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Bollate (Mi): "Cucinare al fresco", il libro di ricette firmato dalle detenute PDF Stampa
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winenews.it, 25 maggio 2019

 

La cucina si conferma come strumento in grado di raccontare percorsi di vita e costruire nuove speranze. Da qualche mese, nella casa circondariale di Bollate, una decina di detenute sono impegnate a scrivere, parlare, preparare i piatti della loro vita, che ricordano gli incontri in famiglia, ma anche più semplicemente, dei piatti per rendere un po' meno pesante la loro reclusione: una chiacchierata che ha dato vita al primo libro di ricette "Cucinare al fresco". L'iniziativa rientra in un percorso più ampio che si concretizza in una collana di libri di cucina, un'idea partita dalla casa circondariale di Como e ora approdata a Bollate e a Varese, in procinto di "partire" anche a Opera e a Brescia. Il ricettario è quindi una sperimentazione di idee, odori e sapori messi insieme dalle detenute che, attraverso mille conflittualità e tanta voglia di riprovarci, hanno accettato la sfida di scrivere una parte di loro con una ricetta. Proprio con il cibo, questo percorso ha portato a un risultato e anche la cucina si è confermata uno strumento per accomunare i mille volti del mondo.

L'iniziativa ha trovato spazio negli Istituti a seguito di qualche chiacchierata condivisa con i detenuti, che hanno manifestato quanto sia importante per loro cucinare e condividere ogni piatto con i concellini, che rappresentano una sorta di famiglia e di momento di confronto. Da qui la voglia di impegnarsi per "fare qualcosa di buono", sia in cucina che nella vita. Parole, sapori, profumi, ingredienti sono il "sale della vita", fattori in grado di unire e di sviluppare nuove sensazioni e nuovi bisogni come quello di raccontarsi. Si tratta di una sorta di esperienza di conoscenza e di esternazione dei sentimenti in chiave enogastronomica. Dagli ingredienti del carrello, a quelli della spesa, passando da quanto entra dall'esterno, il ricettario è un percorso di vita e di speranza. La cucina, la preparazione di un piatto è un linguaggio che ha accomunato i detenuti del carcere. L'intero ricavato dalla vendita del libro sarà reinvestito per nuovi ricettari e per la realizzazione di un periodico dedicato alla cucina.

"Il libro - raccontano le detenute del corso - è una memoria gustosa fatta di profumi e di sentimenti che si provano ai fornelli dietro alle sbarre. Sono una raccolta di idee e di sensazioni, di esperienze e di idee che si vivono quotidianamente. Vogliamo spiegare come cuciniamo in cella con i pochi strumenti che abbiamo, ma, nel frattempo, raccontiamo un'avventura, un'ispirazione, un ricordo. Attraverso un linguaggio semplice portiamo in tavola un sorriso".

 
Stati Uniti. Se la giustizia e crudeltà: in isolamento per 36 anni PDF Stampa
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di Daniele Zaccaria

 

Il Dubbio, 25 maggio 2019

 

É morto Thomas Silverstein, condannato all'ergastolo, dal 1983 non ha avuto contatti con nessun essere umano. Il "buco" è una gabbia di 18 metri quadrati del carcere di massima sicurezza di Leavenworth (Kansas city); all'interno una branda, il water, il lavandino e una piccola scrivania, al soffitto, attaccate alle barre di acciaio, le luci, abbacinanti, in funzione 24 ore su 24. Per trentasei anni il "buco" è stato l'unico orizzonte di Thomas Silverstein, condannato all'ergastolo per due omicidi e sepolto vivo nella Special Housing Unit, una "prigione nella prigione" come viene chiamata dai detenuti. Trentasei anni senza avere nessun contatto umano e sotto la continua sorveglianza delle guardie carcerarie.

"Avete presente il suono snervante dell'acqua che gocciola da un rubinetto nella notte? Qui la vita è così, la senti gocciolare impietosa assieme ai minuti, alle ore, ai giorni, alle settimane, agli anni, tutto gocciola, senza fine e senza sollievo", scrisse qualche anno fa Silverstein in un articolo inviato al giornalista Pete Earley, un freelance autore di importanti inchieste per il Washington Post e il New York Times e soprattutto di The Hot House: Life Inside Leavenworth Prison il libro in cui racconta l'esistenza distopica del prigioniero Silverstein, sepolto vivo dal 1983 da Norman A. Carlson, il direttore nazionale del Bureau of Prisonsn (Bop) ma mai del tutto piegato nello spirito.

