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Trapani: gravi carenze strutturali al carcere, avviate le verifiche dei tecnici ministeriali PDF Stampa
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di Luigi Todaro

 

Giornale di Sicilia, 14 giugno 2015

 

Dopo la visita ispettiva della Uil alle carceri di San Giuliano, dove sono state riscontrate gravi carenze strutturali, e le successive interrogazioni presentate dei senatori Pamela Orrù e Vincenzo Maurizio Santangelo, una troupe di tecnici, inviata dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, ha eseguito un sopralluogo presso la casa circondariale.

"Qualcosa si muove - dice il coordinatore regionale della Uil Penitenziari Sicilia, Gioacchino Veneziano - I tecnici hanno visionato i reparti più disastrati e cioè il Tirreno e la sezione femminile denominata Egeo". Padiglioni, dove la delegazione sindacale, durante la visita effettuata nei giorni scorsi, ha riscontrato il crollo di interi pezzi di tetto, ma anche calcinacci caduti, muffa e infiltrazioni d'acqua piovana nelle pareti, porte e infissi aggrediti dalla ruggine, muri lesionati e a rischio crollo, apparecchiature per la video sorveglianza guaste.

 
Televisione: oggi a Tg3 Persone "nuovo carcere paradiso", la Colonia penale di Is Arenas PDF Stampa
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Ansa, 14 giugno 2015

 

"Mauro Pusceddo è un agronomo. Ma non solo. Perché lavora anche con i detenuti della casa di rieducazione di Is Arenas, Oristano, un'azienda multifunzionale dove si imparano i lavori agricoli, l'attività vivaistica e l'allevamento", viene pubblicato in una nota la Rai. Attraverso una nota la tv pubblica spiega: "Mauro Pusceddo è un agronomo. Ma non solo. Perché lavora anche con i detenuti della casa di rieducazione di Is Arenas, Oristano, un'azienda multifunzionale dove si imparano i lavori agricoli, l'attività vivaistica e l'allevamento. Un'esperienza che lui stesso racconta a 'Personè, il settimanale del Tg3 dedicato alle storie di vita quotidiana, in onda domenica 14 giugno alle 12.15 su Rai 3".

"Scopo dell'azienda - spiega Mauro - è quello di dare, attraverso il lavoro agricolo, nuove speranze e prospettive di reinserimento nella società: "Piantare un seme, seguirlo nella sua crescita, raccogliere il frutto del proprio lavoro, dona speranza oltre che la possibilità di un futuro sbocco lavorativo" espone in conclusione del comunicato la Rai.

 
Riviste: su "Il Ponte" parole di verità sulla crisi della magistratura PDF Stampa
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Jacopo Rosatelli

 

Il Manifesto, 14 giugno 2015

 

Se il capo della Polizia leggerà questo intervento di Enrico Zucca, avrà modo di rendersi conto di una cosa: sulla vicenda del G8 genovese l'autore non risparmia critiche nemmeno nei confronti del proprio "corpo" di appartenenza, la magistratura.

Di più: addirittura nei confronti dell'ufficio nel quale ha prestato servizio per anni, la Procura della Repubblica del capoluogo ligure. E non certo sulla base di pregiudizi politici o inimicizie personali, ma in virtù di un principio elementare, ma ormai non più scontato nel nostro paese: il libero esercizio della ragione critica. Un uso della ragione kantianamente rigoroso, misurato, impossibile da confondere con un abuso "diffamatorio" della libertà di parola. No: nella riflessione di Zucca, pm del processo per i fatti della Diaz, non c'è nulla di lesivo nei confronti dell'onorabilità della polizia, né di quella della magistratura, con buona pace di chi vorrebbe vederlo sottoposto ad azione disciplinare per le parole di verità dette la scorsa settimana in un'iniziativa pubblica e scritte anche nell'articolo che riproduciamo.

