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Bullismo. Inadeguatezza dell'educazione impartita dai genitori e risarcimento del danno PDF Stampa
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di Valeria Cianciolo*


Il Sole 24 Ore, 10 aprile 2021

 

L'inadeguatezza dell'educazione impartita dai genitori, quale fondamento, ex art. 2048 cod. civ., della responsabilità dei medesimi per il fatto illecito commesso dal figlio minore, può essere desunta, in mancanza di prova contraria, dalle modalità dello stesso fatto illecito, che ben possono rivelare il grado di maturità e di educazione del minore.

Il caso - Un professore di un istituto tecnico era vittima, a scuola, di quattro gravi episodi di bullismo, già all'epoca dei fatti, denunciati. Il docente conveniva dinanzi al Tribunale sia l'alunno, ormai divenuto maggiorenne, sia i suoi genitori, per ottenerne la condanna, in via solidale tra loro, al risarcimento di tutti i danni non patrimoniali da lui patiti.

I convenuti offrivano banco iudicis 10.000 euro, somma di denaro, però, respinta dall'attore. Il giudice allora, proponeva una conciliazione ex art. 185 bis c.p.c., che prevedeva il pagamento a titolo di risarcimento di un importo - giudicato congruo da parte attrice, ma rifiutato dalla controparte - pari a 14.500 euro e spese compensate. I convenuti tentavano, pur maldestramente, di difendere le condotte illecite del ragazzo, rappresentando altresì, una certa inadeguatezza educativa dei docenti, ritenuti, a dir loro, incapaci di andare incontro alle esigenze del figlio.

Il Tribunale nel ritenere meritevole di accoglimento la domanda attorea, ha ricordato i quattro episodi di bullismo lamentati dalla vittima ed ha sottolineato come due di questi, integrassero gli estremi del reato di violenza privata, ex art. 610 c.p., e di minaccia, ex art. 612 c.p., mentre gli altri due episodi configuravano il reato di ingiuria, ora depenalizzato, ma pur sempre autonomamente valutabile in sede civile, ai sensi dell'art. 2043 cod. civ.

Riconosciuta la responsabilità del giovane convenuto, e il suo conseguente obbligo di rispondere personalmente delle condotte lesive poste in essere ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., il Tribunale ha ravvisato una concorrente e solidale responsabilità ai sensi dell'art. 2048 cod. civ. dei genitori che nei riguardi del figlio si pongono "in funzione educativa ed in posizione di garanzia".

Il Tribunale ha riconosciuto, nella fattispecie, un danno morale, per il turbamento dell'animo causato dalle aggressioni fisiche e morali subite, e da liquidarsi in via equitativa, tenendo conto:

1) dell'entità ed intensità della violazione della libertà morale e fisica e della dignità della persona offesa;

2) del turbamento psichico cagionato, dedotto dalle forme con cui si è perpetrata l'aggressione;

3) degli effetti sul piano psicologico anche nel tempo;

4) dell'incidenza del fatto dannoso sulla personalità della vittima;

5) dell'intensità del dolo.

La responsabilità dei genitori e l'art. 2048 cod. civ - Ai sensi del comma 1 dell'art. 2048 cod. civ., il padre e la madre - o il tutore - sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, abitanti con essi. Si ritiene che l'elencazione di tali soggetti, responsabili ex art. 2048, primo comma, cod. civ., abbia carattere tassativo e che, dunque, sia esclusa l'applicazione analogica della disposizione. Con riferimento ai genitori, a rispondere degli illeciti commessi dal figlio minorenne sono non soltanto quelli "legittimi" ma, altresì, ex art. 27, L. 4 maggio 1983, n. 184, i genitori adottivi, nonché quelli "naturali" che abbiano riconosciuto i figli. Dubbi permangono, invece, in relazione a quelli che non abbiano proceduto al riconoscimento della prole. A tal proposito, in mancanza di pronunce giurisprudenziali, la dottrina, da una parte, ha escluso la responsabilità per il fatto del figlio in capo al genitore che non abbia provveduto al riconoscimento, ai sensi dell'art. 250 cod. civ., dall'altra, ha riconosciuto valore determinante al rapporto di filiazione in sé. Nell'ipotesi in cui tra i genitori sia intervenuta una separazione personale o un divorzio e il figlio minore sia stata affidato ad uno soltanto di essi - anche se ciò, ai sensi della L. n. 54/2006, costituisce una eccezione, rappresentando l'affidamento condiviso la regola generale, ci si chiede se sia applicabile o meno l'art. 2048 cod. civ..

