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Caso Sofri, chi ha sbagliato ha il diritto-dovere di testimoniare il carcere PDF Stampa
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di Mariano Ragusa

 

Il Mattino, 25 giugno 2015

 

Dietro la coralità dell'indignazione sollevata dall'invito rivolto ad Adriano Sofri dal ministero della Giustizia per partecipare al tavolo di confronto sui problemi del carcere, ci sono motivazioni che appare improprio considerare omogenee. Vanno soprattutto distinte, nel tentativo di un sereno approccio alle questioni che la vicenda solleva, quelle espresse dalla famiglia del commissario Calabresi (per il cui omicidio Sofri è stato condannato a 22 anni) dal resto delle posizioni espresse dai sindacati di categoria e, da ultimo, dal leader della Lega Salvini.

Il caso si potrebbe dire a ragione chiuso dallo stesso Sofri che ha rinunciato all'incarico volendosi tirar fuori - come ha scritto sul Foglio on line - dal "piccolo chiasso" e dalle "fesserie promozionali" sollevato dall'iniziativa ministeriale. Sopravvive al fatto, però, la polemica rivelativa, in profondità, di uno stato d'animo del Paese nei confronti del proprio passato e delle sue pagine più cupe e dolorose.

È questo dolore che palpita nel cuore della vedova del commissario Calabresi che ha definito "incomprensibile" quella iniziativa. Colpita negli affetti più profondi, condannata ad una sofferenza per la morte del marito al culmine di una devastante campagna di odio nel buio degli anni di piombo, la vedova di Calabresi ha ragioni intangibili ed indiscutibili per manifestare indignazione.

Convivere con la devastazione della vita, sua e della sua famiglia, iniziata quel tragico 17 maggio del 1972, per quanto lo si voglia razionalizzare, resta una ferita aperta che mantiene in allarme per sempre il ricordo e delinea una prospettiva diversa agli stessi sentimenti. E tuttavia, la vedova Calabresi, con la dignità e la forza d'animo, gli stessi che la sostennero quando abbracciò davanti al presidente Napolitano la vedova di Giuseppe Pinelli (l'anarchico morto precipitando dalla finestra della Questura di Milano, vicenda che portò Lotta Continua a condannare a morte il commissario), nel limitarsi a definire semplicemente "incomprensibile" l'incarico affidato a Sofri ha come voluto conservare nel privato quel dolore, isolarlo e preservarlo - dietro una parola che esprime stupore - dalla polemica che ne è scaturita.

Di tutt'altro tono e natura, orientato a obiettivi più immediatamente politici, sono le parole di indignazione pronunciate dai sindacati di polizia. Ricordiamone alcune per provare a riflettere.

"Scelta inspiegabile - scrive il Sappe - fatta per cercare una sua riabilitazione politica". Rincara la dose il Coisp: "Folle decisione di coinvolgere individui da tale passato, senza alcuna competenza specifica, fatta per attirare l'attenzione". Infine la Consap: "Scelta vergognosa" e "schiaffo alla memoria del commissario Calabresi".

Il ministero di Giustizia ha chiarito che la presenza di Sofri al tavolo della iniziativa ("Cultura, istruzione, sport nel carcere") era legittimata dalla scelta di raccogliere opinioni, insieme a quelle di esperti, studiosi ed operatori, anche "delle persone detenute o che sono state definitivamente condannate".

Le reazioni del sindacato, ancorché legittime, dimostrano probabilmente quanto opportuno era l'angolo di visuale scelto dal ministero della Giustizia per discutere su un questione centrale del nostro tempo: la funzione della pena, la sua finalità riabilitativa. Riflessione tutt'altro che accademica ma decisiva soprattutto per riconsiderare l'efficacia degli strumenti di repressione (in primis, il carcere) in un tempo in cui la sicurezza vacilla e il sentimento della paura e dell'incertezza domina le nostre società come un demone insinuante.

Queste questioni si intrecciano, nel nuovo caso Sofri, alla tragedia di un passato oscurato dalla violenza politica, dalle stragi, dall'assassinio eletto a strumento di lotta politica. Un passato pesante che tuttavia non può venire "congelato" in una sospensione pronta però a sciogliersi quando ne ricorre l'utilità come strumento politico virato sulle battaglie dell'oggi.

