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Cagliari. Cappellacci (Fi): "No al nuovo Centro per migranti nel carcere di Iglesias" PDF Stampa
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castedduonline.it, 27 settembre 2020


"Giusto per rinfrescare la memoria, ricordo che già nel 2017, con un grande manifestazione che coinvolse cittadini, comitati e amministratori locali abbiamo detto no ad un nuovo centro per migranti a Iglesias". Così Ugo Cappellacci, deputato e coordinatore regionale di Forza Italia Sardegna, commenta la proposta del sindacato Siap al prefetto di Cagliari.

"È un'idea illogica che, anziché alleviare i problemi di Monastir, non farebbe altro che replicarli in altri luoghi. Respingiamo con sdegno l'idea che la Sardegna venga utilizzata come centro migranti d'Italia e d'Europa e che, dopo la chiusura delle fabbriche vere, si aprano delle "fabbriche dell'immigrazione" che nulla hanno a che fare con l'accoglienza umanitaria e che alimentano il business dei trafficanti di persone. Né accettiamo che si pensi a calare, nuovamente, sulla testa della comunità delle ipotesi o delle decisioni che non possono essere formulate da chi non rappresenta i territori. La soluzione per noi è quella di una politica migratoria che blocchi il flusso dei clandestini provenienti dall'Algeria che conduca alla prospettiva di chiudere i CPR, non certo ad aprirne altri. Siamo contrari a scelte che mantengono lo status quo a Monastir e siamo contrari- ha concluso Cappellacci- a idee che non risolvono nulla e che raddoppierebbero i problemi".

Il no arriva anche dalla Lega e dal consigliere regionale Ennas: "L'utilizzo del carcere di Iglesias per accogliere i migranti che sbarcano nel Sulcis è una scelta errata e per nulla risolutiva della questione. Il governo, piuttosto, dovrebbe adoperarsi per recuperare la struttura cittadina e renderla operativa. Non è moltiplicando le strutture che si risolve il problema immigrazione.

Se veramente il governo nazionale vuole fare qualcosa di concreto deve fare in modo che non avvengano sbarchi e deve lavorare affinché le procedure di espulsione, per chi è irregolare e non ha diritto di stare sul suolo nazionale, siano efficaci perché la loro inefficacia continua ad attirare arrivi che nelle nostre coste sono ormai quotidiani.

Non far nulla per impedire l'arrivo di queste persone per poi ghettizzarle in strutture carcerarie non è il modo corretto di gestire la questione. Ne tale modalità ha qualcosa a che vedere con una gestione regolare dell'immigrazione o con ospitalità e accoglienza, parole di cui tanti si riempiono la bocca. Il centro di Monastir è al collasso, siamo stati i primi a denunciarlo e siamo solidali con le forze dell'ordine costrette a gestire situazioni ingestibili, in piena emergenza sanitaria e con pochissimi uomini. La struttura destinata allo scopo è Macomer, che dovrebbe essere riservata alle esigenze sarde e che invece spesso risulta saturata da individui provenienti dalla penisola".

 
Livorno. Gorgona, l'isola dove il riscatto è in vigna PDF Stampa
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di Giuseppe Matarano

 

Avvenire, 27 settembre 2020

 

Progetto di Frescobaldi: 9mila bottiglie prodotte grazie al lavoro dei detenuti della colonia penale agricola. Un'esperienza unica in Italia che consente a 70 carcerati di sentirsi utili alla comunità e di pensare al futuro. Tra loro un papà tunisino di 50 anni "I miei figli sono orgogliosi di me, qui ho imparato un mestiere".

"Da otto anni lavoro nelle vigne di Gorgona. Ho imparato un mestiere, mi sento utile e soddisfatto. Penso che un giorno, quando avrò scontato tutta la pena e potrò vivere il mondo fuori, saprò fare una cosa. Potrò spendermi e impegnarmi per avere una vita normale. Oggi grazie ai soldi guadagnati qui riesco a mantenere i miei figli a fargli dei regali. Quando si parla di Gorgona, sui giornali o in tv, loro sono orgogliosi: "E l'isola di papà. È il vino di papà". E io sono felice".

