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Giustizia: le norme contro il terrorismo ci sono già, è pericoloso crearne di nuove e inutili PDF Stampa
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di Rinaldo Romanelli (Componente Giunta dell'Unione delle Camere Penali)

 

Il Garantista, 22 gennaio 2015

 

I provvedimenti emergenziali distorcono lo stato di diritto e non risolvono il problema della lotta al terrorismo. Oggi sarà discusso in consiglio dei ministri, insieme ad altri testi normativi, tra cui un decreto legislativo sulle norme sanitarie che disciplinano lo scambio di cani, gatti e furetti nel mercato Ue, il decreto legge antiterrorismo i cui contenuti sono stati sommariamente anticipati alla stampa un paio di giorni orsono, che vorrebbe contrastare i cosiddetti "foreign fighters".

In un contesto di pressoché unanime condivisione si impone una riflessione critica ed appare indispensabile, quantomeno, porsi qualche interrogativo. Siamo proprio sicuri che le annunciate modifiche siano effettivamente utili a contrastare eventuali fenomeni di terrorismo internazionale? Quali sono le reali ragioni sottese alla loro introduzione? Ed infine, quali saranno le conseguenze?

Alla prima domanda crederei si possa rispondere con ragionevole serenità che no, queste annunciate misure non incideranno effettivamente in modo positivo nell'attività anti-eversione rendendola più efficace. La ragione è semplice: il nostro ordinamento prevede già un nutrito complesso di norme che puniscono le condotte tipiche delle associazioni eversive e sovversive in ogni loro possibile declinazione. Purtroppo il nostro Paese ha dovuto affrontare una lunga e buia stagione di terrorismo ed infatti il primo provvedimento organico in materia risale al 1979 e due nuovi ed incisivi interventi sono stati effettuati nel 2001 e nel 2005, mirati proprio alla prevenzione ed alla repressione delle attività eversive di matrice inter-nazionale.

E sufficiente leggere le disposizioni che vanno dall'art. 270 all'art. 270 sexies del codice penale per rendersi conto che, ad esempio, non solo è punita la condotta di arruolamento per finalità di terrorismo anche internazionale, ma anche - ed aggiungerei ovviamente - di chi viene arruolato, posto che diviene parte dell'organizzazione eversiva alla quale aderisce. L'introduzione di una nuova fattispecie che punisca anche l'arruolato è dunque, nella migliore delle ipotesi, inutile. La medesima considerazione vale per la previsione che dovrebbe punire chi organizza, finanzia o propaganda viaggi con finalità di terrorismo, trattandosi di condotta già riconducibile nell'ambito di applicazione delle disposizioni vigenti in materia.

Si potrebbe continuare nell'esame delle altre annunciate nuove fattispecie di reato formulando per tutte pressoché le medesime conclusioni, con l'ulteriore considerazione che si creeranno, in fase applicativa, non pochi problemi di sovrapposizione che necessiteranno di una difficile attività esegetica per delineare i rispettivi ambiti di applicazione, anche perché, come d'abitudine, le nuove norme prevedono pene edittali ritoccate verso l'alto. Anche le modifiche annunciate in materia di armi ed esplosivi si inseriscono in una normativa vigente molto articolata e severa, più che idonea a prevenire e punire ogni condotta deviante. Restano i profili amministrativi che dovrebbero consentire l'immediato ritiro del passaporto a chi è sospettato di terrorismo. L'utilizzo del mero sospetto, quale presupposto della limitazione della libertà personale, non può che creare un senso di forte disagio e ripulsa in chiunque non abbia dimenticato quali sono i pilastri sui quali si fonda un moderno stato repubblicano e democratico.

Si ritrovano nel pensiero di Locke e poi di Kant, per i quali l'uomo nasce libero, secondo il suo diritto naturale ed inalienabile. Pensiero tradotto nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti di America del 1776 e principi solennemente affermati poco dopo in Francia nel 1789 nella Dichiarazione dei Diritti dell'uomo e del cittadino, nonché con buona pace dei rappresentanti del pensiero unico della legalità, secondo i quali il procedimento penale dovrebbe essere uno strumento di repressione, cui tutto è consentito in nome della ricerca della verità, garantiti quali diritti fondamentali ed inviolabili anche dalla Costituzione della Repubblica Italiana. Prima di trarre le conclusioni in merito alle conseguenze dell'ennesimo intervento volto all'introduzione di nuove fattispecie sanzionatorie, all'inasprimento delle pene ed alla previsione di nuovi strumenti sommari di limitazione della libertà personale, è però opportuno soffermarsi brevemente sulle ragioni che animano il legislatore.