Sul punto si è affermato che la responsabilità genitoriale di entrambi i genitori non cessa a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio, come previsto dall'art. 317 cod. civ. Pertanto, il genitore non affidatario mantiene una serie di poteri e doveri di vigilanza e controllo sia sull'attività del figlio che sull'operato del genitore affidatario. Si propende, quindi, per l'applicabilità dell'art. 2048 cod. civ. in quanto, avendo la norma una funzione di garanzia in capo ai genitori, gli stessi ne rispondono in virtù del loro status. Le argomentazioni contrarie, volte a negare la responsabilità del genitore non affidatario si basano sulla mancanza del presupposto della coabitazione. Un altro orientamento invece, circoscrive la responsabilità ex art. 2048 cod. civ., del non affidatario, solamente a quei periodi in cui il genitore esercita sul minore i poteri a lui riconosciuti dalla legge.

La responsabilità dei genitori o precettori ex art. 2048 cod. civ. concorre con la responsabilità del minore (Cass. civ., 26 giugno 2001, n. 8740, in Banca Dati Plus Plus diritto on Line): se il minore è capace di intendere e di volere, egli è direttamente responsabile del danno ingiusto posto in essere, secondo le norme generali della responsabilità civile. La responsabilità dei genitori e degli altri soggetti previsti dall'art. 2048, quindi, si aggiunge a quella del minore capace di intendere e di volere, ex art. 2043 cod. civ., configurandosi così una responsabilità solidale, con la conseguenza che la domanda di risarcimento può essere proposta sia contro i genitori sia contro il minore, autore dell'illecito. L'art. 2048 è, pertanto, una norma dettata a protezione dei terzi, esposti al rischio di un danno conseguente all'agire dei minori: la responsabilità prevista da questa norma nasce come responsabilità del minore verso i terzi e si estende ai genitori, tutori, precettori e maestri d'arte, in funzione di garanzia (Cass. civ., S.U., 27 giugno 2002, n. 9346, in Banca Dati Plus Plus Diritto on Line).

La prova liberatoria si traduce nella dimostrazione di aver impartito l'educazione e l'istruzione consone alle condizioni sociali e familiari e di aver vigilato sulla condotta in misura adeguata all'ambiente, alle abitudini ed al carattere (Cass. civ., 19 febbraio 2014, n. 3964, in Banca Dati Pluris on Line).

Il contenuto della prova liberatoria dipende dalle modalità stesse con cui è avvenuto il fatto: nel caso di illecito particolarmente grave o increscioso, l'inadeguatezza della educazione impartita e della vigilanza esercitata è desunta proprio dalle circostanze con cui si è verificato l'evento (Cass. civ., 6 dicembre 2011 n. 26200, in Banca Dati Plsu Plus diritto on Line).

