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Milano. Carcere di Opera, "al 41bis non si applicano le pronunce della Consulta" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 10 luglio 2020

 

La denuncia dell'avvocato Eugenio Rogliano, che assiste un recluso nell'istituto milanese. Nonostante la Consulta abbia dichiarato incostituzionale il divieto dello scambio di oggetti di modico valore tra detenuti al 41bis, alcune carceri lo vietano tuttora. A denunciarlo è l'avvocato Eugenio Rogliano che assiste un recluso nel carcere milanese di Opera.

Nel corso dello svolgimento di recenti colloqui visivi, il suo assistito gli ha riferito che il Personale di Polizia Penitenziaria in servizio presso la sezione 41bis della Casa di Reclusione persisterebbe nel non dare esecuzione al disposto della recente pronuncia della Corte costituzionale (97/ 2020) con la quale è stata dichiarata la parziale illegittimità dell'art. 41bis, comma 2- quater, lett. f), della Legge sull'Ordinamento Penitenziario nella parte in cui prevede l'adozione delle necessarie misure di sicurezza volte a garantire che sia assicurata "la assoluta impossibilità di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità, scambiare oggetti" anziché "la assoluta impossibilità di comunicare e scambiare oggetti tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità".

Però, secondo quanto riferisce il detenuto all'avvocato Rogliano, gli agenti della polizia penitenziaria "perdurerebbero nell'inibire ai detenuti l'esercizio del diritto ad essi riconosciuto in seguito alla sentenza della Corte costituzionale, ciò anche attraverso la redazione di rapporti disciplinari che ad oggi assumono più la valenza di atti dimostrativi che non di adempimento delle prescrizioni normative vigenti".

Se ciò fosse vero, vuol dire che si compirebbero delle violazioni. Eppure, come detto, la Corte costituzionale ha sentenziato chiaro e tondo che cade il divieto assoluto di scambio di oggetti di modico valore, come generi alimentari o per l'igiene personale e della cella, per i detenuti sottoposti al regime del 41bis appartenenti allo stesso "gruppo di socialità".

Il divieto legislativo, comprensibile tra detenuti assegnati a gruppi di socialità diversi, risulta invece irragionevole se esteso in modo indiscriminato anche ai componenti del medesimo gruppo. La Consulta ha rilevato che, se è ben comprensibile prevedere il divieto di comunicare e scambiare oggetti tra detenuti assegnati a gruppi di socialità diversi, risulta invece irragionevole l'estensione indiscriminata del divieto anche ai componenti del medesimo gruppo.

I quali, potendo già agevolmente comunicare in varie occasioni, non hanno di regola la necessità di ricorrere a forme nascoste o criptiche di comunicazione, come lo scambio di oggetti cui sia assegnato convenzionalmente un certo significato, da trasmettere successivamente all'esterno attraverso i colloqui con i familiari. Ma a quanto pare ancora non tutti i penitenziari che ospitano il 41bis si stiano adeguando.

Non è la prima volta che alcuni istituti non si adeguano subito alle sentenze. C'è il caso della Cassazione, quando ha riconosciuto ai carcerati sottoposti al 41bis il diritto a due ore d'aria, ma è accaduto che al carcere di Spoleto non avrebbero - al tempo rispettato questo diritto e il detenuto Alessio Attanasio ha protestato. Poi ci sono altri casi simili, ma che riguardano le ordinanze dei magistrati di sorveglianza. Non di rado accade, in generale nelle carceri, che se c'è una decisione di segno negativo, quella viene eseguita immediatamente, al contrario, quando raramente i reclami vengono accolti, arrivano delle resistenze e i reclusi sono costretti a fare richiesta di ottemperanza. Un problema, quest'ultimo, rilevato anche dal garante nazionale delle persone private della libertà alla relazione dell'anno scorso.

