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Siracusa. Carcere, due anni per una visita medica: la procura apre un'inchiesta PDF Stampa
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La Repubblica, 20 gennaio 2021


Il fascicolo, in mano al Procuratore Sabrina Gambino e dal sostituto Tommaso Pagano, è stato aperto dopo le segnalazioni del Garante dei detenuti del penitenziario di Siracusa, Giovanni Villari.

La Procura di Siracusa ha aperto un'inchiesta sui ritardi nell'esecuzione degli esami specialistici e degli interventi chirurgici nei confronti dei detenuti del carcere di Siracusa. Il fascicolo, in mano al Procuratore Sabrina Gambino e dal sostituto Tommaso Pagano, è stato aperto dopo le segnalazioni del Garante dei detenuti del penitenziario di Siracusa, Giovanni Villari, che è stato già ascoltato dagli inquirenti, negli uffici del palazzo di giustizia del capoluogo siciliano.

"Seguo alcuni casi - spiega Giovanni Villari, Garante dei detenuti di Siracusa - e posso affermare che ci sono detenuti che sono in attesa di una visita specialistica da almeno due anni, altri da un anno e mezzo. Mi viene in mente la vicenda di un ragazzo che ha presentato una richiesta nell'aprile dello scorso anno: va in bagno dalle due alle tre volte al giorno, fino quasi a collassare. Pure gli agenti penitenziari mi hanno chiesto di interessarmi a questa vicenda".

La procedura illustrata ai magistrati, secondo quanto sostenuto dal garante dei detenuti del carcere di Siracusa, è la seguente: "Quando il detenuto sta male, presenta una domanda - spiega Giovanni Villari - per essere visitato dall'area sanitaria interna al carcere. A quel punto, i medici di turno del penitenziario, se ravvisano una particolare patologia per cui serve una visita specialistica, scrivono all'Asp di Siracusa. L'azienda, dopo aver ricevuto la richiesta, deve provvedere ad organizzare la visita ma questo capita con molta rarità in tempi brevi, tra i 2 ed i 4 mesi.

Però, alcuni esami, proprio per la gravità della patologia ipotizzata, vanno eseguiti in modo rapido, con carattere di urgenza come indicato nella prescrizione dell'area medica del carcere. Ma, quasi sempre, questa urgenza viene disattesa". Il garante ha anche scritto una lettera alla direzione generale dell'Asp di Siracusa ed al dirigente sanitario provinciale dell'Asp, Salvatore Madonia chiedendo loro di motivare le ragioni di questi ritardi sia per le visite diagnostiche sia per gli interventi chirurgici. Inoltre, come denunciato da Villari, non è ancora entrata in funzione l'unità radiologica mobile, che era stata annunciata nello scorso mese di ottobre.

Il Garante ha anche consegnato all'Asp di Siracusa una tabella con i 27 decessi avvenuti negli ultimi 18 anni nei penitenziari di Siracusa. Secondo Villari, la quasi totalità delle morti registrate come suicidi sono legate a condizioni di salute psicofisica gravi. "Ho inviato la lettera - cnclude Villari - al garante regionale, al professor Giovanni Fiandaca, che ha appoggiato la mia iniziativa e lui stesso ha avviato un'azione per avere lumi su quanto sta accadendo".

 
Santa Maria Capua Vetere. Torture in carcere, i detenuti al telefono: "Picchiati senza motivo" PDF Stampa
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di Attilio Nettuno


casertanews.it, 20 gennaio 2021

 

La registrazione della telefonata agli atti degli inquirenti: "Ci dicono che tanto dobbiamo morire tutti". Botte, senza motivo ed a turno. È quanto hanno raccontato i detenuti del reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere ai loro familiari durante alcuni colloqui telefonici. Colloqui in cui hanno rivelato l'orrore delle torture in cella avvenute il 6 aprile scorso e di cui si è occupata anche la trasmissione televisiva Report.

Botte inferte "a tutti quanti, non a chi si e a chi no, a tutti quanti, tutti i giorni", racconta il detenuto. Pestaggi "a turno", "una volta ad uno, una volta ad un altro", prosegue. Secondo il racconto del recluso "vengono cento di questi, duecento, trecento, quattrocento. Non si capisce. Una sera erano in trecento, trecento hai capito? Loro dicono che eravamo tutti quanti all'aria ma quando mai. Ti acchiappano così e ti incastrano in tre, quattro e questo fanno. Questo gli piace. Ci hanno detto 'tanto dobbiamo morire tutti quanti, ormai a questo punto".

