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Giustizia: con il reato di tortura in galera ci va la polizia, oggi la protesta in piazza PDF Stampa
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di Maurizio Belpietro

 

Libero, 25 giugno 2015

 

Il reato di tortura lega le mani atte forze dell'ordine, che finiranno sotto accusa anche se infliggono "sofferenze psichiche" agli arrestati Una parola sbagliata può costare un processo: per non rischiare gli agenti lasceranno perdere, E a rimetterci saranno i cittadini onesti.

La polizia si ribella. Oggi il sindacato autonomo degli agenti sarà in piazza per protestare contro la legge che introduce il reato di tortura. Detta così potrebbe sembrare una follia. Ma come, i rappresentanti delle forze dell'ordine pretendono la licenza di torturare le persone? Siamo in uno Stato di diritto oppure in uno Stato guidato da Augusto Pinochet? Perplessità legittime, se non fosse che le cose non stanno proprio così, come in apparenza sembrano. La polizia non vuole nessuna immunità per commettere reati contro le persone. Ci mancherebbe.

Molto più semplicemente gli agenti chiedono di poter fare bene il loro mestiere, che consiste nel far rispettare la legge e nel difendere cittadini onesti, arrestando, se del caso, chi viola la legge. Purtroppo però nuove norme stanno per essere introdotte dal Parlamento e a finire agli arresti rischiano di essere proprio i poliziotti, a danno - manco a dirlo - degli italiani per bene.

Le novità che hanno spinto gli uomini delle forze dell'ordine a scendere in piazza come dei metalmeccanici qualunque sono quelle contenute nel disegno di legge che introduce il reato di tortura. Di che si tratta? Di una misura tenuta a battesimo dopo le vicende del G8. Ricordate?

Circa quattordici anni fa il movimento No global (poi divenuto movimento No Tav e più recentemente No Expo: facevano prima a chiamarlo No tutto o No Progresso) mise a ferro e fuoco Genova, città con la sola colpa di ospitare il vertice dei Paesi più industrializzati del mondo. Nonostante ad appiccare incendi, distruggere vetrine e lanciare sampietrini siano stati i tristemente famosi Black Block, ossia tipi mascherati di nero che hanno il solo scopo di scontrarsi con la polizia, a finire nei guai furono proprio gli agenti, i quali furono spediti sul banco degli imputati. Risultato, a distanza di anni alcuni funzionari sono stati condannati come i peggiori delinquenti, mentre chi ha provocato i danni gira impunito pronto a devastare altre città.

Non contenti di aver ottenuto la condanna e la sospensione dal lavoro e dallo stipendio dei poliziotti (i quali avranno anche ecceduto, ma di certo non sono stati loro a spaccare tutto), alcuni esponenti del movimento e della sinistra hanno sollecitato l'adozione di norme che punissero la polizia per il reato tortura, come se appunto i commissariati e le caserme fossero reclusori stile Abu Ghraib. A corroborare la richiesta di una legge che punisse i rappresentanti delle forze dell'ordine hanno contribuito storie tipo quelle di Stefano Cucchi, un piccolo spacciatore morto mentre era in custodia cautelare nel carcere di Regina Coeli.

L'uomo era malnutrito e già in pessime condizioni di salute, ma la famiglia ha sempre sostenuto che le cause del decesso erano diverse da quelle del suo precario stato fisico, accusando apertamente carabinieri e personale carcerario di aver picchiato il congiunto. Non importa che i giudici abbiano assolto gli imputati. Agli occhi dì una parte dell'opinione pubblica e di gran parte di stampa e tv, la polizia (anche se in questo caso ad operare l'arresto furono i carabinieri) è assassina, punto e basta e dunque serve una legge che ponga fine agli abusi.

Naturalmente può accadere che a qualche agente scappi la mano e lungi da noi la volontà di difendere in blocco chiunque indossi una divisa. Così come ci sono giornalisti che infrangono la legge, ci sono poliziotti che la violano e quando lo fanno, quando cioè commettono un reato, è giusto che siano sanzionati. Ma non è questo il punto. La legge sul reato di tortura, di cui noi non sentiamo la mancanza ritenendo che per punire gli abusi bastino le norme esistenti, introduce la possibilità di perseguire le forze dell'ordine non soltanto per delle lesioni riscontrabili, cioè dovute a maltrattamenti o botte inferte dai rappresentanti delle forze dell'ordine, ma anche per le acute sofferenze psichiche. Eh, sì, avete letto bene. Se io sono un poliziotto e arresto un delinquente deve stare attento a non causargli acute sofferenze psichiche.

