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La Presidente del Senato Casellati: "mille detenzioni all'anno sono illegittime" PDF Stampa
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Il Riformista, 21 novembre 2019

 

"Dal 1992 a oggi, sono oltre 26mila, quasi 1.000 all'anno, gli individui che hanno subito una illegittima detenzione prima di essere definitivamente assolti con sentenza passata in giudicato. Numeri pesanti che ci obbligano a una scrupolosa riflessione sulla efficacia degli strumenti normativi finora predisposti per tutelare il massimo rispetto del diritto alla libertà personale e per preservare il nostro sistema dal rischio di errori suscettibili di produrre conseguenze nefaste sulla vita degli imputati e delle loro famiglie".

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Se il bambino va in carcere ad incontrare un familiare recluso PDF Stampa
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di Rosalba Miceli

 

La Stampa, 21 novembre 2019

 

Le visite dei bambini al familiare in carcere rappresentano esperienze ad alto impatto emotivo, potenzialmente traumatico: preoccupazioni, ansia, imbarazzo, paura, ma anche attesa e gioia si alternano e si compenetrano durante quei brevi momenti di incontro tra bambini e detenuti. Alcuni sanno già cosa aspettarsi perché la visita al familiare in carcere è ormai un appuntamento fisso, per altri invece è la prima volta che varcano la soglia del carcere.

Come sostenere e tutelare i minori che entrano in contatto con la realtà penitenziaria? Come evitare che venga compromesso il loro sviluppo psico-affettivo? Il progetto Bambini e Carcere, sviluppato da "Telefono Azzurro" in collaborazione con il Ministero della Giustizia e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap), nasce nel 1993 a Milano presso la Casa Circondariale di San Vittore, con l'obiettivo di tutelare i diritti di quei bambini che accedono al carcere per fare visita a un loro genitore o parente detenuto.

Il progetto intende mettere in pratica il principio sancito dall'articolo 9 della Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia secondo cui "il bambino i cui genitori, o uno dei due, si trovano in stato di detenzione, deve poter mantenere con loro dei contatti appropriati". Contatti che alimentano la relazione di attaccamento reciproco, mantenendo i legami affettivi.

Di recente l'accordo con il DAP è stato rinnovato con la firma del protocollo di intesa che regola le attività di "Telefono Azzurro" nelle strutture carcerarie di tutta Italia. Portato avanti dall'impegno dei volontari e dai consulenti di "Telefono Azzurro", il progetto attualmente è operativo in 24 Istituti penitenziari italiani. Nello specifico, il progetto Ludoteca prevede la creazione di spazi e di tempi a favore dei minori con lo scopo di creare un clima sereno e accogliente e di facilitare la relazione e l'espressione delle emozioni tra bambino e genitore o parente detenuto.

I volontari rappresentano una presenza sensibile e discreta che accompagna i minori in tutte le fasi, dai controlli preliminari fino al momento di entrare, durante i colloqui e al momento della separazione. La fase di pre-accoglienza è precedente all'incontro con il familiare detenuto: in questi momenti carichi di aspettative, i volontari cercano di allentare la tensione che si crea con le procedure di entrata nel carcere; segue l'incontro con il familiare in ludoteca o nella sala colloqui. I volontari che gestiscono questa fase animano alcuni momenti, in modo particolare i laboratori, creando occasioni significative per la crescita psico-affettiva del minore.

Dopo il colloquio giunge il momento del distacco. È un momento molto delicato. Le aspettative iniziali sono state in qualche modo soddisfatte? O rimane ancora qualcosa da dire, da fare, un ultimo abbraccio, un ultimo saluto... In questi momenti il bambino viene aiutato a concludere positivamente l'incontro e a salutare il familiare detenuto.

Oltre a mitigare nei bambini l'impatto con la realtà carceraria, i volontari di "Telefono Azzurro" si impegnano con i genitori o parenti reclusi per favorire il recupero degli affetti familiari, mediante "gruppi di parola", laboratori di scrittura e colloqui individuali.

 
Giustizia, lo scontro non va in prescrizione PDF Stampa
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di Andrea Fabozzi

 

Il Manifesto, 21 novembre 2019

 

Passano giorni e i vertici, si avvicina il 1 gennaio 2020, ma la maggioranza non trova un accordo sul processo penale. Le proposte di Bonafede danno per acquisito il danno sulla durata dei processi provocato dalla riforma. Alleati ai ferri corti. Il Pd: qualche passo in avanti, ma non ci siamo ancora. La maggioranza è ancora impantanata sulla prescrizione e nemmeno il vertice notturno di martedì con Conte è servito a sbloccare l'annunciatissima riforma del processo penale.

