Martedì 18 Giugno 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Vasto (Ch): i liceali visitano il carcere, progetto del Pantini-Pudente su realtà dei detenuti PDF Stampa
Condividi

di Simona Andreassi

 

Il Centro, 26 gennaio 2015

 

Coinvolge il Polo liceale "Pantini- Pudente" e la Casa di lavoro di Torre Sinello il progetto "Uno sguardo sulla realtà: vigilando redimere" che coinvolge, attraverso degli stage, la V C del Liceo delle Scienze umane. "Gli studenti sono impegnati in un percorso pluri-disciplinare che li porterà ad approfondire le tematiche della marginalità sociale e della necessità dell'intervento rieducativo. Le attività programmate prevedono la conoscenza diretta della struttura e degli operatori, la realizzazione di interviste semi-strutturate agli ospiti e dei cineforum" spiega la referente Rosina Colella.

"L'obiettivo è l'acquisizione e la padronanza di competenze operative che consentano ai ragazzi di effettuare ricerche sociali con la costruzione e l'utilizzo di strumenti tipici dell'indagine sociologica, psicologica e antropologica" aggiunge.

"Questo progetto è importante anche per la promozione della legalità e della solidarietà sociale nei confronti dei detenuti, obiettivo che non può perseguirsi senza l'attivo coinvolgimento della comunità esterna al carcere e che è parte integrante del nostro mandato istituzionale" sottolinea il direttore della Casa lavoro Massimo Di Rienzo. "La scuola deve essere aperta al territorio, in tutti i suoi aspetti. Avvicinarsi alle persone che vivono in situazione di deprivazione, sia materiale sia psicologica, può davvero offrire alle classi di tutti gli indirizzi spaccati di autenticità e di vera validazione delle conoscenze" afferma Letizia Daniele, dirigente scolastico del polo liceale.

 
Verona: incontro "Liberi dentro, testimonianze sulla vita nel carcere", parlano i volontari PDF Stampa
Condividi

L'Arena di Verona, 26 gennaio 2015

 

Incontrare i detenuti come persone, con la consapevolezza che "nell'incontro vero non c'è giudizio". Incontrarli cioè con un'attenzione particolare a quello che sono, con le loro storie di vita spesso complesse, e a quello che sentono, senza la volontà di sapere quello che hanno fatto. Andare oltre la mentalità punitiva di cui è impregnata la società, per abbracciare invece l'intenzione rieducativa ed accompagnare i detenuti in un cammino spirituale che li metta nelle condizioni di tornare a vivere.

Lunedì scorso, nella sala Noi di Palazzolo, padre Angelo, cappellano del carcere di Verona, e Fabio Mazzi, diacono di Sona che opera come volontario in carcere, hanno raccontato la loro esperienza di incontro ed ascolto dei detenuti. La serata dal titolo "Liberi dentro: testimonianze sulla vita nel carcere" è stata organizzata all'interno del ciclo di incontri "A proposito di...", promosso dal circolo Giustiniano della frazione. Padre Angelo, che ha aperto l'incontro, ha "lasciato sospese una serie di provocazioni". Ha invitato i presenti a ragionare su concetti come "detenzione", "reclusione", "punizione", "capro espiatorio" e a riflettere sui "veleni che ciascuno si porta dentro e per cui, spesso, dà la colpa agli altri".

I due relatori hanno affrontato la questione del bene e del male, mettendo in luce quanto sottile può diventare, in determinate situazioni, la linea di confine fra l'uno e l'altro. Hanno parlato di persone che si sono trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato e che, per la pazzia di un istante, si sono rovinate la vita. Hanno parlato del senso di colpa che queste persone si portano dentro e che, molto spesso, non le lascia nemmeno dormire.

