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Roma. Covid: rivolta a Rebibbia, a processo 46 detenuti PDF Stampa
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Adnkronos, 10 aprile 2021


Sono stati rinviati a giudizio 46 detenuti del carcere romano di Rebibbia indagati per la rivolta avvenuta il 9 marzo 2020 nel penitenziario in contemporanea con i disordini scoppiati in altri istituti italiani, da Milano a Modena fino a Foggia e a Palermo dopo le disposizioni legate alle misure di contenimento della pandemia da coronavirus.

La prima udienza è fissata per il 30 giugno mentre in 4 hanno scelto il rito abbreviato. I reati contestati dai pm Francesco Cascini e Eugenio Albamonte, coordinati dal Procuratore capo di Roma Michele Prestipino, vanno a vario titolo dal danneggiamento al sequestro di persona, rapina e devastazione. Nell'ambito delle indagini, lo scorso novembre, sono state eseguite nove misure cautelari in carcere nei confronti di altrettanti detenuti.

La protesta dei detenuti aveva interessato prima il reparto G11 per poi estendersi ad altri settori di Rebibbia Nuovo Complesso coinvolgendo centinaia di detenuti. Nel corso della rivolta, oltre ad essere stata saccheggiata l'infermeria, la biblioteca e devastati interi settori, un ispettore finì in ospedale dopo essere stato accerchiato e colpito con calci e pugni riportando una prognosi di 40 giorni.

 
Cagliari. Sdr dona 600 mascherine e gel disinfettante ai detenuti del carcere di Uta PDF Stampa
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vistanet.it, 10 aprile 2021


Seicento mascherine in cotone madapolam e 283 confezioni di gel disinfettante per le mani sono state donate dall'associazione "Socialismo Diritti Riforme" alla Casa Circondariale di Cagliari-Uta. Di colore nero, in confezione individuale sanificata e sottovuoto, i dispositivi di protezione sono stati realizzati gratuitamente dalla stilista quartese Emma Ibba, socia Sdr. Le protezioni personali, dopo l'uso, potranno essere lavate e riutilizzate. Le confezioni di gel disinfettante, destinate alle sezioni e alle aree comuni detentive, arricchiranno la dotazione dei sanificatori, favorendo una maggiore difesa dal coronavirus.

Non è la prima volta che SDR contribuisce concretamente a garantire maggiore sicurezza anticovid ai detenuti e agli operatori penitenziari. In altre tre precedenti occasioni infatti sono state offerte 860 mascherine chirurgiche e 600 di cotone. I nuovi dispositivi sono stati consegnati al Direttore della Casa Circondariale Marco Porcu dalla stilista Emma Ibba, che le ha confezionate, e da Maria Grazia Caligaris, socia Sdr. Presente Monica Cardone, funzionaria giuridico-pedagogica in rappresentanza dell'Area Educativa dell'Istituto.

"Desidero esprimere un personale apprezzamento - ha detto Marco Porcu - per la sensibilità dell'associazione di volontariato Sdr che ancora una volta ha dimostrato una particolare attenzione nei confronti della Casa Circondariale. Un gesto utile che concretamente contribuisce a rendere più agevole il nostro impegno di garantire sempre maggiore serenità alle persone detenute e ai loro familiari". "La realizzazione dei nuovi dispositivi - ha sottolineato Emma Ibba - è nata dalla consapevolezza delle difficoltà derivanti dalla pandemia e dalla volontà di contribuire a dare maggiore sicurezza alle persone che vivono in questo carcere".

"L'impegno assunto da SDR - ha aggiunto Maria Grazia Caligaris - vuole essere un segno concreto di partecipazione civile e di vicinanza a una realtà spesso trascurata e marginalizzata. Uno sforzo reso possibile dalla generosità della nostra socia Emma e da quanti collaborano attivamente alla realizzazione dei nostri progetti culturali di sensibilizzazione". Presieduta da Paola Melis, l'associazione di volontariato opera nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta da 12 anni promuovendo iniziative culturali e contribuendo al ruolo riabilitativo del carcere.

