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Oltre il muro che separa i tribunali dalla società PDF Stampa
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di Jacopo Rosatelli

 

Il Manifesto, 19 luglio 2019

 

"Magistratura e società nell'Italia repubblicana" di Edmondo Bruti Liberati, per Laterza. Di fronte allo "scandalo Csm" e al connesso riaprirsi della vexata questio dei rapporti fra giustizia e politica è istruttivo cimentarsi con il recente volume di Edmondo Bruti Liberati Magistratura e società nell'Italia repubblicana (Laterza, pp. 350, euro 28).

L'autore conosce assai bene la materia essendo stato, fino al pensionamento pochi anni fa, parte attiva di quel mondo delle toghe di cui analizza, con acume e ricca documentazione, le vicende dalla fine del fascismo allo scorso decennio. Giudice dal 1970, vari incarichi di rilievo successivi sino alla guida della procura di Milano, Bruti Liberati è fra i membri più autorevoli di Magistratura democratica, gruppo la cui filosofia anima il senso profondo del libro: rompere il muro che separa il terzo potere da ciò che vive fuori dalle aule di tribunale.

Una storia "interna", quindi, che si fa - e viene analizzata - nel suo intrecciarsi con "l'esterno" delle dinamiche politiche e sociali, mostrando come l'organizzazione della funzione giurisdizionale non sia mai un terreno neutrale, né per soli addetti ai lavori. Qui sta il pregio maggiore di un libro che dovrebbero leggere (e capire) quelli che si trastullano con la figura del giudice "apolitico" e "neutrale" da ingabbiare in una carriera determinabile dall'unico, supremo, valore della "meritocrazia".

Fu invece l'impegno di un numero crescente di magistrati "militanti", che dagli anni 60 ruppero il conformismo castale e burocratico, a far entrare la Costituzione nei palazzi di giustizia. Pienamente coscienti che la neutralità pretesa dai vertici era pura adesione al sistema di interessi e valori delle classi dominanti, le toghe progressiste ingaggiarono conflitti duri, spesso attorno a norme procedurali o a processi-simbolo (Braibanti, "la Zanzara", le schedature Fiat, l'elenco è lungo), relazionandosi con ciò che in quegli anni si muoveva nell'opinione pubblica, nelle fabbriche, nelle scuole.

Il corpo giudiziario perse il suo carattere verticistico non per un'impossibile concessione dall'alto, ma democratizzandosi attraverso una contesa ideale e pratica, rendendo così possibile una giurisprudenza più avanzata in materia di tutela dei lavoratori, ambiente, diritti civili. Crollò la turris eburnea del suo organo di autogoverno, il Csm, che dal 1976 venne eletto con il metodo proporzionale, rispecchiando finalmente una magistratura socialmente e culturalmente più composita che nel passato. Un sistema elettorale che sarà poi modificato più volte sino al ritorno al maggioritario, voluto da Berlusconi, nel nome della "lotta alle correnti".

Quei cambiamenti in senso democratico preoccuparono, dentro e fuori la magistratura. Il segretario del Msi Almirante fu tra i più impegnati nel criticare la politicizzazione del Csm, proponendo che a comporlo fossero "magistrati di nomina non elettiva", scelti cioè attraverso il sorteggio. Parola d'ordine tornata in voga.

Il tentativo di conservare i vecchi assetti di potere si diede in varie forme, che Bruti Liberati opportunamente ricostruisce con precisione: dai trasferimenti (e successivi insabbiamenti) delle indagini più delicate sulle trame nere alle inchieste-pirata fatte con intenzioni intimidatorie, fino alle aggressioni politico-giudiziarie a magistrati o addirittura a interi Csm troppo scomodi - emblematica l'offensiva condotta dalla procura di Roma nel biennio 1982-83 resa inefficace grazie all'intransigenza del presidente Pertini. Erano gli anni in cui il Csm faceva i conti con la P2, uno scandalo non privo di analogie con la triste attualità che abbiamo sotto gli occhi.

 
La società e le praterie dell'odio PDF Stampa
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di Pino Casamassima

 

Corriere della Sera, 19 luglio 2019

 

"Nessuno nasce odiando a causa della razza, della religione o della classe d'appartenenza. Gli uomini imparano a odiare. E se possono imparare a odiare, possono imparare anche ad amare, perché l'amore è più naturale dell'odio".

Questa frase, Nelson Mandela - uno che se ne intendeva di odio - la pronunciò dopo 27 anni di carcere. Tempo fa, armato di fucile, un uomo di Padenghe ha dato prima fuoco a una roulotte di Sinti italiani, poi ha sparato al capofamiglia che cercava di mettere in salvo figli e genitori, colpendolo a una spalla.

