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Cuneo: Tavolo tecnico per il carcere di Alba "un presidio permanente di agenti" PDF Stampa
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La Stampa, 20 gennaio 2016

 

Il tavolo tecnico è convocato per domani (giovedì 21 gennaio). Il Provveditorato regionale incontrerà le parti sul futuro degli agenti di Polizia penitenziaria durante la chiusura "per bonifica" della casa di reclusione di Alba dopo i casi di legionella. Si va verso un presidio permanente con una ventina di addetti. Gli altri agenti saranno temporaneamente destinati, con servizio navetta, tra Asti, Saluzzo e Fossano.

Cinquanta agenti hanno incontrato l'avvocato albese Roberto Ponzio. "Il primo punto è che non cali la saracinesca sulla struttura - spiega il legale -. Una soluzione sarebbe rimettere in funzione, con impianto di caldaia autonomo al costo di poche migliaia di euro, l'ala separata, rimessa a nuovo con oltre un milione e che accoglie fino a 40 detenuti".

Il segretario provinciale Giorgio Bergesio e l'esponente della Lega Federico Gregorio hanno incontrato la Direzione: "Ci vuole volontà politica. Regione e Governo si assumano le responsabilità e chiariscano. Dopo il tribunale, rischia di chiudere un altro presidio per la sicurezza, il più recente fra gli istituti della Granda".

 
Europa. L'allarme di Juncker e Tusk per la scelta di alcuni stati di chiudere i confini PDF Stampa
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di Carlo Lania

 

Il Manifesto, 20 gennaio 2016

 

"Dopo Schengen toccherà all'euro". Due mesi, non un giorno di più. A marzo sapremo se l'Unione europea esisterà ancora, almeno così come la conosciamo oggi, oppure se la vedremo crollare sotto i colpi inferti dagli interessi nazionali.

A lanciare l'allarme non è certo l'ultimo arrivato, ma il presidente del consiglio europeo Donald Tusk parlando ieri al parlamento di Strasburgo. "Abbiamo due mesi per rimettere la situazione migratoria sotto controllo - ha avvertito -: il consiglio di marzo sarà l'ultima occasione per vedere se la nostra strategia funziona. Altrimenti affronteremo una crisi come il crollo di Schengen".

Dietro le parole di Tusk c'è la scelta presa da sempre più Stati di ripristinare i controlli alle proprie frontiere. Ha cominciato la Germania, poi è toccato a Svezia e Danimarca. Sabato scorso è stata la volta dell'Austria e nelle prossime ore la stessa cosa la faranno anche Slovenia e Croazia. Uno dietro l'altro stanno segnando la fine della libera circolazione delle persone (e delle merci), fino a oggi baluardo e vanto dell'Unione europea messo in ginocchio dalla crisi dei migranti ma anche dalla determinazione di molte capitali a non accoglierli. "L'Unione europea è minacciata alla base e forse non ce ne rendiamo conto" ha rincarato la dose Jean Claude Juncker, per il quale se non si inverte in fretta la rotta a essere messi in dubbio ben presto non saranno solo i confini. "Oggi si reintroducono i controlli alle frontiere, domani ci accorgeremo che il colpo economico è considerevole e dopodomani ci chiederemo perché c'è ancora una moneta unica se non c'è più la libertà di movimento" ha ammonito il presidente della commissione Ue.

Non è certo la prima volta che da Bruxelles, e in particolare proprio da Juncker, si sottolineano i rischi per l'Europa. Mai, però, la situazione è stata così grave. Ai paesi dell'est, si è infatti aggiunto un blocco di Stati tradizionalmente fedeli alle regoli europee e che oggi invece scelgono altre strade. Segnali di una crisi che forse va oltre l'emergenza migranti. "Ormai l'Ue è minacciata nei fondamenti", avverte non a caso Juncker.

Che non si tratti del solito grido "al lupo, al lupo" lo provano come al solito i fatti. Bruxelles spinge da mesi perché gli Stati accettino al loro quota di migranti? ben oggi il governo austriaco presenta una serie di misure per ridurre il numero dei migranti e rendere più sicuri i confini. "Ci saranno misure su come rendere l'Austria meno attraente" per i rifugiati, ha spiegato il ministro delle Finanze, il conservatore Hans Joerg Schelling.

