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Eboli (Sa): la Casa di Reclusione aderisce alla campagna "Contro la droga, vivi la vita" PDF Stampa
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di Rita Romano (Direttore della Casa di Reclusione di Eboli)

 

Ristretti Orizzonti, 26 giugno 2015

 

Il 26 giugno si celebra la Giornata Internazionale contro il consumo ed il traffico illecito di droga. L'iniziativa è stata indetta dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1987 per ricordare l'obiettivo comune a tutti gli Stati membri di creare una comunità internazionale libera dalla droga. La Casa di Reclusione di Eboli aderisce alla connessa campagna di sensibilizzazione "Contro la droga, vivi la vita" organizzando nel campo dell'istituto una partita di calcio che vedrà confrontarsi in campo la squadra dei detenuti e la squadra esterna dell'Associazione Culturale Giovanile "Moby Dick".

All'evento non poteva non aderire la Casa di Reclusione di Eboli che nella sua mission ha, appunto, il recupero dalla tossicodipendenza dei giovani reclusi che intraprendono all'interno dell'Istituto a Custodia Attenuata per il Trattamento dei Tossicodipendenti un programma terapeutico-trattamentale specificamente mirato alla loro riabilitazione e teleologicamente orientato alla loro inclusione sociale.

Tanto si realizza grazie alla messa a punto ed alla realizzazione di tutta una serie di attività e di iniziative che ben possono definirsi come vere e proprie "azioni garanti" andando le stesse a garantire all'unisono il rispetto dei principi normativi che regolano l'esecuzione penale nel nostro ordinamento e la loro concreta attuazione, i fondamentali diritti dei reclusi insieme all'interesse dell'intera collettività che dall'azzeramento o quanto meno dall'abbassamento dei livelli di recidiva non può non trovare vantaggio.

Tutti i progetti di educazione alla legalità che la Casa di Reclusione di Eboli ha realizzato nell'arco di un decennio nelle scuole dell'intera Provincia di Salerno e che hanno avuto come tema principale la prevenzione quale fondamentale arma di dissuasione dall'utilizzo delle droghe si collocano in perfetta sintonia con gli obiettivi perseguiti dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite: contrastare il fenomeno della tossicodipendenza e promuovere stili di vita sani con particolare attenzione alla popolazione giovanile.

 
Immigrazione: l'accordo Ue; 40mila migranti "redistribuiti" in due anni, poi altri 20mila PDF Stampa
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di Beda Romano

 

Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2015

 

Il lungo iter politico di cui è oggetto il pacchetto di misure per meglio gestire l'immigrazione in Europa ha superato questa notte un passaggio significativo. I Ventotto hanno dato il loro appoggio alle misure proposte dalla Commissione europea, dando mandato ai ministri degli Interni di chiudere il negoziato entro luglio. Il negoziato politico, tuttavia, non è terminato e potrebbe riservare sorprese, soprattutto sull'obbligatorietà o meno di una redistribuzione dei profughi.

La decisione è giunta questa notte dopo una lunghissima e tesissima trattativa tra i capi di stato e di governo dell'Unione. I leader hanno litigato per circa sei ore su un canovaccio di conclusioni che secondo alcuni paesi lasciava aperta la possibilità a una qualche forma di obbligatorietà del meccanismo di redistribuzione di 40mila migranti arrivati in Italia e in Grecia. "È stato uno dei vertici più difficili che io abbia mai visto", ha detto un diplomatico abituato ai summit europei.

In maggio, Bruxelles ha presentato proposte che prevedono la ricollocazione di 40mila richiedenti asilo arrivati in Italia e in Grecia su un periodo di 24 mesi; il reinsediamento di 20mila persone, tuttora fuori dal territorio europeo e "in chiaro bisogno di protezione internazionale"; e nuove "politiche più efficaci di rimpatrio" degli immigrati giunti nell'Unione senza motivi legali per restarvi. Il pacchetto prevede anche la nascita di centri di identificazione, così come la cooperazione con i paesi terzi.

