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Napoli. Ancora un suicidio a Poggioreale. Il Garante: "Manca la prevenzione" PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 21 settembre 2019

 

Il carcere napoletano di Poggioreale, oramai conosciuto con l'appellativo "mostro di cemento", miete l'ennesima vittima. Si tratta di un 40enne pugliese, Sergio Caputo, e si è impiccato giovedì pomeriggio. Lo ha reso noto Samuele Ciambriello, il garante campano dei detenuti. "Ad oggi su 33 suicidi in Italia, ben sei sono campani - ha detto Ciambriello - tre a Poggioreale, uno nel carcere di Secondigliano e poi a Benevento e ad Aversa. Va rafforzato il sistema di prevenzione dei suicidi che è stato varato dal ministero. Bisogna agire con una maggiore formazione specifica per la polizia penitenziaria, bisogna prevenire, intuire il disagio, avere più figure multidisciplinari che agiscono in rete".

L'uomo che si è impiccato, affetto da Aids, era stato trasferimento dal carcere pugliese per ordine e sicurezza. Il Dap lo ha allontanato, quindi, da dove aveva anche processi in corso. Parliamo di una delle tante "girandole dei detenuti", fenomeno descritto recentemente da Il Dubbio per denunciare i continui trasferimenti da un carcere all'altro che subiscono i detenuti per provvedimenti disciplinari. A Poggioreale era in cella singola, nel padiglione Avellino destro. Secondo il garante "vanno rafforzate le figure sociali nelle carceri, c'è bisogno anche di psichiatri. La sanità regionale deve fare molto di più". La solidarietà spesso c'è, visto che "ad oggi, negli ultimi due anni sono stati sventati oltre 100 suicidi dalla polizia penitenziaria" ma per Ciambriello serve anche altro: "attività trattamentali nel pomeriggio, la presenza di educatori, di commissari. Bisogna elaborare una cultura del carcere e sul carcere, le pene detentive devono essere garantite salvaguardando dignità e assistenza socio sanitaria. Certezza della pena e qualità della pena".

Interviene anche Rita Bernardini del Partito Radicale, ricordando che quello di Poggioreale si tratta di un carcere "dove 2.100 detenuti sono costretti a vivere in 1.400 posti, dove dei 20 educatori (già pochi) solo 14 sono in servizio, dove gli agenti sono 156 in meno di quelli previsti e dove i dirigenti non forniscono notizie sui detenuti impegnati nelle attività scolastiche e lavorative".

Mentre si piange l'ennesima vittima, per un altro suicidio avvenuto sempre nello stesso carcere napoletano si aleggia il sospetto di un omicidio. Parliamo del 29enne Diego Cinque. Quando alle 8.20 del 16 ottobre 2018, viene ritrovato impiccato nel bagno della sua cella, tutti erano convinti che si sia ucciso da solo. E anche il medico legale aveva avallato questa ipotesi. Ma la versione non convince il fratello Cristian e la sua famiglia.

"Appena ho visto il cadavere - ha raccontato Cristian - ho avuto l'impressione che mi volesse comunicare che non si era ucciso. Il suo corpo era contratto, come se avesse preso parte a una colluttazione, come se avesse fatto resistenza. Abbiamo nominato un nostro medico legale e i dettagli che portano a pensare che non si tratti di suicidio sono molti". Infatti, nelle sue conclusioni, il consulente della famiglia Cinque afferma che "una serena e approfondita analisi della lesività riscontrata non consente di escludere l'azione di terzi nel determinismo o nell'attuazione della sospensione del cadavere del Sig. Cinque Diego". In parole povere, esiste la possibilità che qualcuno abbia inscenato l'auto impiccagione dopo averlo ammazzato.

Ma ritorniamo al padiglione dove si è suicidato giovedì Sergio Caputo, "Avellino destro". Nella recente relazione del garante nazionale delle persone private della libertà, vengono descritte le sue condizioni materiali. La delegazione del Garante ha osservato che nella sezione ci sono ad esempio le stanze numero 12 e 14 dove i fili elettrici erano scoperti, nella stanza numero 12 le pareti erano coperte di pezzi di dentifricio secco, in gran parte dei bagni i soffioni delle docce erano mancanti e sostituiti da una bottiglia plastica.

