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Dopo la prescrizione la Spazza-corrotti, nuova grana per la maggioranza PDF Stampa
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di Simona Musco


Il Dubbio, 10 aprile 2021

 

Forza Italia ottiene un ordine del giorno per discutere dell'applicazione pratica della norma. Ma il M5S avvisa: "La legge non si tocca". La Spazza-corrotti torna a far discutere. E rischia di rappresentare una nuova gatta da pelare in seno alla maggioranza, dopo l'impegno preso dalla ministra Marta Cartabia a modificare il ddl penale nel rispetto degli articoli 27 e del 111 Costituzione. Sul piatto, com'è noto, c'era già il tema della prescrizione, legge bandiera del Movimento. Ora, dopo la discussione che ha tenuto banco in Commissione Affari costituzionali, Forza Italia punta anche all'altro caposaldo dei grillini, la norma grillina di contrasto alla corruzione. Non per rivoluzionarla, forse, ma per incidere almeno su uno dei suoi punti salienti: la responsabilità dei partiti rispetto alla "pulizia" delle proprie liste.

Lo spunto è venuto dall'approvazione del decreto che rinvia le elezioni a causa del Covid. Decreto per il quale i forzisti - in testa Nazario Pagano e Luigi Vitali, spalleggiati dalla Lega - avevano presentato un emendamento per chiedere di eliminare - almeno in tempo di Covid - la sanzione a carico del partito che non ha provveduto, nei quindici giorni precedenti al voto, a pubblicare sul proprio sito il certificato penale dei candidati.

"Le liste vengono presentate trenta giorni prima - ha affermato in aula Vitali - ed è irrazionale prevedere una sanzione quando ormai il termine per la presentazione delle liste è evaporato: ed è irrazionale soprattutto quando il partito dimostra documentalmente di aver richiesto il certificato penale al cittadino". Il M5S non se l'è fatto ripetere due volte: "La Spazza-corrotti - hanno tuonato i senatori grillini - non si tocca". E il clima si è ricomposto nel corso della riunione di maggioranza, quando il sottosegretario Ivan Scalfarotto ha ottenuto il rinvio di ogni altra discussione relativa all'eventuale revisione della legge con un apposito ordine del giorno.

"Nessuna presa di posizione ideologica - ha commentato -, ma solo la consegna ai partiti di discutere sulla cosiddetta Spazza-corrotti, se lo riterranno, in un provvedimento che non sia il decreto legge relativo allo spostamento delle consultazioni all'autunno". Ragionamento che ha convinto i forzisti a ritirare gli emendamenti, in attesa di discuterne altrove. "Ci è stato detto dal Sottosegretario che questa non era la sede per affrontare il tema e che forse la normativa era troppo giovane per essere sottoposta a una rivisitazione in maniera traumatica - ha evidenziato Vitali -, ma devo dare atto al presidente, al governo e a tutti i componenti della Commissione di aver preso un impegno, che non è quello di fare la rivoluzione di questa normativa, ma di aprire un momento di riflessione, al fine di verificare quanto ha funzionato e quanto no".

E poi il messaggio ai colleghi del Movimento: "Nessuno vuole sottrarre i partiti alla responsabilità della trasparenza nelle candidature e nella designazione dei loro rappresentanti; ma facciamo una normativa razionale, efficace e che funzioni, invece di sparare nel mucchio, perché non bisogna essere dei politici di professione per capire quali e quante sono le difficoltà nel momento in cui si devono presentare le liste, con i tempi ristretti, gli imprevisti, gli inconvenienti, le sostituzioni, le rinunce e le nuove candidature", ha evidenziato.

Una discussione, dunque, ci sarà. E non è dato sapere fino a che punto i partiti di destra tenteranno l'assalto alla norma, anche se il M5S ha già alzato le barricate: "Dare la garanzia che nelle liste non ci siano persone coinvolte in procedimenti giudiziari è un dovere delle istituzioni - si legge in una nota dei senatori grillini. È sconcertante che questa questione sia stata la priorità sollevata da Forza Italia e Lega mentre ci affrettavamo a chiudere un decreto che serve a rimandare all'autunno, in modo ordinato, le prossime elezioni amministrative". Pagano, dal canto suo, ha provato a ricomporre gli animi: si tratterebbe, afferma, di "rivedere la legge alla luce dell'applicazione pratica".