 
"Sull'abolizione dell'ergastolo ostativo manca la voce di Salvatore Ricciardi" PDF Stampa
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di Alfredo Imbellone*


Il Manifesto, 10 aprile 2021

 

A un anno dalla scomparsa, l'emittente romana Radio Onda Rossa organizza un'iniziativa pubblica in suo ricordo. Dispiace non poter contare nell'attuale dibattito sull'ergastolo ostativo della voce di Salvatore Ricciardi (Roma, 1940-2020), scomparso esattamente un anno fa, il 9 aprile, dopo essersi dedicato nell'ultimo ventennio di vita a dar voce al tema del carcere in Italia con libri e trasmissioni radiofoniche dai microfoni di Onda Rossa di Roma.

La morte di Ricciardi, avvenuta in pieno lockdown del 2020, quando erano vietati funerali e assembramenti di qualsiasi tipo, fu l'occasione della prima manifestazione pubblica sciolta dalle forze dell'ordine in applicazione delle restrizioni Covid. Fu organizzata una breve sosta nel quartiere di San Lorenzo del carro funebre proveniente dal vicino Policlinico Umberto I, dove Ricciardi era deceduto, per dare l'ultimo saluto a Salvo, così lo chiamavano i suoi compagni e compagne, sotto la radio che lo aveva avuto tra i redattori negli ultimi anni, per le strade del quartiere che aveva frequentato dagli anni 60 con la militanza nel sindacato dei ferrovieri, poi l'esperienza nel Psiup e l'uscita "da sinistra" con la nascita dei primi comitati per l'Autonomia Operaia che aprirono le loro sedi proprio in via dei Volsci.

Condannato egli stesso all'ergastolo per aver fatto parte delle Brigate Rosse, attorno alla figura di Ricciardi da metà degli anni 90 si mobilitarono collettivi dei centri sociali e realtà antagoniste di Roma, insieme a Radio Onda Rossa, per sostenerne la scarcerazione per motivi di salute, dopo che il Tribunale di sorveglianza ne aveva chiesto, ottenendolo infine nel 1998, il rientro in carcere dopo un intervento chirurgico al cuore.

L'incontro tra Ricciardi, Radio Onda Rossa e i centri sociali capitolini, andò poi oltre la vicenda della scarcerazione e del tema dell'incompatibilità tra detenzione e malattia e sanità penitenziaria, dando il via a una vivace serie di iniziative sul carcere nel suo complesso, nell'ottica della sua abolizione che hanno scandito quest'ultimo ventennio a Roma: come gli appuntamenti fissi sotto le mura del carcere di Rebibbia la mattina del 31 dicembre, e l'agenda Scarceranda autoprodotta da Radio Onda Rossa e fatta arrivare ai prigionieri e prigioniere di tutte le carceri italiane. Ricciardi era stato tra coloro che avevano fatto nascere queste iniziative, al pari di tante altre sul carcere sviluppatesi negli anni, e che ha continuato instancabilmente a portare avanti fino alla sua morte.

Il superamento dell'ergastolo ostativo persegue un obiettivo di maggiori garanzie delle libertà delle persone ed è una questione di civiltà giuridica. L'ostatività nella concessione dei benefici di legge alle persone condannate all'ergastolo è frutto dei provvedimenti emergenziali di inizio anni 90, era l'epoca delle stragi mafiose, e l'introduzione e inasprimento degli articoli 4bis e 41bis dell'ordinamento penitenziario.

L'eccezionalità di simili provvedimenti seppe integrarsi con le stagioni emergenziali che hanno caratterizzato la storia italiana prima e dopo la loro introduzione, divenendo infine parti integranti e stabili dell'ordinamento ordinario. Negli anni, anziché restringersi e limitarsi, il loro campo di applicazione si è andato estendendo, fino a comprendere voci di reato ben al di là degli ambiti eversivi per i quali furono introdotti.

La critica abolizionista del carcere di cui Salvatore Ricciardi è stata una delle migliori voci nell'Italia degli ultimi decenni individua nell'ergastolo, nel "carcere duro" del 41 bis, nella fattispecie dell'ostatività, non tanto e non solo delle escrescenze peggiorative del sistema penale e penitenziario, delle loro aberrazioni, quanto piuttosto le loro punte di diamante, i loro fondamenti ideologici e, vien da dire "mitici" a fondamento e giustificazione dell'intero apparato. L'eliminazione del colpevole dal consesso sociale, la sua relegazione dietro le mura di un carcere per sempre, senza possibilità di uscita se non nel pentimento e collaborazione, qualora utili ai fini processuali, richiamano molto da vicino una pena di morte differita nel tempo. Simile trattamento riservato al mostro, all'irriducibile, all'irrecuperabile corrispondono al detto "sbattere in cella e buttare la chiave" che sta alla base di una larga fetta di consenso attorno al sistema carcerario.