Ha avuto una gioventù balorda Thomas Silvertein, nato nel 1952 a Long Beach (California) da una famiglia piccolo borghese ma molto turbolenta, a 14 anni è già dipendente dall'eroina e ha già conosciuto il riformatorio, e la vita è tutto un susseguirsi di espedienti, con i piccoli furti, lo spaccio, i primi pestaggi da parte della polizia. A 23 anni viene arrestato per una rapina a mano armata che compie assieme allo zio e viene condannato a 15 anni da scontare nel penitenziario federale di San Quintino. Tra le sbarre Silverstein scopre la "politica", si unisce alla Fratellanza Ariana un gruppo suprematista radicale in guerra permanente con le gang afroamericane che spadroneggiano nel carcere.

Nel 1979 viene accusato e condannato all'ergastolo per l'uccisione di un detenuto nero, un delitto che non ha mai commesso come emergerà da indagini più accurate quando ormai era troppo tardi. Troppo tardi perché Silverstein nel frattempo è diventato un vero assassino e nel 1981 uccide a coltellate Robert Chappell, membro di una gang che lo aveva più volte minacciato. Appena due anni dopo la furia di Silverstein si riversa sulla guardia carceraria Merle Clutts che poi accuserà di continue vessazioni. Quest'ultimo omicidio colpisce molto l'opinione pubblica, i tabloid più popolari lo sbattono in prima pagina e lo descrivono come un mostro, una specie di Hannibal Lecter ante litteram. È il 1983 e il Bop decide di metterlo in isolamento totale, prima nel carcere di Atlanta, poi in quello di Marion, infine a Leavenworth, nel "buco", ribattezzato dai media con fatuo sadismo The Silverstein's suite.

Nel corso del tempo ha ottenuto qualche "privilegio", come una tv in bianco e nero, dei fogli e dei colori per disegnare, libri (inizialmente poteva consultare solo la Bibbia): "Se non ti fanno delle concessioni poi non hanno nulla da toglierti, anche questo fa parte della strategia di controllo", spiega Earley. L'isolamento di Silverstein si è interrotto due volte, la prima, paradossale per un convinto sostenitore del "white power", durante una rivolta capeggiata da una gang cubana che lo libera per tre giorni, la seconda per un'infezione ai denti in cui viene trasferito nell'ospedale della prigione incatenato con gli schiavettoni e scortato da 15 secondini (sic).

Negli ultimi anni di detenzione si è appacificato, ha abbandonato la Fratellanza, ha praticato lo yoga, ha realizzato centinaia di disegni, e soprattutto ha messo a fuoco la sua condizione di esilio esistenziale: "È più umano essere uccisi dal boia che la tortura che ho subito, ma non sono diventato pazzo, ho resistito e oggi non provo più rabbia", ha detto nella sua ultima intervista. Thomas Silverstein si è spento la scorsa settimana a 67 anni per un improvviso attacco cardiaco, verrà ricordato per il più lungo isolamento carcerario della storia americana.

 
Gli Usa incriminano Assange, rischia 170 anni di carcere PDF Stampa
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di Marina Catucci

 

Il Manifesto, 25 maggio 2019

 

Sono 17 i capi d'accusa sulla base dell'Espionage Act, mai usato contro un giornalista. Nel mirino di Washington i documenti e i file sui crimini commessi contro i civili iracheni che WikiLeaks pubblicò. Julian Assange è stato incriminato negli Stati uniti sulla base dell'Espionage Act e rischia dieci anni di carcere per ognuno dei 17 capi di accusa che gli sono stati affibbiati dal Dipartimento di Giustizia Usa per avere cospirato al fine di ottenere e pubblicare informazioni classificate con la collaborazione attiva dell'ex analista dell'intelligence militare Chelsea Manning.

"Le azioni di Assange hanno messo seriamente a rischio la sicurezza nazionale degli Stati uniti e portato benefici ai nostri avversari - si legge nei documenti depositati dal Doj - Assange, Wikileaks e Manning hanno condiviso l'obiettivo comune di sovvertire le restrizioni legali sulle informazioni riservate". Per gli Usa Assange sapeva che Chelsea Manning gli stava fornendo illegalmente dei documenti riservati riguardanti informazioni sulla difesa nazionale degli Stati uniti, e, pubblicando su WikiLeaks i nomi delle fonti, avrebbe creato "un grave e imminente rischio per delle vite umane". Le nuove accuse fanno parte di una più vasta mossa legale dell'amministrazione Trump che ha alzato significativamente la posta in gioco nel caso legale contro Assange, che a Londra sta combattendo contro un procedimento di estradizione sulla base delle accuse di hacking da parte dei procuratori federali del Nord Virginia, gli stessi che hanno incarcerato due volte Chelsea Manning per essersi rifiutata di testimoniare contro Assange e WikiLeaks davanti a un gran giuri.

