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Pena di morte : per 1 teenager su 2 la pena deve essere capitale ed esemplare PDF Stampa
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di Serena Rosticci

 

skuola.net, 20 gennaio 2016

 

Una società senza immigrati e con la minaccia della pena di morte che pende sulle teste di tutti, comprese quelle di minorenni e incapaci di intendere e di volere. Unioni civili e WiFi per tutti: ecco cosa accadrebbe se anche i 16enni potessero votare.

Piccoli, teneri e carini. Di certo non parliamo dei nostri 16enni. No, loro quando si tratta di dire quel che pensano sul mondo che li circonda non fanno gli occhi dolci a nessuno, anzi. Diventano duri e intransigenti. E allora cosa accadrebbe se potessero addirittura votare, come qualcuno ha proposto? Skuola.net ha provato a immaginarlo, ma senza lavorare di fantasia.

Partendo dai dati di alcune web survey recenti che hanno avuto come campione i teenager, il portale ha realizzato un'infografica che illustra uno scenario molto diverso da quello attuale. Perché se ci fosse una vera repubblica dei 16enni, la pena di morte potrebbe tornare e a "ristabilire l'ordine", gli immigrati forse entrerebbero in Italia con molta meno facilità e le droghe leggere rischierebbero di essere legalizzate. In compenso il matrimonio gay non sarebbe utopia e potremmo dire addio per sempre ai problemi di connessione.

Ritorno alla pena di morte - Insomma, altro che processi lunghissimi dove spesso e volentieri il carnefice la fa franca. Per 1 teenager su 2 la pena deve essere capitale ed esemplare. E tutti devono temerla, perché 2 favorevoli su 5 l'applicherebbero persino ai minorenni, e un altro 43% agli incapaci di intendere e di volere. Una minaccia vera e propria che penderebbe sulle teste anche di chi non si è macchiato del sangue di nessuno. Perché il 14% di chi è d'accordo con questa pena, la infliggerebbe anche a pedofili e stupratori.

Droghe leggere legalizzate - Gli spacciatori invece la passerebbero liscia, almeno se parliamo di quelli di droghe leggere. E per il semplice fatto che in una repubblica governata da 16enni non commetterebbero più reato in quanto, con tutta probabilità, Cannabis, Hashish e Marijuana verrebbero legalizzate. A Skuola.net il 41% dei teen ha raccontato di essere favorevole alla sua legalizzazione, dato che si compone di un 38% convinto che questa potrebbe dare una mano a sconfiggere la criminalità organizzate e di un altro 3% che invece pensa solo ai suoi interessi: in questo modo potrebbe farne uso senza problemi.

Approvati i matrimoni omosessuali - Sul piano sociale probabilmente ci sarebbero molti meno matrimoni religiosi e più unioni civili: il 74% degli adolescenti ha raccontato a Skuola.net di esserne favorevole e indipendentemente dal fatto che la coppia interessata sia etero o no. Anzi, il 76% direbbe sì ai matrimoni omosessuali, percentuale di adesione che scende notevolmente se parliamo di adozioni gay. In questo caso 1 studente su 3 racconta di essere fermamente contrario.

Meno immigrati - In ogni caso, i teenager sembrano avere la soluzione in tasca a ogni problema. Troppi clandestini affollano ogni giorno le nostre coste? Che problema c'è: mandiamoli via. Troppo intransigenti? Forse, eppure il rischio di uno scenario simile in uno Stato governato da adolescenti ci sarebbe eccome: il 51% ha raccontato a Skuola.net di considerare gli immigrati solo un problema. E allora che si fa? Il 19% propone di non accoglierli proprio, il 30% di far entrare solo chi ha documenti regolari e in maniera temporanea, e un più morbido 24% di accogliere tutti riservandosi poi la possibilità di decidere caso per caso.

Più connessione per tutti - Ma niente paura, la vita non sarebbe tanto male per chi non è un delinquente o un immigrato. Per esempio, quel che è certo è che ci sarebbe più connessione per tutti. Perché i ragazzi ne sono praticamente dipendenti. Peggio, 1 su 2 teme che non essere sempre connesso possa fargli perdere relazioni importanti. E probabilmente questo è il motivo per il quale il 70% dei teen sente il bisogno di connettersi appena sveglio, mentre un altro 78% perde ore di sonno pur di stare online.

