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Giustizia: Renzi "nessuno ha mai fatto quel che ho fatto io!"... la riforma che non si vede PDF Stampa
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di Sergio Luciano

 

Milano Finanza, 23 gennaio 2015

 

"Nessuno ha mai fatto quel che ho fatto io!", si vanta comprensibilmente Matteo Renzi. "In sei mesi, via le Province, via il Senato, via le Camere di commercio, via le banche popolari". Poi, a guardar bene, tutto è ancora esattamente al posto di prima, però è tutto anche un po' rottamato. Solo una cosa l'ha appena sfiorata, Renzi, ma proprio solo con una piuma: la magistratura, limitandosi a imporre il pensionamento a 70 anni.

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Giustizia: blitz di Gratteri "ho fatto io la riforma, 130 articoli, l'80% sarà per decreto legge" PDF Stampa
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di Errico Novi

 

Il Garantista, 23 gennaio 2015

 

Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria e presidente della Commissione nazionale per la revisione della normativa antimafia, dà scacco matto al ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

"Ci stiamo lavorando". La frase di Nicola Gratteri viaggia in modulazione di frequenza, sulle onde di Radio Capital, dunque non può essere accompagnata da un ghigno di sadica soddisfazione. Ma ce lo si può immaginare. Non ci vuole molto. Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, nonché presidente della Commissione nazionale per la revisione della normativa antimafia, dà scacco matto al governo. Al ministro della Giustizia Andrea Orlando, in particolare. Il quale ci starà pure "lavorando".

Ma intanto lui, Gratteri, annuncia che il suo, di "lavoro", è già fatto. Avverte via radio che la "sua" riforma "è pronta". Fanno, per l'esattezza, "130 articoli, l'80 per cento dei quali può essere approvato subito con un decreto legge, 246 pagine". Un bulldozer.

Nel mentre il Guardasigilli spacchetta gli interventi sull'immensa materia penale, e li incardina un po' al Senato (come emendamenti alla proposta Grasso nel caso dell'anticorruzione) e un po' alla Camera (nell'ampio ddl depositato in commissione Giustizia), Gratteri procede senza chiedere permesso. E non si limita a prescrivere "l'innalzamento delle misure per 416 bis dai 5 anni attuali a una pena tra i 20 e i 30 anni di carcere".

No. Straborda anche nel campo delle misure contro i corrotti. Propone per esempio "di utilizzare gli agenti sotto copertura, come per il traffico di droga e di armi, per smascherare i reati contro la pubblica amministrazione". Ma non doveva occuparsi solo di antimafia? E non c'è già Orlando con le sue proposte, a "lavorare" sulla corruzione?

Proprio questa "estensione di competenze" è duramente contestata dall'Unione camere penali, il solo soggetto politico ad accorgersi dell'enormità dell'iniziativa di Gratteri: "Preoccupa e stupisce l'inserimento di logiche repressive, autoritarie e illiberali all'interno dell'intero sistema processuale, e la loro applicazione erosiva ed indistinta a tutti i diversi aspetti dell'illecito". C'è un problema di merito, dicono dunque i penalisti.

Che si aggiunge alla discutibilità del metodo: "Ci sembra francamente difficile condividere l'idea con la quale Gratteri lancia il suo progetto, affermando che l'80% delle nuove norme antimafia può essere varato con un decreto", si legge nella nota dell'Ucpi, "non solo perché, come affermiamo da tempo, e come ha più volte ricordato lo stesso ministro Orlando, la materia penale non si presta affatto alla decretazione d'urgenza, ma perché la delicatezza dello specifico settore sul quale si intende intervenire deve essere oggetto di una riforma meditata e condivisa".

Riguardo all'innalzamento delle pene edittali, esso risponde a "una logica repressiva antiquata, fondata su strategie meramente simboliche, che mai hanno sortito effetti nella lotta al crimine e tanto meno nel contrasto alla criminalità organizzata". Si dirà: le proposte della commissione Gratteri sono proposte. Punto. Sono lontane dal tradursi in decreti legge, come vorrebbe il presidente della Commissione consultiva.

Ma intanto c'è l'imbarazzo per la vivacità, diciamo così, di un organismo voluto da Renzi a Palazzo Chigi per occuparsi di questioni già in capo a un ministro, nello specifico quello della Giustizia. E poi c'è la seria possibilità che le tesi hard del gruppo di lavoro presieduto dal pm antimafia si insinuino come un cuneo tra le due diverse anime del Pd. Quella che non sa affrancarsi dalle battaglie ultra giustizialiste di questi ultimi vent'anni e quella più moderata. E questo, in Parlamento, dove c'è la fazione super-forcaiola rappresentata dai grillini, potrà creare problemi seri.

