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Pavia. Un detenuto su 5 è positivo al Covid, contagiati anche 15 agenti PDF Stampa
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La Provincia Pavese, 21 gennaio 2022


Dopo i suicidi dei mesi scorsi, emergono ora i problemi sanitari Ai reclusi infettati concesse videochiamate per parlare ai familiari. Il contagio non risparmia le carceri. Sette strutture in tutta Italia, in particolare, hanno superato i cento casi: tra queste c'è Torre del Gallo, a Pavia, dove i detenuti positivi sono 103. Un numero elevato se rapportato alla popolazione carceraria: attualmente il carcere di Pavia ospita 578 reclusi (a fronte della capienza regolamentare di 514 e di una "capienza tollerabile" di 786). Più di un quinto dei detenuti è stato perciò contagiato dal Covid. Proprio in questi giorni alcuni detenuti hanno ricevuto la terza dose di vaccino, come ha potuto constatare una delegazione di avvocati penalisti e politici nel corso di un recente visita al carcere, chiesta dopo i suicidi dei mesi scorsi. La delegazione, di cui faceva parte anche la garante dei detenuti Laura Cesaris, ha svolto il sopralluogo proprio mentre erano in corso le vaccinazioni. A somministrare le iniezioni il direttore sanitario Davide Broglia, uno dei tre medici rimasti in servizio. Ed è proprio la carenza di medici a complicare la situazione sanitaria.

Da quanto è stato possibile sapere, però, i casi sono quasi tutti asintomatici, emersi nel corso dello screening di tamponi a cui i detenuti sono sottoposti regolarmente. Solo una minima parte presenta sintomi lievi.

I positivi sono stati tutti isolati in aree apposite e vengono gestiti dall'area sanitaria interna (in passato erano trasferiti negli hub regionali, come San Vittore). I vertici non hanno sospeso i colloqui.

Ai detenuti positivi è data la possibilità di comunicare con i familiari attraverso videochiamate. Colpito dal contagio anche il personale del carcere, anche se in misura minore rispetto ai detenuti. Sono attualmente positivi 15 agenti di polizia penitenziaria su 200, una percentuale abbastanza contenuta se rapportata alla diffusione del contagio tra i reclusi.

Torre del Gallo ha una situazione cronica di sovraffollamento. Attualmente ospita 578, a fronte della capienza regolamentare di 514; 285 sono i detenuti comuni, per i due terzi definitivi e per il 30% circa stranieri; i protetti, in gran parte autori di reati di violenza sessuale, sono 273, quasi tutti con pena definitiva. C'è poi una piccola sezione di 8 persone ammesse alla semilibertà e al lavoro all'esterno. Il polo psichiatrico contempla 22 posti, ma solo 12 sono occupati perché al momento manca il personale per i casi di positività.

In tutto il Paese i detenuti positivi al Covid sono 2.586, quasi tutti asintomatici. Un picco sinora mai raggiunto dall'inizio della pandemia, (il dato è aggiornato al 17 gennaio) con i casi più che raddoppiati nel giro di 10 giorni. In tutto sono sette i penitenziari in Italia dove i positivi superano il centinaio e il record negativo è di Torino con 173 casi. Seguono Firenze Sollicciano (128), Napoli Secondigliano (144), Napoli Poggioreale (125), Busto Arsizio (120), Prato (110) e appunto Pavia (103). Tra gli agenti i casi sono 1.572.

 
Salerno. Il Garante dei detenuti Ciambriello ha regalato attrezzature ludiche ai detenuti PDF Stampa
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Il Mattino, 21 gennaio 2022


Il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello ha donato biliardini, tapis roulant e cyclette ai detenuti di Vallo della Lucania e ai detenuti del carcere di Eboli. La legge 354/1974 sull'ordinamento penitenziario inserisce le attività culturali, ricreative e sportive tra i principali elementi del trattamento. "Il benessere psico-fisico e sociale dei detenuti è di primaria importanza, soprattutto in questo periodo di forte stress emotivo, causato dalla situazione epidemiologica. L'immobilizzazione nelle celle produce malattia, malessere, amarezza, rancore.

