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"Chiusi come maiali in piccole celle che puzzano di water" PDF Stampa
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Il Garantista, 25 giugno 2015

 

"Siamo i detenuti del Reparto di Alta Sicurezza del carcere di Parma. Siamo già tanti, ma vogliono trasferire altri dal carcere di Padova".

Lettera inviata al Capo dello Stato, al Ministro della Giustizia, al Capo dell'amministrazione Penitenziaria, ai Magistrati di Sorveglianza di Reggio Emilia, al Direttore della Casa di reclusione di Parma, al Garante dei diritti dei detenuti Emilia-Romagna. Per conoscenza al senatore Luigi Manconi e altri.

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Paglia e Farina (Sel): interrogazione su trasferimento detenuti di AS da Padova a Parma PDF Stampa
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parmatoday.it, 25 giugno 2015

 

Paglia e Farina di Sel: "Le condizioni di spazio, di trattamento e di partecipazione ad attività tra le sezioni di Alta Sicurezza di Padova e di Parma non sono neanche lontanamente paragonabili come si evince anche dalla testimonianza diretta resa dai detenuti - osservano gli On. Paglia e Farina - ed è perciò certo che se il paventato trasferimento si compisse, si andrebbe a ledere l'articolo 27 della Costituzione".

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"Bloccate i trasferimenti da Padova, questo carcere rischia di scoppiare" PDF Stampa
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Redattore Sociale, 25 giugno 2015

 

Ventisette firme di altrettanti detenuti. E il nuovo appello dal carcere di Parma per scongiurare l'arrivo di nuovi carcerati dopo la chiusura della sezione di massima sicurezza del penitenziario di Padova. Due pagine scritte a mano che spiegano ragioni e preoccupazioni.

Alla cortese attenzione: Capo del DAP dr. Consolo Santi, Provv. Amm. Pen. E.R. dr. Pietro Buffa, Direttore C.R. Parma dr. Carlo Berdini, Ministro della Giustizia on. Andrea Orlando, Garante Regionale detenuti dr. Bruno Desi, Garante comunale detenuti dr. Roberto Cavalieri, Deputati e Senatori eletti dai cittadini di Parma, Volontariato penitenziario di Parma, Organi di stampa, Magistratura di Sorveglianza di Reggio Emilia.

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Solidarietà fra le sbarre ad Adriano Sofri PDF Stampa
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di Carmelo Musumeci

 

Ristretti Orizzonti, 25 giugno 2015

 

"Gli inglesi spedirono in Australia i condannati e si trovarono in cambio una nazione". (Tratto dalla Prefazione di Erri De Luca dal libro "Fuga dall'Assassino dei Sogni". Edizioni Erranti di Musumeci e Cosco).

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Caso Sofri, se "l'opportunità" ha vinto sullo stato di diritto PDF Stampa
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di Emilia Rossi

 

Il Garantista, 25 giugno 2015

 

C'è una parola che nel nostro Paese fa a pugni da sempre con lo stato di diritto e i suoi principi: Opportunità. L'Opportunità se ne fa un baffo del rispetto delle regole, del loro valore e anche, talvolta, della loro sacralità: sta in piedi più in alto, le prende a sberle e, manco a dirlo, vince sempre, pur nella sua mutevolezza, s'intende. Che quello che è opportuno oggi non è detto sia lo stesso domani.

Così è accaduto con il caso Sofri, con la puntata più recente del suo caso, ovviamente: l'invito a partecipare come esperto della situazione delle carceri italiane ad uno dei tavoli di discussione degli Stati Generali sull'esecuzione della pena, istituiti dal Ministro Orlando con lo specifico obiettivo di studiare il mondo carcerario e provare, chissà, a renderlo meno indecente di quello che è. Non si trattava di un incarico di consulenza e tantomeno di una nomina in un organismo di potere: non importa, tanto è bastato perché si sollevasse una polemica virulenta in nome, appunto, dell'Opportunità.

Le competenze e l'esperienza di Adriano Sofri che, oltre al resto, il carcere l'ha conosciuto e "studiato" da detenuto e anche da libero, sono state travolte dal coro, aperto dal Sappe e prontamente intonato da mezzo mondo, con generosa trasversalità di ambienti culturali, professionali e politici, che ha bollato la scelta con il marchio dell'inaccettabilità (che è la sorella, in chiave sanzionatoria, dell'opportunità).

Nelle ore (minuti?) trascorsi prima che lo sventurato rispondesse e motivasse il suo rifiuto, l'Opportunità ha giocato la sua partita con tutto l'armamentario di dietrologia politica, insinuazioni di favoritismo per il personaggio noto a discapito di mille altri che come lui e, anzi, per carità, mille volte più di lui avrebbero potuto essere scelti. Quasi che invece che di un invito a partecipare a un tavolo di discussione si trattasse di un concorso ad un posto pubblico per titoli ed esami.

In realtà l'Opportunità voleva chiunque tranne lui, Adriano Sofri. Perché fare il suo nome significa riaprire ferite ancora aperte in un Paese che proprio non è in grado di chiudersele, le ferite, e magari di curarle e superarle. Significa riaprire un dibattito tra innocentisti e colpevolista che non si è mai risolto, significa ricordare una vicenda storica e processuale tormentata e contrastata che si preferisce non ricordare, significa, poi, scuotere di nuovo quelle coscienze che con il processo Sofri si sono lavate i peccati di simpatia verso i compagni che sbagliavano e vogliono rimanere in pace. L'Opportunità vince facile, va poi detto, in un Paese che ancora non concepisce il principio che il patto sociale va reintegrato quando chi l'ha violato ha pagato il suo debito.

E non concepisce che su questo principio si regge tutto il sistema della pretesa punitiva dello Stato: perché il valore della pena e della sua esecuzione esistono soltanto se il loro effetto è la riabilitazione del condannato, la sua restituzione al circuito civile e sociale, in tutti i termini che la legge prevede e consente.

Altrimenti alla pena legale scontata segue un'espiazione imperitura che fa del condannato un ladro, un assassino, un corruttore, un evasore a vita. E l'ergastolo civile e sociale non è proprio compatibile con uno stato di diritto e con il rispetto della garanzia che governa anche l'esecuzione della pena, mettendole termini di durata e obiettivi di risocializzazione. La strada dello stato di diritto è lastricata di inopportunità, evidentemente: lo tenga presente il ministro Orlando, come ha già fatto. E continui così.

 
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