Ma per Vincenzo Garruti, vicepresidente della Commissione Affari costituzionali in quota M5S, ogni discussione che modifichi i capisaldi della norma è da considerarsi esclusa. "Per noi la Spazza-corrotti è una garanzia di liste pulite e trasparenti - ha spiegato al Dubbio - e non è assolutamente in discussione. Deve ancora espletare completamente i suoi effetti e pertanto tale rimane. Se poi, come tutti i provvedimenti, si intende apportare delle migliorie amministrative, ma non politiche, per la pubblicazione dei casellari giudiziari è un altro discorso. Ma minare la norma per noi non è una via praticabile e su questo ci opporremo sempre".

In merito al limite di tempo per la pubblicazione dei certificati sui siti dei partiti, "nessuno vieta di agire prima dei 15 giorni che precedono le elezioni - ha aggiunto. Sarebbe buona prassi emulare il M5S. Se si vuole essere più precisi sulla questione dei termini, nulla osta ad andare incontro alle esigenze dei partiti, anche per prevenire le candidature di impresentabili. Su questo troveranno sempre la porta aperta". Ed è per questo, ha aggiunto, che un ordine del giorno non si nega a nessuno. Purché ci si limiti a questioni pratiche.

"Non c'è da riaprire alcun capitolo, al massimo si può discutere di semplificazione. Siamo integerrimi sull'attuazione della Spazza-corrotti in qualsiasi circostanza, anche in quella in cui ci troviamo". E se l'intenzione degli altri partiti di maggioranza tenteranno di metterci lo zampino, la risposta è una sola: "In questo momento c'è bisogno di altro che fare guerre contro norme consolidate e per le quali si è già combattuto a suo tempo. Non ripetiamo battaglie già fatte, portiamo nuovi dibattiti all'interno delle assemblee".

 
L'eterno conflitto tra potere legislativo e sistema giudiziario ha origini antiche PDF Stampa
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di Giuseppe Gargani*


Il Dubbio, 10 aprile 2021

 

Il dibattito sulla giustizia e sulla politica è diventato più intenso negli ultimi mesi perché i problemi che il governo e il Parlamento debbono affrontare sono più complessi e interessano maggiormente i cittadini, ma anche perché le dichiarazioni rese dall'ex magistrato Luca Palamara rivelano quello che i magistrati hanno messo in atto per conquistare e gestire un potere anomalo di natura politica.

Prima degli anni 90 queste discussioni interessavano gli addetti ai lavori, ora interessano tutti, ma dobbiamo constatare che lo scontro tra il potere legislativo e il sistema giudiziario si registra sin dai tempi antichi come ci spiega in una lucida e approfondita analisi il professor Ortensio Zecchino in un recente libro "Il perenne conflitto tra i "signori" del diritto".

"La storia del diritto", precisa l'autore, si sviluppa in un "perenne conflitto per conseguire il dominio della società, perché chi controlla il diritto controlla la società", e si presenta come un alternarsi di stagioni di dominio del legislatore, con stagioni di dominio del giudice, o se si vuole come eterno conflitto tra questi due che sono i "signori' del diritto'.

"La 'premodernità giuridica' aveva visto il dominio della giurisprudenza; la modernità giuridica negli ultimi due secoli ha dato lo scettro al legislatore, la 'post modernità' e il ' postumanesimo' riportano in auge il giudice e la giurisprudenza". Ed è per questa ragione che un brillante analista francese Rosanvallon precisa che il secolo XXI dà la prevalenza al giudiziario rispetto ai secoli che l'avevano data prima al Parlamento e poi al governo. La contesa con il potere politico da parte dei giudici è legato alla interpretazione della legge che ha consentito al giudice di essere protagonista, e in un sistema complesso come quello italiano ha determinato una prevalenza del giudiziario e il dominio della giurisprudenza che si sostituisce alle regole del codice.