Che vuole dire? Che mentre gli pongo i braccialetti al polso devo sussurrargli parole affettuose perché non rimanga male al momento dell'arresto? Oppure, prendendolo in consegna, devo però offrirgli i pasticcini e rassicurarlo dicendogli che lo rimanderò presto a casa e che in fondo non ha fatto nulla di male? Già, perché a quanto si capisce, il solo dire a tizio che ha appena rapinato una vecchietta che gli farete passare un brutto quarto d'ora è già una minaccia che può provocare al soggetto "un'acuta sofferenza psichica". Se poi per caso vi scappa di dire a un sottoposto "sbattilo in cella e fagli vedere l'inferno", siete rovinati, perché commettete un reato doppio, con l'induzione di un subalterno a commettere un reato.

"La legge sul reato di tortura è un lasciapassare per i delinquenti", dicono i poliziotti. Difficile dar loro torto. Ancor più difficile immaginare che, se passasse una simile norma, gli agenti continuerebbero a fare il proprio mestiere. Con un'accusa sul capo che potrebbe portarli in cella oltre che a perdere il lavoro, i rappresentanti delle forze dell'ordine farebbero a gara a voltarsi dall'altra parte di fronte a un delinquente. Risultato: la tortura la subirebbe la gente per bene, che di fronte ai criminali non avrebbe più alcuna tutela e pagherebbe sulla propria pelle le campagne progressiste della sinistra italiana. Altro che manette ai poliziotti. Le manette mettiamole a certi onorevoli e ai loro progetti folli.

 
Giustizia: reato di tortura, 500mila volantini per spiegare cosa non va nella nuova legge PDF Stampa
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di Tommaso Montesano

 

Libero, 25 giugno 2015

 

Cinquanta presidi a Roma, altrettanti a Milano. Per distribuire ai cittadini 500mila opuscoli informativi in cui si spiega perché l'approvazione del disegno di legge che introduce in Italia il reato di tortura metterà a rischio la sicurezza del Paese. "I poliziotti saranno costretti a tirare i remi in barca lasciando campo libero ai malviventi", lancia l'allarme il Sindacato autonomo di polizia (Sap), che oggi si mobilita nelle due principali città italiane per contrastare un provvedimento bollato come "ideologico", "nato per colpire chi ha una divisa", orchestrato dal "solito e ben conosciuto partito dell'anti-Polizia".

Una protesta che lunedì 29 giugno conoscerà la seconda tappa in tutte le Province italiane. "E se sarà necessario, seguiranno ulteriori mobilitazioni", fa sapere Gianni Tonelli, segretario generale del Sap. A fianco dei poliziotti scenderanno in piazza anche i vigili del fuoco del Conapo, visto che la nuova norma, ricorda Antonio Brizzi, segretario generale del sindacato autonomo, "si riferisce a tutti i pubblici ufficiali e incaricati di un pubblico servizio".

Oggi pomeriggio, nel punto di distribuzione nei pressi di Palazzo Chigi, ci sarà anche Matteo Salvini, leader della Lega. "No al reato di tortura, che impedisce di lavorare a Polizia e Carabinieri. Il Parlamento stia con le guardie, non con i ladri", twitta il numero uno del Carroccio.

Il disegno di legge è giunto alla terza lettura. Lo scorso aprile è arrivato il semaforo verde di Montecitorio, che però ha modificato il testo proveniente dal Senato, che così è tornato a Palazzo Madama per l'approvazione definitiva. Sette gli articoli del provvedimento, che introduce nel codice penale i reati di tortura e istigazione alla tortura. Il primo è punito da quattro a dieci anni, che diventano minimo cinque e massimo quindici se a commettere il reato è un pubblico ufficiale; il secondo prevede da sei mesi a tre anni di reclusione. Ma è sulle condotte che configurano la tortura che il Sap ha avviato da tempo l'operazione verità culminata nel mezzo milione di volantini pieghevoli che saranno distribuiti oggi.

