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Allarme dell'Onu: "profughi, emergenza permanente" PDF Stampa
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di Andrea Bonanni

 

La Repubblica, 19 gennaio 2016

 

Dal 2000 quadruplicati i bisognosi di sostegno internazionale: 125 milioni, la metà sono rifugiati. Il numero di persone che nel mondo necessitano di aiuti umanitari è quadruplicato dal Duemila, arrivando alla cifra di 125 milioni. Di questi, 60 milioni sono profughi che hanno dovuto abbandonare le proprie case: una popolazione pari a quella dell'intera Italia. Per costoro, le possibilità di far ritorno sono modeste e comunque lontane nel tempo: la durata media dell' "esilio", per i rifugiati, è di 17 anni.

La comunità mondiale ha reagito a questa situazione con generosità crescente, ma ancora insufficiente. Per aiutare i milioni di persone vittime di guerre, carestie e disastri naturali, l'anno scorso sono stati spesi 25 miliardi dollari. Si tratta di una cifra 12 volte superiore a quella stanziata nel Duemila. E tuttavia non basta. Se vogliamo far pienamente fronte all'emergenza, mancano all'appello ancora 15 miliardi di dollari.

Per risolvere questa situazione e colmare il divario, il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha creato un panel di esperti presieduto dalla vicepresidente della Commissione, Kristalina Georgieva, e dal sultano di Perak, che ha reso ora pubblico il suo rapporto. Il documento sarà discusso alla riunione mondiale dei donatori che si terrà ad Istanbul a fine maggio.

Tra i suggerimenti presentati, c'è quello di creare forme di "prelievo volontario" da parte dei governi per finanziare una emergenza che è ormai considerata strutturale e permanente. Inoltre il rapporto suggerisce di creare un " responsibility index" per misurare se, all'aumento del Pil di molti Paesi emergenti, corrisponde un equivalente aumento dei contributi versati per gli aiuti umanitari.

Altra voce importante è la razionalizzazione degli aiuti, sia per quanto riguarda le spese logistiche, che oggi coprono circa il 10% dei costi totali, sia per quanto riguarda la logica degli interventi. "Oggi il mondo degli aiuti umanitari assomiglia ad una partita di pallone tra bambini di otto anni - commenta la Georgieva - tutti corrono dietro alla palla, cioè all'ultima emergenza, mentre ci sono interi settori del campo che restano scoperti". Tra le raccomandazioni c'è anche quella di fornire aiuti diretti preferibilmente alle donne: questo non solo garantisce che i soldi spesi siano meglio utilizzati, ma contribuisce anche a rialzare lo status delle donne.

 
Medici senza frontiere: "stupri, violenze e arresti, così la Ue ha fallito sui rifugiati" PDF Stampa
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di Elena Tebano

 

Corriere della Sera, 19 gennaio 2016

 

Gli abusi nei confronti di profughi e migranti, anche in Europa, nel rapporto di Medici senza frontiere. Le testimonianze: "Gommoni affondati da uomini in divisa in Grecia".

"Siamo fuggiti per dare un po' di sicurezza ai bambini, perché potessero avere da mangiare e andare a scuola. In Siria non c'è più niente: la mia città è stata interamente distrutta. Ma se avessi saputo che era così difficile arrivare in Europa, non li avrei mai fatti partire: piuttosto sarei morto in Siria. Pensavo che la gente qui ci avrebbe trattato bene. Ma sono stato arrestato 33 volte. Mi hanno messo in prigione in Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria. Perché? Non lo capisco: non ho fatto niente di male. Non ho ucciso nessuno. Non ho rubato. Sono sfuggito alla morte solo per trovare altra morte. Il mio futuro è nel futuro dei miei figli. Ma non so dove sono".

A parlare è un profugo siriano: l'associazione umanitaria Medici senza frontiere (Msf) ha raccolto la sua testimonianza in una foresta della Serbia, l'inverno scorso. Era solo: aveva perso ogni contatto con la moglie e i suoi 4 bambini. Insieme avevano cercato di arrivare in Europa attraverso la cosiddetta "rotta balcanica", che dalla Grecia conduce in Austria, ma dopo gli arresti non ha più notizie di loro. L'uomo fa parte dei rifugiati e migranti (centomila solo tra il 1° gennaio e il 15 dicembre) curati da Msf in Europa. La sua non è una storia isolata: lo scorso anno 1.008.616 di persone hanno cercato scampo in Europa.