Le attività sportive - dice il Garante Campano Samuele Ciambriello - permettono di superare momenti e atteggiamenti ansiosi e ansiogeni, e diventano occasione di socializzazione e di espressione delle proprie abilità. Diversamente, la pena rischierebbe di ridursi ad una limitazione della libertà personale, priva di ogni aspetto rieducativo. In particolar modo, lo sport e l'attività motoria risultano essere da sempre strumenti di inclusione sociale, sia fuori che dentro le mura carcerarie".

 
L'omicidio di Pierluigi Torregiani sul grande schermo con Francesco Montanari PDF Stampa
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di Emilia Costantini


Corriere della Sera, 21 gennaio 2022

"Ero in guerra ma non lo sapevo" è il film di Fabio Resinaro ispirato al libro omonimo di Alberto Torregiani, figlio del gioielliere milanese ucciso dai Pac il 16 febbraio 1979.

"Chiudere i conti col passato, elaborare una tragedia non è facile. Questo film chiude un capitolo, dando una giusta prospettiva a un fatto che troppe volte è stato buttato sui giornali in modo sbagliato. Il linciaggio mediatico nei confronti di mio padre ha portato quattro intellettuali disgraziati, a compiere un omicidio". Alberto Torregiani è il figlio adottivo di Pierluigi Torregiani, il gioielliere milanese ucciso il 16 febbraio 1979 dai Proletari armati per il comunismo, il gruppo di terroristi guidato da Cesare Battisti che fu condannato come mandante. E ora Alberto commenta in maniera pacata il film "Ero in guerra ma non lo sapevo", ispirato al suo libro omonimo.

Aveva solo quindici anni quando, proprio durante l'agguato dei Pac, una pallottola vagante, l'unica partita dalla pistola del padre per difendersi, lo colpì alla schiena e, da allora, è costretto su una sedia a rotelle. "Una questione di sfiga nella tragedia - sottolinea - e temo che mio padre, colpito mortalmente, abbia purtroppo fatto in tempo a capire che quel proiettile aveva colpito proprio me. Dico a Cesare Battisti che il vero ergastolo è il mio". Prodotto da Eliseo multimedia di Luca Barbareschi con Rai Cinema, per la regia di Fabio Resinaro, il film sarà nelle sale dal 24 al 26 gennaio e il 16 febbraio su Rai1. Protagonista, nel ruolo del gioielliere, Francesco Montanari, affiancato da Laura Chiatti nel ruolo della moglie Elena Torregiani. "Mio padre - aggiunge Alberto - non era un perbenista, non un eroe, lo sceriffo in borghese, il giustiziere di Milano come venne definito, è stato semmai una vittima sacrificale. Era un uomo forte, caparbio, austero, capace di affrontare le difficoltà. Ma io ricordo i suoi silenzi, le sue notti passate in bianco perché era preoccupato per la sua famiglia. E, dopo il primo attentato, ricordo il suo fastidio per la scorta, perché si sentiva scaraventato in un incubo".

