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Giustizia;: Cantone "la critica del Csm sbaglia bersaglio, il testo è una buona mediazione" PDF Stampa
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di Dino Martirano

 

Corriere della Sera, 17 maggio 2015

 

Analizzata dalla plancia di comando dell'Anac, l'Autorità nazionale anticorruzione guidata dal magistrato fuori ruolo Raffaele Cantone, la ricetta del governo per contrastare il malaffare dei "colletti bianchi" spazia ben oltre i palazzi di giustizia e il codice penale: "Attendere solo l'effetto salvifico della norma repressiva contro la corruzione è una pia illusione perché un Codice degli appalti fatto bene o una buona riforma della Pubblica amministrazione contano più 100 interventi sulla sfera penale".

Seguendo questa impostazione, però, l'ex pm anticamorra Cantone, chiamato da Matteo Renzi all'Anac ad aprile del 2014, ora si ritrova inevitabilmente in rotta di collisione con i suoi ex colleghi che non fanno sconti all'esecutivo: "Certo, nello stesso giorno, dover argomentare sulle prese di posizione del Csm e dell'Anm non è poco...".

 

Il presidente dell'Anm, Rodolfo Sabelli, ha detto che "le decisioni adottate dalla politica sulla giustizia sono state troppo spesso caratterizzate da timidezza riformatrice, incoerenza, scelte di compromesso nascoste dietro interventi deboli...". È un'invasione di campo da parte del "sindacato" dei magistrati?

"Sono certo che queste frasi sono state estrapolate da un contesto. Troppo spesso ho partecipato a dibattiti con il presidente Sabelli e le sue posizioni in materia di lotta alla corruzione, per esempio, non mi sono mai sembrate lontane dai contenuti poi inseriti nella nuova legge".

 

Se la base dell'Anm è in subbuglio, la leadership del "sindacato" è in qualche modo costretta ad alzare la voce contro la politica?

Stimando Sabelli, vorrei credere che l'analisi sia frutto di dietrologia senza fondamento".

 

La VI commissione del Csm, presieduta dall'ex gip di Palermo Pier Giorgio Morosini, ha proposto un parere per il ministro in cui gli interventi contro la corruzione sono definiti "sporadici, frammentari, insufficienti...".

"Il parere della VI commissione, un testo che il plenum potrà certamente raffinare, va inteso non solo come critica ma anche come stimolo. Certo, non bisogna essere ingenerosi con questo Parlamento al quale all'inizio nessuno dava credito. Eppure ora abbiamo il reato di auto-riciclaggio, quello di voto di scambio politico mafioso e sono in arrivo il falso in bilancio e gli incentivi per chi collabora per fatti corruzione".

 

Il suo giudizio sul ddl Grasso riveduto e corretto è positivo, dunque?

"Il testo è buono anche grazie alla mediazione del ministro Orlando. Ci potrebbe essere anche qualche miglioramento - magari con la previsione dell'agente infiltrato, una sorta di microspia vivente diverso dall'agente provocatore fondamentale per le inchieste sulla corruzione - ma il Csm dovrebbe comunque apprezzare lo sforzo di mediazione fatto dal Parlamento. Mi sento di dire che le critiche contenute nel parere della commissione hanno sbagliato bersaglio".

 

Sulla prescrizione Anm e Csm puntano all'interruzione della decorrenza dei termini dopo la sentenza di primo grado. Concorda?

"Vado contro corrente. Ma da sempre sostengo che ci vuole un termine temporale fisso - fatti salvi l'omicidio volontario e la strage - oltre il quale non è ragionevole per lo Stato processare un soggetto che magari è profondamente cambiato nel corso degli anni. È il principio della ragionevole durata del processo, per cui in caso di condanna di primo grado o in appello è giusto ipotizzare un rallentamento della prescrizione, più che un suo congelamento".

 

Sulla prescrizione della corruzione veniamo dall'anno zero con 7,5 anni (legge Cirielli) poi portati a 10 per celebrare processi molto complessi. Dove va posizionata l'asticella?

"Tornare alla situazione pre Cirielli, 15 anni, o qualcosa di più, è ampiamente ragionevole".

 

Le intercettazioni, con tutte le implicazioni per la privacy sui terzi non indagati, sono irrinunciabili nella lotta alla corruzione?

"Le intercettazioni sono uno strumento investigativo molto invasivo ma fondamentale per le indagini. Detto questo, ben venga l'udienza filtro nella quale, in contradditorio, si selezionano le intercettazioni penalmente rilevanti e dunque pubblicabili".