La Commissione ha proposto che la ricollocazione sia obbligatoria, mentre in aprile i leader avevano previsto che fosse volontaria. Il canovaccio di conclusioni non precisava la natura della redistribuzione, tanto da innervosire la Repubblica Ceca e la Slovacchia, contrarie all'obbligatorietà. Il risultato è un compromesso. La bozza di comunicato è rimasta inalterata, ma è stato aggiunto un riferimento alle conclusioni del vertice del 23 aprile (in cui si specificava la volontarietà del meccanismo). La parola passa ora ai diplomatici che dovranno negoziare nelle prossime settimane il testo definitivo.

Non sarà facile, tenuto conto dell'animosità di questa notte tra i capi di stato e di governo. Riusciranno i Ventotto a trovare un consenso su una qualche forma di obbligatorietà oppure verrà scelta la volontarietà, vanificando per molti aspetti l'obiettivo stesso del ricollocamento dei profughi? Molto dipenderà dai diplomatici e dalla loro capacità di scalfire l'emotività che circonda il tema.

Peraltro, mancava ieri un testo definitivo delle conclusioni, ma secondo le prime informazioni raccolte qui a Bruxelles i Ventotto sono d'accordo per partecipare tutti alla redistribuzione dei profughi, esclusi i paesi esentati. In fin dei conti, il meccanismo una volta approvato potrebbe rivelarsi vincolante perché fatto proprio dai paesi. Nei fatti, se verrà approvato, il provvedimento rimetterebbe in discussione il Principio di Dublino, vale a dire la responsabilità di accoglienza del paese di primo arrivo.

I commenti questa notte sono stati in chiaroscuro. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker si è lamentato per un compromesso definito "modesto". Dal canto suo, il premier italiano Matteo Renzi ha spiegato: "Per noi non è la soluzione del problema, ma la discussione non era sui numeri, ma sul principio di volontarietà e sono molto felice che questa espressione non sia nel testo. Nei prossimi mesi decideremo la redistribuzione. Questo è un primo passo". Nel contempo, è stato deciso che altri due paesi saranno trattati in modo particolare nella redistribuzione dei profughi. Oltre alla Grecia e all'Italia, anche la Bulgaria e l'Ungheria. Questi due paesi dell'Est Europa hanno subito un forte aumento dei flussi migratori in questi ultimi mesi, in particolare provenienti dalla Siria e dal Kosovo. "Il nostro approccio deve essere geograficamente comprensivo", ha detto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk in una conferenza stampa alle 3 di notte.

 
Immigrazione: sulle domande di asilo l'Italia meno efficiente di Germania e Francia PDF Stampa
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di Claudio Gatti

 

Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2015

 

Come politici, politicanti, cooperative e affaristi di ogni genere siano riusciti a mettere le mani sul business dei migranti è chiaramente emerso dall'inchiesta che la Procura di Roma ha battezzato "Mondo di mezzo". Ma a complicare la gestione dell'emergenza migranti in Italia c'è anche un altro fenomeno, meno imbarazzante ma altrettanto rilevante, di cui si parla poco. Ci riferiamo alle lungaggini e inefficienze della macchina burocratica che tengono decine di migliaia di persone parcheggiate in campi di accoglienza con il potenziale per diventare vere e proprie polveriere sociali.

L'ondata migratoria che anche quest'anno si è abbattuta sull'Italia metterebbe alla prova qualsiasi apparato pubblico del mondo, ma quello italiano sta dimostrando tutte le pecche e falle che ne fanno uno dei più mal ridotti del mondo occidentale. Da un'inchiesta del Sole 24 Ore risulta evidente che l'infrastruttura pubblica messa in piedi dallo Stato per smaltire le domande di asilo presentate dai migranti è decisamente meno efficiente di quella di un Paese, la Germania, che nell'ultimo anno e mezzo ha fatto fronte a un numero di migranti 3 volte superiore. Nei primi cinque mesi del 2015, in Germania i 29 "sportelli" dell'Ufficio federale per migranti e rifugiati hanno ricevuto 125.972 nuove pratiche e ne hanno smaltite 93.816.