Il racconto filmico prende il via dagli ultimi giorni di vita del gioielliere, titolare di un negozio alla periferia nord di Milano. Siamo nel pieno degli anni di piombo e Torregiani, il 22 gennaio 1979, aveva subito un primo tentativo di rapina, mentre si trovava con amici e parenti al ristorante, durante la quale muore un bandito. Non era stato lui a sparare, ma molti giornali lo accusarono di essere un giustiziere. "Torregiani aveva la pistola con sé, non per atteggiarsi a fare lo "sceriffo", ma perché quello era un periodo di continue rapine - interviene Montanari - Arrogante? Antipatico? Certamente aveva l'indole dell'uomo abituato a fare tutto da solo, era sicuro di sé o, almeno, così voleva apparire per nascondere le proprie debolezze, ostentando sicurezza per non creare altri problemi alla propria famiglia. Credo che quest'uomo sia finito in una dinamica prepotente, più forte di lui - continua Montanari - Era un artigiano, un uomo pragmatico, un lavoratore che andava avanti con le sue forze e non accettava l'idea che la sua vita dovesse cambiare. Lui diceva, sono una brava persona, perché mi sta succedendo tutto questo? E la domanda che dobbiamo porci noi oggi è: cosa avremmo fatto al posto suo?". Conclude il produttore Barbareschi: "Volevo portare sullo schermo questa vicenda da anni, ma non trovavo uno sceneggiatore che volesse scriverla. Non potevo sopportare come la stampa avesse linciato, allora, una vittima".

 
L'io ha bisogno di un luogo PDF Stampa
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di Giorgio Vittadini


ilsussidiario.net, 21 gennaio 2022

 

L'esigenza di trasformare gli spazi di vita, perché siano più a misura d'uomo, non è nuova, ma con la pandemia sembra essere esplosa. Sguardi, gesti, parole. Tutto nei legami tra persone, e tra persone e realtà, con l'andare dei mesi in pandemia, è messo sempre più alla prova. Solitudine, aggressività, ansia, depressione stanno diventando una brutta compagnia per molti, soprattutto giovani e giovanissimi che, in alcuni momenti, non sanno più "che fare di sé".

I luoghi virtuali in cui "incontrarsi", vedersi, scambiare messaggi hanno compensato in parte il disagio del distanziamento. Ma credo che nessuno abbia trovato improprie le virgolette alla parola "incontrarsi". Non a caso uno dei dibattiti pubblici che da inizio pandemia ha tenuto banco è quello del cambiamento dei luoghi fisici dell'abitare, delle città, piccole e grandi, dei territori extra-urbani, e non solo per via del lavoro a distanza.

L'esigenza di trasformare gli spazi di vita, perché siano più a misura d'uomo, non è nuova, ma con la pandemia sembra essere esplosa. E tornano in auge termini come "borgo" o "rione", luoghi in cui, come spiega l'architetto Stefano Boeri sul numero di Nuova Atlantide in uscita la prossima settimana, "il concetto di comunità è stato tenuto presente fin dall'inizio nella progettazione". Boeri fa l'esempio del quartiere Figino di Milano, "un luogo molto vivibile", in cui "hanno messo una biblioteca al centro". All'inizio "era stato guardato con diffidenza, ma oggi raccoglie molta soddisfazione da parte di chi ci abita". A Padova - racconta ancora l'architetto milanese - un recente progetto recupera "l'originaria traccia di un luogo centrale che a volte è una parrocchia, a volte una strada con una quantità di servizi molto importante, a volte è una piccola piazza". Oppure, un campo sportivo, la cui valenza educativa, sociale e di integrazione è altissima.

Mettere i piedi nel passato non significa rinunciare ad avere uno sguardo sul futuro. Si parla infatti di città aperta che funzioni come un arcipelago costituito da tanti quartieri dotati di tutti i servizi per i cittadini. "Questo permette che al loro interno ci siano soprattutto spazi pedonali e ciclabili, con un sistema di mobilità fluida che si accompagna anche a questi grandi sistemi di verde nel segno della biodiversità. La metropoli-arcipelago è secondo me la sfida dei prossimi anni", sostiene Boeri.

Il bisogno è quello di una diversa relazione persona-ambiente, in cui vengano recuperati spazi che offrano familiarità alle comunità. E dove, come suggerisce l'antropologo scozzese Tim Ingold, sempre su Nuova Atlantide, l'uomo è chiamato a uscire da "logiche estrattive" verso la natura e la realtà in generale, per mettersi in ascolto, in una relazione reciproca con ciò che lo circonda.

