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Roma. Fiamme nel Cpr di Ponte Galeria, i migranti tentano la rivolta PDF Stampa
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di Marco Agostini


dire.it, 21 settembre 2019

 

Fiamme all'interno del Centro di permanenza per i rimpatri di Ponte Galeria, alle porte di Roma. A fuoco un cumulo di materassi che un gruppo di cittadini nigeriani ha incendiato in protesta contro i rimpatri imminenti. Sul posto sono intervenuti la Polizia e i Carabinieri in servizio di sorveglianza al Cpr, che hanno sedato la protesta.

Le fiamme sono state subito spente dai Vigili del fuoco e al momento non risultano esserci feriti o intossicati. Già all'inizio di luglio, 12 migranti, a seguito di una rivolta, erano riusciti a fuggire dal centro scavalcando le recinzioni perimetrali, per poi dileguarsi nelle campagne. I disordini avevano coinvolto in tutto 25 immigrati, ma circa la metà di loro era stata catturata subito dopo la fuga.

 
Roma. In piazza san Pietro i detenuti di Isola Solidale distribuiscono pasti ai senza tetto PDF Stampa
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vaticannews.va, 21 settembre 2019


Questa sera, alle ore 21, i detenuti dell'Isola Solidale insieme ai volontari dell'Opera Divin Redentore saranno in via della Conciliazione dove distribuiranno i pasti alle numerose persone senza fissa dimora che vivono nelle vicinanze della basilica di San Pietro. Saranno serviti 40 pasti che prevedono pollo e un contorno di verdure. Tutto preparato in casa dai detenuti dell'Isola Solidale che si sono mobilitati per questa nuova esperienza, che viene ormai ripetuta ogni mese dallo scorso febbraio. Alcuni di loro hanno avuto un permesso speciale dal magistrato e saranno in via della Conciliazione per distribuire i pasti insieme agli altri volontari, mentre gli altri detenuti si occuperanno della cucina, dello sporzionamento dei pasti e del loro confezionamento.

"Per i nostri ospiti questo gesto di solidarietà è ormai una vera e propria tradizione - spiega Alessandro Pinna, presidente dell'Isola Solidale - un'occasione in cui preparano i pasti con grande cura, dimostrandosi sempre molto felici di poter aiutare chi ha più bisogno. È un impegno che fa bene anche per loro, nel ritrovarsi di nuovo parte attiva della società, che è proprio l'obiettivo che vogliamo perseguire qui all'Isola Solidale". L'Isola Solidale è una struttura che da oltre 50 anni accoglie detenuti grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000.

 
Salerno. L'arcivescovo ha incontrato i detenuti: "Non chiudete mai il cuore in una cella" PDF Stampa
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di Carmen Autuori


La Città di Salerno, 21 settembre 2019

 

Il presidente del tribunale di Sorveglianza: "Magistrati, alto il rischio di diventare farisei". "Il perdono di Dio non è mai proporzionale al peso dei peccati, bensì alla capacità di mantenere un cuore vivo". Così monsignor Andrea Bellandi, Arcivescovo della Diocesi di Salerno - Campagna - Acerno, ha salutato i detenuti reclusi nella Casa Circondariale di Fuorni in occasione della ormai consueta visita con la sacra reliquia del braccio di San Matteo, nei giorni che precedono la festa patronale del 21 settembre.

Grande commozione hanno destato le parole dell'Arcivescovo che, prendendo spunto dal Vangelo di Luca precisamente dal brano del fariseo e della donna adultera, ha invitato i presenti a "non chiudere il cuore in una cella, così come il fariseo che ha un cuore arido perché, a differenza della donna, non è capace di amare". "Dobbiamo avere il coraggio di amare - ha proseguito monsignor Bellandi sulla falsariga dell'ultimo messaggio di Papa Francesco ai detenuti- perché coraggio e speranza sono intimamente connessi".

