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Fisco: il partito di Renzi rompe il fronte delle manette PDF Stampa
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di Piero Sansonetti


Il Riformista, 13 novembre 2019

 

Italia Viva ha presentato vari emendamenti al decreto fiscale, e tra questi uno che propone l'abolizione dell'articolo 39, quello che inasprisce le pene per gli evasori e prevede il carcere fino a otto anni, la carcerazione preventiva prima dell'accertamento del reato, la confisca, le intercettazioni telefoniche, i trojan e tutto il resto, con l'equiparazione del reato fiscale a quello mafioso o terroristico.

L'iniziativa del partito di Matteo Renzi ha creato molti malumori nella maggioranza. I 5 Stelle considerano quell'articolo del decreto come la realizzazione della parte più importante del proprio programma politico e anche del proprio orizzonte ideale. In particolare il decreto-manette è un cavallo di battaglia di Marco Travaglio, il direttore del Fatto Quotidiano che molti considerano il capo del Movimento Cinque Stelle. Travaglio recentemente ha anche pubblicato sulla prima pagina del suo giornale una grande fotografia di manette, per dichiarare la sua esultanza di fronte alla possibilità che si aumenti il numero dei detenuti e oltretutto che si possano mettere in prigione un buon numero di benestanti, o di presunti benestanti, in particolare professionisti, commercianti, artigiani.

All'iniziativa legislativa di Italia Viva si somma una dichiarazione di Antonello Soro, che è il Garante della Privacy, il quale ha dichiarato di ritenere sbagliate molte delle misure previste nel decreto anti-evasione e di temere che con quel decreto si possano cancellare alcuni dei diritti fondamentali dei cittadini. Gli emendamenti di Italia Viva potrebbero portare a uno scontro molto serio all'interno della maggioranza. E sarebbe finalmente uno scontro tra liberali e giustizialisti. La contraddizione tra liberali e giustizialisti definisce la contrapposizione tra due idee diverse di società e di rapporto tra Stato e società.

I liberali immaginano una società che identifica modernità e libertà, e che tende ad aumentare sempre di più la sfera delle libertà, sia individuali che collettive, riducendo al minimo il controllo e la repressione da parte dello Stato. I giustizialisti pensano esattamente il contrario, e cioè che la modernità sia un progressivo aumento dei controlli, e possibilmente della punizione, perché solo una società controllata rigorosamente dallo Stato e dove la punizione è il motore della giustizia (anche della giustizia sociale) è una società equa ed eticamente solida. I giustizialisti tengono molto a questa idea: l'etica come baluardo della civiltà. I liberali invece vorrebbero tenere l'etica fuori dalla politica, e considerano la libertà il baluardo della civiltà. Per questo il decreto sulle manette agli evasori è una specie di cartina di tornasole. I giustizialisti con questo decreto vogliono mandare un segnale chiaro: l'evasione fiscale è la principale fonte dell'ingiustizia sociale e dunque va punita in modo esemplare. Manette.

Hanno ragione i giustizialisti a considerare l'evasione come la fonte principale dell'ingiustizia sociale? L'evasione, in Italia, è un male grandissimo, perché è molto estesa e anche molto varia, tiene insieme gli evasori per necessità - poveri, o poco ricchi, e che senza evasione sarebbero in miseria - con gli evasori per speculazione, che truffano e accumulano miliardi. L'evasione è fonte di ingiustizia, ma non è la principale fonte di ingiustizia, e prospera anche per via di un sistema fiscale antico, farraginoso e inefficiente. Si può combattere con le manette?

In una società liberale niente si combatte con le manette, se non i delitti estremi e di sangue. E l'uso spropositato delle manette, specie per reati economici, produce un abbassamento del livello di libertà, specialmente se realizzato attraverso misure del tutto discrezionali e di sopraffazione come sono il carcere preventivo, le confische, le intercettazioni. Il giovane partito di Renzi saprà farsi alfiere della battaglia liberale, o userà i suoi emendamenti solo per trattare? È una prova importante alla quale ora si sottopone Italia Viva. Ed è una prova che mette sul tappeto anche un'altra domanda: una forza liberale può governare in coalizione con una forza giustizialista? Un partito democratico e anti-autoritario può mediare con Marco Travaglio?