Tutti al servizio del prossimo? - Nota positiva: nella repubblica dei 16enni immaginata da Skuola.net potrebbe esserci più attenzione verso l'altro. 1 ragazzo su 3 ha raccontato al sito di fare o aver fatto esperienze di volontariato, nel 28% dei casi verso minori in difficoltà. E il 73% dei teenager si è messo al servizio del prossimo per puro desiderio di dare una mano a chi è meno fortunato. Insomma, non tutto il mal vien per nuocere.

 
L'ipocrisia linguistica sulle unioni civili gay PDF Stampa
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di Michele Ainis

 

Corriere della Sera, 20 gennaio 2016

 

Sia i favorevoli sia i contrari si nascondono dietro parole inglesi (stepchild adoption) o strani giri di parole oscure. Matrimonio non si può dire? Chiamiamolo "gaytrimonio". Tutto gira intorno a una parola: matrimonio, guai a chi lo bestemmia. Sicché l'ultima trincea contro il didielle Cirinnà bis (uno scioglilingua) sta nell'uso della lingua. Vietato riferirsi alle nozze fra uno sposo e una sposina nella nuova legge sulle unioni omosessuali, vietato ogni rinvio alla disciplina che il codice civile ritaglia per i coniugi. Non si può: sarebbe incostituzionale, anzi immorale, anzi criminale. E infatti stuoli d'imbianchini sono già all'opera per cancellare quelle scritte che feriscono l'iride del nostro Parlamento. Domanda: ma se è un tabù l'analogia coi matrimoni, a cosa dovrebbe rimandare questa legge, ai funerali?

Eppure non vi risuona uno stile troppo esplicito e diretto, non si direbbe insomma che quei 23 articoli escano dalla penna di Tacito. Semmai di Gadda, o di Céline, campioni del funambolismo letterario. Difatti la famiglia gay viene immediatamente definita (articolo 1) come "specifica formazione sociale". Ma da quale specie si è specializzata questa speciale formazione? Non dalla specie umana, dal momento che la legge non menziona l'uomo, né la donna, né il papà o la mamma. No, in questo caso ciascun nubendo è "parte dell'unione civile tra persone dello stesso sesso". Appellativo chilometrico, come i titoli d'un nobile spagnolo; però in linea con la nostra tradizione, quando le leggi italiane sono costrette a misurarsi con le gioie del sesso.

Negli anni Settanta fu la volta della legge sull'aborto (n. 194 del 1978), dove si parla di contraccettivi. E come vengono denominati? "Mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile". Prova a chiederne una confezione al farmacista, bene che vada ne otterrai in cambio qualche pasticca contro l'emicrania.

E a proposito di procreazione, di figli, di figliastri. L'istituto maggiormente divisivo, la norma che può incendiare il Parlamento, consiste per l'appunto nell'adozione del figliastro, ossia del figlio naturale del partner. Siccome il fumo dell'incendio s'avvertiva già nell'aria, i difensori della legge hanno provato a battezzare l'istituto stepchild adoption, confidando nella scarsa conoscenza dell'inglese da parte dei loro oppositori. Niente da fare, qualche oscuro interprete deve averli smascherati. Allora hanno scritto la norma in lettere ostrogote. Occultandola nell'articolo 5, intitolato "Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184", che s'apre con queste parole: "All'articolo 44, comma 1, lettera b), della legge...". Un altro buco nell'acqua, li avrà traditi qualche esperto di lingue orientali. L'ultima risorsa, a quanto pare, consiste nel sostituire l'adozione con un affido rinforzato, istituto sconosciuto al nostro ordinamento. Più che una norma, un aperitivo.

Tre secoli fa Ludovico Muratori (Dei difetti della giurisprudenza) puntava l'indice contro le oscurità legislative, denunziando un vizio etico, prima ancora che giuridico. Aveva ragione: l'ipocrisia verbale, oggi come allora, è il cancro dei nostri costumi nazionali, e non soltanto nella sfera del diritto. Mentre l'uso di "parole precise" comporta un impegno d'onestà, come ha osservato in ultimo Gianrico Carofiglio. D'altronde, in caso contrario, resta impossibile lo stesso confronto delle idee. Dovrebbero saperlo proprio i politici cattolici, che in questi giorni si stanno dando un gran daffare per edulcorare il testo della legge sulle unioni civili, per annacquarne le parole. "Sia il vostro dire: sì sì, no no; il di più viene dal maligno", recita la massima evangelica (Matteo, 5, 37).