Naturalmente il giudice del nostro tempo non si limita a questo semplice conflitto ma va oltre fino ad invadere e occupare la sfera politica del potere. Vediamo quale è la differenza tra i tradizionali conflitti e quelli attuali fortemente patologici. La subordinazione della politica al potere giudiziario si è accentuata dagli anni 70 in poi con una legislazione che ha accentuato l'' autonomia' della magistratura anche nella sua organizzazione interna a discapito della indipendenza che è un valore più consistente sul piano costituzionale e prezioso per l'equilibrio dei poteri.

Per fare l'esempio più vistoso, la progressione automatica in Cassazione da parte del magistrato stabilita per legge negli anni 70, che segue quella di eguale contenuto per la Corte d'Appello, ha eliminato la verifica dei meriti e della professionalità perché si è ritenuto che i "meccanismi" per determinarli "intaccavano" l'indipendenza! Si è enfatizzata in tal modo una 'autonomia' come separatezza e irresponsabilità e non si è garantita l'indipendenza.

È stato un intervento esasperato per eliminare qualunque regola e qualunque valore all'ordinamento giudiziario che il Parlamento ha operato a maggioranza con l'opposizione di chi scrive e di pochi altri! Questo intervento insieme a tanti altri, che sarebbe lungo elencare, ha consentito una funzione giudiziaria fuori dalle regole istituzionali non finalizzata a reprimere l'illegalità, ma a far vincere il bene sul male: si è affermato in questo modo il magistrato etico molto pericoloso per l'equilibrio democratico che garantisce la legalità e non reprime come suo esclusivo dovere l'illegalità.

La funzione del magistrato è cambiata profondamente da allora perché la norma contenuta nel codice che attribuisce al pubblico ministero il compito di "ricercare il reato", al di là della notizia criminis, ha consentito di contestare un sistema, un qualunque sistema e quello politico in particolare dove il sospetto è maggiore, per... ricercare al suo interno il reato.

Questo metodo ha caratterizzato il sistema Tangentopoli che si è sviluppato con le "mani pulite" della procura di Milano ma ha orientato tutta la magistratura in questi anni. Non desta meraviglia quindi che Nicola Gratteri procuratore della Repubblica scriva la prefazione ad un libro "Strage di Stato" che tratta di una pandemia inventata e di un complotto internazionale, perché è nella logica del metodo da lui sempre utilizzato: quello di indagare su presunti complotti, come è stato detto o su sospetti. Le sue indagini sul sistema mafioso calabrese, purtroppo molto diffuso e pericoloso, hanno come conseguenza retate consistenti che portano pur sempre a un qualche risultato e alla individuazione di reati e forse anche di rei.

Gli autori del libro negano la letalità del virus e l'utilità dei vaccini e Gratteri individua quindi un "sistema" malato, equivoco, pericoloso una sorte di complotto sul quale bisogna indagare e la sua prefazione è come una iscrizione a ruolo ... per poi scoprire il sistema corrotto e forse il corrotto. Le denunzie e le rivelazioni, che tanti di noi conoscevano, di Palamara sono le conseguenze di tutte le azioni o le omissioni del legislatore e della politica che hanno consentito che un "ordine", così come disciplinato dalla Costituzione, si trasformasse in "potere" autoreferenziale e irresponsabile sul piano esterno. È stato detto con molta acutezza che la magistratura ha operato su un doppio binario: il primo proprio per chi deve far carriera e l'altro per chi deve esercitare e garantire il potere attraverso l'associazione, le correnti, e il Csm che non è solo un organo di autogoverno ma di rappresentanza politica interna ed esterna.