Fabio Mazzi, ferroviere di professione, ha 55 anni, abita a Sona, è sposato, ha due figlie, e nel maggio del 2013 è stato ordinato diacono permanente. Per quattro anni, ha fatto volontariato con i cappellani camilliani dell'ospedale di Borgo Trento, accanto ai malati. Quando, a novembre del 2013, è venuto a mancare il diacono cappellano del carcere di Montorio, il vescovo gli ha chiesto se la sentiva di prestare servizio in carcere.

"Il carcere", ha detto Mazzi, "è un posto dove il male che si è fatto non si può dimenticare: i detenuti hanno la possibilità di fermarsi a pensare e il senso di colpa non li abbandona mai. Noi incontriamo questi detenuti come persone, che piano piano ci raccontano le loro storie. A volte telefoniamo a casa, e ci rendiamo conto che alcuni di loro hanno alle spalle delle famiglie devastate". "Il nostro compito", ha aggiunto, "è quello di ascoltare le persone che sono in carcere, aiutandole a rielaborare il peso che si portano nell'anima, aiutandole cioè a diventare un po' più "libere dentro", per fare in modo che, una volta uscite, possano ritornare a vivere".

 
Teramo: sfida di calcio in carcere, la squadra dei docenti contro quella dei detenuti PDF Stampa
Condividi

di Giuseppina Pimpini (Docente della Scuola Media carceraria)

 

Il Centro, 26 gennaio 2015

 

L'insegnante: vogliono sentirsi parte della società e non rifiuti da dimenticare

Al fischio di un arbitro speciale, il dirigente scolastico dell'Istituto Alberghiero Di Poppa di Teramo, Caterina Provvisiero, ha avuto inizio la grande sfida di calcio che ha visto contrapporsi, sul campo da gioco, la squadra dei docenti contro quella dei detenuti alunni dell'istituto alberghiero carcerario.

Un confronto vero con tanto di tifo proveniente dal bordo campo: urla e cori, un po' di incoraggiamento, un po' di sfottò da parte di un pubblico di prim'ordine, le docenti accompagnate dalla responsabile dell'area educativa Elisabetta Santolamazza.

Persone e non reati che camminano, (ho letto tempo fa questa definizione e mi ha colpito molto)....che corrono dietro un pallone, che ascoltano attenti una spiegazione in classe, che si impegnano durante una verifica; per noi docenti è proprio così, ciò che arriva alla nostra sensibilità è il cuore, che si nasconde dietro un reato, ciò che ci spinge a sostenere iniziative come questa è la convinzione che in ogni individuo ci siano capacità da scoprire attraverso instancabili opportunità.

Una partita di calcio allora aiuta a migliorare l'atmosfera, ad accorciare le distanze, a superare qualche pregiudizio, affinché in classe ci si possa sentire liberi di dar voce alle proprie opinioni, alle proprie emozioni, ad un confronto stimolante culturalmente, che aiuti a sviluppare senso critico e susciti riflessioni profonde.

Il clima sereno, la cordialità, la passione nel gioco, il desiderio di dare il meglio di sé, è questo che oggi si è visto in tutta la durata del gioco, e, da parte dei detenuti la voglia di sentirsi ancora parte della società e non rifiuti da dimenticare, mentre, da parte dei docenti, l'amore per il proprio lavoro, e l'essere disposti ad essere un sostegno costante e a dare continue sollecitazioni per sviluppare quel positivo e buono che c'è in ogni persona.

Oggi hanno veramente vinto tutti. Al fischio finale, terminata la sfida sul campo, è iniziato il "terzo tempo" con strette di mano, abbracci , foto ricordo e panettone.

 
Libri: il procuratore Nordio e l'amaro fallimento della giustizia di parte PDF Stampa
Condividi

di Giuseppe Pietrobelli

 

Il Gazzettino, 26 gennaio 2015

 

La disincantata riflessione del procuratore Nordio che traduce, dieci anni dopo e con una nuova introduzione, "Crainquebille" di Anatole France. La maestà della giustizia risiede integralmente in ogni sentenza resa dal giudice nel nome del popolo sovrano.