Shargui ha 50 anni, è tunisino, è arrivato in Italia nel 1989. Le strade che in Italia ha percorso lo hanno portano in carcere. A Napoli. Da otto però è a Gorgona, nell'unica isola di detenzione rimasta in Italia, con la straordinaria possibilità di vivere l'esperienza della rieducazione e del lavoro con l'agricoltura e la viticoltura.

Qui dal 2012 c'è un progetto di Frescobaldi per produrre vino, un Cru di gran livello, dai poco più di due ettari di vigneti presenti nell'isola. E lo fa con i detenuti. "Adesso so cosa c'è dentro una bottiglia", dice fiero ed emozionato Shargui, mentre raccoglie i primi grappoli. Con lui c'è Gianluca, 30 anni, una vita ancora davanti, l'unico italiano del gruppo, primo anno nell'isola, che adesso sogna "un futuro diverso. Grazie a queste viti".

E altri 15 detenuti, a giro nel corso dell'anno fra i settanta che ospita la colonia penale agricola istituita nel 1869: il lavoro e il sogno di avere un'altra possibilità per riavvolgere il nastro della propria vita, imparare un mestiere, passare il tempo in modo proficuo, credere nel domani. Così "Gorgona", vino "attraente e selvaggio", sa di riscatto, è intriso di speranza e voglia di rivalsa. Quella iniziata nei giorni scorsi è la nona vendemmia nell'incantevole isola dell'Arcipelago Toscano, con il via lanciato direttamente da Lamberto Frescobaldi.

"Questo progetto mi rende ogni anno sempre più orgoglioso - ha detto il presidente della Marchesi Frescobaldi presentando la bottiglia della scorsa annata davanti al direttore dell'istituto penitenziario di Lucca, Santina Savoca, che questo progetto lo ha visto nascere. A Gorgona nei profumi e nei sapori c'è tutto: l'amore per l'isola, la cura e la passione dell'uomo, l'influenza del mare e l'ambiente straordinario che danno vita a un vino inimitabile ed esclusivo simbolo di speranza e libertà.

In una parola c'è l'essenza di questa terra e di un progetto che non finisce mai di regalare emozioni. Gorgona è... l'isola che non c'è, l'isola dei sogni che - conclude Lamberto Frescobaldi - grazie a queste bottiglie varca il mare, supera i confini, racconta ogni anno nuove storie e porta messaggi in tutto il mondo". Novemila bottiglie di vermentino e ansonica, speciali anche nell'etichetta - disegnata da Simonetta Doni - chiusa per ricordare l'inaccessibilità dell'isola e che una volta aperta svela tutta la sua bellezza.

Vuole essere una "edizione straordinaria" in modo da raccontare ogni anno un aspetto differente dell'isola. L'etichetta di "Gorgona 2019" ne descrive la biodiversità marina, trovandosi l'isola in mezzo al Santuario di Pelagos: una meravigliosa area marina nata dall'accordo tra Francia, Principato di Monaco e Italia.

Un'esperienza unica quella di Gorgona - dove oltre al vino, si allevano animali, c'è un'azienda agricola, si produce miele - che ha avuto il plauso di papa Francesco. In una lettera che i detenuti hanno esposto nell'area ricreativa il Papa evidenzia "il significativo percorso di riscatto e di rieducazione che state compiendo. Vi incoraggio a guardare al futuro con fiducia".

"Tutti noi - riprende il Santo Padre - facciamo sbagli nella vita e tutti siamo peccatori. Quando andiamo a chiedere perdono al Signore, Lui ci perdona sempre, non si stanca mai di perdonare e di risollevarci dalla polvere dei nostri peccati". Il lavoro, la dignità di queste vite segnate che provano a ricominciare. Come "lavoratori della vigna". Quella di Gorgona.

