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Revoca delle prestazioni assistenziali e previdenziali ai detenuti, gli atti alla Consulta PDF Stampa
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viverefermo.it, 19 luglio 2019

 

La Corte costituzionale entrerà nel merito dell'art. 2 comma 58/63 della legge Fornero che revoca le prestazioni assistenziali e previdenziali nei confronti dei detenuti e condannati per reati gravi. La legge Fornero, tra le altre cose, dispone la revoca di alcune tipologie di prestazioni di cui siano titolari soggetti condannati per taluni reati di particolare allarme sociale.

Con ordinanza del 16 Luglio u.s. il Giudice del Lavoro di Fermo, Dr.ssa Elena Saviano, ha accolto l'istanza di rimessione degli atti alla Consulta avanzata dall'Avv. Fabio Cassisa, del Foro di L'Aquila, in ordine alla normativa punitiva contenuta nella c.d. L. Fornero all'art. all'art. 2, comma 61. L'Avv. Fabio Cassisa, del Foro di L'Aquila, legale del ricorrente G.T., ha promosso un ricorso in materia previdenziale, contestando la legittimità costituzionale della normativa in questione, in forza della quale l'INPS nel Marzo del 2017 aveva prima sospeso e poi revocato la pensione di invalidità civile al proprio assistito, soggetto invalido al 100% e collaboratore di giustizia che attualmente sta scontando la pena in regime di detenzione domiciliare.

Nello specifico, l'Avv. Cassisa ha sollevato ben 3 distinte questioni di legittimità costituzionale avverso la normativa inserita nella c.d. L. Fornero ed in particolare al comma 61 dell'art. 2, introdotto nell'ampia legge di riordino del regime pensionistico per via di un disegno di legge presentato dall'allora Deputato della Lega Nord Massimiliano Fedriga, attualmente Presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia.

Sotto un primo profilo la questione di legittimità costituzionale è stata sollevata dal Legale Cassisa con riferimento all'art. 25 Cost., in quanto la predetta normativa stabilendo la revoca delle prestazioni anche nei confronti di soggetti già condannati con sentenza passata in giudicato al momento dell'entrata in vigore della legge, violerebbe il principio di irretroattività della legge penale, dovendo essere riconosciuta a tale sanzione amministrativa natura sostanzialmente penale ed essendo indubbio che il divieto di retroattività previsto dalla Costituzione si applichi anche alle sanzioni amministrative accessorie alla sanzione penale principale.

Sotto altro profilo la questione di costituzionalità è stata posta con riferimento all'art. 38 Cost., in quanto nell'applicarsi indistintamente a tutti i condannati, senza distinguere tra detenuti e soggetti ammessi a scontare la pena in regime alternativo (detenzione domiciliare o affidamento in prova al servizio sociale), o addirittura in regime di sospensione della pena per grave infermità, inciderebbe sul diritto costituzionalmente garantito e tutelato al mantenimento ad all'assistenza sociale, riconosciuto dalla Costituzione in favore di tutti i cittadini inabili al lavoro e sprovvisti dei mezzi necessari per vivere (siano essi incensurati o pregiudicati).

Sotto ulteriore profilo la questione è stata posta con riferimento all'art. 3 Cost., in quanto la norma prevede indistintamente la sua applicazione nei confronti sia dei detenuti e condannati comuni, che dei collaboratori di giustizia, così da risultare irragionevole nel trattare in maniera uniforme ipotesi differenti, in aperto contrasto con il consolidato principio del c.d. "doppio binario" previsto da tutta la normativa repressiva in materia di criminalità organizzata.

In particolare, il Giudice del Lavoro di Fermo nelle motivazioni della propria ordinanza ha dato ampio risalto alla questione di incostituzionalità sollevata dall'Avv. Fabio Cassisa nel suo ricorso con riferimento alla dedotta violazione della normativa in questione con l'art. 38 Cost., assumendo come la normativa in parola finisce col privare il soggetto già ammesso al regime di detenzione domiciliare ed inabile al lavoro dell'unico mezzo di sussistenza ed assistenza riconosciutogli dall'ordinamento, senza nemmeno concedergli la possibilità di ripresentare apposita domanda all'Inps se non dopo aver interamente scontato la pena inflittagli. Per tali motivi, il Giudice del Lavoro di Fermo, ritenendo rilevante nel giudizio e non manifestamente infondata le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 61, L. n. 92/2012, sollevate nel ricorso introduttivo dall'Avv. Fabio Cassisa, difensore del ricorrente G.T., in relazione agli artt. 25, 38 e 3 Cost., ha disposto con ordinanza la sospensione del giudizio e la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale.