L'84% proviene da Paesi con alto numero di rifugiati, di cui 49% Siria, 21% Afghanistan e 9% Iraq - il 17% sono donne e il 25% bambini sotto i 18 anni. La maggioranza avrebbe diritto a protezione umanitaria, ma la chiusura della frontiere e le attuali regole per le richieste di asilo li espongono a una serie infinite di abusi e di violenze, di cui Medici senza frontiere - associazione premiata con il Nobel per la pace nel 1999 - rende conte in un dossier raccolto dai suoi operatori sul campo (alcune testimonianze sono in forma anonima per evitare rischi di ritorsione sulle persone coinvolte).

Molti di questi abusi avvengono proprio in Europa. "Non solo l'Unione europea e i governi hanno fallito collettivamente nell'affrontare la crisi, ma con le loro politiche di deterrenza e una risposta caotica ai bisogni umanitari delle persone in fuga hanno di fatto peggiorato le condizioni di migliaia di uomini, donne e bambini già vulnerabili" denuncia Brice de le Vingne, direttore delle operazioni di Msf. "L'asilo è un diritto umano universale, non è un lusso. Se una persona rischia la vita o è perseguitata ha diritto di essere accolta, protetta e messa nella condizione di ricostruire un proprio benessere psicofisico - aggiunge Stefano Argenziano, coordinatore delle operazioni sulla migrazione di Msf.

In teoria l'Ue riconosce il diritto all'asilo, ma per accedervi bisogna arrivare sul suo territorio e fare domanda lì. Visto però che le frontiere con i Paesi non comunitari sono chiuse, per poter chiedere protezione i profughi rischiano la vita". Spesso la perdono (3.7771 i morti accertati solo lo scorso anno nel Mediterraneo). O sopravvivono solo a prezzo di traumi pesantissimi.

Uno dei luoghi più pericolosi per migranti e profughi è la Libia, passaggio privilegiato per chi cerca di arrivare sulle coste italiane (secondo l'Agenzia Onu per i rifugiati sono 153 mila le persone sbarcate in Italia, provenienti per lo più da Eritrea, Siria, Somalia e altri Paesi dell'Africa Subsahariana). "Delle 125 persone intervistate dagli operatori di Msf solo in ottobre, il 92% ci ha detto di essere stata vittima di violenze in Libia - si legge nel rapporto dell'associazione umanitaria. Praticamente tutte hanno assistito ad atti di violenza contro richiedenti asilo e migranti. Ci sono stati raccontati pestaggi, uccisioni, violenze sessuali. Metà delle persone intervistate ci ha riferito di essere stata sequestrata per brevi o lunghi periodi". Fresghy, 20 anni, eritreo, è rimasto per mesi prigioniero in Libia finché la famiglia non ha pagato per la sua liberazione: "Mi hanno chiuso in uno stabile rovente, senza aria condizionata, né servizi - dice.

Se ti ammalavi, nessuno ti dava medicine o si curava di te. L'unica cosa a ci erano interessati erano i soldi. Molte donne che erano con noi sono state violentate". Le più esposte agli abusi sono le donne. "Sono rimasta per tre mesi a Tripoli. Non ci sono parole epr descrivere la mia vita laggiù. È il posto peggiore al mondo - ha testimoniato una donna eritrea salvata nel canale di Sicilia dalla nave Bourbon Argos di Msf. Ci trattavano come animali. Hanno separato le donne dagli uomini e ogni giorno prendevano una di noi per soddisfare le loro voglie".

Nel corso del 2015 la maggior parte degli ingressi in Europa si è spostata sulla rotta orientale, tra Turchia e Grecia: sono 851,319 gli arrivi registrati tra il primo gennaio e il 31 dicembre. Ad agosto e settembre sulle isole greche sono sbarcate in media quattromila persone al giorno. A ottobre sono diventate seimila. La traversata via mare tra Turchia e Grecia può durare dai 45 minuti a poche ore (molto meno di quella dalla Libia all'Italia, che varia dalle 30 alle 70 ore), dovrebbe quindi essere meno rischiosa. Ma Medici senza frontiere denuncia l'assoluta mancanza di soccorsi e addirittura atti di sabotaggio. "A luglio 2015 i nostri operatori a Lesbo e Kos sono stati avvicinati da rifugiati che hanno riferito storie preoccupanti di violenze in mare da parte di uomini mascherati che li hanno derubati o hanno buttato i loro averi in mare - si legge nel rapporto dell'associazione. Alcuni hanno parlato di barche che si sono avvicinate ai gommoni e hanno tentato di affondarli con lunghe pertiche". Ecco cosa ha raccontato un siriano arrivato a Kos: "Siamo stati attaccati tra la Turchia e l'isola di Farmakonisi da tre uomini in uniforme a bordo di una grande barca grigia di metallo.

