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Con il virus la galera può essere dannosa per la società (ma anche senza virus) PDF Stampa
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di Iuri Maria Prado

 

linkiesta.it, 8 aprile 2020

 

Il procuratore di Milano Francesco Greco ha scritto alle sue unità inquirenti, invitandole a chiedere l'arresto "solo per reati con modalità violente" o di "eccezionale gravità". Si vuole evitare che le carceri scoppiano e diventino focolai di coronavirus, perché non farlo anche in tempi normali?

La notizia non era da prima pagina, evidentemente. Io l'ho trovata in un francobollo nell'orlo basso d'una pagina del dorso milanese del Corriere della Sera. Cronaca locale. Eppure era una notizia importante. Non è infatti cosa da poco se il capo di un importantissimo ufficio giudiziario invita i suoi pubblici ministeri ad andar piano con gli arresti.

Questo avrebbe infatti scritto Francesco Greco, procuratore della Repubblica di Milano, alle sue unità inquirenti: di chiedere l'arresto "solo per reati con modalità violente" o di "eccezionale gravità". Pare che l'iniziativa sia riferibile all'esigenza di non aggravare la situazione di sovraffollamento delle carceri, tanto più allarmante per il pericolo che esse diventino altrettanti focolai d'infezione micidiale.

E già se si trattasse soltanto di questo, appunto, la notizia sarebbe di rilievo perché racconta che non esiste un presidio normativo capace di limitare quel pericolo, e serve un correttivo di artigianato giudiziario per porre rimedio agli effetti di un dispositivo di legge altrimenti dannoso.

Pressappoco è così: siccome la legge dello Stato è inefficace e anzi fa danno, allora interviene un magistrato che rende inefficace la legge e limita il danno di quell'inefficacia. Ma non si tratta soltanto di questo. Perché la necessità di ridurre il ricorso alla misura cautelare del carcere non dovrebbe risiedere soltanto in quelle ragioni, diciamo così, di contingenza logistica in periodo di crisi: per capirsi, non arrestiamone troppi ché sennò in quel carnaio facciamo una strage.

Piuttosto, bisognerebbe valutare se già in linea di principio, e dunque non solo in tempo di emergenza sanitaria, non sarebbe opportuno (dovuto, diremmo noi) prevedere che la custodia cautelare possa essere ordinata esclusivamente quando il non disporla implicherebbe un rischio troppo grave per gli altri e per la società. In una parola: disporla solo per i soggetti effettivamente pericolosi. E pericolosi non nel senso che c'è rischio che alterino il prossimo bilancio o che smercino altri quattro spinelli: ma pericolosi per la gravità del delitto che hanno commesso e per la ragionevole considerazione che possano commetterne altri altrettanto gravi. L'intervento del magistrato milanese è benemerito, ma è maledetto il sistema che lo rende necessario: e non dovrebbe essere solo il rischio di contaminazione da Covid-19 a metterlo in discussione. Perché per accorgersi di quanto è insensato e ingiusto sbattere la gente in galera senza processo non bisognerebbe attendere un'epidemia che trasforma l'arresto nella probabile condanna a morte di chi finisce dentro e di quelli che ci stanno già.

 
"Quanti ai domiciliari con il "Cura Italia?" PDF Stampa
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di Valentina Stella


Il Dubbio, 8 aprile 2020

 

Lettera ai provveditori dell'osservatorio carceri dell'Ucpi. I responsabili nazionali dell'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane, gli avvocati Riccardo Polidoro e Gianpaolo Catanzariti, hanno inviato una lettera a tutti i Provveditori dell'Amministrazione Penitenziaria, per porre una serie di quesiti relativi agli istituti di pena del territorio con la convinzione "che solo collaborando pienamente insieme potremo superare nel miglior modo possibile l'emergenza attuale o comunque ridurne i danni".

Proprio l'avvocato Polidoro ci dice che "occorre trasparenza in questo momento; più notizie avremo, più l'avvocatura potrà contribuire a fronteggiare l'emergenza. Allo stato attuale il ministero della Giustizia è isolato rispetto alle soluzioni predisposte: il Papa, le associazioni radicali, gli avvocati, molti magistrati chiedono provvedimenti più coraggiosi".