Ad attenderlo, nella cappella gremita il presidente del Tribunale di Sorveglianza, Monica Amirante, il direttore del carcere Rita Romano con i dirigenti amministrativi, il comandante della polizia penitenziaria Gianluigi Lancellotta e 120 ospiti della casa circondariale in rappresentanza di tutte le sezioni del carcere, comprese quelle di massima sicurezza. "Ed è quest'ultima presenza la novità rispetto agli anni precedenti" ha spiegato don Rosario Petrone, cappellano del carcere di Fuorni.

E rifacendosi alle parole di Bellandi il presidente Amirante ha dichiarato: "L'aridità del cuore può essere traslata nella rigidità burocratica. Per noi magistrati è alto il rischio di diventare come il fariseo se non teniamo conto dei diritti di chi è privato della libertà. I diritti che afferiscono alla dignità della persona vanno ampliati, soprattutto qui, in carcere".

La reliquia, portata dall'Arcivescovo Bellandi, è stata accolta da un grande applauso e dalle braccia tese attraverso le inferriate dei detenuti nella sezione "protetti" che hanno avuto così l'impressione di ricevere, anche se solo per un attimo, la carezza del Santo. "Qui, privati degli affetti, è difficile credere in Dio. Ci affidiamo a San Matteo che possa alimentare in noi la speranza" ha dichiara Antonio, uno dei detenuti.

"Nel 1996 con monsignor Gerardo Pierro, allora Arcivescovo di Salerno, abbiamo dato inizio a questa tradizione dalla grande valenza simbolica perché rappresenta l'esserci. - ha sottolineato Rita Romano, direttore della struttura penitenziaria - In genere gli istituti penitenziari sono ubicati nelle periferie perché devono essere una realtà dimenticata e da dimenticare.

Con l'ingresso delle reliquie si è voluto ristabilire il legame con la città che in questi giorni è in festa per il suo patrono. Proprio in quest'occasione, dunque, la città non può e non deve dimenticare quelli che sono gli ultimi". La stessa Romano ha aggiunto che "il sentimento religioso è molto presente tra i detenuti e queste occasioni, oltre a vedere la presenza delle istituzioni civili e religiose, aprono il carcere all'esterno, servono a far sentire a chi è privato della libertà che esiste un fuori che non li ha dimenticati".

 
Arienzo (Ce). Laboratorio di scrittura creativa promosso dal Garante dei detenuti PDF Stampa
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linkabile.it, 21 settembre 2019


Nella giornata di ieri si è tenuto l'evento di chiusura del Laboratorio di Scrittura creativa organizzato dal Garante delle persone detenute della Regione Campania nell'ambito del programma "Oltre le mura" e affidato a Less - Società Cooperativa Sociale a r.l.

Alla conferenza stampa sono stati presenti le persone detenute che hanno preso parte alle attività laboratoriali; hanno partecipato la Direttrice della C.C. di Arienzo, Dott.ssa Annalaura De Fusco, il Garante delle persone detenute della Regione Campania, Prof.Samuele Ciambriello

che durante la presentazione ha dichiarato: "l'anagramma di carcere è cercare, abbiamo promosso questa iniziativa perché attraverso questa scrittura (un articolo, una poesia, una racconto) i detenuti possono ricevere un aiuto per ritrovarsi, recuperarsi, risarcire. La possibilità di esserci, di pensare, di immaginare e di ricordare fanno parte della propria individualità e sono potenzialità di ogni persona. E i diversamente liberi hanno trovato forme e parole per dirlo".

Per il Presidente e della Cooperativa Sociale Less, Daniela Fiore:" il laboratorio di scrittura creativa ha costituito un'esperienza significativa sia per gli esperti che lo hanno condotto sia per le persone detenute che hanno partecipato; crescita professionale e personale per gli uni e spazio di espressione, creatività ed evasione per gli altri, il percorso ha avuto un impostante valenza pedagogica che ci auguriamo posso replicarsi dando continuità ad attività culturali e formative negli istituti penitenziari". Per la direttrice De Fusco: "Questo loro scrivere in carcere ha prodotto effetti positivi sul piano personale e sul piano relazionale".