 
Trieste. La realtà nascosta delle carceri italiane: riabilitazione o immobilità? PDF Stampa
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di Michela Porta


triesteallnews.it, 27 settembre 2020

 

Mercoledì 23 settembre, al "Festival del Giornalismo" (22-26 settembre) di Ronchi dei Legionari, si è tenuto un approfondimento su un argomento poco noto sebbene importante, ovvero la realtà delle carceri italiane. L'incontro, denominato "Percorso di riabilitazione o luogo di inutile immobilità? La situazione delle carceri italiane" ha visto la partecipazione dei seguenti ospiti: il Direttore di Radio Radicale, Alessio Falconio, la giornalista e scrittrice Katya Maugeri, lo scrittore ed ex carcerato Carmelo Musumeci e la giornalista de Il Friuli Silvia De Michielis. Grande assente, per motivazioni dovute a precauzioni Covid, la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria Cucchi (Presidente della Fondazione Stefano Cucchi Onlus).

Si è partiti ad affrontare un fatto poco noto in Italia, ovvero la presenza di due tipologie di ergastolo: uno "normale" o ordinario ed uno "ostativo", per il quale non sono previsti benefici derivati dalla buona condotta. La scrittrice Katya Maugeri ha sottolineato alcuni punti deboli delle strutture, come la mancanza di psicologi per i detenuti o di come vengano reclusi anche malati di mente e tossicodipendenti, figure "borderline" non adatte ad un contesto simile in quanto luogo in cui risulta più facile "debordare", costringendoli poi in celle di isolamento, con conseguente rischio di suicidi annunciati.

Un breve momento di riflessione, da parte di Alessio Falconio, ha riguardato anche la legge Fini-Giovanardi. Sulla situazione interna alle strutture ha poi parlato più approfonditamente Carmelo Musumeci, raccontando la sua testimonianza e sottolineando come lo studio sia uno strumento fondamentale per i detenuti, che possono trovare in esso motivazione e forza di difendersi. Molti di loro, infatti, non sanno neanche di poter lottare per far valere i loro diritti al di fuori del carcere tramite apposite associazioni per i diritti dei detenuti. "Con un costo di circa 3 miliardi di euro all'anno, il carcere dovrebbe risultare una struttura educativa adeguata e non andare a produrre ulteriore criminalità formata da persone prive di speranza. Un carcere che fa male, fa male alla società". Lo scopo della struttura, quindi, non dev'essere quello di avere un detenuto che faccia il bravo, bensì un detenuto che "diventi bravo".

In conclusione, relativamente alla realtà dei Cpr, essi possono essere definiti come espresso dal direttore di Radio Radicale delle "carceri non carceri": "Esasperare la situazione per cavalcare le paure non funziona. C'è bisogno di un approccio pragmatico. I muri stessi non funzionano: se passa il cibo dalle frontiere devono poter passare anche gli uomini senza che diventino essi stessi dei problemi, altrimenti c'è il rischio di far passare, in futuro, solo le armi".

Una speranza sul fronte Cpr sembra provenire dalla nuova proposta della Commissione europea, in cui si rivedrà il Trattato di Dublino. Le richieste d'asilo dovrebbero essere processate più rapidamente, così come le espulsioni previste per chi si vedrà respingere la richiesta. Il piano cerca di migliorare il sistema ma la strada è ancora lunga. Molti punti restano ancora incerti, sia per la questione dei Cpr che per le carceri italiane. C'è bisogno di chiarezza e soprattutto di volontà di raggiungerla.