L'iniziativa segue a quella della Giunta dell'Ucpi che reclamava con forza più dati e chiarezza. Al provveditore della Campania, Antonio Fullone, la lettera è stata inviata anche dai responsabili regionali, gli avvocati Giovanna Perna e Fabio della Corte. Quello che i penalisti chiedono è di sapere, tra le altre cose, quanti sono i detenuti che hanno usufruito dei domiciliari, con o senza braccialetto, in base al dl 17 marzo, n. 18 ("Cura Italia"; quanti i tamponi effettuati; quanti i reclusi con patologie polmonari; quanti risultati positivi al coronavirus e quanti ospedalizzati.

Come spiega al Dubbio, l'avvocata Perna "destano molta preoccupazione i numeri che ci giungono: 158 agenti di polizia penitenziaria, 37 detenuti e 5 funzionari dell'Amministrazione sono infetti. A ciò si aggiunge la morte del medico in servizio nelle carceri bresciane e il primo caso di Covid- 19 negli istituti penitenziari della Campania, in particolare un ospite di un reparto di alta sicurezza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. È da registrare anche la morte per suicidio di un recluso nel carcere di Aversa".

Si tratta di un detenuto romeno di 32 anni, Emil V. che si è impiccato all'alba, come reso noto da Samuele Ciambriello, garante dei detenuti in Campania. L'uomo era dentro per rapina e sarebbe uscito a novembre. "Il suicidio - prosegue Perna - per quanto non riconducibile ad una ipotesi di contagio da Covid- 19, denota chiaramente una situazione di insofferenza.

Purtroppo in questo momento i soggetti con problemi psichiatrici non possono ricevere l'attenzione e le cure da parte degli specialisti, a causa delle restrizioni". Per quanto concerne invece le misure adottate per fronteggiare il sovraffollamento nel momento dell'emergenza sanitaria, l'avvocato Perna ravvisa "la fallacia dell'efficacia: negli istituti di pena ad Avellino e provincia, con una popolazione carceraria di circa 1.053 persone, da quando è stato varato il decreto, secondo un censimento della Camera Penale locale, sono uscite solo 2 persone e 4 sono in attesa di braccialetti, che non si quando arriveranno.

Se l'uscita dal carcere è stata predisposta per motivi di salute, si comprende che questo poteva essere fatto anche prima che si verificasse la pandemia. I magistrati di sorveglianza stanno differendo la pena a coloro che hanno gravi condizioni di salute. Noi invece, come Osservatorio Carcere Ucpi, vogliamo che il governo si assuma la responsabilità e riduca il sovraffollamento perché esso può provocare l'espansione del virus.

Dov'è il paradosso? Noi da sempre abbiamo chiesto ai magistrati di sorveglianza di applicare la legge 199 del 2010 che consentiva appunto la detenzione domiciliare per tutti coloro con un residuo di pena non superiore a 18 mesi. Ma fino ad ora non è stata applicata o è stata applicata pochissimo. Oggi lo stanno facendo in maniera più assidua. Bisognava aspettare il coronavirus?".

 
Carceri sovraffollate, l'Italia al top europeo. L'appello dei poliziotti PDF Stampa
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di Eleonora Martini


Il Manifesto, 8 aprile 2020

 

Superata solo da Belgio e Turchia, nella classifica di Strasburgo. I Dirigenti della penitenziaria a Conte: "Subito misure deflattive". Nella classifica delle carceri più sovraffollate d'Europa, con 118,9 detenuti ogni 100 posti, l'Italia è superata soltanto dal Belgio (120,6) e dalla Turchia (122,5). I dati, raccolti e analizzati nell'ultimo rapporto "Space" del Consiglio d'Europa, sono di un anno fa, risalgono al 31 gennaio del 2019, ma la situazione non è cambiata. Anzi, il 4 aprile scorso il Garante per i diritti dei detenuti, Mauro Palma, stimava il sovraffollamento medio al 121,75%. Un problema che, con il serio rischio che la pandemia da Covid possa trasformare le celle in camere di morte legalizzate, è diventato il nemico numero uno, da combattere con estrema urgenza.

A sottolinearlo non è solo il segretario generale della più grande organizzazione europea (47 Stati membri) in materia di diritti umani, Marija Pejcinovic Buric, che a commento del rapporto "Space" invita tutte "le amministrazioni penitenziarie e tutte le autorità competenti" d'Europa a "cercare di utilizzare quanto più possibile le misure alternative al carcere, e prendere tutte le precauzioni per proteggere i detenuti e il personale". Ieri anche i Dirigenti e i funzionari della Polizia Penitenziaria hanno rivolto un "accorato e responsabile appello" a Giuseppe Conte.