La prescrizione è l'istituto giuridico che cancella un reato penale dopo che per un certo numero di anni lo stato non è riuscito a giudicare definitivamente il presunto colpevole. Più grave il reato, più lunga la prescrizione. Dal prossimo primo gennaio - mancano dunque quaranta giorni - troverà applicazione la riforma della prescrizione che i 5 Stelle e la Lega avevano approvato all'inizio di quest'anno nella legge anti corruzione cosiddetta "spazza-corrotti".

Prevede che la prescrizione smetta di decorrere, in pratica venga cancellata come istituto, dopo la sentenza di primo grado, che sia di proscioglimento o di condanna. Anche la precedente maggioranza gialloverde sapeva che cancellare la prescrizione avrebbe esposto tutti i processi a una durata infinita: i tribunali, infatti, usano il calendario delle prescrizioni per stabilire delle priorità negli affollatissimi ruoli delle udienze. Senza più la tagliola della prescrizione, i processi potranno trascinarsi all'infinito. E gli imputati saranno in eterno presunti colpevoli o presunti innocenti, a seconda dell'esito del giudizio di primo grado.

Proprio per questo la maggioranza 5 Stelle-Lega aveva rinviato l'applicazione della riforma della prescrizione di un anno, al 1 gennaio 2020 appunto, dando tempo al ministro della giustizia di preparare una riforma del processo penale che, accelerando la definizione dei giudizi, avrebbe potuto tamponare i guasti provocati dalla cancellazioni della prescrizione. Ma - un po' come nel caso della riforma costituzionale che ha tagliato i parlamentari - i 5 Stelle si sono preoccupati di approvare la loro legge bandiera, lasciando poi a dopo (e ad altri) il compito di rimediare ai pesantissimi effetti collaterali.

Dal Conte uno al Conte due il ministro della giustizia è rimasto lo stesso, ma Alfonso Bonafede non è riuscito né prima né dopo - dunque per 538 giorni, gli ha ricordato ieri il deputato di Forza Italia Enrico Costa - a portare la sua riforma del processo penale in Consiglio dei ministri (se non una volta, inutilmente, quando l'alleanza con la Lega stava precipitando). E oltretutto si tratta di una legge delega, che dunque andrà approvata dal parlamento e poi tradotta in pratica con i decreti dal governo.

adesso tutti gli alleati dei 5 Stelle, Pd e Italia viva e anche Leu, fanno muro, perché chiedono a Bonafede di fermare la cancellazione della prescrizione fino a che non si sarà trovato il modo per accelerare davvero i processi. C'è anche un disegno di legge a firma proprio di Costa che il Pd minaccia altrimenti di votare. Bonafede, che dopo l'inutile vertice notturno di mercoledì con Conte ieri ha risposto al question time alla camera, dice che lui si è "dato il timing" e che adesso "devono darselo anche le altre forze della maggioranza".

Alle quali ha proposto due rimedi che sembrano al contrario dare per acquisito il danno dell'allungamento dei processi: la possibilità per gli assolti in primo grado di chiedere una corsia preferenziale per l'appello (penalizzando gli altri) e la possibilità per chi inevitabilmente dovrà rinunciare alla costituzionale "ragionevole durata del processo" di chiedere, alla fine, un indennizzo. Il Pd ha parlato di "passi in avanti" ma ha detto che "ancora non ci siamo".

La proposta dei dem è di rinviare di 6 mesi la cancellazione della prescrizione. Oppure di stabilire da subito le durate massime dei vari gradi di giudizio. Come aveva fatto la riforma Orlando, che Bonafede ha cancellato.

 
Tanti dubbi sul blocco della prescrizione ma un altro processo (più veloce) è possibile PDF Stampa
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di Bartolomeo Romano*

 

Il Dubbio, 21 novembre 2019

 

La discussione sulla prescrizione è diventata (o, forse, lo è sempre stata) una occasione di continua polemica politica, un campo di confronto tra opposte visioni della giustizia: quasi tra garantisti e giustizialisti, tra innocentisti e forcaioli. Ma non dovrebbe essere così. Nel mio precedente intervento, pubblicato sul Dubbio del 15 novembre, ho cercato di indicare le ragioni per le quali la prospettata sospensione (rectius, abolizione) della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, a far data dal 1° gennaio 2020, addirittura pure in caso di assoluzione, non sia una soluzione ragionevole e, dal mio punto di vista, costituzionalmente legittima.

Lo ribadisco nuovamente, per evitare che letture superficiali possano fraintendere e strumentalizzare la mia posizione: quando interviene la prescrizione si verifica una sconfitta per lo Stato, una mancata tutela per le persone offese, un grave danno per tutti i soggetti indagati o imputati, non colpevoli (articolo 27, comma secondo, Cost.) o innocenti (articolo 6, comma secondo, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo), sino alla (eventuale) sentenza definitiva di condanna.