Particolarmente degradato il servizio igienico della stanza numero 10, con il soffitto nero di umidità. Positivo è il dato della possibile fruizione di acqua calda. Nelle stanze non c'è il televisore e mancano gli armadietti per cui i vestiti e i generi alimentari sono appoggiati sul letto o per terra. Ma è l'intero carcere ad avere gravi problemi. Così come evidenziato sempre nella relazione del Garante, ci sono rischi di maltrattamento e alcuni episodi sono sottoposti al vaglio della Procura.

 
Taranto. "In carcere ho perso l'uso delle gambe perché non mi hanno curato" PDF Stampa
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di Angela Marino


fanpage.it, 21 settembre 2019

 

Dino Caporosso è stato colpito alla schiena dalla pistola di un vigile urbano durante una tentata rapina. Recluso in carcere, Caporosso non ha potuto seguire le terapie che gli avrebbero permesso di tornare a camminare e alla fine la paralisi è diventata irreversibile. Oggi, dopo che una sentenza del tribunale gli ha dato ragione, Caporosso è ai domiciliari.

Avrebbe potuto tornare a camminare, ma in carcere non fu curato e oggi, Dino Caporosso, è su una sedia a rotelle. Poteva essere evitato il calvario che Caporosso, oggi agli arresti domiciliari, vive a causa di una lesione midollare non trattata efficacemente.

Era il 1981 quando, 23enne, tentò una rapina a una gioielleria di Taranto e invece di portare a casa un bottino di denaro e preziosi, portò una pallottola nella schiena. Quel proiettile, esploso dalla pistola di un vigile del fuoco, ha causato la lesione al midollo che lo ha costretto su una sedia a rotelle.

Avrebbe potuto tornare a camminare, però, se fosse stato adeguatamente assistito. Caporosso è stato sottoposto per un periodo a trattamenti di Fisiokinesiterapia che però in carcere sono stati sospesi. A nulla sono servite le richieste dell'avvocato, né le prescrizioni mediche che ordinavano la continuazione del trattamento per il detenuto. E così è arrivato il giorno, in cui qualcuno ha detto basta, ora è troppo tardi.

Oggi Dino Caporosso, ex autotrasportatore, è recluso agli arresti domiciliari a Taranto, dove è assistito dalla sua famiglia. Il tribunale alla fine ha riconosciuto il grave danno arrecato dalla sospensione delle cure nel regime penitenziario, in "contrasto e in violazione delle prescrizioni". Dopo aver ottenuto un risarcimento per il danno subito in carcere, Dino Caporosso ha avviato anche un'altra battaglia contro la condanna per narcotraffico.

"Caporosso è protagonista di una vicenda molto complessa - spiega l'avvocato Baldassarre Lauria. È stato assolto in una pluralità di processi che gli contestano fatti di matrice mafiosa, ma condannato per narcotraffico e additato come figura apicale del consorzio criminale locale.

Si tratta di sentenze che si contraddicono tra loro. Oggi - dice il legale - stiamo provando a dimostrare che si tratta - anche in questo caso - di un errore per il quale oltre alla salute il mio cliente sta pagando con la vita. Perché? Sfortuna? No, certo, di casi giudiziari come il suo è piena l'Italia".

 
Roma. Progetti di reinserimento per detenuti, protocollo del Campidoglio PDF Stampa
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askanews.it, 21 settembre 2019


Firmato ieri mattina lo schema di Protocollo d'Intesa fra Roma Capitale, Ministero della Giustizia-Dap, Provveditorato Regionale del Lazio, Abruzzo e Molise "per il reinserimento socio lavorativo dei soggetti in espiazione di pena, attraverso la partecipazione a progetti di pubblica utilità nel territorio di Roma Capitale".

La firma del Protocollo permette il rinnovo dell'accordo tra le parti con l'intesa di demandare i dettagli dei singoli progetti a degli specifici Protocolli Operativi. La durata è di 12 mesi tacitamente rinnovabile salvo esplicita volontà di ciascuna parte firmataria di porre termine notificata con un anticipo di almeno 60 giorni. Il Protocollo stabilisce la possibilità di ampliare l'iniziativa ad altri ambiti, come per esempio all'interno delle aziende agricole di Roma Capitale, e coinvolgendo diversi istituti penitenziari.

