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Il mistero di Rosa Capuozzo nel labirinto della politica PDF Stampa
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di Marco Demarco

 

Corriere della Sera, 19 gennaio 2016

 

Chi è davvero il primo cittadino di Quarto, che martedì risponde alle domande dell'Antimafia. Una moderna Giuditta, decisa e coraggiosa, o piuttosto colei che ha tardato a denunciare i ricatti? Un rompicapo su cui in molti si sono persi.

Eroina civile, vittima dell'inciucio politico, o sughero galleggiante nella palude della provincia opportunista? Chi è davvero Rosa Capuozzo, sindaca ex grillina di Quarto, lo sapremo forse solo martedì, quando lei stessa risponderà alle domande della commissione Antimafia.

Lunedì c'è stata la conferma che si tratta di una donna minuta d'aspetto e forte di carattere. Con l'aiuto di don Milani ("È inutile avere le mani pulite e tenerle in tasca") e deprecando i moralismi astratti (c'era da combattere la camorra e invece "il M5S è scappato a gambe levate") la sindaca ha infatti risposto a chi l'ha espulsa dal movimento. Ma ancora nulla che possa mettere il punto alla polemica che l'ha vista contrapposta a Grillo e ai membri del direttorio. Rosa Capuozzo resta dunque un mistero. Uno specchio in cui ognuno vede riflesso ciò che vuole. A volte, ha dato l'impressione di essere decisa e coraggiosa come una moderna Giuditta, riuscendo, come nel mito, a ignorare la timorosa élite maschile della città assediata e a decapitare l'assediante, gigantesco Oloferne.

Nel caso, la camorra. Ciò è sicuramente successo quando Rosa la "pasionaria" ha lanciato i suoi appelli anti-clan, o quando non si è piegata davanti alle pressioni di Giovanni De Robbio, l'ex consigliere comunale pentastellato espulso prima di essere indagato per voto di scambio e tentata estorsione proprio ai danni della prima cittadina, residente in una casa forse non condonata. Ma altre volte la sindaca ha invece proposto di sé un'immagine del tutto diversa, come quando, per evitare complicazioni, ha tardato a denunciare i ricatti. O quando, intercettata pur non essendo "avvisata" di alcun reato, ha consigliato ai suoi di "non mettere i manifesti" su quanto stava succedendo a Quarto.

Rosa Capuozzo è diventata, insomma, un rompicapo assoluto; il labirinto in cui tutti si sono persi. Compreso Roberto Saviano. In terra di camorra, appena eletta, la sindaca era diventata per lui il simbolo mancante di una politica nobile, incondizionata, per la prima volta libera da quel voto di scambio. E invece: "Deve dimettersi", ha poi sentenziato, anticipando Grillo di ventiquattro ore. Ci sono poi tutti gli altri. Quando Grillo difendeva la sindaca, e i vari Fico e Di Maio non si vergognavano di averla sostenuta, i "democrat" ne chiedevano a gran voce le dimissioni, e la renziana Picierno addirittura calava da Bruxelles a Quarto per manifestare indignata nell'aula del Consiglio comunale. Quando Grillo di colpo l'ha scaricata ("l'onesta ha un prezzo"), e vai a capire perché, visto che nulla nel frattempo era cambiato, Renzi a sorpresa l'ha invece difesa ("Rosa Capuozzo ha resistito alla camorra, non deve dimettersi").

I rispettivi quartieri generali si sono così ritrovati di punto in bianco sbandati e persi come in un 8 settembre. Nessuno, tra i colonnelli e le generalesse, era più al posto giusto. Picierno ha preso l'aereo e se n'è tornata a Bruxelles; Fico e Di Maio, nell'occasione insieme con Di Battista, sono invece finiti su una panca a discolparsi. Tutti con Rosa, tutti contro di lei. Ma mai tutti insieme. Tipico di una politica italiana gravemente malata di tatticismo.