Nel 2014, le nuove richieste erano state 173.072 e quelle smaltite 128.911. Dall'Ufficio francese della protezione dei rifugiati e apolidi abbiamo invece saputo che nel 2014 sono state presentate in tutto 64.811 domande di asilo e che i suoi 225 funzionari ne hanno smaltite 45.454. Con un terzo dei migranti arrivati in Germania la burocrazia pubblica italiana risulta invece decisamente più lenta. Eppure, per far fronte all'esplosione di sbarchi iniziata in primavera, il 22 agosto dell'anno scorso il Governo aveva approvato un decreto legge con nuove "disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale".

La due principali disposizioni prevedevano il raddoppio delle commissioni territoriali che gestiscono le richieste di asilo, passate da dieci a venti, e l'aumento delle sotto-commissioni, o "sezioni" territoriali, fino a un massimo di trenta. La legge di conversione di quel decreto è stata approvata in Parlamento il 17 ottobre 2014 e il numero di commissioni e sezioni è da allora pressoché raddoppiato - le commissioni sono passate da 10 a 19, e le sezioni da 7 sono diventate 13.

Nonostante ciò, dai dati che Il Sole 24 Ore è faticosamente riuscito a ottenere, la capacità di smaltimento nel nostro Paese rimane di quattro volte inferiore a quella della Germania. Nei premi cinque mesi del 2015 risultano infatti essere state smaltite appena 20.142 pratiche (nel 2014 sono state 36.270). Ci è stato impossibile sapere quante nuove pratiche sono state presentate quest'anno perché l'ufficio stampa del Ministero dell'interno ci ha detto di non essere "in possesso dei dati relativi al numero degli sbarcati nel 2015 che hanno presentato domanda", aggiungendo che "le decisioni prese riguardano principalmente richieste presentate in periodi precedenti".

Il 20 giugno scorso abbiamo invece appreso da Eurostat che nel primo trimestre del 2015 in Italia sono state presentate 15.200 domande d'asilo. Il ministero dell'Interno non ci ha fornito neppure i dati delle pratiche smaltite da ogni singola commissione o sezione (dati che ci risultano essere raccolti da una banca dati su base settimanale e quindi facilmente recuperabili). Il Sole 24 Ore è comunque indipendentemente riuscito a ottenerne una parte, appurando che uno dei motivi della lentezza è il fatto che in città come Brescia, Enna e persino una località strategica come Agrigento (per via di Lampedusa), le nuove strutture istituite dalla legge del 17 ottobre scorso sono entrate in funzione solo a maggio di quest'anno. E hanno quindi finora smaltito pochissime pratiche. A produrre pochi risultati, rimanendo ben sotto le mille pratiche, è stata anche la commissione insediatasi a Palermo.

Anche se lì il problema è relativamente meno grave, visto che il numero di migranti ospitati nel capoluogo regionale siciliano è molto più basso che altrove in Sicilia. Quest'ultimo dato solleva però un'altra questione. Quando abbiamo chiesto al Ministero in base a quale criteri è stato deciso di creare una commissione (presieduta da un vice-prefetto vicario a tempo pieno) oppure una semplice sezione (con un vice-prefetto non a tempo pieno e quindi con ritmi di lavoro meno intensi) ci è stato risposto che "la distribuzione sul territorio delle Commissioni territoriali e relative Sezioni è stata valutata in considerazione delle presenze dei richiedenti asilo sul territorio nazionale".

Ma allora come si spiega la scelta di Palermo e non Agrigento, visto che il capoluogo regionale ha meno della metà dei migranti della città della valle dei templi? Non si spiega. Quello che si sa però è che la vice-prefetto designata per quel posto, Donatella Ferrera, ha casa a Palermo e non ad Agrigento, ed è molto vicina (anche di casa) a Saverio Romano, l'ex ministro delle politiche agricole originariamente dell'Udc poi passato in Forza Italia, che la volle come vice-capo di gabinetto.

Che scelte come quella di potenziare una struttura meno carica di lavoro qual è Palermo anziché una ben più provata come Agrigento non siano prive di potenziali conseguenze lo ha dimostrato la rivolta di una cinquantina di migranti di un campo di accoglienza agrigentino che all'inizio di marzo scorso hanno bloccato il traffico e preso in ostaggio un operatore per protestare contro i ritardi nella concessione dello status di rifugiato.

