Lunedì 23 Settembre 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Lo scrittore e il detenuto. "Vento in scatola", un romanzo giallo nato in carcere PDF Stampa
Condividi

recensione di Mario Valentini


siecom.org, 21 settembre 2019

 

Inizialmente "Vento in scatola" sembra un resoconto - in bilico tra verità e finzione - di un'esperienza di carcere. Scritto da Marco Malvaldi con Glay Ghammouri e pubblicato da Sellerio, il risvolto di copertina ci informa del fatto che i due autori si sono conosciuti appunto presso il carcere di Pisa, dove Malvaldi ha portato avanti un corso di scrittura creativa che il detenuto ("a causa di un grave delitto") Ghammouri ha frequentato. Lo stesso risvolto definisce il libro "commedia da camera", avvertendo che in questo caso la camera è molto estesa, è l'ambiente chiuso di un intero carcere, e che il libro "non ha niente di autobiografico pur avvalendosi di esperienze vissute".

Spulci un po' di notizie dalle note di copertina, dunque, intanto che continui a leggere. Poi, a fine lettura, il libro si rivela quel che a metà lettura avevi il sospetto che fosse: un vero e proprio romanzo giallo. La trama inizialmente è un po' esile. Poi si va irrobustendo. Si dipana poco per volta, come a velocità ridotta. È ben gestita. Ti piace il modo in cui diversi paragrafi vengono montati, riproponendo nel paragrafo successivo una frase, un'immagine o una parola che chiude il paragrafo precedente, come a creare un incatenamento, mentre intanto si opera un netto stacco, un brusco passaggio di scena o di ambiente.

L'esperienza della detenzione la ritrovi tutta, nel libro: molti spunti di riflessione e esperienze dirette di vita in carcere, raccontate da chi sta dentro, da chi quei luoghi li attraversa ogni giorno e li conosce bene. Il libro, insomma, si legge con interesse e offre numerose informazioni sulla vita in condizione di detenzione, che non è facile recuperare altrimenti. Eppure il tutto ti sembra un po' troppo ripulito, disinfettato, igienizzato. E hai il sospetto che sia proprio la tramatura romanzesca, quel tono tipicamente anaffettivo e per tradizione scarsamente emotivo del giallo deduttivo o a enigma (che a un certo punto, in tutta la seconda parte, abbiamo detto che prende piede) a provocare questo effetto di igienico distacco rispetto ai luoghi, alle esperienze, al contesto, agli eventi narrati.

Ti vien da pensare, insomma, che se il bello dei gialli metropolitani di Scerbanenco era una rara, potente capacità di narrare e descrivere un ambiente irreversibilmente infettato e corrotto, stucchevole è la dimensione di certi altri gialli in cui gli omicidi sembrano una breve parentesi in un mondo che sostanzialmente rimane incontaminato: come se fossero tuffi nell'acqua immobile di una piscina che nessun alito di vento agiterà mai. Finito il tuffo, passata quell'inaspettata e imprevista increspatura, quello specchio d'acqua ritorna fermo. E rimarrà così, intonso.

Dicevo, intanto che la storia va avanti e le vicende "gialle" si dipanano senza mai riuscire a infettare o contaminare nel profondo ambienti, eventi, personaggi della storia (la narrazione piuttosto prende la piega un po' più pacificata della commedia); mentre gli eventi pian piano si susseguono senza riuscire a scombinare o sgranare la resa stilistica del racconto, tante cose della vita in carcere le scopri.