Il giudizio su quella tragica stagione che mise a rischio la tenuta della democrazia e la sacralità del valore della vita umana, è consolidato e condiviso nella coscienza pubblica del Paese. Appare irrazionale, se non addirittura ridicolo, immaginare "riabilitazioni politiche" dei suoi protagonisti negativi quando alle porte c'è la minaccia del terrorismo governato dall'Isis. La stagione degli anni di piombo è finita nelle coscienze del Paese prim'ancora che nella sconfitta sentenziata dalla storia. Aver giudicato (anche in sede penale) non vuol dire dimenticare ma neanche rimuovere il peso di quella follia.

La costruzione della memoria di una comunità, di un Paese, di un popolo, è lavoro interminabile. Un cantiere che deve restare perennemente aperto ma ancorato a una doppia certezza. La prima: non concedere alibi che un multiforme negazionismo è sempre pronto ad offrire. La seconda: nessun cedimento a giustificazionismi attraverso la scorciatoia del relativismo. In quella stagione c'era una parte giusta e una sbagliata. Sofri, nella deriva della sinistra extraparlamentare approdata alla barbarie dell'omicidio Calabresi, presidiava quest'ultima. Dubbi non possono esserci.

E tuttavia le voci, i pensieri, le riflessioni che da quella "parte sbagliata" possono manifestarsi, vanno accolte come lievito per rendere sempre più forte la nostra democrazia. Quella "parte sbagliata" può raccontare al Paese quale efficacia hanno le legittime strategie di controllo dell'illegalità adottate dallo Stato, per adeguarne il tiro e renderle più stringenti. Quella "parte sbagliata" può diventare lo specchio rovesciato nel quale la nostra democrazia riesce a cogliere e recuperare i suoi punti di debolezza, gli snodi del possibile collasso.

L'ascolto non è né riabilitazione né rimozione. E va da se che interlocutori, in questo confronto, si diventa con una legittimazione conquistata alla luce di un percorso credibile di scelte e comportamenti. La differenza resta netta. E guai a stingere i confini e diluire le distanze. Sofri "consulente" del ministero come "condannato in via definitiva" avrebbe rappresentato una possibilità in più per capire.

La sua non sarebbe stata - né doveva essere - la cattedra del maestro che dispensa lezioni e buoni consigli - verrebbe da dire evocando De Andre - non potendo più dare cattivi esempi. Tutt'altro. Il punto, in definitiva, è il significato che una società dà alla sanzione penale. Se cioè debba essere lo stigma definitivo ed irreversibile che edifica spazi di apartheid etiche. O la scena nella quale una comunità misura il suo rapporto con il "male" e la possibilità di saperlo dominare e vincere.

 
Le polemiche su Adriano Sofri sono un'occasione persa PDF Stampa
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di Antonio Barone

 

huffingtonpost.it, 25 giugno 2015

 

Giustizia o ingiustizia? È complicato stabilire a quale di queste due categorie appartenga la polemica esplosa su Adriano Sofri che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, aveva invitato, in qualità di esperto, agli Stati generali dell'esecuzione penale.

Lo dico subito e a scanso di equivoci. Non è mia intenzione polemizzare con la famiglia Calabresi, con la vedova Gemma e il figlio Mario, che, come tutte le vittime hanno e avranno sempre il diritto a manifestare il proprio dolore nelle forme e con gli argomenti che riterranno più opportuni. Né è mia intenzione dibattere sulla colpevolezza o l'innocenza di Adriano Sofri, sulle quali si è già espressa la magistratura con una sentenza di condanna definitiva.

Il punto non è se Adriano Sofri sia colpevole o meno ma se possa o no dare il proprio contributo ad un'iniziativa governativa che dovrebbe indagare sull'universo carcerario, sulle sofferenze e sul malessere che ad esso sono immanenti. È lecito che agli Stati generali dell'esecuzione penale si racconti il dolore intimo di chi deve pagare i propri errori attraverso il carcere? È lecito che nella discussione sulle carceri italiane, più volte oggetto di ammonimenti e condanne da parte della giustizia europea a causa della loro disumanità latente, si possano rappresentare anche gli stati d'animo di chi vive privato della libertà e che, seppur colpevole, è, e resta, sempre una persona?