Violenze che, secondo quanto ha riferito il detenuto ai familiari, sarebbero immotivate: "qui stanno prendendo gli schiaffi solo perché stiamo seduti sugli sgabelli". Addirittura di due ragazzi, in quei giorni concitati, si sarebbero anche perse le tracce: "dice che ci sono i familiari che stanno cercando e non li trovano. Dovrebbero stare lì dentro (in infermeria nda) ma non lo sappiamo.Ci sono gente che gli sono saltati i denti di bocca. Sono rotti in mano, li hanno rotti in testa, in tutte le parti". Ma anche "capelli e barbe tagliate". Alle violenze si sarebbero aggiunti comportamenti disumani come il digiuno forzato (da mangiare "niente niente") o lo stop delle videochiamate, con i colloqui in presenza sospesi per la pandemia. "Secondo te perché le hanno bloccate?", paventando l'ipotesi di una sospensione per impedire che i parenti vedessero i segni dei pestaggi.

 
Roma. Il Comune: così ridiamo casa a bisognosi ed ex detenuti PDF Stampa
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di Alessia Guerrieri

 

Avvenire, 20 gennaio 2021

 

Via libera a due delibere che consentiranno la riqualificazione di tre ex scuole e due strutture da dedicare a famiglie e ex carcerati. Raggi: vogliamo uscire dalla logica emergenziale della casa.

Edifici abbandonati che ritroveranno nuova vita e, soprattutto, saranno una nuova casa per famiglie in difficoltà e per ex detenuti. La giunta capitolina infatti ha approvato due delibere con le quali, da un lato, si dà il via libera alla riqualificazione di tre immobili abbandonati di Roma - l'ex asilo nido in via Tarso (VIII Municipio), l'ex sede dell'Istituto di istruzione superiore Don Calabria in via Cardinal Capranica (XIV Municipio) e l'ex scuola in via Sorel (V Municipio) di proprietà di Città Metropolitana e oggetto di un accordo per la cessione a Roma Capitale - che poi diventeranno alloggi per cittadini in difficoltà e poli sociali del quartiere. E dall'altro, la seconda delibera a cui ha fatto seguito un accordo di collaborazione firmato da Roma Capitale e dall'Asp Asilo Savoia, prevede il sostegno in favore di persone detenute ed ex detenute attraverso l'accoglienza in due strutture residenziali (dieci posti letto) e l'attivazione di piani personalizzati di intervento per consentire l'inizio di una nuova vita a chi ha appena tornato libero dopo aver scontato la sua pena.

Due tasselli, insomma, per affrontare "in maniera strutturale le problematiche legate all'emergenza abitativa, anche attraverso forme di coabitazione e di housing sociale", sottolinea il sindaco di Roma Virginia Raggi, ricordando che il lavoro che si sta portando avanti "punta a trovare soluzioni solide e non più emergenziali su un tema che coinvolge tantissimi cittadini". Mentre per quanto riguarda la struttura dedicata agli ex detenuti, il primo cittadino aggiunge che con essa si vuol offrire loro supporto, "valorizzando le persone e offrendo un punto di partenza che permetta di riorganizzare la vita quotidiana dal punto di vista lavorativo e sociale".

La logica non è quella delle grandi strutture, ma "modalità innovative e a dimensione umana che permettano alle persone in situazione di fragilità, per motivi diversi, di costruire relazioni, in un contesto a dimensione familiare, in cui ricevere supporto, dare il proprio contributo, crescere insieme", aggiunge l'assessore alla Persona, Scuola e Comunità solidale Veronica Mammì.

L'obiettivo è promuovere la rigenerazione urbana intesa in senso ampio e integrato: comprendendo quindi anche aspetti sociali, economici, urbanistici ed edilizi, per promuovere e rilanciare territori dove sono presenti situazioni di disagio, favorendo forme di co-housing per la condivisione di spazi e attività. E su questa strada così tre ex scuole verranno ora riqualificate con la costruzione di alloggi destinati a nuove forme di abitare. "Un importante intervento integrato di recupero e valorizzazione di aree ed edifici che si inserisce nel solco dei vari programmi che stiamo sviluppando per uscire definitivamente da un'ottica unicamente emergenziale del problema casa a Roma", dice poi l'assessore al Patrimonio e alle Politiche Abitative Valentina Vivarelli.