Spetterà ora alla Consulta stabilire se la normativa che prevede la revoca delle prestazioni assistenziali e previdenziali nei confronti di soggetti condannati per taluni gravi reati, che stanno scontando la pena in carcere, in misura alternativa alla detenzione, o addirittura che versino in differimento della pena per grave infermità, sia conforme o meno con i principi della Carta costituzionale previsti dagli artt. 25, 38 e 3 Cost.

Al momento, grande soddisfazione viene manifestata dal Legale Cassisa per l'ottenimento del risultato fortemente voluto con la proposizione del ricorso, in quanto se è vero che il Legislatore ha il diritto di esercitare autonomamente il proprio potere di legiferare, è anche vero che detto potere non può essere mai esercitato in palese violazione della normativa sovraordinata rispetto a quella ordinaria, vale a dire quella di rango costituzionale ed internazionale.

Tema - questo - di enorme attualità, la cui risoluzione è demandata alla Corte Costituzionale attraverso lo strumento della rimessione degli atti processuali da parte della Magistratura, laddove la questione sollevata venga ritenuta rilevante nel giudizio e non manifestamente infondata. Ma è altrettanto evidente - aggiunge l'Avv. Fabio Cassisa, del Foro di L'Aquila - come gli Avvocati giochino un ruolo assai importante nel caso di specie, dovendo essi stimolare la Magistratura all'esercizio del predetto strumento, che l'ordinamento prevede e mette a disposizione per evitare la vigenza di norme giuridiche create in palese contrasto con i principi fondamentali della Costituzione e della normativa sovranazionale, a loro volta posti a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini e previsti dagli ordinamenti per garantire una convivenza pacifica, civile, equa e solidale.

Credo - chiosa l'Avv. Cassisa - sia venuto il momento per l'Avvocatura di scrollarsi di dosso ogni remora nell'arginare con gli strumenti giuridici che l'ordinamento mette a disposizione degli operatori del diritto e della giustizia norme di stampo marcatamente "criminogene" tanto in voga negli ultimi anni, quale quella in questione e - tanto per un altro esempio - come quella che esclude dal diritto di richiedere una misura di stampo chiaramente assistenziale quale il reddito di cittadinanza per i soggetti condannati per taluni reati ed addirittura per soggetti semplicemente indagati, che versino in misura cautelare personale (anche non detentiva), il tutto in spregio al principio di innocenza, anch'esso previsto e tutelato dalla Carta Costituzionale.

 
Mantenimento. Obbligo anche per il carcerato decaduto dalla responsabilità genitoriale PDF Stampa
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di Rosalia Ruggieri

 

avvocatirandogurrieri.it, 19 luglio 2019

 

Con la sentenza n. 31561 dello scorso 17 luglio, la VI sezione penale della Corte di Cassazione ha cassato la sentenza di assoluzione pronunciata verso un uomo che, decaduto dalla responsabilità genitoriale per aver compiuto atti di pedofilia nei confronti dei figli, non aveva versato l'assegno di mantenimento nel periodo durante il quale era detenuto in carcere per quel grave reato, sul presupposto che il dovere di assicurare ai figli minorenni i mezzi di sussistenza non viene meno con la decadenza dalla responsabilità genitoriale, né è escluso automaticamente dalla condizione di detenzione.

Il caso sottoposto dall'attenzione della Corte prende avvio dall'esercizio dell'azione penale nei confronti di un uomo, accusato del reato di cui all'articolo 570, comma 2 n. 2 c.p., per avere fatto mancare - dall'anno 2006 e con condotta perdurante - alla moglie e ai figli minorenni, affidati in sede di separazione alla madre, la somma mensile fissata dal Giudice civile quale contributo per il loro mantenimento.

