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"Anche Renato Vallanzasca ha diritto a non marcire in galera" PDF Stampa
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di Giovanni M. Jacobazzi


Il Dubbio, 10 luglio 2020

 

L'avvocato di Renato Vallanzasca chiede la libertà dopo 50 anni passati in galera: "Lo Stato non può torturalo". "Per la prima volta dopo oltre trent'anni di attività forense sono costretto a rinunciare alla difesa di un cliente", afferma l'avvocato milanese Davide Steccanella, difensore di Renato Vallanzasca, appresa la notizia che il Tribunale di sorveglianza del capoluogo lombardo ha nuovamente rigettato qualche giorno fa sia la domanda di liberazione condizionale che quella per il ripristino del regime della semilibertà per l'ex bandito della Comasina.

"Rinunciare alla difesa di un cliente è un gesto doloroso che metto tra le esperienze più avvilenti e frustranti", prosegue Steccanella che fra i suoi assistiti annovera anche il terrorista Cesare Battisti. Nell'ultimo provvedimento di rigetto, il Tribunale di sorveglianza scrive che ogni richiesta è prematura in quanto è necessario "un percorso graduale" e manca "la prova del ravvedimento".

La storia di Renato Vallanzasca - Vallanzasca, classe 1950, dopo una iniziale detenzione al Beccaria e in altri istituti di reclusione minorile, venne arrestato la prima volta a 19 anni nel 1969 e una seconda volta agli inizi del 1972, rimanendo in stato di detenzione fino alla prima evasione del luglio del 1976. Riarrestato a febbraio del 1977, è poi rimasto ininterrottamente, tranne per i 20 giorni all'ulteriore evasione del luglio del 1987, in situazione di carcerazione totale, fino alla concessione della semilibertà ad ottobre 2013. Quindi per 36 anni. La semilibertà si interruppe a giugno del 2014 quando Vallanzasca venne arrestato in flagranza a seguito di un taccheggio in un supermercato a Milano.

"È un arco temporale detentivo di 47 anni che va dal 1972 al 2019, con un intervallo complessivo di meno di un anno per le due evasioni degli anni Settanta e di otto mesi di semi-libertà: un record italiano", aggiunge Steccanella, ricordando che quando Vallanzasca iniziò la detenzione "presidente Usa era Nixon e dell'URSS Breznev, era in pieno corso la guerra del Vietnam e due Paesi confinanti col nostro (Grecia e Spagna) vivevano ancora sotto il giogo di dittature militari di stampo fascista".

Vallanzasca è stato condannato a quattro ergastoli e 295 anni di reclusione. Fra i reati, concorso in omicidio, evasione, sequestro di persona, furto, detenzione e uso di armi, tentato omicidio, lesioni, rapina, associazione per delinquere.

L'odissea giudiziaria di Renato Vallanzasca - "Il presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano (Giovanna Di Rosa, già componente del Csm, ndr) gode della mia massima stima, ma quanto accaduto nel caso in oggetto dimostra l'assurdo di un sistema organizzativo", puntualizza Steccanella, sottolineando in particolare come il continuo turn over fa sì che "ogni singolo magistrato che si trova quel giorno in udienza adotti decisioni che quello successivo disattende, risultando quindi incomprensibili". "Il primo volle il rapporto carcerario, il secondo manco lo citò, il terzo rinviò per l'alloggio, il quarto volle una sentenza vecchia di 45 anni e il quinto ne suggerisce la rinuncia e io mi arrendo", il laconico commento del penalista milanese.

"Ho assolto per oltre quattro anni con il massimo impegno e senza alcun compenso al solo fine di consentire per una persona che aveva trascorso 50 anni in carcere il rispetto della nostra Costituzione che, contrariamente alla vulgata, non prevede che si debba "marcire in galera" per un tentato furto di biancheria intima di sei anni fa", aggiunge l'avvocato di Vallanzasca.