In particolare nell'area di via Tarso sarà avviata la progettazione per la realizzazione di una struttura residenziale da destinare ad albergo sociale, con spazi e servizi comuni in modo da fornire una sistemazione temporanea ai cittadini in difficoltà. Qui si prevede di poter realizzare alloggi per circa 50 persone e servizi dedicati aperti al quartiere, per un costo complessivo stimato di 3,5 milioni di euro. L'intervento sull'immobile di via Cardinal Capranica, invece, intende adeguare l'utilizzazione del sito per rispondere alla domanda di alloggi di edilizia residenziale pubblica per il primo inserimento di giovani coppie; un intervento che avrà un costo complessivo stimato tra i 14 e i 20 milioni di euro.

Infine, il riuso dell'immobile di via Sorel prevede l'avvio del programma di rigenerazione che favorisca il cambio di destinazione d'uso di una scuola dismessa attraverso progetti di autorecupero per residenze collettive dotate di servizi. Il costo complessivo stimato è di 5 milioni di euro. "La consapevolezza dei reali fabbisogni e della dimensione del problema dell'abitare ci spinge ad avviare progettualità diverse per offrire risposte articolate, che tengano conto di bisogni differenti - conclude l'assessore all'Urbanistica Luca Montuori - sperimentando modelli innovativi di gestione e creazione di comunità, per individuare strade necessarie a uscire da una gestione emergenziale del diritto all'abitare".

Il progetto per gli ex detenuti - Due strutture per chi è appena uscito di prigione, per facilitare il reinserimento sociale e la conseguente riduzione del pericolo emarginazione. Il progetto appena avviato dal Campidoglio insieme a all'Asl Asilo Salvoia vuole infatti offrire azioni di accompagnamento e servizi socio assistenziali, a partire dall'offerta di soluzioni abitative in cohousing in grado di rispondere ai bisogni temporanei di accoglienza, assistenza e supporto nel percorso di ritorno alla libertà e all'autonomia. Attraverso i piani personalizzati di intervento poi si intende anche attivare percorsi di collaborazione interistituzionale, erogare tirocini di inserimento o reinserimento con orientamento professionale e lavorativo; programmare interventi di semiautonomia per le persone con problematiche psicosociali.

"L'ampliamento delle strutture di accoglienza in favore della popolazione detenuta - sottolinea l'assessore allo Sport, Politiche Giovanili e Grandi Eventi Cittadini con delega ai rapporti con la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Daniele Frongia - mira non solo all'accompagnamento e alla ripresa della vita autonoma, ma anche alla diminuzione del rischio di recidiva. Una importante risposta alle difficoltà di inclusione che incontra chi sconta una pena detentiva". Un percorso in cui il Comune di Roma verrà affiancato dall'Azienda pubblica per i servizi alla persona Asilo di Savoia, il cui presidente Massimiliano Monnanni, ricorda anche "le attività già in essere rivolte a madri detenute con bambini in attuazione di un precedente ed analogo accordo sottoscritto sempre con Roma Capitale e Regione Lazio per la Casa di Leda".

 

 
Giorni di "ordinaria" barbarie tra esecuzioni e arresti di massa PDF Stampa
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di Ezio Menzione*


Il Dubbio, 20 gennaio 2021

 

La notizia dell'esecuzione in Indiana, Usa, della pena capitale nei confronti di Lisa Montgomery è di quelle che destano orrore e raccapriccio. Dopo 57 anni di inattività nei confronti delle donne, quando ormai era lecito pensare che non si sarebbe più attivato, il boia federale è tornato ad armare la sua siringa letale contro una povera disgraziata che commise un orribile delitto in uno stato patologico gravissimo e certificato, che non avrebbe richiesto né processo né pena, ma soltanto aiuto psichiatrico.

Il tutto dopo che il giorno precedente un giudice statale dell'Indiana aveva sospeso l'esecuzione ponendo dei seri dubbi sulla sanità mentale del soggetto da sopprimere e dunque sul senso della pena stessa. Ma un Trump con valigie al piede ed una Corte Suprema da lui ipotecata per chissà quanto tempo non hanno sentito ragioni: quella disgraziata andava tolta di mezzo, la sua esecuzione doveva suggellare l'era Trump ed essere di monito per il futuro.

Un po' frastornati, si pensa ad alcuni, anzi molti, accadimenti degli ultimi giorni. Un famoso giornalista turco, ormai esule in Germania, condannato a 27 anni di carcere per avere diffuso notizie sul traffico, connivente il governo, di armi in andata e di petrolio in uscita fra la Turchia e la Siria: notizie vere, corroborate da video più che eloquenti. Il giorno dopo in Cina un'avvocata, diventata giornalista per l'occasione, condannata a 4 anni per avere l'anno scorso "svelato" il dilagare dell'epidemia di covid 19 (ancora non si chiamava neanche così) nella provincia di Whuan.