Tutto questo è avvenuto con il disinteresse del legislatore che consapevolmente e al tempo stesso inconsapevolmente ha delegato il magistrato a risolvere questioni difficili da disciplinare sul piano legislativo, e alcune leggi contengono addirittura una delega in bianco come quella che disciplina il "traffico di influenze", un possibile reato privo di una "fattispecie" concreta.

Orbene i magistrati che si occupano solo della personale carriera non hanno bisogno, come dice in maniera stupefacente Eugenio Albamonte, ex presidente dell'Associazione, di essere valutati "con criteri di eccellenza", ma "con lo scopo di garantire uno standard professionale adeguato a tutti i cittadini in relazione a tutti i processi che vengono celebrati. Il cittadino non ha bisogno di pochi giudici eccellenti che trattino le cause più importanti: al contrario necessita di magistrati che arrivino a un livello di adeguatezza. Quello che il nostro sistema prevede è di andare a cercare la caduta di professionalità.

Come non dare ragione a Giovanni Falcone che sosteneva che "la inefficienza dei controlli sulla professionalità, cui dovrebbero provvedere il Csm e i consigli giudiziari ha prodotto un livellamento dei magistrati verso il basso. Le parole dell'ex presidente dell'Anm non determinano scandalo perché tutti i magistrati sanno di essere eccellenti perché tutti al 99% sono promossi in Cassazione ed è evidente che il giudizio di merito nella scelta è molto difficile e quindi non può non prevalere l'appartenenza alla corrente!

Orbene le correnti di pensiero sono da valutare sempre positivamente, ma l'appartenenza alla corrente come condizione per far carriera è contro la Costituzione, ed è contro la Costituzione la stessa organizzazione in associazione perché questa determina una "ristretta oligarchia" che gestisce un potere interno ed esterno che inevitabilmente diventa politico e quindi influenzabile da questo o quel partito. Il libro di Palamara è importante per questo assunto, e non per le beghe interne che possono anche allettare di più, perché dimostra come la magistratura non è riuscita soltanto a far prevalere la giurisprudenza sulla legge ma sia di fatto diventata un soggetto politico che mette in crisi l'equilibrio democratico. Il sempre ricordato Montesquieu ha proclamato la distinzione dei poteri per limitare sia il legislativo che il giudiziario e invece essi a turno hanno la prevalenza.

 
Giustizia, no alla logica dell'uno vale uno e al sorteggio per selezionare i nuovi magistrati PDF Stampa
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di Liana Milella


La Repubblica, 10 aprile 2021

 

Bufera nelle chat e mailing list dei magistrati contro la delibera del Csm che stabilisce la scelta tramite estrazione dei giudici che devono valutare gli aspiranti alla toga. Si teme che possa diventare il criterio per nominare i membri togati dell'organismo. Contro Armando Spataro. A favore Cascini e Zaccaro.

"Sorteggio". "Metodo di scelta fondata sulla sorte", secondo il dizionario Treccani. Quindi, nei fatti, il contrario di una scelta. Poiché a scegliere è solo il caso. Parola, il "sorteggio", che da tempo va di moda tra chi pensa di "sanificare" la magistratura dalle correnti. Di moda anche tra illustri giuristi. Divenuto un leit motiv, il "sorteggio", non appena è esploso il caso Palamara.

All'ex pm era appena giunto un decreto di perquisizione e si diffondevano i dettagli del suo caso, ed ecco che la prima reazione, era il maggio del 2019, fu quella del "sorteggio". Nel senso di ricorrere "al caso" per eleggere i consiglieri togati del Csm, "colpevoli" di essere figli e protagonisti del correntismo. Quindi da punire. Da sbaragliare. Da affidare, per l'appunto, alla scelta del caso.

Parola - il "sorteggio" - da bandire dal Csm? Da non pronunciare neppure visto che il rischio concreto è che possa fare capolino nella ormai prossima legge elettorale per rinnovare - nel luglio del 2022 - il Csm? E invece ecco la parola "sorteggio" diventare grande protagonista di una decisione del Csm che, dopo 24 ore, è oggetto di scontro nelle mailing list e nelle chat dei giudici.

