Lunedì 27 Maggio 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Più legalità, come rovinare una ricetta che è giusta PDF Stampa
Condividi

di Luca Ricolfi

 

Il Messaggero, 24 maggio 2019

 

Può darsi che le imminenti elezioni europee mi smentiscano, ma ho l'impressione che il voto potrebbe riservare alla Lega un risultato inferiore alle aspettative del suo leader, drogate da mesi e mesi di sondaggi esaltanti. Dicendo questo non sto pensando al cosiddetto "effetto-winner", per cui il vincitore annunciato di un'elezione riceve nei sondaggi più consensi di quelli che raccoglierà effettivamente alle urne.

Leggi tutto...
 
Salvini: "Abolire l'abuso di ufficio". Scontro Lega-M5s PDF Stampa
Condividi

di Barbara Fiammeri e Manuela Perrone

 

Il Sole 24 Ore, 24 maggio 2019

 

L'ultimo duello è sull'abuso d'ufficio, il reato che più colpisce sindaci e amministratori pubblici. Matteo Salvini torna alla carica sin dal mattino. A chi gli chiede se vada cancellato risponde lapidario: "Assolutamente sì. Bisogna togliere burocrazia, aprire cantieri". Davanti alla dura reazione di Luigi Di Maio ("Più lavoro e meno str..."), il leader della Lega si fa scudo con le posizioni espresse in passato tanto dal premier Giuseppe Conte quanto dal presidente Anac, Raffaele Cantone.

Leggi tutto...
 
Lotta alle mafie e battaglie di legalità. Una questione nazionale PDF Stampa
Condividi

di Antonio Maria Mira

 

Avvenire, 24 maggio 2019

 

Dopo le stragi di Capaci e via d'Aurelio niente è stato più come prima. Niente doveva essere come prima. Ma non tutto è andato così, e non sempre. Non è un gioco di parole, è un'amara constatazione. Le terribili esplosioni, quell'enorme cratere sull'autostrada, il palazzi sventrati, il fuoco, le sirene, sono stati un drammatico pugno allo stomaco che ha svegliato l'Italia intera da torpori colpevoli, da un quieto vivere col male dentro.

La strategia stragista decisa dai corleonesi ha tolto alibi, e illusioni di convivenza con le mafie. Cosa nostra mostrava a tutti il suo volto di morte uccidendo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Morti che hanno provocato un sussulto nel Paese, un ricompattarsi contro un nemico comune. Un Paese che rischiava di sgretolare se stesso sotto i colpi rivelatori dell'inchiesta Mani Pulite, che aveva scoperchiato il calderone della corruzione politica, seppe reagire unitariamente contro la violenza mafiosa.

Anche la politica ritrovò orgoglio e capacità per concrete iniziative. Riavvolgiamo i film della memoria. La i t morte di Falcone e Borsellino, e poi le stragi di Roma, Firenze e Milano, spingono a realizzare finalmente le proposte dei due magistrati, dalla Procura nazionale antimafia alla Dia, dal rafforzamento dello strumento della confisca dei beni al carcere duro, il 41bis, per i mafiosi. Certo è amaro che ci siano volute quelle stragi per concretare i loro sogni. Ed è ancora più amaro riscontrare che è quasi sempre stato così.

Solo l'uccisione di Pio La Torre e quella del generale Carlo Alberto dalla Chiesa portarono il Parlamento a uno scatto di dignità approvando la proposta Rognoni-La Torre che introduceva il reato di associazione mafiosa, il 416bis, e la confisca dei beni. Era il 1982. Dieci anni dopo la storia si ripeteva come se il Paese, o almeno una sua parte, e le sue istituzioni, ondeggiassero tra bruschi risvegli e repentine dimenticanze.

E la storia, purtroppo, non è cambiata. Le mafie, pur colpite duramente proprio grazie a quegli strumenti, almeno nella componente " militare", sono tutt'altro che sconfitte. Anzi sono cresciute e si sono allargate, risalendo la Penisola e andando anche oltre le Alpi come aveva previsto ai primi del Novecento un prete e politico attento e sensibile come don Luigi Sturzo. Non mettono bombe, non fanno stragi, quasi non uccidono più, anche se quando serve sono pronte a farlo. Le mafie oggi, ancor più di allora, sono nell'economia e nella politica, soprattutto nei territori, quelli di origine e quelli colonizzati.

Lo fanno inquinando mercati ed enti locali, lo fanno coi soldi accumulati con le attività illecite e ripuliti in quelle legali. Lo fanno al Sud e soprattutto in un Nord che per troppo tempo ne ha negato la presenza e che in parte ancora insiste a farlo. Usano la corruzione, e gli appalti. Forze dell'ordine e magistratura, loro sì, non si sono mai distratti e utilizzando quegli strumenti "sognati" da Falcone e Borsellino, non hanno mai abbassato la guardia.