Quel che c'è, invece, è una riflessione utile a capire qualcosa che dovrebbe stare a cuore a tutti, ai rappresentanti istituzionali in primis: la (cattiva) condizione di salute dello stato costituzionale dei diritti nel quale (almeno formalmente) viviamo.

E ciò vale non solo per il testo di Zucca, ma anche per tutti gli altri saggi raccolti nel prezioso volume della rivista Il Ponte (da poco disponibile nelle librerie) interamente dedicato alla giustizia italiana. In particolare, alla magistratura: al suo ruolo, ai suoi indirizzi di fondo, al suo autogoverno, alla crisi delle correnti "storiche" (a partire da Md), al rapporto con la politica e i poteri. Voci di magistrati e operatori del diritto lontane anni luce dal coro di quel "partito dei giudici" esistito solo nelle caricature di stampo berlusconiano o vagheggiato, con opposte pulsioni, da giornalisti con la passione per le manette facili.

Agli autori non interessa lo schema usurato del "conflitto politica-magistratura", del tutto inutile per capire i mutamenti in corso nella vita concreta delle aule dei nostri tribunali. Fra i quali, il curatore del volume, Livio Pepino, ne sottolinea uno che merita di essere ripreso: la "crisi di ruolo" dei magistrati stessi, che "ha portato - e sempre più porta - giudici e pubblici ministeri a ricercare e accettare eterogenei ruoli esterni, evidentemente ritenuti più gratificanti di quelli ordinari". Raffaele Cantone o il sottosegretario Cosimo Ferri sono solo gli esempi più evidenti (e assai diversi fra di loro), ma gli incarichi politico-amministrativi affidati a togati sono moltissimi, in barba al presunto "conflitto politica-magistratura".

I saggi raccolti affrontano numerose questioni: dalla giurisdizione del lavoro dopo il Jobs Act alle contraddizioni fra salute ed esigenze produttive come nei casi Eternit o Ilva, dalle condizioni delle carceri nel quarantennale del nuovo ordinamento penitenziario alla repressione penale del movimento No Tav. Materiali utili sia a superare approcci superficiali ed emotivi a questioni complesse, sia a riconoscere le ragioni dei diritti anche quando le sentenze non riescono a "fare giustizia". Per questo, e altro ancora, c'è da augurarsi che il volume de Il Ponte possa conquistare l'attenzione e suscitare la discussione che merita.

 
Immigrazione: la frontiera dell'egoismo PDF Stampa
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di Leo Lancari

 

Il Manifesto, 14 giugno 2015

 

Europa. Frontiera chiusa e cariche della polizia. La Francia respinge i migranti, che minacciano lo sciopero della fame. Frontiera chiusa e cariche della polizia contro poche decine di migranti che per tutta risposta minacciano lo sciopero della fame o, peggio, di gettarsi in mare dalla scogliera se non gli viene consentito di entrare in Francia.

A Ventimiglia l'Europa si ferma e se non arriva a dichiarare fallimento di certo dimostra tutta la sua incapacità e il suo egoismo per il modo in cui affronta l'emergenza profughi. Un'impotenza che traspare chiaramente anche dalla bozza circolata in queste ore del documento preparato per il Consiglio europeo del prossimo 26 giugno in cui si incentivano gli Stati a rimpatriare i migranti economici, ma non si spende neanche una parola su cosa fare con i richiedenti asilo. Capitolo volutamente lasciato in bianco, a ulteriore dimostrazione delle divisioni che da giorni contrappone il blocco dei Paesi "duri" dell'Unione, - di cui fa parte anche la Francia - a quelli che invece accettano, in nome della solidarietà, la logica proposta dalla Commissione Juncker della ricollocazione dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati.