 

Gli impresentabili alle elezioni: i partiti potrebbero fare di più per garantire liste pulite?

"Ci vorrebbero tre filtri successivi per affrontare un fenomeno certamente non nuovo. Il primo: la legge regola le incandidabilità per fatti gravi. Il secondo: un codice etico adottato dai partiti che stabiliscono davanti agli elettori qual è il livello dell'offerta politica in materia di onorabilità dei candidati. Il terzo: regole di opportunità politica che inducano a fare attenzione, con le dovute garanzie, se ci si trova davanti parenti stretti dei condannati per fatti gravi e a bloccare operazioni indecenti di trasformismo".

 

E le piccole liste fiancheggiatrici per le quali molte di queste regole vengono meno?

"In Campania, come altrove, si può vincere o perdere per una manciata di voti. Per cui le leggi elettorali che favoriscono le grandi ammucchiate andrebbero stemperate. Nel mio paese, Giugliano, ora si vota per il Comune: da noi sono 500 i candidati inseriti nelle liste".

 
Giustizia: sulle norme anti-corruzione alti richiami, ma regole e scelte dal basso PDF Stampa
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di Danilo Paolini

 

Avvenire, 17 maggio 2015

 

La corruzione da devianza a "concezione" della vita. Un pessimo salto di qualità, se così si può dire, che il capo dello Stato Sergio Mattarella ha segnalato con preoccupazione qualche giorno fa a Torino, per contrasto rispetto alla bella realtà di generosità e condivisione che stava visitando: l'"Arsenale della pace" di Ernesto Olivero.

Una "concezione rapinatoria", ha detto per la precisione il presidente della Repubblica, che si è ormai diffusa come gramigna nella politica, nell'economia, nella società. Inasprire le pene - come si accinge a fare il Parlamento nella settimana che comincia domani -sicuramente non è uno sbaglio, ma difficilmente sarà risolutivo.

E non perché, come ha scritto una commissione del Consiglio superiore della magistratura in un parere che mercoledì dovrà passare l'esame del plenum, manca un intervento legislativo organico. Ma perché norme e sanzioni rischiano di non bastare. Innanzi tutto per una ragione banalmente pratica: per punire severamente un crimine bisogna prima scoprirlo e individuarne in tempi rapidi i responsabili. Altrimenti, la severità resta sulla carta, trasformandosi nella caricatura dell'impunità.

È un po' quello che accade per certi reati considerati a torto "minori" ma di grande impatto sociale, come i furti di veicoli e quelli in casa, per i quali di tanto in tanto si alza l'asticella della punizione senza che ciò comporti la minima scalfittura nelle statistiche delle condanne.

Né si può pretendere, tornando ai reati di corruzione e affini, di supplire a tali difficoltà investigative espandendo in maniera abnorme i tempi di prescrizione, com'era nelle intenzioni di una parte della maggioranza di governo. La quale bene ha fatto a ridimensionare (per il momento solo al tavolo della trattativa con gli alleati) i fattori di calcolo, nell'ambito di quest'altra importante riforma in materia processuale. Mentre è plausibile congelare il decorso dei termini per un tempo limitato dopo i processi di primo e secondo grado, infatti, non è pensabile che un delitto contro la pubblica amministrazione punito nel massimo con 10 anni di reclusione si prescriva dopo 18 o 21 anni: la ragionevole durata del processo, che è un principio contenuto in Costituzione, è infatti un pilastro dello Stato di diritto tanto quanto la necessità di garantire la certezza della pena. Inoltre, non si può dare per scontato che il cittadino sotto inchiesta sia per ciò stesso colpevole e che sia quindi una forma di giustizia preventiva lasciarlo per vent'anni ad attendere la sentenza. La norma (costituzionale anche questa) è la presunzione di non colpevolezza fino alla condanna definitiva, non il suo contrario.

Detto ciò, è evidente che per sperare di sconfiggere un fenomeno che "blocca il Paese e lo sviluppo" - parole del presidente dell'Autorità anti-corruzione Raffaele Cantone - serve un salto di qualità maggiore, ovviamente in positivo, rispetto a quello di cui si parlava. Una svolta culturale, innanzi tutto, che cominci in famiglia, a scuola, in parrocchia, nei circoli sportivi o con iniziative come la "Notte bianca della legalità" che si è svolta ieri al Tribunale di Roma: chi bara non è furbo e sveglio, è solo un disonesto e come tale va trattato.