"Vallanzasca è sopravvissuto alla propria leggenda malvagia, non ridiamogli lustro creando un simbolo della detenzione, tornare alla normalità è la sua richiesta e concedergliela è la vera vittoria di uno Stato democratico, che non può e non deve aggrapparsi alle leggende: un Paese civile premia il sopravvissuto a 50 anni di galera", conclude quindi Steccanella.

E il diretto interessato? "Voglio essere utile ai giovani, mandatemi in una comunità": così pochi giorni prima del rigetto delle istanze Vallanzasca aveva scritto ai giudici milanesi. E a chi gli contestava di non aver mai chiesto perdono alle vittime o ai parenti di queste, "io dico per l'ennesima volta, la mia è una decisione mirata proprio perché trattasi del Silenzio Che Si Deve Come Il Massimo Rispetto Per le Vittime". Scritto proprio così, con le maiuscole.

 
"Non c'entra con la mafia": il Tar riabilita l'impresa. Ma il titolare si è suicidato PDF Stampa
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Corriere della Sera, 10 luglio 2020


La Cosiam avrebbe voluto partecipare ai lavori per la ricostruzione in Abruzzo ma era stata estromessa. Il proprietario non solo non era malavitoso ma aveva anche denunciato una banda di estorsori.

A distanza di un anno e mezzo da una interdittiva antimafia e dopo il suicidio dell'imprenditore che ne era oggetto, il Tar del Lazio annulla tutti i provvedimenti adottati dal ministero dell'Interno e riabilita la Cosiam, di Riccardo Greco, imprenditore che si era ribellato ai suoi estortori, denunciandoli e facendoli arrestare.

Al centro della vicenda c'è una delle società edili più grandi di Gela, entrata nella spirale del sistema delle certificazioni antimafia perché avrebbe voluto partecipare alle gare d'appalto per la ricostruzione dell'Abruzzo. Nel dicembre del 2018 il Ministero dell'Interno - struttura di missione prevenzione e contrasto antimafia Sisma - adottò con un decreto l'informativa antimafia interdittiva nei confronti della società gelese. Con lo stesso decreto venne rigettata l'iscrizione della società nell'anagrafe antimafia degli esecutori dei lavori di riqualificazione dell'Abruzzo dopo il terremoto avvenuto nel 2016.

Ad un anno e mezzo da quel decreto, oggi il Tar del Lazio (presidente Francesco Arzillo, consigliere Vincenzo Blanda e Anna Maria Verlengia consigliere estensore) annulla il decreto e riabilita la società. L'interdittiva antimafia per la Cosiam srl era stata emessa sul "presupposto della sussistenza...del pericolo del tentativo di infiltrazione mafiosa". I legali della società, avv. Giuseppe Aliquo' e Franco Coccoli, chiesero l'annullamento del decreto del Ministero dell'Interno per violazione e falsa applicazione dei principi di imparzialità e buon andamento dell'azione amministrativa, dell'applicazione del principio di libertà di iniziativa economica, del principio di certezza del diritto; eccesso di potere: sviamento della causa tipica, travisamento ed erronea valutazione dei fatti, difetto di istruttoria, illogicità' ed ingiustizia manifesta.

L'interdittiva era stata emessa perché il titolare, Rocco Greco, conosciuto nella città siciliana come "Riccardo", in passato era stato vittima di richieste illecite da parte di sodalizi di stampo mafioso: da qui l'assunto secondo cui il suo comportamento avrebbe integrato "forma prototipica di situazione a rischio di infiltrazione criminale in quanto anche soggetti semplicemente conniventi con la mafia per quanto non concorrenti, nemmeno esterni, con siffatta forma di criminalità, e persino imprenditori soggiogati dalla sua forza intimidatoria e vittime di estorsioni, sono passibili di informativa antimafia".

Un "peso" insostenibile per l'imprenditore, che i propri aguzzini aveva denunciato, dando modo ad altri titolari di aziende di seguire il suo esempio: decise di farla finita con la propria vita a fine gennaio dello scorso anno, qualche giorno dopo la pubblicazione dell'ordinanza del Tar con la quale veniva rigettata la sua richiesta di annullamento degli atti ministeriali.