"We need to pass" dicono i cartelli che eritrei e sudanesi innalzano seduti in un'aiuola a pochi passi dalla frontiera francese. Hanno bisogno di passare perché le loro famiglie, i loro amici, il loro futuro è oltre il doppio sbarramento di poliziotti italiani e gendarmi francesi che gli impediscono di andare, di passare per raggiungere il nord Europa "dove c'è più umanità". Dopo la Germania che ha sospeso Schengen, dopo l'Austria che in nome del regolamento di Dublino ci rispedisce i migranti guardandosi bene dal fermare quelli che invece dal suo territorio cercano di entrare in Italia, la nuova frontiera - è il caso di dirlo - della disperazione è adesso quella francese. È bene chiarire subito che non c'è nessuna invasione in atto.

Nell'ultima settimana Parigi ne ha rispediti indietro un migliaio ma in queste ore a spaventare i francesi sono tra i trenta e i cento migranti, a seconda dei flussi di arrivo, e tra questi ci sono anche donne e bambini. Da due giorni dormono per strada, anche sotto la pioggia. "Comprendiamo perfettamente le loro difficoltà, ma non è qui che si può risolvere questi problemi", spiegano fonti della police nationale.

Il problema è il regolamento di Dublino che obbliga i profughi a rimanere nel Paese in cui sbarcano, ma c'è qualcosa che non va se è vero che alcuni dei migranti rispediti indietro hanno mostrato un biglietto di treno Nizza-Parigi dimostrando così di trovarsi già in territorio francese quando sono stati fermati dalla polizia.

Come giù successo alla stazione Centrale di Milano e alla stazione Tiburtina di Roma, anche a Ventimiglia la solidarietà più grande arriva da associazioni e cittadini. Acli, Arci, scout, Croce rossa ma anche tanta gente normale si fa in quattro per portare cibo, acqua e vestiti e migranti.

Chi invece non si stanca di giocare con la vita delle persone è l'Unione europea. La bozza di documento che dovrebbe riassumere le conclusioni del vertice dei Capi di stato e di governo del 26 giugno spiega bene qual è la logica con cui i consiglio europeo intende muoversi. Allontanare subito i migranti economici illegali, che devono essere rimpatriati "anche grazie a "una mobilitazione di tutti gli strumenti" possibili.

L'obiettivo è quello di aumentare il numero delle riammissioni portandolo oltre il 39,9% registrato nel 2013. Per questo si prevede un potenziamento di Frontex, l'agenzia europea per il controllo delle frontiere, oltre a una "velocizzazione dei negoziati con i paesi terzi (non solo quelli in rima linea); lo sviluppo di regole nel quadro della Convenzione di Cotonou; il monitoraggio dell'attuazione degli Stati della direttiva sui rientri".

Neanche una parola, invece, su cosa fare con i 40 mila eritrei e siriani (24 mila dall'Italia e 16 mila dalla Grecia) che secondo quanto stabilito il 27 maggio scorso dalla commissione europea andrebbero divisi tra gli Stati membri. A bloccare tutto, a spaventare le cancellerie di mezza Europa, è l'"obbligatorietà" alla base della decisione e che in molti, a partire dalla Spagna, vorrebbero sostituire con la "volontarietà" nell'accogliere i profughi. Secondo alcune fonti europee, Francia e Germania sarebbero disponibili ad accettare temporaneamente i profughi, ma solo a patto che Italia e Grecia si impegnino maggiorente nei foto segnalamenti e nella raccolto delle impronte digitali dei migranti. "Perché sia chiaro dove sono sbarcati", spiegano sempre le fonti. Perché sia chiaro probabilmente che Dublino non si tocca.

 
Immigrazione: perché siamo diventati razzisti come Salvini PDF Stampa
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di Lanfranco Caminiti

 

Il Garantista, 14 giugno 2015

 

"Ogni nero che salviamo è un voto in più al razzismo". Diventa moneta comune il "ragionamento" per cui se cerchi intanto di affrontare un cataclisma dell'umanità con una coperta e una scatoletta, e sai che puoi metterci solo una toppa, oggi e domani e pure dopodomani, perché quello che sta accadendo è al di là di ogni sforzo, al di là pure di ogni immaginazione, un Armageddon, finisci col portare acqua al mulino di chi urla contro i negri, di chi li vuole vedere morti, affogati, bruciati, qualunque cosa comunque a tre metri dal culo mio. Per cui, secondo il "ragionamento" anzidetto, l'unico modo di scongiurare l'avanzata dei razzisti, variamente dipinti e colorati, è quello di parlare come loro.