È in campo grillino, però, che le contraddizioni bruciano di più. Tra luglio e dicembre i membri napoletani del direttorio pentastellato si sono incontrati con Rosa Capuozzo almeno cinque volte: nella casa posillipina di Fico, in un bar del centro storico di Napoli, a Quarto. L'assedio al Comune era già iniziato, Oloferne già alle porte. Nessuno si era accorto di niente? O Giuditta aveva già deciso di fare tutto da sola? Martedì, forse, ne sapremo di più.

 
Processo Mori: chiesti 4 anni e mezzo di carcere, ma cade l'aggravante per la "trattativa" PDF Stampa
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La Repubblica, 19 gennaio 2016

 

Secondo Roberto Scarpinato gli ex ufficiali dei carabinieri avrebbero fatto sfuggire Bernardo Provenzano alla cattura 21 anni fa ma non avrebbero agito in virtù dell'accordo con Cosa nostra. Chiesti anche tre anni e mezzo per Obinu.

Gli ex ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu non avrebbero lasciato sfuggire alla cattura Bernardo Provenzano nell'ottobre del 1995 in virtù della trattativa Stato-mafia. Li definisce "scandalosamente inerti" il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, che ha concluso così la prima parte della requisitoria al processo contro il generale Mori e il colonnello Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato dell'agevolazione di Cosa nostra. Nei confronti dei due imputati, Scarpinato ha rinunciato a una delle aggravanti contestate dai Pm di primo grado: quella di avere agito per commettere un reato diverso e cioè per avere ordito la complessa trama della trattativa Stato-mafia. Scarpinato ha chiesto la condanna a quattro anni e mezzo per il generale Mori e la condanna a tre anni e mezzo per il colonnello Obinu. Chiesta anche la pena accessoria all'interdizione a pubblico ufficio di cinque anni. L'udienza è stata rinviata all'8 febbraio per la difesa.

Il processo, che si svolge davanti al collegio presieduto da Salvatore Di Vitale, prende in considerazione la mancata cattura di Bernardo Provenzano, possibile, secondo l'accusa già il 31 ottobre 1995, quando il boss corleonese avrebbe partecipato a un summit di mafia a Mezzojuso (Palermo). La ricostruzione della Procura, oggi confermata anche dalla procura generale, nel dibattimento in cui Mori e Obinu sono stati assolti in tribunale, vede i due ufficiali dei carabinieri responsabili di non aver voluto effettuare un blitz sebbene preavvertiti della presenza di Provenzano a Mezzojuso e successivamente di non aver voluto approfondire le indagini su coloro che erano stati notati quel giorno di ottobre di 21 anni fa assieme a Provenzano.

Secondo i pm di primo grado, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, Provenzano sarebbe stato lasciato libero in virtù di un patto risalente a due anni prima, quando lo stesso boss avrebbe agevolato la cattura di Totò Riina, nell'ambito del complesso meccanismo della trattativa, diretto a far sì che la mafia rinunciasse all'attacco violento con le bombe a uomini dello Stato, già colpiti con le stragi di capaci e via d'Amelio.

La Procura generale invece rinuncia completamente a questa prospettiva, sostenendo che non è chiaro né conta il motivo per cui Mori e Obinu sarebbero stati "scandalosamente inerti", come ha detto oggi Scarpinato, riferendosi al "mancato compimento di qualsiasi attività diretta ad approfondire le investigazioni del colonnello Michele Riccio, in forza al Ros, grazie al confidente Luigi Ilardo, che gli avrebbe dato tutte le indicazioni necessarie per individuare ae catturare Provenzano ben 11 anni prima avvenuto nel 2006. Per effetto della rinuncia a questa e a un'altra aggravante, la Procura generale nel pomeriggo di oggi chiederà una condanna che sarà inferiore ai 9 anni proposti in primo grado dalla Procura.

 
Ingiusta detenzione, per gli interessi legali serve una domanda specifica PDF Stampa
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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 19 gennaio 2016

 

Corte di cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 18 gennaio 2016 n. 1856.

No alla corresponsione degli interessi legali sulle somme corrisposte a titolo di equa riparazione per ingiusta detenzione in assenza di una formale e specifica richiesta della parte. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza 1856/2016, stabilendo che l'eventuale riconoscimento operato comunque dal giudice a quo deve ritenersi avvenuto ultra petita e dunque illegittimamente.