I tre indossavano divise blue scure con una bandiera greca sulla spalla. Ci siamo avvicinati, abbiamo mostrato che c'erano i bambini, perché ci aiutassero. Non dimenticherò mai quello che è successo: hanno usato un arpione per bucare la nostra imbarcazione a prua. Hanno fatto due fori e a bordo si è scatenato il panico. Ci volevano uccidere". In altri casi le navi sarebbero state trainate di nuovo nelle acque turche. Le autorità greche hanno sempre negato che la Guardia Costiera del Paese sia stata coinvolta in simili episodi. "Ma noi abbiamo registrato a più riprese testimonianze di attacchi di violenza gratuita e disumana - dice il coordinatore delle operazioni sulla migrazione di Msf Stefano Argenziano.

Abbiamo chiesto alla Grecia di intervenire, ma a nostra conoscenza non ci sono state investigazioni avviate e concluse su questi fatti". In generale Msf denuncia una pessima gestione degli arrivi: "In Grecia, non solo le autorità non hanno organizzato un sistema di accoglienza adeguato e umano, ma hanno anche impedito attivamente alle organizzazioni umanitarie di intervenire per coprire le lacune - sostiene il rapporto. Negli ultimi mesi, le equipe di Msf a Kos, Lesbo e Leros hanno lottato senza tregua per ottenere l'autorizzazione a fornire assistenza umanitaria ai nuovi arrivati".

Msf denuncia carenze e inefficienze nell'accoglienza anche in Italia "dove l'arrivo di profughi e migranti viene trattato sempre con dinamiche emergenziali, nonostante sia un fenomeno ormai attestato" spiega Argenziano. Il mese scorso Msf ha deciso di lasciare il centro di prima accoglienza di Pozzallo, in Sicilia, perché ha giudicato inaccettabili "sovraffollamento, scarsa informazione legale e scarsa tutela dei diritti" e le "condizioni precarie e poco dignitose in cui vengono accolti migranti e rifugiati appena sbarcati".

L'ultimo fronte è quello dei Balcani: anche qui i profughi denunciano violenze sistematiche da parte delle forze dell'ordine: "Mi sono spostato dalla Grecia alla Macedonia ma sono stato arrestato 4 volte e riportato in Grecia - ha raccontato agli operatori di Msf un siriano trovato nella foresta di Bogovadja, in Serbia -. La polizia macedone mi ha preso tuti i soldi. Sulla strada per la Serbia sono stato fermato dalla mafia. Hanno preso tutto quello che avevo e mi hanno lasciato in una zona isolata. Ho chiesto aiuto alla polizia serba ma mi hanno messo in carcere per 10 giorni e poi mi hanno deportato in Macedonia. Sono tornato in Serbia e da lì ho continuato per l'Ungheria. Dove mi hanno arrestato, ammanettato e buttato in una cella senza acqua e cibo. Ero malato e avevo sete, ma quando ho chiesto dell'acqua, un poliziotto mi ha detto: "Piscio in un bicchiere e te lo faccio bere".

Altrettanto dura la testimonianza di un iracheno incontrato da Msf in Serbia, poco oltre il confine con la Bulgaria: "Non posso credere che la Bulgaria sia un Paese dell'Unione europea. La polizia lì non è polizia, ma una mafia - ha denunciato-. Ci hanno preso i soldi e i cellulari. Ci hanno picchiato: anche le donne. Stavamo scappando dallo Stato Islamico: non sapevo che ci fosse uno Stato Islamico in Bulgaria", ha aggiunto. Secondo Medici senza frontiere simili abusi sono soprattutto il frutto della chiusura delle frontiere: "Per questo chiediamo la creazione di vie sicure e legali per chi ha bisogno di chiudere protezione umanitaria - spiega Argenziano. Deve essere possibile chiedere asilo nei Paesi di origine, ma anche in quelli di transito (come la Libia). Le attuali politiche restrittive dell'Unione europea aumentano solo sofferenze che potrebbero essere facilmente risparmiate".