 
Bergamo. In tutto tre detenuti contagiati, così il carcere è rimasto immune al Covid PDF Stampa
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di Maddalena Berbenni


Corriere della Sera, 10 luglio 2020

 

La Casa circondariale scelta per celebrare la Polizia penitenziaria, a 203 anni dalla Fondazione. I colloqui via Internet. La direttrice Mazzotta: "Fondamentale intervenire subito, già nei primi giorni eravamo a colloquio con il Papa Giovanni".

Il numero dei detenuti oscilla tra il prima e il dopo, perché la pandemia ha fermato i reati più comuni. Spaccio, furti. Un anno fa superava i 500. A maggio è sceso a 400, ora è risalito a 430. È facile, invece, fare calcoli sul contagio: solo 3 ospiti della casa circondariale di via Gleno hanno contratto il Covid. Sono tutti guariti.

Proprio il carcere di Bergamo è stato scelto dal Provveditorato della Lombardia per celebrare i 203 anni dalla fondazione della polizia penitenziaria (in ogni regione è stato selezionato un solo carcere per limitare i contatti). Vuole dire molto dopo il burrascoso periodo delle inchieste e, ora, il difficile lockdown, segnato anche dalla perdita di don Fausto Resmini.

"È stata una scelta per testimoniare la vicinanza dell'amministrazione penitenziaria al territorio - spiega la direttrice Teresa Mazzotta - e l'apprezzamento verso il corpo di polizia penitenziaria. C'è chi tra gli agenti ha vissuto in prima persona l'esperienza del virus e nonostante questo siamo riusciti a lavorare bene, tutti hanno capito che era importante la loro presenza".

Per la sicurezza, certo, specie nei giorni più tesi delle rivolte in altre carceri. Ma anche "per il sostegno e il conforto - prosegue Mazzotta. Sono stati veri punti di riferimento". Per esempio, nello svolgimento dei colloqui con le famiglie o delle udienze di convalida, tutto a distanza, spesso con connessioni internet da inventarsi al momento.

Dal punto di vista sanitario "è stato fondamentale intervenire subito - dice la direttrice - già il lunedì dei primi casi eravamo a colloquio con il Papa Giovanni e abbiamo provveduto a dotarci dei dispositivi di protezione individuale". In quella fase, i colloqui erano ancora consentiti, ma si usava già la mascherina. Ha giocato a favore avere all'interno un dirigente sanitario che è virologo. Per il resto, "molto ha fatto il territorio: il Comune, con il sindaco Gori, ci ha donato pc che con i telefonini ci hanno permesso di organizzare i colloqui, ma anche di completare le lezioni scolastiche".

 
Roma. Progetti che valgono la pena PDF Stampa
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di Simone Schiavetti


Left, 10 luglio 2020

 

Dal birrificio artigianale alla produzione di mascherine. La Onlus "Semi di libertà" organizza progetti che puntano alla formazione, emancipazione ed autonomia economica dei detenuti. Tra successi contro la recidiva, pregiudizi e l'eterno problema del sovraffollamento.

Nel film "Le ali della libertà", pellicola tratta da un racconto di Stephen King, un detenuto di nome Brooks torna libero dopo una vita intera passata in galera senza alcun tipo di programma di recupero. Ormai anziano, persi tutti i rapporti umani fuori dalle sbarre, catapultato in un mondo reale che non gli appartiene, uno dei pochi pensieri che riesce a fare è "magari dovrei comprare una pistola e rapinare il supermercato".

Tornare a delinquere, ripetere il reato. "Perché è proprio questo il problema più grande. Quando esci dal carcere, se non hai formazione, relazioni nuove rispetto a quelle che avevi prima, non hai scelta se non la recidiva del reato". A parlare è Paolo Strano, che dal 2013 presiede Semi di libertà, Onlus romana che si occupa di contrastare la recidiva tra i detenuti attraverso progetti che puntano alla formazione, all'emancipazione e all'autonomia economica.

