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Giustizia: torna il reato di Falso in bilancio, sanzioni fino a 8 anni di carcere per le Spa PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 2 aprile 2015

 

"Non è un mistero che si trattasse di una materia delicata", tira un sospiro di sollievo il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, dopo il voto della mattina. E poi, nel pomeriggio, incassato il via libera al complesso del disegno di legge, è un po' più trionfalista: "Abbiamo rischiato e abbiamo vinto. Sapevamo di correre dei rischi in questo passaggio, ma abbiamo deciso di andare avanti lo stesso". Di certo la riforma del falso in bilancio, messa a punto con grande fatica e dopo lunghe mediazioni, ha rischiato di naufragare sull'ultimo ostacolo e sul caso più spinoso. Ieri mattina, infatti, la norma del disegno di legge che ridisegna il reato per le società non quotate è stata approvata con soli 4 voti di scarto: 124, rispetto ai 121 necessari. Se fosse saltata, a venire compromesso sarebbe stato tutto l'intervento che proprio nell'occhio di riguardo per le medie e piccole imprese trova un punto qualificante.

In sintesi, infatti, il disegno di legge prevede una diversa rilevanza penale a seconda delle dimensioni e della quotazione o meno delle società. Con una novità comunque importante: non è più contemplata un'area di totale irrilevanza penale, come avviene tuttora per le violazioni al di sotto delle soglie o di limitata rilevanza penale quando la violazione è sanzionata come contravvenzione. La proposta messa in campo punisce invece sempre, ma con misure diverse, le condotte, a titolo di delitto.

Partendo dall'alto, infatti, la sanzione più elevata, sino a 8 anni di carcere (tetto assoluto nell'Unione europea, visto che nel Regno Unito, mercato finanziario non paragonabile certo al nostro, il carcere può scattare fino a un massimo di 7 anni) è riservata al falso in bilancio commesso nelle società quotate. Nessuna chance per sanzioni ridotte o cause di non punibilità.

Nel caso delle non quotate invece la disciplina è assai più articolata: la pena base è prevista da un minimo di un anno a un massimo di 5, ma misure ridotte, da 6 mesi a 3 anni, sono previste per fatti di lieve entità, tenuto conto, tra l'altro, delle dimensioni della società e delle modalità della condotta. In linea di massima, poi, le medesime pene ridotte si applicano alle piccolissime società, quelle che stanno al di sotto dei limiti dimensionali previsti dalla Legge fallimentare e, in questo caso, la procedibilità è a querela.

Al perimetro delle società non quotate è poi espressamente contemplata l'applicazione della nuovissima causa di non punibilità, in vigore proprio da oggi, per tenuità del fatto (quando l'offesa è lieve e la condotta non abituale). Causa di non punibilità che, nel caso del falso in bilancio, il giudice potrà decidere di applicare tenuto conto espressamente dell'entità del danno provocato a soci, creditori e destinatari della comunicazione sociale.

Quanto alla condotta, non è esiste una distinzione rilevante tra quotate e no. Nel caso delle non quotate, la struttura del delitto riguarda la falsa esposizione o l'omissione di fatti materiali rilevanti. In questo modo, fa notare il ministero della Giustizia nella relazione, "l'incriminazione mutua il criterio di selezione dei "fatti materiali", già riportata nell'articolo 2638 Codice civile per il delitto di "Ostacolo all'esercizio delle funzioni dell'autorità pubblica di vigilanza" e ben si inquadra in una fattispecie criminosa riferita a società non quotate la cui dimensione di esercizio non assume il medesimo rilievo e non diffuse tra il pubblico".

Nel caso invece delle società quotate la formulazione distingue l'esposizione di "fatti materiali" non rispondenti al vero dall'omissione di "fatti materiali rilevanti", ritenendo che le società quotate nel mercato azionario richiedono una disciplina più rigorosa di formazione di bilancio proprio per la dimensione pubblica rivestita.

Ampio poi il ventaglio dei potenziali autori del reato (amministratori, direttori generali, dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili, sindaci e liquidatori) e potenzialmente indeterminati i documenti nei quali l'esposizione o l'omissione può trovare posti: si fa infatti riferimento ai bilanci e alle relazioni, ma poi si chiude con la nozione di "altre comunicazioni sciali dirette ai soci o al pubblico".

