Giovedì 21 Gennaio 2021
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage


sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

 

Login



 

 

Accattonaggio sulla pubblica via, per la Cedu sproporzionate le sanzioni della Svizzera PDF Stampa
Condividi

di Paola Rossi


Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2021

 

L'impossibilità di altri mezzi di sostentamento del mendicante è causa di giustificazione della richiesta di elemosina. Non è una sanzione proporzionata quella di cinque giorni di carcere per la mendicante rom che non ha altri mezzi di sostentamento e non può pagare l'ammenda di circa 400 euro inflittale in Svizzera per l'accattonaggio sulla pubblica via. La sproporzione del regime di contrasto al fenomeno della richiesta di elemosina in strada deriva dal contrasto con l'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo che tutela il rispetto della vita privata e familiare.

La Corte Cedu ha perciò condannato la Svizzera con la sentenza sulla domanda n. 14065/15. Secondo la Corte va considerato che la ricorrente di origine e residenza rumene, analfabeta e appartenente a famiglia estremamente povera, non aveva occupazione e non godeva di assistenza sociale. L'accattonaggio - dice la Corte - costituiva per la ricorrente il solo mezzo di sopravvivenza da cui discende il proprio stato di manifesta vulnerabilità. Da cui - in base al diritto fondamentale alla dignità umana - la ricorrente faceva uso dell'accattonaggio esprimendo il proprio disagio e rimediando così ai propri bisogni primari. In conclusione, nel bilanciamento dei diritti la Corte Cedu afferma che la sanzione inflitta alla ricorrente non costituisse una misura proporzionata al fine della lotta alla criminalità organizzata o della tutela dei passanti, dei residenti e dei proprietari di esercizi commerciali. La Corte rigetta così l'argomento del Tribunale federale svizzero che sosteneva che con misure meno restrittive non avrebbero ottenuto lo stesso risultato o un effetto comparabile.

 
Campania. Rems, Tso e carcere: quando la libertà personale è limitata PDF Stampa
Condividi

di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 20 gennaio 2021

 

Presentato ieri a Napol il dossier curato da Samuele Ciambriello, garante campano dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Non solo carcere, ma anche un monitoraggio sul Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso) e le Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems). D'altronde non a caso parliamo del garante delle persone private della libertà. Quindi non solo i detenuti, ma tutte quelle persone che di fatto subiscono una limitazione della libertà. In questo caso parliamo dell'attività svolta da Samuele Ciambriello, garante della regione Campania.

Ieri mattina si è tenuto a Napoli, nella sala Multimediale del Consiglio Regionale, isola F13, la presentazione di questo importante lavoro presieduto dal Garante Samuele Ciambriello, dalla vicepresidente del Consiglio Regionale, Valeria Ciarambino e dalla presidente della Commissione Regionale Cultura e Politiche Sociali, Bruna Fiola.

La pubblicazione si inserisce in un percorso di studio e approfondimento sui temi più attuali della realtà carceraria e dei luoghi in cui vi è la privazione della libertà personale, in cui l'Ufficio del Garante è impegnato e che ha visto, finora, la produzione di opuscoli e quaderni su Covid e carcere, il tema dei suicidi, dell'affettività e della tutela dei minori. All'evento ha partecipato anche Fedele Maurano, Direttore Dipartimento Salute Mentale, Asl Na1centro, Raffaele Liardo, Direttore Rems Calvi Risorta, Giuseppe Ortano, Associazione psichiatria democratica e Emanuela Ianniciello, Cooperativa Articolo 1.

Come spiega il Garante Ciambriello nella sua introduzione al dossier, in questo suo complesso lavoro di mappatura, per la prima volta affrontato sull'intero territorio regionale, ha chiesto di accompagnarlo all'Associazione "Psichiatria Democratica", per quel che concerne il mandato istituzionale di monitoraggio della situazione sanitaria, ed alla Cooperativa "Articolo 1", per effettuare visite e approfondimenti per le Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza. Tale pubblicazione, che anticipa i dati raccolti nel 2020 che andranno a costituire la relazione annuale prossima, rileva importanti notizie riguardanti le due aree sopracitate al tempo dell'emergenza Covid-19.