Al presidente del Consiglio hanno chiesto: "Abbiamo la certezza che il virus in carcere non si diffonda? Ed in caso di sommosse o altre rivolte, il Governo è in grado di inviare squadre antisommossa per fronteggiare 50 mila detenuti avviliti e disposti a tutto?". Se "la risposta non è affermativa - continua la DirPolPen nella missiva - allora chiediamo di valutare urgentemente forme deflattive più consistenti, che senza passare per amnistie o indulti, deflazionino sensibilmente le presenze dentro le mura e permettano una gestione più lineare dell'emergenza".

La preoccupazione del sindacato più rappresentativo dei Dirigenti di polizia penitenziaria sta soprattutto nell'"impossibilità di realizzare il distanziamento necessario di un numero elevato di soggetti, con l'ampio rischio di trasmissione a catena attraverso soggetti asintomatici anche agli operatori penitenziari". E anche nel fuoco che "cova sotto la cenere delle devastazioni delle scorse settimane".

"L'Amministrazione Penitenziaria è in impasse e oggi, se dovessero ripetersi i disordini - prevede l'Associazione - sarebbe incapace di fronteggiarli, se non mettendo a repentaglio la vita del personale di Polizia Penitenziaria e di altri operatori ivi presenti".

D'altronde che i detenuti italiani abbiano qualche motivo per non sentirsi in debito verso uno Stato che persiste nell'illegalità, lo dice il rapporto del Consiglio d'Europa. Fuori dal podio della classifica del sovraffollamento, con l'Italia piazzata al terzo posto, in posizione critica seguono solo Francia (con 117 detenuti ogni 100 posti), Ungheria (115), Romania (113), Malta e Grecia (107), Austria e Serbia (106). Poi tutti gli altri. Inoltre, se si va a spulciare il lungo dossier stilato a Strasburgo, l'Italia risulta anche tra i primi Paesi (all'11° posto dopo Liechtenstein, Monaco, Andorra, Lussemburgo, Svizzera, Olanda, Armenia, Albania, Danimarca e Nord Irlanda) per percentuale di detenuti in attesa di sentenza definitiva. Ma salta addirittura al quarto posto, dopo Andorra, Lettonia e Islanda, per percentuale di reclusi che scontano condanne in violazione delle leggi sulle droghe. In Italia sono il 31,8% della popolazione carceraria, a fronte di una media europea del 16,8%.

Unico grafico nel quale il nostro Paese occupa la parte bassa della tabella, è quello che descrive il numero di detenuti in rapporto a ciascun agente di polizia penitenziaria: nettamente sotto la metà della classifica, l'Italia conta 1,4 reclusi per ciascun poliziotto, a fronte di una media europea di 1,6 e con la Turchia al top della graduatoria con 4,9 carcerati per agente.

In questa situazione, le misure deflattive previste dal ministro Bonafede nel decreto "Cura Italia" sono insufficienti e al momento anche inapplicabili per l'indisponibilità dei braccialetti elettronici, obbligatori per concedere i domiciliari ai detenuti con pena residua (esclusi reati gravi) inferiore ai 18 mesi.

Se qualcosa si muove è solo grazie al mutato clima generale nelle procure, come dimostra l'iniziativa del procuratore di Milano Francesco Greco che, come spiega l'Unione delle camere penali, "ha adottato una direttiva per i propri sostituti con la quale invita a sospendere la richiesta di misure cautelari personali se non "per reati con modalità violente" o di "eccezionale gravità"".

Una direttiva che, sottolineano gli avvocati penalisti, "è soprattutto la dimostrazione plastica della effettiva esistenza della emergenza carceraria confermata in aperto contrasto con la irresponsabile teoria negazionista del Ministro della Giustizia, dal quale ora ci attendiamo non solo le risposte alle domande che da settimane gli rivolgiamo, ma anche una pubblica valutazione sulla supplenza che la magistratura è quotidianamente costretta a svolgere rispetto al disinteresse del governo".

 
Cassa Ammende, stanziati 5 milioni di euro per l'emergenza Covid-19 PDF Stampa
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di Raul Leoni


gnewsonline.it, 8 aprile 2020

 

La Cassa delle Ammende adegua le sue procedure all'emergenza Covid-19, tenendo 'da remoto' una riunione programmata per il 6 aprile: argomento delle due delibere adottate nell'occasione è proprio quello delle esigenze connesse alla pandemia attualmente in atto. La prima ha riguardato il profilo organizzativo, riconoscendo una proroga di tre mesi ai progetti approvati e ancora in corso di realizzazione. La seconda è invece destinata a incidere in modo importante sulla situazione emergenziale, grazie a un finanziamento da 5 milioni di euro per interventi mirati in ambito penitenziario.