 
Carcere per gli evasori? Inutile: parola di 5 Stelle PDF Stampa
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di Ugo Grassi*


Il Riformista, 13 novembre 2019

 

Il decreto fiscale prevede, com'è noto, l'abbassamento delle soglie di punibilità per talune fattispecie penali introdotte nel 2000 con il d.lgs. n. 74 - portate da centocinquanta a centomila euro - oltre a un aumento delle pene minime e massime. Il provvedimento è stato difeso dal governo sostenendo che in questo modo saranno colpiti i grandi evasori così che chi evade centinaia e centinaia di migliaia di euro sarà finalmente punito con il carcere.

Ma bisogna dirlo con franchezza: abbassare la soglia a centomila miro non serve a niente e fa solo male. Fa male perché per condannare un vero evasore in più (si noti che i reati in questione sono reati esclusivamente dolosi) ne processeremo tanti altri che hanno solo commesso degli errori. Tralascio di valutare l'incremento delle pene per dedicarmi all'abbassamento delle soglie di punibilità, in quanto è stato questo aspetto a essere oggetto delle maggiori critiche. Il principio di base sembra ovvio: se evadi vai in carcere.

L'evasione fiscale è un atto antisociale lesivo degli interessi della collettività, su questo non c'è dubbio. Ma se è così, allora, perché punire solo chi evade per somme superiori ai centomila euro? Non è forse spregevole anche trattenere illecitamente novantamila o anche solo cinquantamila euro?

La risposta è sì, solo che le soglie di punibilità non sono previste allo scopo di far salvi taluni evasori, bensì per evitare di processare coloro che sono incorsi in un errore, che è tanto più probabile tanto più la fattispecie incriminatrice descrive in modo non del tutto preciso gli indicatori dell'avvenuta evasione fiscale. Sarà sorprendente per il non addetto ai lavori scoprire che esistono fattispecie di reato senza soglia di punibilità o con soglia di soli trentamila euro! In sintesi, con molte approssimazioni. Esistono quattro principali ipotesi di reati fiscali (le altre sono derivate o similari e per brevità non ne parlerò).

Le prime due si perfezionano o con fatture false o altri artifici, la quarta è ipotesi omissiva (omessa dichiarazione). Interessante la terza perché è una sorta di ipotesi residuale che si perfeziona se non ricorrono le altre più precise fattispecie.

La prima ipotesi di reato non ha alcuna soglia di punibilità, ed è logico perché c'è un elemento chiaro e preciso che diviene un puntuale spartiacque tra il lecito e l'illecito. La seconda è un po' meno "precisa", e lì il legislatore ha previsto come soglia di punibilità la cifra di trentamila euro. Interessante è la terza: "dichiarazione infedele".

Questa è la più imprecisa di tutte giacché ricorre in via principale alla nozione di "elementi passivi esistenti", ed è noto in dottrina e in giurisprudenza che tale formula crea non pochi problemi in sede interpretativa.

Proprio questa imprecisione ha indotto il legislatore a contemperare la descrizione dell'illecito con una soglia più alta di punibilità proprio per evitare che venga processato anche chi ha solo commesso degli errori, i quali, si noti, potrebbero anche solo essere l'effetto di una divergenza con l'ente accertatore sui criteri di valutazione degli elementi passivi.

Agevole comprendere che più si abbassa la soglia più aumenta il numero di coloro che hanno solo commesso uno sbaglio. Abbassare la soglia a centomila euro è come curare il cancro con una aspirina. Non serve a niente e fa solo male: a parte che come detto aumenteranno i processi a carico di coloro che hanno solo commesso un errore, aumenteranno i costi sociali, e aumenterà il carico riversato sulle procure, che magari non riusciranno neppure più a perseguire chi ha evaso per davvero e in modo consistente.