Non sono solo le "acute sofferenze fisiche" a far scattare l'incriminazione, ma anche quelle "psichiche". Per il sindacato di Polizia si tratta di una norma "imprecisa, indeterminata" che avrebbe come unico effetto quello di introdurre "una mina vagante nel nostro ordinamento". "Come si misura l'acuta sofferenza psichica? Qual è l'azione idonea a causarla? Come sarebbero dimostrabili, accertabili e individuabili queste sofferenze psichiche?", si chiede Tonelli. Il rischio, denuncia il segretario generale del Sap, è che la prescrizione sia "applicata a qualsiasi fatto che implichi una sofferenza psichica".

A titolo di esempio, i giuristi contattati dal sindacato citano due comportamenti tipici durante un interrogatorio di polizia: "Con la nuova norma, un poliziotto commette tortura se dice: "Dimmi dov'è il covo o ti tiro un pugno in testa!". Diventa torturatore anche un magistrato che dice a un mafioso: "O collabori, o ti faccio passare un brutto quarto d'ora". Siamo esterrefatti, per non dire altro". Ecco perché il disegno di legge, nato da un'iniziativa del senatore democratico Luigi Manconi, rischia di trasformarsi in un "altro strumento di lesione potentissimo dei tutori della sicurezza: basterà denunciare di aver subito una sofferenza psichica, magari durante un interrogatorio, per poter accusare gli uomini e le donne in divisa del reato di tortura". Di fronte a queste prospettive, si chiede il Sap, "come si potrà biasimare un operatore di polizia o un magistrato che, intimorito dalle eventuali ripercussioni che un suo monito particolarmente autorevole possa avere sul mafioso di turno, opti per un approccio più soft?".

 
Giustizia: reato di tortura, Manconi contro Alfano "la Diaz non è un capitolo chiuso" PDF Stampa
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di Selene Cilluffo

 

today.it, 25 giugno 2015

 

Dopo le dichiarazioni del ministro degli Interni, il presidente della commissione diritti umani del Senato risponde ad Alfano: "Spesso si è creato un clima di connivenza nell'arma, che copriva l'agente responsabile di violenze, che mentiva e ometteva i dati".

Il ministro degli Interni Angelino Alfano lo ha detto con chiarezza, alla presenza del capo della polizia Alessandro Pansa: "Dobbiamo avere un reato contro la tortura in Italia ma non deve essere concepito come un reato contro le forze di polizia". Ma non si è fermato qui, definendo i fatti della scuola Diaz un "capitolo chiuso". A quelle dichiarazioni adesso risponde il presidente della commissione Diritti umani del Senato, Luigi Manconi, nonché autore del disegno di legge che vuole introdurre nel nostro codice penale questo tipo di reato.

 

Alfano dice che nel suo disegno di legge il reato di tortura non deve essere concepito come un reato contro la polizia. Il suo ddl ha questa impostazione?

"Alfano ha ragione nel senso che non bisogna fare un ddl contro le forze di polizia. Il mio era fatto per tutelare il corpo dai propri membri infedeli. Solo una legge che sia molto rigorosa nei confronti di quegli appartenenti alle forze di polizia (polizia di stato, penitenziaria, carabinieri e guardia di finanza) che sanzioni con rigore e severità gli atti di violenza, di illegalità, gli abusi, i comportamenti e i maltrattamenti inumani e degradanti, solo una norma così severa può impedire che il disonore in cui incorrono gli agenti che commettano simili violenze ricada sull'intero corpo. Non conosco mezzo più efficace, più intelligente di questo per salvare l'onore della divisa"

 

Il ministro degli Interni ha anche affermato che "non risultano casi di impunità in polizia o che il dipartimento polizia si sia messo a coprire". Secondo lei è così?

"La legge prevede che quando si dà luogo a un'azione giudiziaria l'inchiesta amministrativa si sospenda. Perché il giudizio del tribunale è più significativo, più forte della giustizia amministrativa interna. Dopo di che spesso è accaduto, posso fare un esempio, che una sentenza molto importante che ha condannato in via definitiva i responsabili della morte di Federico Aldrovandi non sia stata seguita a livello amministrativo da una sanzione altrettanto severa. Su questo il ministro ha proprio torto. Tuttavia non è questo il punto. A me interessa che i responsabili dei corpi di polizia siano i primi a volere indagini più penetranti e attente, cosa che non accade. Vorrei che quando si individua la possibilità che, per esempio, un carabiniere sia coinvolto in un atto di violenza, non scatti immediatamente il riflesso incondizionato per cui l'arma "si serra come un solo uomo attorno a quel collega".