Con esso si istituisce, infine, una Cabina di Regia per condividere eventuali criticità che si riunirà almeno una volta ogni due mesi. "La firma del nuovo Protocollo d'Intesa con il Ministero di Giustizia - Dipartimento Amministrazione Penitenziaria di quest'oggi testimonia ancora una volta la validità e l'apprezzamento generale dei progetti legati al reinserimento sociale dei soggetti sottoposti a misure restrittive.

Siamo orgogliosi di essere considerati dei pionieri sotto tale profilo, apprezzati a livello internazionale e presi da esempio, come testimonia la delegazione Onu ricevuta gli scorsi mesi. I nostri obiettivi sono molteplici: diminuire la possibilità di recidiva, dare l'opportunità al detenuto di scontare il suo debito con la nostra società in maniera fattiva, offrire una qualifica professionale e, soprattutto, dimostrare ancora una volta come tali iniziative portino vantaggi sia al singolo detenuto che all'intera collettività.

Puntiamo a rendere tale pratica una consuetudine nella nostra città", afferma l'Assessore allo Sport, Politiche Giovanili e Grandi Eventi Cittadini con delega ai rapporti con il Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale di Roma Capitale, Daniele Frongia.

"La nostra è una vera comunità solidale ed inclusiva", dichiara l'Assessora alla Persona, Scuola e Comunità solidale Laura Baldassarre. "Come ho già detto in precedenza, il Protocollo di Intesa prefigura la possibilità di individuare ulteriori ambiti di intervento per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Quindi diamo attuazione alla funzione riabilitativa della pena, preparando le persone a reinserirsi nel tessuto sociale e lavorativo, dai quali ci provengono apprezzamenti rispetto all'iniziativa. Ancora una volta una integrazione vincente tra istituzioni, per i cittadini tutti".

"L'Amministrazione penitenziaria e anche il sottoscritto siamo più che soddisfatti dei risultati e dei riconoscimenti che questo progetto sta ottenendo", ha detto il capo del Dap Francesco Basentini. "La città di Roma è capofila di questo progetto stupendo ed è stata un modello per tante altre città italiane, grandi e piccole. Non solo: lo è stata anche per una metropoli straniera come Città del Messico, dove il progetto sta partendo.

Questo è un eccezionale esempio di collaborazione fra pubbliche amministrazioni che cercheremo di replicare ovunque: al Ministero si sta lavorando per esportare in Europa il modello Roma di lavori di pubblica utilità e noi saremo ben lieti di offrire la nostra disponibilità e il nostro supporto e di mettere a disposizione il nostro know-how. Dobbiamo iniziare a pensare il mondo penitenziario in modo nuovo: come una risorsa e una grande possibilità per tutti".

 
Volterra (Pi). Birra fatta in carcere per il reinserimento di cinque detenuti PDF Stampa
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di Nilo Di Modica


Il Tirreno, 21 settembre 2019

 

Con FairMenti anche un percorso per la produzione di pomodori A seguirlo un gruppo di giovani stranieri richiedenti asilo. La birra e il pomodoro, fuori e dentro la cella. Sono questi i due ingredienti che uniscono le storie di dieci persone attorno al progetto FairMenti, che mette insieme due percorsi di reinserimento nel mondo del lavoro di cinque richiedenti asilo e altrettanti detenuti nel carcere di Volterra. Le prime, sono quelle che lavorano nei campi, le seconde quelle che dentro le mura della prigione volterrana imparano a produrre una birra speciale: insieme metteranno a tavola oltre un centinaio di persone ad ottobre, in due tavolate al carcere e in un circolo a Pisa ancora da definire, il cui ricavato andrà al carcere stesso.