Le poche ore d'aria concesse ai carcerati, la vita in una cella angusta in cui si cucina, si va in bagno, si lavano stoviglie a stretto contatto con altre quattro o cinque persone, senza nemmeno riuscire a muoversi. Le chiacchiere interminabili, la solidarietà, i conflitti violenti con i compagni di cella. L'abuso di alcuni carcerieri sui carcerati. La dimensione abusante dell'istituto di pena in sé, in quanto dispositivo in cui si esercita la forza della coercizione. Gli incontri e le amicizie pericolose con un camorrista che prima prova ad affiliare il protagonista del romanzo per utilizzare i suoi preziosi servigi e poi inizia a controllare ogni suo spostamento tramite i suoi scagnozzi, provando a impadronirsi della sua esistenza. I rapporti, sempre in bilico tra conflitto e allettamento, tra controllo e connivenza, che si instaurano con i secondini (che- avvertono gli autori- in carcere vengono sempre chiamati assistenti).

L'amato calcio, rispetto al quale però si diventa esperti solo di Coppa Italia, perché è l'unica competizione che i carcerati riescono a seguire in chiaro sulle emittenti nazionali. E poi quel modo di orientarsi tra gli spazi chiusi degli istituti di pena. Quel progressivo rinunciare alla vista perché non si ha la possibilità di guardare spazi aperti e mettere a fuoco cose lontane ("il disturbo più diffuso in carcere non è la depressione ma, molto più banalmente, la miopia").

Per cui è l'udito il senso che maggiormente si sviluppa: è attraverso l'udito che si impara a prevedere i pericoli, che si apprende cosa avviene nei corridoi o in un'altra cella, che si riconoscono gli umori, le inquietudini, le tensioni e i conflitti pronti a esplodere nell'ambiente carcerario. E altri dettagli propri dell'organizzazione degli istituti di pena: il rancio immangiabile, la possibilità di farsi recapitare settimanalmente un "sopravvitto" (una spesa aggiuntiva rispetto alla dotazione standard del carcere, di prodotti a scelta dei detenuti) e l'astrusa, sfiancante modulistica da compilare per una qualsivoglia, anche minima, richiesta il carcerato debba rivolgere all'Istituzione.

Mentre descrive molti aspetti della vita in carcere, intanto "Vento in scatola" struttura la sua dimensione più propriamente finzionale citando una storia classica di ambientazione carceraria. Una delle più belle: "Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank", il lungo racconto di Stephen King raccolto in "Stagioni diverse", da cui è stato tratto il film "Le ali della libertà".

È un procedimento parodico, in un certo senso, anch'esso tipico della commedia: si sfrutta uno spunto narrativo già noto e presente in un'altra opera, abbassandolo, addomesticandolo, facendolo deragliare verso altri esiti. Lì, in "Rita Hayworth..." di Stephen King, il protagonista era un bancario molto esperto in transazioni finanziarie, che doveva scontare il carcere a vita per l'omicidio (che con ogni probabilità non era stato lui a commettere) della moglie con l'amante (un giocatore di golf).

Il bancario, Andy Dufresne, utilizzava le sue competenze finanziarie per ingraziarsi prima le guardie carcerarie, poi perfino il direttore del carcere e organizzare, sfruttando il buon trattamento e i privilegi ottenuti in questo modo, un'epica fuga. Qui, in "Vento in scatola", il protagonista è un broker tunisino piuttosto truffaldino, che prima ottiene dei privilegi da parte delle guardie carcerarie grazie alle sue capacità di cuoco (nel giallo italiano pare sia impossibile non parlare di cibo e cucina, ti viene da pensare mentre leggi), poi utilizza le sue capacità di broker per stringere alleanza con alcuni agenti della polizia penitenziaria e inacastrare un camorrista.

Il romanzo mette in scena le relazioni tra detenuti, i reciproci racconti scambiati nelle lunghe ore passate in cella. Ma parla anche a lungo dello strano dialogo (o incastro) che si instaura con gli assistenti, con le guardie carcerarie. Il disagio è duplice: degli strani suicidi avvengono dall'una e dall'altra parte, perché il carcere segna le vite sia di chi lì dentro vi è detenuto sia di chi vi lavora.