Luoghi del vivere che aiutano le persone a cambiare e che, da queste, sono cambiati. "I luoghi non sono contenitori indefiniti - sostiene l'antropologa Alessandra Lucaioli - all'interno dei quali possono anche avvenire dei fenomeni, ma sostanzialmente indifferenti rispetto ai corpi che ospitano e alle pratiche che vi accadono, ma materia viva che plasma le vite degli esseri umani, che inibisce o promuove azioni, interazioni, realizzazioni".

Mi ha colpito quanto è stato realizzato al quartiere Corvetto di Milano: una serie di iniziative con cui rendere il parco pubblico di zona un luogo vissuto, curato, accogliente. Lo hanno chiamato "Il Giardino dei Desideri". Tramite un "patto di collaborazione", coordinato da Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà), la comunità scolastica della zona, insieme a diverse non profit e a tutti coloro che frequentano il parco, hanno ripulito il giardino, abbellito le fughe e le crepe dei marciapiedi con resina dorata, appeso decorazioni fatte a maglia, sistemato giochi per i più piccoli e il terreno del campo da calcio. In progetto c'è la manutenzione della recinzione e un'aula didattica all'aperto. I bambini - dicono le maestre - stanno imparando che prendersi cura dei luoghi comuni è prendersi cura di sé e degli altri.

 
La Cedu condanna l'Italia per aver separato madre e figlia PDF Stampa
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di Monica Ricci Sargentini


Corriere della Sera, 21 gennaio 2022

 

La Corte europea dei diritti umani (Cedu) ha condannato l'Italia per aver interrotto i rapporti tra una madre e sua figlia dichiarando quest'ultima adottabile senza aver prima cercato altre soluzioni. "Gli argomenti dati dai tribunali italiani per giustificare la loro scelta - sottolinea la Corte - sono insufficienti".

Dato che la procedura di adozione non è stata ancora ultimata, la Cedu chiede alle autorità italiane di "riconsiderare rapidamente la situazione della madre e della figlia".

La Cedu, che ha deciso di non fornire i nomi della madre e sua figlia, indica solo che sono nate nel 1982 e 2012 e sono residenti a Brescia. Inoltre dal fascicolo emerge che la donna è di origini cubane. L'intera vicenda è iniziata nel febbraio 2013, quando la madre si rivolse ai servizi sociali chiedendo aiuto perché il marito la maltrattava. Madre e figlia furono quindi accolte in un centro di assistenza e seguite per due anni dai servizi sociali. Questi ultimi inviarono al tribunale dei minori una serie di rapporti in cui, dopo una prima valutazione positiva, mettevano in dubbio la capacità della madre di prendersi cura della bambina. Ma continuarono comunque a sottolineare i rapporti affettivi molto stretti tra la piccola e sua madre.

Nel settembre del 2015 il pubblico ministero domandò al tribunale di sospendere l'autorità genitoriale e di dichiarare la bimba adottabile. La madre si oppose fino in Cassazione a questa decisione, ma invano. Da qui la decisione di presentare ricorso alla Corte di Strasburgo. Oggi la Cedu ha bocciato la scelta fatta dai tribunali italiani, affermando in particolare che "gli argomenti su cui si è basata la decisione di dichiarare la bimba adottabile sono insufficienti". I giudici di Strasburgo contestano soprattutto il fatto che prima di decidere i tribunali non abbiano proceduto a una valutazione delle capacità genitoriali della madre e della situazione psicologica della minore.

La Cedu ha quindi condannato l'Italia a versare 42 mila euro come risarcimento per danni morali a madre e figlia per aver violato il loro diritto al rispetto dei legami familiari.

Inoltre la Corte di Strasburgo ha sottolineato che questo non è il primo caso in cui l'Italia viene condannata per una tale violazione, e che negli ultimi anni il Paese è stato ritenuto numerose volte responsabile di aver spezzato i legami tra genitori e figli con procedure di affido e adozione, o decisioni sui diritti di visita.

 
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