L'ultima svolta di una carriera in cui Assange è passato da crociato per la trasparenza radicale dell'informazione a braccato da un'indagine svedese per aggressione sessuale, a strumento delle interferenze elettorali russe nelle elezioni Usa del 2016, fino a imputato criminale negli Stati uniti. Anche se non è un giornalista convenzionale, molto di ciò che ha fatto su Wikileaks è difficilmente distinguibile in modo giuridicamente significativo da quello che fanno le organizzazioni giornalistiche tradizionali. Per cui, come ha fatto notare l'organizzazione giornalistica tradizionale per antonomasia, il New York Times, è la prima volta che l'Espionage Act è usato per incriminare un giornalista.

Dello stesso parere del Nyt è anche Aclu, l'associazione statunitense per la difesa delle libertà civili, che da quando Trump è alla Casa bianca ha visto moltiplicate esponenzialmente le cause per cui deve battersi. "Per la prima volta nella storia del nostro Paese - ha scritto su Twitter Ben Wizner, direttore di Aclu - il governo ha intentato accuse penali contro un editore a causa della pubblicazione di informazioni vere. Questo stabilisce un pericoloso precedente che potrà essere usato per colpire tutte le organizzazioni giornalistiche ritenute responsabili dal governo".

Il caso per cui Assange ha ricevuto i 17 capi di accusa non ha nulla a che fare con le interferenze elettorali di Mosca nel 2016, quando WikiLeaks pubblicò le email del comitato democratico che la Russia avrebbe rubato per aiutare l'elezione di Trump, ma è tutta rivolta al ruolo di Assange nella pubblicazione di centinaia di migliaia di documenti e file militari del Dipartimento di Stato forniti da Manning e riguardanti i crimini americani contro civili iracheni. I funzionari del Dipartimento di Giustizia che hanno incriminato Assange a distanza di quasi dieci anni da quella pubblicazione non hanno spiegato perché abbiano deciso di usare l'Espionage Act, passo che era stato discusso anche dall'amministrazione Obama ma che non era stato intrapreso proprio a causa del primo emendamento e delle implicazioni con la censura giornalistica.

 
Non solo Assange: la guerra giudiziaria americana contro i whistleblower PDF Stampa
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di Daniele Salvini

 

Il Manifesto, 25 maggio 2019

 

Gli Usa lamentano un danno alla sicurezza nazionale e vogliono segnare un precedente, intervenendo dove e su chiunque disturbi le loro attività militari. Le nuove accuse degli Usa, per le quali Assange rischia 175 anni di carcere, sono basate sull'Espionage Act, un legge della prima guerra mondiale, creata nel 1917, per perseguitare i traditori che rilasciano informazioni riservate. Rispolverata prima dall'amministrazione Bush e poi in crescendo da Obama e Trump, è la prima volta che viene usata per incriminare un giornalista, neanche americano. La legge riguarda lo spionaggio e non riconosce il ruolo del giornalista nell'informare per l'interesse pubblico, oggetto del primo emendamento della costituzione Usa.

L'Espionage Act viene usato come test e potrebbe non sopravvivere lo scrutinio della corte suprema se usata contro un giornalista, ma questo in democrazia e non in una società militarizzata. Con la richiesta di estradizione, la war zone americana si è allargata fino all'Europa. La libertà d'informazione è una delle sue prime vittime e la guerra colpisce oggi i whistleblower. Assange non è il solo. Mentre viene trasportato di peso fuori dall'ambasciata dell'Ecuador, proprio in Ecuadro viene arrestato Ola Bini. È uno sviluppatore svedese di software libero e un attivista dei diritti civili. Non è formalmente imputato ma il governo dichiara che è stato arrestato per sospetta partecipazione al crimine di assalto all'integrità di un sistema informatico. Viveva a Quito da sei anni.