La somma stanziata dal Consiglio di Amministrazione dell'ente è finalizzata a favorire il passaggio alle misure non detentive sia per i detenuti che abbiano i requisiti giuridici per accedervi, sia per coloro che si trovino in condizioni di incompatibilità con il regime carcerario per motivi sanitari.

Gli interventi si concentrano sul reperimento di alloggi pubblici o privati di cura, di assistenza o accoglienza delle persone in stato di detenzione o sottoposte a provvedimenti giudiziari limitativi della libertà personale. Sotto il profilo soggettivo, destinatari degli interventi possono considerarsi in particolare i detenuti maggiorenni privi di risorse economiche e comunque in stato di difficoltà per l'indisponibilità di alloggio o senza prospettive di attività lavorativa. La somma complessiva di 5 milioni di euro è stata ripartita su base regionale, alla luce della ricognizione effettuata dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria in ordine ai detenuti senza fissa dimora presenti negli istituti.

 
Detenuti e bambini, i nostri "maestri" sul come affrontare l'isolamento PDF Stampa
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di Gemma Brandi*


quotidianosanita.it, 8 aprile 2020

 

Gentile Direttore, provo a mettere la mia competenza e la mia esperienza al servizio di una lettura delle preoccupazioni che fanno da sfondo ai limiti che la Covid-19 ha imposto alle libertà di movimento dei cittadini. Da sostenitrice convinta della coazione benigna in vece dell'abbandono - di imposizioni cioè che siano necessarie, individualizzate/progettuali, declinate umanamente, interdisciplinari/interistituzionali - coltivo l'idea che, a rendere tollerabile un obbligo sia la sua necessità, spesso e purtroppo poco e male argomentata. Chi oggi reclama i diritti costituzionali o non ha capito l'emergenza o ama esercitarsi in questioni di lana caprina colpevolmente fuorvianti.

Una volta incamerata la necessità della prescrizione di rimanere a casa, vale la pena tenersi al riparo dai tentativi di fomentare in noi lo scontento di altri, di trascinare il nostro animo a una rivolta che non gli appartiene. Vale la pena porsi la seguente domanda: "Cosa trovo insostenibile davvero della attuale detenzione domiciliare?". Il rinvio ai reclusori non è peregrino. Il carcere rappresenta il domicilio coatto di circa sessantamila cittadini in Italia e l'analogia può rivelarsi utile. Analogia e non sovrapposizione. Proviamo a comparare le due realtà.

Cosa rende la detenzione diversa dall'attuale isolamento imposto agli italiani? La prima mira a sospendere e sanzionare condotte criminali, tutelando in tal modo la società e offrendo una sponda riabilitativa al reo. Non si tratta di una coazione salvavita per chi vi è sottoposto, ma protettiva nei confronti di chi non vi è sottoposto. Come pensare che il prigioniero condivida tout court la necessità del suo arresto? L'attuale segregazione, al contrario, non commina una pena, ma serve a proteggere tutti dal rischio di contagio, a non saturare la risposta ospedaliera indispensabile, ad azzerare la replicazione del virus. Siamo necessariamente insieme sulla stessa barca per combattere una battaglia di evitamento.

La prigionia vera e propria, inoltre, stabilisce un taglio profondo delle relazioni con la rete familiare e amicale, oltre che un controllo di questa: dagli incontri alle telefonate, con accesso sospeso alla rete e dunque anche agli spettacoli, al cinema, alla musica e alle notizie, fatta eccezione per dei programmi televisivi. Tutte coartazioni che non riguardano l'attuale isolamento domiciliare, poiché non necessarie. Resta quindi intatta la possibilità di scambi virtuali, libertà che ha contribuito a rendere sostenibili le limitazioni cui siamo sottoposti.

Il domicilio penitenziario non è la casa del recluso, quella in cui abita da solo o con familiari o affini, bensì una struttura scomoda, dove può essere imposta la coabitazione con soggetti che non si sarebbero mai scelti per amici, presupposto, secondo Dostoevskij, in grado di rendere inemendabile la sofferenza detentiva. Al di qua delle sbarre, capita, è vero, di abitare sotto lo stesso tetto di un persecutore, di genitori abusanti in tutti i sensi, di un individuo che non fu buona idea eleggere a partner. In questo caso l'isolamento domiciliare potrebbe coincidere con una spietata inquietudine, non dissimile dal vissuto di molti prigionieri: a tali situazioni occorrerà pensare quanto prima per evitare prevedibili tragedie. Di solito la casa è il luogo nel quale si desidera tornare, nel quale trascorrere tranquille serate e riposanti fine settimana, non dimentichiamolo. E questo la rende diversa da una cella.