Inizialmente la prassi prevedeva che ogni migrante fosse intervistato dall'intera commissione (formata da un funzionario della polizia di Stato, un componente designato dall'ente locale e uno dell'Alto commissariato delle Nazioni unite). Adesso l'intervista può essere condotta da un singolo componente. Ma questo non ha accelerato i tempi. Anzi, a volte li ha addirittura rallentati perché se l'intervista non è condotta bene, sono necessarie integrazioni che prolungano la procedura. "Mentre in Francia le domande di asilo sono di 20 pagine, da noi sono quattro paginette da riempire in stile quiz con la possibilità, quasi mai esercitata, di allegare documentazione ulteriore.

Quindi le commissioni hanno poco materiale sul quale prepararsi per le interviste", ci dice il componente di una commissione che chiede l'anonimato. Se poi chi ha avuto la domanda respinta decide di fare ricorso al tribunale competente, cosa a cui ha diritto a spese dello Stato, i tempi diventano quelli matusalemmiani della giustizia italiana. A quel punto gli unici a guadagnarci sono gli avvocati, ai quali viene erogata dallo Stato una media di mille euro a pratica.

 
Droghe: cannabis, proposte per una buona normativa PDF Stampa
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di Emilio Quintieri (Radicali Italiani)

 

Il Garantista, 26 giugno 2015

 

Sul modello anche dei "Social Club" spagnoli la speranza di una legge avanzata nel nostro Paese. Non c'è nulla di "ufficiale" e, seppur dovesse rimanere "riservata", la proposta di legge che l'intergruppo Parlamentare sulla cannabis ha abbozzato, è stata resa pubblica.

Durante l'ultimo incontro, l'onorevole Enza Bruno Bossio, deputata Pd, molto vicina alle posizioni dei Radicali, ha proposto alcune importanti modifiche per migliorare il progetto di legge. In particolare, le modifiche proposte dalla Bruno Bossio riguardano i primi quattro articoli della bozza dell'intergruppo. In primis, quello che concerne la coltivazione in forma associata sul modello dei "cannabis social club" spagnoli.

La norma, infatti, così come proposta, prevede che gli associati debbano essere maggiorenni e residenti in Italia e non debbano aver riportato condanne definitive per alcuni reati. "Ritengo doveroso - ha detto la Bruno Bossio - che il divieto di coltivazione, previsto in tale articolo, venga circoscritto per tutti i condannati per spaccio o cessione.

Quelli che siano stati riconosciuti responsabili per fatti di grave entità ed altro. In sostanza, vanno inclusi, tra i possibili coltivatori in forma associata, quelle migliaia di cittadini sino ad oggi condannate per detenzione e/o cessione di piccole quantità di stupefacenti che ad oggi la proposta escluderebbe".

Su questa modifica, la maggioranza dell'intergruppo, dovrebbe esprimersi favorevolmente. Altra questione affrontata è stato il divieto assoluto dì fumare i derivati della cannabis negli spazi pubblici o aperti al pubblico e nei luoghi di lavoro pubblici e privati. Secondo la Bruno Bossio, questo divieto è del tutto assurdo e sproporzionato. Ha proposto, infatti, di sopprimere tout court il comma 2 oppure dì sostituirlo con il divieto, attualmente vigente, per quanto concerne il fumo del tabacco. Questa proposta, seppur condivisa da altri parlamentari pare che non venga accolta e che resterà il divieto sancito nella bozza provvisoria.

La parlamentare ha proposto anche alcune modifiche fondamentali all'Articolo 3, che riguarda le condotte non punibili e fatti di lieve entità. Si sancisce la "non punibilità" della cessione di cannabis e dei prodotti da essa ottenuti a determinate condizioni ed entro specifici limiti. Si depenalizza la cessione ad una persona maggiorenne e, comunque, la cessione che avvenga fra soggetti minori, di una modica quantità di cannabis (nei limiti consentiti), in quanto si presume preordinata al consumo personale. E su questo, nulla da eccepire.