Ieri invece a Praga si sono visi i ministri degli Interi di Slovacchia, Ungheria, Polonia e repubblica ceca per un vertice, il cosiddetto gruppo di Visegrad, che hanno ribadito la loro opposizione al sistema di quote obbligatorie per la distribuzione dei rifugiati proposta dalla commissione Ue. Alla riunione hanno partecipato anche i ministri dei di Slovenia, Serbia e Macedonia, con i quali è stato stretto un patto di collaborazione per i controllo dei confini dei Balcani occidentali.

Messa di fronte alle sua incapacità di gestire il fenomeno migratorio, terrorizzata da quanto potrebbe accadere a primavera, quando il bel tempo incoraggerà nuove partenze di massa dalla Siria, l'Unione europea torna a riproporre l'unica ricetta che considera utile per non affondare: rafforzare i controlli lungo le frontiere esterne. Tradotto vuol dire: investire soldi, uomini e mezzi non per salvare i migranti, ma per impedirgli di partire. Per raggiungere il suo scopo Bruxelles spinge soprattutto sulla Turchia e sulla sua capacità di fermare i profughi.

"Ankara è la chiave per fermare i migranti", ha spiegato il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmaier. Berlino ha anche criticato l'Italia per le obiezioni sollevato riguardo ai criteri di pagamento dei tre miliardi di euro decisi a novembre dall'Ue come contributo ad Ankara.

Mentre l'Europa litiga, lungo i suoi confini ogni giorno si consumano tragedie, rese più probabili dalle basse temperature di questi giorni. L'Unicef ha lanciato l'allarme per i tanti bambini in arrivo nell'Europa sudorientale. Piccoli stremati dal viaggio, impauriti, stressati e spesso che necessitano di assistenza medica, denuncia l'organizzazione, secondo la quale almeno uno ogni tre rifugiati arrivati nei Balcani è minorenne. Costretti a camminare per ore in mezzo alla neve senza avere, denuncia sempre l'Unicef, né abiti adatti né cibo a sufficienza.

 
Accoglienza condivisa dei profughi, Renzi strappa un punto all'Europa PDF Stampa
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di Marco Zatterin

 

La Stampa, 20 gennaio 2016

 

Ma Weber (Ppe) attacca il premier: "Mette a rischio la credibilità". Oggi lo Stato di approdo dei rifugiati deve custodirli fino all'identificazione. Il meccanismo cambierà per assicurare una redistribuzione immediata. La rivoluzione promessa ha un contenuto. La Commissione Ue fa trapelare l'intenzione di rivedere, nella riforma del regolamento di Dublino annunciata per marzo, il principio secondo cui lo Stato di approdo dei rifugiati è quello che ha la responsabilità di custodirli fino a identificazione conclusa. La disposizione, secondo fonti citate dal Financial Times che trovano conferma, verrà modificata per assicurare una redistribuzione immediata di chi arriva in Europa ed evitare che un migrante resti là dove è sbarcato per mesi e mesi. Si richiederà un automatismo complesso per ripartire fra tutti l'onere dell'accoglienza. Buona notizia per chi, come l'Italia lo chiedeva da tempo. Pessima per altri, come il Regno Unito, che non vogliono un solo ospite in più.

"Una vittoria per Renzi", scrive il quotidiano anglosassone. Un segnale di apertura in uno dei momenti più difficili per le relazioni fra Roma e Bruxelles, che negli ultimi giorni si sono scambiati accuse pesanti. Palazzo Chigi ha reso più muscolare il suo rapporto con l'Europa che ha rispedito le accuse al mittente. I toni si sono fatti pungenti. Al punto che anche la squadra del Pd all'Europarlamento si è concessa ieri un'ora di autocoscienza a dodici stelle, interrotta solo dall'irruzione d'un altro gruppo di parlamentari che aveva prenotato la stessa sala strasburghese.

Stava parlando Simona Bonafé, l'eurodeputata che guida i fedelissimi a un segretario/premier di cui nessuno mette davvero in dubbio la strategia europea, ma di cui non tutti condividono le alzate di voce. "Ricordiamoci che siamo qui per il 40,8% ottenuto promettendo di cambiare verso anche all'Ue", diceva la più votata del 2014.