E necessario, ma non basta. La mafia è o no al centro del dibattito e, soprattutto, dell'azione politica ma anche della riflessione e delle iniziative del mondo economico? Purtroppo no, tutt'altro. Non basta allora la memoria di questi giorni, peraltro necessaria. Non bastano arresti e sequestri. Le mafie si sconfiggono con la cultura e con la scuola, come ripeteva convintamente il "papà" del pool di Palermo, Antonino Caponnetto.

Ma bisogna investire e non poco. Le mafie si sconfiggono col lavoro, vero e pulito. E sono per questo preoccupanti le critiche del mondo imprenditoriale, molto silente sul tema mafie, a due importanti norme come la legge sugli eco-reati e quella contro il caporalato. Quest'ultima criticata anche da ministri importanti che, come dimostrano le recenti sortite del responsabile dell'Interno, Matteo Salvini, contro il reato di abuso d'ufficio, denotano un'insofferenza ai controlli di legalità, perché rallenterebbero l'economia... Ci pensi e ripensi, il signor ministro. Legalità, una parola che, come ripete don Luigi Ciotti, "ci hanno rubato".

Chi è contro la legalità? Nessuno, a parole. Anche gli amici e complici dei mafiosi. Imprenditori, politici, liberi professionisti. Una mafia sostenibile, ma ancor più pericolosa perché inserita, come un tumore col quale si pensa di poter convivere e, magari, farci affari. Tanto non uccide. Anche per questo è un segnale preoccupante un anniversario come quello del 23 maggio vissuto tra polemiche, divisioni, scomuniche incrociate.

L'unità è l'arma migliore contro le mafie, per creare anticorpi veri e duraturi. Ma un'unità sincera, nei fatti. Non basta dire di essere contro le mafie, di volerle sconfiggere. Diteci come e, per favore, realizzatelo. Altrimenti davvero il ricordo di Falcone e Borsellino, e delle tante vittime, sarebbe solo uno sterile rito.

 
Intercettazioni e tecnologia, i pericoli da evitare PDF Stampa
Condividi

di Antonello Soro*

 

Il Messaggero, 24 maggio 2019

 

I recenti sviluppi del "caso Exodus" ripropongono, sotto aspetti diversi, il tema delle intercettazioni. La notizia dell'accesso agli atti di centinaia di inchieste e dell'intercettazione di altrettanti cittadini del tutto estranei ad indagini dimostra il grado di pericolosità di strumenti investigativi fondati, come nel caso dei trojan, su tecnologie particolarmente invasive.

Per un verso, infatti, i software utilizzati a questi fini presentano un'intrinseca pericolosità, potendo concentrare, in un unico atto, una pluralità di strumenti investigativi, in alcuni casi non lasciando tracce o alterando i dati acquisiti. Si realizza, così una sorveglianza ubiquitaria, ogniqualvolta tali captatori siano installati su dispositivi mobili, che ci accompagnano in ogni momento della vita.

Per le loro stesse caratteristiche, dunque, i trojan, sfuggendo alle tradizionali categorie gius-processuali, rischiano di eludere le garanzie essenziali sottese al regime di acquisizione probatoria nei sistemi accusatori. Peraltro, se la prova decisiva risulta viziata, successivamente alla sua acquisizione, l'intero risultato processuale che su essa si fondi rischia di esserne travolto. Ulteriore elemento di criticità è, per altro verso, l'esternalizzazione di queste operazioni investigative, dovuta al loro elevato tasso di tecnologizzazione.

Ciò rende, infatti, assai più permeabile la filiera su cui si snoda l'attività di indagine, coinvolgendovi una pluralità di soggetti e spesso privi dei requisiti professionali, organizzativi e persino dell'affidabilità, necessari per svolgere un'attività così delicata quale quella intercettativa.

Così anche il più rigoroso rispetto, da parte degli uffici giudiziari, delle misure di sicurezza da noi indicate a tutela della riservatezza dei dati intercettati rischia di essere del tutto vanificato dall'affidamento delle operazioni captative a società inadeguate e la cui compliance non è sempre agevole verificare, vista la molteplicità di soggetti a cui ciascuna Procura ha il potere di rivolgersi.

La frammentazione del processo investigativo e la delega di suoi segmenti importanti a privati ne accresce inevitabilmente le vulnerabilità, con danni spesso irreparabili non solo per la vita privata dei cittadini, ma anche per la stessa efficacia dell'azione investigativa. Casi come quelli di Exodus e, prima, Hacking Team dimostrano come carenze (colpose o, peggio, dolose) nelle misure di sicurezza a tutela dei dati rischino di trasformare il mezzo intercettativo - in sé prezioso-in un pericoloso strumento di dossieraggio massivo.

Soprattutto ove si utilizzino - come nel caso Exodus - software connessi ad app, come tali posti su piattaforme accessibili a tutti e non direttamente inoculati nel solo dispositivo dell'indagato. Se rese disponibili sul mercato in assenza - dolosa o colposa - dei filtri necessari a limitarne l'acquisizione da parte dei terzi, queste app rischiano, infatti, di trasformarsi in pericolosissimi strumenti di spionaggio massivo.