Area sanitaria esterna - Il garante Ciambriello sottolinea che con il termine Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso) si intendono una serie di interventi sanitari che possono essere applicati in caso di motivata necessità ed urgenza e qualora sussista il rifiuto al trattamento da parte del soggetto che deve ricevere assistenza.

"Nello specifico, al 20/12/2020, - osserva nella sua introduzione al dossier il garante campano - l'offerta di posti letto nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura della Regione Campania ha subìto, causa pandemia, una contrazione di circa il 15%, passando da 140 a 120 posti. Dal 19/10/2020 l'ospedale San Giovanni Bosco (Na) è stato riconvertito in presidio Covid ed i locali del Spdc destinati ad altro impiego; presso l'Ospedale del Mare (Na) i due reparti sono stati fusi in un unico Servizio dotato al momento di 16 posti letto; presso l'Asl di Salerno, invece, nessun cambiamento è stato rilevato con l'arrivo del Covid e nessuna riduzione dell'offerta". Sulla spinta delle Linee Guida Nazionali, i 7 Dipartimenti di Salute Mentale presenti sul territorio campano hanno proposto o convalidato Protocolli di Intesa con i rispettivi Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (Spdc) riguardanti Percorsi Assistenziali degli utenti Sars-CoV-2 con problematiche emotive cognitive e comportamentali. Alla luce del rapporto posti letto/popolazione residente, che viene considerata ottimale sulla base di un posto ogni 10.000 abitanti, secondo Ciambriello "è possibile affermare che l'attuale offerta del Servizio Sanitario Nazionale è assolutamente inadeguata alle necessità della popolazione, e che l'attuale situazione sanitaria non ha fatto che amplificare una carenza preesistente".

Le Rems e i detenuti in lista d'attesa - Per quanto riguarda invece la situazione delle residenze per le misure di sicurezza campane, le due Rems definitive (San Nicola Baronia e Calvi Risorta), con altre due in regime temporaneo (Mondragone e Vairano Patenora), attualmente ospitano 44 persone. Nota estremamente positiva è che nel periodo che va da marzo 2020 ad oggi, nelle 4 strutture campane nessuno degli ospiti è stato contagiato. Gli unici contagi si sono registrati ad Avellino dove uno screening di massa, effettuato alla fine del mese di settembre u.s., ha permesso l'isolamento delle 6 unità del personale risultate positive e tutte attualmente negativizzate.

Dei 44 posti letto totali attualmente occupati nelle 4 Rems, nel periodo in questione, nel dossier redatto dall'ufficio del garante regionale emerge che ci sono stati trasferimenti sia in entrata (per cui è stata seguita la procedura prevista dal sistema centrale del previo tampone), che in uscita attraverso una sostituzione della misura custodiale. La preoccupazione di Ciambriello è rivolta ai detenuti in attesa di collocamento nelle Rems che sono 19: di questi ultimi, 18 provengono da Istituti Penitenziari della regione Campania (10 ristretti nelle Articolazioni Mentali e 3 nei reparti comuni, 5 attendono il fine pena) e 1 proveniente dalla regione Lazio, dalla Casa Circondariale di Regina Coeli.

Mentre sono 10 le persone in attesa di un posto in Rems che provengono dalle proprie residenze poiché sottoposti al regime degli arresti domiciliari. Sul tema generale della salute mentale, in carcere e nell'area penale esterna, Samuele Ciambriello organizzerà quest'anno un momento seminariale con più attori: Sanità pubblica, Operatori penitenziari, Terzo Settore, Volontariato, esponenti politici, con l'intento di promuovere le buone prassi e ridurre le criticità emerse dopo la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

 

 
Sicilia. Il Covid in carcere e i rischi di tutti: "Vacciniamo i detenuti" PDF Stampa
Condividi

di Roberto Puglisi


livesicilia.it, 20 gennaio 2021

 

Le persone che stanno in carcere non sono poi diverse dalle persone che stanno fuori dal carcere. Di mezzo c'è un fossato che è dato da responsabilità morali e penali, in qualche caso irreparabili. Ma i sentimenti si assomigliano e vanno dalla speranza alla disperazione, come accade per tutti.

