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Polizia penitenziaria: Donato Capece confermato segretario generale del Sindacato Sappe PDF Stampa
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Adnkronos, 20 gennaio 2016

 

Gli oltre 100 delegati nazionali del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe, riuniti a Napoli per il VI congresso, hanno confermato all'unanimità Donato Capece quale segretario generale del primo sindacato dei baschi azzurri. Confermati anche i segretari generali aggiunti Gianni de Blasis, Giovanni Battista Durante, Umberto Vitale e Roberto Martinelli e il presidente del Sappe, Franco Marinucci.

"Questa nuova conferma - dice Capece - mi lusinga e mi stimola a potenziare, insieme con i miei più stretti collaboratori, ogni sforzo per rivendicare l'importante ruolo sociale della Polizia Penitenziaria e per pretendere che ad essa venga riconosciuta dalle istituzioni ogni attenzione necessaria".

"Il nostro appello ai vertici dell'amministrazione penitenziaria e al ministro guardasigilli -sostiene- è quello di continuare a stare vicini alle donne e agli uomini della polizia penitenziaria. Le carceri sono più sicure assumendo gli agenti di polizia penitenziaria che mancano, finanziando gli interventi per potenziare i livelli di sicurezza delle carceri".

"Altro che la vigilanza dinamica - afferma Capece - che vorrebbe meno ore i detenuti in cella senza però fare alcunché. Al superamento del concetto dello spazio di perimetrazione della cella e alla maggiore apertura per i detenuti deve associarsi la necessità che questi svolgano attività lavorativa e che il personale di polizia penitenziaria sia esentato da responsabilità derivanti da un servizio svolto in modo dinamico, che vuol dire porre in capo a un solo poliziotto quello che oggi fanno quattro o più agenti, a tutto discapito della sicurezza".

"Da tempo noi del Sappe - ricorda - che rappresentiamo le donne e gli uomini del corpo di polizia penitenziaria impegnati 24 ore al giorno nella prima linea dei padiglioni e delle sezioni detentive delle oltre 200 carceri italiane, sollecitiamo le autorità competenti affinché si avvii nel nostro amato Paese una indispensabile e decisa inversione di tendenza sui modelli che caratterizzano la detenzione, modificando radicalmente le condizioni di vita dei ristretti e offrendo loro reali opportunità di recupero attraverso un potenziamento nell'area penale esterna e l'affidamento di lavori di pubblica utilità".

"Garantendo, nel contempo, ai poliziotti penitenziari -auspica- più sicure e meno stressanti condizioni di lavoro, tenuto conto che le tensioni connesse alla detenzione determinano quotidianamente moltissimi eventi critici nelle carceri, atti di autolesionismo, tentati suicidi, risse, colluttazioni, che se non fosse per il nostro decisivo e risolutivo intervento avrebbero più gravi conseguenze".

 
Pietro Maso e quella telefonata del Papa PDF Stampa
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di Antonio Sanfrancesco

 

Famiglia Cristiana, 20 gennaio 2016

 

Il 17 aprile del 1991, a 19 anni, massacrò il padre e la madre insieme a tre complici in un delitto tra i più efferati della storia italiana. "L'ho fatto per i soldi", disse. E diventò famoso. Il 15 aprile 2013 ha lasciato il carcere dove ha trascorso 22 anni. E ha scritto una lettera a papa Francesco per chiedere perdono e pregare per la pace. E Bergoglio lo ha chiamato al telefono. "Ero il male ma lui ha avuto compassione di me".