 
La Corte Costituzionale boccia il decreto sicurezza: "Sì a iscrizione all'anagrafe dei migranti" PDF Stampa
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di Giovanni Bianconi


Corriere della Sera, 10 luglio 2020

 

La norma definita "irragionevole". Le eccezioni sollevate dai tribunali di Milano, Salerno e Ancona. È una bocciatura totale, quella sancita dalla Corte costituzionale sulla preclusione del diritto di iscrizione all'anagrafe dei Comuni per gli stranieri che chiedono asilo in Italia. La norma è contenuta nel primo Decreto sicurezza targato Matteo Salvini, varato dal governo a maggioranza lega-Cinque stelle nell'ottobre 2018, ed è stata dichiarata dai giudici della Consulta irragionevole in violazione dell'articolo 3 della Costituzione: quello che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, "senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione" o di altro genere, e impegna lo Stato a "rimuovere gli ostacoli" che "impediscono il pieno sviluppo della persona umana".

Per la Corte la mancata iscrizione all'anagrafe, da cui derivano una serie di altri diritti, sancisce una "disparità di trattamento, perché rende ingiustificatamente più difficile ai richiedenti asilo l'accesso ai servizi che siano anche ad essi garantiti. Ma a parte questa violazione sul piano dei diritti riconosciuti dalla legge fondamentale della Repubblica, c'è anche un'altra ragione per cui quella preclusione è stata dichiarata "irragionevole"; stavolta sul versante degli obiettivi che lo Stato avrebbe dovuto raggiungere con il decreto fortemente voluto dall'ex ministro dell'Interno. La mancata registrazione all'anagrafe, secondo i giudici costituzionali è viziata da una "irrazionalità intrinseca, poiché la norma censurata non agevola il perseguimento delle finalità di controllo del territorio dichiarate dal decreto sicurezza". Dunque è contraddittoria rispetto anche allo scopo perseguito da chi l'ha introdotta.

Secondo l'Asgi (associazione studi giuridici sull'immigrazione), al febbraio scorso già 19 sentenze di tribunali ordinari avevano dato ragione a chi chiedeva di "by-passare" la norma contestata. Altri quattro (per l'appunto Milano, Salerno, Ancona e Ferrara) avevano chiamato in causa la Consulta per verificare la concordanza degli articoli del decreto sicurezza con la Costituzione.

 
Semilibertà revocabile solo con pieno giudizio di merito sull'idoneità del regime PDF Stampa
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di Paola Rossi


Il Sole 24 Ore, 10 luglio 2020

 

Corte di cassazione -Sezione I - Sentenza 9 luglio 2020 n. 20512. La semilibertà dal regime carcerario accordata al condannato o all'internato non può essere revocata solo sulla presa d'atto di avvenute violazioni del regime. Non basta, ad esempio, la denuncia dei carabinieri che rilevano la mancata presenza del semilibero a casa, in occasione di un controllo, e che segnalano l'assenza di due/tre giorni dal lavoro apparentemente ingiustificata.

Tali presupposti di fatto non possono far scattare da parte del giudice la decisione assunta de plano della cancellazione del beneficio. La revoca, infatti, si giustifica con un giudizio ad hoc e completo di inidoneità del condannato a godere del trattamento di favore. La Corte di cassazione con la sentenza depositata il 9 luglio (n. 20512) ha così confermato la centralità del risultato rieducativo e di reinserimento della persona nella valutazione sull'idoneità o meno della condizione.

Per tali motivi la Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza del tribunale di sorveglianza che aveva, appunto, revocato il beneficio fondandosi apoditticamente sulle avvenute violazioni, certificate dalle denunce dei carabinieri. I rilievi erano consistiti nel non aver trovato in occasione di un controllo la persona presso la propria abitazione e di aver rilevato almeno due assenze ingiustificate dal lavoro. Ma le giustificazioni addotte dal ricorrente - di non essere stato in casa, per essersi recato a festeggiare il capodanno in altro luogo coi propri familiari e di aver fornito la causa di un malessere transitorio, tanto al datore di lavoro quanto agli stessi Carabinieri - non erano state considerate nell'ambito di un complessivo giudizio di valutazione sulla validità o meno di un percorso positivo del semilibero, al di là delle violazioni accertate.