Eppure al paesaggio manca qualcosa, come si è detto. Il chiuso contesto carcerario non ti arriva dritto, violento, messo a fuoco nell'interezza di tutti i suoi possibili contorni. Ed allora è come se durante la lettura si sentisse il bisogno di compensare quella che si percepisce come una leggera sfocatura dello sguardo attingendo ad altri tipi di resoconto per riuscire a capire con maggiore chiarezza come sia la vita dietro le sbarre. Si incomincia a cercare altrove qualche altro riferimento.

Sarà che il tuo livello d'attenzione si è fatto particolarmente acuto per via del libro che stai leggendo, ma inizi a ritrovare e selezionare tra le pagine dei giornali che compri, tra le riviste che sfogli, tra le storie che ascolti, tra i libri che hai in casa: articoli, servizi, report fotografici che parlano di carcere. Ed è così che il quadro si completa, il paesaggio diventa più nitido.

Alla fine isoli due titoli per completare quel quadro: uno di recente uscita, uno di ormai diciotto anni fa. Due reportage fotografici: "Prigionieri" di Valerio Bispuri, da poco pubblicato da Contrasto, e "Detenuti" di Mauro D'Agati, pubblicato da cal.co editore nel 2001. Ma questa è probabilmente un'altra storia, che merita un articolo a sé. Intanto ora, qui, lasci quei titoli come due meri riferimenti bibliografici ripromettendoti di parlarne diffusamente al più presto.

 
Eutanasia, il Papa in campo. Consulta verso la decisione PDF Stampa
Condividi

di Barbara Acquaviti e Valentina Errante


Il Messaggero, 21 settembre 2019

 

Contro ogni possibile apertura a pratiche di eutanasia o suicidio assistito. Papa Francesco torna a far sentire la propria voce alla vigilia della decisione della Corte Costituzionale sulla questione di legittimità delle norme che puniscono l'aiuto al suicidio.

Sulla questione, sollevata dalla Corte di Assise di Milano nell'ambito del procedimento contro Marco Cappato, autodenunciatosi dopo aver accompagnato in Svizzera Dj Fabo, la Corte aveva concesso, invano, un anno al parlamento per legiferare. Nulla è stato fatto ed è molto improbabile che ora la Consulta decida di concedere una ulteriore proroga. Come chiedono alcune forze politiche, anche perché fino ad ora neppure l'avvocatura dello Stato è stata coinvolta per chiedere in giudizio più tempo per formulare una nuova norma.

Così alla vigilia delle due udienze, che il 24 settembre potrebbero consegnare al Paese un verdetto epocale, cresce la tensione. Lo scenario potrebbe cambiare in corner: i legali di Palazzo Chigi potrebbero ricevere un mandato per costituirsi davanti alla Corte e chiedere che conceda più tempo al legislatore visto che la questione riguarda "un incrocio di valori di primario rilievo", come avevano sostenuto gli stessi giudici lo scorso anno.

Nella sollecitazione al Parlamento, però, la Corte anticipava il proprio sentire, definendo come "costituzionalmente non compatibili" gli effetti della norma vigente, ma sollecitava le Camere a "scongiurare possibili vuoti di tutela di valori, anch'essi pienamente rilevanti sul piano costituzionale". Sul rischio le forze politiche si dividono, da un lato Forza Italia, che spera ancora in un rinvio. Dall'altro i Cinque Stelle che si trovano sulla posizione più liberale. In mezzo i dem, divisi anche all'interno, ai quali avere più tempo per trattare non dispiacerebbe.

Parla ai cattolici, Papa Francesco, e non vacilla: "Si può e si deve respingere la tentazione - indotta anche da mutamenti legislativi - di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l'eutanasia". È tornato a dirlo ieri, ricevendo la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri. Non è il primo appello del pontefice che torna a fare riferimento ai valori cattolici e alla tutela della vita.