Qui l'analisi diviene oggettivamente semplice. L'attentato di Parigi alla sede del settimanale satirico Charlie Hebdo ha destato, giustamente, in tutto il mondo sentimenti di indignazione e di commozione per le povere vittime, per la violenza cieca degli attentatori ed anche perché l'obbiettivo era colpire la libertà di manifestazione del pensiero, altro diritto fondamentale su cui si posano le democrazie occidentali. A questi sentimenti si accompagna però anche un diffuso senso di insicurezza, perché il messaggio che è stato comunemente recepito è che chiunque potrebbe diventare vittima del gesto violento di un manipolo di esaltati o addirittura del "terrorista solitario". Poco importa che qualunque esperto di antiterrorismo, sia esso magistrato o investigatore, ove gliene venisse concessa l'occasione, ci direbbe che in Italia non c'è alcuna reale minaccia del genere (lo ha fatto da par suo il dottor Dambruoso, qualche giorno fa, su un noto canale satellitare dedicato all'informazione, ma non pare che questo abbia scalfito minimamente il ritmo della gran cassa dei catastrofisti).

Ed ecco allora il provvido intervento del legislatore, che assecondando le paure della piazza introduce nuove ipotesi di reato (inutili), aumenta le pene (ancor più inutilmente) e fornisce nuovi strumenti repressivi non troppo attenti, per usare un eufemismo, a profili di garanzia per chi ne sia il destinatario. L'obbiettivo reale non è la lotta al terrorismo, per la quale non basta modificare un comma, una norma e aggiungere una qualche nuova e fantasiosa fattispecie di reato, ma bisognerebbe semmai fornire finanze alle anemiche casse delle forze dell'ordine.

L'obiettivo è, molto più semplicemente, intercettare il consenso popolare. Le reali conseguenze? Abbiamo purtroppo grande esperienza di legislazione emergenziale e sappiamo che se non serve quasi mai a risolvere il problema che ne è stato occasione, produce sistematicamente distorsioni e ricadute negative sulla vita dei cittadini. In questo caso si realizza addirittura un paradosso che ha, a tratti, dell'ossimoro grottesco: si inasprisce la normativa, come sempre senza attenzione alle garanzie, limitando le libertà personali che sono il senso ed il fondamento stesso della nostra democrazia perché qualcuno - terroristi, integralisti, illiberali - ha attentato appunto, ad un nostro diritto fondamentale, ovvero la libera manifestazione del pensiero.

Nel frattempo pare che la popolarità del Presidente francese sia salita del 21% ed è probabile che una fortuna analoga sia toccata a molti dei Capi di Stato che si sono accalcati in prima fila alla Marcia Repubblicana di Parigi. C'è da augurarsi che all'odierno consiglio dei ministri, quando si discuteranno questi temi, lo si faccia con qualche profilo di attenzione in più e con una diversa sensibilità rispetto a quella che sarà dedicata all'argomento delle norme sanitarie sui cani, i gatti e i furetti nel mercato Ue.

 
Giustizia: disegno di legge contro la corruzione, previsti sconti di pena per chi collabora PDF Stampa
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di Simona D'Alessio

 

Italia Oggi, 22 gennaio 2015

 

Uno "sconto" di pena (grazie a un emendamento da inserire nel testo di riforma del processo penale, al vaglio del parlamento) per chi collabora nelle inchieste su casi di corruzione. È la novità, sulla scorta di quanto previsto dalla legislazione antimafia, annunciata da Andrea Orlando, ministro della giustizia, intervenuto ieri mattina, in aula a palazzo Madama (24 ore dopo averlo fatto a Montecitorio), per riferire sullo stato dell'amministrazione giudiziaria nell'anno appena trascorso. Una strada che colmerebbe una lacuna e si rivelerebbe efficace, dice, giacché una simile misura sarebbe "in grado di rompere la logica di omertà che, spesso, caratterizza le organizzazioni corruttive".