Ma per non passare da ingenui, oltre a preparare un futuro migliore occorre aggredire con energia il presente: vanno disboscate senza riguardi consorterie, burocrazie, concentrazioni di potere politico ed economico. Soprattutto a livello locale, dove spesso la "concezione rapinatoria" non si esaurisce nel penale. Come definire altrimenti certe normative sui rimborsi e sui vitalizi ai consiglieri regionali a cui, soltanto ora e solo in alcuni casi, si sta cercando di porre rimedio? Come lo spreco dei fondi destinati alla formazione professionale, la giungla di municipalizzate dai misteriosi bilanci, l'uso sfacciato dell'autonomia da parte di alcune Regioni a statuto speciale, l'ipertrofia diffusa di quelle a statuto ordinario?

A fine mese si voterà per il rinnovo dei Consigli (e quindi delle giunte) di ben sette Regioni. È un grande banco di prova per la credibilità, già largamente compromessa, della politica: i partiti, tutti, dovranno dimostrare di sapere (e volere) tradurre in pratica sul territorio quanto predicano a livello nazionale.

 
Giustizia: Tribunali del fisco, così la mediazione lascia le stanze dell'Agenzia delle Entrate PDF Stampa
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di Marco Mobili

 

Il Sole 24 Ore, 17 maggio 2015

 

La mediazione dice addio alle stanze dell'agenzia delle Entrate per traslocare direttamente nelle Commissioni tributarie. Anzi, nei nuovi tribunali tributari che, insieme alle corti d'appello dedicate alla materia fiscale, andranno a sostituire rispettivamente le attuali Commissioni provinciali e regionali. Più spazio alla conciliazione giudiziale che debutta anche in secondo grado. E per spingere fisco e contribuenti a trovare comunque un accordo per tagliare le liti si studiano sconti differenziati sulle sanzioni. Se poi la violazione oggetto della lite è scaturita dall'incertezza della norma o da una sua corretta applicazione perché è oggettivamente "sbagliata", i giudici tributari potranno disapplicare le sanzioni amministrative. Il penale non si tocca.

Sono soltanto alcune delle principali novità della riforma del contenzioso tributario che sta muovendo i suoi primi passi nel complesso cantiere dell'attuazione della delega fiscale. L'obiettivo del Governo è di portare in Cdm i decreti di riforma del processo e della macchina della giustizia tributaria per la metà di giugno quando presenterà l'intero pacchetto per rendere operativa la delega, tra cui le norme sulla revisione delle sanzioni penali (quelle già presentate e poi ritirate con la soglia di non punibilità del 3%) e amministrative.

La riforma in arrivo - oggetto ora di un serrato confronto tra l'amministrazione finanziaria, Palazzo Chigi e il Mef - punta, dunque, a potenziare la mediazione tributaria, che non sarà più gestita dalle strutture dell'Agenzia ma avrà una sezione ad hoc all'interno del nuovo tribunale tributario, destinato - come detto - a sostituire almeno nel nome la Commissione provinciale. La "sezione mediazione", che deciderà come fosse una sorta di collegio arbitrale, sarà composta da un giudice onorario del Tribunale tributario, da un funzionario delle Entrate (ma solo con una determinata qualifica e con esperienza professionale di almeno due anni presso gli uffici legali dell'Agenzia) e da un professionista abilitato con esperienza nel settore e anzianità di iscrizione all'albo di almeno due anni. Queste due figure saranno inserite in elenchi tenuti dal Tribunale tributario.

Per i giudici monocratici e per quelli che fanno parte della sezione mediazione si pensa di introdurre un compenso aggiuntivo. Sui trattamenti economici, tema da sempre caldo della giustizia tributaria, si prevede comunque un rinvio a un futuro decreto della Presidenza con cui saranno fissati gli emolumenti mensili secondo criteri che tengano conto della qualifica e delle funzioni svolte.

Rivisti anche i poteri dei giudici tributari. Tra questi la novità di maggior rilievo riguarda la prova testimoniale che con la riforma in arrivo sarà ammessa con valore di presunzione semplice. Restano espressamente esclusi invece l'interrogatorio formale e il giuramento. Il giudice tributario, inoltre, nei casi più complessi potrà avvalersi di consulenti tecnici. E soprattutto, per verificare la verità, il giudice può esercitare i poteri istruttori di accesso, di richiesta di dati, di informazioni e di chiarimenti riconosciuti dalla legge ai soggetti che hanno emesso gli oggetto d'impugnazione.