Pochi giorni dopo a Hong Kong 53 attivisti vengono arrestati con l'accusa di avere diretto e fomentato la protesta autonomista che coinvolse milioni di cittadini e così violato la draconiana legge sulla sicurezza nazionale; fra gli arrestati (e fortunatamente rilasciato dopo due giorni) c'è anche l'avvocato responsabile della Commissione dei Diritti Umani per l'Asia. Tornando in Turchia e precisamente a Istanbul, stessi giorni, si accende la protesta degli studenti e dei docenti dell'antica e prestigiosa Università del Corno d'Oro contro l'imposizione di un rettore esterno, uomo di Erdogan, secondo una recente legge che lo consente: ogni giorno di protesta molti i fermati e una cinquantina i detenuti a tutt'oggi. E poi, tanto per restare in Turchia, ma più specificamente in Anatolia, due avvocati arrestati solo perché "difendevano troppi curdi".

E poi, e poi.... non si finirebbe più l'elenco, pur restando agli ultimi giorni. E i capelli si rizzano in testa. È uscito in questi giorni l'annuale Human Rights Watch Report e ce ne è per tutti (Italia compresa, ma in posizione assai defilata, per fortuna). Ma non è possibile fare di ogni erba un fascio e mettere sotto la comune etichetta di "violazione dei diritti umani" ogni episodio.

Non perché sia utile fare una hit parade di chi viola più diritti e in maniera più bestiale, ma per cercare di capire come queste violazioni si atteggiano, di cosa si fanno forti, su cosa puntano. Prendiamo Zhang Zhan, Cina, e Giam Dundar, Turchia: ambedue sono stati imputati e condannati per avere diffuso notizie sgradite ai rispettivi governi. La prima ha dovuto rispondere di "diffusione di notizie atte a turbare l'ordine pubblico" ed è stata condannata a quattro anni. Il secondo ha dovuto rispondere di spionaggio e terrorismo, e la pena si è innalzata fino a 27 anni. Vi è una differenza fra i due trattamenti e non ha a che fare solo e tanto con l'entità della pena, quanto con il modo di riguardare la (presunta) violazione sanzionata.

Anche se è difficile dire quale sia il senso della sanzione inflitta ai due per un comportamento che ai nostri occhi e secondo le nostre leggi sarebbe stato esente da pena, anzi lodevole, possiamo individuare tale differenza in un profilo che sinteticamente possiamo enunciare così: l'accusa contro Zhang Zhan manteneva la sua posizione all'interno del consesso civile cinese, le riconosceva comunque cittadinanza; quella contro Dundar lo poneva al di fuori del consesso turco, egli era ed è "il nemico" e come tale va trattato (anche in termini di sanzione, cioè di anni di galera).

Ripeto, non è questione di fare una graduatoria fra i due paesi, che la Cina, con la sua pena di morte comminata a piene sanguinanti mani (ma i numeri delle pene eseguite sono segreto di stato e non li conosce nemmeno Amnesty International) non è seconda a nessuno quanto a violazione dei diritti umani. Ma non è inutile prendere atto che la politica del governo turco nel riconoscere come "Nemico" (con la N maiuscola) qualunque oppositore e, passo successivo, qualunque mediatore fra governo e opposizione fa il vuoto fra il governo e chi lo critica: fa saltare ogni possibilità di convivenza che non sia l'autoritarismo di chi governa e i cittadini ridotti a sudditi, anzi a plebe priva di ogni diritto. La differenza non è da poco e ci aiuta a capire quanto va accadendo in Turchia da ormai più di dieci anni.

Torniamo a questo punto agli Usa e alla raccapricciante vicenda di Lisa Montgomery. Il gap culturale fra noi e gli americani non è così profondo da non consentirci di leggere i fatti giudiziari di oltreatlantico: figuriamoci, siamo soliti dire che gli Usa con la loro carta fondante sui diritti dell'uomo sono la patria (o la madre) della nostra democrazia. Però credo che ognuno di noi avverta una lontananza siderale non solo verso la pena di morte in se stessa, ma la pena di morte per Lisa Montgomery. Una pena comminata a seguito di un processo che l'imputata non ha potuto affrontare adeguatamente e dunque rispetto al quale la legge non è uguale per tutti.