Per tali fatti, il Tribunale di Castrovillari condannava l'uomo alla pena ritenuta di giustizia. La Corte di Appello di Catanzaro riformava la decisione assunta dal giudice di primo grado e, per l'effetto, assolveva l'imputato. Alla base di tale assoluzione, la Corte evidenziava che, poiché l'imputato era stato detenuto dal 2006 al 2010 per gravi reati di pedofilia commessi proprio nei confronti dei figli, era da ritenersi scriminata la sua condotta, in quanto in costanza di detenzione era stato privato del diritto di vedere i figli; la sentenza di assoluzione osservava altresì come la condotta contestata si collocasse in un quadro di rapporti familiari di tale gravità da cancellare la rilevanza del reato ascrittogli, che restava necessariamente assorbito dal più grave reato di pedofilia.

La parte civile proponeva ricorso per Cassazione deducendo la violazione di legge penale e dell'art. 570 c.p.. La ricorrente evidenziava come il reato ascritto all'imputato, trattandosi di reato permanente, esigeva una valutazione della condotta anche a partire dal momento in cui era cessata la detenzione: a far data dal 2010, infatti, il padre, dichiarato decaduto dalla potestà genitoriale e ottenuto il divorzio, non aveva più avuto, per sua scelta, rapporti con i figli, né aveva mai provveduto al loro mantenimento, pur percependo, quale disoccupato, una indennità di mobilità.

La Cassazione condivide le tesi difensive della persona offesa. In punto di diritto gli Ermellini rilevano come il dovere di procurare i mezzi di sussistenza ai figli minorenni, ex art. 30, comma 1, della Costituzione, sussiste e rileva per la configurabilità del reato ex art. 570, comma 2, c.p. indipendentemente dalla formale attribuzione della responsabilità genitoriale e permane anche nel caso di decadenza dalla responsabilità genitoriale. Sul punto, la giurisprudenza ha specificato che i provvedimenti adottati ex art. 330 c.c. hanno la funzione di impedire che i figli subiscano pregiudizi, ma non valgono a liberare i genitori dai loro obblighi; ne deriva che lo stato di prolungata detenzione dell'obbligato non può considerarsi una causa giustificativa del suo inadempimento all'obbligo di prestare i mezzi di sussistenza.

In relazione allo stato di detenzione dell'obbligato, gli Ermellini precisano che lo stesso può configurarsi quale scriminante a condizione che il periodo di detenzione coincida con quello dei mancati versamenti e l'obbligato non abbia percepito comunque dei redditi.

Conspecifico riferimento al caso di specie, la motivazione della sentenza impugnata si è discostata dai principi di diritto sopra richiamati perché ha escluso la sussistenza dell'obbligo di mantenimento dei figli in considerazione dell'intervenuta decadenza dalla responsabilità genitoriale (che, di contro, non elide l'obbligo di assicurare ai figli i mezzi di sussistenza) e per lo stato di detenzione dell'imputato, trascurando altresì che la detenzione era cessata nel 2010 e che l'inadempimento dell'imputato si era protratto anche dopo la cessazione della detenzione. In virtù di tanto, la Cassazione accoglie il ricorso dell'uomo, annulla la sentenza di impugnata e rinvia al giudice civile competente per valore in grado di appello.

 
Bancarotta fraudolenta: distruzione dei libri solo se è ravvisato il dolo specifico PDF Stampa
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di Giampaolo Piagnerelli

 

Il Sole 24 Ore, 19 luglio 2019

 

Per contestare la bancarotta fraudolenta documentale e in particolare quella in cui l'imputato abbia distrutto la documentazione occorre che il dolo specifico venga dimostrato dal giudice. Nel caso contrario cade il capo d'imputazione. Lo precisa la Cassazione con la sentenza n. 32001/19.

La vicenda - Nel caso concreto la Corte di appello di Palermo aveva confermato la condanna a carico di un cittadino per il reato di bancarotta fraudolenta documentale a lui ascritto nella qualità di amministratore di una srl, società dichiarata fallita il 6 ottobre 2008. Contro la sentenza il privato ha proposto ricorso, eccependo che la notifica era avvenuta nelle mani del difensore e che la bancarotta documentale a lui ascritta non potesse essere dolosa.