 
Milano. Da San Vittore alla Chinatown milanese le voci delle detenute attrici PDF Stampa
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di Olivia Giuli


pianetacarcere.it, 27 settembre 2020

 

"È tornata la vita cancellare tutte le domande. Le incertezze. È tornata la vita a darci grandi risposte. Una su tutte. Niente è impossibile se lotti col cuore. Alza gli occhi e guardalo. È tornato il sole. E con lui anche noi. Non si può fermare l'alba. Non si può fermare la vita. Perché il dolore. La rabbia. La paura. L'impotenza. Non possono durare per sempre..."

Sono alcuni versi di "Life",di Elena Pilan, parte dello spettacolo "Voci di dentro" a cura di Donatella Massimilla, pioniera del teatro -carcere al femminile con il suo laboratorio Cetec nella casa circondariale di San Vittore. Uno spettacolo scritto a distanza durante il lockdown grazie a telefonate autorizzate da dentro a fuori il carcere e videochiamate con Elena Pilan oggi, dopo una formazione artistica oltre che un percorso personale, pronta ad affrontare anche le scene "libere". "Presto Elena uscirà in articolo 21 per lavorare con noi - tiene a sottolineare Donatella Massimilla. È ora che anche in carcere il teatro sia considerato un lavoro. In fondo è accaduto con Salvatore Striano, interprete di Cesare deve morire, ora attore affermato. Perché non potrebbe accadere con una donna?".

"Voci dentro" ha debuttato venerdì 25 settembre a Milano, nel cortile di una casa di ringhiera di Via Fra Paolo Sarpi, cuore della Chinatown meneghina. Ad assistervi, dalle ringhiere, un pubblico "accogliente e partecipante -racconta la regista - composto in gran parte da donne di tutte le età, anche da novantenni che hanno fatto la Resistenza". In scena con Elena e Donatella anche Gilberta Crispino e il filarmonicista Gianpietro Marrazza, da sempre artisti anima del Cetec.

Particolarmente suggestiva la proiezione, sulle lenzuola bianche appese sulle ringhiere, di alcune immagini del carcere "per incontrare altri volti che non possono essere presenti fuori, altre voci di Dentro San Vittore che vogliono essere ascoltate e ricordate". Il Reading "Le voci di dentro" sarà replicato a Milano Bookcity 2020.

 
Sciascia e la giustizia: la "terribile ossessione" di un intellettuale scomodo PDF Stampa
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di Pasquale Vitagliano


Gazzetta del Mezzogiorno, 27 settembre 2020

 

Quella di Leonardo Sciascia per la giustizia è stata una "terribile" ossessione. Magnifica, invece è la coincidenza, effetto della sospensione indotta dal lockdown, che il ciclo di Letture Massimo Bordin sia partito proprio da Bari.

Lo ha sottolineato Enrica Simonetti, caposervizio Cultura e Spettacoli, della Gazzetta del Mezzogiorno, che ha introdotto e moderato il convegno, ricordando la "collaborazione militante" di Sciascia con il giornale diretto allora da Giuseppe Giacovazzo, il primo direttore della stessa Simonetti. Organizzato dall'Associazione Amici di Leonardo Sciascia e dalla Unione delle Camere Penali Italiane, in collaborazione con la casa editrice Olschki e Radio Radicale, il ciclo "Ispezioni della terribilità: Leonardo Sciascia e la giustizia", è stato aperto venerdì 25 settembre presso la sala del Consiglio regionale della Puglia.

"Finalmente - ha esordito l'avv. Lorenzo Zilletti, responsabile del Centro studi giuridici e sociali Aldo Marongiu - il destino ha voluto che partissimo proprio dalla città dove Sciascia nel 1956 pubblicò Le parrocchie di Regalpetra. Dopo i saluti istituzionali di Fabiano Amati, neoeletto consigliere regionale, e dell'assessore alla Cultura del Comune di Bari, Ines Pierucci, la quale ha espresso la volontà di fare di Bari "una città europea" nel segno di quella "europeizzazione" della cultura italiana auspicata dallo scrittore siciliano, sono intervenuti Alessio Falconio e l'editore, Maurizio Turco, per Radio Radicale, che ha seguito in diretta l'evento.