"Evitiamo di esagerare coi toni", replicavano altri, Paolucci, Viotti, Bresso. "Renzi ha interpretato col suo stile un'insofferenza diffusa - riassumeva la capodelegazione Patrizia Toia. Ora è importante capire come proseguire".

C'erano gli spifferi e c'erano le correnti. Fra i trenta europei del premier, ieri si sono visti i "più federalisti" confrontarsi con quelli de "l'Italia anzitutto". Classica dialettica fra minoranza e maggioranza, inasprita da personalizzazioni e da scambi duri sul ruolo di Federica Mogherini, alto rappresentante per la politica estera oggetto di critiche che ora sembrano rientrare. Confronto acceso. Sino a che la solita sbrodolata di Manfred Weber, il capogruppo popolari, ha compattato il fronte.

Il tedesco ha detto in aula che "Renzi sta mettendo a repentaglio la credibilità dell'Europa a vantaggio del populismo". Ce l'aveva con lo stop che Roma oppone al fondo da 3 miliardi per i progetti di accoglienza dei rifugiati in Turchia. "Tutto ciò va a svantaggio dell'Europa", ha tuonato Weber, non nuovo alle stilettate anti-Renzi. Immediata la reazione dei pretoriani Pd. Mentre dall'opposizione si perdeva l'occasione per non ripetere che quando c'era Berlusconi l'Italia era maggiormente considerata.

Poco prima Juncker aveva lanciato una frase sibillina inseribile nella polemica renziana - "alcuni governi sono veloci ad attaccare Bruxelles, ma si guardino allo specchio, anche loro sono Bruxelles" -, ma aveva evitato la trappola tesa dagli interventi italiani in aula. "Sono esperti, troveranno una composizione, sanno che è pericoloso alzare la voce", concedeva Mercedes Bresso. "Mi interessa la sostanza - tagliava corto Pittella - Juncker ha suggerito ricette che possono risollevare un'Europa in affanno".

Nella riunione della delegazione Pd, che continuerà oggi, gli scambi sono stati croccanti. Sotto tiro la Bonafè e le critiche (riformulate) a Federica Mogherini. "Infantilismo politico", s'è sentito dire. Panzeri, Mosca e Viotti hanno difeso Lady Pesc. "Il suo lavoro ha dato risultati importanti, ad esempio in Libia - sottolineava Brando Benifei - Sono anche interessi italiani".

"Pensiamo che sia giusto porre le nostre questioni in modo netto, ricordando però che siamo un paese che crede nell'Europa più di altri", confessa Renato Soru. Lo ridiranno venerdì, a Roma di Renzi. "Per farla finita con l'Ue orwelliana in cui alcuni sono più uguali degli altri", attacca Nicola Danti. Non un ramoscello di ulivo per Bruxelles e Berlino, questo no.

 
Al buio e con le porte bloccate. Quel treno spettrale che porta i profughi in Austria PDF Stampa
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di Niccolò Zancan

 

La Stampa, 20 gennaio 2016

 

Ogni giorno dalla Slovenia partono due convogli speciali. I profughi in arrivo dalla Croazia vengono portati nel centro di raccolta di Dobova. Da lì alla stazione di Brezice, dove vengono caricati sui treni diretti in Austria. Il treno speciale dei profughi arriva al binario 3 ogni sera. L'orario non è molto preciso. "Dipende da quanti sono e da quanto ci mettono a caricarli tutti", dice il capostazione. "Ma lo riconoscerete senza dubbio. Perché lo fanno fermare sempre un po' oltre, in modo da non dare fastidio ai passeggeri degli altri treni. E poi vedrete arrivare i poliziotti. Vengono apposta per loro".

I poliziotti arrivano alle 6 di sera, posteggiano la camionetta davanti alle transenne. Dieci minuti più tardi, dalla curva dell'ultimo paese sloveno prima del confine austriaco spunta lento un convoglio spettrale. Slovenske Zeleznice, c'è scritto sulla fiancata lercia. Sta viaggiando da quattro ore. Tutte le luci sono spente, tranne quella del locomotore. Sembra vuoto. Invece è pieno di migranti. E adesso, abbassano i finestrini nel gelo. "Amico, hanno chiuso le porte. Tutte chiuse. Non possiamo scendere. Siamo bloccati. Dove siamo? Quanto manca all'Austria? Ci fanno passare?".