Eppure il carcere, così forastico, potrebbe darci lezione di isolamento domestico. I detenuti imparano a trascorrere parti non secondarie della loro vita in pochi metri quadrati, senza necessariamente perdere l'energia esistenziale. Ciascuno di loro sarebbe in grado di insegnare - e lo farebbe in maniera simpatica e convincente - il modo per costruire una routine di sopravvivenza tra quattro mura. L'attività fisica e il mantenimento di una certa forma occupano il tempo di chi abita oltre le sbarre, che ci siano o non ci siano palestre, tra esercizi a terra e camminate interminabili intorno a perimetri impercettibili.

Alcuni detenuti leggono libri, ma quasi tutti scrivono e leggono lettere. Lettere stilate a mano, infilate in una busta, sulla quale si appone un francobollo e che finirà dritta dritta in una cassetta postale, che un postino porterà a destinazione e che qualcuno emozionandosi aprirà. Un dono di altri tempi che scalda il cuore. L'emozione della lettera scritta attraversa senza posa l'universo carcerario. I detenuti cucinano e non pochi tra i maschi scoprono capacità culinarie impensate.

Tutto ciò ben prima della esplosione dei vari masterchef, perché il carcere anticipa i trend. Si arrangiano con materie prime tanto scadenti e paradossalmente care quanto difficili da reperire, raggiungendo risultati ragguardevoli. I detenuti, ricordava De André, sono i maestri dell'intrattenimento legato a una tazzulella 'e cafè. I detenuti parlano tra loro e giocano. I detenuti imparano a decifrare la psicologia dell'altro e non si lasciano imbecherare dai pifferai magici. Quando possono, lavorano. Quando vogliono, studiano.

Il loro tempo è scandito da una routine carceraria precisa e non sempre piacevole, ma l'invenzione del collage con cui riempiono le ore potrebbe essere di lezione a tutti noi. Di questo collage fa parte la messa a punto dinamica e inconsapevole di un fashion trend fatto di praticità, materiali poveri e idee trasgressivamente creative, il più interessante e preveggente street style. Poi capita che Antonio Gramsci estenda in una cella I quaderni del carcere: egli pensava passeggiando in quei pochi metri, scriveva in piedi con un ginocchio appoggiato a uno sgabello e così trasformò la tragedia della prigionia nella creazione di uno dei testi più letti dall'umanità.

E mentre invitiamo i detenuti a lavorare a un kit per l'isolamento ad uso dei ristretti in casa propria, non scordiamo che le carceri italiane attraversano un momento di grande confusione che richiede un brainstorming cui siano chiamati a prendere parte coloro che di carcere si sono seriamente occupati, oltre a chi se ne sta occupando, ma sembra stentare a partorire utili idee sul da farsi per evitare che la Covid-19 esploda in una prigione impreparata e attonita.

Chiudo con una riflessione sui bambini, di cui si parla come di creature sull'orlo di una crisi di nervi a causa dell'impedimento di uscire. Ho visto per anni fanciulli vivere accanto alle loro madri in carcere senza esserne turbati, perché le madri illustravano loro la necessità di una situazione estrema, anziché usarli per rompere una prigionia insopportabile per l'adulto.

Quei piccoli costretti in cella capivano quale straordinaria opportunità fosse vivere accanto alla madre, seppur detenuta. Come pensare che il loro fresco atteggiamento filosofico e interrogativo sui fatti della vita non arrivi ad afferrare tale distinguo? E come pensare che l'accesa curiosità che li attraversa non permetta loro di leggere l'isolamento domestico come una nuova avventura?

Un intellettuale ebreo ultraottantenne mi parlava l'altro ieri del fatto che, il periodo bellico vissuto in Lombardia, fu per lui, tra i mille rischi che corse con la sua famiglia, non più che una divertentissima avventura. Ecco, rinunciamo al riduzionismo adulto, ai luoghi comuni sull'infanzia e guardiamo i bambini in modo diverso, imparando da loro ad attraversare la presente fase senza lamentarci oltre misura, senza creare inesistenti allarmismi, senza squallide manipolazioni.

 

*Psichiatra psicoanalista, Esperta di Salute Mentale applicata al Diritto

 
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