Perché "in carcere - racconta Paolo - ci sono tante potenzialità inespresse, persone con idee che non riescono a valorizzare se manca un percorso di reinserimento. Cosa che, ricordo, è un dettato costituzionale. La pena deve tendere alla rieducazione del condannato".

In questo senso sono tanti i progetti messi in campo dalla Onlus nel corso degli anni, due dei quali, Vale la pena ed Economia carceraria, cresciuti a tal punto da diventare spin off autonomi. Il primo riguarda la creazione di birra artigianale fatta insieme ai detenuti del carcere di Rebibbia, progetto realizzato con il supporto di mastri birrai italiani nonché, nella fase iniziale, del Miur e del ministero di Giustizia.

Economia carceraria riguarda invece produzione e vendita di prodotti fatti da detenuti, acquistabili sia in uno shop romano che online, tramite la piattaforma rete nazionale di Economia carceraria, adatta a promuovere i prodotti e supportare le varie economie carcerarie sparse sul territorio. Attività che ha alla base "il rifiuto di qualsiasi forma di assistenzialismo - prosegue Paolo - e che punta a dare strumenti di sostenibilità economica alle persone".

Ovvero strade da poter percorrere una volta fuori dalla galera. Nuovi progetti stanno per partire, come Social hub, che ha l'intento di creare start up e fare formazione di micro imprenditorialità ai detenuti, o A piede libero, che punta alla realizzazione di sandali di alta qualità. Il più attuale però è quello che vede Semi di libertà collaborare con l'associazione Fevoss di Verona per la realizzazione e la distribuzione di mascherine consegnate in varie carceri italiane.

Perché i penitenziari, ai tempi del Covid-19, hanno rischiato e "rischiano tuttora di diventare bombe epidemiologiche - sottolinea Paolo. Il virus non resta certo circoscritto dalle mura. Il personale amministrativo infatti entra ed esce, rischiando di portarlo con sé".

Il problema più grande, come testimoniato dalle rivolte di pochi mesi fa in alcuni penitenziari, resta però quello del sovraffollamento. Strutturale per le carceri italiane, che in periodi di pandemia da coronavirus si aggrava assumendo i contorni di rischio per la salute causato dall'impossibilità di mantenere il distanziamento.

I numeri parlano chiaro. Nel rapporto di Antigone, Il carcere al tempo del coronavirus, si legge che al 15 maggio i detenuti presenti nelle carceri italiane erano 52.679 a fronte di 50.438 posti ufficialmente disponibili. A fine febbraio le presenze erano 8.551 in più, si è quindi fatto un passo avanti, ma ancora il traguardo non è stato raggiunto.

In questo senso, la battaglia contro la recidiva di Semi di libertà si lega a possibili soluzioni al sovraffollamento, "per risolvere il quale - afferma Paolo - si potrebbe partire dal mettere in pratica regole già esistenti riguardo a misure alternative al carcere, come l'esecuzione penale esterna, che permette a tutte le persone alle quali è riconosciuta la non pericolosità sociale di scontare la pena o presso il domicilio o in altre strutture.

Oppure l'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario, che autorizza la persona ad uscire dal carcere per lavorare. Così facendo, almeno un terzo dei detenuti potrebbero stare fuori, rendendo tollerabile e gestibile il numero di chi resta dentro e facilitando momenti per formarsi e lavorare a chi è fuori". Abbassando sempre di più sia il numero dei detenuti che i casi di recidiva. Cosa che, oltretutto, avrebbe risvolti positivi sia per i conti dello Stato che per il personale carcerario. Perché se la piaga dei suicidi tra i detenuti in carcere è ben nota "la percentuale è alta anche riguardo al personale della polizia penitenziaria" precisa Paolo.

Un lavoro, quello contro la recidiva e a favore dei detenuti, non facile visti i preconcetti verso la categoria. "C'è una percezione errata della realtà del carcere - afferma Paolo - e una visione radicale della questione secondo la quale il detenuto è il cattivo e deve stare dietro un muro e noi siamo i buoni". Tutto troppo semplicistico.