Il reclamo e la mediazione potranno essere utilizzati dai contribuenti per liti di valore non superiore a 20mila euro e relative ad atti emessi dall'agenzia delle Entrate. Alla luce dei principi espressi dalla delega che puntano a introdurre strumenti deflattivi del contenzioso, non è escluso che sulla mediazione il Governo provi a osare di più proprio sulla mediazione, magari elevando l'attuale limite di 20mila euro e l'allargamento anche ad altri atti oltre a quelli emessi dalle Entrate. Allo studio c'è comunque anche una penalizzazione per chi va avanti e poi soccombe nelle liti fino a 20mila euro: chi perde è infatti condannato a restituire, oltre alle spese di giudizio, anche una somma pari al 50% delle spese di giustizia come rimborso degli oneri sostenuti per il procedimento legato al reclamo e alla successiva mediazione evidentemente non andata a buon fine.

Nello spirito della riforma si prevede dunque un giudice monocratico per le liti fino a 20mila euro. Per le cause più elevate il giudizio sarà sempre e solo collegiale. Tra le proposte avanzate dai tecnici in questa fase c'è anche quella di prevedere dei giudici tributari professionisti. Ma le implicazioni che questa vera e propria rivoluzione potrebbe comportare sia in termini di costi che di soggetti interessati (dal Guardasigilli al Csm) potrebbero affossare fin da subito l'idea di dotare i nuovi tribunali tributari di giudici professionisti.

Per ridurre le liti fiscali, lo schema di decreto sulla riforma del processo tributario prevede che la conciliazione in pendenza di giudizio potrà essere "ricercata" anche in Corte d'appello nel caso in cui il giudizio in primo grado si sia concluso con una sentenza di parziale accoglimento del ricorso. La conciliazione potrà essere raggiunta solo nei procedimenti discussi in sede collegiale e l'accordo per definire in tutto o in parte la controversia dovrà arrivare non oltre "i 10 giorni liberi" prima dell'udienza fissata per la discussione. Questo varrà sia in primo che in secondo grado. E per spingere alla chiusura anticipata delle liti si punterebbe a prevedere in caso di conciliazione tra fisco e contribuenti la riduzione differenziata delle sanzioni amministrative: in primo grado la penalità sarà pari a un terzo delle somme irrogabili in rapporto all'ammontare del tributo che emerge dalla conciliazione e comunque non inferiore a un terzo dei minimi edittali; se l'accordo viene raggiunto in Corte d'appello le sanzioni amministrative saranno pari al 40% delle somme irrogabili in rapporto dell'ammontare del tributo che emerge dalla conciliazione.

 
Giustizia: strage di Napoli; il degrado non c'entra, non sappiamo più riconoscere la follia PDF Stampa
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di Conchita Sannino

 

La Repubblica, 17 maggio 2015

 

Il giallista Maurizio De Giovanni sul caso dell'uomo che dal proprio balcone a Napoli ha sparato all'impazzata uccidendo 4 persone: "Ora non venitemi a dire che questo massacro esplode per una lite sui panni da stendere".

Le ossessioni invisibili che deragliano in tragedia, le nascoste nevrosi che sfociano nel sangue, lo appassionano da sempre. Maurizio De Giovanni, il giallista di culto, l'ex impiegato di banca diventato caso letterario, l'autore che ha dato vita al malinconico Ricciardi, commissario anni Trenta che "vede i morti", o all'inquieto e contemporaneo ispettore Lojacono, stavolta però parla "da cittadino".

 

De Giovanni, se un infermiere incensurato si trasforma in un cecchino che spara dal balcone, non c'è altro colpevole?

"Non è vero, siamo tutti colpevoli. Una follia del genere non esplode senza segni. È impossibile che non ci sia stata mai una manifestazione di malessere. Dobbiamo dirci che non esiste più quello che chiamavamo "controllo sociale". Chi è in grado, chi ha voglia, dal vicino di casa al familiare, di penetrare il grado di prostrazione in cui scivola una persona? Siamo attaccati alle tastiere, collegati col mondo ma, più di ieri, non sappiamo l'altro cosa abbia dentro. Frettolosi: perché in fondo scoprire quel pensiero costerebbe fatica, o disagio. Allora meglio parlare tanto, in 140 caratteri o con le faccine, e non aprirsi mai. Tutti presi da cose prevalentemente inutili da "taggare", "postare". Questa è la prima sensazione. Poi c'è un'altra riflessione da fare".

