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Libri: intervista a Mario Trudu, autore di "Totu sa Beridadi, storia di un sequestro" PDF Stampa
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a cura di Francesca de Carolis

 

www.unacitta.it, 2 febbraio 2015

 

Pastore, nel 1979 viene arrestato con l'accusa di sequestro di persona a scopo di estorsione. Condannato per un delitto del quale da sempre si dichiara innocente, durante una breve latitanza è responsabile del sequestro dell'ingegner Gazzotti. Condannato all'ergastolo, ostativo ( fine pena mai effettivo). In carcere, a Spoleto, si diploma all'Istituto d'Arte. Attualmente è nel carcere di San Gimignano. La sua vicenda nell'autobiografia "Totu sa beridadi", tutta la verità, in libreria ora con Stampa Alternativa.

 

Lei è in carcere da 35 anni, come raccontarli?

Questa carcerazione infinita... è impossibile raccontarla, anche se alle volte ci proviamo, e per quel poco che riusciamo a esprimere non è sempre facile trovare le parole giuste, adatte, a far capire ala gente cosa si pensa, cosa si è provato, cosa sono stati per me questi 35 anni di carcere; le parole alle volte sono limitanti, ci vorrebbero parole nuove e tanto forti che non esistono. E meglio così altrimenti le persone che leggessero la mia storia con tutte le sue ingiustizie, ne uscirebbero con il corpo ustionato.

 

Lei è stato condannato per un sequestro di cui si è sempre dichiarato innocente e per un secondo di cui si assume piena responsabilità...

"Fossi solo io a protestare la mia innocenza! La mia parola non ha mai contato niente ed è molto probabile che non conterà mai nulla, ma sono le carte a gridare, a urlare la mia innocenza insieme ai miei coimputati. Il secondo sequestro, invece, è stata conseguenza della prima ingiustizia compiuta, ma la responsabilità di quel sequestro è solo mia, e nella mia autobiografia spiego come sono andate realmente le cose".

 

A volte la vita prende direzioni impreviste...

"La direzione è sempre il destino a deciderla, frutto di combinazioni, di fatti successi senza che uno li provochi, e per me è successo lo stesso. È il frutto avvelenato di cinque maledetti minuti. Un incontro nel lontanissimo giorno del 1978, l'inizio dei miei guai, con una persona che poi è stato il mio accusatore.

Ero pastore, ma posso dire che non svolgevo nessun lavoro, perché io ero una persona innamorata di ciò che facevo, e uno l'amore non lo vive mai come lavoro. È solo gioia che si vive minuto dopo minuto. Sì, amavo fare quel lavoro, pensavo che non esisteva altro da poterlo sostituire, mi permetteva di sognare, di fare progetti, come crearmi una famiglia, che poi era la cosa che desideravo di più. Pensavo che solo la morte avrebbe potuto averla vinta su quel mio stare bene. Poi ho scoperto che c'è qualcosa di più forte della morte, ed è l'ingiustizia, quella sì, che è potente e invincibile, e io ho dovuto sperimentarla sulla mia pelle.

Io ho avuto a che fare con la morte, ma da quello scontro ne sono uscito vincitore. Con l'ingiustizia combatto da 35 anni, e da allora sono sempre stato un perdente. L'ingiustizia non si ammala mai, quindi non puoi sperare che abbia almeno un momento di debolezza da poterla sopraffare".

 

Come ha cominciato a scrivere la sua storia?

"L'idea iniziale era solo di prendere degli appunti affinché rimanesse qualcosa scritto su di me, sulla mia disastrata esistenza. Prendevo questi appunti su dei quaderni. Nell'inverno del 2000 mi fu concesso per un paio d'ore al giorno di poter accedere ad un vecchio computer, residuato bellico di un corso d'informatica fatto dieci anni prima. Presi la decisone di scrivere la mia autobiografia spinto anche dalla mia carissima nipote Rosa, che mi ha dato una grossa mano nella trascrizione degli appunti.