Si delinea, così, una responsabilità dei genitori di natura oggettiva, dal momento che il criterio di imputazione per l'illecito commesso dal figlio è, in pratica, correlato al loro status. La precoce emancipazione dei minori, frutto del costume sociale, non esclude né attenua la responsabilità che l'art. 2048 cod. civ. pone a carico dei genitori, i quali, proprio in ragione di tale precoce emancipazione, hanno l'onere di impartire ai figli l'educazione necessaria per non recare danni a terzi nella loro vita di relazione, dovendo rispondere delle carenze educative a cui l'illecito commesso dal figlio sia riconducibile. Ad esempio, nel 2009 la Cassazione non ha dato alcuna importanza al fatto che un minore fosse prossimo alla maggiore età, posta la lettera dell'art. 2048 cod. civ. e l'inderogabilità dei doveri ex art. 147 cod. civ. "finalizzati a correggere comportamenti non corretti e, quindi, meritevoli di costante opera educativa, onde realizzare una personalità equilibrata, consapevole della relazionalità della propria esistenza" (Cass. civ., 22 aprile 2009, n. 9556, in Banca Dati Plus Plus diritto on Line).

La corretta lettura dell'art. 2048 cod. civ. ci suggerisce di affermare che il minore può adottare una condotta diversa da quella illecita per cui la copertura solidale dei genitori si giustifica con l'idoneità degli stessi ad evitarla, indirizzando i figli verso condotte socialmente corrette: attività di indirizzo da svolgersi non con la sola e mera vigilanza (unico parametro stabilito dall'art. 2047 cod. civ. rispetto all'incapace) ma anche, con l'insegnamento educativo. Alla luce di questo, non è auspicabile, l'esonero dei genitori dalla loro responsabilità all'approssimarsi della maggiore età del figlio. Come pure, non è condivisibile l'opinione per cui non dovrebbe ammettersi la loro responsabilità "se il fatto è stato compiuto nell'ambito di quella sfera di libertà normalmente concessa al minore" (S. Patti, Famiglia e responsabilità civile, Milano 1984, p. 248).

Gli illeciti che manifestano disprezzo per l'altrui dignità, salute o addirittura vita, come accade nel bullismo, sono consumati generalmente proprio nella fascia di età dove i minori godono di una libertà di cui non sanno fare buon uso e potenzialmente più idoneo per l'illecito, dove il minore necessita di una maggiore guida. Questo accade normalmente nell'età adolescenziale.

Si pensi all'uso dei social network e al loro potenziale di cui i minori non si rendono pienamente conto: in un recente caso di illecita circolazione di immagini intime per via telematica, il Tribunale di Sulmona ha condannato i genitori degli autori del gesto, stabilendo che la propagazione a catena, che aveva provocato nella giovanissima vittima un grave danno psicologico con ricadute sulla sua salute, manifestasse "di per se´ una carenza educativa degli allora minorenni dimostratisi in tal modo privi del necessario senso critico, di una congrua capacità di discernimento e di orientamento consapevole delle proprie scelte nel rispetto e nella tutela altrui. Capacità che avrebbero già dovuto avere in relazione all'età posseduta" (Trib. Sulmona, 9 aprile 2018, in Danno e resp., 2018, p. 763). A prescindere, comunque, dal fatto che possa imputarsi ai genitori una colpa, vera o presunta, l'eventuale reazione risarcitoria ricorderà loro tanto l'indispensabile esigenza della loro opera quanto i criteri minimi a cui informarla. Il compito educativo resta, dunque, anche per questo, difficile perché eterogeneo nelle sue sfaccettature e, va da sè, di grande "responsabilità"

 

*Avvocato del Foro di Bologna e associato Ondif

 
Cassazione: "Diffamazione, evitare carcere anche ai blogger" PDF Stampa
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editoria.tv, 10 aprile 2021


"La scelta di applicare la pena detentiva deve essere, quanto meno, esteriorizzata nelle sue direttrici portanti che ne consentano di apprezzare la ragionevolezza". Lo ha stabilito la Cassazione in tema di diffamazione sul web e per quanto riguarda i blog che, anch'essi, dovranno rientrare nell'ormai sempre più attesa riforma auspicata dai giornalisti e raccomandata caldamente anche dalle istituzioni comunitarie europee.