La Corte di appello di Trento aveva, infatti, liquidato 672,21 euro, "oltre agli interessi legali dalla data del provvedimento al saldo", a titolo di riparazione per l'ingiusta reclusione subita da una donna imputata per detenzione, a fini di spaccio, di sostanze stupefacenti, la cui posizione era stata successivamente archiviata. Per il ministero dell'Economia però, da un parte, gli interessi erano stati erroneamente riconosciuti nonostante la donna non ne avesse mai rivendicato il pagamento; dall'altra, la corte territoriale sbagliando per una seconda volta ne aveva fissato la decorrenza dalla data del provvedimento di liquidazione, anziché dal relativo passaggio in giudicato.

La Suprema corte, per prima cosa, osserva che, secondo il consolidato orientamento di legittimità, gli interessi legali dovuti sull'indennità riconosciuta a titolo di riparazione assumono, non già natura moratoria, bensì corrispettiva, e devono essere corrisposti solo a partire dalla data del passaggio in giudicato del provvedimento attributivo, atteso che solo da tale momento il credito - avente natura non risarcitoria - può ritenersi certo, liquido ed esigibile (n. 45706/2011). Inoltre, spiega la sentenza, la domanda di pagamento di interessi corrispettivi può anche sopravvenire all'originaria introduzione del giudizio (eventualmente anche in appello), dal momento che essi hanno "natura accessoria rispetto al credito vantato, per cui la relativa statuizione, a differenza da quella riguardante il maggior danno ex articolo 1224 c.c., non presuppone un'indagine autonoma rispetto a quella concernente il credito stesso e, pertanto, non può considerarsi tardiva la domanda di interessi corrispettivi sulla somma capitale, proposta per la prima volta in grado di appello, posto che, una volta riconosciuta detta somma capitale, gli interessi decorrono ex lege" (Cass. n. 5913/2001). Al contrario, gli interessi moratori, costituendo una obbligazione distinta da quella relativa al capitale, devono formare oggetto di un'autonoma domanda espressamente proposta nel corso del giudizio primo grado.

Ciò detto, conclude la Cassazione, benché la domanda di riconoscimento degli interessi legali sull'indennità a titolo di riparazione per l'ingiusta detenzione ben possa sopravvenire nel corso del giudizio (attesa la natura corrispettiva e non moratoria), ai fini del riconoscimento "deve ritenersi comunque indispensabile che l'istante proponga formalmente la corrispondente domanda, diversamente dovendo ritenersi che l'eventuale pronuncia di riconoscimento del giudice avvenga inammissibilmente" violando il principio processuale per cui il giudice deve pronunciare su tutta la domanda e non oltre i limiti di essa.

 
Stupefacenti: per "l'ingente quantità" non vale il tetto a quota 2000 PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 19 gennaio 2016

 

Corte di cassazione - Sentenza 1609/2015. Dopo la sentenza della Consulta (sentenza 32/2014) che ha cancellato la legge sugli stupefacenti Fini Giovanardi, l'aggravante dell'ingente quantità non può più scattare in automatico con il superamento di 2000 volte il valore soglia. La Cassazione, con la sentenza 1609, mette in discussione il principio, affermato dalla giurisprudenza maggioritaria e accolto dalle Sezioni unite, relativo all'aggravante prevista dal comma 2 dell'articolo 80 del Dpr 309/1990.

Per i giudici si tratta di un'impostazione superata perché rapportata al sistema Fini-Giovanardi (legge 49/2006) che aveva sostituito le tabelle che distinguevano le droghe pesanti dalle leggere, con un'unica tabella relativa a tutte le sostanze stupefacenti e psicocotrope droganti. Dopo la sentenza della Consulta il legislatore ha introdotto (legge 79/20014) quattro nuove tabelle fornendo una diversa impostazione dalla quale non si può prescindere. Il nuovo quadro smentisce la ratio del precedente, spezzando l'equiparazione tra le droghe. La giurisprudenza fondata sul "valore 2000" "dovrà essere rimeditata in considerazione dell'accresciuto tasso di modulazione normativa, difficilmente compatibile con una interpretazione tendenzialmente soltanto aritmetica e dunque automatica dell'aggravante dell'ingente quantità". Inoltre la Corte di merito ha impropriamente considerato anche altri elementi, come la diversa natura delle sostanze trovate al ricorrente: fattore irrilevante se si tratta di sostanze per le quali è previsto uno stesso trattamento. Nel caso di trattamento differenziato sarebbe invece necessaria una autonoma considerazione della quantità di ciascuna sostanza.