Ma c'è sempre un di più, c'è sempre un aggettivo accozzato alla rinfusa al solo scopo di confondere le menti, nel linguaggio col quale ci governano i politici italiani. Oppure c'è un tabù, in questo caso il matrimonio gay. Chiamiamolo "gaytrimonio", e non ne parliamo più.

 
Iraq: rapporto Onu racconta l'orrore da cui fuggono gli iracheni PDF Stampa
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Il Manifesto, 20 gennaio 2016

 

Crimini contro l'umanità. 19mila civili uccisi e 40 mila feriti tra l'inizio del 2014 e il 31 ottobre 2015, oltre a 3,2 milioni di sfollati interni. Stato islamico ma non solo. Circa 19mila civili uccisi e 40 mila feriti tra l'inizio del 2014 e il 31 ottobre 2015, oltre a 3,2 milioni di sfollati interni. Sono stime al ribasso, che tengono conto solo delle vittime causate da qua o servizi medici essenziali. Ma bastano a dare il quadro e la misura della violenza "sconvolgente", come la definisce un nuovo rapporto delle Nazioni unite, come quella che flagella il già martoriato Iraq. L'Onu punta il dito sullo Stato islamico per le violenze sistematiche inflitte ai civili e in particolare per i 3.500 prigionieri, in maggioranza donne e bambini, trattenuti in stato di schiavitù dai miliziani del Daesh. Ma non manca di rilevare e stigmatizzare abusi commessi dall'esercito iracheno, dalle varie milizie in campo e dalle forze kurde.

Il report dell'Unami (United Nations Assistance Mission for Iraq) ha raccolto un po' in tutto il paese le testimonianze di profughi e sopravvissuti. Secondo l'alto commissario per i diritti umani dell'Onu Zeid Raad Al Hussein, è un lavoro che "illustra con chiarezza da cosa fuggono i rifugiati iracheni che cercano di raggiungere l'Europa e altre regioni. È l'orrore - aggiunge Al Hussein - con cui devono confrontarsi nella loro terra".

 
Iran: reporter dell'Washington Post Rezaian racconta i suoi 18 mesi di prigione PDF Stampa
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lettera43.it, 20 gennaio 2016

 

Il reporter dell'Washington Post, liberato dopo la revoca delle sanzioni, descrive la sua detenzione in un carcere di Teheran. Tra periodi in isolamento e malattie. Jason Rezaian, il giornalista del Washington Post liberato il 16 gennaio dopo la revoca delle sanzioni all'Iran, ha vissuto in una prigione di Teheran per circa 18 mesi.

La sua scarcerazione è arrivata solo ed esclusivamente grazie al buon esito dell'accordo con gli Usa, ma sarebbe stata rimandata a lungo in caso di un suo fallimento. Di passaggio nella base americana di Ramstein (in Germania) prima di tornare negli Usa, Rezaian ha raccontato al direttore del Post e al capo servizi Esteri la sua esperienza nella prigione di Evin, nella capitale iraniana. Detenuto con l'accusa di spionaggio, il giornalista descrive mesi caratterizzati da interazioni umane molto limitate e condizioni di vita estreme.

49 giorni in isolamento. Il ricordo peggiore, ha spiegato Rezaian, è quello dei 49 giorni passati in isolamento. Finiti quelli, è iniziato il confinamento in una cella di quattro metri per sei con tre brande e nessun materasso. Per mantenersi attivo, il giornalista passava fino a cinque ore al giorno a camminare in circolo. La maggior parte della sua detenzione, ha spiegato Rezaian, è trascorsa sotto il controllo delle Guardie della rivoluzione, il potente corpo militare allineato con i falchi della politica iraniana, che risponde direttamente alla Guida suprema - l'Ayatollah Khamenei - e agisce indipendentemente dalla presidenza, guidata dal moderato Hassan Rohani.