Rispetto alla versione attuale del Codice civile, viene cancellata quasi completamente la procedibilità a querela, il riferimento alla necessità del danno per le non quotate, il reato sarà sempre di pericolo, il grave nocumento al risparmio come condizione per l'applicazione della sanzione più elevata alle non quotate. Ma soprattutto vengono cancellate le tanto contestate soglie di rilevanza penale, a favore del recupero di maggiori margini di discrezionalità da parte dell'autorità giudiziaria.

 
Giustizia: la "tenuità del fatto" non garantisce l'indagato PDF Stampa
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di Caterina Malavenda

 

Il Sole 24 Ore, 2 aprile 2015

 

Il varo del decreto legislativo che introduce la non punibilità di alcuni reati per particolare tenuità del fatto (in vigore da oggi) pone alcuni interrogativi sulle conseguenze, in particolare per l'interessato. Certo, se si tratta di soggetto manifestamente colpevole, la possibilità di evitare una condanna è un risultato apprezzabile, specie se riduce i tempi del processo. E se tale soluzione interverrà all'esito del dibattimento, avrà l'imprimatur di un giudice, all'esito del contraddittorio fra accusa e difesa. Così non è quando il nuovo istituto viene applicato, concluse le indagini preliminari, in base al novellato articolo 411 del Codice di procedura penale, sulla scorta di presupposti che il decreto non individua.

Di norma, infatti, quando il Pm non ha raccolto elementi di prova sufficienti per sostenere l'accusa chiede l'archiviazione; se, al contrario, li ha acquisiti, chiede il rinvio a giudizio, previo il deposito degli atti. Sulla scorta dei medesimi elementi, ora potrà richiedere l'archiviazione, ove ritenga che il danno o il pericolo siano esigui e la condotta posta in essere con modalità tali da rendere tenue il fatto per cui sta procedendo.

Chiederà, dunque, l'archiviazione ai sensi dell'articolo 131 bis Cp, ma senza aver prima depositato gli atti, che l'indagato conoscerà solo dopo la notifica della richiesta e senza essere intervenuto nella fase di acquisizione degli elementi di prova o aver reso interrogatorio. Pensando di chiedere l'archiviazione per tenuità del fatto, peraltro, è possibile che le indagini non vengano neppure approfondite, se il Pm si è convinto che gli elementi di prova raccolti sarebbero sufficienti per sostenere l'accusa in dibattimento e chiedere l'archiviazione per tenuità del fatto.

Quali strumenti ha l'indagato per evitare che il Gip l'accolga, così di fatto sancendo la sua "colpevolezza" e quali le conseguenze, ove il Gip dovesse accoglierla, sono profili che il decreto non affronta in modo soddisfacente. Certo, è previsto che l'indagato, come la persona offesa, possa opporsi alla richiesta di archiviazione, ma la norma prevede solo che, opponendosi, indichi "le ragioni del dissenso rispetto alla richiesta". Ma potrà, per esempio, integrare il materiale probatorio, raccolto solo dall'accusa fino a quel momento, e chiedere al Gip di considerare i nuovi elementi, visto che il Codice dà questo potere solo al Gup e che, ai sensi dell'articolo 127 Cpp, le parti possono depositare solo memorie?

Ma se non ritiene di accogliere la richiesta, perché non ravvisa la sussistenza del fatto, neppure in forma tenue, quale provvedimento potrà adottare? E potrà archiviare motu proprio, in difetto di formale richiesta? È improbabile, visto che il novellato articolo 411 Cpp prevede solo che, ove dissenta dal Pm, gli restituisca gli atti, disponendo nuove indagini o l'imputazione coattiva. Invece, se il Gip si convinca della fondatezza della richiesta, l'indagato non potrà far nulla per avere un processo vero e proprio, come accade, ad esempio, ove si opponga al decreto penale di condanna. L'obiezione è scontata, visto che, in questo caso, non di condanna si tratta, bensì di provvedimento di segno opposto, favorevole perché esclude la condanna, per un fatto, però, che si intende accertato, senza le garanzie del dibattimento e senza contraddittorio.

La sussistenza del fatto-reato "tenue", dunque, verrà sancita per decreto motivato, non impugnabile, se non in Cassazione e per meri profili formali. E se è vero che le conseguenze di tale provvedimento sono attenuate, posto che esso non fa stato nel giudizio civile per il risarcimento del danno - questa potrebbe essere una buona ragione per l'opposizione della persona offesa - ma è previsto che venga iscritto sul certificato penale dell'indagato, nel quale per il resto vengono annotate solo sentenze passate in giudicato. È, dunque, l'unico provvedimento giudiziario, fra quelli indicati dal Dpr 313/2002, emesso senza le garanzie del processo vero e proprio.