Il movente? Un odio viscerale contro "gli zingari" per un furto subito. Come da tradizione primitiva. Come se secoli di leggi e di progresso umano non fossero valsi a niente. Come se gli uomini non si fossero scaldati al focolare della convivenza civile, della collaborazione, la solidarietà, ma alle fiamme dell'odio.

Ho sufficienti capelli bianchi per affermare che questi ultimi anni hanno imbarbarito la nostra società perfino rispetto ai famigerati anni di piombo. In quel periodo, le barricate avevano coagulato attorno ad esse zone grigie pressoché invisibili e comunque ininfluenti in una società che non era segnata da quell'odio diffuso che oggi si estende dalle città alle campagne, da nord a sud. L'odio non si nutriva di sé stesso attraverso lo scontro quotidiano come oggi.

Un odio che però non è causa, ma effetto di un sentimento cresciuto nello smarrimento del senso comune, contestuale all'appiattimento sui singoli egoismi divenuti infine una marea. In Napoli milionaria di Edoardo de Filippo, la moglie del protagonista, accorgendosi di come la loro vita sia cambiata in peggio nonostante i soldi, si chiede cosa mai sia successo.

"È successo - osserva - che hai perso di vista quello che conta di più". Ecco, è come se la nostra società avesse perduto la bussola della ragione: l'unica che può indirizzarci verso l'amore. A una interpretazione superficiale, questa unione parrebbe contraddire Pascal, e invece solo unendoli possiamo davvero dirci umani. "Noi non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino, ma perché siamo umani".

Questa frase de "L'attimo fuggente" sembra sperduta nelle galassie di storie lontane dopo l'episodio di Lonato. Nei giorni in cui ai sindaci si impone il censimento dei campi nomadi, sembra di un'altra orbita umana. È l' individualismo a creare "bande" sociali e culturali che presidiano il territorio dei "migliori" in nicchie di odio che diventano praterie.

 
Rita Bernardini e le storie dolorose della cannabis ad uso terapeutico PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 19 luglio 2019

 

Chi coltiva la marjuana per necessità finisce in carcere. La vicenda del fermo da parte dei

carabinieri e relativa denuncia a carico dell'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini, riporta di nuovo all'attenzione il problema dell'utilizzo della cannabis terapeutica. Un problema che fa anche ingolfare le nostre patrie galere già in emergenza sovraffollamento.

Ci sono infatti varie storie, finite nel dramma, che coinvolgono numerosi cittadini che soffrono di malattie devastanti e soprattutto dolorose. Accade che, nonostante la legalizzazione dei farmaci cannabinoidi per affievolire i dolori cronici, non è assolutamente facile trovarli e sono soprattutto costosi. In piazza, invece, abbonda a buon mercato e nel web fioccano i manuali per l'autoproduzione. Però coltivarsi da sé le piantine di marjuana è illegale.

Rischiare la galera per curarsi, è una consuetudine. Fabio Valcanover, avvocato di Trento, aveva chiesto invano la grazia al Quirinale per un suo assistito. Un passato da eroinomane negli Anni 80, sieropositivo e malato di epatite, il 63enne riceve un sussidio per invalidità al 100%. Per lenire i dolori coltivava tre piantine di marijuana in casa. In primo grado, il giudice lo ha assolto per via dell'uso medico. In appello, la sentenza è 5 mesi e 10 giorni di reclusione.

C'è la storia emblematica di Fabrizio Pellegrini, sostenuto all'epoca dal Partito Radicale. Affetto da fibromialgia - malattia che provoca problemi del sonno, mal di testa, mal di schiena e una serie di altri disturbi debilitanti si è visto certificare nero su bianco dai medici la possibilità di lenire i forti dolori derivanti dalla sua malattia usando derivati della cannabis, i quali riescono a farlo stare meglio. Tuttavia, la cura a base di cannabis terapeutica ha un costo di 500 euro mensili che l'uomo non poteva sostenere.

Il calvario dell'uomo è iniziato nel 2008 quando si è visto denunciare per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, nonostante il suo legale avesse dimostrato le precarie condizioni di salute dell'uomo e la buona volontà, visto che aveva acquistato di tasca sua la prima confezione del costoso farmaco a base di cannabis, che l'Asl avrebbe dovuto fornirgli gratuitamente.

Ad aggravare la situazione, il fatto che l'uomo è allergico ai farmaci cortisonici e ai classici antidolorifici. Come se non bastasse, era ritornato in carcere dall'11 giugno del 2016 su ordine del giudice. Per Pellegrini c'è stata una vasta mobilitazione fino all'annuncio di verifiche da parte dall'allora ministro della Giustizia Andrea Orlando. Riuscì ad ottenere almeno i domiciliari.