Il nome di Pietro Maso evoca subito due cose: un crimine familiare tra i più efferati della storia italiana e una fama che l'ha inseguito come una condanna anche dopo aver scontato la pena: ventidue anni di carcere per aver sprangato a morte, insieme a tre amici, la madre Maria Rosa e il padre Antonio a Montecchia di Crosara, Verona, il 17 aprile del 1991. Il motivo? Mettere le mani sull'eredità paterna. Maso aveva 19 anni. C'era ancora la lira, non esisteva Internet, si era da poco insediato il settimo e ultimo governo Andreotti. Un'altra Italia, un'altra epoca. Nell'aprile 2013, appena uscito dal carcere milanese di Opera, tra le polemiche per una pena che molti avrebbero voluto più lunga, Maso ha scritto una lettera a papa Francesco per, parole sue, "scusarmi di quello che ho fatto 25 anni fa e pregare per la pace". E dopo qualche giorno è squillato il telefono: "Sono Francesco, papa Francesco". La telefonata che non t'aspetti: spiazzante come la personalità di questo Pontefice. "Io ero il Male", ha detto Maso in un'intervista al settimanale Chi in cui racconta i particolari. "Eppure Papa Francesco ha avuto compassione di me. Gli ho scritto una lettera che gli è stata consegnata dal mio padre spirituale, monsignor Guido Todeschini. E dopo pochi giorni il Papa mi ha telefonato. Lui e don Guido sono persone sante".

Nel bene e nel male, la fama, per Pietro Maso, è una condanna sottile. Perché impedisce che ci si dimentichi di lui, che scenda finalmente l'oblio sul suo delitto. A lui si sono interessati scrittori e artisti, nel 1994 Luciano Manuzzi girò il film I Pavoni ispirandosi alla sua vicenda. Lui stesso, Maso, ha scritto nel 2013 un libro con la giornalista Raffaella Regoli. Titolo: Il male ero io. "Ipertrofia narcisistica", decreterà la perizia psichiatrica di Vittorino Andreoli che al Caso Maso ha dedicato poi un libro, uscito nel 1994. "Padre e madre percepiti solo come un salvadanaio da cui prelevare quando serviva, e da rompere se il bisogno lo richiedeva", spiegava lo psichiatra.

Ai primi processi, l'assassino si presentava in blazer blu, camicia bianca aperta e un foulard scuro a pois bianchi portato quasi con aria di sfida. Confesserà due giorni dopo. Sguardo freddo e beffardo, raccontano le cronache dell'epoca, che gli valsero subito centinaia di lettere di fan e ammiratrici. Questa, almeno, è la superficie. E sotto? Quanto è cambiato Pietro Maso? Ora si è trasferito in Spagna, dove vuole aprire una comunità di recupero. "Voglio accogliere chi ha sbagliato ed è in mezzo a una strada", ha raccontato sempre a Chi. "Voglio dare un senso diverso alla mia vita. Solo chi è straniero capisce chi è straniero. Solo chi è in carcere capisce chi ci è stato".

S'è avvicinato alla fede, Pietro. Lo ha fatto negli anni del carcere. Un diploma in ragioneria, il poster del Milan alla parete, una parte in un Jesus Christ Superstar per detenuti dove lui faceva l'angelo e un rosario al collo, simbolo di una conversione guidata dal suo padre spirituale, don Guido Todeschini, il direttore di Telepace che il 10 ottobre del 2010 lo ha unito in matrimonio con Stefania, una ragazza milanese conosciuta durante un permesso e dalla quale ora si è separato. A monsignor Todeschini, racconta lui ora, "l'unico che mi tese una mano, Papa Giovanni Paolo II disse: "Vai avanti"".

Prima dell'orrore, Maso faceva il chierichetto in parrocchia a Montecchia, terra di vigneti e di ciliegi buoni. Poi un anno in seminario e tre anni nell'istituto agrario mollato per i primi lavoretti. È bello, un po' vanesio, sa di piacere. Il 17 aprile 1991 è un mercoledì, alle 23.30 papà Antonio e mamma Maria Rosa rientrano a casa dopo una riunione in parrocchia. Li attende la morte. Ha il volto del loro figlio che ora dice: "Non li ho uccisi per i soldi perché i soldi li avrei avuti lo stesso".