Ma, si è obiettato, non costituisce precedente in senso tecnico. Quindi l'annotazione sarebbe priva di effetti diversi da quello di consentire al giudice, che dovesse successivamente processarlo, di accertare se l'interessato abbia già goduto di quella causa di non punibilità. Il casellario giudiziale, infatti, è lo strumento che permette al giudice di formulare giudizi prognostici per l'applicazione delle misure cautelari, per la concessione della condizionale, per la valutazione della recidiva e della personalità del reo ed ora anche per valutare la concedibilità della nuova causa di non punibilità.

Tuttavia, il certificato penale (articolo 28 del Dpr 313/2002e Dm dell'11 febbraio 2004), è integralmente accessibile, oltre che all'interessato, anche alle Pa e ai gestori di pubblici servizi, quando è necessario per l'esercizio delle loro funzioni e tale accesso, salvo modifiche normative, permette di conoscere anche le iscrizioni non menzionabili, quindi anche quella relativa al provvedimento, emesso ai sensi dell'articolo 131 bis Cp. E allora, alle già indicate criticità, si aggiunge quella di una indesiderata, ma inevitabile pubblicità, sia pur limitata a precise ipotesi, di un provvedimento irrinunciabile e non impugnabile, in quanto apparentemente del tutto favorevole per l'interessato.

 
Giustizia: propaganda anticorruzione... giornali e tv che spasimano per la gogna facile PDF Stampa
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di Renzo Rosati

 

Il Foglio, 2 aprile 2015

 

Sul Sole 24 Ore di ieri spiccava un titolone a sei colonne: "Solo 226 i corrotti in carcere". L'incipit: "Non è proprio che le carceri italiane scoppino di detenuti per corruzione...". Che peccato, sarebbe bello se le patrie galere scoppiassero di più di quanto già non facciano. Dunque anche l'organo degli imprenditori si mette un po' al vento manettaro che torna a soffiare, tra procure e grandi media nazionali, proprio mentre passa al Senato la legge anticorruzione. Un mood dal quale aveva pur preso le distanze su alcune parti, tipo invitare a distinguere per il falso in bilancio la "colpa" dal "dolo".

D'altra parte SkyTg24 martella gli abbonati con il "counter on air di giorni, ore e minuti" da quando l'allora semplice senatore Pietro Grasso presentò il famoso testo di legge; counter mixato agli spot di "1992", la fiction Sky su Mani pulite. E riecco il sostituto procuratore Henry John Woodcock, quello di Vallettopoli e di Vipgate ("ramo d'indagine di Inail-petrolio", secondo l'intestazione del fascicolo), e con lui le intercettazioni a gogò sul vino di Massimo D'Alema, per ora: ma non si dovevano limitare lo spionaggio telefonico e lo spiattellamento sui giornali? Su questo il 24 Ore infila la testa sotto la sabbia.

Eppure su un altro quotidiano, il Giornale, l'ex numero uno di Finmeccanica Giuseppe Orsi racconta i quattro anni da indagato per finanziamenti alla Lega ricavati da una tangente indiana: tutto archiviato dal gip di Busto Arsizio "in quanto l'ipotesi non ha trovato riscontro investigativo". E non è molto lontana l'assoluzione dopo un anno di carcere per Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb, per l'ipotizzata connection telefonica con la malavita comune.

Né quella in Cassazione di Alfredo Romeo, l'imprenditore di Global Service, dopo 79 giorni a Poggioreale su tre anni chiesti da Luigi De Magistris, fondando sull'inchiesta farlocca la carriera di sindaco di Napoli, mentre si suicidava l'assessore Giorgio Nugnes. Che pensa di Orsi il 24 Ore, che pensava allora dei molti Scaglia, Romeo, Nugnes: li voleva al gabbio?

E che pensa della solitaria battaglia di Luigi Manconi, senatore del Pd, che da una vita combatte gli abusi carcerari, tanto a danno dei vip quanto dei poveri cristi e spesso finiti in tragedia senza notizia, che ieri ha votato contro l'innalzamento delle pene ("mera propaganda"), isolato e inevitabilmente tacciato di berlusconismo?

Prodigo di utilissimi raffronti con gli altri paesi evoluti - su produttività, privatizzazioni, conti pubblici, tutte cose per le quali vale il famoso appello "Fate presto" - il giornale della Confindustria non sottopone agli stessi test la qualità della nostra giustizia, penale e civile. Eppure la demolizione sempre in Cassazione di quattro gradi di giudizio per il delitto di Perugia (se non vogliamo citare il Rubygate) dicono pure qualcosa.