Man mano che scrivevo della mia attività di allevatore e della natura che mi circondava, della quale ero innamorato fin da bambino, mi veniva voglia di abbandonare il resto della storia, con tutti i suoi fatti scabrosi e pieni di paura di cui non riuscivo a liberarmi. Mi veniva voglia di descrivere solo la bellezza, la grandezza della natura, degli animali. Ero tormentato: vedevo più giusto e importante parlare del creato che affrontare le sconcezze che produce l'essere umano. Ma vinsero altre spinte al mio interno, e decisi di descrivere anche la rabbia, l'odio. Decisi di ritornare al punto di partenza e mischiare tutto. Volevo che si sapesse anche quanto mi era stato imposto dallo stato, quanto lo "stato" ha agito da fuorilegge su di me e non solo. E oggi da una montagna di cose forti dette a denti stretti (a tratti in mondo forse non sempre comprensibile) ne è uscito un quadro che ogni tanto lascia intravedere il sole. Ma subito tornano le nuvole tempestose e ti impongono nuovamente il malumore.

Forse è un'autobiografia un po' particolare; credo di essere riuscito a non rimanere incastrato, rapito dalla parte più orribile della mia esistenza, ho scritto di tantissimo altro. Momenti che mi hanno riempito di gioia e quei ricordi ancora oggi mi danno motivo a tratti di sorridere".

 

È un'autobiografia piena di dettagli...

"È vero, avrei voluto scrivere tutto puntigliosamente perché non sfuggisse niente al lettore, che non mi conosce, e solo con quanti più dettagli sarei riuscito a descrivere il tutto, sarebbe potuto saltare fuori un "giudizio" più vicino alla realtà. E non perché volessi che non sfuggisse niente a me stesso, perché quanto ho fatto di buono e allo stesso modo le cose non buone sono dentro di me e non potranno mai sfuggirmi".

 

C'è molto racconto della Sardegna e dei suoi monti...

"Avrei voluto parlare di più della mia Sardegna e dei suoi monti ma questa è un'autobiografia e nella mia vita ci sono invece tante cose che avrei preferito che non fossero mai successe e che però devo raccontare, non posso farne a meno, fanno parte di quest'uomo. Nella vita dobbiamo, ci piaccia o no, fare i conti con il destino, a volte più che crudele. Se fosse possibile, racconterei me stesso solo parlando della Sardegna, raccontando i miei monti, potrei vivere in eterno dei loro ricordi.

In un racconto sui vecchi del mio paese, della mia infanzia, riferendomi alla mia "asineria", addebito la colpa di questo al fatto che fin da piccolissimo ero rapito dalla natura, dalla campagna, dai monti, fiumi e animali, distraendomi da quella cultura che la scuola mi avrebbe consegnato.

Ricordo ancora, e in modo lucido come se quei momenti li stessi vivendo in questo istante... capitava spesso che da bambino andassi con mio padre alla vigna che avevamo a Sella Eleci, e dormivamo all'aperto. C'era solo una capanna di frasche (unu barraccu), al mattino presto verso le quattro mio padre accendeva un fuoco e io anche se molto piccolo non stavo certo a dormire, non mi sarei perso niente, volevo vivere tutte quelle sensazioni gradevoli che l'occasione mi offriva. A quell'ora quasi sempre mio padre prendeva una canna lavorata in un certo modo detta sa prannuga, un utensile fatto per raccogliere i fichi d'india. A quell'ora erano bagnati dalla rugiada, me ne sbucciava uno o due e me li mangiavo. Erano così freschi e gustosi! In questo momento ricordando il loro sapore mi viene naturale inghiottire la saliva... In quel modo di vivere, di fare, c'era tutta la mia vita".

 

E l'incontro con gli uomini?