 
Giustizia: così la Commissione voluta da Renzi infilza lo Stato di diritto PDF Stampa
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di Maria Brucale

 

Il Garantista, 23 gennaio 2015

 

Nicola Gratteri, a capo della Commissione nazionale per la revisione della normativa antimafia istituita dal premier. Matteo Renzi, annuncia che è pronto un progetto di riforma per combattere le organizzazioni criminali: 130 articoli e 246 pagine. Lo stato di diritto trema. Avrà messo nero su bianco le riforme prospettate in ottobre e riportate dal Garantista nei loro punti di devastante criticità per il giusto processo e per le garanzie ad esso connesse?

Dalle anticipazioni offerte dal procuratore di Reggio Calabria in un'intervista a Radio Capital sembrerebbe di sì: l'innalzamento delle pene per il reato di associazione di stampo mafioso: da 20 a 30 anni per il partecipe! Una pena enorme, infinita, che sottrae al giudice la possibilità di apprezzare una partecipazione di minima entità e di valutarne con una pena mite la speciale tenuità. La contestazione di partecipazione non viene certo mossa soltanto ai boss ma più spesso a piccoli fiancheggiatori con una capacità criminale a volte infima che sarebbe quanto meno spropositato punire con sanzioni così follemente afflittive. Per smascherare i reati contro la pubblica amministrazione, Gratteri propone di "utilizzare gli agenti sotto copertura, come per il traffico di droga e di armi". Derive oscurantiste e strategia del terrore.

 

Tutto per decreto

 

La normativa antimafia, potrebbe, secondo Gratteri, essere introdotta all'80 per cento con la decretazione di urgenza. L'Unione delle Camere penali si infiamma. Come può uno strumento in sé eccezionale e teso a rispondere a situazioni di urgenza, entrare a pieno titolo quale metodo ordinario per la legislazione in materia penale coperta per volontà dei Padri Costituenti da riserva di legge ordinaria? Il fine giustifica i mezzi? Ma se anche il fine si perde di vista traducendosi nella negazione del diritto di difesa, nell'umiliazione del ruolo dell'avvocato difensore, nell'annichilimento delle garanzie del giusto processo e della certezza della prova, nella disattenzione alle logiche deflattive dei giudizi a vantaggio della celere definizione dei processi, nel superamento del principio del "favor rei" e perfino nella confusione tra i ruoli - e già ce n'è troppa - tra chi esercita l'azione penale e chi giudica?

 

Le proposte

 

Sperando di non ritrovarle nelle 246 pagine del progetto, vanno rievocate le proposte di riforma già presentate dal ministro ombra: caduta del divieto di reformatio in pejus in sede di appello proposto dal solo imputato e conseguente possibilità per il magistrato giudicante di ravvisare nuovi elementi di responsabilità dai quali far scaturire inasprimenti sanzionatori; abrogazione del rito abbreviato, della possibilità, cioè, per l'imputato

di scegliere di essere giudicato con il materiale di prova raccolto nelle indagini rinunciando a un processo in aula nel quale confutare gli esiti istruttori raccolti dalla pubblica accusa con conseguente sconto di pena in caso di condanna, con la inevitabile, pedissequa paralisi definitiva dei tribunali; estensione dell'accesso al patteggiamento a tutti i reati subordinato, però, alla confessione, sulla bontà e pienezza della quale è ipotizzabile si preveda il parere del pm e il vaglio del magistrato - con inevitabili proiezioni incostituzionali di coazione psicologica all'accusato che sarebbe indotto a confessare e ad indicare i corresponsabili per accedere al solo rito che permetta uno sconto di pena.

E ancora: condanna dei legali, in solido con i propri assistiti, al pagamento delle spese processuali in caso di ricorso dichiarato inammissibile. Una norma distruttiva del diritto di difesa e del ruolo del difensore che verrebbe ammutolito e spento nel suo rango di garante dei diritti, inibito nel prospettare questioni giuridiche talora innovative e creative dal rischio di subire un danno economico. Videoconferenze per tutti i detenuti per i reati di cui all'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario. Nessun imputato potrebbe più essere presente in udienza. Verrebbe meno radicalmente l'oralità del processo penale.