L'ultimo caso è arrivato dalla quinta sezione penale della Corte di Cassazione che ha annullato con rinvio la sentenza della corte d'appello di Catanzaro che aveva condannato a sei mesi di reclusione un blogger calabrese. I giudici hanno ravvisato, come ha riportato l'Ansa, che il giudice che condanna per diffamazione al carcere, anche con la formula della pena sospesa, il direttore di una testata online scartando quella che deve essere la prima opzione, ossia la pena pecuniaria, ha "l'obbligo di indicare le ragioni che lo inducano ad infliggere la pena detentiva".

La pronuncia è ispirata dai principi stabiliti in sede di giurisprudenza comunitaria: l'Europa, infatti, ha spiegato che l'ipotesi del carcere va tenuta in considerazione solo per casi ritenuti gravissimi tra cui quelli inerenti i messaggi d'odio e l'istigazione alla violenza. La sentenza della Cassazione ha riportato d'attualità il tema della riforma, ormai necessaria e da anni invocata dai giornalisti, della diffamazione a mezzo stampa. L'argomento è stato posto dalla Fnsi sul tavolo del confronto con il neo sottosegretario all'Editoria Giuseppe Moles insieme ai temi del precariato e dell'equo compenso e delle cosiddette querele bavaglio. Entro giugno dovrebbe muoversi qualcosa in parlamento.

 
Catanzaro. Il Covid miete un'altra vittima tra i detenuti PDF Stampa
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Il Dubbio, 10 aprile 2021


La famiglia di Bruno Pizzata ha presentato un esposto per accertare le responsabilità. Una nuova vittima di Covid nelle carceri italiane. Si tratta di Bruno Pizzata, 61 anni, detenuto presso la Casa Circondariale di Catanzaro, deceduto l'8 aprile 2021 presso l'Ospedale "Pugliese - Ciaccio" di Catanzaro per complicanze polmonari respiratore determinate da positività al Covid.

Gli avvocati Luca Cianferoni, Eugenio Minniti e Gianni Russano, nella qualità di difensori di Antonia, Sebastiano e Alessia Pizzata, rispettivamente madre e figli della vittima, hanno annunciato che presenteranno denuncia/querela "nei confronti di tutti quei soggetti che si sono resi responsabili con le loro condotte colpevoli e negligenti dell'exitus del signor Bruno Pizzata, esclusivamente causato dal tardivo ricovero presso il suddetto nosocomio da parte della Direzione e della Dirigenza Sanitaria del predetto Istituto di reclusione, nonostante la perdurante ingravescenza delle condizioni di salute che già da subito si erano caratterizzate per una sintomatologia assolutamente seria, naturalmente con contestuale richiesta di sequestro di tutta la documentazione sanitaria carceraria e ospedaliera afferente la gestione anamnestica ed il protocollo terapeutico apprestato per fronteggiare l'insorta patologia".

Sono almeno 73 i detenuti positivi nel carcere di Catanzaro, tra i quali due sono stati ricoverati. Mercoledì c'è stata una prima vittima e giovedì è stata la volta di A.S., di 45 anni che era ricoverato e pare non avesse altre patologie.

 
Vasto (Ch). Le ultime ore in cella del primario: "Sono vittima di persecuzione" PDF Stampa
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di Gianluca Lettieri


Il Centro, 10 aprile 2021

 

Il colloquio dello psichiatra con la direttrice Ruggero all'ingresso del carcere: "Sono innocente" Poi la cena e le richieste per il giorno dopo: terapia per la pressione, acqua e pile del telecomando.

"Questa storia mi ha ferito. Ho fatto tanta beneficenza, sono un cattolico.

E adesso, con questa falsa vicenda, vengo invece presentato all'opinione pubblica come una persona che si approfitta di chi ha bisogno". Sono le tre e mezza del pomeriggio di due giorni fa quando il primario Sabatino Trotta, su un'auto della guardia di finanza, varca il cancello del carcere di Vasto e comincia a raccontare la sua verità alla direttrice Giuseppina Ruggero, che lo accoglie sul piazzale. A ripercorrere le ultime ore di vita dello psichiatra pescarese è proprio la responsabile dell'istituto penitenziario. "No, non immaginavo che, a distanza di poche ore, avrebbe potuto uccidersi", ripeterà all'infinito all'indomani di una tragedia che tutti, a Torre Sinello, etichettano come inaspettata.