"Mi è capitato di avere a che fare con magistrati e sbirri più umani, ma pochi davvero. Io credo che i miei concittadini meritino di essere trattati diversamente da come è stato trattato Mario Trudu, e parlo anche di miei coimputati. Mi riferisco in particolare a un giudice che per anni era ritenuto un baluardo di forza contro i sequestri in Sardegna, e dopo a quanto pare è saltato fuori un poco "chiaro" suo intervento nei sequestri. Il giudice che ha voluto la mia condanna per un sequestro che non ho fatto, e da anni lo urlo... Lombardini, che si è sparato un colpo di pistola quando è stata aperta un'inchiesta sul suo "operato". Io sono l'unico ancora in carcere dopo 35 anni".

 

Lei sostiene di aver subito una doppia ingiustizia...

"Oltre al primo processo, la seconda ingiustizia la addebito al mondo politico che, tradendo in tutti i modi la Costituzione, non modifica l'articolo 4 bis, rendendo ostativa la condanna per alcuni tipi di reati, fra i quali l'art.630, sequestro di persona a scopo di estorsione, per il quale io ho subito la condanna. Hanno pensato anche di rendere quell'articolo retroattivo: quando fu varato il d.l. nel 1992, le mie condanne erano definitive da tempo, eppure retroattivamente mi viene applicato l'art.4 bis, rendendo il mio ergastolo ostativo, cioè trasformandolo in pena di morte, visto che non posso usufruire di alcun beneficio penitenziario, né potrò mai essere scarcerato. Eppure la Costituzione all'art.25 dice: "nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso", e non 13 anni dopo come è stato fatto nel mio caso. Le leggi varate dopo che è stato commesso il reato possono essere applicate retroattivamente solo nel caso in cui il reo ne abbia dei benefici. Questo non si può dire certo dell'art. 4bis, cosa più peggiorativa non potrebbe esistere: l'ergastolano che ne viene colpito potrà uscire dal carcere solo dentro una bara, sperando che la morte non si dimentichi di lui.

Non rispettano nemmeno le leggi internazionali. La grande Camera della Corte Europea di Strasburgo il 21 ottobre 2013 (sentenza Del Rio Prada c. Spagna) ha stabilito l'irretroattività delle modifiche peggiorative di norme sostanzialmente penali riguardanti l'esecuzione della pena, i metodi per l'applicazione di benefici penitenziari e d'indirizzo giurisprudenziali, per violazione delle leggi domestiche da parte dei giudici nazionali.

È proprio di oggi il rigetto di una mia richiesta di permesso premio, motivata con la sentenza di Strasburgo Del Rio Prada. Le nostre Corti maggiori disattendono i regolamenti che formano le leggi, allo stesso modo le Corti e la magistratura di sorveglianza non si adeguano alle leggi internazionali. Mi viene da pormi una domanda: ma perché lo stato italiano sottoscrive le leggi internazionali se poi non le applica?".

La sua condizione di ostativo è anche conseguenza della sua scelta di non "collaborare"...

"La mia condizione di ostativo è quella di un morto vivente, e tuttavia credo che le persone che hanno dignità non collaborano... o meglio, non lo fanno per ottenere qualcosa in cambio. Se una persona arriva ad uccidere un uomo, e per un po' di libertà arriva a vendersi anche il suo cadavere, è una cosa inconcepibile per me, non sopravvivrei a un'azione così vile. Pentirsi non significa far arrestare delle persone, il pentimento è cosa interiore, te lo devi sentire dentro e non pretendere nulla in cambio. E poi, quanti "falsi" pentiti! Non basta la storia dei "pentiti" del caso Borsellino? Mi sembra che è subentrata la cultura di impossessarsi della dignità delle persone, e in molti trovano terreno fertile, ma ci sono terreni che non potranno mai essere coltivati con una semenza così velenosa, nemmeno usando la dinamite. Di questo sono stato sempre convinto e credo morirò con questa convinzione. E non pensate che non amo la libertà, eh no! Ma se devo scegliere fra la libertà e la dignità scelgo la dignità".