Con una figura importante nella magistratura come quella di Armando Spataro - toga in pensione da ex procuratore di Torino, ma colui che ha avuto il coraggio di portare sul banco degli imputati 22 agenti della Cia per il sequestro Abu Omar - che appena sente la parola "sorteggio" salta sulla sedia e dice: "Il sorteggio, da qualsiasi prospettiva lo si voglia considerare, è una scelta che dimostra auto-disistima ed esprime la rassegnata rinuncia all'esercizio delle proprie competenze. Questo al di là del fatto che possano essere sorteggiati magistrati preparati o, al contrario, non all'altezza del compito".

Spataro scrive, e lo fanno tanti altri colleghi criticando duramente una decisione del Csm presa giovedì 8 aprile che ha una "colpa". Contiene, appunto, la parola "sorteggio". Ma giusto negli stessi minuti ecco chi all'opposto esalta un passo che - come scrive "Il Giornale" - va nella direzione di riconoscere quello che Luca Palamara ha detto nel libro "Il sistema", e cioè che anche i magistrati commissari d'esame dei giovani colleghi sono frutto di una lottizzazione correntizia, e a loro volta, scelgono secondo logiche di appartenenza. Per sbaragliare il "sistema" quindi serve il "sorteggio".

Ma che è successo al Csm per sollevare questo putiferio? Il "sorteggio" è stato promosso a metodo di scelta. Perché è passata la decisione di cambiare le regole per individuare i magistrati che faranno parte delle commissioni d'esame delle future toghe. Saranno "sorteggiati". A favore tutti, togati e laici, tranne Carmelo Celentano di Unicost e Antonio D'Amato di Magistratura indipendente.

Il Csm pubblicherà un bando di concorso, arriveranno le domande di chi vuole fare il commissario, saranno esclusi solo coloro che hanno obiettivi ostacoli come un disciplinare in atto, una valutazione di professionalità negativa, oppure già ricoprono un incarico direttivo o semidirettivo, o ancora provengono da un ufficio che ha carenza di colleghi. Ma, a parte queste esclusioni obiettive, sarà il sistema del sorteggio a selezionare i futuri commissari.

Cosa cambia rispetto a prima? Tantissimo. Perché con il vecchio sistema sarebbe stato il Csm stesso a valutare i titoli di ciascuno e a individuare i più titolati in base alla singola storia professionale. Solo a quel punto, "dopo" la selezione del Csm, scattava il sorteggio tra tutti i selezionati. Quindi il Csm "sceglieva" in prima battuta i colleghi con un curriculum meritorio al punto da poter, a loro volta, scegliere le future toghe.

Qual è il giudizio di Spataro? Durissimo: "In qualunque modo lo si voglia giustificare, con questo sorteggio si spalanca la strada ad altri sorteggi, a partire da quello dei componenti del Csm, o comunque si asfalta una strada in discesa per chi voglia sostenerlo nonostante la palese incostituzionalità di tale ipotesi". E ancora: "Non è affatto vero che, togliendosi di dosso doverose responsabilità, la trasparenza ne guadagna: anzi questa giustificazione fa crescere stupore e delusione".

La pensano in tanti come Spataro. Per esempio molte toghe di Magistratura democratica, come il presidente Riccardo De Vito. Mentre non ha dubbi chi ha sottoscritto la scelta. I togati della sinistra di Area al Csm, e in particolare Giovanni "Ciccio" Zaccaro, il presidente della Terza commissione, proprio quella che selezionava i commissari per il concorso.

Che adesso dice: "La delibera, lungi dal legittimare il sorteggio come forma per selezionare candidati destinati a ruoli per i quali rilevano specifiche attitudini, come quelle direttive o semi-direttive, è un gesto di fiducia verso tutti i magistrati perché parte dal presupposto che qualunque magistrato, con la quarta valutazione di professionalità ed immune da criticità, ha le qualità per comporre la commissione di accesso alla magistratura".

