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Lecce: rischio tubercolosi, l'Asl chiede controlli su immigrati e detenuti PDF Stampa
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www.leccesette.it, 7 gennaio 2015

 

L'azienda chiede massima attenzione per una patologia infettiva che da noi era quasi scomparsa. Attenzione alla recrudescenza da Tbc. Lo chiede la Asl allertando gli operatori che devono prestare soccorsi a immigrati e ai detenuti del carcere di Borgo San Nicola. Come spiega il sito salutesalento.it da qualche anno in qua la Tbc fa paura per la sua recrudescenza, soprattutto la forma "bacillifera".

Una patologia infettiva che da noi era quasi scomparsa e che ha ripreso a galoppare dopo l'accoglienza e l'ospitalità agli immigrati e agli extracomunitari. Soggetti, spiegano gli pneumologi di casa nostra, che spesso sono portatori sani, nei quali la Tbc lantentizza.

"Rispetto agli anni passati, quando i casi di Tbc erano rari - ha riferito Anacleto Romano primario di Malattie Infettive al "Vito Fazzi" nel corso di un convegno - Adesso è quasi sempre presente in reparto almeno un paziente con una Tbc polmonare bacillifera. E in alcuni periodi anche 2-3-4 ricoverati contemporaneamente. Si tratta in genere di soggetti immigrati, che vengono soprattutto dell'est, come la Romania e dall'Africa. Ma anche casi di italiani infettati".

Ma il rischio della ripresa della Tbc, per il quale la Asl di Lecce sta mobilitando e allertando le sue unità operative, ridefinendo funzioni e responsabilità, risale ad alcuni anni addietro. Elio Costantino, presidente regionale di Aipo, l'associazione italiana degli pneumologi ospedalieri, ha confermato che "in Puglia la presenza di immigrati e di extracomunitari ha sicuramente una relazione con il ritorno della Tbc e con l'aumento delle Bpco (broncopneumopatie).

Sono state fatte delle indagini al Cara, il centro accoglienza richiedenti asilo di Bari in tre anni successivi: 2009 -2010 e 2011. Per il 2009 e 2010 si è visto che l'incidenza di "cutipositivi", cioè di soggetti che erano risultati positivi al "tine-test", era presente in una percentuale intorno al 30 per cento. Di questi però soltanto 4 su 912 presentavano tubercolosi attiva. I dati del 2011 erano parziali perché l'indagine venne fatta i giorni in cui ci fu la rivolta per il riconoscimento di rifugiati politici".

I tisiologi spiegano che lo screening è necessario "perché questi soggetti presentano un'infezione tubercolare latente; cioè sono venuti a contatto con il bacillo di Kock, ma non sono soggetti malati e non sono pericolosi per gli altri, "ma qualora le difese immunitarie dovessero abbassarsi - mette in guardia il dottore Costantino - possono slatentizzare la malattia e diventano con Tbc attiva". Al Servizio Pneumotisiologico Sovradistrettuale della Asl è stato affidato il coordinamento funzionale degli Ambulatori Distrettuali di Pneumologia e degli Pneumologi in servizio presso la Casa Circondariale di Lecce.

 
Roma: funerali padre vietati al detenuto, no a visite anche prima che morisse PDF Stampa
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di Francesca Mariani

 

Il Tempo, 7 gennaio 2015

 

Aveva saputo che il padre stava male. Da un momento all'altro il cuore del genitore si sarebbe potuto fermare. Così non ha esitato a rivolgersi al giudice per chiedere un permesso necessario per andare a visitare il padre. Nulla da fare. Il Tribunale gli ha negato questa possibilità. E così, il detenuto non ha potuto far altro che venire a sapere dalla cella di Rebibbia che il papà dopo qualche giorno dalla sua richiesta era morto. E così non ha potuto dargli l'ultimo saluto.

L'uomo, detenuto nella sezione di alta sicurezza di Rebibbia, Nuovo Complesso, aveva infatti chiesto un permesso di necessità di due ore con scorta per visitare il padre gravemente malato, ma per la Corte di appello di Napoli non sussisteva il requisito dell'imminente pericolo di vita. Qualche giorno dopo, però, l'uomo è deceduto senza che il figlio detenuto potesse fargli visita. Protagonista della vicenda, denunciata dal Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, è il napoletano Massimiliano P., 48 anni, rinchiuso nel penitenziario romano in attesa di giudizio.

La vicenda risale al primo dicembre, quando l'uomo - che si è rivolto al Garante per segnalare quanto accaduto - aveva chiesto alla Corte d'appello di Napoli di visitare il padre malato ma i giudici napoletani, negando il permesso, avevano valutato l'uomo non in imminente pericolo di vita.