 

Lei ha scritto che una delle sue "pene" è non poter parlare la lingua sarda...

"Il non poter parlare in lingua sarda è una delle mie pene, anche se non è l'unica; non aver potuto crearmi una famiglia e di conseguenza non avere figli è un'altra delle mie pene... Da ragazzo credo di aver odiato la scuola anche per questo, ci costringevano ad imparare l'italiano, cosa importantissima, ma per me arrivava e arriva dopo la mia madre lingua.. non riuscivo a capire perché non mi insegnavano a scrivere in sardo. Non solo non mi insegnavano a scrivere in sardo, mi proibivano anche di parlarlo in classe, la lingua della mia terra, quella che i miei genitori mi hanno insegnato con tanto amore fin da piccolo. E oggi, a causa di questo stato che mi tiene lontano dalla mia nazione sarda, forse sto perdendo la mia lingua, anche se faccio di tutto per non darla vinta almeno su questo.

Scrivo molto in sardo, ho tradotto la mia autobiografia e anche un libro di racconti dei vecchi del mio paese, scritto dai ragazzi delle scuole medie di Arzana, e scrivo tante poesie nella mia lingua. Sempre scritta in sardo mandai una lettera a Papa Francesco, quando abolì l'ergastolo nel suolo vaticano, gli chiesi in modo scherzoso e provocatorio che venissi estradato in territorio Vaticano, dandogli la mia parola che se ciò fosse avvenuto non gli avrei mai chiesto di essere fatto santo, ero convinto che san Mario non suona bene.

Me la sono sempre presa con i "politici sardi" perché non hanno mai fatto niente per introdurla come materia scolastica; ho sempre desiderato che anche le madri sarde insegnassero ai loro figli fin da piccoli la lingua dei loro genitori, che è la nostra, la loro identità.

Quando penso alle cose della mia terra con i nomi nella nostra lingua, con le sue forme, riesco ad immaginarle e vederle, le sento mie. Se di qualcosa non ricordo il nome in sardo e provo a immaginarlo e vederlo con il nome in lingua italiana devo proprio fare una grande fatica per sentirlo mio".

 

Da quanto chiede un avvicinamento alla sua terra?

"Se parliamo di trasferimento definitivo, è dal 2004. A quella prima richiesta mi risposero che per motivi di sicurezza non avrebbero potuto trasferirmi, e ancora oggi le cose non sono cambiate. Oggi in Sardegna trasferiscono tutti... ma non Mario Trudu. Riguardo all'avvicinamento colloquio che chiedo da sempre avendo una cara sorella, Raffaela, che per motivi di salute non è mai potuta venire a trovarmi, nei 14 anni di fila che mi trovo deportato nel continente, nel 2004 mi è stato concesso un mese nel carcere di Nuoro, poi per otto anni più nulla, raramente hanno risposto alle mie richieste. Una volta, a una mia richiesta di permesso con la scorta per vedere mia sorella, mi hanno risposto che mandarmi era pericoloso anche per la scorta. Per un po' mi scervellai cercando di ricordare come avessi scritto quella richiesta. Mi domandavo: non è che ho chiesto di andare in Iraq invece che ad Arzana?

Il rigetto di una di queste richieste lo impugnai al tribunale di sorveglianza di Perugia e menomale che trovai come presidente un vero signore che con una ordinanza impose al Dap di darmi un altro mese di avvicinamento colloquio nel carcere di Nuoro, nel 2012. Così potei abbracciare la mia stimata sorella. La finisco qui, se dovessi continuare sono certo che mi mangerei il tavolino che ho davanti".

 

Il pensiero con il quale si addormenta, quello con il quale si sveglia...