Ma i rischi per la libertà personale e le stesse libertà politiche di tutti noi sono troppo grandi e concreti per immaginare di eliminare, semplicisticamente, la prescrizione. Inoltre, e forse soprattutto, tale "rimedio" non cura la malattia, ma ne elimina esclusivamente gli effetti più evidenti. Mi spiego meglio. La riforma Bonafede incide solo sulla fase successiva all'intervenuta decisione di primo grado: ma, in realtà, la prescrizione che interviene, oggi, dopo tale fase (e senza che abbia ancora dispiegato i suoi effetti la riforma Orlando, che ha aumentato, di fatto, la prescrizione di tre anni dopo la sentenza di condanna di primo grado), è una piccolissima parte di tutte le prescrizioni che riguardano i reati.

Infatti, secondo i dati forniti dallo stesso ministero della Giustizia, nel 2018 i procedimenti penali prescritti in Corte d'appello e Cassazione (per cui opererebbe il blocco) sono stati 29.862: certo, comunque troppi. Ma la fase nella quale si concentra il maggior numero di prescrizioni è quella delle indagini preliminari (circa il 41%), e il 75% delle prescrizioni matura entro il primo grado di giudizio: non verrebbe, quindi, toccato dalla riforma.

Peraltro, il blocco della prescrizione dopo il primo grado avrebbe conseguenze molto differenti sul territorio nazionale, perché la percentuale di prescrizione cambia molto da una Corte d'appello all'altra: dal 40% (circa) a Roma, Catania, Venezia, Torino, al 10% (circa) di Milano, Lecce, Palermo, Trieste, Caltanissetta e Trento. Con la conseguenza, paradossale, che chi è lento lo sarebbe ancora di più, poiché su quelle realtà si affastellerebbero circa 30.000 procedimenti in più ogni anno, con un vulnus evidente al principio costituzionale di eguaglianza (articolo 3 Cost.), che la Repubblica dovrebbe, invece, garantire, rimuovendo gli ostacoli alla sua affermazione.

Cosa fare, allora? Per quanto riguarda gli aspetti riconducibili al diritto penale sostanziale, credo che la via maestra per abbreviare i tempi del processo possa essere rappresentata dalla riduzione della sfera del penalmente rilevante: è evidente che la macchina giudiziaria non regge il carico. Ma deve essere il legislatore a effettuare le opzioni di fondo, con la abrogazione o con la depenalizzazione; altrimenti, ci si deve affidare alle discrezionali scelte del pubblico ministero, in materia di selezione del materiale, e del giudice, con gli sdrucciolevoli istituti della sospensione del processo con messa alla prova e, soprattutto, della "particolare tenuità del fatto".

Poi (come già sostengo da anni) ci si potrebbe limitare, per evitare un eccessivo favor rei nel quadro di un istituto già mitigatore, quale la continuazione di reati nel nostro Paese, a tornare alla disciplina di decorrenza del termine della prescrizione vigente prima della modifica dovuta alla ex Cirielli nel 2005, in modo che il termine della prescrizione decorra dal giorno in cui è cessata la continuazione (e non più, come oggi, dalla consumazione del singolo reato): su questo punto, la mia proposta coincide con quella prevista dalla legge del 2019, a testimonianza, credo, del fatto che le mie non sono scelte ideologiche.

Nel campo processuale, si potrebbero (tra le varie misure possibili) prevedere sempre notifiche telematiche, imponendo a tutti i soggetti comunque coinvolti nel procedimento penale - quindi, persone informate sui fatti, testimoni, consulenti - di attivare, dopo la prima notifica, una Pec (magari a spese dello Stato). Inoltre, si dovrebbe limitare ulteriormente il dibattimento ai soli casi di ampia valutazione, incentivando in misura più decisa l'accesso ai riti alternativi. In tal senso, forse occorrerebbe ampliare lo sconto di pena per l'accesso ai riti (in particolare per il patteggiamento, che è "fino" a un terzo, mentre per l'abbreviato è di un terzo") e aumentare il limite di 5 anni attualmente previsto per il ricorso al patteggiamento.

Naturalmente, si potrebbe intervenire anche sui profili ordinamentali, gestendo cioè più razionalmente le esigue risorse esistenti, e sperabilmente sul versante della copertura di tutti gli organici ancora vuoti, sia per quel che attiene ai magistrati che per quel che concerne il personale amministrativo: ma occorrerebbe spendere, mentre, more solito, anche la riforma Bonafede (articolo 1, comma 29) afferma che "dall'attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica".