La videoconferenza, infatti, già prevista per i soli detenuti in 41 bis, vanifica, di fatto, la possibilità di intervenire in aula in corso di giudizio. Mentre il detenuto in saletta video chiede il permesso di intervenire, o di comunicare telefonicamente con il proprio difensore in aula, il processo si svolge, va avanti e rende inutile la pretesa legittima del detenuto. Questa follia antigiuridica, finora accettata - seppur inaccettabile - per i 41 bis in ragione del prevalere di logiche di sicurezza, è già oggetto di un emendamento governativo che la estende ad una enorme categoria di detenuti che verrebbero di fatto estromessi dalla partecipazione attiva ai processi. Non solo. Sarebbe conferito ai giudicanti il potere di stabilire la videoconferenza anche solo in ragione di motivi di complessità e di durata del processo. Una norma di rango costituzionale, dunque, cederebbe il passo ad esigenze organizzative.

 

Addio all'appello

 

Ancora: abolizione dell'appello incidentale, ossia l'impugnazione proposta dall'imputato per contrastare quella del pm, con vistoso detrimento del principio costituzionale del favor rei; introduzione della declaratoria di inammissibilità delle impugnazioni in appello per manifesta infondatezza: soppressione, dunque, ancorata a parametri discrezionali, di un grado di giudizio di merito e insensata ed illusoria attribuzione ad un solo giudicante delle sorti dell'imputato; abolizione del ricorso per Cassazione per vizio di motivazione, che sottrarrebbe al giudice di legittimità il potere di annullare le sentenze illogiche o contraddittorie; militarizzazione degli istituti penitenziari che avrebbero, come direttori, non più civili bensì commissari di polizia penitenziaria. Un controllo interno, dunque, che non sfugge alle ansie di meccanismi corporativi. Oscurantismo e strategia del terrore. E lo Stato di diritto si dispera.

 
Giustizia: gli errori dei magistrati dal 1991 a oggi ci sono costati 600 mln di euro PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 23 gennaio 2015

 

Seicento milioni di euro. È questa la cifra stratosferica che lo Stato italiano ha speso, dal 1991 a oggi, per gli errori causati dai magistrati. È un quadro drammatico che emerge, come riportato dalla Stampa, dalle statistiche elaborate dal ministero dell'Economia e recapitate al ministero della Giustizia sull'entità dei risarcimenti liquidati dallo Stato per il malfunzionamento della giustizia.

Nel caso delle ingiuste detenzioni, vale a dire i cittadini che sono stati portati ingiustamente in carcere in custodia cautelare e dopo sono stati assolti o addirittura prosciolti, nel corso del 2014 sono state accolte dai giudici delle corti d'appello 995 domande di risarcimento e liquidati 35,2 milioni di euro. Un aumento del 41,3% rispetto al 2013, quando le domande accolte erano state 757, per un totale di 24,9 milioni di euro. Quasi mille persone, in altre parole, hanno vissuto nell'anno che si è appena concluso l'incubo di essere incarcerate ingiustamente, con una privazione della propria libertà personale.

Una massa enorme ma silenziosa, destinata a crescere se si pensa che ancora oggi quasi la metà dei detenuti rinchiusi nelle carceri italiane è in attesa di giudizio. Se in termini democratici la situazione è impressionante, altrettanto lo è in termini economici. Dal 1991, lo Stato ha infatti speso circa 600 milioni di euro in risarcimenti per ingiusta detenzione, cifra che avrebbe potuto essere molto più elevata se la legge non stabilisse un tetto di circa 516mila euro per risarcimento (o, meglio, indennizzo). E il 2014 ha registrato un aumento anche per quanto riguarda i pagamenti per i casi di errore giudiziario, in cui cioè il condannato con sentenza definitiva si vede poi assolto dopo un processo di revisione: dai 4 casi del 2013 si è passati ai 17 del 2014, costate alle casse dello Stato 1,6 milioni di euro. "Sono numeri - commenta il viceministro della Giustizia Enrico Costa - che devono far riflettere. Si tratta di persone che si sono viste private della libertà personale ingiustamente e per le quali lo Stato ha riconosciuto l'errore, disponendo il pagamento di una somma a titolo di riparazione. Non limitiamoci al mero dato statistico: dietro ciascuno di questi numeri c'è una storia personale, ci sono trepidazioni, ansie, che un assegno, anche di migliaia di euro, non può cancellare. Fin tanto che ci sarà anche un solo caso di carcerazione ingiusta, illegittima o ingiustificata, dovremo batterci con forza: la civiltà giuridica di un Paese si misura anche, e soprattutto, da questi indicatori". Intanto se andiamo nel dettaglio a livello distrettuale, nel 2014, spicca ancora una volta la Calabria: ovvero Catanzaro con 6 milioni e 260 mila euro andati a 146 persone colpite da errori giudiziari.

