuto trasferito da San Quentin porta il contagio a Folsom nonostante la quarantena di 4 giorni, così molti detenuti vengono trasferiti da istituti contagiati ad altri (per alimentare così uno sfollamento pari a un gioco a somma zero), magari con un solo tampone negativo e si scoprono positivi solo all'arrivo nel nuovo istituto. Il punto non è più se si stia meglio in carcere o fuori. Il punto è come agire in prevenzione e come agire quando il contagio si presenta all'interno di una istituzione totale.

 
Emergenza Coronavirus: nelle carceri è urgente tutelare la salute dei detenuti PDF Stampa
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Vita, 8 aprile 2020


La situazione nei penitenziari è drammatica. Lettera appello di Cittadinanzattiva che chiede interventi per tutti, a cominciare da madri e bambini. "Le misure introdotte con il DL n. 18/2020 - che prevedono per i detenuti in semi-libertà la possibilità di non rientrare in carcere la sera e per i condannati fino a 18 mesi di scontare la pena in detenzione domiciliare (con consistenti esclusioni per diverse categorie di condannati) - nonostante abbiano prodotto un leggero calo delle presenze nelle carceri, non bastano.

Tali misure, infatti, raggiungono potenzialmente una platea di beneficiari insufficiente, ma soprattutto, sulla base delle segnalazioni che ci giungono, restano ulteriormente vanificate a causa della indisponibilità nell'immediato di un domicilio per una buona parte delle persone detenute. Peraltro, sulla base delle informazioni che finora abbiamo raccolto, i dispositivi di protezione individuale distribuiti nelle ultime settimane al personale di polizia penitenziaria risultano tuttora insufficienti e buona parte della popolazione detenuta risulta tuttora sprovvista di mascherine e gel disinfettanti", dichiara Laura Liberto, coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti-Cittadinanzattiva che oggi ha inviato una lettera appello al Ministro della Giustizia, al capo del Dap, al Commissario straordinario per l'emergenza Covid19 ed alle Regioni.

"In questo momento di emergenza che investe l'intero paese, se la tutela della salute dei cittadini ha finora dichiaratamente rappresentato il criterio guida delle scelte e dei provvedimenti finora adottati dal Governo, riteniamo che lo stesso criterio debba ugualmente orientare gli interventi da promuovere nell'ambito penitenziario, con prevalenza rispetto ad ogni altra ragione o interesse".

In particolare, nella lettera inviata oggi, Cittadinanzattiva chiede che:

- vista anche la circolare del Ministero della Salute del 3 aprile, si proceda rapidamente allo screening della popolazione detenuta, degli operatori della polizia penitenziaria e del personale sanitario e civile ivi impegnato, mediante somministrazione di tamponi nasofaringei, o di test sierologici come già avvenuto in Toscana ed in Campania, grazie ad accordi tra P.R.A.P. e Regioni;

- si provveda alla rapida fornitura di dispositivi di protezione individuale in quantità sufficiente per personale e detenuti, anche incrementando le attività di produzione di mascherine avviate all'interno degli istituti;

- si proceda alla tempestiva individuazione di alloggi dove collocare i detenuti che possono accedere alla detenzione domiciliare ma non hanno la disponibilità immediata di un domicilio idoneo, anche presso strutture alberghiere al momento inutilizzate e provvedendo a tal fine ad eventuali requisizioni;

- si individui una collocazione immediata al di fuori degli istituti di pena per madri e bambini che si trovano tuttora ristretti, come peraltro richiesto nel condivisibile appello proveniente dalla casa circondariale di Roma Rebibbia. "Se la presenza di bambini dietro le sbarre rappresenta già nell'ordinario una gravissima aberrazione su cui da tempo si invocano interventi e riforme, in questo momento, il rischio, anche solo potenziale, di una loro esposizione al contagio impone di intervenire con assoluta risolutezza, prevedendo immediatamente l'uscita dagli istituti di madri e bambini, così da porli in sicurezza".

 
"L'entrata in vigore della legge sulle intercettazioni va posticipata ancora" PDF Stampa
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di Giulia Merlo

 

Il Dubbio, 8 aprile 2020

 

La richiesta di Camere penali e Anm: "impensabile visto l'attuale stato di emergenza". "Si impone una proroga del termine di entrata in vigore" della riforma delle intercettazioni per un "lasso di tempo, che non potrà che essere successivo alla conclusione dell'emergenza". Questa è la richiesta dell'Unione camere penali italiane, inviata del 1 maggio: data in cui dovrebbe entrare in vigore il dl Intercettazioni (dl n. 161/2019).