Nel gruppo parlamentare non è stata invece raggiunta un'intesa per quel che riguarda le pene detentive e pecuniarie ipotizzate. Infatti, la deputata calabrese, ha proposto di ridurne il minimo e il massimo edittale previsto per le cd. "droghe pesanti" (cocaina, etc.). Anziché 6, 4 anni di reclusione. La multa - oggi da euro 2.064 a euro 13.000 - da ridurre a un minimo di mille a un massimo di 5mila euro. Per quanto riguarda le droghe leggere (cannabis, etc.) fermo restando le pene detentive ipotizzate da 6 mesi a 3 anni, ha proposto di ridurre quelle pecuniarie. Nel minimo e nel massimo. Anziché da mille euro a 6.5 cento, da 5cento a 2.5 cento euro.

Queste ultime proposte avrebbe anche l'obiettivo di evitare la custodia in carcere anche per i fatti di lieve entità per le cosiddette "droghe pesanti". Così, si permetterebbe la sospensione della carcerazione del condannato al momento del passaggio in giudicato della sentenza, in attesa del giudizio della Magistratura di Sorveglianza. Inoltre, si potrebbe applicare nella fase processuale, il nuovo istituto della sospensione del processo con messa alla prova dell'imputato; nonché l'istituto della non punibilità per la particolare tenuità del fatto.

Salvaguardare la non punibilità per particolare tenuità del fatto va nella direzione della riduzione del sovraffollamento carcerario; non ingolfa i Tribunali con processi per fatti tenui e non abituali, la modesta detenzione e/o cessione di sostanze stupefacenti anche "non leggere". Così come la non applicabilità della carcerazione preventiva ai reati puniti con pena detentiva inferiore a 5 anni. Infine, ha proposto di aggiungere un ulteriore comma, dopo il comma 1, per abrogare i commi 1 e 2 dell'articolo 85 del testo unico sugli stupefacenti. Sono le "pene accessorie" che il giudice può comminare ai condannati e che consistono nel divieto di espatrio e nel ritiro della patente di guida per un periodo non superiore a 3 anni.

"Ritengo - ha insistito la democrat - che sia giusto abrogare queste "pene accessorie" o, comunque, di non applicarle per i fatti di lieve entità, ritenendole eccessive ed inadeguate in quando riducono ed ostacolano le opportunità di lavoro e di reinserimento sociale dei soggetti". Il ritiro della patente di guida è un handicap assoluto o relativo, assoluto nelle attività di lavoro in cui la patente è necessaria e relativo in tutte quelle in cui l'uso della stessa è più o meno indispensabile per raggiungere il luogo di lavoro. Non disporre della patente di guida oggi è una forma di grave incapacitazione della persona. I condannati, non saranno certo "ostacolati" dal divieto di espatrio o dal ritiro della patente se intendano tornare a delinquere mentre lo saranno se intendano seguire un percorso di riabilitazione sociale e di lavoro.

 
Droghe: c'è chi sta ancora in carcere per la Fini-Giovanardi... e Renzi non fa niente PDF Stampa
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di Alessandro Da Rold

 

linkiesta.it, 26 giugno 2015

 

Esce il Libro Bianco di Antigone e della Società della Ragione sulla legge per le droghe leggere: "La politica si è mostrata pavida e latitante".

C'è chi è ancora in carcere illegittimamente. Chi non avendo un buon avvocato non ha potuto far valere le sue ragioni. Oppure, più semplicemente, c'è chi sta ancora scontando la pena per la lentezza e la "farraginosità della macchina giudiziaria". Spesso i registri informatici non riescono a rilevare le richieste. E migliaia di detenuti continuano a rimanere in galera. Mette i brividi l'ultimo Libro Bianco dell'associazione Antigone e della Società della Ragione sulla legge sulle droghe.

A un anno dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha stabilito l'incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi non è cambiato nulla, né la maggioranza dei detenuti giudicati all'epoca è riuscita a far valere le proprie ragioni contro pene illegittime. Colpa soprattutto del legislatore, del governo di Matteo Renzi, che non è intervenuto mai sulla questione, nonostante le richieste dello stesso presidente della Corte di Cassazione all'inizio dell'anno giudiziario.