Ecco perché sono umanissimi i sentimenti - non ultimi quelli del personale, perché, ricordiamolo, anche chi lavora in un carcere vive una sorta di stato di lontananza dal resto, senza averlo meritato - di una comunità che sta affrontando la pandemia in un luogo ristretto.

Le paure fanno più paura. Sappiamo che al Pagliarelli di Palermo sono 49 i detenuti trovati positivi al Covid, un numero che non sembra in crescita e che però avrà bisogno di controlli e di monitoraggio. In una cella non puoi scegliere di andare altrove, i contatti sono ravvicinati. Ci sono, appunto, i detenuti e ci sono i lavoratori - bene ripetere il concetto - che, spesso, mettendo un po' di più del richiesto, costruiscono orizzonti nuovi.

"Vacciniamo i detenuti" - Rita Barbera, oggi vicepresidente del centro Pio La Torre, in carcere, a dirigere e migliorare le cose, ci ha passato una vita. Sul punto ha le idee chiare: "In un istituto penitenziario c'è promiscuità e c'è il sovraffollamento, due situazioni gravi. Ecco perché i detenuti e il personale andrebbero vaccinati subito. Sui chi è in cella perché sconta una condanna, vorrei dire semplicemente questo: non lo abbiamo condannato a morte. Vogliamo mettere in sicurezza i cittadini? Bene, anche i detenuti lo sono e hanno il diritto alla tutela. So che si tratta di una battaglia impopolare, ma combatto da trentacinque anni per abbattere i pregiudizi di qualcuno che vorrebbe che si buttasse via la chiave, come si dice. Abbiamo un ordinamento penitenziario aperto, pensato per la riqualificazione delle persone. Non abbiamo altrettanta apertura nella società".

"Rischi per tutti" - "Il problema fondamentale riguarda sempre i diritti umani - dice Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia - ma siccome la gente è poco attenta, aggiungerei un dato: se i contagi dilagheranno, la popolazione carceraria finirà per occupare le terapie intensive degli ospedali e il sistema sarà ulteriormente a rischio per tutti. Non possiamo girare la testa dall'altra parte. Il carcere non è un luogo sicuro".

In un comunicato Antigone riassume: 'Il caso dei 49 detenuti contagiati da Corona Virus al carcere di Pagliarelli, accertati dopo che sono stati fatti i tamponi a tappeto, è un ulteriore campanello d'allarme, che deve convincere tutti sulla necessità di intensificare i controlli, attraverso periodici tamponi a tutta la popolazione carceraria siciliana. I detenuti studenti del carcere, a causa della sospensione delle lezioni di presenza, nonostante fossero state previste tutte le precauzioni necessarie ad evitare contatti e, della mancata fase di avvio della Dad, perderanno un anno scolastico. Nessuno può sottrarsi a questo impegno, il carcere non ha spazi a sufficienza per creare isolamento sanitario ad un alto numero di contagiati".

Il carcere tra speranza e paura - Abbiamo raccontato il carcere e il suo mondo in diverse occasioni, registrando storie differenti. Se c'è una cosa che salta agli occhi è questa: lì si vive una condizione accentuata di fragilità, quali che siano i ruoli, le responsabilità e gli errori. Quello che si muove all'interno di un istituto compone, comunque, una zona di umanità, abitata da persone umane. Non è certo una discarica, il carcere. O, almeno, non dovrebbe esserlo.

 
Bari. Ex boss morto in solitudine, inchiesta dopo la denuncia del figlio PDF Stampa
Condividi

di Luca Natile


Gazzetta del Mezzogiorno, 20 gennaio 2021

 

La rabbia della famiglia: "In sedia a rotelle e con l'Alzheimer, non poteva più restare in carcere". "Non doveva finire così. Mio padre è morto qualche giorno fa in una casa di cura per persone con patologie acute che hanno bisogno di essere sottoposte a riabilitazione. Era ridotto allo stato vegetativo, nell'ultimo periodo si alimentava con la Peg, l'alimentazione artificiale.