Ma di storie come queste, ce ne sono tante. Una in particolare è quella del dottor Fabrizio Cinquini, meglio conosciuto come dottor Cannabis. A febbraio scorso ha ricevuto una condanna definitiva a 2 anni e 8 mesi di carcere. Un procedimento giudiziario cominciato dall'autodenuncia dello stesso medico, che, dopo aver invitato diversi giornalisti per mostrare la sua coltivazione di cannabis a scopo medico e di studio scientifico, fu arrestato dai Carabinieri nel 2013.

In primo grado fu condannato a 6 anni di carcere e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre a pagare una multa di 30mila euro, sulla base della Fini-Giovanardi, che fu dichiarata incostituzionale di lì a poco. E per questo motivo la corte d'Appello, nel 2015, revocò l'interdizione e ridusse la pena a 2 anni e 8 mesi, come confermato dalla Cassazione. Fabrizio Cinquini da anni si batte per affermare le doti terapeutiche della cannabis.

Lui che le ha scoperte direttamente su di sé, quando lo aiutò a guarire dall'epatite C contratta nel 1997 mentre prestava servizio su un'autoambulanza, da allora non hai mai nascosto le sue intenzioni di coltivare diversi ceppi di cannabis medicale, da lui stesso selezionati per il trattamento di diverse patologie.

La vicenda ha del paradossale soprattutto se si pensa che il dottore vive e lavora in Toscana, una delle Regioni italiane all'avanguardia per quanto riguarda la legislazione in fatto di cannabis terapeutica, che sta attualmente ospitando, presso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare, l'unica coltivazione a scopo terapeutico attualmente autorizzata in Italia.

La particolarità della sua vicenda è che, in un altro processo a suo carico in cui fu scoperto a bagnare 24 piantine di cannabis, fu invece assolto perché venne riconosciuto l'utilizzo medico e di ricerca. Un caso che avrebbe potuto creare un precedente. Ma nulla, il problema rimane. E le persone che coltivano la marjuana per necessità, finisco in carcere.

 
Il silenzio degli scienziati sul problema della cannabis PDF Stampa
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di Rosario Sorrentino

 

Corriere della Sera, 19 luglio 2019

 

Non si tratta di una questione politica: riguarda la salute e l'interesse di tutta la collettività. Legalizzare la cannabis, regolamentarla. Ma perché? Ci risiamo, il tema torna politicamente alla ribalta, più caldo e appassionato che mai. Neurologi, psichiatri, psicologi e chiunque abbia a cuore la questione: se ci siete battete due colpi, anzi tre.

Si può, si deve fare di più uscendo allo scoperto, tutti insieme, dicendo chiaramente quello che la maggior parte di noi pensa, ma che non ha il coraggio di dire. E cioè, che siamo contrari! Quella sulla cannabis, "light" o meno, non è una battaglia ideologica, né politica, ma tutta scientifica e si gioca ancora una volta sul terreno della prevenzione, nell'interesse della collettività, mettendo al centro la salute, il futuro equilibrio mentale dei giovani. E non è poco.

Non è più ammissibile, il nostro silenzio, oppure le tiepide prese di posizione, qua e là, verso un tema così cruciale.

Molti di noi, forse un po' intimiditi dal clima politico che si è creato nel Paese, temendo di andare controcorrente, non si esprimono o lo fanno con qualche mugugno, e solo in separata sede. Usciamo dalla nostra "torre d'avorio", e interveniamo pubblicamente, partecipando al dibattito in corso perché, come è già accaduto più recentemente coi vaccini, qualcuno non ha tenuto conto dei dati in possesso del mondo scientifico. Due realtà, quella politica e quella scientifica, che continuano a parlarsi poco e male, con la Scienza divenuta ormai la convitata di pietra, sacrificata ai calcoli politici del momento, pur di catturare nuovi consensi.

Le più recenti ricerche, hanno confermato che la cannabis ad uso ricreativo-socializzante è nociva per il cervello e la salute dei giovani. Altra cosa è la "cannabis terapeutica", ma quella va prescritta dal medico e in casi ben selezionati. Facciamo un po' di autocritica, molti uomini di scienza sono affetti da "individualismo cronico", ed evitano di farsi coinvolgere nelle discussioni e nei confronti più accesi, da chi intende ignorare i risultati della ricerca.

È necessario entrare nelle scuole, organizzare dibattiti con la gente, affinché cresca la consapevolezza sulla pericolosità della cannabis, troppo spesso presentata come "leggera" e perciò innocua. E invece, è una droga a tutti gli effetti, capace soprattutto negli adolescenti, di spalancare le porte a disturbi neurologici e psichiatrici, spesso di difficile gestione terapeutica. Perché, si sa, a quell'età il cervello è particolarmente vulnerabile alle sostanze psicotrope, come alcol, tabacco e a qualunque altro tipo droga.