"Alla sera tardi mi sdraio sul letto, e quasi sempre prima di addormentarmi il mio pensiero corre verso qualcuno dei miei familiari o amici. Spesso mi soffermo a pensare a mia sorella Raffaela; altre volte mi si parano davanti le mie pronipoti, che fino al loro diciottesimo anno di età ho potuto incontrare a colloquio, ma compiuta quell'età lo stato ha deciso che "non mi sono più parenti"... questi sono i pensieri con cui mi addormento. Quasi sempre mi risveglio con altri pensieri, ma non do loro molto tempo per evitare che si bisticcino. Verso le quattro, quattro e mezzo accendo la televisione, così evito di concentrarmi su queste cose".

 

Si continua a dire che l'ergastolo non esiste...

"Delle persone che parlano in questo modo sono certo che l'80 per cento è perché sono male informate. La stampa non fa una buona informazione... e lo stato nebuloso lascia il popolo a sostare in questa valle senza visuale. Si è sparsa la notizia che anche se l'ergastolo ha come fine pena mai, al massimo uno può scontare 26 anni di pena, e che dopo si può accedere alla condizionale... E allora perché io, dopo 35 anni di carcere, mi trovo ancora nel carcere di massima sicurezza di San Gimignano?

In pochi sono a conoscenza dell'ergastolo ostativo. È qualcosa che va oltre la più nefasta immaginazione. In Italia si è riusciti ad andare oltre l'immaginazione, creando la pena più infernale, disumana. Se la gente fosse informata in modo giusto, non dico che avrebbe potuto fare molto per noi cadaveri viventi, ma almeno parlerebbe conoscendo la verità".

 

Pensa mai alle sue vittime?

"Penso che se riuscissi ad evitare, a non pensare a quei momenti, a quelle scene, a quelle persone, non sarei un uomo. Io credo di possedere un cuore, una coscienza... sono un uomo, con i difetti di tutti gli uomini, e questo mi porta a pensare a quelle persone gravemente offese.

Certo, tutto questo non può essere di grande sollievo ai familiari offesi. Ma devono sapere che per Mario Trudu è un enorme peso ciò che è successo, non certo per la galera che sta scontando, quella è solo conseguenza di quanto è accaduto".

 
India "in carcere in mancavano pure i letti, siamo sopravvissuti solo perché innocenti" PDF Stampa
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di Ava Zunino

 

La Repubblica, 2 febbraio 2015

 

Il ritorno a casa di Tomaso ed Elisabetta, i due italiani detenuti per cinque anni a Varanasi per omicidio e poi scarcerati dalla Corte Suprema "Eravamo in pace con noi stessi, così abbiamo resistito". "Non lo so come abbiamo fatto a resistere, io ed Elisabetta, ma penso sia stato perché eravamo in pace con noi stessi e quando è così puoi affrontare qualsiasi vicissitudine".

E lui, Tomaso Bruno, 32 anni, ha resistito quattro anni e undici mesi in carcere a Varanasi, India, dentro ad un capannone con altri 130 detenuti, senza corrente elettrica, neppure il letto. "Dormivo su qualche coperta buttata per terra", racconta Tomaso, rientrato in Italia sabato notte con Elisabetta Boncompagni, torinese partita con lui nel 2010 per quella che doveva essere solo una vacanza in India. Ed è diventata un incubo.

Entrambi sono stati prima arrestati e poi condannati all'ergastolo (sentenza confermata in appello) per la morte di Francesco Montis, un amico che viaggiava con loro. In carcere ci sono rimasti quasi cinque anni. Fino a quando, il 20 gennaio scorso, la Corte suprema indiana il 20 gennaio scorso li ha completamente assolti: non hanno ucciso Francesco Montis.

Era morto, dice l'alta corte, per una crisi respiratoria. Le perizie che avevano portato alla condanna e su cui si è svolta tutta la battaglia legale, attribuivano quell'asfissia a strangolamento. Omicidio in una storia di amore e tradimenti.