Ogni giorno partono due treni come questo. Due treni carichi di persone da sbolognare alla prossima frontiera d'Europa. Il primo viaggia all'alba, l'altro a tarda sera. Treni senza ritorno. Almeno nelle intenzioni di chi li ha istituiti. "Noi siamo un Paese di transito", dice con un po' di imbarazzo lo studente pendolare Alexander Ebner, mentre aspetta un regionale in direzione opposta per Lubiana. "È raro incontrare un profugo per le nostre strade", dice. Te lo ripetono tutti: "Passano e vanno via".

Prima di arrivare qui, siamo stati al valico di Sentilj, 200 chilometri a est verso l'Ungheria. A novembre si vedevano foto impressionanti da quella frontiera. Lunghe file di profughi in cammino, scortati da soldati sloveni a cavallo, in mezzo alle coltivazioni e alle foreste di confine. Ma adesso il centro di accoglienza di Sentilj voluto dal governo - tendoni bianchi, bagni chimici, cucine da campo, 2 mila posti - è vuoto. "Non c'è neanche un migrante", dice il coordinatore Rok Kurnik. Da quando? "Dall'inizio dell'anno nuovo. Quando la politica del governo è cambiata. Da quando hanno organizzato i treni speciali per l'Austria".

Il Grande Esodo lungo la rotta balcanica è tutt'ora in corso. I passaggi sono più che dimezzati per il freddo, ma il cammino dei profughi dalla Turchia, attraverso la Grecia, in direzione Nord, non si è mai interrotto. Second Rok Kurnik sarebbero quasi 2 mila i passaggi giornalieri in Slovenia. Ma i migranti sono invisibili. E un motivo c'è. Appena superano la frontiera con la Croazia, al confine sud, vengono portati nel centro di raccolta di Dobova. Da lì, dopo un breve viaggio in pullman fino alla stazione di Brezice, caricati sui treni speciali con le porte chiuse.

Destinazione Austria. Forse questo può spiegare le dichiarazioni del cancelliere austriaco Werner Faymann, che ha minacciato di sospendere Schengen alla fine della settimana. E intanto, ha già ordinato di rafforzare i controlli ai confini proprio con Slovenia e Ungheria. "Siamo in attesa di notizie", dice il coordinatore del centro di Sentilj, Ror Kunik. "Se l'Austria dovesse chiudere a nord, anche noi potremmo fare altrettanto a sud. Deciderà il governo. Ma l'orientamento sembra questo". Prima i profughi passavano dall'Ungheria. Poi l'Ungheria ha alzato il muro di filo spinato. Quindi anche la Slovenia ha rinforzato i propri confini nello stesso modo. E ora, questo gioco terribile a rimpallarsi i profughi, potrebbe coinvolgere l'Italia.

Il valico di Coccau è proprio qui, a 20 chilometri. Dai finestrini del convoglio spettrale rimbalzano voci e domande. "È vero che vogliono chiudere le frontiere?". "Io sono di Kobane". "Io sono di Beirut". "Io sono di Sham, Damasco". È pieno di ragazzini, mani di bambini sui vetri. Un professore di Baghdad chiede notizie sulla cancelliera Merkel: "L'unica che ci abbia trattati come esseri umani".

Le donne stanno negli scompartimenti bui, intravedi cannucce colorate e succhi di frutta. "Ci hanno dato da mangiare nel campo di Dobova - spiega un ragazzo siriano - sul treno non c'è nemmeno l'acqua". "Sappiamo che la Germania non ci vuole più. La mia idea è di provare in Olanda. Cosa ne pensi?". Nessuno ha lasciato le sue impronte digitali durante il viaggio, potranno quindi chiedere asilo politico altrove. Almeno così giurano i profughi del treno speciale. I poliziotti sloveni sono tranquilli, sono qui per controllare che nessuno scenda. E quando arriva l'ok, dopo mezz'ora, il treno riprende il suo viaggio. "Finora l'Austria li ha sempre lasciati passare", dice il capostazione. "Non so dire quanto durerà".