 
Giustizia: Pagano (Dap) "fondi per un anno ai progetti delle cooperative" PDF Stampa
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di Ilaria Sesana

 

Avvenire, 23 gennaio 2015

 

Chiuso definitivamente il capitolo "mense". Ora occorre lavorare per salvare le attività collaterali sviluppate nell'ultimo decennio dalle cooperative sociali che hanno gestito le cucine di altrettanti penitenziari italiani. È questo il compito assegnato a Luigi Pagano, già direttore del carcere di San Vittore e oggi vice-capo del Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria (Dap), che ha avuto l'incarico di coordinare le varie iniziative, facendo da collante tra il Dipartimento e le cooperative: "L'obiettivo è fare in modo che questi interventi non siano sporadici, ma arrivino a raggiungere obiettivi precisi". Pagano traccia un bilancio positivo dell'incontro che svoltosi mercoledì a Roma tra i funzionari del Dap e i rappresentanti delle cooperative: quasi tutti hanno già preannunciato di avere progetti da sviluppare. "Abbiamo il massimo interesse affinché continuino a lavorare con noi", aggiunge Pagano.

Tutti i progetti presentati saranno sottoposti alla valutazione di Cassa delle Ammende (ente pubblico istituito presso il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria, che stanzia fondi per sostenere programmi di riabilitazione e resinserimento dei detenuti, ndr) e, in caso di giudizio positivo, sarà lo stesso ente a erogare i fondi per avviare l'attività.

"Attenzione - avverte Pagano - Cassa Ammende finanzia i progetti solo in fase di start-up. Una volta trascorso il periodo di lancio del progetto, questo deve camminare sulle proprie gambe. Le cooperative devono riuscire a stare sul mercato. Non può e non deve essere un finanziamento continuo". Per ogni progetto presentato, verranno valutati singolarmente sia i contributi economici, sia la durata del periodo di sperimentazione.

"Ai fondi di Cassa delle Ammende si aggiungono poi altre provvidenze - sottolinea Pagano - ad esempio quelle della legge Smuraglia e la possibilità di avere in comodato gratuito l'uso dei locali: cucine o altri spazi del carcere per chi avesse bisogno di locali per avviare un impianto produttivo". I nuovi progetti, però, rappresentano solo un tassello degli sforzi che il Dap porterà avanti nei prossimi mesi per valorizzare il ruolo del lavoro all'interno degli istituti penitenziari. Anche grazie all'attivazione di una commissione interna istituita ad hoc da Santi Consolo, capo del dipartimento: "L'obiettivo generale è quello di migliorare le condizioni di vita all'interno delle carceri - spiega Pagano - e in questo quadro il lavoro ha un ruolo essenziale. Come elemento di spinta che ci permetta di incrementare le attività trattamentali e, allo stesso tempo, rimodulare la vita detentiva e i suoi tempi".

Altro tassello importante per potenziare il lavoro in carcere, la legge Smuraglia che offre sgravi contributivi e fiscali a cooperative e aziende che portano lavoro in carcere. Un elemento imprescindibile, per incentivare gli imprenditori a entrare nei penitenziari, ma che oggi sembra non bastare più: "Uno dei temi su cui stiamo riflettendo è l'adeguamento del costo del lavoro - aggiunge Pagano. L'obiettivo è trovare una linea mediana per evitare, da un lato, lo sfruttamento; dall'altro la garanzia di un margine di guadagno all'impresa o alla cooperativa". I tempi e le esigenze di sicurezza del carcere - infatti - troppo spesso si scontrano con quelli di un'azienda, che ha bisogno di ritmo e puntualità nelle consegne.

Per questi motivi - conclude Luigi Pagano - serve una riflessione seria e a 360 gradi del mondo del carcere "cercando soluzioni che si adattino a ogni singolo istituto, non possiamo pensare che esista una soluzione identica per tutti". Quel che è chiaro è l'obiettivo finale di questo processo: portare sempre più lavoro in carcere, perché è elemento essenziale per ridurre la possibilità che un ex detenuto torni a commettere nuovi reati.

 
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