Ma la porta con l'India Tomaso non l'ha chiusa, magari un giorno tornerà: "Si sono creati rapporti umani forti con un paio di detenuti e con due ragazzi della casa che ospitava mia mamma quando veniva a Varanasi".

Tomaso adesso è a casa, nella villetta di via Trieste, nel cuore di Albenga, mobili bianchi e quadri alle pareti, tappeti e su tutto il profumo di un dolce appena sfornato. Berretto in testa, Tomaso entra ed esce dalla porta finestra del salotto. Tutti lo chiamano dalla strada per mandare un bacio e dirgli bentornato. "È bellissimo" dice lui. Sul balcone di casa è appeso uno striscione con la scritta "bentornato a casa Tomaso" e in piazza alle cinque del pomeriggio si è ritrovato tutto il paese per una festa con musica, bibite e spuntini in suo onore. È una domenica speciale. La mamma Marina e il papà Euro lo mangiano con gli occhi, tra lo stordito e l'euforico. Né loro né la sorella Camilla si sono mai arresi in questi anni. Lunghi e duri.

Ma a guardare adesso Tomaso negli occhi, seduto sul divano di casa sua, in mezzo agli amici, non c'è traccia dell'inferno che ha condiviso con Elisabetta Boncompagni, la ragazza di Torino come lui condannata e assolta. Erano insieme la mattina del 4 febbraio del 2010 quando Francesco Montis, l'amico con cui dividevano la stanza d'albergo, è stato male.

"Ci siamo svegliati la mattina e lo abbiamo trovato agonizzante. Lo abbiamo portato in ospedale. Lo hanno dichiarato morto e da quel momento non abbiamo neppure più avuto il tempo di realizzare cosa era successo, che il nostro amico era morto. Ci siamo trovati la polizia addosso, con i loro metodi, le loro urla".

 

Hanno detto che lo avevate ammazzato, vi hanno condannato ed è cominciato l'incubo, quasi cinque anni...

"Cinque Natali, cinque estati, cinque inverni, però lo abbiamo sempre detto, io ed Elisabetta, che saremmo tornati da persone libere. Siamo tornati, ed è una vittoria mia, di Elisabetta, delle nostre famiglie e di tutti quelli che ci hanno supportato lungo tutto il periodo delle due condanne all'ergastolo. Ora spero che possa risolversi anche la complessa vicenda dei due marò: quando ci hanno arrestati, io ed Elisabetta, loro ci hanno scritto e noi avevamo risposto. Poi non ci siamo più sentiti".

 

Quando è che avete cominciato a capire che ce l'avreste fatta?

"Sentori non ne abbiamo mai avuto: dopo due ergastoli stai con i piedi per terra. C'era la speranza, quella c'è sempre stata, che finalmente guardassero le carte. Sapevamo che da un momento all'altro poteva arrivare una notizia buona ma anche una cattiva perché in un paese come l'India non ci sono mai certezze", racconta mentre negli occhi si riaccende una luce di gioia. È entrato un amico con una bottiglia di vino.

 

Come era il carcere?

"Baracconi con 130, 140 persone. Si vive in comunità, di carceri in Italia non ne ho mai viste ma da quello che so, con le celle singole o con poche persone, mi sembrano più lugubri. Quello era un grande spazio comune dentro cui si formano come dei nuclei familiari, delle compagnie come diremmo qua, di quattro o cinque persone con cui giochi, ti dividi il cibo. Attorno al capannone c'era un giardino, avevamo messo su una specie di campo da cricket. La sera alle sette ci chiudevano dentro e riaprivano al mattino. C'era tanta gente, casino, musica. Così hai meno tempo di pensare, c'è sempre qualcuno che ti parla".

 

Chi erano i compagni di carcere?

"Rapinatori, assassini, ladri, truffatori: mi hanno rispettato e io rispettavo loro".

 

Come vi capivate?

"Con qualcuno parlavo in inglese, poi a gesti ci si fa capire. Alla fine un po' di hindi l'ho imparato".