La scelta del ministro Orlando di chiedere un contributo a Sofri rispetto all'assise del mondo carcerario rispondeva in modo implicito e intelligente a queste domande, cercando al tempo stesso di trasmettere un messaggio di positività per chi il mondo lo guarda dall'altro lato delle sbarre, da dove, spesso, l'orizzonte della riabilitazione assume le forme sbiadite del miraggio e i tempi irraggiungibili del mai.

Una percentuale, resa nota dal centro studi Ristretti Orizzonti, aiuta a comprendere di cosa si parla: "nelle carceri italiane i detenuti si tolgono la vita con una frequenza 19 volte maggiore rispetto alle persone libere". Questo dato descrive in maniera precisa come la prima vittima della detenzione nelle carceri italiane sia la speranza che con grande facilità cede il passo alla cupa disperazione e, spesso, al suicidio.

Gli Stati generali dell'esecuzione penale, senza la capacità di tradurre numeri e percentuali, in esperienze e sensazioni, sarebbero un esercizio per addetti ai lavori, un convegno ricco di report ma incapace di indagare il fenomeno carcerario nella sua complessità: complessità che è impossibile comprendere se non si analizza anche la prospettiva di chi sta "dentro". Adriano Sofri avrebbe potuto, attraverso la sua esperienza, sintetizzare con precisione proprio quegli stati d'animo che prova chi, mentre sconta la propria pena, rischia di smarrire, per fattori psicologici o materiali, la propria umanità.

Chi ha stima di Adriano Sofri (e io sono tra quelli) non pensa affatto agli anni settanta e al retaggio di un periodo storico in cui violenza e politica si sono ibridati pericolosamente ma alla profondità di Altri Hotel o al racconto della tragedia di Sarajevo, vergogna che galleggia tra l'incoscienza e la rimozione nella storia di quell'Europa che allora come oggi, paralizzata dal bug di un burocratico immobilismo, è incapace di intervenire per fermare le tragedie che le divampano sotto il naso.

La polemica su Adriano Sofri esplicita una visione preoccupante degli istituti di pena, quella di chi li considera una discarica di umanità irrecuperabile che non potrà mai più dare un contributo alla società, nonostante l'espiazione della pena. Una visione da cui, purtroppo, non si è discostato nemmeno il Sappe, Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria che, per primo, ha innescato la polemica. Sarebbe stato nel loro interesse avere un punto di vista da parte di chi ha dovuto vivere una parte della propria vita dall'altro lato delle sbarre: al confronto hanno preferito la strada della semplificazione assegnando implicite etichette di moralità. Semplificazione per semplificazione sarebbe facile dire che il Sappe ha scelto di ridurre la propria categoria al ruolo di "secondini".

Sui politici che hanno alimentato la polemica montando un vero e proprio caso è inutile soffermarsi: sono il prodotto del nostro tempo, il risultato dell'ignoranza di lotta e di governo che ormai ha sostituito l'analisi e lo studio dei fenomeni e, spesso, anche il buon senso. D'altronde come si può dare peso alle patenti di "dignità" rilasciate da chi non è stato capace di condannare con la dovuta fermezza le torture avvenute al G8 di Genova e che, anzi, senza scomporsi di un millimetro è riuscito addirittura a giustificare le azioni di chi si è spinto fino a violentare la Costituzione?

 
Caso Sofri, la riforma carceraria non vuole "passerelle" PDF Stampa
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di Barbara Alessandrini

 

L'Opinione, 25 giugno 2015

 

Alla fine Adriano Sofri ha rinunciato all'incarico che gli era stato offerto dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Lo ha fatto con la consueta aria di sufficienza definendo fesserie le polemiche che l'iniziativa del Governo aveva acceso. Ma lo ha fatto. In ogni caso ha compiuto un gesto di buon senso che chiude una fortunatamente breve vicenda nata male e su cui si è consumato un inutile quanto ottuso scontro da opposte tifoserie. Ottuso perché agganciato al travisamento del significato dei termini giustizialismo e garantismo, ormai usati spessissimo in modo strumentale.

Chi parla di giustizialismo feroce a proposito delle libere obiezioni di coloro che non hanno accolto con sommo e prono entusiasmo la decisione di Orlando di cooptare Sofri a discutere della riforma delle carceri, ha dato infatti prova di come l'antinomia "garantismo-giustizialismo" sia diventato un facile monolitico totem lessicale e concettuale, privo di sfaccettature che finisce per schiantarsi, fino a tramortirlo, sul pensiero vigile e sul senso della realtà. Un lavacro in cui sciacquarsi bocca e mente e acquietare la propria coscienza sotto l'ala di una delle due tifoserie senza esercitare il sacro beneficio del dubbio e della funzione critica, in quella scomodissima e solitaria zona franca che i liberali definiscono "altrove".