Poco importa se poi, all'atto pratico, nelle patrie galere vi stiano decine di migliaia di persone per reati minori, per la gran parte in condizioni socio-economiche svantaggiate, le classi povere ed emarginate della società. La giustificazione dell'istituzione carceraria trova linfa proprio dall'idea di punire l'archetipo criminale, la quintessenza del male, l'elemento da annientare e allontanare permanentemente per il bene della società.

Secondo l'analisi abolizionista oggetto di critica del sistema penitenziario devono essere in primis tali istituti che sanno tenere in piedi nell'opinione comune l'idea della necessità del carcere, permeando, come si è visto nel caso del 4bis e simili, l'intero sistema, diffondendosi nell'applicazione e tramandando nel tempo le pratiche emergenziali punitive.

Di simili argomentazioni Salvatore Ricciardi è stato instancabile sostenitore nel corso degli anni. Oggi manca la sua intelligenza e forza nel portarle avanti, come manca la sua figura di ribelle di lungo lustro a tutte e tutti coloro che lo hanno conosciuto, letto, ascoltato. Se in occasione della sua morte fu strozzata la possibilità di dargli addio, oggi, a un anno di distanza Radio Onda Rossa organizza un'iniziativa in suo nome. "Ciao Salvo!", venerdì 9 aprile 2021, in ricordo di Salvatore Ricciardi a un anno dalla scomparsa: dalle 17:00 presenza in strada con diretta radiofonica da via dei Volsci, sotto la sede di Radio Onda Rossa, davanti al civico 56, con mascherina e distanza senza perdere il contatto umano.

 

*Radio Onda Rossa

 
Carofiglio, in edicola il suo breviario laico PDF Stampa
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di Paolo Conti


Corriere della Sera, 10 aprile 2021

 

Riflessioni dello scrittore sul tema della responsabilità civica. Esce il 10 aprile, e resta disponibile per un mese, il volume "Della gentilezza e del coraggio" dell'ex magistrato. Che cos'è veramente la gentilezza, e che cosa davvero è il coraggio? E perché queste due qualità/virtù sono così strettamente connesse tra loro, e appaiono indispensabili per diventare un cittadino veramente consapevole, dunque libero? In estrema sintesi è l'itinerario proposto da Gianrico Carofiglio in Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e di altre cose, dal 10 aprile in edicola con il "Corriere della Sera" per un mese a 9,90 euro più il prezzo del quotidiano. Sarebbe sbagliato pensare che le due creature carofigliane, così amate dal suo pubblico (ovvero l'avvocato Guido Guerrieri e il maresciallo Pietro Fenoglio) siano completamente sparite di scena. Certo qui loro non ci sono: mancano omicidi e casi da risolvere.

Siamo esplicitamente di fronte a un "breviario": ma resta il metodo investigativo, stavolta applicato alla scoperta dell'etica e alla sua negazione, dunque il piacere di capovolgere l'ovvio e i luoghi comuni come avviene in un'inchiesta dei tanti best-seller di Carofiglio. L'autore qui intende indicare "un sommario di suggerimenti" per la pratica della politica e del potere ma soprattutto "per la critica e la sorveglianza sul potere": cioè la dignità di cittadini adeguatamente strutturati per capire, saper convivere, criticare, rispettare, scegliere e rifiutare. Ma sempre liberamente.

Tre temi, indicati in incipit: la gentilezza "come metodo per affrontare e risolvere i conflitti e strumento chiave per produrre senso nelle relazioni umane", il coraggio "come essenziale virtù civile e veicolo del cambiamento". E poi la capacità di "porre e di porsi domande - la capacità di dubitare, insomma - come nucleo del pensiero critico e dunque della cittadinanza attiva". Una capacità che distingue "i cittadini consapevoli dai sudditi". Una facoltà che implica, guarda un po', "gentilezza e coraggio".