Forse anche un tantinello più di loro. E di fare quello che vogliono loro. E il "teorema Valls", dal nome del temerario primo ministro francese - temerario, stando almeno alle ultime notizie, per cui è volato a Berlino in aereo di Stato a vedere la finale di Champions League, portandosi dietro i figlioli, "tanto il viaggio era ormai approntato", e allo scoppio dello scandalo ha ritenuto equo versare duemilacinquecento euro di risarcimento.

Manuel Valls per togliere acqua alla navigazione di Marine Le Pen ha pensato che fosse meglio essere più nazionalista di lei, di urlare contro l'immigrazione più di lei, di sfoggiare i muscoli più di lei. Più di lei e di Sarkozy messi assieme, anzi. È per questo che ha mandato la Gendarmerie e la Police National con i pennacchi e con le loro camionette e in assetto antisommossa al confine con l'Italia, al valico di ponte san Ludovico, a Ventimiglia. C'erano quaranta profughi da "fronteggiare". Quaranta. Suona la Marsigliese, sventola il tricolore, Vive la France. Quel courage, davvero, come siete eroici. Liberté. Egalité. Fraternité. Fanculo.

È la paura della destra che sta fottendo l'Europa. Che sia la tedesca Pegida, o la Lega di Salvini, o i polacchi o gli ungheresi o gli estoni o i fiamminghi, i politici europei hanno una paura fottuta della destra. Hanno ragione, certo. Ma non è colpa dell'immigrazione, non più di quanto fosse colpa degli ebrei quella di essere ebrei. Hanno ragione, certo. Ma non è lasciandosi intimorire, non è inseguendo la loro follia, non è disconoscendo quanto è stato fatto e quanto ancora può essere fatto, che si ferma la destra. Non è mimetizzandosi da destra che si ferma la destra. Non ha funzionato in economia, e ci ha portato al disastro, non funzionerà neppure con l'immigrazione. E chissà cosa potrà accadere.

Il presidente Jean Claude Juncker insiste sul "piano di responsabilizzazione" dell'Europa. Non fa più riferimento alle "quote" anche perché da una parte nessun protocollo era stato realmente sottoscritto e c'era un'intesa molto lasca, ma soprattutto perché nessuno immaginava - anche secondo i calcoli più pessimistici -quello che sta accadendo. Juncker parla al deserto. Lo sanno tutti che l'ha messo lì la Merkel. Aveva provato a ritagliarsi uno spazio, a fare da mediatore, presentando una propria proposta per la Grecia, e è finita che Tsipras e i suoi hanno detto che tanto vale parlare direttamente con Schàuble e i tedeschi. Non conta una ceppa, Juncker. E non è una buona notizia.

Nessuno vuole i negri. Nessuno li vuole a casa propria. Nessuno li vuole in Italia. Il fatto è che pure i negri non vogliono stare in Italia. E non perché c'è la crisi, e non si può togliere un tozzo di pane a un italiano e darlo al negro, o non si può trovare un tetto al negro quando ci sono tanti italiani che stanno per strada. Queste sono stronzate. Ci sarebbe tanta ricchezza in questo paese che potremmo dare da mangiare a mezzo mondo, e ci sono paesi abbandonati e campagne senza braccia e industrie e commercio e artigianato che non riescono più a produrre un bottone e ci sarebbe tanto bisogno. Solo che la crisi ha preso la piega che ha preso, di una maggiore redistribuzione della ricchezza, cioè sta continuando a togliere di sotto per continuare a accumulare di sopra. E questo lo hanno capito pure a Ouarzazate, lo hanno capito pure a Libreville, lo hanno capito pure a Bamako.