Iniziando a esaminare quest'ultimo aspetto la Cassazione ha chiarito che la bancarotta fraudolenta documentale ex articolo 216, comma 1, n. 2 della legge fallimentare prevede due fattispecie alternative: quella di sottrazione o distruzione dei libri e delle altre scritture contabili che richiede il dolo specifico; quella di tenuta della contabilità in modo da rendere impossibile la ricostruzione del movimento degli affari e del patrimonio della fallita che richiede il dolo generico. Nel caso esaminato dalla Cassazione è stata contestata e ritenuta dai giudici di merito la prima ipotesi, vale a dire quella relativa alla sottrazione, distruzione od omessa tenuta dei libri e delle altre scritture contabili che richiede il dolo specifico consistente nello scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori. Sull'elemento soggettivo così configurato nulla è stato detto nella sentenza di appello che addirittura in un passaggio della motivazione ha richiamato l'articolo 217 della legge fallimentare ma ha fatto un generico riferimento all'impossibilità di ricostruzione del patrimonio, elemento oggettivo estraneo alla fattispecie in esame che invece entra nel range del dolo generico della seconda ipotesi.

Conclusioni - I giudici della Suprema corte, invece, hanno rigettato la richiesta del ricorrente della nullità della citazione dell'imputato in quanto hanno specificato che nel caso in cui l'imputato non comunichi la variazione del domicilio, nel processo penale fa fede la consegna nelle mani del difensore. In definitiva è stata annullata parzialmente la sentenza con rinvio per un nuovo esame ad altra sezione della Corte d'appello di Palermo.

 
Vigevano (Pv): muore il killer ergastolano, suicidi a quota 26 PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 19 luglio 2019

 

Il sistema penitenziario miete un'altra vittima. Non si arrestano i suicidi nelle patrie galere e questa volta riguarda il carcere di Vigevano dove un detenuto, tentando di suicidarsi una decina di giorni fa, era stato trasportato d'urgenza in ospedale. Dopo giorni di agonia, alla fine mercoledì è morto. Parliamo di Antonino Benfante, detto "Palermo", il killer dei fratelli Emanuele e Pasquale Tatone e di Paolo Simone, autista tuttofare di Emanuele, uccisi a ottobre del 2013 con due esecuzioni a distanza di 72 ore.

Benfante, 55 anni, di origini siciliane, era stato condannato all'ergastolo con isolamento diurno per tre anni, pena resa definitiva dalla Cassazione ad aprile dello scorso anno. Da allora, più volte aveva manifestato segni di insofferenza dietro le sbarre del carcere di Vigevano dove si trovava rinchiuso, e più volte avrebbe tentato il suicidio. In un'occasione avrebbe cercato di incendiare una cella e, in un'altra, di aggredire un detenuto. Fatti culminati una decina di giorni fa nell'ennesimo tentativo di togliersi la vita stringendosi attorno al collo la maglia che indossava per impiccarsi. È caduto battendo violentemente la testa.

Alla fine in ospedale non c'era stato nulla da fare. Ma si sarebbe potuto evitare? Secondo il suo avvocato difensore Ermanno Gorpia, sì. Era in isolamento, aveva tentato più volte il suicidio e quindi necessitava di un costante piantonamento. Inoltre, malato di Parkinson, era reduce da un'operazione non andata a buon fine: gli era stato installato un microchip nel tentativo di migliorare le sue condizioni, ma aveva contratto un'infezione. E gli era stata negata la scarcerazione chiesta in virtù del suo stato di salute.

Siamo giunti quindi al 26esimo suicidio. Ma poteva aggiungersi un altro ancora. Sempre nella giornata di mercoledì, questa volta nel carcere napoletano di Poggioreale, un 30enne calabrese ha usanto i lacci delle scarpe per costruirsi un cappio con il quale ha tentato il suicidio appendendosi per il collo alle inferriate della finestra della cella. L'intervento, in extremis, degli agenti della Polizia penitenziaria ha evitato il peggio.

A rendere noto l'episodio è stato il segretario provinciale Osapp Napoli Luigi Castaldo. Il detenuto, un 30enne calabrese, prima di compiere l'insano gesto ha atteso che i suoi compagni di cella uscissero per andare al passeggio. "In molti definiscono Poggioreale un ' inferno, un mostro di cemento, - sottolinea il segretario provinciale Osapp - nel quale però lavorano tanti angeli in uniforme che, con tanta umanità, coordinati dal commissario capo Diglio operano in un contesto di disgrazie e sofferenze, dove spesso gesti estremi come quello di oggi vengono risolti in maniera encomiabile".