Ma i giornali che propugnarono l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ora trovano nuovi filoni di caccia nelle fondazioni che l'hanno sostituito; né scafatissimi cronisti giudiziari battono ciglio se la mafietta di Roma nord tra campi rom e benzinai si trasforma in "Mafia Capitale"; se la raccomandazione sfocia in "disegno corruttivo". Il tutto per finire magari nel nulla. Massì, perfino Renzi purtroppo pare convinto: un Cantone al giorno toglie il medico di torno.

 
Giustizia: anticorruzione, alzare le pene un trucco per alimentare il processo mediatico PDF Stampa
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di Claudio Cerasa

 

Il Foglio, 2 aprile 2015

 

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, come ha ammesso con trasparenza il prossimo ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio in un libro appena uscito per Marsilio, per il modo in cui riesce a penetrare, usando le parole giuste, non solo nella testa ma anche nella pancia degli elettori, sotto molti aspetti si può considerare un populista puro, e non c'è dubbio che per essere un buon politico, per farsi capire e apprezzare e persino per riformare, sia necessaria oggi una buona dose di sana demagogia.

Il populismo di Renzi da un po' di tempo a questa parte si intreccia però con un'altra forma di demagogia che non ci sembra sana, tutt'altro, e che ci pare birichina e persino pericolosa. Potremmo chiamarlo così: il populismo penale. Ormai è un tratto preciso del renzismo di governo e la regola suona più o meno in questo modo: la via migliore per nutrire la pancia affamata dell'elettore indignato - visibilmente provato da un fatto di cronaca che ha turbato le coscienze dell'opinione pubblica - è quella di dare una risposta di origine penale.

Ovvero: più pene per tutti. Ieri è successo di nuovo, è successo pochi giorni dopo un altro aumento di pene (quelle relative all'omicidio stradale), è successo con due testi approvati al Senato ed è successo sia per il falso in bilancio sia per la legge anticorruzione, e in entrambi i casi la rivoluzione della maggioranza renziana è stata una e solo una: aumentare le pene.

Si potrebbe dire, a voler essere pignoli, che, specie per la corruzione, le pene esistono già, sono anche alte, prevedono da tempo la reclusione fino a 15 anni o 20 anni se vi sono annessi altri reati e che il modo migliore per combattere la corruzione (lo ricordava bene Carlo Nordio, magistrato, ieri sul Messaggero) non è alzare le pene ma combatterla alla radice, snellendo la macchina burocratica. Si potrebbe dire tutto questo e molto altro.

Ma il punto importante ci sembra diverso ed è questo: per combattere un reato occorre che sia garantita la certezza della pena e non occorre l'introduzione di nuove sanzioni che, senza certezza della pena, faranno la fine di un palloncino bucato. "Negli ultimi decenni - ha detto con merito Papa Francesco a ottobre 2014 durante un intervento all'Associazione internazionale del diritto penale - si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina". Per carità: bene impegnarsi contro la corruzione, figuriamoci, ma sarebbe bene farlo senza sottovalutare un aspetto importante: che giocare con il populismo penale è un modo come un altro per offrire cartucce al circuito del processo mediatico. Ne vale la pena?

 
Giustizia: in Gazzetta Ufficiale Regolamento composizione dei Garante diritti dei detenuti PDF Stampa
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Public Policy, 2 aprile 2015

 

Pubblicato in Gazzetta ufficiale il Regolamento recante la struttura e la composizione dell'ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Il regolamento, in attuazione all'articolo 7 del dl 23 dicembre 2013, n. 146, il cosiddetto Svuota-carceri e stabilisce che l'ufficio del Garante avrà sede presso il ministero della Giustizia e si avvarrà di un organico di 25 unità di personale messo a disposizione dallo stesso dicastero. La predisposizione della pianta organica sarà affidata alla valutazione del Garante stesso, di concerto con il guardasigilli e sentite le organizzazioni sindacali. Il Garante definisce gli obiettivi da realizzare e si occuperà del coordinamento con i Garanti territoriali che hanno competenza per tutti i luoghi di privazione della libertà, compresi i Cie e le comunità terapeutiche, e potranno contribuire, attraverso incontri strutturati, sia a individuare gli aspetti sistemici di non funzionamento, sia alla redazione di raccomandazioni da inviare alle relative autorità nazionali o regionali. Il provvedimento entra in vigore il 15 aprile.

 
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