E questo lasso di tempo di ulteriore proroga, scrivono i penalisti, "potrebbe essere l'occasione per una novella che riporti la materia in aderenza ai principi costituzionali e tra questi a quelli che sovrintendono all'esercizio del diritto difesa". Nel documento approvato dalla Giunta, infatti, si ribadisce il giudizio molto duro sulla riforma, definita "in palese ed insanabile contrasto, per il profilo sostanziale, con l'articolo 15 della Costituzione e con l'articolo 8 della Cedu e, sotto l'aspetto procedurale, è chiaramente e ripetutamente lesiva del diritto di difesa e della parità delle parti in evidente violazione degli articoli 24 e 111 della Carta Costituzionale".

Oltre alle considerazioni critiche in merito allo strumento del Trojan come virus informatico per captare le informazioni, alla possibilità della cosiddetta "pesca a strascico" delle notizie di reato e agli aspetti procedurali di affidamento della valutazione di rilevanza delle intercettazioni, le Camere penali argomentano anche il fatto che "il legislatore si rivela incapace di coordinare e bilanciare due diritti fondamentali, entrambi costituzionalmente garantiti: il diritto alla riservatezza delle comunicazioni e quello di difesa".

Non appare condivisibile, si legge "che nel tentativo, peraltro, nel concreto non riuscito, di meglio tutelare il diritto alla riservatezza il legislatore comprima quello di difesa impedendo all'indagato e per lui al difensore, di conoscere l'esito delle intercettazioni tempestivamente e di poter, nel rispetto, della parità delle parti nel processo, elaborare, senza condizionamenti ed interferenze le strategie difensive".

I penalisti censurano anche l'omissione "di un necessario intervento per rendere effettive le prerogative pure già riconosciute al difensore. Dal testo licenziato emerge infatti che le comunicazioni telefoniche con il difensore potranno ancora essere ascoltate dal pubblico ministero, non essendo stata prevista l'immediata interruzione della captazione quando uno degli intercettati sia, appunto, il difensore, consentendo, anche in tale ipotesi, all'accusa di conoscere le strategie difensive e non essendo certamente sufficiente la sanzione della inutilizzabilità a garantire la sacralità del perimetro del diritto di difesa".

Infine, segnalano i penalisti con riferimento allo stato emergenziale in cui sta operando la giustizia, "l'entrata in vigore del provvedimento, proprio nel periodo di emergenza determinato dall'epidemia da Covid 19 rende del tutto problematico per non dire impossibile, l'esercizio delle prerogative difensive e segnatamente quello di controllo e selezione delle risultanze dell'attività di captazione".

La richiesta delle Camere penali non è isolata. Anche l'Associazione Nazionale Magistrati è intervenuta con un documento di uguale tenore, in cui ha definito "necessario differire l'entrata in vigore della nuova disciplina delle intercettazioni, che richiede un insieme di misure organizzative tecnologicamente complesse, all'evidenza impossibili da adottare e attuare entro il termine a oggi previsto". Nessuna valutazione di merito sulla riforma da parte del sindacato dei magistrati, ma solo la considerazione tecnico organizzativa di una sostanziale impossibilità di applicare la legge, nel caso in cui la sua entrata in vigore sia il 1 maggio.

La parola, ora, spetta al ministero della Giustizia, che dovrebbe farsi alfiere di una ulteriore proroga dell'entrata in vigore del dl Intercettazioni, il cui iter approvativo è stato già tanto lungo quanto accidentato e controverso. La legge, infatti, è stata approvata dalla Camera il 27 febbraio scorso, convertendo il decreto legge n. 161/2019, che modificava sostanzialmente la riforma Orlando del 2017, che all'epoca era stata oggetto di aspri confronti in parlamento e anche nella galassia giudiziaria.

 
Ingiusta detenzione, 667 mila euro di risarcimento per Bruno Contrada PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 8 aprile 2020

 

Nel 2014 la Cedu stabilì la sua incompatibilità con il regime detentivo. È di 667 mila euro la somma a titolo di riparazione per l'ingiusta detenzione liquidata a Bruno Contrada, l'ex numero due del Sisde assistito dall'avvocato Stefano Giordano del Foro di Palermo. La Corte d'Appello di Palermo, con l'ordinanza depositata il 6 aprile 2020, ha così accolto parzialmente (erano stati chiesti tre milioni di indennizzo) l'istanza presentata dal legale.

