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Giustizia: Dalla Zuanna (Pd) "più imam nelle carceri per fermare la propaganda radicale" PDF Stampa
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di Fabrizio Caccia

 

Corriere della Sera, 2 luglio 2015

 

Intervista al demografo Gianpiero Dalla Zuanna, senatore Pd. "Il Califfo non sopporta che oggi in Tunisia la donna faccia meno figli. E il jihadismo è il rifiuto della modernità". Gianpiero Dalla Zuanna, 54 anni, docente ordinario di Demografia all'università di Padova, senatore del Pd, coautore di un libro, "Nuovi Italiani", edito da il Mulino, il cui sottotitolo è "I giovani immigrati cambieranno il nostro Paese?".

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Giustizia: sora anche il pm di "Mani pulite" si indigna per l'abuso del carcere preventivo PDF Stampa
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di Maurizio Tortorella

 

Tempi, 2 luglio 2015

 

"C'è un'organizzazione complessiva della società e dello Stato, che va dal giornalista che fa il titolo urlato e scandalistico fino al premier che chiede pene severe ed esemplari dopo degli arresti preventivi, senza cioè che vi sia ancora alcun colpevole, che porta a queste aberrazioni".

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Giustizia: Ferri voleva tempi più lunghi per pensionare le toghe, arriva lo stop dal Colle PDF Stampa
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di Antonella Mascali

 

Il Fatto Quotidiano, 2 luglio 2015

 

Il Sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, ex Segretario di Magistratura Indipendente, ha provato fino all'ultimo a modificare il decreto legge sulla mini proroga del pensionamento dei magistrati che hanno compiuto 70 anni. Voleva ottenere di più per i suoi colleghi, anche su suggerimento di un magistrato che aspira a chiudere la carriera al massimo livello: la presidenza della Cassazione. Ma che per ora lo fa a fari spenti. Ferri si è molto impegnato e ha creduto perfino di essere riuscito nell'obiettivo, tanto che ha mandato una mail e un sms a decine di magistrati per dire che era fatta: "Modificata all'ultimo la norma sulla proroga "chi non ha compiuto 72 anni a dicembre 2015 e deve essere collocato a riposo secondo la normativa generale entro dicembre 2016 è prorogato sino al 31 dicembre dell'anno in cui compirà 72 anni". Un abbraccio, Cosimo Ferri". Ma non è andata così.

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando è sempre stato scettico e il Quirinale si è messo di traverso perché, nel confronto anagrafico tra magistrati che possono aspirare ai vertici della Cassazione, si sarebbe avvantaggiato qualcuno a discapito di qualcun altro, anche involontariamente. E così il capo dello Stato Sergio Mattarella, che è anche il presidente del Csm, ha inteso garantire "pari opportunità". Insomma, avrebbe fatto capire che non avrebbe firmato un testo diverso. Dunque, il messaggio di Ferri online e via telefonino si è rivelato intempestivo.

La proroga per i magistrati, come si evince dal decreto legge, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 27 giugno, è fino al dicembre 2016. La proroga di un anno, dal dicembre di quest'anno al dicembre 2016, riguarda, come si sa, i magistrati che non hanno compiuto i 72 anni entro il 31 dicembre 2015. Da fine 2016, se non arriveranno sorprese dal Parlamento, i magistrati, come deciso dal governo Renzi, andranno in pensione a 70 anni. Martedì scorso il plenum del Csm ha approvato il bando per 165 posti per incarichi direttivi e semi direttivi. Grazie alla proroga, ha ridotto di circa un centinaio le nomine che il Consiglio è chiamato a deliberare entro dicembre 2015.

Non potranno usufruire del decreto legge il primo presidente della Cassazione Giorgio Santacroce e il suo vice Luigi Rovelli, che andranno in pensione a dicembre. Dunque a partire da settembre sono aperte le domande per concorre ai posti più ambiti della magistratura. Sempre in Cassazione dovranno essere nominati 21 presidenti di sezione e due avvocati generale. Tra i procuratori generali dovranno essere sostituiti quelli di Torino, per il pensionamento di Marcello Maddalena, e di Firenze, per la scomparsa di Tindari Baglione. Complessivamente, sono 400 i magistrati ai vertici degli uffici giudiziari che avranno diritto alla proroga.

Fra loro, tutti a Milano, il presidente della Corte d'Appello Giovanni Canzio, il procuratore generale Manlio Minale e il procuratore Edmondo Bruti Liberati, in attesa della valutazione del Csm sul suo operato. L'allungamento dell'età pensionabile da 70 a 75 anni, è avvenuto nel 2002, su decisione del governo Berlusconi, per provare a ingraziarsi, senza successo, il primo presidente della Cassazione Nicola Marvulli.