Salute a repentaglio. Anche gli ospedali in cui veniva portato - è successo in tre occasioni, due volte per infezioni agli occhi e una per un problema all'inguine - erano strutture gestite dai Pasdaran. Rezaian racconta che nei 18 mesi le uniche sue fonti di conforto sono state le notizie, che di tanto in tanto gli arrivavano dal mondo esterno, e i romanzi che gli era concesso di leggere mentre attendeva gli sviluppi di un processo che l'avrebbe condannato a una detenzione a tempo indeterminato. I medici hanno stabilito che la salute del giornalista è stata messa a repentaglio per le misere condizioni di vita e per la mancanza di medicine che avrebbe dovuto assumere a causa dell'alta pressione sanguigna.

Nella prigione di Evin, usata in passato anche dal governo rivoluzionario iraniano, per decenni sono stati rinchiusi i prigionieri politici.

E la sentenza contro il giornalista del Post, che non stabiliva un termine preciso, aveva tutto il sapore della condanna politica. Inizialmente, Washington aveva paura che la detenzione di Rezaian potesse essere utilizzata dai militari iraniani per boicottare le trattative sul nucleare. Questi timori sono stati messi da parte quando la giurisdizione sul prigioniero è stata trasferita al ministero dell'Intelligence, un corpo molto vicino al presidente Rohani. La vicenda mette ancora una volta in rilievo uno dei principali problemi dell'Iran: la divisione tra i "falchi" dell'apparato militare (e nel caso di alcuni Ayatollah, religioso), e le "colombe", nella fattispecie guidate dal presidente Rohani.

Nuove sanzioni Usa. Non appena Rezaian, insieme agli altri prigionieri americani liberati, ha lasciato l'Iran, l'amministrazione Obama ha annunciato nuove sanzioni legate al programma missilistico nazionale. Le misure sono state applicate a 11 soggetti, tra compagnie e privati, e il capo della diplomazia Zarif ha annunciato che "l'Iran risponderà in modo "proporzionale" alle nuove sanzioni". Gli Usa vogliono far capire di avere ben saldo il coltello dalla parte del manico. E vogliono che sia chiaro all'Iran come ai suoi tradizionali alleati, Arabia saudita in primis, scontenti del ritorno del gigante persiano nel "concerto delle nazioni".

 
Regno Unito: i contribuenti pagheranno l'operazione di cambio sesso ai detenuti PDF Stampa
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fanpage.it, 20 gennaio 2016

 

Una spesa di circa 100 mila sterline (oltre 130mila euro) che consentirà a 9 detenuti, attualmente in carcere nel penitenziario sull'Isola di Wight, di effettuare la tanto agognata operazione chirurgica. Sta facendo molto discutere in Regno Unito la decisione del governo di pagare l'operazione per il cambio di sesso a nove detenuti del carcere dell'Isola di Wight, nell'ambito del programma chiamato Transgender Pathway che aiuterà loro nella "nuova vita da donna". Gli interessati devono superare rigorosi test psicologici per mostrare la loro reale intenzione di cambiare sesso. "Non si tratta solo di un'iniziativa per ragazzi che vanno in giro in gonna, stiamo parlando di qualcosa di serio, pensato per delle persone che non vogliono più essere uomini" ha detto una fonte al Mirror.

C'è da dire che ai nove detenuti in carcere è già consentito vestire con abiti femminili, compresa la biancheria intima. Sono inoltre autorizzati a spendere £25 a settimana per prodotti di bellezza. "Questa intervento è dedicato a chi si senta donna intrappolata nel corpo di un uomo e vuole davvero questo cambiamento" aggiunge la fonte. "Si tratta di persone che hanno gli stessi diritti di tutte le altre, anche se spesso siamo abituati a pensare che li hanno persi dopo aver messo piede in prigione".

Dell'operazione si occuperà direttamente l'NHS, il sistema sanitario nazionale in vigore nel Regno Unito. Ogni intervento dovrebbe costare tra le 10.000 e le 14.000 sterline (tra i 13 ei 18 mila euro). "I prigionieri hanno diritto allo stesso servizio sanitario nazionale di cui godono tutti gli altri" ha detto un portavoce del governo. "Ogni persona che chiede di essere inserita nel programma viene valutata da una serie di professionisti del settore sanitario, indipendentemente dal fatto che è in prigione o no".

I detenuti che hanno cambiato sesso potranno essere successivamente trasferiti in un carcere femminile. L'anno scorso, la transgender Tara Hudson, 26 anni, è stata spostata dal penitenziario maschile di Bristol a quello femminile di Eastwood Park, Glos, dopo che 140.000 persone hanno firmato una petizione in suo sostegno.

 
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