Promosso e finanziato dalla Regione Toscana con capofila l'associazione di promozione sociale Agricultura sociale - onlus, in collaborazione con l'associazione Arci La Staffetta, la cooperativa Arnera e il sostegno di Coldiretti, Cia e Anci Toscana. "È un onore per noi fa parte di questo progetto", commenta Fabrizio Filippi, presidente di Coldiretti Pisa. "L'agricoltura sociale da sempre è un obbiettivo della confederazione e della Fondazione Campagna Amica, che l'anno scorso ha dato vita ad una rete di agricoltura sociale che già conta 937 aziende in tutta Italia".

Nelle terre di BioColombini si coltivano i pomodori, mentre con La Staffetta, a Volterra, si fa la birra. I dieci protagonisti di questo progetto hanno un unico obiettivo formativo e di integrazione che coinvolge sia la filiera orticola che quella brassicola.

Circa 15 ore settimanali, con corsi integrati di Haccp e sicurezza a cura dell'azienda. In questi mesi i richiedenti asilo hanno seguito e imparato ogni fase della coltivazione del pomodoro, fino alla raccolta. La Birra al Coriandolo Bio Toscano è invece il punto di arrivo dell'altro percorso. Il luppolo viene dalla società agricola Versil Green by Oligea, diretta da Elena Giannini, vice presidente Coldiretti Lucca.

Il percorso formativo viene svolto nel carcere ed ha visto questo mese il culmine nella cotta didattica di birra artigianale della durata di otto ore, dalla macinatura alla successiva fase di ammostamento, bollitura e successivo inoculo del lievito che fermenterà per altri 15 giorni. A quel punto, allora, sarà il momento di mettersi a tavola.

 
Lecce. "Made in Carcere", per dare un'altra chance ai detenuti PDF Stampa
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di Giada Scotto


repubblicadeglistagisti.it, 21 settembre 2019

 

Inizia oggi il ritiro annuale degli Ashoka Fellow italiani. Quest'anno si svolge a Lecce e la padrona di casa è Luciana Delle Donne, una bomba di energia ed entusiasmo, come si evince anche dall'agenda: per accogliere in terra pugliese i suoi colleghi Fellow è pronto un ricco ventaglio di impegni tra tour della città, incontri con gli imprenditori locali e visita in carcere.

Immancabile, quest'ultima, dato che dare una seconda chance a chi è in prigione è proprio la mission di Delle Donne, manager di estrazione bancaria con grande esperienza nell'innovazione tecnologica, che una dozzina d'anni fa ha scelto di lasciare il mondo della finanza ed entrare nelle carceri per aiutare le detenute in un percorso di cambiamento.

Nel 2007, a quarantacinque anni, Delle Donne decide dunque di dare una svolta alla propria vita e crea Officina Creativa - una cooperativa sociale senza scopo di lucro tramite cui dà vita al marchio Made in Carcere, per il quale ha ottenuto il riconoscimento di Ashoka Fellow. Made in Carcere dà la possibilità alle detenute delle carceri di Lecce e Trani di intraprendere un percorso di formazione in campo tessile, da mettere a frutto nella produzione di oggettistica ricavata da materiali di scarto.

Con la vendita di questi accessori le detenute si costruiscono un bagaglio di competenze professionali e un piccolo stipendio - ma, soprattutto, ricostruiscono la propria vita. A quest'iniziativa si affianca da qualche anno anche un progetto sull'educazione al cibo condotto in alcune carceri minorili, per dare anche ai più giovani l'opportunità di uscire da una situazione di disagio e rimettersi alla guida della propria vita.

 

Come è scattata la scintilla che l'ha portata a lasciare un mondo fatto di sicurezze e a buttarsi nell'idea di Made in Carcere?

Ho lasciato il mondo della finanza perché avevo voglia di esplorare nuovi mondi, di fare una nuova esperienza. Mi sentivo in quella che si definisce una "gabbia di vetro". Non potevo lamentarmi, perché ero nella stanza dei bottoni, ma sentivo di voler esplorare nuovi territori, per mettere a disposizione le competenze che avevo acquisito negli anni e restituire, in qualche modo, la fortuna che avevo avuto.

 

Quali sono stati i primi passi?