Una tesi subito contrastata da chi boccia la teoria grillina dell'"uno vale uno". Per esempio da chi, nelle chat, oppone a Zaccaro un ben diverso ragionamento: "In questo modo i consiglieri del Csm rinunciano alle loro prerogative, non scelgono, bensì lasciano che sia il caso a farlo, seguendo la logica che tutti sanno fare tutto, cioè dell'uno vale uno".

Una lite nella famiglia della sinistra delle toghe, visto che al Csm il capogruppo di Area Giuseppe Cascini ha seguito invece un ben diverso ragionamento motivando il suo voto favorevole: "In passato - ha detto Cascini - la composizione della commissione esaminatrice ha favorito amici o colleghi di corrente. Adesso è tempo di seguire un'altra strada".

La via del "sorteggio" che piace ad Andrea Reale, il primo eletto all'Anm per il gruppo di Articolo Centouno, che ha sempre sostenuto il "sorteggio" anche per eleggere i componenti del Csm ma che adesso, leggendo tutto il provvedimento appena votato dal Consiglio, ha il dubbio che "sia troppo discrezionale il criterio di esclusione di chi viene sottoposto al sistema del sorteggio".

Ma la querelle è aperta. Improvvisamente, mentre in via Arenula è al lavoro il gruppo scelto dalla ministra Marta Cartabia per la riforma del Csm, presieduto dal costituzionalista Massimo Luciani, e a un mese dagli emendamenti che dovranno approdare alla Camera per modificare la riforma dell'ex ministro Alfonso Bonafede, ecco il caso al Csm. Che una toga nelle liste chiosa così: "In questo modo si spalanca la strada al sorteggio anche per il Csm. Se qualunque magistrato, solo in forza del suo lavoro quotidiano, è in grado di fare anche il commissario che selezionerà le future toghe, allora con lo stesso sistema potrà anche diventare in futuro un componente del Csm".

 
Intercettare i giornalisti mina la libertà di stampa PDF Stampa
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di Simona Musco


Il Dubbio, 10 aprile 2021

 

I giudici di Strasburgo contro il metodo adottato dai pm di Trapani: "La tutela delle fonti giornalistiche è uno dei cardini della libertà di stampa". "La tutela delle fonti giornalistiche è uno dei cardini della libertà di stampa. Senza tale protezione, le fonti potrebbero essere dissuase dall'aiutare la stampa a informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. Di conseguenza, il ruolo vitale di controllo pubblico della stampa può essere minato e la capacità della stampa di fornire informazioni accurate e affidabili può essere influenzata negativamente".

Dovrebbero bastare le parole della Corte europea dei diritti dell'uomo a mettere un punto alla vicenda che ha coinvolto la giornalista Nancy Porsia, la freelance intercettata dalla Procura di Trapani nel corso di un'indagine sui soccorsi delle Ong nel Mediterraneo. Parole scritte nella sentenza Sedletska contro Ucraina depositata il primo aprile, con la quale i giudici di Strasburgo hanno sottolineato l'importanza della protezione delle fonti giornalistiche per la libertà di stampa in una società democratica, affermando che "le limitazioni alla riservatezza delle fonti giornalistiche richiedono il controllo più attento".

Un'interferenza da dell'autorità giudiziaria che potrebbe portare alla divulgazione di una fonte non può essere considerata "necessaria", ai sensi dell'articolo 10 della Convenzione, "a meno che non sia giustificato da un requisito imperativo di interesse pubblico".

E per stabilire l'esistenza di un "requisito imperativo" potrebbe non essere sufficiente dimostrare semplicemente che senza l'accesso a quelle fonti sarà impossibile esercitare l'azione legale: "Le considerazioni che la Corte deve tenere in considerazione per il suo controllo ai sensi dell'articolo 10 pongono l'equilibrio degli interessi concorrenti a favore dell'interesse della società democratica a garantire una stampa libera". Una sonora smentita alla tesi dell'ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo, dunque, che partendo dal presupposto che "la legge è uguale per tutti", ha sostenuto che è giusto intercettare una persona non indagata per arrivare a un indagato, perfino se di mezzo c'è la libertà di stampa.