Quando, nel 2014, la maggioranza di Renzi ha deciso di accorciare i tempi fino a 70 anni, il Csm ha lanciato l'allarme per le conseguenze sull'organizzazione degli uffici. "Francamente - disse il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini - non è facile giustificare perché i magistrati vadano in pensione a 75 anni, i professori universitari a 70 e gli ambasciatori a 65".

La motivazione del ritardato pensionamento dei magistrati nel 2002 faceva riferimento all'adeguamento delle aspettative di vita dei cittadini, ma è difficile pensare che fare il magistrato sia una garanzia di maggiore longevità. Le preoccupazioni espresse riguardano l'efficienza degli uffici giudiziari, che correrebbero il rischio di vedersi improvvisamente privati di un buon numero di magistrati, senza che il sistema possa garantire una celere sostituzione. In particolare, la Cassazione subirebbe la maggiore emorragia". Ed ecco decisa la proroga, ma di un anno. Non di più, come avrebbe voluto invece il sottosegretario Ferri.

 
Giustizia: Mafia Capitale; il procuratore capo di Roma Pigliatone attacca il sistema coop PDF Stampa
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di Francesco Grignetti

 

La Stampa, 2 luglio 2015

 

Il procuratore: "Sono privilegiate, e senza controlli interni". Sono parole che pesano come macigni, quelle cesellate dal procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Così è accaduto, ieri, nel corso di un'audizione davanti alla commissione Antimafia, che il magistrato abbia buttato là, con curata nonchalance, premesso che naturalmente la stragrande maggioranza è di onesti, un giudizio al vetriolo sul sistema cooperativo: "C'è una riflessione da fare sul ruolo delle cooperative. C'è da riflettere sulle agevolazioni, sulle simpatie e sui tipi di controlli di cui godono le cooperative. Ma questo non è compito della procura, è più compito della commissione".

Pignatone parlava delle coop malate di Mafia Capitale. Ad esempio di quella "19 Giugno" che era nata per dare lavoro a ex detenuti, ma era piuttosto una società mascherata di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati. Il contraccolpo, però, non è mancato. La presidente Rosy Bindi è andata a ruota: "Alla Commissione Antimafia non è sfuggita l'importanza delle cooperative. Sentiremo i responsabili della Cascina". E il mondo cooperativo s'è sentito sul banco degli accusati.

"Siamo i primi a chiedere di punire severamente chi sbaglia e di fare pulizia, perché chi commette reati danneggia profondamente nell'immagine la vera ed autentica cooperazione, ma diciamo no ai processi sommari", ha affermato Maurizio Gardini, presidente Confcooperative. Ricordato che la cooperazione in Italia dà lavoro a 1,3 milione di persone e sono oltre 12 milioni i soci, è stato soprattutto l'accenno alle agevolazioni che ha preoccupato Gardini. Che dunque replica: "Una decina di cooperative non può essere presa a modello per demolire e danneggiare tutte le altre".

Già, ma il ragionamento del magistrato parte da alcuni fatti appurati dall'inchiesta su Mafia Capitale. Primo, l'organizzazione del duo Carminati-Buzzi è assolutamente inedita, associando un mondo criminale, quali gruppi di rapinatori e estorsori, a uno nobile quali le cooperative sociali, eppure utilizza i metodi mafiosi dell'intimidazione associata alla corruzione: ci sono già due pronunce in merito della Cassazione. Secondo, seppure non c'è paragone con i collegamenti di alto livello che Mafia Capitale poteva vantare nella gestione Alemanno, il cambio di maggioranza in Campidoglio non aveva preoccupato più di tanto i vertici dell'organizzazione. Si sentivano coperti a destra come a sinistra.

"Restano - ha spiegato il procuratore - i trattamenti privilegiati con Buzzi per tutta la durata delle indagini. Si registra per tutta la durata delle indagini una vera e propria attività di lobbing da parte di Buzzi e Carminati per imporre ai vertici personaggi amici". Dalle indagini emergono alleanze inimmaginabili per controllare gli appalti. Ed ecco perché Pigliatone invita a ripensare al sistema. "I controlli interni nelle cooperative non hanno funzionato.

Quanto ai controlli esterni, noi in procura non abbiamo ritenuto di trovare contestazioni di reati da attribuire ai funzionari del Viminale o della prefettura. Poi sull'efficienza o meno dei controlli, noi allo stato non siamo in grado di dirlo".

È formalmente conclusa, intanto, l'inchiesta sul Centralino unico prenotazioni per la sanità regionale. Finirà a processo Maurizio Venafro, l'ex assistente del Governatore Zingaretti, ma nessun politico. C'è una riflessione da fare sul ruolo delle coop. C'è da riflettere su agevolazioni, sulle simpatie e sui tipi di controlli di cui godono. Ma questo non è compito della procura, è compito della commissione.