 
Emergenza immigrazione. Tasse sul calcio per sfamare i profughi PDF Stampa
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di Alessandra Zavatta

 

Il Tempo, 19 gennaio 2016

 

L'Onu propone nuove imposte su partite di football, concerti e biglietti aerei Con l'assistenza ai siriani soldi finiti. I rifugiati nel mondo saliti a 125 milioni. Saranno i tifosi di calcio a dar da mangiare ai profughi. Ai siriani che sciamano in Europa per fuggire alla guerra, agli africani che vogliono lasciarsi alle spalle fame e miseria, a cinesi, bengalesi e pakistani in cerca di lavoro e libertà. L'Onu non ha più soldi per finanziare gli aiuti umanitari, dagli Stati membri dell'organizzazione arriva sempre meno denaro mentre i rifugiati aumentano. Nel 2015 sono saliti a 125 milioni. Per garantire loro cibo e farmaci sarebbero serviti 40 miliardi di dollari ma ne sono stati trovati poco meno di venticinque.

E così dallo studio "Too important to fail" (Troppo importante per fallire), redatto per le Nazioni Unite da un pool di esperti coordinati da Kristalina Georgieva, vicepresidente al Bilancio della Commissione europea, è saltata fuori l'ipotesi di tassare gli eventi. A partire dagli incontri di football e dai concerti. Un'imposta "leggera", dieci-venti centesimi a biglietto, definita contributo "volontario". Ma di fatto obbligatorio, destinato a raccogliere quelle somme che ora mancano all'appello. Difficile che i tifosi di Roma e Lazio, Real Madrid, Paris Saint-Germain e Bayern Monaco possano tirarsi indietro. Loro allo stadio, a divertirsi ai goal dei giocatori, mentre a Damasco e Kabul si muore. Chi avrà il coraggio di dire di no? Fa leva sulla pietà cristiana l'Onu ma anche sulla carità patrimonio di ogni musulmano.

Tanto che prevede di tassare una quota della zakat (l'elemosina ai bisognosi) che, insieme alla testimonianza di fede, alla preghiera, al pellegrinaggio a La Mecca e al rispetto del Ramadan, costituisce uno dei cinque pilastri dell'Islam. Visto che 30 dei 33 conflitti in corso, che appunto producono emergenze umanitarie e profughi, riguardano Paesi musulmani. "Mai il mondo è stato così generoso e mai questa generosità è stata così inadeguata", sottolinea Kristalina Georgieva, candidata a sostituire il Segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon che a fine anno dovrà lasciare il Palazzo di vetro. "Assistere le vittime di conflitti e disastri è moralmente giusto, e anche nel nostro interesse, come dimostra la crisi migratoria".

Se la raccolta fondi è aumentata da 2 a 24,5 miliardi di dollari tra il 2000 e il 2014, le Nazioni Unite lamentano come solo la metà delle necessità possa essere soddisfatta. Tanto che lo scorso anno sono state ridotte le razioni di cibo per un milione 600mila siriani. E questo "ha contribuito al massiccio esodo verso l'Europa". Colpisce nel dossier che l'ipotesi di una Tobin Tax per tassare le rendite finanziarie, e cioè i ricchi, venga archiviata in otto righe: "È ancora oggetto di dibattito ed è improbabile si raggiunga un accordo globale in futuro". Seppure viene riconosciuto che "potrebbe produrre tra 25 e 34 milardi l'anno soltanto in Europa". Quindi meglio far pagare tutti gli altri: chi va allo stadio, al concerto, in vacanza.

E ricorda come l'associazione no profit Unitaid ha convinto dieci nazioni ad istituire una "tassa di solidarietà" di due dollari sui biglietti aerei contro la lotta all'Aids e alla malaria: in cinque anni ha permesso di raccogliere 1,6 miliardi. Per far funzionare la macchina degli aiuti umanitari c'è da allargare la base imponibile, come si direbbe in gergo fiscale. Venti Stati garantiscono il 95% degli aiuti umanitari. Se i poveri possono dare assai meno dei ricchi, sono infinitamente di più e, alla fine, il conto torna. Con questo sistema l'Italia, che devolve ogni anno 378 milioni in assistenza, potrebbe dare il doppio.