All'inizio del primo giorno da detenuto, il primario appare tranquillo. Quando gli misurano la temperatura, dice di essere stato vaccinato. Ironizza persino sull'accento pescarese di Ruggero. La visita medica che va avanti spedita ed evidenzia un "minimo rischio suicidario". Poi, il comandante della polizia penitenziaria lo fa accomodare nel suo ufficio insieme alla direttrice. Racconta brevemente la sua storia, parla della famiglia che lo attende a casa, appare tranquillo e, a dire di chi lo ascolta, comunque in grado di gestire la situazione.

"Sono innocente e vittima di una persecuzione: non è assolutamente vero che ho usato gli ultimi per raggiungere scopi di denaro che, in realtà, non sono mai stati di mio interesse", si sfoga, respingendo con determinazione l'accusa di corruzione. "Gli altri hanno vinto una battaglia", scandisce Trotta, "ma l'importante è vincere la guerra. Io ho una splendida famiglia". A un certo punto, domanda alla direttrice: "Perché si sta tanto preoccupando per me?". "Perché lei non è abituato a questi ambienti", è la risposta. Il terzetto resta a parlare per mezz'ora, minuto più, minuto meno. Lui non scende nei dettagli, e i due interlocutori non fanno domande specifiche. Perché mettere il dito nella piaga significherebbe fare affiorare ulteriore malessere.

In ogni caso, sia per il presidio sanitario che per la direttrice, Trotta "è in grado di gestire il senso di frustrazione, anche perché è uno psichiatra e ben conosce l'ambiente penitenziario, avendolo frequentato per motivi professionali". A dire degli esperti, dunque, non c'è bisogno di una sorveglianza a vista.

Finito il colloquio, arriva il momento più difficile: entrare per la prima volta nella sua vita nel corridoio di un carcere. Lo accompagna un sovrintendente della polizia penitenziaria. La cella assegnata al primario è tra le più nuove. È composta da letto, tv, comodino, tavolo, sgabello e bagno con doccia. Trotta non deve condividere la stanza con altri detenuti perché il protocollo anti-Covid prevede 14 giorni di isolamento per i nuovi arrivati.

Lo psichiatra cena regolarmente, come accerta la direttrice del carcere con una telefonata. Poi, consegna all'agente della sezione la richiesta, per il giorno successivo, di una bottiglietta d'acqua e di due pile per il telecomando. Non dimentica neppure di farsi consegnare la terapia per la pressione. "Lei può suonare il campanello per qualsiasi necessità, noi siamo qui", gli ricorda un agente. "Grazie, ma non ho bisogno di niente", risponde il medico.

Per mettere in atto il suo piano di morte, però, lo psichiatra aspetta che si avvicini il cambio turno, previsto per mezzanotte. Conosce le regole del carcere e sa che, in quei minuti, le maglie dei controlli possono essere un po' meno strette. Prima di farla finita, impiccandosi con un laccio della tuta a una finestra, scrive una lettera alla moglie e ai due figli. La macchina dei soccorsi scatta immediatamente. Arriva anche l'ambulanza del 118, ma è tutto inutile.

Due inchieste - una della procura della Repubblica di Vasto e una interna - accerteranno se le misure di controllo siano state adeguatamente attuate. La prima domanda è: il laccio della tuta da ginnastica poteva essere in cella? "Sì, di certo non possiamo distruggere il pantalone a un detenuto", replica la direttrice Ruggero. "Per togliergli tutto, avremmo dovuto avere delle perplessità che, ripeto ancora una volta, non c'erano assolutamente".