Il provvedimento nel quale il guardasigilli punta a immettere la correzione che consentirà un abbassamento della condanna dei collaboratori di giustizia che sveleranno episodi di corruzione, ha appena iniziato l'iter di esame da parte dei deputati della II commissione: si tratta del disegno di legge governativo C 2798, presentato il 23 dicembre 2014, sulle "Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale per il rafforzamento delle garanzie difensive e la durata ragionevole dei processi e per un maggiore contrasto del fenomeno corruttivo, oltre che all'ordinamento penitenziario per l'effettività rieducativa della pena". Nel corso delle repliche ai senatori Orlando rivendica l'introduzione del reato di autoriciclaggio e del meccanismo di confisca dei beni per sproporzione, finalizzato, spiega, ad "aggredire i patrimoni illeciti, anche quando si sono allontanati molto da chi li ha generati". E, sollecitato dal M5s, affronta il tema del falso in bilancio, sostenendo che nella stesura estiva del provvedimento "non avevamo previsto soglie", poi a seguito di una "consultazione nella quale forze sociali ci hanno posto il tema di distinguere tra aziende quotate e non quotate, e di tener conto che alcune aziende hanno strumenti diversi per fare il bilancio", sono state introdotte. Ciò non equivale, chiarisce, a essere "amici dei criminali".

 

Gratteri: pronta riforma antimafia, sono 130 articoli

 

"La riforma antimafia è pronta, sono 130 articoli, l'80% dei quali può essere subito approvato con un decreto. Proprio oggi ho stampato il lavoro definitivo: 246 pagine. Un progetto di riforma a tutto campo per combattere le organizzazioni criminali".

Così il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, a capo della Commissione nazionale per la revisione della normativa antimafia, in una intervista a Radio Capital. Ad esempio, prosegue Gratteri, "c'è la proposta di alzare le pene per il 416bis, dai 5 anni di carcere attuali a una pena tra i 20 e i 30 anni. Come per il traffico di droga". E sulle misure contro la corruzione, ha spiegato, "si sta lavorando: io, ad esempio, nella mia commissione ho proposto di utilizzare gli agenti sotto copertura, come per il traffico di droga e di armi, per smascherare i reati contro la Pubblica amministrazione".

 
Giustizia: Cassazione; atti giudiziari fuori dai giornali, per evitare condizionamenti ai giudici PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2015

 

La Cassazione stringe le maglie sulla pubblicazione degli atti giudiziari. Anzi, a dire la verità, la esclude proprio. Almeno nel settore penale. La Corte, con la sentenza n. 838 della Terza sezione civile depositata ieri ha accolto parzialmente il ricorso presentato dalla difesa di Fedele Confalonieri contro la pronuncia della Corte d'appello di Milano che aveva negato il risarcimento danni per alcuni articoli apparsi sul "Corriere della Sera" nel 2005, nei quali si faceva riferimento al coinvolgimento del manager nelle indagini svolte dalla Procura sui fondi neri del gruppo Mediaset. Due dei motivi di impugnazione facevano leva sulla (asserita) violazione dell'articolo 684 del Codice che sanziona la pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale.

Nell'affrontare la questione, che comunque riguardava atti depositati dalla Procura che non erano più coperti da alcuna segretezza, la Corte d'appello aveva affermato la legittimità della pubblicazione, dopo avere osservato che il divieto del Codice penale ha come obiettivo la tutela delle regole del dibattimento, con la necessità che il giudice formi le sue convinzioni esclusivamente sugli atti introdotti nel processo e non al di fuori di questo attraverso l'eventuale conoscibilità di atti diversi attraverso i media. Nel caso esaminato, sempre per la Corte d'appello, andava esclusa un'indebita influenza esterna sulla formazione della prova e che la citazione testuale di alcuni atti estendesse, anche per la sua esiguità complessiva, la conoscenza del lettore oltre il contenuto degli atti stessi.

La Cassazione ha invece scelto una linea assai più severa, annullando il giudizio su questo punto e rinviando alla Corte d'appello per un nuovo esame: per i giudici va ricordato innanzitutto l'articolo 114 del Codice di procedura penale che ammette sì la pubblicazione, ma solo del contenuto di atti non coperti da segreto, ribadendo comunque, anche con riguardo a questi ultimi, un divieto nel caso di procedimenti ancora in corso.

Detto ciò, la Cassazione ricorda che non si può ritenere che la limitatezza della trascrizione possa fondare la legittimità della pubblicazione: si tratta di un requisito del tutto estraneo all'articolo 114. Nella lettura della Corte anche una pubblicazione parziale e limitata nell'estensione, tenuto conto del fondamento del divieto, può comunque avere un "rilevante significato" e contribuire a un condizionamento dell'autorità giudiziaria.