Diciamo che il passaggio non è stato subito facile. Tanto per cominciare, ho iniziato con un fallimento. Avevo infatti brevettato un collo di camicia su cui avevo iniziato a lavorare con quindici detenute - che sono poi uscite tutte con l'indulto! Così mi sono ritrovata a dover ricominciare da capo. Il non avercela fatta è stata però un'illuminazione: mi ha fatto capire meglio dove stavo operando, cosa era possibile fare e cose invece no. In carcere infatti c'è un continuo turn over delle presenze e non si può pensare a una formazione che richieda troppo tempo. Serviva qualcosa che si imparasse velocemente. Così mi sono diretta sull'oggettistica etica, ricavata a partire da materiali e tessuti di scarto, per i quali è sufficiente una formazione di tre mesi. Produciamo borse, braccialetti, shopper bags e tanti altri accessori.

Con questo progetto abbiamo sdoganato la parola "carcere" in Italia, abbiamo riportato al centro una realtà di cui, dieci anni fa, nessuno si occupava e sapeva nulla. Se prima si voleva solo lasciar tutto com'era e "buttar via la chiave", poi c'è stato il necessario intervento educativo. L'ottanta per cento delle persone che in carcere ricevono un'educazione, non torna a delinquere: questo è fondamentale anche perché ogni detenuto costa allo Stato, e quindi a tutti i cittadini, circa 60mila euro all'anno. Aiutare Made in Carcere significa quindi aiutare tutti, aiutare a non delinquere e aiutare i detenuti a ricostruirsi una dignità, una propria "cassetta degli attrezzi" con cui presentarsi poi sul mercato del lavoro.

 

Costruite inclusione e sostenibilità...

Esatto, impatto ambientale e inclusione sociale. I nostri progetti volgono infatti sul tessile, a partire da materiali di scarto, e sull'educazione al cibo. L'idea è quella di creare prodotti di qualità, che facciano bene al corpo e all'anima sia di chi le produce che di chi li acquista.

 

Come è organizzato il lavoro tra i detenuti?

Il progetto di sartoria coinvolge solamente donne, che hanno accolto con assoluta convinzione questa iniziativa. La maggior parte sono mamme, che avrebbero abbracciato qualsiasi progetto desse loro la possibilità di riacquisire dignità e credibilità, soprattutto agli occhi dei loro figli. Grazie a Made in Carcere hanno la possibilità di pagare ai loro figli i libri, la scuola. Prima di entrare in carcere abbiamo studiato molto, ci siamo informati, e abbiamo capito che dovevamo lasciarci il passato di queste donne alle spalle e creare una sorta di "tempo zero" nella loro vita dal quale ripartire, e così è stato. Con i ragazzi è stato più difficile: sono più diffidenti e cercano, più che altro, di mettersi in evidenza per manifestare il loro disagio. È a loro che è rivolto il progetto sull'educazione al cibo, tramite cui creano biscotti vegani con materie prime di altissima qualità. Questo ci ha permesso di creare anche con loro, pian piano, un rapporto di fiducia: sono più "complicati" delle donne, ma con il tempo e la cura si riesce a conquistarli.

 

Ad oggi, quanti detenuti lavorano con Made in Carcere?

Al momento abbiamo oltre trenta detenuti ma, chiaramente, ne sono passati centinaia: bisogna considerare che la detenzione media è di tre anni e c'è quindi un continuo "ricambio". Anche dal punto di vista emotivo, siamo messi a dura prova. Con i detenuti si crea un rapporto affettivo ma, come accade a scuola, appena hanno imparato, se ne vanno. Fa piacere che imparino a camminare con le proprie gambe, ma dispiace vederli andar via.

 

E i dipendenti?

Il nostro staff è invece composto da circa dieci persone che si dividono tra i laboratori, ognuno dei quali richiede un responsabile di produzione, i corsi di formazione e il reparto marketing: insomma, un modello classico di impresa che però, invece di generare profitto, genera benessere.

 

Dal punto di vista economico quali sono le vostre risorse?