È stato presentato il lavoro realizzato nell'ambito del Laboratorio e l'opera di un giovane detenuto dell'Istituto Penitenziario di Arienzo, finalista al Concorso letterario LiberAzioni - Io sono tante/i. Tutte/i quelle/i che sono stata/o, sono e sarò, promosso dal Progetto LiberAzioni - Festival delle Arti dentro e fuori, che si terrà a Torino dal 18 al 20 ottobre di quest'anno. Durante la presentazione i detenuti che hanno partecipato al laboratorio hanno presentato i loro

elaborati di particolare impatto emotivo sono state alcune autobiografie, che mostrano la loro

intimità d'animo altri invece hanno allietato l'evento con canzoni classiche napoletane.

La giornata si è conclusa con gli attesti di partecipazione consegnati dalla Direttrice Annalaura De Fusco e il Garante dei detenuti Samuele Ciambriello a ogni singolo partecipate del laboratorio. La Cooperativa Less pubblicherà i lavori del corso.

 
"Prigionieri", istantanee di corpi e luoghi senza Stato PDF Stampa
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recensione di Francesco Lo Piccolo*


huffingtonpost.it, 21 settembre 2019

 

È uscito in questi giorni "Prigionieri" (Contrasto editore), nuovo libro di Valerio Bispuri, racconto fotografico incentrato sulla libertà perduta e che si aggiunge a "Encerrados" reportage realizzato nelle carceri sudamericane e a "Paco" sulla cocaina dei poveri che sta facendo stragi di giovani nei sobborghi delle grandi città sudamericane.

Con questo "Prigionieri", con i suoi 108 scatti in bianco e nero, Valerio Bispuri ci porta dentro Poggioreale, Rebibbia, San Vittore, l'Ucciardone, la Giudecca e in altri istituti di pena e ci fa incontrare la popolazione detenuta, donne e uomini, soprattutto uomini. "Non un lavoro di denuncia - precisa il fotografo - il mio è un lavoro antropologico, per capire chi sono e come si vive privati della libertà". Un lavoro che è stato compiuto in circa tre anni e mezzo di visite in carcere, a stretto contatto con i detenuti, pranzando con loro nelle celle, ascoltando i loro racconti, condividendo pianti e risate, e che è culminato con la pubblicazione del libro e con un'anteprima al festival di fotogiornalismo "Visa Pour l'Image" di Perpignan, in Francia.

Mi sono procurato il libro, l'ho sfogliato con cura, approfitto del lavoro di Valerio Bispuri per provare a interpretare queste immagini o meglio per dire quello che mi suggeriscono questi corpi in questi luoghi. Scontato che mostrano il classico cliché del criminale (che mi piace poco) non aggiungendo nulla a ciò che da sempre, da Lombroso in poi potrei dire, ci propinano in modo superficiale e di parte certo cinema, certa stampa e tanti format televisivi con criminologi buca-schermo, dandoci l'illusione di essere al riparo dal brutto ceffo, precisato cioè questo, va dato comunque merito che in questi scatti emerge la sofferenza dei corpi, il loro essere corpi di persone dimenticate, emarginate, lasciate andare alla deriva come scarti, rifiuti non riciclabili.

Certo, sia ben chiaro, non tutta la popolazione carceraria è quella che si vede in questi scatti, non tutti sono così come appaiono qui nelle foto di Valerio Bispuri, non tutti interpretano alla perfezione lo stereotipo del pericoloso deviante che disegna nel corpo e con il corpo i segni della guerra, ma tutti - e oggi sono oltre sessantamila ripartiti in 200 istituti - vivono giorno e notte in spazi fatiscenti, dove il gabinetto è accanto al lavandino che serve per lavare i piatti, per lavare la verdura, ma anche per lavarsi i capelli; dove in uno spazio che è grande come una normalissima camera da letto di una qualunque casa sono costretti a vivere in letti a castello quattro, sei, anche otto persone, dove uno legge, mentre l'altro dorme, l'altro guarda la Tv, l'altro sta disteso a dormire, un altro scrive una lettera.