 

E il cibo? I libri, i giornali, il computer? Come passavano le giornate?

"Tutte le cose tecnologiche sono vietate. Mia mamma una volta al mese mi mandava un pacco con i giornali, La Repubblica e La Gazzetta, e dei libri. Cibo solo vegetariano e non di prima qualità: riso, pane, lenticchie, tanto fritto. Questa era la cucina del carcere poi c'era una cambusa che illegalmente dava il cibo a chi aveva i soldi per poter pagare".

 

E anche questo è un capitolo chiuso...

"Stanotte ho dormito nel mio letto, sul materasso finalmente. Domani pranzerò dalla nonna, ravioli col sugo di carne alla ligure. Di masala e curry non ne voglio più sapere".

 
Filippine: detenuti seviziati con la "ruota della tortura" PDF Stampa
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di Fabio Franchini

 

Il Giornale, 2 febbraio 2015

 

Orrore nelle Filippine, dove le guardie di un carcere si divertivano a utilizzare il gioco per maltrattare i prigionieri. Water-boarding, elettroshock, bruciature e pestaggi. È quanto hanno dovuto subire, inermi, i detenuti di un carcere nelle Filippine. Quel che rende le sevizie ancor più insensate e assurde è la loro organizzazione in un vero e proprio gioco messo in piedi dalle guardie carcerarie: la "ruota della tortura".

Lo denuncia Amnesty International grazie alla scoperta della Commissione filippina per la tutela dei diritti umani. Non è cosa nuova che nel Paese del sud-est asiatico la tortura sia una pratica ancora troppo diffusa e soprattutto impunita, con le forze dell'ordine che non si curano della legge. Nonostante il governo di Manila abbia sottoscritto la convenzione dell'Onu contro le torture e legiferato una legge preventiva ad hoc, gli abusi non si sono mai fermati. E, anzi, in luoghi quali le carceri le brutalità sono all'ordine del giorno.

La prigione incriminata si trova nella provincia di Laguna e al suo interno, oltre alle comuni celle, ospita una stanza degli orrori. Alla pari del celebre gioco a premi, gli agenti hanno suddiviso il cerchio in più spicchi, ciascuno dedicato a una crudeltà.

E loro si divertivano, facendo affidamento al fato, a girare la ruota per scoprire in che modo maltrattare, uno dopo l'altro, i carcerati. Qualche esempio? "30 secondi in posizione pipistrello" e "20 secondi di Manny Pacquiao". Nel primo caso il detenuto sarebbe stato appeso per i piedi e a testa in giù per mezzo minuto, nel secondo avrebbe subito una scarica di pugni per il tempo prestabilito.

Rowelito Almeda ricorda l'incubo vissuto nei suoi 4 giorni di detenzione, dal quale è riuscito a salvarsi per miracolo: "Quando la polizia voleva far baldoria trascinava i detenuti fuori dalle celle e li portava nella stanza della ruota. Quando tornavano erano a pezzi. Mi ricordo di due ragazzi, di 17 e 18 anni, arrestati per possesso di marijuana. Gli hanno dato scosse elettriche, li hanno picchiati e usati come bersagli per pistole ad aria compressa.

Dopo di loro sarebbe toccato a me". Il giorno dell'arresto, condotto dentro la stazione di polizia, il 45enne, ha subito elettroshock e la rottura di quattro denti anteriori per essere stato colpito al volto con un casco.

Fortuna per lui una visita a sorpresa della Commissione ha scoperto il folle gioco, evitandogli ulteriori tormenti. È stata aperta un'indagine che si è però chiusa solamente con l'allontanamento degli agenti, che sono sollevati dall'incarico ma non condannati a dovere da un tribunale. La "ruota della tortura" non gira più, mentre quella della giustizia farà - prima o poi - il suo corso.