 
Giustizia: l'altra faccia di "Mafia Capitale", gli operatori sociali rimasti senza stipendio PDF Stampa
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di Roberto Ciccarelli

 

Il Manifesto, 2 luglio 2015

 

Il movimento dei lavoratori dell'accoglienza (A.l.a.) chiede di smantellare i "megacentri" fonte di sfruttamento dei migranti. Precarietà, sfruttamento, demansionamento. È la condizione degli operatori dei centri di accoglienza per migranti e rifugiati a Roma, molti dei quali non ricevono lo stipendio da mesi. è l'altra faccia di "Mafia Capitale", quella del lavoro, lontana dalla luce dei riflettori e degli inquirenti.

In questo mondo ampio, oltre agli operatori, lavorano legali, insegnanti, educatori, assistenti, addetti alla pulizia. Dopo il blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione, la crisi del terziario avanzato e l'esplosione della bolla occupazionale creata dalla lunga stagione veltroniana dei "grandi eventi culturali", a Roma questo terzo settore è sembrato l'unico capace di produrre un'occupazione precaria e, talvolta, anche un reddito. "Mafia Capitale" ha mandato in tilt questo sistema che oggi conta su una decina di cooperative - compresi i consorzi - e circa duemila addetti.

L'emergenza ha spinto gli operatori a riunirsi nell'assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici dell'accoglienza (A.l.a) che ieri si sono incontrati in un'assemblea all'entrata dell'assessorato delle politiche sociali di viale Manzoni a Roma. Sul posto c'era anche l'Unione sindacale di base (Usb) che ha denunciato il ritardo di tre mesi per i lavoratori di una cooperativa Eta Beta. Dai loro racconti emerge una realtà quotidiana caratterizzata anche dalla mancanza di chiarezza sulle mansioni da svolgere.

Nel video "quel che non vi raccontano dell'accoglienza", diffuso dall'A.l.a. su Youtube, una giovane operatrice legale sostiene che "non esiste un mansionario stabile e nella cooperativa svolgo qualsiasi mansione, dalla distribuzione dei pasti alla pulizia dello stabile". "Spesso le strutture sono inadeguate e prive di servizi per gli ospiti". "Quello dell'operatore sociale che si occupa di accoglienza è un profilo professionale relativamente giovane, risale a una quindicina di anni fa - racconta un'altra operatrice che preferisce mantenere l'anonimato - Nel nostro contratto nazionale manca la certezza dell'inquadramento. Questo significa che sul lavoro ci viene chiesto di svolgere tutti i ruoli, anche quello di sorveglianza e guardiania nei centri".

L'incertezza delle mansioni, oltre che del reddito, neutralizza di fatto il ruolo dell'operatore che è delicatissimo. Il suo compito è mediare tra le esigenze basilari del migrante e la società di accoglienza. Per farlo sono necessarie competenze, e formazione, che non vengono riconosciute né al momento della stipula dei contratti, né nell'attività quotidiana.

"Questa situazione c'era prima di Mafia Capitale e purtroppo è destinata a continuare anche dopo" aggiunge l'operatrice. Alla base c'è un baco del sistema che, nel recente passato, ha imposto il terribile scambio biopolitico tra appalti e profitti sulla pelle dei rifugiati e oggi continua a creare nuove emergenze. A Roma si è manifestata con lo sgombero di una piccola baraccopoli a Ponte Mammolo e con l'incredibile vicenda dei profughi alla stazione Tiburtina.

In questo contesto si muove l'A.l.a, un'esperienza di auto-organizzazione degli operatori sociali sostenuta dalle Camere del lavoro autonomo e precario (Clap).

Nell'incontro ottenuto oggi dall'assessora capitolina alle Politiche Sociali Francesca Danese chiederanno chiarezza sui pagamenti alle cooperative che giustificano i ritardi con il blocco dei versamenti da parte del comune. Al comune chiedono anche di farsi garante dei diritti dei lavoratori negli enti che hanno in gestione i suoi appalti nell'accoglienza.

Questa azione ha un obiettivo ambizioso: la "trasformazione radicale del sistema di accoglienza - sostengono i lavoratori dell'A.l.a. - Bisogna superare i megacentri e le politiche emergenziali, fonti del business e dello sfruttamento dei migranti e dei lavoratori". Lo strumento per ottenere una simile trasformazione potrebbe essere un tavolo inter-istituzionale con Prefettura, comune e il sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), un'altra delle richieste del movimento.

 
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