Per la Cedu, però, il diritto dei giornalisti di non divulgare le proprie fonti "non può essere considerato un mero privilegio da concedere o sottrarre a seconda della liceità o illegalità delle loro fonti, ma è parte integrante del diritto all'informazione, da trattare con la massima cautela". Il caso in questione riguarda una giornalista di "Radio Free Europe" con sede a Kiev, responsabile, dal 2014, di un programma sulla corruzione. L'Autorità nazionale anticorruzione dell'Ucraina, nel corso di un procedimento a carico di un procuratore, aveva intercettato le telefonate con la sua compagna.

In un articolo online era stata diffusa la notizia di una riunione organizzata dal capo dell'Autorità con alcuni giornalisti, durante la quale erano state diffuse informazioni riservate sulle indagini, anche attraverso l'ascolto di alcune registrazioni tra il procuratore e la sua compagna, che includevano questioni relative alla vita privata della coppia. Da qui la denuncia della donna, sulla cui base era stata avviata un'indagine, condotta attraverso l'accesso, per 16 mesi, ai tabulati telefonici della giornalista ricorrente, che si è rivolta alla Corte europea chiedendo tutela per la propria attività professionale. Nella propria decisione, la Corte richiama precedenti pronunce in materia di perquisizioni a carico dei giornalisti a casa o sui luoghi di lavoro, nonché sul sequestro di materiale giornalistico, riconoscendo come tali misure rappresentino una drastica "interferenza" mirata a rivelare l'identità delle fonti, consentendo l'accesso a un'ampia gamma di materiale utilizzato dai giornalisti nello svolgimento delle proprie funzioni professionali.

Per i giudici, dunque, non solo gli inquirenti non possono chiedere ai giornalisti di rivelare il nome delle proprie fonti, ma non possono neanche cercare di ricavarlo indirettamente, attraverso sequestri o intercettazioni. E anche se la ricerca degli inquirenti non produce alcun risultato, il solo tentativo di intromissione rappresenta, per la Cedu, una violazione della libertà di stampa. E lo è, dunque, anche autorizzare quelle intercettazioni, azione definita gravemente lesiva e "grossolanamente sproporzionata".

 
I giornalisti e le intercettazioni: quell'amore tradito PDF Stampa
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di Giandomenico Caiazza


Il Dubbio, 10 aprile 2021

 

Per i nostri standard, l'intercettazione è il top del famoso "giornalismo d'inchiesta", un eden. Che Paese formidabile, il nostro! Ogni giorno ne scopri una. L'ultima è l'indignazione dei giornalisti intercettati dalla Procura della Repubblica di Trapani.

Intendiamoci, noi penalisti siamo naturalmente animati da uno spirito di autentica solidarietà per chiunque finisca nella rete del Grande Orecchio. Chiunque. Perché sappiamo, per quotidiana esperienza professionale, quale furia devastatrice possa scatenarsi ogni qual volta la privatezza delle conversazioni venga violata, e diventi pubblica gogna. E conosciamo bene, per di più, la insidiosa inaffidabilità dello strumento. Diversamente da quanto ritenuto dai suoi tifosi - una foltissima schiera di tifosi: ma ci ritorniamo tra poco - l'intercettazione è tutt'altro che un elemento di prova dotato di oggettività. Fate un giochino: registrate per qualche giorno le vostre telefonate, e poi fatele trascrivere (da un maresciallo amico, magari). Faticherete a riconoscervi nelle parole che avete usato, perfino sapendo di essere registrati (figuriamoci ignorandolo!). La trascrizione appiattisce, rende indistinto il flusso espressivo. Quel "sì" era assertivo, o liquidatorio? Quel "no" era un rifiuto, o una espressione di stupore? Quel "certo, come no!" era un rendersi incondizionatamente disponibili, o l'equivalente di un categorico diniego? E quando vi è scappato detto "quel grande stronzo di Carlo", era l'affettuosa celia verso l'amico di sempre, o un retropensiero finalmente espresso al riparo della vostra illusoria privatezza? Divertitevi.