 
Egitto: espulso giornalista australiano di al Jazeera già condannato a sette anni di carcere PDF Stampa
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Askanews, 2 febbraio 2015

 

L'Egitto ha deciso di espellere Peter Greste, il reporter australiano del network televisivo pan-arabo Al Jazeera, che era in arresto. L'ha annunciato un alto funzionario del ministero dell'Interno del Cairo. "C'è una decisione presidenziale di espellere Peter Greste verso l'Australia", ha detto il funzionario.

Greste era stato condannato a sette anni di prigione assieme a un altro giornalista, il canadese-egiziano Mohamed Fahmy, per aver aiutato la Fratellanza islamica, fuorilegge. Un altro giornalista di Al Jazeera, Baher Mohamed, è stato condannato a 10 anni.

Proprio oggi Al Jazeera ha pubblicato sul proprio sito, prima della homepage, la foto dei tre giornalisti arrestati con la scritta: "Questi tre giornalisti sono in carcere in Egitto da 400 giorni senza alcun motivo. #FreeAjStaff".

Peter Greste fu arrestato insieme ai colleghi Baher Mohamed e Mohamed Fahmy. I tre furono condannati a pene dai 7 ai 10 anni di carcere. "Nel nostro caso, la libertà è una battaglia continua. Il primo gennaio la corte ha annullato le nostre condanne e ordinato un nuovo processo. Non abbiamo ancora idea di quando potrà cominciare e quanto tempo durerà", ha detto Greste in una lettera pubblicata da Al Jazeera prima del suo rilascio.

Greste e Fahmy, egiziano-canadese, avevano chiesto di essere estradati in base a un recente decreto del presidente Abdel Fattah al Sisi sui detenuti stranieri. La vicenda dei reporter di Al Jazeera è stata uno dei nodi della rottura diplomatica tra l'Egitto e il Qatar. Lo scorso dicembre il canale tv aveva cambiato i toni abitualmente molto critici riguardo al governo Sisi, dopo un riavvicinamento tra il Cairo e Doha con la mediazione del re saudita Abdullah. La morte del sovrano potrebbe ora aver rallentato il disgelo.

 

Al Jazeera chiede a Egitto liberazione altri due giornalisti

 

La rete televisiva pan-araba Al Jazeera ha espresso oggi soddisfazione per la liberazione del suo giornalista Peter Greste dalle carceri egiziane, ma ha chiesto che anche agli altri suo cronisti sia restituita la libertà. "Siamo felici che Peter e la sua famiglia possano essere riuniti", ha dichiarato Mostefa Souag, direttore generale ad interim di Al Jazeera Media Network.

Greste, di cittadinanza australiana, è stato espulso ed è già ripartito per il suo paese d'origine. "Noi - ha continuato Souag - non ritroveremo la pace finché Baher (Mohamed) e Mohamed (Fahmy) non ritroveranno anche loro la libertà". Entrambi gli altri due giornalisti sono prigionieri in Egitto, condannati a lunghe pene detentive con l'accusa di aver favorito la Fratellanza islamica, organizzazione fuorilegge per il Cairo.

 

 
Arabia Saudita: dopo tre mesi di carcere rilasciata attivista liberale al-Shammari PDF Stampa
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Nova, 2 febbraio 2015

 

L'attivista saudita Souad al Shammari, fondatrice del gruppo di discussione internet Arabia Liberal Network la blogger Raif Badawi, è stata rilasciata dopo tre mesi di carcere. Al Shammari ha trascorso circa 90 giorni in un carcere femminile nella città di Jeddah. La figlia, Sarah al Rimaly, ha detto "è uscita ora, grazie a Dio" aggiungendo che sua madre è stata rilasciata tre giorni fa dopo aver firmato un impegno "a ridurre le sue attività". Al Shammari è stata arrestata alla fine di ottobre con l'accusa di aver insultato l'Islam, dopo aver postato commenti su Twitter che riguardano i leader religiosi islamici.

 
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