Perché altro è molto difficile poter fare: nel 2018 ai corsi professionali in carcere hanno partecipato 1.757 detenuti, nelle lavorazioni (pulizia, porta-vitto, spesino eccetera) poco più di 15 mila impiegati a rotazione ogni tre mesi per poche ore al giorno. Davvero ben poco da fare in questo enorme e diffuso degrado strutturale fatto di muri scrostati, umidi e sporchi, spesso in compagnia dei topi, in una desolazione che nulla ha a che vedere con il rispetto della dignità umana. In spazi disumani che nulla hanno a che vedere con il fine della risocializzazione prescritto dalla nostra Costituzione. E nei quali regna oltre che la sofferenza la solitudine. Il vuoto assoluto.

Guardate bene queste foto, andate oltre a quello che già vi hanno fatto vedere tanti altri in tante altre scene di malavita, e soffermatevi a guardare le aree dei passeggi, questi cubi di cemento ai quali è stato tolto il tetto, guardate "i prigionieri" mentre guardano il nulla, mentre giocano a pallone da soli, mentre scolpiscono i muscoli, mentre mantengono in vita le loro braccia e le loro spalle per difesa e per offesa, per aggrapparsi a quell'unica cosa che hanno: il loro corpo.

Corpo di classe, classe subalterna, la classe preferita e verso la quale è tutto orientato/disorientato il diritto penale e lo stesso sistema penitenziario. (I dati ce lo dicono da tempo: gran parte dei detenuti hanno determinate e sempre le stesse origini territoriali ed estrazioni sociali).

Guardate al di là della foto e dentro le foto di Bispuri: scoprirete che in questi luoghi abitati da questi corpi manca soprattutto lo Stato, quello Stato che deve garantire il lavoro e la pari dignità sociale, che deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che promuove lo sviluppo della cultura, che non considera nessuno colpevole fino alla condanna definitiva. Quello Stato che deve tendere alla rieducazione del condannato. Ecco, questo in carcere, nonostante la volontà, le raccomandazioni e gli intenti è solo una parola vuota.

Prima di scrivere questi miei pensieri ho chiamato al telefono e ho parlato con Valerio Bispuri. È stato uno scambio di idee utile, una chiacchierata che ha confermato le mie posizioni per lavorare per fare a meno del carcere:

"Con le mie fotografie - mi ha detto il fotografo di "Prigionieri" - ho voluto raccontare gli invisibili, le persone prive di libertà e con questa parola intendo non solo la libertà fisica. Ho capito che in carcere o ci si abitua o ci si deprime. Le carceri sono lo specchio della società di un Paese, dai piccoli drammi alle grandi crisi economiche e sociali. Mi sono accorto come il sistema penitenziario italiano ha problemi di sovraffollamento, disoccupazione per i detenuti e strutture precarie.

Negli ultimi anni c'è stato un lento miglioramento in alcuni carceri, ma la condizione dei detenuti resta sempre di estrema difficoltà e isolamento. In questi non-luoghi, le persone private della libertà cercano di ricostruire abitudini, affetti e trovare un'alternativa per il futuro che spesso non esiste. Non c'è alcuno sforzo da parte dello Stato di aiutare al reinserimento di chi esce dal carcere dopo anni di detenzione. Sono così moltissimi i detenuti che tornano dopo breve tempo in prigione".

Concludo con una mia piccola considerazione: corpi così (persi, abbruttiti, sfiniti, soprattutto corpi strappati a opera di un diritto di parte) oggi non serve andare a cercarli in carcere perché li possiamo trovare ovunque, purtroppo: nelle stazioni, sopra i cartoni nei sottopassi delle metropolitane, nei parchi mentre spacciano o si infilano un ago nel braccio, nelle nostre grandi città diventate centri senza scopo e senza bussola, nelle periferie, nei quartieri abbandonati, nel punto più basso della piramide sociale e dove c'è scarsissimo livello di istruzione, poca o nessuna esperienza lavorativa, dove si resta in vita solo grazie al lavoro nella terra della devianza, nel mondo illegale-criminale.

Ideali e perfette aree di preparazione per soggetti adatti al prossimo internamento. A meno che non ci sia finalmente e nell'interesse di tutti un progetto di cambiamento per una società migliore, soprattutto una società non diseguale.

 

*Giornalista, direttore di "Voci di dentro"

 
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