Purtroppo però, smentendo drammaticamente quanto scritto nel provvedimento di diniego, il 26 dicembre il padre del detenuto è deceduto, senza che il figlio potesse fargli visita un'ultima volta. A ciò si aggiunga che Massimiliano P. non ha potuto presenziare alle esequie o vedere la salma prima della cremazione perché un'altra richiesta alla Corte di appello è rimasta senza risposta.

Per protestare, il 29 dicembre il detenuto ha iniziato uno sciopero della fame, sospeso solo dopo l'intervento degli operatori del Garante. "La cosa che più mi rattrista - ha raccontato l'uomo al Garante - è sapere che mio padre aspettava me per morire. Lo sciopero della fame non me lo riporterà, né riuscirà a placare la rabbia di ingiustizia. Voglio solo esprimere pacificamente il mio dolore per evitare che, in futuro, si verifichino altri casi del genere".

Sulla vicenda, il Garante Angiolo Marroni, ha inviato una lettera al Presidente della 1 sezione della Corte di appello di Napoli. "Mi chiedo - ha scritto Marroni - sulla base di quale istruttoria ha ritenuto di rigettare l'istanza in questione e se vi siano state ragioni particolari che hanno giustificato un trattamento inumano nei confronti del detenuto in questione".

E ancora: "Prova ne sia il fatto che pochi giorni dopo quella richiesta lo stesso è deceduto. Le chiedo inoltre quali siano le ragioni che hanno impedito di rispondere alla richiesta del detenuto di poter presenziare alle esequie". E intanto un poliziotto penitenziario di 46 anni in servizio nella Casa circondariale di Catania si è tolto la vita a bordo della sua auto a Caltagirone.

 
Varese: il carcere di Miogni nella "classifica nazionale" dell'Ass. Libera sulla corruzione PDF Stampa
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di Adriana Morlacchi

 

La Provincia di Varese, 7 gennaio 2015

 

Lo scandalo del carcere è tra i primi dieci della classifica di Libera. Il vicepresidente Ginelli: "Si riparta dall'onestà di chi amministra". Varese è entrata a pieno titolo nella "hit parade" della corruzione. Si è posizionata al nono posto tra i dieci scandali più eclatanti del 2014, secondo una classifica compilata dall'associazione Libero e dal Gruppo Abele.

Tutta colpa del carcere di Varese, definito "a luci rosse", perché, secondo l'accusa, "i membri della polizia penitenziaria hanno fatto evadere uno sfruttatore di prostitute in cambio di rapporti". Un carcere dove "la corruzione non è a base di denaro, ma di sesso", usando gli stessi termini con cui ne parla ItaliaOggi. Essere nella hit - nella stessa lista dove compaiono la "cupola romana", con la cooperativa di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, nonché le spese pazze dell'ex governatore del Piemonte Roberto Cota - rappresenta una vera e propria onta che non sarà facile cancellare. Come recuperare?

 

"Operare secondo canoni etici"

 

"In provincia di Varese abbiamo sempre avuto la mentalità che il successo derivasse da lavoro sano e incessante".

"Sicuramente stiamo diventando come il resto dell'Italia - afferma Giorgio Ginelli, vicepresidente della Provincia - Fondamentale per cambiare rotta deve essere l'onestà degli amministratori pubblici e dei dipendenti. Bisogna adoperarsi secondo i cardini etici per cui la Provincia di Varese ha sempre brillato".

Gli strumenti ci sono già, anche se farli rispettare non è semplice e andrebbero forse in parte semplificati. "La normativa per appalti e gare è strettissima, non bisogna fare altro che farla applicare, producendo tonnellate di carta per onorare tutti gli impedimenti richiesti. Il problema è la disonestà imperante" continua Ginelli, che suggerisce anche di "dare pubblicità assoluta della situazione reddituale a tutti i livelli".

 

"Un risveglio delle coscienze"

 

"Tenere le porte degli uffici sempre aperte, in modo che tutti possano sentire le conversazioni degli altri. In un open-space, il dirigente quando parla con un fornitore ha davanti gli impiegati, cosa che funziona da controllo incrociato".

Il caso del carcere dei Miogni, però, secondo Ginelli non rappresenta la città: "Quella è una situazione miserabile, mentre ci sono esempi molto positivi nel nostro territorio. Guardiamo anche il bicchiere mezzo pieno". La presenza di Varese nella hit può servire a risvegliare le coscienze. Soprattutto quelle che pensano che la corruzione non ci riguardi, che sia roba d'altri.

"Che Varese figuri in quella lista sorprende perché stiamo parlando di una città di provincia, caratterizzata da un tessuto produttivo di alto livello - commenta Antonella Buonopane, portavoce varesina di Libera, associazione contro la corruzione - Caratteristiche che, in altre realtà, hanno dimostrato di non essere di per sé un anticorpo alla corruzione. Il dato significativo è che fino a qualche anno fa si riteneva che il Nord Italia fosse immune alla corruzione.