Fermo restando la perenne pulsione forcaiola di una parte dell'opinione pubblica scandalizzata per la decisione di far parlare di riforma penitenziaria un assassino che ha scontato la sua pena e che è poi sempre la stessa che guarda come ad un ansiolitico l'innalzamento delle pene o vorrebbe "gettare la chiave" delle celle che ospitano i detenuti, il garantismo e il giustizialismo sono categorie valoriali che nulla hanno a che vedere con l'iniziale decisione del ministro né con le legittime perplessità di chi si è domandato perché far ricadere la scelta proprio su Sofri.

Garantismo, sarebbe bene ripeterlo fino allo sfinimento, come non corrisponde a impunità, non significa rinunciare al proprio diritto, se determinate scelte siano o meno opportune. E la decisione del ministro di chiamare Sofri ha rappresentato semplicemente una scelta inopportuna. Perché ha confermato la vocazione di una certa sinistra a celebrare autoreferenzialissimi rituali-passerella in cui cooptare i soliti esponenti dei circoletti buoni nelle occasioni di politica pubblica. Nel caso di Sofri della frateria Ferrara-Sofri-Bignardi.

È un problema culturale, di opportunità. Soprattutto considerando che moltissimi altri ex detenuti, nel frattempo magari si sono anche laureati in carcere o hanno intrapreso importanti e vincenti percorsi riabilitativi e che potrebbero dare il loro preziosissimo contributo all'elaborazione di un importante processo di rinnovamento come quello inaugurato dagli Stati generali delle carceri. Certo, se solo si superasse quell'handicap che non li vede appartenenti a fraterie di sorta.

La vicenda si è chiusa nell'arco di ventiquattro ore ma vale la pena soffermarsi su un aspetto di sostanza che resta sul tavolo. Ritenere giusto appuntare un nome come quello di Sofri all'occhiello del sacrosanto percorso cui tutti i garantisti autentici guardano con fiducia affinché si giunga ad una riforma del sistema di esecuzione della pena, francamente avremmo voluto che si fosse evitato. Anche perché, in ultimo, conferma che la legge per certa sinistra si applica per i nemici e si interpreta per gli amici. Non è il garantismo ad esser chiamato in causa, ma il garantismo peloso sì. E torna ad imporsi la differenza tra liberali autentici e liberali fasulli.

 
Caso Sofri, il ministro Orlando è stato poco accorto PDF Stampa
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di Francesco Damato

 

Italia Oggi, 25 giugno 2015

 

Più ancora che lo scandalo denunciato dal sindacato della polizia penitenziaria, con tanto di critiche al ministro della Giustizia e di appello al capo dello Stato per un intervento di dissuasione resosi poi inutile, si potrebbe considerare una beffa la rapida comparsa e scomparsa di Adriano Sofri dagli "Stati generali - udite, udite - dell'esecuzione penale".

Che è un modo alquanto enfatico di chiamare i lavori preparatori dell'ennesima riforma carceraria, con la quale il giovane Guardasigilli Andrea Orlando spera forse di stupire il mondo intero, e non solo il suo esigente e fantasioso presidente del Consiglio, prodigo pure lui di parole quando si pone degli obbiettivi salvifici e cerca di dare al pubblico l'impressione di averli a portata di mano. Si può pure capire che al ministro della Giustizia sia venuta l'idea di considerare un esperto di problemi penitenziari uno come Sofri, di cui è probabilmente assiduo lettore, e che le carceri ha avuto l'occasione di conoscerle davvero.

Le conosce, non per averle visitate, ma per avervi vissuto qualche anno da detenuto: disposti dalla magistratura, al termine di un lunghissimo percorso processuale, come mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi nel 1972, ma poco più o poco meno di sette, sin quando per serie ragioni di salute non gli fu concesso di scontare il resto della pena a casa, sino al 2012. Da allora, per fine pena appunto, egli è tornato ad essere un uomo libero a tutti gli effetti. Libero pure di essere consultato dal governo della Repubblica sul modo di migliorare l'esecuzione delle pene altrui.