Lo hanno capito perché da sempre succede pure da loro. Succede in maniera intensiva, diciamo. E cosa mai può pensare una madre eritrea che mette al mondo un figlio di diverso da una madre estone o ungherese o fiamminga, cosa può desiderare se non che quel figlio possa andare a scuola, farsi una strada, trovare un lavoro, vivere una vita serena? Perché dovrebbe far pagare al figlio il "destino" d'essere nato in un posto di merda? E un tempo, quando nascere figlio di operaio o di zappatore era nascere con un "destino" segnato, nascere al posto sbagliato, che se la cicogna si fosse fermata un pò più in là eri figlio del baronetto, cosa spingeva le madri a lottare? Liberté. Egalité. Fraternité. Fanculo.

Dicono che si potrebbero rimandare a casa loro. Ce l'avessero ancora una casa, che so i siriani dove li rimandiamo, a Palmira? Oppure da Assad? E i libici, dove li rimandiamo, a Bengasi, a Tobruk, in quella Tripoli del cazzo? Potremmo fare come pare abbiano fatto gli australiani, almeno sinora il primo ministro Abbott non ha smentito. Invece di sparargli, agli scafisti, che portano carne umana dal Bangladesh, dal Myanmar e dallo Sri Lanka, ha dato loro dei soldi. Prima ha ammassato i rifugiati in isolette sperdute nel Pacifico, in condizioni bestiali, poi ha chiamato gli scafisti, li ha pagati e gli ha detto di portarli indietro, nei paesi d'origine. Potremmo fare pure noi così. Forse il ministro Gentiloni ha chiesto più soldi all'Europa per questo, che i nostri non bastano. Gli scafisti ci starebbero, penso.

Doppio viaggio, doppio guadagno. Li portano di qua del Mediterraneo, li rifocilliamo, alla stazione di Milano o alla Tiburtina o in un qualunque centro di detenzione, gli facciamo la doccia, e se hanno la scabbia li spruzziamo col ddt, e poi ripuliti, con qualche felpa, un paio di bottiglie d'acqua, una tessera telefonica e due coperte, li rimandiamo di là del Mediterraneo. Potrebbe essere un'idea, no?

Potremmo fare come Chamberlain, che offrì agli ebrei di trasferirsi in Uganda. Il clima era buono e sopportabile e c'era tanta terra da coltivare. Ci ragionarono su davvero, gli ebrei, e mandarono una delegazione a controllare. Ci sono troppi leoni - scrissero in un report - e i Masai non sembrano molto contenti di vederci qua. Non se ne fece niente. Forse i siriani o gli eritrei avranno meno fisime degli ebrei, e con i Masai non si troveranno poi male.

Oppure potremmo fare come Stalin, che per toglierseli dai coglioni gli aveva inventato pure una nazione, il Birobidzhan. L'aveva ricavata tra la Crimea e l'Ucraina, e a molti ebrei non parve vero poter trovare finalmente riparo dai pogrom. Anche lì, gli ucraini non sembravano proprio contenti di vederli. Poi Stalin cambiò idea, per una qualche sua purga del cazzo, e decise di arrestarne un pò e mandarli da un'altra parte, in Siberia magari. Il resto lo fecero ucraini e nazisti. Ci sarà un di posto dove metterli, tutti questi immigrati, no? In Patagonia, in Groenlandia. L'Europa potrebbe finalmente trovare una linea comune e organizzarsi e mostrarsi compatta nell'affrontare e risolvere insieme un problema. Così Salvini non strillerà più e neppure la Le Pen. E noi navigheremo sicuri. Trattiamo gli immigrati come pacchi o come bambini, come se non avessero una testa. Non hanno una voce, è vero, non ancora. Ma parleranno, prima o poi. Oh, se parleranno. Liberté. Egalité. Fraternité. Fanculo.

 
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