La prova di forza alla Camera, le commissioni riunite Giustizia e Affari sociali, il 31 luglio scorso, nonostante un dibattito durato due mesi, si sono arrese di fronte all'impossibilità di produrre almeno un testo base. Principalmente a causa della distanza siderale all'interno dell'allora maggioranza, vista la posizione assolutamente liberale del Movimento Cinque Stelle. Pur se meno lontani, tuttavia, anche gli orientamenti tra i giallorossi non combaciano. Il Pd, e altrettanto vale per Italia viva di Renzi, è attraversato da diverse opinioni. E c'è una parte consistente che ritiene necessario fare da sponda al mondo cattolico.

D'altra parte, ora che la Lega non è più in maggioranza, è proprio ai dem che guarda la Chiesa per stoppare le posizioni del M5s. In tutto, oltre a quella di iniziativa popolare, alla Camera, le altre proposte sono state presentate: da Andrea Cecconi del gruppo Misto, Michela Rostan di Liberi e uguali, Doriana Sarli del Movimento Cinque Stelle e Alessandro Pagano della Lega. Altre due sono invece state depositate al Senato, una da Tommaso Cerno del Pd e l'altra dal pentastellato Matteo Mantero.

A Palazzo Madama, tuttavia, l'esame non è mai cominciato. Per questo, Forza Italia ha presentato una mozione nella speranza che la Corte Costituzionale conceda altro tempo, visto che - in virtù del bicameralismo perfetto - il tema è stato affrontato soltanto da Montecitorio. Polemiche, inoltre, ha suscitato la notizia di una telefonata, definita informale, del presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, al presidente della Corte Costituzionale. Una scelta che è stata apertamente criticata da Marco Cappato che ha commentato: "È stata una "pressione indebita".

 
Clima. Sette continenti in marcia per una nuova idea di mondo PDF Stampa
Condividi

di Marina Catucci


Il Manifesto, 21 settembre 2019

 

Lo sciopero di New York è cominciato ufficialmente alle 12:30, con un concentramento nella piazza di Foley square da dove è partita una marcia verso Battery Park, l'estrema punta sud di Manhattan, dove si è tenuto un comizio dalle 15 alle 17 con l'intervento conclusivo di Greta Thunberg. E proprio Greta ha celebrato le prime mosse dell'azione globale: "I primi numeri - ha raccontato - dicono 400.000 persone in tutta l'Australia, 100.000 a Berlino, 100.000 a Londra, 50.000 ad Amburgo".

2993 cittá, 162 nazioni, 7 continenti: il #ClimateStrike, lo sciopero per il clima, si è inserito nella lista delle manifestazioni globali che hanno avuto inizio il 15 febbraio del 2003, quando per la prima volta il mondo è sceso in piazza compatto per portare avanti un'istanza comune, trasversale, in quell'occasione era l'opposizione alla guerra in Iraq, questa volta è la difesa del pianeta.

I temi non sono generici, lo sciopero ha una serie di richieste che si legano ampiamente a quelle del Green New Deal che lega l'ambiente all'economia, e includono l'abbandono dei combustibili fossili e un adeguato carico di responsabilità per gli inquinanti. Le origini di queste manifestazioni risalgono a un anno fa, e sono ispirate dalle proteste solitarie della sedicenne Greta Thunberg davanti al Parlamento svedese; i ragazzi di tutto il mondo hanno iniziato ad aderire ai Climate Strikes for Future, per ricordare agli adulti che contro i cambiamenti climatici bisogna agire e subito.

Questi scioperi globali per il clima in un anno sono diventati un movimento di protesta civile capace di portare in piazza milioni di persone alla vigilia del Climate Summit dell'Onu che si terrà a New York il 23 settembre. "Oggi abbiamo fatto un walk out - dice Jordan 17enne del Queens - siamo usciti in massa da scuola per aderire al Climate Strike, e questa non ci verrà contata come assenza. Dobbiamo invertire ciò che hanno fatto i nostri genitori. Hanno rovinato tutto lasciando che troppe cose progredissero solo perché pensavano ci avrebbero aiutato in futuro, beh in realtà non ci aiutano affatto in futuro".