 
Tributi. La condizione di detenuto non configura "causa di forza maggiore" PDF Stampa
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giustiziatributaria.gov.it, 20 gennaio 2016

 

È quanto emerge dalla sentenza n. 5328/2015 del 7 dicembre 2015 della Sezione 67 della CTR Lombardia. In tema di sanzioni la condizione di detenzione, invocata dal contribuente come motivo in forza del quale non ha presentato la dichiarazione Irpef per l'anno 2007, non configura in alcun modo la forza maggiore "cui resisti non potest" richiesta dalla legge. Secondo i giudici bresciani, infatti, il contribuente avrebbe certamente potuto conferire con il proprio difensore, per il tramite del quale avrebbe potuto informare il proprio consulente tributario e regolarizzare nei tempi la propria posizione.

Massima - In tema di sanzioni la condizione di "detenuto" del contribuente non configura in alcun modo la forza maggiore "cui resisti non potest", richiesta dalla legge, in quanto il contribuente "detenuto" è certamente nella condizione di poter conferire con il proprio difensore, per il tramite del quale, può informare il proprio consulente tributario, al fine di ottemperare agli obblighi fiscali.

 
Libertà di stampa. Fonti tutelate, no a perquisizioni nei giornali PDF Stampa
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di Marina Castellaneta

 

Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2016

 

Corte di Strasburgo - Affaire Görmüs Et Autres c. Turquie. Le perquisizioni nelle redazioni degli organi di stampa e il sequestro di materiale cartaceo e informatico disposto da un'autorità giudiziaria sono incompatibili con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo. È la Corte di Strasburgo a stabilirlo, con una sentenza di ieri (sul caso Görmüs contro Turchia), che accende i riflettori sui rischi che corre la libertà di stampa anche a causa di provvedimenti giudiziari abnormi. Con danni per la collettività, che vede compromesso il diritto a ricevere informazioni su questioni di interesse generale che le autorità statali, nel caso di specie militari, non vogliono divulgare.

La condanna è alla Turchia, ma il principio affermato è di portata generale perché serve per interpretare l'articolo 10 della Convenzione che assicura il diritto alla libertà di espressione. Sono stati sei giornalisti di un magazine turco a rivolgersi alla Corte. I cronisti avevano pubblicato un articolo che dava conto dell'esistenza di una sorta di lista di giornalisti buoni e cattivi stilata dalle autorità militari e contenuta in un dossier confidenziale. In pratica, nel documento, giornalisti e testate erano classificati a seconda che fossero a favore o contro le forze armate e questo al fine di invitarli o meno ad alcuni eventi. Il Tribunale militare, per individuare la fonte interna alle forze armate che aveva consegnato il dossier, aveva ordinato una perquisizione nel giornale e disposto il sequestro di materiale cartaceo, cd e computer.

Senza fraintendimenti la conclusione della Corte europea: queste misure sono in contrasto con la Convenzione e, anzi, costituiscono uno degli atti più gravi a danno della libertà di stampa, molto più grave rispetto alla ripetuta richiesta al giornalista di svelare una fonte. E questo anche quando le perquisizioni non raggiungono alcun risultato.

La Corte europea, chiarito il proprio diritto a vigilare sul fatto che le misure disposte sul piano nazionale non costituiscano una forma di censura funzionale a spingere la stampa a non esprimere critiche, ha verificato se la notizia, che aveva condotto alle perquisizioni, fosse di interesse pubblico, elemento da mettere al primo posto a differenza di quanto fatto sul piano interno. Nessun dubbio che la classificazione dei giornalisti in base alla propria attività e il comportamento delle forze armate sia una questione di interesse pubblico che la collettività deve conoscere.

Poco importa, in questi casi, se il materiale è confidenziale. Infatti, su tutto prevale la libertà di stampa, che può essere limitata solo in casi eccezionali e in presenza di un bisogno sociale imperativo che deve essere dimostrato e che, nel caso di specie, per Strasburgo mancava anche se il documento era secretato e lo Stato invocava ragioni di sicurezza nazionale.