Che hanno apprezzato l'intuizione dell'Associazione di abbinare le letture, in occasione del prossimo Centenario, con il ricordo della figura di Massimo Bordin (era presente in sala il figlio Pierpaolo), che raccontando quotidianamente le questioni di giustizia, è, di fatto, divenuto il principale divulgatore di Sciascia. A loro ha fatto eco il presidente, Francesco Izzo, ricordando che "la storia dell'Associazione si è da subito intrecciata con quella di tanti padri nobili del partito radicale".

Quindi, riprendendo l'intervento di Luigi Bramato, che ha raccontato come è nata l'iniziativa di dedicare a Sciascia una via o una piazza di Bari, Izzo ha precisato che "questa scelta non è identitaria". "Sarebbe contrario al suo spirito illuminista rivendicare un senso di appartenenza, si tratta invece di condividere un patrimonio di valori, di lasciare una traccia non effimera e non retorica. Sciascia, infatti, appartiene solo ai suoi lettori".

Per la Camera Penale di Bari e l'ordine degli avvocati di Bari hanno portato il saluto l'avvocato, Ebe Antonia Guerra, e l'avvocato Guglielmo Starace. Questi, dopo aver ringraziato per la presenza il procuratore della repubblica di Bari, Giuseppe Volpe, ha esaltato nell'opera di Sciascia l'allarme profetico contro "il terribile potere di giudicare, i rischi di una magistratura autoreferenziale e i pericoli della giustizia mediatica".

Da Milano in streaming è intervenuto il prof. Gianfranco Dioguardi. Prendendo le mosse dal paradigma del "rasoio" di Guglielmo di Ockham, secondo cui "bisogna evitare di dire con molte parole, ciò che si può dire con poche", ha esaltato la capacità di sintesi dell'amico Leonardo e "la sua quasi mistica devozione per la sacralità delle parole, una per una, da non sprecare mai".

In streaming è intervenuto anche Vincenzo Maiello, avvocato e professore dell'Università Federico II di Napoli, il quale ha rivendicato la vocazione liberale dei penalisti formatisi dentro una cultura che mette sempre al centro il diritto contro ogni forma tracotante di potere.

Il tema centrale del "terribile potere di giudicare" è stato così ripreso da Filippo La Porta, critico letterario de La Repubblica, il quale, con una digressione dentro l'inferno dantesco, ha denunciato la struttura inquisitoriale di ogni forma di amministrazione della giustizia. Per questo essa "è sempre in bilico tra la funzione riparatrice della vendetta e l'umana comprensione dell'amore cristiano. Solo il senso del tragico può mettere in equilibrio questa bilancia e la letteratura può aiutarci a cogliere e coltivare questo sentimento".

La Porta è anche ritornato sulla proposta di una Strada per Sciascia. Ed ha suggerito di scegliere un luogo appartato, adatto al suo carattere solitario. Ad esempio nel centro storico, comunque lontano dal mare, che Sciascia non amava, come ha ricordato Bramato. Marco Nicola Miletti, storico del diritto dell'Università di Foggia, attraverso una rassegna molto ricca e precisa, ha ricostruito la figura di Sciascia quale minuzioso storico del diritto, innamorato del documento scritto a mano, in quanto capace di dare luce all'anello debole della catena logica degli accadimenti. Insomma, grazie agli approfondimenti di questo evento, abbiamo avuto la conferma che il pessimismo di Leonardo Sciascia non è affatto passivo e negativo. Come Pascal scommetteva sul bene e riteneva più conveniente credere in Dio, Leonardo Sciascia, nonostante tutto, ha scommesso sull'uomo e ha ritenuto comunque più conveniente puntare sulla giustizia. Sì, "ce ne ricorderemo di questo pianeta".

 
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