Lo si difenda certo, con tutte le garanzie previste in Italia per i cittadini che sono indagati. La difesa "come un solo uomo" spesso diventa un messaggio di omertà all'interno del corpo. Per questo prima ancora della sanzione disciplinare mi interessa il comportamento, che dai gradi più alti fino ai compagni di azione, si trasmette. Abbiamo avuto mille circostanze in cui davvero si è creato un clima di connivenza, che copriva quell'individuo responsabile di un atto di violenza, che mentiva e ometteva i dati, che si rifiutava di rispondere. Questo è accaduto davvero decine e decine di volte".

 

Infine quello della scuola Diaz è un capitolo chiuso?

"È tutt'altro che un capitolo chiuso. Non è un mistero che la Corte europea dei diritti umani emetterà altre sentenze simili a quella di pochi mesi fa a carico di componenti delle forze dell'ordine, responsabili di abusi, illegalità e violenze. Nei prossimi mesi e anni dovremo misurarci ancora con quel retaggio sanguinoso e doloroso del passato che è stato il G8 di Genova e che la classe politica italiana non ha voluto affrontare con radicalità, non realizzando una commissione d'inchiesta politica che indicasse le responsabilità e chiudesse quel capitolo. Lo abbiamo lasciato aperto dolorosamente e scandalosamente. Il risultato è che l'Europa ci richiama giustamente ai nostri doveri".

 
Giustizia: diffamazione, multe senza carcere e le rettifiche pubblicate evitando commenti PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 25 giugno 2015

 

La legge approvata alla Camera, ora torna al Senato - Modifiche sul reato a mezzo stampa

Niente carcere per i giornalisti in caso di diffamazione, ma solo pene pecuniarie. In compenso, obbligo di rettifica senza commento a favore dell'offeso. La Camera ieri ha approvato il disegno di legge sulla diffamazione modificando in parte il testo trasmesso dal Senato che ora dovrà tornare a esaminare il provvedimento. Soppressa, tra l'altro, la norma sul diritto all'oblio, il diritto cioè a eliminare dai siti e dai motori di ricerca le informazioni diffamatorie.

Sul piano delle sanzioni è escluso il carcere per chi diffama a mezzo stampa, ma è prevista una multa che andrà da 5mila a 10mila euro. Se il fatto attribuito è però consapevolmente falso, la misura sale da un minimo di 10mila a 50mila euro. Alla condanna è associata la pena della pubblicazione della sentenza. In caso di recidiva, scatterà anche l'interdizione da 1 a 6 mesi dalla professione. La rettifica tempestiva sarà valutata dal giudice come causa di non punibilità.

Rettifiche o smentite, a condizione che non siano false o suscettibili di incriminazione penale, devono essere pubblicate senza commento e risposta, citando espressamente il titolo, la data e l'autore dell'articolo ritenuto diffamatorio. Il direttore dovrà informare della richiesta l'autore del servizio. Tempi e modalità della pubblicazione a titolo di rettifica cambiano a seconda dei diversi media. Se però c'è inerzia, l'interessato può chiedere al giudice un ordine di pubblicazione (per il cui mancato rispetto scatta una sanzione amministrativa da 8mila a 16mila euro).

Nella diffamazione a mezzo stampa il danno sarà quantificato sulla base della diffusione e rilevanza della testata, della gravità dell'offesa e dell'effetto riparatorio della rettifica. L'azione civile dovrà essere esercitata entro due anni dalla pubblicazione. Fuori dal concorso con l'autore del servizio, il direttore o il suo vice rispondono a titolo di colpa se vi è un nesso di causalità tra omesso controllo e diffamazione; la pena è in ogni caso ridotta di un terzo. È comunque esclusa per il direttore l'interdizione dalla professione di giornalista. Le funzioni di vigilanza possono essere delegate, ma in forma scritta.

In caso di querela temeraria, il querelante può essere condannato al pagamento di una somma da mille a 10mila euro in favore della Cassa delle ammende. Chi invece attiva in malafede o colpa grave un giudizio civile a fini risarcitori rischierà, oltre al rimborso delle spese e al risarcimento, di dover pagare a favore del convenuto un'ulteriore somma determinata in via equitativa dal giudice che dovrà tenere conto dell'entità della domanda risarcitoria.