Il punto è che questa non è materia da decreto. È materia da legge delega, che preveda la stesura di un testo unico in materia fiscale, giacché la normativa fiscale è tra le più caotiche: in questo caos v'è spazio per l'elusione (e l'elusione non è reato) che causa una perdita di gettito, secondo alcune stime, non meno grave di quella causata dall'evasione; ma v'è anche spazio per frequenti errori, errori capaci di trasformarsi in un incubo per il contribuente tutte le volte in cui commessi in buona fede.

Vogliamo contrastare l'evasione? Rendiamo le norme più chiare: diminuiremo l'acqua in cui nuotano i veri evasori; miglioreremo la qualità della vita dei contribuenti e, perché no, anche quella dei commercialisti.

*Senatore M5S. Professore ordinario di Diritto civile. Direttore Dip. di Giurisprudenza, Università "Parthenope" di Napoli

 
"Così la 'Ndrangheta arruola i bambini soldato" PDF Stampa
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di Amalia De Simone


Corriere della Sera, 13 novembre 2019

 

Armi in mano prima dei dieci anni, visite ai macelli a vedere squartare gli animali, disprezzo per le forze dell'ordine: la testimonianza di un collaboratore di giustizia. Ad oggi il tribunale dei minori di Reggio Calabria ha adottato 60 provvedimenti di allontanamento dalle famiglie nei confronti di 70 minorenni.

Aveva meno di dieci anni quando gli misero in mano una pistola. Se lo ricorda perché le dita erano piccole, l'arma pesante e nel tentativo di scarrellare si fece male al pollice. È Luigi Bonaventura, un collaboratore di giustizia che ha preso parte a decine di processi. Ha terminato il suo programma di produzione mentre la sua famiglia è ancora sotto la tutela dello Stato. Lui è stato un bambino soldato della 'ndrangheta. "Si cresce in famiglie che ti inculcano la subcultura mafiosa con padri e zii che ti indottrinano al culto della famiglia 'ndranghetista. Cominciano portandoti le armi in casa, insegnandoti a pulirle, a maneggiarle, a caricarle e magari ti fanno ripetere il "giochino". Poi ti fanno vedere i fucili da assalto e tu che sei piccolo ne rimani affascinato. Assisti a perquisizioni, agli arresti, ti insegnano a disprezzare le forze dell'ordine. Sono tutte cose che alla fine, da bambino, ti condizionano e ti segnano la vita".

Bonaventura ricorda anche che veniva spesso portato al macello dove gli insegnavano a squartare gli animali ad avere confidenza con il sangue. "All'epoca io queste cose non le capivo, poi da grande ho compreso che era un modo per farmi prendere dimestichezza con la morte".

Bonaventura racconta che queste pratiche aiutano quando si commette il primo omicidio: "Fino al momento che spari non senti niente". Ancora oggi il clan praticano l'educazione criminale nei confronti dei bambini come dimostrano due recenti indagini in Piemonte e in Calabria. Per esempio nelle intercettazioni tratte dagli atti della direzione distrettuale antimafia di Torino, sfociata nelle operazioni "Criminal Consulting" e "Pugno di ferro" dell'ottobre 2019, si sente un uomo che dialoga con dei ragazzini e li invita a sentirsi orgogliosi di appartenere alla 'ndrangheta.

Oppure negli atti di un'inchiesta del settembre 2019 della procura di Reggio Calabria in cui un boss della piana di gioia Tauro addestra il figlio di otto anni al crimine. Nell'ordinanza si legge che il figlio minorenne di uno degli indagati non solo si rivelava consapevole dell'attività svolta dei genitori coinvolti in un commercio di stupefacenti, ma vi partecipava anche suscitando l'ammirazione del padre che osservava orgogliosamente che un giorno "gli avrebbe fatto le scarpe". Il trafficante di droga parlava tranquillamente con il figlio delle dosi e di armi istruendolo anche su come venivano risolti i contrasti con i fornitori internazionali.

"Che facevano ? una guerra succedeva qua - diceva - avevano Kalashnikov tutto così lo potevi ammazzare lo sotterravi e non sapeva niente nessuno invece i colombiani venivano qua e sai che facevano? il macello".