Conclude la Corte affermando che il dato qualitativo della riabilitazione del semilibero è preponderante rispetto al dato quantitativo delle condotte poste in essere e contrarie al regime, a meno che il numero considerevole di esse costituisca in sé quella gravità del comportamento tale da giustificare la revoca, che va sempre valutata nel merito.

 
Campania. L'allarme del Sappe: "Servono più mezzi per il trasferimento dei detenuti" PDF Stampa
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di Viviana Lanza


Il Riformista, 10 luglio 2020

 

"Gli agenti sono in sotto organico, non retribuiti degnamente, con poca formazione e aggiornamento professionale, impiegati in servizi quotidiani ben oltre le nove ore di servizio, con mezzi di trasporto dei detenuti spesso inidonei a circolare per le strade, fermi nelle officine perché non ci sono soldi per ripararli o con centinaia di migliaia di chilometri già percorsi. Questo fa capire ancora di più come e quanto è particolarmente stressante il lavoro in carcere per le donne e gli uomini della polizia penitenziaria e dei nuclei traduzioni e piantonamenti".

È l'allarme lanciato dal segretario generale del Sappe, Donato Capece. È un nuovo grido di dolore che arriva dal mondo del carcere. Nei penitenziari la vita è difficile non solo per i detenuti. I sindacati della polizia penitenziaria denunciano condizioni di lavoro ai limiti, scarsi investimenti in risorse e in formazione e un allarme per il crescente numero di episodi critici all'interno degli istituti di pena.

Nei quindici penitenziari della Campania lavorano in totale 3.902 agenti su una pianta organica di 4.108, e sebbene la loro presenza copra l'89% del personale presente nelle varie strutture penitenziarie (a fronte di un misero 2,17% di educatori) riscontrano problemi nella gestione quotidiana del loro lavoro. Una delle maggiori criticità riguarda la gestione degli spostamenti dei detenuti, un aspetto che si collega alla tutela dei diritti degli stessi reclusi, in primis quello alla salute. I trasferimenti sono resi difficili dalla carenza di risorse e mezzi.

Le auto con cui gli agenti dovrebbero trasferire i detenuti dal carcere al Tribunale, in occasione delle udienze dei processi, oppure dal carcere a strutture ospedaliere, nel caso di detenuti che hanno bisogno di particolari cure o visite specialistiche, non bastano per effettuare tutti gli spostamenti che si rendono necessari, e quelle che sono a disposizione sono in buona parte auto vecchie o senza adeguata manutenzione. Alcuni giorni fa il Sappe ha organizzato una manifestazione a Roma per accendere i riflettori sui problemi che la categoria denuncia da tempo. "Bonafede sveglia!", è stato lo slogan con cui si è sollecitato un intervento del Ministro.

"Siamo passati dalle 378 aggressioni agli agenti del primo semestre 2019 ai 502 del successivo semestre, dai 737 ai 1.119 telefonini rinvenuti e sequestrati ai detenuti, dalle 477 minacce-violenze-ingiurie alle 546, dalle 3.819 alle 4.179 manifestazioni di protesta. Senza dimenticare - aveva dichiarato Capace - le recenti rivolte in oltre trenta strutture detentive sull'intero territorio nazionale. E tutto questo in assenza di provvedimenti utili a garantire la sicurezza e l'incolumità del personale di polizia penitenziaria".

Proposte ci sono ma sono ferme su un tavolo. "Sembra che le proposte per rivedere i circuiti e le norme dell'ordinamento penitenziario siano state abbandonate in qualche cassetto polveroso del Ministero", aveva sottolineato il segretario generale del Sappe durante la manifestazione del primo luglio scorso, respingendo anche generalizzazioni sulla categoria a seguito dell'iscrizione di alcuni agenti della penitenziaria nel registro degli indagati per i pestaggi denunciati nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

 
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