Una condanna che non tiene conto delle minime nozioni di imputabilità e responsabilità penale, nozioni cardine per noi: chi non comprende ciò che fece nel momento in cui lo fece non può essere chiamato a risponderne. Un'esecuzione della pena appena sospesa da un'autorità giudiziaria e invece imposta sia dal governo che dalla Corte Suprema perché non si discutesse più del caso ed esso fosse di esempio. Una concezione del giudizio non solo privo della necessaria pietas umana, ma anche dell'equilibrio che sempre deve denotare il trattamento delle vicende umane. Anche questa pietas, a mio avviso, è un diritto umano inalienabile.

*Osservatorio Internazionale Ucpi

 
Migranti. "Respingimenti illegali", l'Ue prova a processare Frontex PDF Stampa
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di Leo Lancari


Il Manifesto, 20 gennaio 2021

 

Riunione a Bruxelles con i vertici dell'Agenzia sulle operazioni compiute nel mar Egeo contro i profughi partiti dalla Turchia. Per Fabrice Leggeri quella di oggi potrebbe essere una giornata decisiva. A Bruxelles si tiene infatti una nuova riunione tra la Commissione europea e il consiglio di amministrazione di Frontex, l'Agenzia europea per il controllo delle frontiere terrestri e marittime, che dovrebbe servire a fare chiarezza sulle accuse rivolte all'Agenzia di aver eseguito respingimenti illegali di migranti nel mar Egeo.

Alla commissaria per l'Immigrazione Ylva Johansson non è piaciuta infatti il modo vago con cui il direttore di Frontex ha risposto alle sue richieste di fare chiarezza sulle accuse lanciate da alcuni media europei e che nelle scorse settimane hanno portato all'apertura di un'inchiesta da parte dell'Olaf, l'Ufficio europeo anti-frode. "Le sue risposte non sono state soddisfacenti", ha confermato ieri la Johansson annunciando la riunione di oggi.

È stata un'inchiesta di Der Spiegel a rivelare a ottobre del 2020 il coinvolgimento di Frontex nel mar Egeo nel respingere i profughi che dalla Turchia cercavano di raggiungere la Grecia. Secondo il settimanale tedesco i funzionari dell'agenzia, tra i quali sarebbero stati presenti anche alcuni agenti della polizia federale tedesca, avrebbero fermato i barconi dei migranti prima che potessero raggiungere le isole greche consegnandoli poi alla Guardia costiera greca che li avrebbe respinti in alto mare. In seguito altri media hanno documentato anche con immagini questi respingimenti o quantomeno la tolleranza mostrata da Frontex quando ad agire sarebbero stati i mezzi navali di Atene. "Incidenti", per Frontex, che secondo quanto rivelato dallo spagnolo El Pais, la stessa Agenzia avrebbe ammesso in un documento consegnato alla Commissione europea.

Senza però, a quanto pare, fornire risposte sufficientemente esaurienti, tanto da spingere l'Olaf, l'Ufficio europeo anti-frode, ad aprire un'inchiesta per verificare l'esistenza di operazioni illegali per impedire ai profughi di raggiungere le coste europee e di esercitare il diritto di chiedere asilo. "Bisogna fare chiarezza e rimediare. Le nostre agenzie devono rispettare al 100 per cento i valori fondamentali dell'Unione europea e devono essere in grado di dimostralo in modo efficiente", ha proseguito Johansson parlando a Bruxelles con alcuni giornali europei. Senza dimenticare di sottolineare come, in base al suo regolamento, Frontex "dovrebbe dotarsi di 40 osservatori per il rispetto dei diritti umani, che invece non ci sono".

Le ombre sull'operato dell'Agenzia per le frontiere suscitano particolare preoccupazione anche in vista dei progetti di riforma di Frontex in discussione a Bruxelles e inseriti nel Piano su immigrazione e asilo presentato dalla commissione guidata da Ursula von der Leyen.

Piano nel quale si prevede un rafforzamento dell'organico fino a 10 mila uomini nei prossimi anni con inoltre la possibilità, per ora fortunatamente scartata, di armarli. "Abbiamo già richiesto al direttore di Frontex di dare le dimissioni", hanno dichiarato nei giorni scorsi i deputati del gruppo S&D del parlamento europeo in seguito alle denunce sui respingimenti illegali. Per Leggeri il momento di farsi da parte alla fine potrebbe essere arrivato.

 
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