Gli studenti sono arrivati al concentramento di Foley Square con un messaggio che ricorda molto quello dei loro coetanei del movimento contro le armi, NeverAgain. "Sappiamo che i potenti fino ad ora hanno privilegiato il capitalismo e le industrie private rispetto al nostro benessere reale - dice la 17enne Olivia - e abbiamo un messaggio per loro: li stiamo guardando e anche se non siamo ancora in età di voto, lo saremo presto". A parlare dal palco di Foley square prima dell'inizio del corteo, c'era Marisol Rivera, attivista di 13 anni la cui casa è stata distrutta durante l'uragano Sandy: "Non possiamo lasciare che le persone soffrano, tutti noi meritiamo di vivere liberi da combustibili fossili e avere una vita migliore. Ciò che è accaduto a me può accadere alle persone che conoscete e a cui volete bene".

Mentre Manhattan si aspettava l'intervento di Greta Thunberg, a Brooklyn un altro gruppo di attivisti aveva organizzando il Frontline Climate Strike, focalizzato sulle comunità a basso reddito che rischiano di essere maggiormente colpite dall'ingiustizia ambientale e dalla crisi climatica. "È tutto un solo problema - dice il 16enne Pedro, che si definisce newyorican, newyorchese di origine portoricana - la gente che scappa da zone dove gli uragani sono devastanti e non ci sono risorse per ricostruire scappa in altri Paesi dove non li vogliono, i poveri diventano sempre più poveri, insicuri, svantaggiati. Bisogna aggiustare questo tipo di società e ciò che fa impazzire il clima, perché sono la stessa cosa".

 
L'inviato Onu per il clima: "Italia in prima fila, ma bisogna fare di più" PDF Stampa
Condividi

di Paolo Mastrolilli


La Stampa, 21 settembre 2019

 

Luis Alfonso de Alba: il tempo dei negoziati è finito. "L'Europa e l'Italia sono protagonisti molto

positivi della lotta contro i cambiamenti climatici, ma abbiamo bisogno che tutti facciano di più. Per centrare gli obiettivi che ci siamo dati a Parigi, gli Stati devono raddoppiare o triplicare gli impegni presi. La fase del negoziato è finita: il vertice sul clima all'Onu avrà lo scopo di accelerare l'implementazione". A trasmettere questo senso di urgenza è l'ambasciatore messicano Luis Alfonso de Alba, inviato speciale del segretario generale Antonio Guterres per il 2019 Climate Action Summit, che incontriamo alla conferenza organizzata alla vigilia del vertice da United for Climate Justice.

 

Lei ha gestito il negoziato per il Summit, che comincia oggi con l'incontro dei giovani. Cosa sperate di ottenere?

"Il segretario generale Guterres ha posto obiettivi ambiziosi, perché l'emergenza lo impone. Ha chiesto di non costruire più centrali elettriche a carbone a partire dal 2020, e rilanciare gli impegni per arrivare a zero emissioni entro il 2050. Non ci aspettiamo bei discorsi, ma piani concreti. Il summit non è un punto di arrivo, ma l'inizio di un nuovo processo: il tempo dei negoziati è finito, ora bisogna agire. È necessario cambiare in maniera radicale il modo in cui consumiamo e produciamo. Per riuscire a centrare i parametri di Parigi gli Stati devono raddoppiare o triplicare i loro impegni. Governi, imprese e società civile devono dimostrare la leadership con i fatti".

 

Lei ha lavorato con l'amministrazione Trump, ma non c'è dubbio che l'uscita degli Usa dall'accordo di Parigi abbia complicato il lavoro. L'Europa deve fare di più per compensare?