Il presidente del tribunale di minori di Reggio Calabria Roberto di Bella dopo aver visto per anni bambini utilizzati nel trasporto di droga e di armi o nella cura dei latitanti ha cominciato a sperimentare provvedimenti di allontanamento dei minori dalle famiglie di ndrangheta. Provvedimenti che ovviamente valutano situazioni caso per caso. Ad oggi il tribunale dei minori di Reggio Calabria ha adottato 60 provvedimenti di allontanamento dalle famiglie nei confronti di 70 minorenni. Al momento 30 nuclei familiari hanno abbandonato la Calabria dissociandosi dalle logiche criminali.

"Mi ricordo di un ragazzino coinvolto a pieno titolo dell'attività della sua famiglia e che era costretto a trasportare armi da guerra e ad assistere al taglio delle dosi di droga. Ora il padre in carcere ed il ragazzino in un'altra località ed è finalmente libero, libero di studiare, di muoversi, di essere, ora che è più grande, un adolescente normale". Di Bella ha portato questa sua esperienza in un libro di recente pubblicazione "Liberi di scegliere", dove racconta le storie di questi ragazzi, i loro traumi e i loro sogni.

"Anche noi collaboratori di giustizia in qualche modo abbiamo portato via i nostri figli dai tentacoli dei clan. Loro fanno una vita di sacrifici, che non hanno scelto, rischiando la vita per gli errori che noi abbiamo commesso e subendo una serie di disfunzioni e difficoltà". Spiega Bonaventura che grazie anche al sostegno di sua moglie ha fondato l'associazione sostenitori dei collaboratori e testimoni di giustizia e sta creando una ong per difendere i minori che crescono negli ambienti mafiosi "Stop mafia's children soldiers".

"Noi togliamo i nostri figli dalle origini per portarli in un ambiente migliore - spiega Giovanni Sollazzo, tesoriere del comitato sostenitori dei collaboratori e testimoni di giustizia - in quanto nelle nostra terra potrebbero diventare possibile manovalanza della criminalità organizzata. Quindi li sradichiamo da quel territorio e li portiamo in un territorio sano ma in un certo senso anche a loro ostile, perché vengono esposti a molti pericoli e a molte discriminazioni: dobbiamo insegnargli a dire le bugie perché non possono dire il papà che lavoro fa, non possono dire da dove vengono né dove abitano, non possiamo avere il nome sul citofono di casa e a scuola sono facilmente individuabili. Per questo ci sarebbe bisogno di maggiore attenzione da parte del legislatore nei confronti dei familiari dei collaboratori e dei testimoni di giustizia perché possano avere una vita normale". Spesso però i ragazzini raggiungono una maturità ed una sensibilità a volte inaspettata: "Era la festa del papà - racconta Luigi Bonaventura - e ricevetti una lettera dai miei figli. C'erano scritte tante cose belle mi ringraziavano per le cose che riuscivo a dargli, per i regali e per l'affetto. Sembrava una lettera ordinaria di bambini normali. Invece alla fine c'era la sorpresa, perché nelle ultime righe scrissero: papà grazie soprattutto perché non ci hai condotto verso il percorso di una vita criminale".

 
Processo Cucchi, domani le sentenze. Depistaggio, cambia il giudice PDF Stampa
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di Eleonora Martini


Il Manifesto, 13 novembre 2019

 

Si conclude il processo ai medici e quello ai carabinieri responsabili del pestaggio. Il magistrato Bona Galvagno ammette di non essere idoneo a giudicare i graduati dell'Arma. Ha ammesso egli stesso di essere un ex carabiniere in congedo e dunque di non essere idoneo a giudicare gli otto graduati dell'Arma accusati a vario titolo di aver coperto la verità e di aver depistato le indagini sulla morte di Stefano Cucchi.