"Per cominciare, nella quasi totalità dei casi prima o poi quella persona uscirà dal carcere. A quel punto cosa farà? Oltretutto, siamo certi della colpevolezza di chi è in carcere? C'è un portale (errorigiudiziari.com) che raccoglie i tantissimi casi di persone che per infiniti motivi hanno fatto anni di galera senza alcuna ragione. Il 36% delle persone presenti oggi in carcere poi è in attesa di giudizio. Non sono colpevoli ma in custodia cautelare. E, statisticamente, la metà di loro alla fine risultano innocenti".

Un impegno, quello verso i detenuti, dove scarseggiano gli alleati "perché la nostra è un'attività impopolare - conferma Paolo - dal punto di vista politico pochissimi si interessano al tema. Che non è ben visto e toglie consensi". Impegno che continua ad essere assolutamente necessario e quanto mai d'attualità. Con Paolo e la sua Onlus che proseguono a "piantare figurativamente semi per la libertà di queste persone. Semi fatti di formazione ed emancipazione".

 
Venezia. Carcere: i volontari sono tornati in servizio PDF Stampa
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di Francesca Catalano


genteveneta.it, 10 luglio 2020

 

Finalmente da martedì 6 i volontari sono potuti tornare a prestare servizio in carcere, seppur in modo ridotto. La conferma arriva da don Antonio Biancotto, cappellano dell'Istituto penitenziario.

"Per quanto riguarda i volontari della diocesi, che seguono insieme a me l'aspetto religioso, possono entrare in carcere in due, rispetto agli otto di una volta. Loro seguono i due gruppi di ascolto della Parola di Dio, del lunedì e giovedì pomeriggio, e possono avere un massimo di 12 partecipanti" spiega il sacerdote. Nell'Istituto penitenziario, oltre a celebrare la Messa don Antonio svolge la catechesi pomeridiana ai reclusi ogni martedì e si occupa della distribuzione del vestiario.

Il lungo e duro periodo di stop forzato. Ma ora che la ripartenza giunge anche in carcere, ancora forte è il ricordo dei duri mesi di lockdown. "Avevamo dovuto interrompere l'eucarestia domenicale - racconta - a cui partecipavano circa una sessantina di persone, anche di altre confessioni. Da fine febbraio fino ad inizio maggio mi è stato però permesso di svolgere ogni sabato 15 minuti di preghiera per piano".

Solo in un secondo momento, visto che il rischio per loro era più contenuto non avendo contatti con l'esterno, è stato concesso a don Antonio di svolgere la Messa in due turni: il sabato pomeriggio per un reparto e la domenica mattina per un altro. "Non possono partecipare più di 25 persone alla volta. Devono prenotarsi per tempo e la precedenza viene data a cristiani e ortodossi, inoltre devono entrare in cappella con mascherina e gel disinfettante, rispettando le regole sanitarie pur essendo tutti all'interno della stessa struttura carceraria".

Le regole infatti sono molto stringenti, tanto che detenuti, personale e don Antonio stesso sono stati più volte sottoposti al tampone, risultando tutti negativi. Durante il periodo di Coronavirus, il cappellano era l'unico che poteva entrare in carcere ad eccezione del personale di polizia penitenziaria e di due educatori. Ai volontari di tutte le associazioni era infatti negato l'accesso: "Ad un certo punto però sono riuscito ad ottenere il permesso per un volontario che mi ha aiutato nel servizio di guardaroba, altrimenti per me sarebbe stato complicato da gestire senza la collaborazione delle suore" dice.

Un ascolto prezioso. "Andavo in carcere tutti i giorni per due o tre ore. Parlavo con i reclusi, - commenta - li ascoltavo e li confessavo. Un servizio che ho fatto volentieri. Venezia in quel periodo era spettrale: durante il percorso da casa al carcere non trovavo anima viva". Durante i mesi in cui la pandemia sembrava inarrestabile, don Antonio ascoltava le preoccupazioni dei carcerati: "Erano allarmati per le loro famiglie e i loro cari.