Cosa che non è assolutamente vera. Non è la graduatoria che preoccupa, ma la pervasività della corruzione nelle istituzioni e nella politica, con interrelazioni con il mondo dell'impresa". Libera ha un'idea per combattere il fenomeno: "Ci siamo attivati da un anno per allargare la legge 109 sulla confisca dei beni non solo ai mafiosi, ma anche ai corrotti". "Ovvero: quando nacque la legge era stata concepita anche per i corrotti. Ma quando fu votata, non si estese la confisca alla corruzione. Quella è una lacuna che va colmata".

 
Como: Radicali Italiani e Fondazione Exodus in visita al carcere del Bassone PDF Stampa
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www.radicali.it, 7 gennaio 2015

 

Dichiarazione di Valerio Federico, tesoriere di Radicali Italiani: "I detenuti, anche a Como, scontano due pene, quella per i reati commessi e quella, supplementare, per le condizioni che vivono all'interno degli istituti penitenziari.

Questa seconda pena, illegale, è scontata anche dai detenuti in custodia cautelare, in Italia - in percentuale - quattro volte quelli della Francia e otto volte quelli della Gran Bretagna".

"Il regolamento penitenziario del 1975, modificato nel 2000, afferma una serie di diritti per il detenuto finalizzati alla rieducazione e a trattamenti "umani", come previsto dalla Costituzione delle Repubblica. Questo ordinamento è pluri-violato: gli imputati dovrebbero pernottare in camere a un posto, non avviene; i servizi igienici, compresa la doccia, è previsto che siano collocati in un vano annesso alla camera, non avviene; "ai fini del trattamento rieducativo al condannato e all'internato va assicurato il lavoro", non avviene.

Si potrebbe continuare. Ad esempio con l'acqua calda che dovrebbe essere disponibile nelle celle e che non essendolo, porta i detenuti di Como, privi di lavanderia, a lavare i propri indumenti sotto le 3 o 4 docce (una in condizioni pietose proprio per i 17 detenuti della sezione infermeria) disponibili ogni 60 detenuti. Lo Stato italiano viola dunque le regole che si dà e l'ordinamento penitenziario, nelle carceri italiane, è di fatto carta straccia".

"Va segnalato inoltre un tasso di sovraffollamento a Como pari al 180 per cento, 367 detenuti presenti in 200 posti effettivamente utilizzabili. Sono cinque gli educatori, uno ogni 73 detenuti. Accanto al carcere vi è un'aula bunker per la quale si spesero oltre 10 miliardi di vecchie lire. È stata utilizzata per un solo processo oltre 20 anni fa ed è ora in stato di completo abbandono".

"È rilevante la novità della sorveglianza dinamica, lodevole iniziativa del Dap, che a Como ha portato i detenuti di cinque sezioni su sette a poter "socializzare" fuori dalle celle per oltre dieci ore giornaliere". "Otto detenute della Casa Circondariale di Como hanno aderito con un giorno di sciopero della fame - preannunciato per giovedì 8 gennaio - al Satyagraha di Natale con Marco Pannella".

 
Firenze: il Card. Betori "nelle carceri condizioni disumane, nessuna dignità per i detenuti" PDF Stampa
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www.gonews.it, 7 gennaio 2015

 

"Oppressione e violazione della dignità umana assumono molte forme nella nostra società". Così l'arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, nell'omelia per la messa dell'Epifania nella cattedrale di Santa Maria del Fiore. Tra queste violazioni Betori ne ha voluta citare una in particolare: "Le condizioni disumane in cui versano le nostre carceri, che non assicurano dignità di persona e possibilità di riscatto ai detenuti".

Il carcere, secondo l'arcivescovo, deve "garantire condizioni di vita dignitosa e percorsi di riabilitazione e reinserimento sociale a chi, pur avendo commesso delitti, non può però essere rifiutato per sempre, senza prospettiva di espiazione e di rinascita". Rifacendosi alla luce che insieme al cammino è uno dei simboli dell'Epifania cristiana, Betori si è chiesto "quali siano oggi i nostri idoli, quelli che facciamo entrare in concorrenza con lo splendore della luce che è Dio".

"Si è persa l'identità propria dell'uomo" e questo porta ad altre forme di idolatria, "quelle legate alla presunzione dell'uomo di farsi misura a se stesso, di pensare di poter trovare felicità andando dietro alle proprie voglie, senza riferimenti morali e dimenticando gli altri". "Dall'individualismo, che trasforma i desideri in diritti, scaturisce anche l'indebolimento dei legami sociali - ha concluso l'arcivescovo, fino alla ricerca di affermare se stesso contro l'altro, fino a schiacciarlo, a schiavizzarlo".

 
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