 
Bullismo, nella legge anche il Daspo dei telefonini PDF Stampa
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di Virginia Piccolillo

 

Corriere della Sera, 19 gennaio 2016

 

La norma in discussione alla Camera: "La prevenzione serve ma non basta - dice la presidente della Commissione Giustizia della Camera. Necessario introdurre un reato specifico e corsi di prevenzione".

"La prevenzione e l'educazione per il bullismo del web serve, ma non basta. Ci vogliono misure incisive graduate a seconda dell'età: dal Daspo di telefonini e la confisca di computer, alla sanzione penale". Ha appena tentato il suicidio la ragazzina di Pordenone bullizzata, quando Donatella Ferranti, presidente della commissione Giustizia della Camera, si appresta a concludere il giro di audizioni - fortunatamente senza dover aggiornare il computo dei morti - su un fenomeno che per l'Istat riguarda un adolescente su due, in particolare giovanissimi e soprattutto ragazze.

La svolta è annunciata: da "fenomeno", si inizierà a definirlo "crimine". Il Senato ha già approvato un testo. E proprio ieri il presidente Pietro Grasso ha auspicato che la Camera lo converta presto: "È soprattutto a scuola che dobbiamo creare una rete di protezione verso i ragazzi e le ragazze più fragili, spiegare a ogni studente quanti danni si possono fare con parole e comportamenti che sembrano innocui". Ma l'intenzione di molti è di restringere ancora le maglie. Lunedì lo chiedeva Michela Vittoria Brambilla, presidente della commissione Infanzia: "Ormai è un fenomeno di massa. Urge una legge che, come nella mia proposta, lo renda reato specifico, da definire distinguendo tra la posizione dei minorenni, bisognosi soprattutto di interventi educativi, e la responsabilità dei maggiorenni che richiede una risposta sanzionatoria".

Anche secondo Donatella Ferranti serve "qualcosa di più incisivo". E annuncia che, forse già dalla settimana prossima, quando verrà calendarizzata la discussione della norma, si andrà in questa direzione. "Il lavoro svolto al Senato - spiega l'esponente pd - è molto importante: un piano straordinario di educazione e prevenzione è urgente. Ma l'invasività di questo genere di molestia, resa capillare dalla tecnologia digitale, è tale che si deve intervenire anche sul fronte della repressione penale. Modulata in modo diverso se c'è un minore vittima o come indagato. Nelle audizioni ci hanno parlato di un ragazzino di poco meno di 14 anni che aveva avuto un rapporto con una ragazzina più piccola di lui. L'aveva ripresa con il telefonino e poi, ridendo, aveva mostrato il video agli amici. Lei aveva tentato per tre volte il suicidio".

Ragazzi talmente giovani da rendere ogni arma penale spuntata. Invece durante i lavori della commissione, da investigatori e magistrati, è giunta la richiesta di uno strumento che racchiuda in sé le varie fattispecie (lasciando aperta la lista a nuovi comportamenti). Sarebbe un deterrente per convincere i ragazzi a evitare questi comportamenti che non sono mai singoli. E spesso variano dalla diffamazione, alle molestie, allo stalking, persino alla diffusione di materiale pedopornografico (i video e le foto). Che fare? L'idea, anticipa l'esponente del Pd, che potrebbe essere presentata come emendamento al testo base del Senato, è quella di creare un reato specifico, perseguibile d'ufficio: "Atti per-secutori mediante strumenti telematici e informatici". Con pene graduate. Per i minori di 14 anni un intervento educativo, magari coinvolgendo i servizi sociali e un pool nella scuola. Dai 14 anni in avanti, la confisca degli apparecchi utilizzati e l'obbligo di frequentare corsi di riqualificazione della personalità. A partire dai 18 anni, invece, dovranno intervenire le procure. Ne discuteremo. Comunque a marzo sarà in aula".

 
"La cannabis sarà legalizzata anche in Italia... noi siamo già pronti a venderla" PDF Stampa
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di Paolo Baroni

 

La Stampa, 19 gennaio 2016

 

Una società sonda il mercato per intercettare i gusti dei consumatori "Per aprire un negozio servono 50 mila euro: abbiamo 600 richieste". "Io nemmeno fumo, men che meno marijuana. Però è arrivata l'ora di smetterla di prenderci in giro sulla cannabis. Nei fatti è già legalizzata: la si può trovare facilmente ovunque" spiega Sergio, 50 anni, romano, imprenditore nel ramo delle tlc, attività che negli anni lo ha portato spesso ad essere "un anticipatore di tendenze".