 
Taglieggiare i profughi, l'abiezione di un'Europa finita PDF Stampa
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di Filippo Miraglia (vicepresidente nazionale Arci)

 

Il Manifesto, 20 gennaio 2016

 

Confini, barriere, Schengen. Ogni giorno di più, l'Unione Europea procede verso la strada che porta al disfacimento. L'Europa è arrivata oramai a un bivio e sta imboccando, ogni giorno di più, la strada sbagliata, quella che porta al suo disfacimento.

È quanto suggeriscono le recenti notizie riguardanti la sospensione di Schengen da parte di un numero crescente di Paesi. Dopo Scandinavia, Danimarca e Germania, anche l'Austria e la Slovenia hanno espresso la volontà di chiudere le frontiere interne, ripristinando i controlli e quindi impedendo la libera circolazione, che è uno dei pilastri dell'Unione Europea.

Se guardiamo alla dinamica dei flussi di profughi negli ultimi due anni e a quel che succede in Medio Oriente e in Africa, non c'è ragione per pensare che l'arrivo di persone in cerca di protezione possa diminuire. La sospensione di Schengen potrebbe quindi essere talmente lunga da diventare pressoché definitiva, e non straordinaria come prevede il Trattato Europeo.

L'intenzione dichiarata dai governi di Germania e Austria di "filtrare" i profughi, consentendo il passaggio solo a quelli intenzionati a fermarsi nei loro Paesi e respingendo chi vuole arrivare più a nord, ad esempio in Svezia, è contraria alla legislazione europea e al regolamento Dublino, che dimostra sempre di più la sua inadeguatezza. Infatti, il regolamento Dublino obbliga lo stato di primo approdo a farsi carico di esaminare la domanda d'asilo del richiedente e della relativa accoglienza. Se un richiedente arriva alla frontiera con uno qualsiasi dei Paesi dell'Ue è questo che deve farsene carico, oppure, se dimostra con prove solide che la responsabilità spetti a un altro membro dell'UE, rimandarlo a quest'ultimo. Non è chiaro quindi verso quale Paese e secondo quali regole Austria e Germania respingerebbero i profughi intenzionati a proseguire il loro viaggio in Europa.

La logica della selezione alle frontiere tra chi l'Europa considera "profughi" meritevoli di protezione e chi è considerato "migrante economico" da respingere risponde all'approccio hotspot promosso dalle istituzioni europee. Cosi come avviene negli hotspot di Grecia ed Italia, anche alle frontiere austriache e slovene si decide il destino delle persone senza rispettare la procedura prevista dalle direttive.

La scelta di selezionare i profughi, combinata alla sospensione di Schengen, produrranno molte difficoltà anche ai cittadini e alle cittadine europee, e molte controversie tra Paesi, oltre che tante ingiustizie nei confronti dei richiedenti asilo. Ma non sarà certo l'egoismo di Austria e Slovenia o il razzismo di Stato a fermare chi vuole mettersi in salvo insieme alla propria famiglia. I motivi delle fughe si moltiplicano. Le stragi terroristiche si moltiplicano in tante parti del mondo, così come è successo nel cuore del nostro continente.

Gli stessi governi europei, mentre discutono di come fermare Daesh e il terrorismo, impegnano uomini, mezzi e ingenti risorse per impedire che le persone in fuga possano arrivare in Europa a chiedere protezione. La conseguenza è che alle stragi di civili provocate dal terrorismo e dalla guerra al terrorismo, si aggiungono quelle causate dalle politiche di gestione delle frontiere: quasi 60 morti solo nei primi giorni di gennaio. Come se non bastasse, i governi adesso puntano anche a lucrare su chi fugge dalle guerre. La Svizzera e la Danimarca sembrano intenzionate a chiedere ai rifugiati di pagare per essere accolti. Dopo i trafficanti, arrivano i governi a taglieggiare i rifugiati! Un'ulteriore lesione dei diritti umani, che getta benzina sul fuoco del razzismo dilagante e che contribuisce alla demolizione dei valori fondanti dell'Unione Europea.

 
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