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Svizzera: caso Adeline, sanzionata la direttrice del Servizio esecuzione pene PDF Stampa
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tio.ch, 26 giugno 2015

 

La donna ha autorizzato l'uscita di Fabrice A., il detenuto pluri-recidivo che uccise la socio-terapeuta. Sanzione disciplinare contro la direttrice del Servizio ginevrino di esecuzione delle pene (Sapem) che ha autorizzato l'uscita di Fabrice A., il detenuto pluri-recidivo che uccise la socio-terapeuta Adeline il 12 settembre 2013 in un bosco di Ginevra. Stando a un'inchiesta amministrativa, la donna avrebbe dovuto nutrire seri dubbi sulla sua pericolosità.

La direttrice del Sapem è stata retrogradata a semplice impiegata in periodo di prova per una durata di due anni. Lo ha reso noto oggi il Consiglio di Stato ginevrino, confermando una notizia della "Tribune de Genève".

La sanzione fa seguito alla pubblicazione del rapporto dell'ex giudice vodese Jean-Pierre Lador. Il governo ginevrino non commenta le sue conclusioni, visto che la direttrice ha 30 giorni di tempo per eventualmente interporre ricorso.

La socio-terapeuta Adeline era stata uccisa nel settembre 2013 dal detenuto del centro di reinserimento ginevrino de La Pâquerette Fabrice A. durante un'uscita accompagnata. Da allora tre rapporti sono stati pubblicati sulla vicenda che ha fatto molto scalpore.

Un anno fa la direttrice dell'unità de La Pâquerette, presso cui lavorava Adeline, era stata sanzionata con un biasimo in seguito alle conclusioni di un'altra inchiesta amministrativa. Da allora la donna non è più professionalmente attiva nel settore penitenziario, ma ha assunto altre funzioni in seno all'Ospedale universitario di Ginevra, da cui dipendeva il centro di reinserimento. Un altro rapporto della commissione d'inchiesta parlamentare istituita per far luce sulle disfunzioni che hanno condotto alla morte di Adeline dovrebbe essere pubblicato entro il 30 ottobre.

 
Giordania: dissidente alawita torturato a morte nelle carceri del regime di Assad PDF Stampa
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di Monica Ricci Sargentini

 

Corriere della Sera, 26 giugno 2015

 

Un anziano oppositore del regime di Assad, appartenente alla comunità alawita di cui fanno parte i clan al potere nel Paese, è morto dopo essere stato torturato in carcere. Uday Rajab era rientrato in Siria dall'esilio dopo aver ricevuto promesse dal governo di non subire persecuzioni. La notizia è stata data all'agenzia Ansa da avvocati siriani a Damasco che da anni lavorano alla difesa dei diritti umani nel loro Paese.

Uday Rajab era finito in carcere negli anni '80 perché membro dell'allora partito d'azione comunista ma poi era riuscito a fuggire all'estero, Originario di Jabla, un'altra roccaforte lealista, l'uomo era tornato rientrato dall'Egitto dopo che il ministro siriano della riconciliazione nazionale, Ali Haidar, gli aveva personalmente assicurato che al suo rientro in patria non avrebbe subito persecuzioni da parte del sistema di controllo e repressione del regime.

Ma la realtà è stata, purtroppo, molto diversa. Il dissidente è morto nelle ultime ore nell'ospedale militare di Tartus, porto nella regione costiera feudo dei clan alleati alla famiglia presidenziale degli Assad. Secondo le fonti, Rajab era stato ricoverato in ospedale dopo le gravi ferite riportate durante le percosse e torture subite nella caserma dei servizi di sicurezza militari di Tartus, dove era stato condotto nelle settimane scorse.

Sono centinaia i casi di dissidenti e oppositori politici alawiti finiti nelle carceri, in esilio o addirittura morti a causa delle persecuzioni del regime degli Assad, al potere dal 1970. Molti di questi dissidenti avevano ingrossato negli anni 70 e 80 le file delle formazioni di ispirazione comunista e laicista che chiedevano riforme politiche. Con lo scoppio della rivolta nel 2011, alcuni dissidenti alawiti hanno partecipato alla creazione a Damasco di piattaforme della opposizione interna al Paese e "tollerata" dalle autorità fino a quando queste sigle non sono tornate a chiedere reali riforme politiche, una richiesta che il regime considera tradizionalmente una invalicabile linea rossa.