Quello che più mi addolora è che nonostante le istanze presentate attraverso il nostro legale, lui ha dovuto trascorrere gli ultimi mesi di vita da "detenuto". Lo chiamavano boss ma per me era solo mio padre, assomigliava ad Al Pacino". Paolo, 46 anni, non riesce a darsi pace. È il figlio di Francesco Abbrescia, 66 anni, un tempo legato agli ambienti della camorra barese, un pezzo da novanta organico al gruppo malavitoso dei Fiore. Stava scontando una condanna a 12 anni carcere emessa del Tribunale di Brindisi per reati di droga (inchiesta "Coke").

"Ha trascorso quasi metà della sua esistenza in carcere mio padre - spiega Paolo alla "Gazzetta" - ma non è mai stato un "padrino". Era invecchiato, era un uomo solo e malato, due semi paresi facciali quasi gli impedivano di parlare. I colloqui in carcere o quelli in videoconferenza erano diventati un supplizio. Le patologie che lo hanno portato alla morte non solo gli avevano tolto la salute e la possibilità di vivere in maniera autosufficiente ma anche la lucidità, la capacità di ragionare. Non era più in grado di provvedere a sé stesso.

Tra poco più di un anno, considerati gli sconti di pena e la buona condotta, avrebbe finito di pagare il suo conto alla Giustizia e sarebbe tornato un uomo libero ma lui sapeva che non sarebbe riuscito a resistere tanto e per questa ragione mi aveva chiesto di riportarlo a casa. Non voleva morire da carcerato. Non era più in grado di fare del male a nessuno e continuo a sostenere che il suo stato di salute, non fosse compatibile con il regime carcerario.

Avrebbe potuto trascorrere un po' di tempo con la sua famiglia prima di morire. È giusto che chi ha sbagliato paghi le sue colpe ma quando oramai non si è più neppure in grado di riconoscere un figlio, mi chiedo che tipo di giustizia è quella che ti lascia in uno stato di costrizione. Ho presentato istanza per poter riavere i suoi effetti personali, non me li hanno restituiti". Paolo è rimasto da solo a prendermi cura del genitore.

Ha chiesto due volte durante il 2020, a causa del rapido aggravamento delle condizioni di salute, che gli venissero concessi gli arresti domiciliari. "Ero il suo unico sostengo. L'Alzheimer gli stava portando via i ricordi e la capacità di ragionare, un intervento alla colonna vertebrale lo aveva costretto su una sedia a rotelle. Nessuna delle istanze per l'attenuazione della misura restrittiva - spiega Abbrescia - è stata accolta. Il 16 ottobre, l'ultima volta che sono andato in carcere per il colloquio mi hanno detto che non era possibile vederlo e parlargli perché non si sentiva bene. Il giorno dopo mi hanno telefonata dicendomi che le sue condizioni si erano aggravate e che era stato ricoverato in coma al Policlinico. È stato un colpo al cuore".

"Lo hanno ricoverato in Rianimazione, mettendogli un tubicino nella gola per farlo respirare. Ad inizio dicembre - prosegue nel racconto - è uscito dal coma, sono riuscito a parlargli ma lui non mi ha riconosciuto. Gli ho detto di non preoccuparsi, che lo avrei riportato a casa e che ci avrei pensato io a lui. Poi lo hanno trasferito all'ospedale De Bellis di Castellana Grotte dove è stato operato per calcoli alla colecisti. Da lì è stato trasferito alla casa di cura di Noci per sottoporlo ad un trattamento riabilitativo che purtroppo non è riuscito.

Mi hanno telefonato dicendomi che non mangiava più e che non rimaneva che il ricovero in una struttura a Bitonto specializzato in cure palliative e accompagnamento alla morte. Mio padre non ce l'ha fatta. Non è riuscito ad arrivare a Bitonto. Mi hanno telefonato nel cuore della notte per dirmi che era morto.". Dopo aver saputo del coma lo scorso ottobre, Paolo Abbrescia si è presentato nell'ufficio denunce della Questura ed ha depositato una denuncia/querela di tre pagine più 10 pagine di allegato in cui ricostruisce la "storia clinica" del genitore, la tempistica e le ragioni delle istanze con le quali, nonostante non il genitore non avesse raggiunto complessivamente la pena per la concessione del beneficio della detenzione domiciliare, ne chiedeva comunque il riconoscimento in quanto il suo stato di salute avrebbe potuto essere incompatibile "con il regime inframurario in carcere".