"La Ue è un grande partner, lo ha dimostrato attraverso l'impegno di ridurre le emissioni del 55% entro il 2030, e centrare l'obiettivo della neutralità entro il 2050. Non tutti i Paesi, ma la maggioranza. Noi speriamo che oltre alle decisioni interne, la Ue svolga un forte ruolo di traino a livello internazionale. Siamo felici di vedere che molti Paesi europei hanno raddoppiato i contributi al Green Climate Fund. Si erano impegnati a Cancun di aiutare i Paesi in via di sviluppo, e stanno lavorando su questioni concrete come i semi più efficaci. È un pacchetto, e ci serve anche che la Ue unisca le sue forze con quelle delle grandi economie dei Paesi in via di sviluppo, perché abbiamo bisogno di Cina, India, Brasile, per avere successo".

 

Il governo italiano sta discutendo il Decreto Ambiente. Cosa si aspetta da Roma?

"L'Italia è uno dei campioni dell'Unione Europea su questi temi. È stata molto attiva e utile per la preparazione del summit, sta facendo progressi con le fonti rinnovabili, e ha un'intensa collaborazione con i Paesi insulari. Molte iniziative, non solo al livello del governo, ma anche del settore privato. La società civile italiana è convinta dell'urgenza di agire".

 

Però abbiamo aderito alla nuova Via della Seta cinese, che rischia di aumentare l'inquinamento.

"È un progetto molto ambizioso. La Cina sta sostenendo lo sviluppo delle fonti rinnovabili in molti Paesi, ma continua anche a costruire le centrali a carbone, e questo deve finire".

 
Diritti, una Carta etica contro ogni discriminazione di genere PDF Stampa
Condividi

di Cristina Nadotti


La Repubblica, 21 settembre 2019

 

Quattro i punti dell'iniziativa promossa dal linguista Massimo Arcangeli e da Antonello Sannino a cui hanno aderito due sindaci: "Sarebbe stato importante se avesse aderito il governatore Emiliano, ma invece non ha firmato la Carta". Un segnale da una regione dove negli ultimi tempi si sono registrati casi di discriminazione di genere.

Ieri mattina a San Severo, il sindaco del comune foggiano, Francesco Miglio, e la sindaca di Ricadi, in provincia di Vibo Valentia, Giulia Russo, hanno firmato la "Carta Etica" per contrastare ogni forma di discriminazione sessuale. All'iniziativa, promossa dal linguista Massimo Arcangeli, fondatore del movimento Omofobi del mio Stivale, e da Antonello Sannino, vicepresidente del comitato Arcigay Antinoo di Napoli, ha aderito anche Luigi de Magistris, sindaco della città metropolitana di Napoli.

La firma della carta conclude tre giornate di mobilitazione a Sorrento e San Severo, organizzate per dire NO alla discriminazione contro le persone Lgbt+ alle quali hanno partecipato intellettuali, scrittori, addetti ai lavori e migliaia di cittadini italiani e stranieri. Il documento che i sindaci hanno firmato vuole essere uno strumento operativo per rispondere alla discriminazione legata all'identità sessuale, un fenomeno preoccupante a livello nazionale e che ha visto proprio nel foggiano, a Ricadi nel 2017 un episodio grave che ha dato via alla mobilitazione di "Omofobi del mio stivale".

La grave discriminazione di due ragazzi gay che si videro rifiutare l'alloggio prenotato in un b&b fu denunciato dal linguista Massimo Arcangeli, che oggi ha consegnato, insieme ad Antonello Sannino la copia in pergamena del manifesto contro la discriminazione sessuale sottoscritto dal Comune foggiano. Arcangeli e Sannino hanno anche annunciato la nascita di un osservatorio nazionale di monitoraggio sulla diffusione dell'odio verbale omotransfobico, accompagnato dalla pubblicazione di un rapporto annuale da parte dell'editore Aracne.