A Sergio, l'anno scorso, conversando una sera con alcuni amici con cui è in affari, è venuta un'idea: quella di testare il mercato potenziale della marijuana. Ben sapendo che queste sono attività illegali. "Oggi. Domani non è detto", sostiene l'imprenditore romano. "Io appartengo ad una generazione che nel tempo ha visto fenomeni illegali diventare perfettamente legali".

"Da ragazzino, ad esempio, andavo di nascosto a giocare con le slot machine in posti assolutamente non raccomandabili. Oggi non è più così: le slot sono diventate legali. Dunque siamo fiduciosi che prima o poi anche questo mercato venga legalizzato".

Un primo test di mercato - E così, dopo aver studiato a lungo i mercati di quei Paesi dove la cannabis è legalizzata anche a scopo ricreativo, nelle settimane scorse è nata "Nativa". Una società che da pochi giorni ha lanciato una campagna di comunicazione per capire quale può essere l'interesse ad investire in questo "mercato".

Significativo il "claim" della nuova impresa: "Nativa. Fatta per essere buona". La marijuana, si intende. "Io non fumo - racconta ancora Sergio - ma non escludo che qualcuno di miei figli ogni tanto lo faccia. Per me non è un problema. Ma da liberale quale sono preferirei che questo mercato fosse regolamentato, con tanto di certificazioni di qualità, in modo tale da sapere che cosa compro".

L'essenza del nuovo business sta tutto qui. Capire l'interesse del mercato, anticipare gli altri player ed entrare così per primi nell'immaginario dei consumatori "con un brand forte, elegante, e legato alla tradizione dell'eccellenza agroalimentare che da sempre caratterizza il nostro Paese agli occhi di tutto il mondo". Aprendo una catena di negozi monomarca in franchising. Il modello preso a riferimento è quello di Eataly, "per quello che è riuscita a fare coi prodotti di natura agricola".

20 soci italiani e stranieri - In tutto sono una ventina i soci coinvolti: romani, milanesi, qualche pugliese e pure alcuni stranieri. Per ora hanno messo sul piatto solamente qualche decina di migliaia di euro, visto che nella fase iniziale si trattava solo di far partire una campagna di marketing attraverso un sito web che in vetrina espone una prima linea di prodotti, tutti ribattezzati con nomi femminili: Violetta, Susanna, Carmela, Bianca e Jacqueline. Il mercato italiano della cannabis, secondo il management di Nativa, vale circa 3 milioni di chilogrammi di prodotto. Di qualità non sempre eccelsa, se è vero che in base ad una sondaggio su 500 fumatori abituali di marijuana il 65% dice di non essere per niente soddisfatto di quello che trova su piazza.

Ai potenziali partner è richiesto un investimento di 50mila euro compreso arredamento, sistema di cassa e bilancia e corsi di training, oltre alla disponibilità di un locale di almeno 40 metri quadri. Nel giro di due settimane, da quando è stato messo on line il sito www.cannabisnativa.it, sono oltre 600 le persone che hanno contattato Nativa. Compresi molti agricoltori pronti a mettere a disposizione i loro terreni. Sergio dice di non essere "in cerca di pubblicità facile" e per questo chiede di non apparire. "La nostra - sostiene - è anche una battaglia culturale su un fronte dove anche la politica negli ultimi tempi è diventata un po' più attiva".

Sul filo del rasoio - Vi accuseranno di voler favorire la diffusione delle droghe leggere? "Non credo che la nostra iniziativa aumenti la diffusione della droga - risponde. Al contrario credo che risolva un problema che in ogni caso c'è, quello di regolamentare un mercato che comunque esiste. E che assicurerebbe allo Stato ricchi introiti. È vero siamo sul filo del rasoio, ma siamo assolutamente convinti che tutto quello che stiamo facendo sia assolutamente legale. E a chi ci accusa di essere degli sciacalli - conclude - rispondo che quando questo mercato sarà liberalizzato non saremo i soli a operare, ma ci sarà certo tanta concorrenza".

 
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