E ancora: "Ripensando tutta la notte al colloquio avuto con Trotta, sono arrivata a due diverse conclusioni. La prima, per me più probabile, è che lui sia stato sincero fino al momento del telegiornale della sera. Poi, il servizio in tv potrebbe averlo fatto precipitare in un attimo di sconforto. La seconda ipotesi è che, essendo lui una persona molto intelligente, nonché particolarmente manipolativo e seduttivo, fosse tutta una recita e avesse architettato un vero e proprio piano. Con l'isolamento previsto per il Covid è tutto più difficile. Se Trotta fosse stato in stanza con altre persone, probabilmente lo avrebbero fatto desistere". E invece la sua vita è volata via cinque minuti dopo la mezzanotte, schiacciata sotto il peso di accuse così infamanti da cancellare in poche ore quasi trent'anni di carriera.

 
San Severo (Fg). Metà dei detenuti positivo, il carcere è un focolaio PDF Stampa
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di Antonio Maria Mira


Avvenire, 10 aprile 2021

 

La Casa circondariale di San Severo, in provincia di Foggia, è ormai un reparto Covid, con metà dei detenuti positivi e addirittura tre ricoverati all'ospedale di San Giovanni Rotondo. Ma ancora nessun detenuto è stato vaccinato, mentre a metà marzo lo sono stati gli agenti penitenziari, col vaccino Astra Zeneca.

Ma nonostante questo, due di loro successivamente sono risultati positivi e ora sono a casa. Niente vaccini, invece, per operatori e volontari, compreso il cappellano, don Andrea Pupilla che così ogni volta che entra in carcere per incontrare i detenuti si deve fare il tampone. "I cappellani per il momento non sono previsti tra quelli da vaccinare. Doveva essere fatta una vaccinazione di massa, subito, veloce, ma sono riusciti a farla solo agli agenti ma con estrema lentezza, due al giorno in ospedale", ci dice don Andrea che è anche direttore della Caritas diocesana di San Severo e che ospita spesso detenuti in semilibertà o in affidamento.

Eppure fino alla settimana prima della Domenica delle Palme il carcere era rimasto indenne. "Abbiamo retto per un anno", dice ancora don Andrea. Poi è arrivato un detenuto trasferito dal carcere di Melfi, istituto con molti casi positivi. Ma per lui i tamponi fatti là erano risultati negativi. Così è entrato a San Severo ma poi è risultato positivo.

Nel frattempo aveva già infettato tutti. Una situazione ad alto rischio, aggravata dalla lentezza delle vaccinazioni. Così si è dovuti ricorrere ai trasferimenti in altri istituti per avere più spazio e isolare i positivi dividendoli da quelli ancora negativi. Così il carcere che solitamente ospita tra 80 e 100 detenuti, ne ha solo 52, metà contagiati. Hanno messo nelle celle insieme i positivi e i negativi nelle altre. E hanno liberato completamente il piano terra.

Ma la situazione è molto difficile e gli agenti sono allo stremo e alcuni si stanno mettendo in malattia. E pensare che quasi un anno fa, 1'1 giugno il carcere era stato sanificato. L'operazione era stata portata a termine dagli specialisti del 21° Reggimento artiglieria di Foggia, unità dell'Esercito inquadrata nella Brigata Pinerolo, su richiesta del direttore della casa circondariale. Il personale militare aveva provveduto a igienizzare in particolare i locali dell'infrastruttura e gli automezzi in dotazione alla Polizia penitenziaria.

Ma è bastato un detenuto contagiato per far precipitare tutto e non solo a San Severo. Negli ultimi 15 giorni la situazione è esplosa in molte carceri pugliesi. Secondo gli ultimi dati contenuti nel report nazionale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del 5 aprile i contagiati sono 115 tra detenuti, agenti e amministrativi. Le carceri con più casi, oltre a San Severo, sono quelle di Lecce con 27 contagi (7 detenuti e 21 poliziotti), Foggia con 17 casi (un detenuto, un amministrativo e 15 agenti), Bari e Taranto con 16 casi.

 
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