La Carta etica si rivolge "ai Comuni, agli addetti ai lavori nel campo del turismo e degli esercizi pubblici e a tutte le coscienze disposte a sottoscriverla per dire no a ogni forma di discriminazione di genere e su base sessuale". I suoi 4 punti impegnano al rispetto di tutte le differenze di genere; alla tutela della dignità delle persone qualunque sia il loro orientamento sessuale e la loro identità di genere; al favorire il dialogo in materia di discriminazione sessuale e di genere e a promuovere la Carta e applicarne i contenuti in tutti i luoghi pubblici e privati.

Al professor Arcangeli abbiamo chiesto quale sia l'importanza della Carta al di là del suo valore simbolico. "I simboli sono oggi molto più importanti di una miriade di leggi approvate e mai applicate - osserva il linguista - Le tante persone che hanno risposto al nostro appello firmandola, stanno già producendo i loro effetti a catena.

Diversi giornalisti, addetti ai lavori, personaggi pubblici l'hanno già sottoscritta. La compagnia aerea Easy Jet era insieme a noi nell'evento di Sorrento del 12 settembre, una sorta di anticipazione del Pride di due giorni dopo. La prossima tappa saranno le Marche: faremo un evento a Camerino, lasciata desolatamente sola dopo il terremoto, per cui sarà un'azione anche a sostegno della ricostruzione".

 

La presentazione della vostra iniziativa a San Severo aggiunge significato alla firma dei due sindaci?

"Sì, perché a San Severo, quest'estate, si è riproposto lo "schema" del caso avvenuto nel 2017 a Ricadi, che fece il giro del mondo. La proprietaria di un bed & breakfast si è rifiutata di accogliere una coppia di ragazzi omosessuali perché omosessuali".

 

Cosa è cambiato dalla discriminazione subita dalla coppia a Vibo Valentia, che lei aveva denunciato?

"Per me è cambiato tutto, perché il coraggio di Gennaro Casalino (uno dei due ragazzi discriminati a Ricadi) mi ha dato la forza di lanciare negli anni col mio movimento, "Omofobi del mio Stivale", importanti iniziative contro l'omofobia in ogni luogo d'Italia dove si fossero registrati casi particolarmente gravi di discriminazione sessuale. Questo ci ha consentito di sensibilizzare sul tema tantissime persone, ci ha permesso di aiutare molti giovani a uscire allo scoperto, a non avere paura di manifestare apertamente la loro sessualità. Continua invece a essere sorda in molti casi la politica. Siamo grati ai sindaci che ci hanno seguito, ma ci sono ancora troppi amministratori locali che esprimono il loro sostegno solo a parole o non si esprimono affatto".

 

Perché non vi seguono?

"I casi più emblematici (e imbarazzanti) sono proprio quelli che riguardano la Puglia e la Calabria. Michele Emiliano è fra quelli che dice ma non fa. Quando lo contattai in agosto, per chiedergli di partecipare alla manifestazione di San Severo del 13 settembre scorso, mi scrisse che sarebbe stato felice di esserci.

La sua segreteria inserì l'appuntamento in agenda, ma poi lui non è venuto né ha più risposto ai miei messaggi e sarebbe stato un gesto significativo se avesse firmato la Carta. Intanto il disegno di legge per contrastare l'omofobia (approvato dalla Giunta regionale nel novembre del 2017) non è ancora stato sottoposto all'approvazione dell'assemblea legislativa pugliese.

Mario Oliverio nel 2017, quando lo invitammo a Ricadi, non venne, e ancora oggi tace. La proposta di legge regionale contro la discriminazione sessuale, promossa e portata avanti da Alessia Bausone (anche lei parte attiva del nostro movimento), è stata approvata all'unanimità dalla Commissione cultura del Consiglio regionale nel gennaio scorso, superando anche il vaglio della Commissione finanze, ma la regione Calabria non la approva ancora".

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

 

06

 

06

 

06


 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it