Da marzo infatti - spiega il cappellano - il Ministero di Grazia e Giustizia ha concesso che potessero svolgere gratuitamente chiamate e videochiamate anche all'estero, molte in Marocco, Nigeria, Tunisia e Colombia. Questo servizio è ancora in atto e spero rimanga perché aiuta molto ad allentare la tensione dei detenuti".

"La sommossa di marzo? Hanno capito di aver sbagliato". Poi parla del passo indietro di coloro che hanno preso parte alla sommossa del 10 marzo, quando hanno bloccato le visite in carcere di parenti e legali: "Hanno capito di aver sbagliato. La direzione si stava muovendo nei loro confronti, precedendo l'emergenza che si stava delineando all'orizzonte con concessioni, come le videochiamate. Loro hanno protestato non per una vera necessità ma per emulare quello che stava avvenendo nelle altre prigioni".

Nel corso del lockdown i reclusi tutto sommato sono tuttavia stati tranquilli: "Vedevano che la società italiana era sotto pressione per i tanti divieti e si rendevano conto della situazione, le loro richieste infatti erano contenute". Un periodo difficile in cui la diocesi ha donato 10 mila euro, in parte destinati ai detenuti che non possedevano nulla e in parte per l'acquisto di elettrodomestici. "Ora che i carcerati capiscono che l'emergenza in Italia è rientrata, sono tornati a chiedere soldi e sigarette" commenta don Antonio.

 
Lungo le strade della jihad, viaggio al centro dell'orrore PDF Stampa
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di Elisabetta Rosaspina


Corriere della Sera, 10 luglio 2020

 

In "L'ombra del nemico" (Solferino) Marta Serafini, giornalista del "Corriere", esplora le diramazioni dell'Isis. I reportage sul campo, le testimonianze, l'analisi delle strategie. Ci vogliono cautela, perspicacia, lucidità, passione, pazienza, tenacia e tanto studio per non cadere negli stereotipi di cui è disseminata la lunga storia recente del terrorismo islamico. L'ombra del nemico di Marta Serafini (Solferino editore) parte proprio da qui. Dalle trappole della semplificazione. Dagli angoli bui di un labirinto, o piuttosto di un tunnel dell'orrore, dove si mescolano voci, proclami, esplosioni, urla strazianti, immagini feroci, vittime, carnefici, burattinai e realtà talvolta così banali da diventare trasparenti. Anzi, invisibili.

Così, una giornalista del "Corriere della Sera" che da bambina sognava di fare la cacciatrice di serpenti si è spinta per quattro anni negli anfratti del movimento jihadista, per esplorare i lati nascosti dei suoi tentacoli. Per trovare risposte. Sul campo, quando ha potuto, o nei meandri di internet, attraverso ricerche meticolose e interviste quasi impossibili come quella via Skype a Maria Giulia Sergio, la prima foreign fighter italiana, convertita all'Islam con il nome di Fatima e partita ventottenne da Inzago, a nord est di Milano, per unirsi al Califfato, in Siria, nel 2014. Seguiva il marito, il miliziano albanese Aldo Kobuzi, certo, ma anche i capisaldi di un indottrinamento che Marta Serafini ha tentato di sviscerare, prima che "Fatima" sparisse di nuovo, forse per sempre, inseguita da una condanna definitiva in contumacia a 9 anni, per terrorismo internazionale.

Quegli unici venti minuti di conversazione, nell'estate del 2015, hanno richiesto mesi di lavoro, di indagini, di richieste respinte dalla famiglia, di inseguimenti virtuali per riuscire a intravedere soltanto qualche certezza nella confusione mentale della jihadista italiana, che cercava di reclutare perfino i suoi genitori e la stessa giornalista: "Lo Stato islamico, sappi Marta, è uno Stato perfetto". Come ci è cascata e perché tanti ci sono cascati come lei e magari ci cascheranno ancora? Perché?