Però nel carcere di Poggioreale troppi sono i suicidi e alcuni decessi sono tuttora da chiarire. Come il caso di Claudio Volpe, morto nel carcere di Poggioreale all'età di 34 anni lo scorso 10 febbraio. È avvenuto dopo tre giorni di febbre alta e non ha mai convinto i parenti che da subito decisero di approfondire la vicenda. Nessuna indicazione però, sarebbe venuta dall'inchiesta dalla Procura di Napoli e dai risultati dell'autopsia. Cinque mesi di silenzio in cui ai dubbi si alterna lo sconforto.

 
Vigevano (Pv): si uccide in cella il killer dei Tatone PDF Stampa
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di Ilaria Carra

 

La Repubblica, 19 luglio 2019

 

L'ultimo noir milanese si chiude in una cella del carcere di Vigevano. L'insofferenza al posto, la malattia, una t-shirt come cappio al collo, l'ennesimo tentativo di farla finita che stavolta è senza ritorno. È morto in galera Tonino Benfante, 55 anni, nome di battaglia "Palermo" dalla sua città natale: era il killer dei fratelli Tatone e dell'autista di uno dei due che nulla c'entrava ma era nel posto sbagliato e andava eliminato.

Tre omicidi in quattro giorni nell'ottobre 2013 per riprendersi il controllo dello spaccio a Quarto Oggiaro e per regolare vecchi conti che sembravano chiusi e invece no. "Palermo" era stato arrestato il 1° dicembre 2013, a poco più di un mese dagli omicidi commessi a fine ottobre dello stesso anno. Cinque settimane di piombo, terrore, omertà. Benfante, con quella famiglia che all'inizio dei Novanta spacciava coi nemici, coi Batti-Flachi poi vinti col piombo, ce l'aveva da tempo. Lui stava con i fratelli Crisafulli, e l'eroina a Quarto Oggiaro era cosa loro.

A incancrenire i rapporti, un ricordo che "Palermo" si portava dietro dal 1992, da quella detenzione comune a San Vittore "quando Emanuele - è la compagna di Benfante che racconta, nel verbale chiave di questa vicenda - gli aveva messo lamette da barba nel cuscino per ferirlo".

Vecchie storie, pensavano i Tatone. E lo riteneva anche la madre Rosa, "Nonna eroina", che dall'estate 2013 l'antico nemico lo aveva riaccettato in casa, in via Sabatino Lopez 8. E invece "Palermo", appena uscito dopo anni di carcere e in affidamento in prova ai servizi sociali, non aveva dimenticato.

E soprattutto voleva prendersi la piazza di Quarto Oggiaro, labirinto di casermoni nella periferia Nord, bande cresciute tra i binari delle ferrovie e balconi a un metro dall'asfalto dove in quegli anni si sparava facile. Così il 27 ottobre dà appuntamento al bar della piazzetta a Emanuele, che arriva con l'amico che gli fa da autista, Paolo Simone, li attira poi agli orti di via Vialba e spara. Un'esecuzione in piena regola. Tre giorni dopo, il 30, alla sera tocca all'altro fratello, Pasquale, crivellato di colpi per la strada in via Pascarella.

"Li ho fatti venire all'orto. Ho sparato prima ad Emanuele, di quell'altro mi dispiace". Tre giorni dopo: "L' aveva capito lui, che ero stato io ad ammazzare Emanuele". Le sue parole, pronunciate in casa e raccontate alla polizia dalla terrorizzata compagna, lo inchioderanno. Assieme alle immagini delle telecamere, ai tabulati telefonici e alle intercettazioni della gente del quartiere che sapeva ma con gli investigatori non verbalizzava.

Benfante, malato di Parkinson, aveva già provato ad ammazzarsi in cella. "Ha tentato di suicidarsi quattro volte in tre giorni. Ha provato a bruciare la cella e ha accoltellato un detenuto. Evidentemente qualcosa non ha funzionato nel regime di controlli del carcere che non ne ha disposto il piantonamento" denuncia il suo legale, Ermanno Gorpia. L'ultima volta la maglia si è spezzata, "Palermo" ha picchiato violentemente la testa. E undici giorni dopo, ieri, è morto.

 
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