"Dopo tanti anni che cercavo di portarlo a casa, per le sue malattie inguaribili alla fine lui non ce l'ha fatta Ha sofferto molto. Ritengo ingiusto che sia rimasto in carcere nonostante il suo stato. Le ultime richieste per i domiciliari le abbiamo presentate quando abbiamo capito che la sua salute stava precipitando ossia il 5 maggio e poi il 19 settembre del 2020.

Sono state entrambe rigettate. Non ce l'ho con i giudici, e neppure con i medici ma a questo punto non mi resta che ipotizzare che qualche cosa non abbia funzionato nello scambio di informazioni sul suo stato di salute. Voglio sapere se gli è stata fornita in carcere tutta l'assistenza possibile. Se lo avessero lasciato uscire per tempo forse le cose sarebbero andate diversamente. Dopo la mia denuncia sono stato sentito dagli investigatori, è stato aperto un fascicolo. Voglio andare avanti. C'è però un ostacolo. Ho parlato con 8 avvocati e nessuno si è detto disposto a darmi assistenza legale".

 

 
Napoli. Il Garante Ioia: "Mai più visto de Magistris, doveva venire con me in carcere" PDF Stampa
Condividi

di Ciro Cuozzo


Il Riformista, 20 gennaio 2021

 

Da quando nel dicembre del 2019 è stato nominato garante dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale per il Comune di Napoli, non ha più visto il sindaco Luigi de Magistris né si è relazionato con la sua amministrazione. A rivelarlo è lo stesso Pietro Ioia, ex detenuto (ha scontato 22 anni di carcere) e oggi punto di riferimento di centinaia di familiari di carcerati.

Nel corso dell'inchiesta condotta da Report sulla situazione nelle carceri italiane durante l'emergenza coronavirus, Ioia ha ammesso a "malincuore" che con de Magistris "non ci siamo più visti dalla mia nomina. Doveva venire con noi a visitare alcuni penitenziari ma non si è mai presentato" ha aggiunto il garante napoletano che per l'attività che svolge non percepisce alcun compenso economico a differenza dei garanti regionali.

Ioia è un rappresentante del comune di Napoli ma, così come sottolineato da Bernando Iovene, il giornalista che ha condotto il reportage, non mette piede a palazzo San Giacomo né si relaziona con il sindaco, che ha annunciato nelle scorse ore la candidatura a governatore della Calabria, e con il suo staff. "Mi definisco un garante abusivo, il mio ufficio è il bar dove incontro i familiari dei detenuti" spiega Ioia che aggiunge: "Prendo nota di tutti i problemi denunciati dai loro parenti e li porto al direttore del carcere e al dirigente sanitario".

Ioia nei mesi scorsi era stato definito, pure senza essere nominato, "Garante della chiavicumma" dal consigliere regionale dei Verdi, nonché giornalista professionista, Francesco Emilio Borrelli. Offese pronunciate nel corso di una diretta Facebook contro chi, durante l'emergenza coronavirus, decideva di impegnarsi nella lotta a tutela dei diritti dei detenuti per evitare il contagio degli stessi.

Parole che hanno portato Ioia, assistito dall'avvocato Raffaele Minieri, consigliere della Camera Penale di Napoli e membro della Direzione Nazionale Radicali Italiani, a presentare denuncia-querela presso la Procura di Napoli. A distanza di otto mesi, e dopo l'iniziale richiesta di archiviazione avanzata dal pm Francesca De Renzis perché le espressioni adottate da Borrelli "non appaiono idonee a ledere la reputazione della persona offesa", il Gip del Tribunale di Napoli, Roberto D'Auria, ha accolto l'opposizione dell'avvocato Minieri chiedendo al magistrato la formulazione dell'imputazione coatta nel giro di 10 giorni, ovvero la formulazione del capo di imputazione.

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

 

 

 

Federazione-Informazione




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it