 
Misure cautelari personali, criteri di scelta ex articolo 275 comma II bis del Cpp PDF Stampa
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Il Sole 24 Ore, 19 gennaio 2016

 

Misure cautelari personali - Criteri di scelta ex articolo 275 cod. proc. pen. - Articolo 275, comma II bis cod. proc. pen. - Condanna a pena non superiore a tre anni - Condizioni per l'applicazione della custodia cautelare in carcere.

Il divieto sancito dall'articolo 275, comma II bis, cod. proc. pen. di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nel caso in cui il giudice abbia irrogato una pena detentiva inferiore a tre anni, non impedisce di adottare la più grave misura cautelare qualora ogni altra misura si riveli inadeguata e gli arresti domiciliari non possano essere disposti per mancanza del luogo di esecuzione.

• Corte cassazione, sezione IV, sentenza 29 ottobre 2015 n. 43631.

 

Misure cautelari personali - Criteri di scelta - Limiti di applicabilità della custodia cautelare in carcere previsti dall'articolo 275, comma II bis cod. proc. pen. - Condizioni per il superamento - Condizioni.

I limiti di applicabilità della misura della custodia cautelare in carcere previsti dall'articolo 275, comma II bis, secondo periodo, cod. proc. pen. possono essere superati dal giudice qualora ritenga, secondo quanto previsto dal successivo comma terzo, prima parte, della norma citata, comunque inadeguata a soddisfare le esigenze cautelari ogni altra misura meno afflittiva.

• Corte cassazione, sezione III, sentenza 27 luglio 2015 n. 32702.

 

Misure cautelari personali - Criteri di scelta - Articolo 275, comma secondo bis, cod. proc. pen. - Misura della custodia in carcere - Inflizione di una pena non superiore a tre anni - Divieto di adozione della misura - Esclusione - Condizioni.

Il divieto, ai sensi dell'articolo 275, comma II bis, cod. proc. pen. di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nel caso in cui il giudice abbia irrogato una pena detentiva inferiore a tre anni, non impedisce di adottare la più grave misura cautelare qualora ogni altra misura si riveli inadeguata e gli arresti domiciliari non possono essere disposti per mancanza del luogo di esecuzione.

• Corte cassazione, sezione V, sentenza 19 febbraio 2015 n. 7742.

 

Misure cautelari personali - Criteri di scelta - Misure cautelari diverse dalla custodia in carcere - Prevedibile inflizione di una pena non superiore a tre anni. Il divieto, ai sensi dell'articolo 275, comma II bis, cod. proc. pen., di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere, nel caso in cui il giudice ritenga che, all'esito del giudizio, la pena detentiva irrogata non sarà superiore a tre anni, non si estende agli arresti domiciliari o alle altre più tenui misure coercitive, che, pertanto, possono essere applicate anche ove il giudice preveda l'inflizione di una pena detentiva non superiore a tre anni.

• Corte cassazione, sezione II, sentenza 30 gennaio 2015 n. 4418.

 

Misure cautelari personali - Criteri di scelta - Dl n. 92/ 2014 convertito nella L. n. 117/2014 - Divieto di applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari - Presupposti.

In materia di misure cautelari personali, il divieto della applicazione della misura degli arresti domiciliari, previsto dall'articolo 275 comma II bis cod. proc. pen. consegue esclusivamente alla prognosi di prevedibile concessione della sospensione condizionale della pena e, non anche a quella di prevedibile irrogazione di una pena detentiva non superiore ai tre anni.

• Corte cassazione, sezione I, sentenza 23 dicembre 2014 n. 53541.

 
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