 
Migranti. Dal vertice di Helsinki stop all'Italia, ma è stretta sulle Ong PDF Stampa
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di Cristiana Mangani

 

Il Messaggero, 19 luglio 2019

 

Non passa la proposta di abolire il principio del "porto più vicino". Europa sempre più divisa sui migranti, ma soprattutto incapace di trovare una vera soluzione alle migliaia di persone che fuggono da guerre e da miseria. Il vertice informale dei ministri dell'Interno che si è tenuto a Helsinki non supera l'impasse di questi mesi. A parole si mostrano tutti d'accordo a mostrare maggiore solidarietà nell'affrontare la questione, ma nei fatti ognuno va per la sua strada.

"Non possiamo continuare così in futuro affrontando la situazione caso per caso nel Mediterraneo - ammette il commissario uscente alle migrazioni Dimitri Avramopoulos - Serve una scelta condivisa". Ma al di là di questo, le posizioni dei rappresentanti dei 28 paesi membri della Ue restano lontane. Divisioni sono emerse già nella cena ufficiale di due sere fa quando l'asse Parigi-Berlino ha provato a mettere sul tavolo un documento che non è proprio piaciuto al fronte italo-maltese, e cioè che i migranti salvati nel Mediterraneo devono sbarcare nel porto sicuro più vicino. Quindi in Italia e a Malta.

E che dopo lo sbarco e l'identificazione si procederebbe a una redistribuzione, ma solo di coloro che hanno diritto all'asilo, mentre tutti gli altri resterebbero nei centri in attesa di essere rimpatriati. Una proposta che Matteo Salvini ha respinto al mittente giudicandola "inammissibile". Il perché è chiaro: il rischio - spiegano dal Viminale, è che in questo modo Italia e Malta debbano non soltanto sobbarcarsi il peso degli arrivi ma anche la gestione di tutti gli altri migranti ai quali verrà respinta la domanda d'asilo.

La controproposta italo-maltese punta invece su hotspot in tutti i paesi, redistribuzione obbligatoria dei migranti, rimpatri gestiti a livello europeo o ripartiti tra i 28, più espulsioni attraverso la creazione di una lista di "paesi sicuri" (tipo Tunisia o Albania), in modo che chi proviene da lì possa essere rimpatriato automaticamente, un'ulteriore stretta sulle Ong.

"Le priorità sono le espulsioni e la protezione delle frontiere esterne", ha ribadito il vicepremier, che proprio su quest'aspetto ha concordato con Slovenia e Croazia di dare vita a una cooperazione che consenta un maggior controllo della rotta balcanica. Il documento italiano è stato recepito in quello finale, dove si chiede una "complessiva revisione" delle politiche migratorie, a partire proprio dalle regole sul salvataggio in mare. "Fatta salva la necessità di proteggere la vita umana e fornire assistenza a qualsiasi persona in difficoltà".

Posizioni inconciliabili, almeno per il momento, ha sottolineato Christophe Castaner, ammettendo che "l'accordo non c'è". Per tentare di superare il blocco, i tecnici di Italia, Germania, Francia e Malta si vedranno nelle prossime settimane. in vista di un mini vertice a quattro convocato a settembre a La Valletta.

Tutto questo mentre Ursula von der Leyen, neo commissario europeo concorda con Roma almeno su un punto: "Ciò che l'Italia vuole è una riforma del sistema disfunzionale di Dublino – afferma. E devo ammettere che mi chiedo come possa essere stato firmato un accordo così sbagliato. Posso comprendere che i paesi del confine esterno non vogliano essere lasciati soli nella gestione della sfida migratoria. Meritano la nostra solidarietà".

Sul tavolo delle discussioni c'è poi il nodo delle Ong, che Salvini ha chiarito non possono sostituirsi agli Stati. E su questo punto, mentre a Helsinki si dibatte su come limitarne gli interventi in mare, davanti alle Commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera viene dato il via libera agli emendamenti al Decreto sicurezza bis in una votazione che ha scatenato mille polemiche.

Approvato l'emendamento che prevede l'arresto obbligatorio per il comandante di una nave, nel caso di resistenza o violenza a una nave da guerra. Così come le multe per chi trasgredisce sul diritto di ingresso: sono state elevate fino a 1 milione di euro. Mentre i 5s hanno avuto l'ok all'emendamento in base al quale le navi sequestrate in via cautelare potranno subito passare sotto il controllo della polizia, della Capitaneria di porto o della Marina militare.

 
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