Senonché, tra i più fegatosi tifosi del Grande Orecchio sono da sempre iscritti, in primissima fila e con assoluto distacco su ogni altro, proprio i giornalisti nostrani. Dagli in pasto un po' di intercettazioni, e li hai resi felici. Dai un po' di RIT ad un giornalista, che ci pensa lui. Vuoi mettere, per il cronista, l'ebrezza di avere a disposizione, squadernato ed inerme, un flusso ininterrotto di conversazioni tra persone, meglio se politici o comunque personaggi pubblici, convinte di poter parlare in libertà, tanto non ci ascolta nessuno? Per i nostri standard, è il top del famoso "giornalismo d'inchiesta", un eden. È un mio cattivo ricordo, o non è forse vero che sono state costruite fortune editoriali e politiche sulle intercettazioni telefoniche (come trascritte dal maresciallo, ben s'intende: sappiamo tutti quanto sia irresistibile, in questo Paese, il fascino suggestivo ed inconfutabile del Pubblico Ufficiale)? Senza pietà, senza salvezza per nessuno, e senza nessuna remora riguardo a segreti professionali di ogni genere. C'è qualcuno che si è mai chiesto se sia legittimo intercettare il medico curante di un latitante? Ma figurati se gliene fotte niente a nessuno!

Quando una Politica imbelle e tremebonda ha provato a porre un freno a questo scempio senza eguali nel mondo civile, la categoria (dei giornalisti) è insorta indignata, e con essa il solito caravanserraglio di complemento: no alla "Legge Bavaglio", hanno strepitato. O è un mio ricordo allucinato? L'opinione pubblica - urlavano- ha diritto di sapere la Verità, ogni possibile Verità. E siamo noi giornalisti gli inappellabili giudici di ciò che sia giusto sapere, e cosa no. Poi un giorno accade che un Pubblico Ministero, ai fini della propria indagine, decida di intercettare un po' di giornalisti, anche non indagati, come la amata legge sul Grande Orecchio certissimamente gli consente, e si scatena l'inferno.

Leggiamo in questi giorni che, in tal modo, è stato appiccato il fuoco alla nostra carta costituzionale. Ma pensa! Io credevo succedesse quando si intercettano avvocato e cliente, per esempio, (una norma del codice, qui sì, espressamente lo vieta, ma la giurisprudenza la interpreta a modo suo) e invece dobbiamo occuparci della segretezza delle "fonti" del giornalista, strappandoci le vesti. Come se la "fonte" del giornalista fosse una specifica categoria di cittadini che, non appena fanno due chiacchiere con un giornalista (a proposito: deve essere iscritto all'Ordine?), pare debbano acquisire una sorta di immunità per contagio.

Immunità per il giornalista, immunità per le sue fonti: vade retro, Grande Orecchio. Che ora è all'improvviso diventato l'orecchio pizzuto di Satanasso in persona. Immaginano, questi nostri amici, norme e regole invece inesistenti, come ha loro spiegato molto bene un idolo della categoria, il dottor Pier Camillo Davigo, per di più dalle colonne del Fatto Quotidiano (Dio esiste, altroché!). Nessuna norma prevede l'immunità del giornalista dal potere investigativo del Grande Orecchio. Ora, intendiamoci: tenderei ad escluderlo, ma se mai questa volesse essere l'occasione per una riflessione palingenetica sui limiti delle intercettazioni di conversazioni tra persone, sulla assoluta eccezionalità della violazione della privatezza, su un nuovo bilanciamento tra la potestà investigativa dello Stato ed i diritti variamente declinati della persona, giornalisti compresi, beh io mi siedo in prima fila. Hai visto mai che da questa grottesca caciara, salti fuori qualcosa di buono? Si chiama eterogenesi dei fini, e a volte funziona.

 
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