È dunque ineludibile - come abbiamo indicato, anche di recente, al legislatore - un intervento normativo che rafforzi le garanzie previste sul punto dalla (attualmente sospesa) riforma "Orlando", contrastando soprattutto i rischi connessi al coinvolgimento di soggetti diversi nella "catena" delle indagini. Su un terreno che incrocia il potere investigativo e quello, non meno forte, della tecnologia, le garanzie sono irrinunciabili: mai come in questo caso, infatti, costituiscono forma e sostanza della democrazia.

 

*Presidente dell'Autorità Garante per la protezione dei dati personali

 
Falcone, Mattarella: "L'Italia si inchina nel ricordo delle vittime della mafia" PDF Stampa
Condividi

La Repubblica, 24 maggio 2019

 

Messaggio del presidente per il 27mo anniversario della strage di Capaci. La presidente del Senato Casellati: "23 maggio ferita mai rimarginata". Il presidente della Camera Fico: "Piano Marshall per sconfiggere Cosa nostra".

A 27 anni dalle stragi di Capaci e di via D'Amelio, "legate dalla medesima, orrenda strategia criminale, la Repubblica si inchina nel ricordo delle vittime e si stringe ai familiari". Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ringraziando "quanti una ferita così profonda hanno tratto ragione di un maggior impegno civico per combattere la mafia, le sue connivenze, ma anche la rassegnazione e l'indifferenza che le sono complici".

"I nomi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina sono indimenticabili. Nella loro disumanità - sottolinea il Capo dello Stato - gli assassini li hanno colpiti anche come simboli - a loro avversi - delle istituzioni democratiche e della legalità. Il loro sacrificio è divenuto motore di una riscossa di civiltà, che ha dato forza allo Stato nell'azione di contrasto e ha reso ancor più esigente il dovere dei cittadini e delle comunità di fare la propria parte per prosciugare i bacini in cui vivono le mafie.

"Questa riscossa ha già prodotto risultati importanti. Ma deve proseguire. Fino alla sconfitta definitiva della mafia, che Falcone e Borsellino hanno cominciato a battere con il loro lavoro coraggioso, con innovativi metodi di indagine, con l'azione nei processi, con il dialogo nella società, nelle scuole, soprattutto con una speciale attenzione all'educazione dei giovani. Giovanni Falcone avrebbe da pochi giorni festeggiato i suoi 80 anni.

La mafia sanguinaria ha spezzato la sua vita, ma non il suo esempio di magistrato, il suo insegnamento di uomo delle istituzioni, la sua testimonianza civile. Falcone, come Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, non era mai arretrato davanti alla minaccia criminale. Anzi, è stato determinante nel costruire strumenti più idonei di contrasto alla mafia, istruendo il primo maxi-processo, svelando aspetti non conosciuti dell'organizzazione criminale, contribuendo a far nascere la Procura nazionale e le Direzioni distrettuali antimafia. L'eredità costituita dalle sue conoscenze, dalla sua tenacia, dal suo rigore etico - conclude Mattarella - è un patrimonio preziosissimo".

Nell'aula bunker di Palermo, dove si è svolta la controversa commemorazione ufficiale, interviene tra gli altri la presidente del Senato Elisabetta Casellati: "Il 23 maggio 1992 rappresenta una ferita mai rimarginata nel cuore dell'Italia: un giorno di lutto e di morte che ancora oggi provoca sofferenza e sdegno. E fino a quando mafia e corruzione continueranno ad esercitare i loro effetti devastanti sul nostro Paese, la memoria di Giovanni Falcone non potrà mai dirsi davvero onorata".

"Da quel tragico attentato - ricorda Casellati - che ha segnato le vite di tutti noi, l'azione dello Stato contro le organizzazioni mafiose è riuscita a conseguire risultati molto importanti. I clan mafiosi sono stati disarticolati e colpiti nei loro patrimoni in tutta Italia, ma il loro potere sui territori è ancora forte e pervasivo. Per portare a termine la battaglia serve uno sforzo costante da parte di tutto il Paese sano".

Il presidente della Camera Roberto Fico pensa a "un piano Marshall, un piano importantissimo per sconfiggere definitivamente la mafia e chiudere questa storia, chiudere la rigenerazione della mafia con azioni e investimenti costanti". "Dopo la repressione che lo Stato ogni giorno fa in modo puntuale e straordinario - aggiunge intervenendo alla cerimonia di Palermo - dobbiamo subito arrivare con la formazione, con le scuole e arrivare nei quartieri difficili e prendere tutti quei ragazzi che vengono usati dalle mafie".

E ancora: "Serve un'azione congiunta di tutta le nostre istituzioni, dei ministeri - ha aggiunto - perché elaborino dei piani da qui ai prossimi 10 anni da misurare di sei mesi in sei mesi". La mafia "è la prima emergenza del Paese. Dobbiamo prenderci i figli dei camorristi e dei mafiosi e spezzare questa catena. Dobbiamo essere uniti, compatti e lungimiranti. Ce la faremo".

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

 

06

 

06


06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it