Quello che francamente si capisce meno, anzi non si capisce per niente, è il motivo per cui il Guardasigilli ha ritenuto di gestire la consulenza di Sofri così maldestramente da non offrigli scampo alla scelta di una rinuncia tanto orgogliosa quanto paradossale di fronte alle proteste che non era certo difficile immaginare, una volta che la cosa fosse diventata di pubblico dominio. Proteste liquidate dall'interessato come "fesserie", capaci tuttavia di caricare la sua prestazione di un "peso deformante di improprie letture".

Sono bastate così al povero Sofri una sola telefonata di lavoro, come lui stesso ha precisato, a "un autorevole giurista" e "l'adesione - sono sempre sue parole - ad una eventuale riunione" perché esplodesse una mezza rivolta. Di fronte alla quale il ministro ha ritenuto di difendersi, e difenderlo, non vantando la reale e ormai conclusa esperienza penitenziaria di Sofri ma assicurando la completa gratuità della sua consulenza, senza i compensi, i gettoni e le trasferte previste o denunciate dai critici.

Ed ora il povero Orlando (povero anche lui, sì) deve fornire i suoi "chiarimenti" anche alla vedova di Luigi Calabresi e al figlio Mario, direttore della Stampa, entrambi intervenuti nelle polemiche per condividerle. Eppure a Mario Calabresi era capitato negli anni scorsi di condividere con Sofri non dico allegramente, ma almeno pazientemente la firma su un giornale di grande diffusione come La Repubblica, peraltro prima che lo stesso Sofri avesse finito di scontare, fra carcere e casa, la pena procuratagli dal barbaro assassinio del papà commissario.

Che era stato ripetutamente e ignobilmente indicato alla gogna da titoli e articoli di Lotta Continua come il responsabile della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, fermato e interrogato nella Questura di Milano dopo la strage del 1969 nei locali ambrosiani della Banca Nazionale dell'Agricoltura. L'aspetto più buffo di questa vicenda sta nel fatto che Sofri abbia dovuto rinunciare, in uno dei diciotto "tavoli" nei quali si articoleranno gli "Stati generali" della riforma carceraria, particolarmente in quello dell'istruzione, della cultura e dello sport, alla maggiore e reale competenza guadagnatasi, come detenuto, dopo quella sfortunata di direttore di Lotta Continua: sfortunata per le drammatiche complicazioni che gliene sarebbero derivate.

 
Unione delle Camere penali italiane: grave rinuncia Sofri per Stati generali PDF Stampa
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Agi, 25 giugno 2015

 

"Preoccupazione" per le contestazioni mosse alla nomina di Adriano Sofri a coordinatore del tavolo "Istruzione, cultura e sport" degli Stati Generali sull'esecuzione penale. A manifestarla è l'Unione delle Camere penali italiane, con il proprio "Osservatorio Carcere", sottolineando che la rinuncia di Sofri all'incarico "rappresenta una grave perdita per i lavori degli Stati Generali, che dovranno tenere conto di quanto accaduto e far comprendere qual è il vero senso della pena".

I penalisti rilevano infatti che "il dibattito pubblico che s'intende finalmente promuovere sulla detenzione in Italia non può fare a meno delle voci di coloro che sono stati effettivamente ristretti in carcere. La scelta di Adriano Sofri, che ricordiamo è da tutti riconosciuto, al di là delle idee manifestate, come giornalista e scrittore, va condivisa perché, negli anni del carcere, egli ha continuato a collaborare con importanti testate giornalistiche e a scrivere libri. Chi meglio di lui potrebbe dare un contributo effettivo e concreto, alla luce della sua lunga esperienza detentiva?

Gli Stati Generali - osserva l'Ucpi - dovrebbero rappresentare un momento di riflessione collettiva per la vera innovazione del sistema penitenziario, come ci è stato chiesto dall'Unione Europea e chi oggi esprime giudizi, chiedendo la condanna a morte del pensiero di un uomo di cultura, ritenendo che egli, addirittura dopo aver scontato la pena, non possa esprimere le sue idee e contribuire a questo rinnovamento, è in aperto contrasto con la strada che s'intende percorrere". La "rivoluzione culturale" in materia di esecuzione a cui ha fatto riferimento il ministro Andrea Orlando, concludono i penalisti, "ha molti nemici, ma chi li combatte sa di essere dalla parte giusta, quella della Costituzione, della Legge, dell'Europa intera".

 
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