Anche per l'ingiuria e la diffamazione tra privati viene eliminato il carcere ma aumenta la multa (fino a 5mila euro per l'ingiuria e 10mila per la diffamazione) che si applica anche alle offese arrecate in via telematica.

 
Giustizia: compravendita senatori, chiesti cinque anni per l'ex premier Berlusconi PDF Stampa
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di Dario Del Porto

 

La Repubblica, 25 giugno 2015

 

Ma il leader di Forza Italia: "Richiesta fuori dalla realtà". Quale fiducia posso avere i cittadini, se un parlamentare vende la propria funzione?", chiede il procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli durante la requisitoria al processo di Napoli sulla compravendita di senatori. L'imputato principale, Silvio Berlusconi, non è in aula. Nei suoi confronti, la Procura chiede la condanna "senza attenuanti" a 5 anni di reclusione con l'accusa di corruzione.

Secondo l'aggiunto Piscitelli e i pm Henry John Woodcock, Alessandro Milita e Fabrizio Vanorio, l'ex premier fu il "regista, il finanziatore e il beneficiario", di un piano, la cosiddetta "Operazione libertà", che tra il 2006 e il 2008 si concretizzò in "un colossale investimento economico diretto ad ottenere il risultato che interessava Berlusconi, anzi lo ossessionava come ha riferito uno dei testimoni: mandare a casa il governo Prodi", sottolineano gli inquirenti. La replica dell'ex premier arriva dopo qualche ora: "La richiesta della Procura di Napoli confligge con la realtà e con tutte le risultanze processuali, in linea con la tradizione dei peggiori processi politici. Confido che il tribunale voglia rapidamente ristabilire la verità dei fatti e pronunciare una sentenza totalmente assolutoria". Nella ricostruzione dell'accusa, il "sicario" di quella strategia diretta a "reclutare senatori per erodere il governo Prodi" fu l'ex direttore ed editore dell'Avanti Valter Lavitola, detenuto da oltre tre anni perché coinvolto in altri procedimenti fra i quali quello sulla bancarotta del quotidiano.

All'indirizzo di Lavitola, il pm chiede la pena di 4 anni e 4 mesi di reclusione. Al centro del processo ci sono i tre milioni, due dei quali versati "in nero", che sarebbero consegnati all'ex senatore Sergio De Gregorio, eletto nel2006con Italia dei Valori, poi passato con il centrodestra, per "sabotare" il governo Prodi.

De Gregorio ha ammesso di aver ricevuto il denaro e patteggiato la pena. "Ma sono convinto - argomenta il procuratore aggiunto Piscitelli - che altri parlamentari abbiano ceduto, solo che non siamo stati capaci di accertarlo". In apertura di udienza, gli avvocati Niccolò Ghedini e Michele Cerabona, legali di Berlusconi, hanno depositato al collegio presieduto dal giudice Serena Corleto la memoria che l'ex Cavaliere ha trasmesso alla Camera per chiedere di sancire la "insindacabilità" delle condotte al centro del processo perché coperte da immunità parlamentare. "La promessa di voto in cambio di denaro non ha nulla a che vedere con l'insindacabilità", ribatte il procuratore aggiunto Piscitelli.

Un'istanza analoga era stata già respinta dal tribunale. La difesa non ha comunque chiesto la sospensione del processo. "Questa vicenda resterà nei libri di storia e servirà da monito per il futuro", dice il pm Milita nella prima parte della requisitoria. La confessione di De Gregorio, sottolinea la Procura, non è l'unico pilastro del processo. "L'architrave" è costituita, a giudizio dei pubblici ministeri, dalla lettera del 13 dicembre 2013 e attribuita a Lavitola nella quale l'ex editore chiede 5 milioni a Berlusconi vantando, tra l'altro, di "aver comprato De Gregorio". Ora la parola passa alla difesa.

"Tutti i testimoni e le prove documentali hanno dimostrato la totale inconsistenza dell'impianto accusatorio", affermano gli avvocati Ghedini e Cerabona assieme agli avvocati Franco Coppi e Bruno La Rosa, che assistono Forza Italia citata come responsabile civile. Il processo dovrà concludersi entro novembre pena la prescrizione. Durante il dibattimento sono stati sentiti come testi, fra gli altri, Romano Prodi, Anna Finocchiaro, Renato Schifani, Clemente Mastella. La sentenza è prevista per l'8 luglio.

 
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