"Riteniamo - dichiara l'avvocato Giordano - che la pronuncia della Corte d'Appello sia perfettamente in linea con la decisione della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e ne dia la giusta esecuzione: al di là del quantum liquidato, la Corte d'Appello - con un provvedimento libero e coraggioso - ha statuito che Bruno Contrada non andava né processato, né tanto meno condannato e che, dunque, non avrebbe dovuto scontare neppure un solo giorno di detenzione, disattendendo le obiezioni della Procura Generale e dell'Avvocatura dello Stato.

Ci riserviamo ora di esaminare attentamente il provvedimento, per valutare eventuali spazi per l'impugnazione in Cassazione". Da ricordare che l'istanza accolta dalla Corte trova titolo nella sentenza della Corte di Cassazione del 2017, con la quale - in ottemperanza di quanto statuito dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo nel 2015 - è stata dichiarata ineseguibile e improduttiva di effetti la sentenza con cui la Corte d'Appello di Palermo aveva a suo tempo condannato Contrada a dieci anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso.

Ricordiamo che Contrada è stato tratto in custodia cautelare in carcere il 24 dicembre 1992 e vi è rimasto sino al 31 luglio 1995, quando la misura è stata revocata (nel corso del processo di primo grado) per le precarie condizioni di salute dell'imputato. A seguito dell'intervenuta irrevocabilità della sentenza di condanna, l'11 maggio 2007 è entrato in carcere per l'espiazione della pena di dieci anni di reclusione. Il 24 luglio 2008, sempre in ragione delle sue sempre più gravi condizioni di salute, gli è stata concessa la detenzione domiciliare.

Il 12 ottobre 2012 (grazie allo "sconto" di due anni di pena per buona condotta), Contrada (all'età di ottantuno anni) è stato rimesso in libertà, dopo una dolorosa vicenda processuale durata vent'anni e dopo avere trascorso, complessivamente, quattro anni in carcere e quattro anni agli arresti domiciliari. Contrada ha subito anche danni fisici e psichici, perché durante la detenzione il suo stato di salute si è aggravato, tanto da essere ricoverato, più volte, all'ospedale.

Da ricordare che la sua incompatibilità con il regime detentivo è stata cristallizzata nel 2014 dalla sentenza della Corte europea dei diritti umani (Cedu) che ha accertato la violazione, da parte dello Stato italiano, dell'art. 3 Cedu che vieta di sottoporre alcuno a trattamenti inumani o degradanti. La stessa Corte aveva rivelato che Contrada era "affetto da diverse patologie gravi e complesse".

Ma i danni subiti si sono anche riversati nei confronti dei suoi familiari. Sia ai due figli che alla moglie, morta purtroppo a gennaio dell'anno scorso. Una donna che si era vista crollare improvvisamente e definitivamente il mondo addosso dal momento in cui suo marito, colui che era suo compagno di vita da quasi quarant'anni è stato tratto in arresto. Lei si è trovata brutalmente gettata nel ruolo di capo- famiglia, diventando l'unico punto di riferimento dei due figli, ma anche del marito visto che l'ha dovuto supportare emotivamente.

 
Omicidio colposo per la moglie che fa cadere dal letto l'anziano marito PDF Stampa
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di Giampaolo Piagnerelli

 

Il Sole 24 Ore, 8 aprile 2020

 

Corte di cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 7 aprile 2020 n. 11536. Omicidio colposo per la moglie che, non rispettando la prescrizione medica, causa la morte del marito. Lo precisa la Cassazione con la sentenza 11536/20. I fatti - La vicenda ha visto protagonista una donna sposata con un uomo molto più anziano di lei che aveva bisogno di cure.

Aiuto che non è stato assolutamente prestato, anzi. La moglie, infatti, aveva abbassato le barre protettive sul lato del letto procurando così due cadute a terra durante la notte del povero anziano che aveva riportato la rottura del femore e successivo decesso. Il perito aveva evidenziato, però, che la caduta si era venuta a determinare per una situazione di negligenza addebitabile al personale sanitario e non alla caduta-morte addebitata alla sola moglie: non era dimostrato in sostanza il nesso di causalità tra caduta e decesso. I giudici di merito hanno contestato la perizia evidenziando come l'imputata avesse agito con imprudenza e negligenza in quanto i sanitari le avevano dato istruzioni precise con l'ordine di non abbassare le sbarre del letto.

Il verdetto dei Supremi giudici - La Cassazione ha ritenuto che la Corte d'appello avesse ricostruito correttamente la colpa della donna evidenziando una condotta contraria a una regola di prudenza. La donna si è vista riconoscere la sospensione della pena per la pregressa incensuratezza.

 
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