"Jerome Crainquebille, venditore ambulante, conobbe quanto la legge sia augusta quando fu portato in tribunale per oltraggio a un agente della forza pubblica". Inizia così la straordinaria vicenda originata da una banalissima contestazione nel traffico parigino di inizio Novecento, raffigurazione di una giustizia formalista, ingiusta, vendicativa e sostanzialmente inutile, narrata da Anatole France.

Amarezza, ironia e disincanto si intrecciano in un passato attualissimo. E non è un caso che ad aver tradotto l'opera per Liberilibri - una dozzina d'anni fa - sia stato un magistrato in servizio effettivo, Carlo Nordio, oggi procuratore aggiunto di Venezia. Ora l'opera esce in una seconda edizione il cui valore va ben oltre quello della semplice ristampa. Perché il pm, a suo modo eretico per un radicale garantismo accompagnato da una convinta - e ahimè fondata - disillusione giudiziaria di cui è assertore, ha scritto una nuova introduzione, che accompagan quella del 2002. Il gioco di specchi delle riflessioni in tempi differiti dà vita a una lettura davvero provocatoria.

Due lustri dopo Mani Pulite, di fronte a criminalità e malaffare, Nordio scriveva: "Per uno strano connubio di aspirazioni infantili, lotte politiche, protagonismo incontrollato ed esaltazione mediatica, è stata coltivata l'illusione che la doverosa opera della magistratura potesse risolvere questi annosi problemi". Un fallimento, ma non solo allora. Oggi, dopo aver disvelato lo scialo del Mose e le mani affaristiche su Venezia, Nordio ripropone la vicenda dell'ortolano Crainquebille - dedicandola a Marco Pannella - come denuncia non di una tragedia individuale, ma dell'italianissima incapacità della giustizia di assolvere al proprio compito. Per due motivi "più attuali che mai: la strumentalizzazione della legge e la sua sostanziale ipocrisia".

Il primo: "Da vent'anni, e forse più, della giustizia si cerca di fare un uso politico". Un esempio: "L'informazione di garanzia, famigerata cartolina diventata un'anticipazione di processo e di condanna". Troppi cercano di appropriarsi della giustiza per proprio tornaconto. Il secondo "incurabile difetto è la nostra legislazione", tra Costituzione e legge ordinaria.

"La madre di tutte le nostre sciagure giudiziarie, della corruzione come della lentezza dei processi e della carcerazione preventiva che ne è la figlia naturale, è la calamitosa confusione normativa derivata da un'insensata e ininterrotta produzione di precetti inutili e dannosi". Epitaffio: "Le troppe leggi non sono il rimedio, ma la causa dell'incertezza del diritto e della sua sostanziale impotenza".

 
India: Tomaso Bruno lascia il carcere "grazie a tutti per l'affetto, la verità vince sempre" PDF Stampa
Condividi

www.savonanews.it, 26 gennaio 2015

 

"Un ringraziamento, dal più profondo del cuore, da parte nostra per tutto l'affetto e la solidarietà ricevuti nel corso di questi cinque, lunghissimi, anni. Tante sarebbero le cose da dire ma l'emozione del momento e la distanza non aiutano. Tra qualche giorno saremo di ritorno in Italia e tutto sarà più semplice. Nel frattempo un virtuale ma non per questo meno caloroso abbraccio a tutti. Satyameva Jayate, la verità è sempre vincente".

È il messaggio che Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni hanno scritto stamani sulla pagina Facebook Tomaso Libero dopo la prima notte trascorsa fuori dal carcere di Varanasi, in India. I due ragazzi sono ora alloggiati presso il Centro risorse indiane, una casa per studenti diretta dal professor Marco Zolli dove resteranno fino a martedì. Poi una volta espletate le ultime formalità burocratiche raggiungeranno Nuova Delhi. L'arrivo in Italia è previsto per mercoledì prossimo.

 
<< Inizio < Prec. 8591 8592 8593 8594 8595 8596 8597 8598 8599 8600 Succ. > Fine >>

 

06

 

06


 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it