Dunque, la gentilezza. Primo equivoco sgomberato da Carofiglio: "La pratica della gentilezza non significa sottrarsi al conflitto. Al contrario, significa accettarlo, ricondurlo a regole, renderlo un mezzo di possibile progresso e non un evento di distruzione". Se i fascismi e i populismi "vivono dell'elementare, micidiale logica che divide il mondo in amici e nemici", l'uomo civile "non rifiuta il conflitto. Lo accetta, invece, come parte inevitabile e proficua della complessità e della convivenza". L'autore propone un parallelo, guardando verso Oriente, tra i samurai giapponesi (il leggendario maestro Miyamoto Musashi) interamente concentrati sull'obiettivo di uccidere il nemico, e la modernità del karate, con una frase del suo fondatore Gichin Funakoshi: "Sconfiggere il nemico senza combattere è l'abilità suprema".

Si arriva così alla differenza tra i bravi comunicatori e i manipolatori (qui Carofiglio analizza a lungo il "metodo Trump"), all'identikit del "politico ideale" pronto a mettere da parte il proprio ego per "non farne, mai, un fatto personale", alla dote della metacognizione, ovvero "la capacità di uscire da sé stessi" e di osservare criticamente cosa si fa, cosa si dice, cosa si pensa. E se gli incompetenti "sono inconsapevoli, ignoranti, della propria ignoranza" invece i competenti "sono consapevoli della propria ignoranza". Naturalmente si arriva al linguaggio violento, sempre più frequente, figlio delle semplificazioni e dell'ignoranza.

Il contrario di tutto questo è "l'arte del dubitare domandando", cioè "lo strumento fondamentale del pensiero critico e civile per contrastare tutte le forme e le pratiche di esercizio opaco, quando non deliberatamente occulto, del potere". Un esercizio del singolo che, collettivizzato, riguarda la democrazia: "La qualità della vita democratica dipende dal numero, dal tenore, dall'efficacia delle domande che interpellano l'esercizio del potere e lo sottopongono a scrutini inattesi".

Ed eccoci al coraggio e alla paura. Carofiglio mette da parte banali schematizzazioni: il coraggio non è più l'opposto di paura e viceversa ma "la paura è la premessa del coraggio" perché "non esiste coraggio se non come risultato di una reazione, di un'elaborazione della paura e della sua trasformazione in capacità di agire". Dunque il coraggio è "il buon uso della paura", è "reazione attiva ai pericoli individuali e collettivi". Sorprendente anche l'elogio dell'errore (così come c'è un elogio dell'ironia e dell'autoironia) una sorta di appendice alla gentilezza e al coraggio.

Ecco il racconto di Michael Jordan, la leggenda del basket: "Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso trecento partite. Per trentasei volte i miei compagni si sono affidati a me per il canestro decisivo e io l'ho sbagliato. Ho fallito tante e tante volte nella mia vita. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto". Qui il cerchio del ragionamento proposto da Carofiglio si chiude: "Convivere con l'errore e l'incertezza implica coraggio; implica un approccio cauto (il coraggio è cauto, la temerarietà e imprudente), e dunque gentile, al tentativo di trasformare il mondo e di dargli senso".

Certo, nelle pagine ci sono moltissimi agganci all'attualità (oltre a Donald Trump compaiono Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Alessandro Meluzzi, e si potrebbe continuare). Ma nel libro conta veramente l'idea centrale: "Gentilezza insieme a coraggio (in realtà le due caratteristiche, correttamente intese, sono inscindibili) significa prendersi la responsabilità delle proprie azioni e del proprio essere nel mondo. In modo ancora più sintetico: accettare la responsabilità di essere umani".

Il volume - È in edicola dal 9 aprile con il "Corriere" il volume di Gianrico Carofiglio, Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose (è uscito nel 2020 per Feltrinelli) a euro 9,90 oltre al prezzo del quotidiano; resta in edicola per un mese. È l'ultimo titolo della collana dedicata all'autore dal "Corriere" nel 2020 Carofiglio (Bari, 1961) è autore di racconti, romanzi, saggi. Ex magistrato, è stato senatore del Pd dal 2008 al 2013. Nel 2020 è stato finalista allo Strega con La misura del tempo (Einaudi Stile libero).

 
Vaccini, dopo gli errori occorre una operazione verità PDF Stampa
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di Lorenzo Bini Smaghi


Corriere della Sera, 10 aprile 2021

 

A partire dagli acquisti, i paesi europei non hanno deciso in base ad analisi razionali di costi e benefici, ma cercando di minimizzare le responsabilità e i rischi di critica. Come ha ricordato Paul Krugman sul New York Times qualche giorno fa, la politica europea continua a commettere una serie di errori nella conduzione della campagna vaccinale.