Come pure non ha molto senso sostenere che in ogni caso le trascrizioni di brani assai brevi non estendeva la conoscenza oltre il contenuto (questo sì lecito) degli in questione. "Si tratta, a ben vedere - osserva la Cassazione, di caratteristiche proprie di qualunque trascrizione a prescindere dall'estensione, che non possono pertanto valere a derogare dalla previsione generale" e a individuare ipotesi di atti che possono, comunque, essere parzialmente pubblicati. Neppure l'esercizio del diritto di cronaca può giustificare una forma di deroga, dal momento che è comunque assicurata la libera pubblicazione del contenuto degli atti non più coperti da segreto.

Non militano in senso contrario a questa conclusione alcuni precedenti della Cassazione stessa, che, per esempio, hanno considerato legittima la pubblicazione di un titolo che sintetizzava il contenuto delle dichiarazioni rese nel corso del procedimento oppure hanno affrontato la questione sotto i diversi profili della diffamazione oppure della violazione del diritto alla privacy.

La sentenza depositata ha invece confermato il giudizio della Corte d'appello che aveva negato l'esistenza di una forma di responsabilità per diffamazione a carico dei giornalisti che non trova fondamento nella violazione dell'articolo 684 del Codice penale. Troppo generici i motivi di ricorso e centrati sulla riproposizione di elementi che in punta di merito erano già stati esaminati e respinti nel grado precedente di giudizio.

 
Lettere: atti giudiziari pubblici... vietato scrivere il vero PDF Stampa
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di Gianni Barbacetto

 

Il Fatto Quotidiano, 22 gennaio 2015

 

È più fedele alla realtà una citazione testuale o un riassunto? Un virgolettato o una perifrasi? Dovendo raccontare un atto giudiziario, il buon senso suggerisce che la precisa citazione virgolettata dovrebbe garantire le persone citate più di una libera sintesi del giornalista.

Ma da oggi, attenti: la perifrasi è obbligatoria, i virgolettati proibiti. Tutta colpa di una sentenza della Cassazione contro tre giornalisti del Corriere della Sera - Paolo Biondani, Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella - che avevano scritto, nel 2005, alcuni articoli sull'inchiesta che riguardava i diritti tv Mediaset, citando anche poche frasi tratte dagli atti processuali. Se ne dolse il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, che intentò contro i cronisti due cause, una penale e una civile. Le perse entrambe, in primo grado e in appello.

I giornalisti avevano infatti raccontato l'inchiesta senza diffamare nessuno e rispettando le tre condizioni canoniche: avevano scritto notizie vere, di interesse pubblico ed esposte con continenza. Le avevano ricavate da atti non più coperti da segreto, il cui contenuto, dice la legge, può dunque essere reso pubblico. I giudici avevano inoltre ritenuto che le citazioni testuali erano così poche, rispetto alla mole degli atti, da "non estendere la conoscenza del lettore oltre il limite del contenuto degli atti".

Ora la Cassazione cambia musica. Confalonieri, attraverso i suoi avvocati Stefano Previti e Alessandro Izzo, aveva chiesto 200 mila euro di risarcimento per diffamazione, violazione della privacy e pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale. La suprema corte, esclusa la violazione della privacy, ha ribadito che non c'è diffamazione, vista "la pacifica aderenza" dei resoconti giornalistici "al contenuto degli atti". Ma afferma che pubblicazione arbitraria c'è stata: perché un paio di articoli del codice vietano la pubblicazione "di atti o documenti di un procedimento penale di cui sia vietata per legge la pubblicazione" (articolo 684) e "di atti non più coperti da segreto" (articolo 114), di cui può essere raccontato solo "il contenuto".

Chi trasgredisce se la cava con una contravvenzione, così è prassi comune che i giornalisti raccontino le inchieste pubblicando anche citazioni testuali, di cui di solito non si duole nessuno. Ma ora la terza sezione civile della Cassazione ha annullato la sentenza che aveva rigettato la pretesa risarcitoria di Confalonieri: dovrà essere riesaminata in un nuovo appello. Ha sancito che la pubblicazione dei virgolettati è illegittima: "Fatta salva la possibilità di pubblicare il contenuto di atti non coperti da segreto, non può derogarsi al divieto di pubblicazione (con riproduzione integrale o parziale o estrapolazione di frasi)".

Non ammessa neanche la "modica quantità": perché, "quanto al dato quantitativo, non si rinviene nella norma alcuna deroga che consenta la trascrizione di brani di limitata estensione ". Le conseguenze per la libertà di stampa paiono enormi. Se passa il principio sostenuto dalla Cassazione, d'ora in avanti non potrà più essere pubblicata sui giornali e sul web o letta in tv neppure una parola degli atti giudiziari, che dovranno essere raccontati con incerte e più insicure perifrasi.