 

Si riferisce alle armi detenute legalmente?

"Sì, questo fa spavento. Noi non siamo in America, dove il modello delle armi per tutti è legato alle lobby di chi le vende. Io penso che non può bastare neanche una fedina penale pulita e una documentazione impeccabile a concedere la possibilità di avere un'arma. Dovrebbe accadere in casi molto rari, e su robuste motivazioni. Perché quel possesso implica l'elevata possibilità che il fucile a pompa o la pistola vengano usati, anche in un eccesso di legittima difesa. E soprattutto: chi è autorizzato dovrebbe essere sottoposto a controlli rigorosi, ma affidati a strutture sanitarie, ad esperti psichiatri. Si fa, questo? O la norma prescrive solo un burocratico rinnovo?".

 

De Giovanni, forse suona insolito, stavolta Napoli è uno sfondo come tanti?

"Di più, voglio essere drastico. Nessuno osi collegare questa strage allo stereotipo del degrado. Penso al carabiniere che nel cosentino uccise la moglie e si suicidò, alla madre albanese che a Lecco ammazzò i suoi tre figli. Napoli conta purtroppo, tra le sue anime, anche una strutturata dimensione criminale, ma qui non c'entra: qui assistiamo a una follia individuale, che esplode dentro quel deserto a cui somigliano sempre di più condomìni, metropoli. Con i disagi stipati sotto, nel fondo delle nostre vite iper-connesse".

 
Giustizia: strage di Napoli, gli armieri e i collezionisti "sparano" contro il governo PDF Stampa
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Di Maurizio Gallo

 

Il Tempo, 17 maggio 2015

 

Dopo la tragedia di Napoli è polemica sulle restrizioni al porto di pistola. Insorgono esperti e addetti di un settore che fattura mezzo punto di Pil. "Ho fatto una cazzata...". Queste le parole di Giulio Murolo subito dopo l'arresto. L'infermiere di 45 anni autore della strage di Napoli non aveva solo armi legali, detenute probabilmente grazie a una licenza di caccia, ma anche un Kalashnikov "clandestino" (con i numeri di matricola abrasi) sotto al letto.

La sparatoria ha sollevato il solito nuvolone di polemiche sul possesso di armi da fuoco. "L'accesso alle armi è troppo facile. Bisogna rendere molto più difficile il percorso per arrivare a possederle, servono valutazioni ben più approfondite - osserva lo psichiatra Claudio Mencacci. La logica deve essere quella di concedere armi a pochissime persone, perché anche il possesso per uso sportivo rischia di diventare pericoloso".

Di diverso avviso il responsabile del Viminale: "Il nostro è un Paese che non ha un particolare favore normativo" per le armi - dichiara Angelino Alfano - "si tratta di un tema sul quale riflettere bene per prendere decisioni che non siano dettate dall'emotività". Il timore degli addetti, invece, è che queste tragedie portino a una stretta "ideologica" sulla concessione di permessi, già resa più difficile dalla recente modifica della normativa esistente.

È un settore che conta 94.000 addetti, 2.200 aziende e fattura mezzo punto di Pil all'anno. La sua produzione stimata vale circa 800 milioni di euro e l'Italia è la prima al mondo per esportazioni, con il 90% della "merce" che va all'estero e copre il 70% dell'offerta comunitaria. Ma quello delle armi da fuoco è un tema spesso strumentalizzato in occasione di episodi di "nera", come quello di venerdì a Napoli, o di timori per la sicurezza collettiva, come quello di attentati terroristici. Una paura diventata psicosi con la nascita dell'Isis e l'entrata in scena dei cosiddetti foreign fighters. Ed è proprio con il decreto antiterrorismo, modificato recentemente ed entrato in vigore il 21 aprile, che il governo ha introdotto limitazioni per i possessori di pistole e fucili. Limiti considerati "assurdi e insensati" da armieri e appassionati, che hanno creato un comitato e raccolto migliaia di firme per evitare un sicuro danno economico, oltre a disagi e spese extra per i cittadini.

 

La nuova legge

 

Ma vediamo che dice la nuova legge. Due articoli disciplinano l'acquisto e la detenzione di armi da fuoco e caricatori. Uno colpisce indiscriminatamente le armi "soggette ad autorizzazione" secondo la Direttiva europea e identificate con la sigla "B7", cioè simili a quelle militari, come il Kalashnikov. Anche se, ovviamente, hanno solo l'aspetto di un vero Ak47, ma non sparano a raffica, non lanciano granate e sono utilizzate per il tiro a bersaglio nei poligoni e a caccia. Entro il 4 novembre, poi, vanno denunciati (con spese per carte da bollo per gli utenti, e lavoro aggiuntivo per polizia e carabinieri) i caricatori di pistola che contengono più di 15 cartucce e quelli per fucile con più di 5. Qual è il senso? Quale lo scopo? Non si capisce. Di certo, ha poco a che fare con il terrorismo.