La protezione delle fonti - osserva la Corte - è la pietra angolare della libertà di stampa perché, se non fosse assicurata, alcune fonti non svelerebbero notizie scottanti e la stampa, di conseguenza, non potrebbe svolgere il proprio ruolo di cane da guardia della società. Di qui la contrarietà alla Convenzione delle perquisizioni nei giornali, tanto più che l'effetto negativo è su larga scala perché può intimidire altre potenziali fonti, interne all'apparato oggetto delle notizie, che rischiano solo con la garanzia dell'anonimato, denunciando alla stampa fatti scottanti che altrimenti nessuno conoscerebbe. Lo Stato in causa è stato condannato anche a versare un indennizzo per danni morali pari a 8.250 euro.

 
Truffa al Bancomat? La banca è responsabile PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2016

 

Cassazione - Sezione I civile - Sentenza 19 gennaio 2016 n. 806. La banca deve garantire la sicurezza del servizio bancomat per le manomissioni di terzi, anche quando il titolare della carta non la blocca immediatamente e non fa attenzione a nascondere il Pin quando lo digita. La Cassazione, con la sentenza 806, ribalta un doppio verdetto sfavorevole al ricorrente, riconoscendo la fondatezza dei suoi motivi.

Il correntista della banca aveva tentato di eseguire un prelievo bancomat ma l'apparecchio, dopo aver trattenuto la carta, aveva visualizzato la scritta "carta illeggibile" seguita da "sportello fuori servizio". Un inconveniente che il cliente aveva segnalato al vicedirettore della filiale, che lo aveva invitato a passare il giorno dopo; consiglio seguito, senza però rientrare in possesso della carta, che non era stata trovata. Trascorsi un paio di giorni il correntista si era accorto che dal suo conto erano stati prelevati circa 7mila euro, un "salasso" del quale aveva messo al corrente per iscritto il funzionario, aspettando però ancora 24 ore prima di denunciare il tutto all'autorità giudiziaria.

Per il Tribunale e per la Corte d'appello, il cliente è il solo responsabile di quanto accaduto. Lo "sprovveduto" correntista era stato vittima di una truffa da parte di uno sconosciuto che aveva prima manomesso il bancomat, poi si era avvicinato al ricorrente in difficoltà e con la scusa di aiutarlo aveva memorizzato il codice. Per i giudici di merito, a fronte di un comportamento così poco accorto - aggravato dal mancato blocco della carta - la banca non aveva colpe.

Di parere diverso la Cassazione, secondo la quale l'istituto di credito è venuto meno al suo dovere di diligenza professionale (articolo 1176, secondo comma, del Codice civile). Il vice direttore che ha raccolto la denuncia sul cattivo funzionamento del bancomat, invece di mettersi in allarme per la sottrazione della carta da parte dello sportello, ha rimandato il controllo al giorno successivo. Presenta profili di colpevolezza anche l'omessa verifica, attraverso il circuito delle telecamere, della manomissione del dispositivo da parte di terzi. Elementi che la Corte d'appello non doveva sottovalutare.

La Cassazione ricorda che in una caso come quello esaminato, a fronte di un'esplicita richiesta della parte, i giudici dovevano verificare che l'istituto bancario avesse adottato tutte le misure idonee a garantire la sicurezza. Per la Suprema corte, "la diligenza posta a carico del professionista ha natura tecnica e deve essere valutata tenendo conto dei rischi tipici della sfera professionale di riferimento ed assumendo quindi come parametro la figura dell'accorto banchiere".

Il Codice civile non precisa la misura della diligenza nelle obbligazioni relative all'esercizio di un'attività professionale: la valutazione, di carattere tecnico, va commisurata alla natura dell'attività e, in particolare, all'obbligo di custodia di uno strumento che è esposto al pubblico ed eroga denaro. La Corte d'appello dovrà ora tenere conto non solo di ciò che l'istituto non ha fatto, come il mancato esame delle telecamere, ma anche di ciò che ha fatto sbagliando, come l'ambigua indicazione di tornare il giorno dopo senza consigliare l'immediato blocco della carta. Inoltre, la Corte aveva trascurato del tutto la questione di prelievo di molto superiore al plafond contrattuale: 7.000 euro a fronte dei 2.500 consentiti.

 
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