Perciò il giudice Federico Bona Galvagno si è astenuto, ieri, accettando l'istanza avanzata dalla famiglia del giovane geometra romano. A questo punto il processo inizierà il 16 dicembre prossimo, ma già si prevede una temperatura altissima nelle aule di Piazzale Clodio dove i difensori del generale Alessandro Casarsa, il più alto in grado degli otto imputati, hanno presentato nella lista dei testi tra gli altri il generale Vittorio Tomasone, all'epoca numero uno del Comando provinciale, e addirittura il sostituto procuratore Vincenzo Barba, il primo pm che si è occupato del caso.

Il magistrato romano condusse però indagini che hanno portato su una pista ritenuta sbagliata evidentemente non solo dalla famiglia Cucchi, non a caso ritiratasi dal primo processo, quello ai cinque medici dell'ospedale Pertini che domani arriverà alla terza sentenza in Corte d'Appello, dopo due rinvii della Cassazione per annullamento delle assoluzioni. E per uscire da quel vicolo cieco che non voleva affrontare il nodo di "pestaggio di Stato" tenuto nascosto per dieci lunghissimi anni, ci volle la determinazione di una famiglia, la tenacia di una sorella e l'impegno del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e del pm Giovanni Musarò.

Un impegno che invece per l'avvocata Maria Lampitella, difensore di Raffaele D'Alessandro, uno dei due carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale nel processo bis, è un "elefantismo investigativo arrivato a livelli inammissibili". Dice proprio così, l'avvocata, nella sua arringa finale pronunciata ieri nell'aula bunker di Rebibbia, prima della sentenza prevista sempre per domani. E ammette candidamente di avere "un'unica remora: avrei dovuto chiedere - afferma l'avvocata Lampitella - il rito abbreviato per il mio assistito, prima che il pm Musarò cambiasse il capo d'imputazione da lesioni a omicidio", in seguito alla testimonianza di esperti medico-legali.

Sono ore decisive dunque, queste, per una famiglia che si dice "allo stremo delle forze". Lo scrive su Facebook Ilaria Cucchi: "Mamma e papà sanno già di essere condannati all'ergastolo di processi che si protrarranno fino alla fine della loro vita". La giornata di ieri però è stata proficua per due ragioni: per l'astensione ottenuta dal giudice Bona Galvagno e per l'ammissione del pestaggio da parte degli stessi difensori dei principali imputati del processo bis. Nessuno più ormai mette in dubbio l'esatta dinamica degli eventi, nessuno nega più le violenze. Semmai quel che gli avvocati di Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro - gli unici imputati ad essere accusati di omicidio preterintenzionale e per i quali la procura ha chiesto 18 anni di carcere (mentre Francesco Tedesco, Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi devono rispondere a vario titolo dell'accusa di falso) - hanno tentato di dimostrare nelle loro arringhe difensive è che non c'è alcun nesso di causalità tra le botte subite dal giovane arrestato per spaccio la notte del 15 ottobre 2009 e la sua morte avvenuta il 22 ottobre.

È un momento delicato, perché la prima Corte d'Assise deciderà domani se riconoscere che il "pestaggio degno di teppisti da stadio" era stato eseguito dai due carabinieri senza preoccuparsi delle conseguenze potenzialmente mortali, come sostiene il pm Giovanni Musarò, o se dare ragione alle difese che viceversa vorrebbero rigettare la palla nella direzione dalla quale è arrivata e far discendere la morte di Cucchi da "altri eventi intervenuti durante l'ospedalizzazione", come sostenuto dall'avvocata Antonella De Benedictis che difende Alessio Di Bernardo.

Secondo la legale, deve essere riconosciuto "il disvalore penale della condotta" dei due carabinieri-picchiatori. Inoltre, dice l'avvocata, "se è vero che la lesione alla colonna ha causato la vescica neurologica, bisogna ammettere però che il globo vescicale, causa della morte, si è creato dopo, per colpa di un infermiere. Nel momento in cui il catetere è stato inserito - conclude l'avvocata - automaticamente si è interrotto il nesso tra il pestaggio e la morte". La richiesta per D'Alessandro e Di Bernardo è, naturalmente, di assoluzione o in subordine la derubricazione del reato in lesioni, le attenuanti e il minimo della pena.