Tutte queste misure mi sembra potrebbero incidere sulla durata ragionevole del processo (articolo 111, secondo comma, Cost. e articolo 6, primo comma, Cedu), senza violare i diritti inviolabili della difesa (articolo 24, comma secondo, Cost.). Ma occorrerebbe ragionare e ipotizzare riforme che offrano frutti effettivi, sebbene non immediati, e durino nel tempo... cioè non si prescrivano, come talune recenti ipotesi, nello spazio di un mattino, dopo notti insonni.

*Ordinario di Diritto penale nell'Università di Palermo

 
Salvini contro il reato di tortura. L'ex ministro vorrebbe rivedere la legge PDF Stampa
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di Alessio Scandurra

 

Il Riformista, 21 novembre 2019

 

È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà". Così recita la Costituzione italiana all'articolo 13 ed è l'unico caso, in tutta la Costituzione, in cui si cita il verbo punire. In altre parole dunque, per la nostra carta fondamentale, l'unico reato che un paese democratico non può non punire è proprio il reato di tortura. Ogni atto di violenza fisica e morale sulle persone private della libertà, soprattutto se commessa da rappresentanti delle istituzioni repubblicane, offende la civiltà democratica e quelle stesse istituzioni.

Non a caso la legislazione che regola tutti i contesti in cui si esercita la privazione della libertà, e la formazione degli operatori che ci lavorano, contiene innumerevoli norme e procedure mirate proprio a prevenire quella violenza. E per fortuna nelle forze dell'ordine del nostro Paese questa cultura è largamente maggioritaria.

Eppure in Italia la tortura non è stata reato per lunghissimo tempo, in barba all'art. 13 della Costituzione ed in barba agli obblighi e alle convenzioni internazionali, di cui pure l'Italia era parte, che imponevano che il reato di tortura entrasse nel nostro codice penale. E non perché nessuno si fosse posto il problema (la prima proposta di legge di Antigone in materia risale al 1998) ma perché fino a due anni fa il parlamento della Repubblica ha ritenuto che in Italia la tortura non dovesse essere reato.

Pare incredibile ma è così che stanno le cose, e quando finalmente il reato è stato introdotto, lo si è fatto con un compromesso. Ci si è allontanati dalla definizione prevista dalla Convenzione ONU, secondo la quale la tortura è un crimine proprio di un pubblico ufficiale, e si è inoltre previsto che ci debba essere crudeltà, che la condotta debba essere reiterata (violenze e non violenza) e che questa debba cagionare acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico. Tutte restrizioni che nella definizione Onu non ci sono.

Eppure, per approvare questa norma, il dibattito parlamentare e nella società è stato aspro e lacerante. Le resistenze molto forti. Non sorprende dunque che, a due anni dalla approvazione, per alcuni sia già ora di rivedere la legge. E non sorprende che a dirlo sia il segretario della Lega Matteo Salvini, intervenendo al Congresso nazionale del Sap a Rimini. Non nuovo ad affermazioni di questo tipo, Salvini afferma "quando torniamo al Governo dobbiamo rivedere questa legge perché non si può lavorare col terrore di non poter garantire la propria sicurezza e l'altrui sicurezza".

Perché c'è sempre stato, e continua ad esserci, il partito di quelli che stanno con le forze dell'ordine sempre e comunque, ignorando il fatto che, in uno stato di diritto, nessuno può essere al di sopra della legge, men che mai chi esercita legittimamente l'uso della forza a tutela di tutti noi. E ben lo sanno le forze dell'ordine stesse, che ogni giorno devono garantire la sicurezza dei cittadini nel pieno rispetto delle leggi, anche quando a violarle sono dei colleghi.

Il paradosso è evidente. Da un canto le istituzioni repubblicane, con le forze di polizia in testa, impegnate, a volte con fatica, al rispetto delle leggi e della Costituzione. Dall'altro, per assecondare gli appetiti di parte dell'elettorato, c'è chi si professa al loro fianco di fatto delegittimando e screditando questo impegno.

Si vorrebbe schiacciare la realtà su una semplificazione grottesca. Da un lato i criminali, che hanno sempre torto, e dall'altro le polizie, che hanno di conseguenza sempre ragione, dimenticando che i primi si definiscono per avere violato le leggi, mentre i secondi sono chiamati ad applicarle. In uno stato di diritto non ci sono crimini e non ci sono sanzioni se non tassativamente previsti dalle leggi. Salvini da neo ministro ha giurato "di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi". E si augura di rifare lo stesso giuramento a breve. Si tratta dello stesso giuramento che fanno i neo agenti di polizia. Questi ultimi sanno bene cosa quel giuramento significhi. Chiaramente l'ex ministro Salvini no.

 
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