Il "disastro" - per usare le parole del premio Nobel americano - deriva non solo da una eccessiva avversione al rischio ma soprattutto dall'avversione ai rischi sbagliati. Il rimprovero che viene fatto ai paesi europei è quello di non decidere in base ad una analisi razionale dei costi e dei benefici delle diverse alternative, ma piuttosto cercando di minimizzare le responsabilità e i rischi di essere criticati. Le decisioni vengono spesso prese sull'onda dell'emotività. Questo spiega molti errori commessi.

Il primo errore risale ad un anno fa, quando i governi dei paesi europei decisero di delegare il negoziato con le case farmaceutiche a funzionari europei, senza tuttavia dare loro un budget adeguato né il mandato di prenotare il numero massimo di vaccini da consegnare nel più breve tempo possibile, costi quel che costi. Non ci si può poi sorprendere se i paesi europei sono finiti in fondo alla lista delle prenotazioni, dato che l'obiettivo era quello di spendere il meno possibile. È stato poi facile dare la colpa all'Europa. Solo Angela Merkel ha avuto il coraggio di ricordare che i contratti con le case farmaceutiche "sono stati firmati dagli stati membri, non da qualche stupido burocrate".

Gli errori sono proseguiti, a campagna vaccinale avviata, quando sono emersi alcuni effetti collaterali, provocati in particolare dal vaccino Astra Zenica. A metà marzo vari paesi europei, seguiti da altri, decisero di sospendere in via precauzionale l'iniezione del vaccino. Erano stati segnalati 30 "eventi tromboembolici" su circa 5 milioni di vaccinazioni. Ciò significa che chi era stato vaccinato aveva una probabilità pari allo 0,0006% di subire effetti collaterali. Si è così deciso di sospendere un vaccino perché sicuro "solo" al 99,9984%.

Non si è invece considerato che ritardare la vaccinazione di 3 giorni, per circa 150 mila persone, comportava un rischio ben maggiore, in termini di probabilità di contagio, di ricovero e forse di morte. In sintesi, sebbene i rischi di una mancata vaccinazione fossero ben maggiori della vaccinazione stessa, come hanno confermato tutte le istanze tecniche, le autorità politiche europee decisero di sospenderla. La motivazione principale era che l'avevano fatto anche altri paesi.

Gli errori sono continuati dopo le ultime evidenze riguardo agli effetti dei vaccini su alcuni "rari" casi di trombosi celebrali. L'istituto di ricerca tedesco Paul Ehrlich ha identificato 31 casi di coagulazione, di cui 9 decessi, su 2,7 milioni di iniezioni. Ciò significa una probabilità di morte dello 0,0003%. In Francia sono stati identificati 9 casi con 4 decessi su 1,9 milioni di dosi (0,0002%).

Il 7 Aprile l'EMA ha confermato, sulla base di un campione ancor più ampio, che la probabilità di morire per trombosi cerebrale dopo l'iniezione di un vaccino era molto bassa, statisticamente non diversa dallo zero con una soglia di significatività del 99%. È peraltro inferiore a quella di altri eventi rari, come quello di essere colpito da un fulmine.

I dati inglesi, presi sul campione più ampio di vaccinati, mostrano che il rischio di subire danni seri per una persona di età compresa tra 60 e 69 anni è pari allo 0,0002%, non significativamente diverso rispetto alla fascia di 50-59 anni (0,0005%) o di 30-39 anni (0,0008%), ed è comunque sempre inferiore al rischio di non vaccinarsi. Ciò nonostante, i governi di vari paesi europei hanno introdotto delle restrizioni alla somministrazione del vaccino in base all'età, diverse per paesi, spesso senza riuscire a spiegarne le motivazioni. Hanno contribuito alla confusione i molti esperti che quotidianamente esprimono i loro pareri senza riferimento a dati o a valutazioni scientifiche.

Non sarà possibile vincere la battaglia contro il virus senza una operazione verità. Tale operazione, che deve essere svolta direttamente dalle istituzioni politiche, consiste nello spiegare in modo semplice ai cittadini i dati, mettendosi nei loro panni e cercando di venire incontro alle loro preoccupazioni, senza scaricare su altri la responsabilità delle decisioni prese. Integrare il Comitato tecnico scientifico con un paio di statistici, di psicologi e di tecnici della comunicazione sarebbe un primo passo nella giusta direzione.

 
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