Altrimenti, chiunque sia citato, anche correttamente, potrà chiedere un risarcimento, ben più pesante della oblazione fin qui possibile. La situazione è aggravata dal fatto che ci sono cinque anni di tempo per aprire una causa: dunque da oggi potrebbero essere avanzate centinaia o addirittura migliaia di richieste di risarcimento per tutti gli articoli e i servizi su giornali, web e tv negli ultimi cinque anni. Un super bavaglio.

 
Napoli: il carcere di Poggioreale si è svuotato, ma 5 detenuti infermi sono ancora in cella PDF Stampa
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di Luigi Nicolosi

 

Roma, 22 gennaio 2015

 

I cinque detenuti sono affetti da gravissimi problemi psichici e sono in isolamento all'interno della struttura carceraria. La denuncia del presidente di Antigone: "Una vergogna". Cinque detenuti affetti da infermità o seminfermità mentale reclusi in isolamento nel penitenziario di Poggio-reale. Il tutto in spregio al più elementare buon senso ma anche, e soprattutto, alle disposizioni impartite del ministero della Giustizia.

"Oggi Poggioreale non è più quel monumento all'inciviltà che è stato per anni. Persistono però ancora delle criticità. Alcune estremamente gravi. Su tutte le condizioni di detenzione all'interno del padiglione Avellino destro". A lanciare l'allarme è l'avvocato Mario Barone, presidente di Antigone-Campania, che in occasione della presentazione di "Carceri. 1 confini della dignità", l'ultimo libro di Patrizio Gonnella, fa il punto sui passi in avanti, e indietro, compiuti dal sistema penitenziario campano.

Stando a quanto emerso nell'ambito dell'ultimo sopralluogo effettuato dall'associazione Antigone, nell'Avellino destro sarebbero ancora oggi recluse almeno cinque persone affette da disagi di natura psichiatrica, "detenzione che continua ad avvenire in condizioni di totale isolamento", denuncia Barone. Già nel 2013, proprio sulla scorta dei report di Antigone, era stata posta all'attenzione della Camera dei deputati un'interrogazione. In sostanza, si richiedeva al ministero della Giustizia di far luce e fornire spiegazioni circa la presenza di detenuti isolati proprio nell'Avellino destro.

Una forma di detenzione vietata tra l'altro proprio dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per scongiurare, nei limiti del possibile, episodi di autolesionismo e suicidio. Ad oggi, almeno sotto questo aspetto, le cose a Poggioreale non sembrano essere cambiate più di tanto. Non manca però anche qualche spiraglio di luce: "Sul fronte del sovraffollamento, grazie alla riduzione di circa mille unità, c'è stato deciso miglioramento. Lo stesso si può dire per quel che concerne i rapporti fra detenuti e agenti, più distesi rispetto al recente passato, e la cura degli spazi comuni", prosegue Barone.

Che subito apre però un altro fronte: "Il 31 marzo chiuderanno gli Opg, ma il nuovo sistema, basato su articolazioni aperte all'interno delle strutture carcerarie esistenti, non va affatto bene. Di fatto stiamo aprendo le porte degli istituti penitenziari anche ai disagiati psichici".

Insomma, il pantano in cui versa il sistema penale italiano sembra ancora ben lungi dall'essere ripulito. Una battaglia che, dati e sentenze alla mano, non è risolvibile solo sul piano degli spazi. Per Patrizio Gonnella, presidente nazionale di Antigone, "la questione non può essere ridotta al dubbio che tre metri quadrati per ogni detenuto siano sufficienti o meno. Il punto è che questi spazi devono essere "riempiti" con nuove occasioni di riscatto. Senza queste è inimmaginabile qualsiasi ipotesi di reinserimento sociale del detenuto.

Serve una regia forte di sistema, al più presto". Alla presentazione del libro di Gonnella, cui hanno preso parte anche il senatore Giuseppe De Cristofaro (Sel) e Raffaele Cimmino, coordinatore provinciale di Sel, ha lasciato il segno l'intervento di Domenico Ciruzzi, vicepresidente dell'Unione delle Camere penali italiane, quanto mai perplesso di come "oggi si continui a parlare solo di incremento delle pene. L'ennesima scorciatoia con cui lo Stato vuole coprire le proprie mancanze. E mi riferisco, ad esempio, all'introduzione del reato di omicidio stradale o alla criminalizzazione dell'immigrazione clandestina. Il fine rieducativo della pena oggi è completamente venuto meno".

 
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