"Ascoltando i difensori degli imputati che oggi ammettono tranquillamente il pestaggio inflitto a Stefano - scrive Ilaria Cucchi - non posso non pensare quanto esso sia stato ostinatamente negato dal prof. Paolo Arbarello, consulente della Procura nominato per l'autopsia. Non posso non pensare alla prima perizia Grandi - Cattaneo che ipotizzando anche la caduta ha fatto morire mio fratello di fame e di sete. Non posso non pensare al braccio di ferro tra la Corte d'Assise di Appello e la Corte di Cassazione sulla responsabilità dei medici per la sua morte. La prima assolve e riassolve. La seconda annulla e riannulla quelle assoluzioni. Un rimpallo di 4 sentenze". Ora c'è solo da attendere. Domani, 14 novembre.

 
"Spazza-corrotti", adire la Consulta non salva dal carcere PDF Stampa
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di Giovanni Negri


Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2019

 

Non si può aggirare la legge "spazza-corrotti" e stabilire la scarcerazione di chi è stato condannato per reati contro la Pa. Non quando la Corte costituzionale ancora deve pronunciarsi. La Cassazione, con la sentenza n. 45319, depositata lo scorso 7 novembre, ha stabilito che non può essere disposta la sospensione della pena detentiva inflitta per peculato in attesa del giudizio della Consulta.

I fatti: il tribunale di Brindisi ha condannato nel marzo del 2015 un uomo a 2 anni e 8 mesi per diversi episodi di peculato, consumato e tentato; nell'aprile di quest'anno il Pubblico ministero ha emesso l'ordine di carcerazione senza procedere alla sospensione prevista dal Codice di procedura penale. Dal 2019 è infatti in vigore la legge n. 3, che esclude la gran parte dei reati contro la Pa, compreso il peculato, dal beneficio della sospensione della pena.

In sede di incidente di esecuzione, la difesa ha chiesto la dichiarazione di temporanea inefficacia dell'ordine di carcerazione e che venisse sollevata questione di legittimità costituzionale della legge "spazza-corrotti" nella parte in cui restringe l'area dei beneficiari della sospensione. Punto, quest'ultimo, accolto dal Tribunale che ha investito la Corte costituzionale della decisione, ma semaforo rosso invece davanti alla domanda di scarcerazione in attesa del verdetto della Consulta, perché altrimenti si permetterebbe al giudice di anticipare gli effetti della pronuncia di costituzionalità.

La difesa ha fatto ricorso alla Cassazione, sottolineando, tra l'altro, che, la pena sarebbe stata quasi interamente scontata prima del giudizio della Consulta. La Cassazione ha però considerato infondata l'impugnazione, sostenendo l'impossibilità di individuare nell'ordinamento una soluzione che possa permettere di anticipare gli effetti di una dichiarazione di incostituzionalità. La tutela cautelare infatti sul punto appare problematica e impervia l'applicazione in via analogica dell'articolo 670 del Codice di procedura penale sulle questioni che riguardano il titolo esecutivo, dopo che il giudice ha sollevato la questione di costituzionalità.

"Anche in tale ipotesi - osserva la Consulta -, infatti, il menzionato principio del sindacato accentrato di costituzionalità non consente al giudice a quo, che abbia investito la Consulta della relativa questione, per questa via spogliandosi della potestà decisoria, di riappropriarsene sia pure a fini soltanto cautelari".

Come pure, chiude il cerchio la Corte di legittimità, non è possibile un'applicazione analogica dell'articolo 666, comma 7, del Codice di procedura penale che permette al giudice di decidere la sospensione in caso di presentazione di ricorso. L'analogia infatti, spiega la sentenza, costituisce un procedimento interpretativo attraverso il quale una norma estende il suo ambito applicativo oltre i casi espressamente previsti, per andare a disciplinare situazioni estranee ma in rapporto alle quali si può individuare una corrispondenza delle ragioni giustificative. Tuttavia l'analogia non si applica alle misure che fanno eccezione a regole generali. Ed è proprio il caso dell'articolo 666, comma 7, che introduce la possibilità di sospensione in caso di ricorso come eccezione alla disciplina generale che non prevede lo stop.

 
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