È soltanto una delle domande, e forse una delle più urgenti, che hanno accompagnato l'autrice nei suoi viaggi in Medio Oriente, mentre il cuore d'Europa era sotto attacco a Parigi, dalla strage di "Charlie Hebdo" a quella del Bataclan, dagli attentati all'aeroporto di Bruxelles e all'Arena di Manchester dopo un concerto di Ariana Grande, a quelli contro il mercatino di Natale a Berlino, di nuovo in Francia, sul lungomare di Nizza, l'anno dopo sulla Rambla di Barcellona e, nel dicembre 2018, tra le bancarelle natalizie di Strasburgo. L'Isis si è attribuita bulimicamente tutto, anche le maldestre azioni di sconosciuti lupi solitari armati di un comune coltello. Ma era soprattutto nel suo allora vasto territorio che il califfo Abu Bakr Al Baghdadi controllava i rubinetti del sangue. E, per infrangere i suoi giochi di specchi, per smontare la sua sofisticata propaganda, per fermare la guerra e arginare la fuga disperata di sudditi e schiavi sopravvissuti, non bastano gli eserciti. Occorre trovare e ascoltare i testimoni. Occorre capire.

Ci sono gli studiosi, gli storici, i ricercatori, l'intelligence. Spiegano le strategie del potere, le alleanze, i teatri dei conflitti, gli interessi economici in palio. E il libro di Marta Serafini dà conto di analisi e opinioni, ma è dai centri di detenzione per minori di Erbil, nel Kurdistan iracheno, che scaturiscono le pagine più illuminanti: "Non sono cattivo. Ma mi hanno addestrato per otto mesi, mi hanno insegnato a sparare e a fare la lotta" racconta Youssef, ex bambino soldato di Al Baghdadi. Gli hanno certamente fatto di peggio, gli hanno inculcato l'odio dal quale un imam ogni venerdì prova ora a disintossicarlo: "Estirpare certe idee non è possibile, si tratta piuttosto di modificarle" spiega il capo delle guardie alla giornalista.

Senza attraversare le stanze devastate del Nineveh hotel di Mosul, l'albergo di lusso occupato dall'Isis dopo la conquista della città, e calpestare tappeti di bossoli o sfiorare pareti trasudanti sporcizia è più difficile percepire interamente la tragedia delle "spose di guerra" che i miliziani hanno seviziato in quei locali dopo averle costrette a indossare pacchiani abiti da sera e lingerie di seta made in China.

È parlando con un medico siriano sfollato nel campo di Arbat nel Kurdistan iracheno, che l'autrice scorge i lineamenti del nemico celato nell'ombra, ma ben vivido nella memoria delle sue vittime. È accompagnando gli operatori delle organizzazioni non governative italiane e straniere che entra dietro le quinte. A bordo dell'Aquarius la cronista si trasforma in volontaria per ritrovare tra le naufraghe la mamma di Mohamed, un bimbo smarrito di sei anni. Assiste al recupero di una partoriente, con il neonato ancora attaccato alla madre dal cordone ombelicale. Riprende il taccuino degli appunti.

I capitoli rimbalzano dalle emergenze umanitarie alle rotte della droga, con ramificazioni in Afghanistan e l'ombra lunga dell'Isis per puro amore del dio quattrino. Ed è entrando a Pol-i-Charkhi, il carcere di Kabul, che Marta Serafini si conquista sul campo l'opportunità di ascoltare come funziona quel commercio dalla voce di uno dei protagonisti.

Non tutti gli enigmi troveranno risposta. Conserva zone d'ombra il destino dei famigliari di prigionieri dell'Isis, donne e bimbi in molti casi apolidi rinchiusi nel campo di Al Hol: "Voglio sentire cos'hanno da dire - s'intestardisce lei. Voglio sapere come vengono trattati". Senza giudicarli, senza condannarli. Cercando solo il bandolo della matassa.

 
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