Il nostro approccio è, principalmente, quello dell'autofinanziamento. Attraverso la vendita dei manufatti ricaviamo infatti i fondi per pagare lo stipendio dei detenuti. A questo si affianca però anche la raccolta fondi tramite, ad esempio, il cinque per mille, e Charity Stars, che raccoglie fondi per organizzazioni no-profit. Ogni anno si tiene poi l'Old star game, un evento con le vecchie glorie della pallacanestro, il cui ricavato ci viene donato. Tutta questa raccolta ci permette di alimentare nuovi progetti, di crescere, sperimentare e innovare.

 

Come si è svolto il percorso per diventare fellow Ashoka?

Il percorso è stato duro ma piacevole. Ho affrontato un'intervista in tre giornate, che ha scavato nel mio passato, sino all'infanzia, facendo riaffiorare tanti ricordi. È stato un po' come andare in psicanalisi. Volevano avere la conferma che fosse veramente nel mio dna l'avere una visione innovativa, la capacità di inventare e progettare, già nel presente, scenari futuri. È stata una bellissima esperienza, interessante quanto stimolante. L'elezione mi ha dato la conferma di stare percorrendo la strada giusta, mi ha dato quella consapevolezza che aiuta ad andare avanti e dà la forza per alzarsi convinti, anche se stanchi, ogni mattina... perché sai che ciò che fai è importante anche per altre persone, e che loro credono in te.

 

Quali sono i prossimi step e i prossimi obiettivi che si pone per Made in Carcere?

Il prossimo obiettivo è quello di ampliare due progetti che già adesso stiamo portando avanti. Made in Carcere sostiene infatti lo sviluppo di nuove sartorie sociali di periferia, che coinvolgono persone che si trovano ai margini, in situazioni di forte difficoltà. Doniamo loro tessuti, stampiamo etichette con il loro logo, per aiutarli a far crescere la loro identità. Al momento collaboriamo con sartorie sociali nelle periferie di Lecce, Taranto, Bari, ma l'obiettivo è quello di creare una mappa sul territorio, tramite cui aiutare queste piccole realtà diffondendo il nostro know-how. Il secondo progetto consiste invece nell'ampliamento di una multipiattaforma online, la Second Chance Platform, che abbiamo creato per permettere a piccoli artigiani della bellezza etica e sostenibile di dar vita a un loro store online, dove pubblicizzare e vendere i loro prodotti. Si tratta di produttori che, altrimenti, non avrebbero avuto visibilità e che riescono così a proporre le loro idee senza dover creare un dominio, pagare un sito ecc. C'è poi un'ultima cosa: con noi è stata creata in carcere, forse per la prima volta in Italia, quella che io chiamo una "maison sartoriale", un vero e proprio laboratorio in cui le celle sono state trasformate in cucine e lo spazio, riempito da divani, tappeti e mobili antichi, è utilizzato per organizzare corsi, permettere alle detenute di mangiare insieme, trascorrere del tempo leggendo, sfogliando riviste e giornali. Se ci siamo riusciti è stato grazie alla direttrice del carcere di Lecce Rita Russo, la quale ci ha affidato un'intera ala del carcere da trasformare in maison.

 

Oggi inizia a Lecce il ritiro annuale degli Ashoka fellow italiani. Qual è lo spirito con cui viene affrontato questo ritiro?

L'evento parte oggi e si svolge in tre intense giornate. Saranno giornate di confronto e di riflessione, ma anche di relax, perché è in un'atmosfera rilassante che vengono fuori le idee migliori. Oggi visiteremo le periferie di alcune città, dopodiché faremo una cena - picnic a Lequile, il comune che ci ospita, a cui ogni fellow porterà qualcosa che ha preparato.

Domani mattina andremo in carcere, per poi concederci un pomeriggio in un centro benessere e una passeggiata serale nel centro storico di Lecce. Domenica, infine, incontreremo vari imprenditori che hanno lo spirito e la voglia di confrontarsi con noi per riflettere e capire insieme come si può reagire, con l'innovazione sociale, alle sfide che ci si pongono davanti.

Il mio desiderio è quello di poter trascorrere queste tre giornate di confronto in un ambiente comodo, non solo "didattico", poiché abbiamo bisogno di essere un po' "coccolati": ci doniamo completamente a questi progetti di innovazione sociale e abbiamo bisogno di prenderci anche del tempo per noi stessi, per riflettere e rigenerarci senza stress.

 
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