E nonostante l'emergenza del sovraffollamento delle carceri, come dichiarato più volte dall'Unione Europea. A gennaio il primo presidente della Cassazione, Giorgio Santacroce, chiese di "adeguare le pene previste in questa materia, tenuto conto del ripristino della differenziazione tra droghe leggere e droghe pesanti e, soprattutto, prendendo coraggiosamente atto della estrema inutilità dell'incremento sanzionatorio stabilito con la legge Fini-Giovanardi".

All'epoca, era il febbraio del 2014, ci si aspettava - si legge nella relazione - che "la pronuncia di incostituzionalità avrebbe avuto effetti sulla popolazione detenuta nelle carceri italiane. Diminuendo significativamente (passando da 20 a 6 anni) il massimo della pena per detenzione e spaccio di derivati della cannabis". In particolare l'ipotesi è che si sarebbero prodotti due effetti: "in primis l'insussistenza dei presupposti per misure cautelari in carcere basati su previsioni di pena assai superiori a quelle vigenti dopo la sentenza; e a seguire la necessità di rideterminare le condanne passate in giudicato sulla base delle pene giudicate illegittime".

Nulla di tutto questo. Anche se nell'ultimo anno sono state portate avanti battaglie da parte della Società della Ragione contro le pene illegittime. Come le stesse Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che nell'ottobre del 2014 "dettero impulso alla rideterminazione delle pene. Fu cioè riconosciuto ai detenuti il diritto a ottenere il ridimensionamento delle pene sulla base della normativa così come uscita dalla sentenza della Corte costituzionale"

Leonardo Fiorentini, tra gli estensori del Libro Bianco, è molto preciso nella relazione. "Sulla base del pronunciamento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, le associazioni iniziarono la campagna "Contro la pena illegittima", chiedendo al parlamento e al governo un provvedimento che garantisse una decisione immediata e uguale per tutti, con una riduzione di due terzi delle pene comminate sulla base di una legge incostituzionale. Purtroppo anche in questa occasione la politica si è mostrata pavida e latitante e questo semplice provvedimento non è stato adottato".

A nulla sono poi servite le lettere e gli appelli inviati al governo. "Molti garanti dei diritti dei detenuti" si legge "hanno anche richiesto alle Procure della Repubblica informazioni sulla quantità di incidenti di esecuzione e sul loro esito. Le risposte da parte delle istituzioni sono state poche e assai poco significative". Il risultato è avvilente, perché migliaia di detenuti non sono riusciti a far valere i loro diritti. "La Procura generale della Corte d'Appello di Milano segnala di avere ricevuto 51 richieste e di averne accolte il 20%. Rimanda per il resto della Lombardia alla procura generale di Brescia e alle 13 Procure della Repubblica".

E poi ancora: "La Procura Generale di Firenze ha effettuato una ricerca dei fascicoli in esecuzione relativi a reati di droga e ne ha individuati circa 400 e di questi 44 relativi a droghe leggere e solo per 7 casi si è proceduto alla rideterminazione della pena. Il quadro che emerge dalle risposte delle procure della Toscana è desolante; solo a Prato è stato disposto un monitoraggio. Per il resto poche istanze e ancora meno accoglimenti.

Alcune procure sostengono che il registro informatico dell'esecuzione (Siep) non consente la rilevazione delle specifiche richieste di rideterminazione della pena per cui non sono estrapolabili quelle conseguenti alla sentenza della Corte Costituzionale n. 32/2014. Altre procure rimandano alle cancellerie del giudice dell'esecuzione. Abbiamo avuto notizia che la Procura di Napoli si è attivata in prima persona e che sono stati esaminati 233 casi di incidenti di esecuzione".

Per questo motivo, conclude la relazione, "Molti hanno scontato fino alla fine la pena illegittima mentre probabilmente alcuni sono ancora in carcere. In ogni caso, la campagna ha messo in luce la farraginosità della macchina giudiziaria e il suo carattere discriminatorio e di classe. Solo chi ha risorse e avvocato può sperare di vedere riconosciuto il suo diritto. La campagna "Contro la pena illegittima" proseguirà chiedendo al Ministero della Giustizia di impegnarsi nel richiedere tutti i dati e fornire almeno un quadro esaustivo di una vicenda paradossale".

 
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