 
Giappone: Tokyo torna a usare la forca, giustiziato detenuto PDF Stampa
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Askanews, 26 giugno 2015

 

La giustizia giapponese ha eseguito la condanna a morte di Tsukasa Kanda, condannato per aver ucciso una donna nel 2007. Si tratta della prima impiccagione da quando Yoko Kamikawa è diventata ministro della Giustizia. Lo scrive oggi il Japan Times. L'ultima esecuzione era stata effettuata ad agosto dello scorso anno. Dopo la morte di Kanda, nel braccio della morte restano 130 condannati. Kanda era stato condannato per aver ucciso nell'agosto 2007, assieme ad altre due persone, una donna di 31 ani a Nagoya. "Il suo crimine è stato spietato ed estremamente brutale", ha detto Kamikawa in una dichiarazione alla stampa dopo l'esecuzione.

"Ho riflettuto molto - ha aggiunto - prima di dare il via libera all'esecuzione". Il Giappone, assieme agli Stati uniti, è l'unico paese del G7 ad avere ancora la pena di morte nel suo ordinamento. Amnesty International ha attaccato oggi il governo di Tokyo.

"Con il paese che guarda da un'altra parte (ai progetti di modifica sul ruolo dei militari del premier Shinzo Abe, ndr.), le autorità giapponesi hanno deciso che era conveniente riprendere le esecuzioni. Prendere così la vita di un uomo è politica da bassifondi", ha dichiarato Hiroka Shoji, ricercatore per l'Asia di Amnesty. Un sondaggio diffuso dal governo a gennaio mostra che l'80,3 per cento dei giapponesi continua a ritenere la pena di morte "inevitabile".

 
Egitto: Comitato protezione giornalisti; Paese ha il più alto numero di reporter in carcere PDF Stampa
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Nova, 26 giugno 2015

 

Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) denuncia in un rapporto la situazione della libertà di stampa in Egitto, sottolineando che ad oggi il paese è quello con il più alto numero di operatori del settore rinchiusi nelle carceri. Secondo la relazione basata su un censimenti nei vari penitenziari egiziani, l'organizzazione internazionale con sede a New York ha certificato la presenza di almeno 18 giornalisti nelle carceri egiziane, sottolineando che il numero è il più alto registrato dal 1990. Il Cpj sottolinea che le continue minacce contro giornalisti, blogger e reporter hanno spinto i media a censurare le posizioni contrarie al governo in carica in particolare su temi sensibili. Secondo gli attivisti da un lato le autorità sostengono la libertà di stampa, mentre dall'altro il presidente Abdel Fatah al Sisi ha utilizzato il preteso della difesa della sicurezza nazionale per reprimere il dissenso sui media.

Dalla deposizione del presidente egiziano Mohamed Morsi nel luglio 2013 e dalle messa fuorilegge del movimento dei Fratelli Musulmani le autorità hanno arrestato diversi giornalisti e politici accusati di appartenere al gruppo islamista. Secondo il Cpj il rischio di arresti sta impedendo ai media di coprire in modo adeguato la situazione interna nel paese, lasciando intere aree, come il Nord Sinai, completamente scoperte, affidando la diffusione di informazioni e notizie ai soli rapporti militari. Il rapporto denuncia anche casi di abusi subiti dai giornalisti in carcere, pubblicando lettere in cui alcuni detenuti lamentano vessazioni e torture anche con l'utilizzo di scariche elettriche.

Oltre a giornalisti sarebbero invece almeno 100 gli attivisti incarcerati o vittime di sequestri lampo da parte delle forze della sicurezza. Nel paese ha suscitato diverse polemiche e critiche il caso dell'attivista Islam Atito, giovane studente universitario di 23 della Ein Shams University del Cairo sequestrato in strada mentre si recava ad una sessione di esami e ritrovato morto il 20 maggio 2015 con segni evidenti di torture sul corpo.

 
La feroce vergogna dei trasferimenti penitenziari PDF Stampa
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di Maria Brucale

 

L'Opinione, 25 giugno 2015

 

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha presentato a Strasburgo i risultati delle misure adottate dall'Italia per risolvere la situazione carceraria. Ha offerto dati rassicuranti e proiezioni di riforma ed ha ottenuto il plauso del segretario generale del Consiglio d'Europa, Thorbjorn Jagland.

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