"Sono norme che complicano una legislazione già poco chiara e frammentaria e mettono in ginocchio l'intero settore perché quel tipo di armi è quello più usato dai tiratori - osserva Andrea Gallinari, collezionista e uno dei coordinatori del "Comitato Direttiva 477". È un attacco ideologico che non cambia niente dal punto di vista della sicurezza, anche perché i reati con armi legali sono il 6,5% di tutti quelli commessi con un'arma, mentre pistole, fucili e mitra illegali sono tantissimi. Sul mercato clandestino un Ak47 con due caricatori costa appena 150 euro. Infine il decreto contrasta con la Direttiva Ue 477, che non ritiene i caricatori parte dell'arma".

 

"Norme inutili"

 

Per Massimiliano Burri, perito balistico, consulente del Tribunale di Roma e titolare di "Maxarmi" a San Giovanni, è una legge "inutile, fatta da gente incompetente". Un altro esempio? "Allo scopo di tracciare gli acquisti della polvere da sparo, con cui gli appassionati ricaricano le cartucce, dobbiamo comunicare il codice dell'etichetta al commissariato - spiega Burri - Ma le pare che il miliziano dell'Isis va a comprare gli esplosivi in armeria?

Queste norme non servono a prevenire né attentati, né omicidi. A parte il fatto che in Italia di armi non ce ne sono 11 ogni 100 persone, contro le 45 in Finlandia, le 31 in Francia e le 30 in Germania". Ma l'infermiere di Napoli aveva un porto d'armi o comunque la licenza di caccia. "Aveva anche un Ak45 con i numeri di matricola abrasi - sottolinea Burri - Il concetto, comunque, è che a sparare non è l'arma, ma l'uomo che c'è dietro. Il ghanese Kabobo uccise tre persone con un piccone per strada, allora vietiamo tutti i picconi? L'infermiere, se non fosse stato armato, poteva far esplodere una bombola e far saltare il palazzo. Allora daremmo la colpa alle bombole del gas? L'arma è una potenzialità in più, non la causa di queste tragedie. Il problema sono i controlli e noi siamo i primi a chiedere che vengano intensificati".

Secondo Angelo, titolare dell'armeria "Shooter" a Montesacro e anche lui membro del Comitato, "che ha già raccolto migliaia di firme", quello delle armi "fotocopia" di quelle militari è il settore che tira di più: "Rappresenta quasi l'80% del giro d'affari - precisa - e già abbiamo previsto il 40% del fatturato in meno con le nuove regole. Tutti sanno che i detentori legali di armi sono i primi a rispettare la legge e se ti beccano ubriaco alla guida, oltre alla patente, ti tolgono subito anche l'arma. Ci vuole molto a capire che non è una pistola che fa il killer?".

 

Tiro a volo

 

Mentre negli anni sono diminuite le licenze per uso caccia e difesa personale, sono cresciute quelle per "tiro a volo", licenze sportive per sparare nei poligoni, sottoposte allo stesso genere di controlli di polizia: nel 2002 erano 127.187, salite a 352.149 nel 2011, a 373.693 nel 2012, a 397.751 l'anno seguente e a 397.384 nel 2014. E su queste incombe un'altra "minaccia", non contenuta però nel decreto. Dopo la strage di Milano, si è fatta insistente la voce di nuove limitazioni anche in questo campo.

L'idea è di affidare la detenzione delle armi da tiro ai poligoni. Una follia, visto che nel 2008 (dati Istat) in Italia c'erano circa 10 milioni di "pezzi" e 4 milioni di famiglie erano armate. "È una cosa irrealizzabile - afferma Burri - Dove metti tutta quella roba? Come la custodisci? Come ti organizzi per il carico e scarico?". "Il deposito coatto nei poligoni non risolverebbe nulla - spiega Gallinari - E poi che c'entra la strage di Milano? Lì sono mancati i controlli. La verità è che il Viminale è in enorme ritardo con l'informatizzazione delle denunce e l'archivio armi. Hanno ancora i faldoni legati con lo spago...".

 
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