Ola Bini è amico di Julian Assange. Il quotidiano svedese Aftonbladet pubblica una lettera aperta di Noam Chomsky, Yanis Varoufakis, Arundhati Roy e Brian Eno che chiede al governo svedese di intervenire per la sua liberazione. Il sito freeolabini.org ospita le firme di solidarietà e le sue lettere dal carcere. Il 10 maggio viene rilasciata Chelsea Manning, prima di essere nuovamente incarcerata il 15 maggio. L'analista che ha denunciato nel 2010, usando WikiLeaks, i crimini di guerra americani in Afghanistan e che ha scontato sette anni di carcere militare durante i quali è stata torturata, come dichiara Amnesty International. Aveva ricevuto clemenza dal presidente uscente Barack Obama ma era nuovamente in prigionia da due mesi in Virginia per il suo rifiuto a testimoniare davanti a un gran giurì proprio sul caso WikiLeaks.

La sua scarcerazione è dovuta allo scioglimento del gran giurì, ma uno nuovo si è già formato notificandole un secondo mandato di comparizione con scadenza il 16 maggio e rifiutando di testimoniare è tornata in carcere con l'aggiunta di una multa di 500 dollari per ogni giorno dopo i primi 30 giorni, che aumenterà a mille dopo due mesi. Chelsea afferma di non voler contribuire all'abuso che il processo e la segretezza del grand giurì rappresenta: "Ho la scelta tra tornare in prigione o tradire i miei principi. La seconda ipotesi rappresenta una prigione ben peggiore di quella che il governo mi può costruire". Assange è stato condannato a 50 settimane di carcere in Inghilterra per non essersi presentato alla polizia nel 2012 per rispondere alle richieste svedesi sulle accuse di stupro, rifugiandosi invece nell'ambasciata ecuadoriana.

Il 9 maggio, ancora in Virginia, è stato arrestato sempre via Espionage Act, Daniel Hale, 31 anni ed ex analista dei servizi, per aver fornito informazioni classificate sull'uso dei droni da guerra ai giornalisti di The Intercept, sito di giornalismo investigativo cofondato da Glenn Greenwald, il giornalista che ha rivelato il programma di sorveglianza globale di Uk e Usa, tramite i documenti forniti da Snowden e con l'aiuto di WikiLeaks. Il 13 maggio è stata riaperta in Svezia l'inchiesta sull'accusa di violenza sessuale che grava su Assange del 2010.

Il magistrato ha dichiarato che la nuova circostanza, la detenzione inglese, ora permette di chiedere l'estradizione in Svezia e l'interrogatorio è richiesto per completare l'inchiesta che era stata chiusa nel 2017. Se Assange darà il consenso, dichiarano le autorità svedesi, potrebbe avvenire nella prigione inglese.

WikiLeaks dichiara che sarà l'occasione per Assange di pulire il suo nome. Sarà un giudice inglese a decidere a quale richiesta di estradizione dare precedenza, Svezia o Usa, nell'irrisolto contesto della Brexit. Gli Usa stanno dando un chiaro monito a whisteblower e giornalisti. La guerra in corso li spinge alla criminalizzazione degli strumenti crittografici e alla censura, ma chiedere l'estradizione di un giornalista straniero in relazione alla divulgazione tramite WikiLeaks di oltre 1 milione di informazioni militari e documenti diplomatici è essenzialmente una richiesta per giornalismo scomodo che segna un precedente pericoloso. Julian Assange viene difeso da Baltasar Garzòn, il giudice spagnolo scelto da WikiLeaks, ricordato per aver tentato di arrestare Pinochet e di interrogare Kissinger sul caso Condor. Le attuali accuse da parte Usa non riguardano il caso delle email dell'allora segretario di Stato Hillary Clinton, trafugate dai servizi russi e divulgate tramite WikiLeaks che hanno avvantaggiato Trump, ma sono confinate alla divulgazione dei crimini di guerra segnalati da Chelsea Manning nel 2010. Il caso Assange riguarda la libertà di stampa e diritti umani. L'amministrazione Trump, pur correndo il rischio di riportare l'attenzione sulle scorse elezioni presidenziali, sta colpendo entrambi i diritti.

 
Venezuela. Rivolta in carcere: almeno 30 detenuti morti negli scontri con polizia PDF Stampa
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La Repubblica, 25 maggio 2019

 

Almeno 30 detenuti sono morti in scontri con la polizia in un carcere in Venezuela. Quattordici poliziotti sono rimasti feriti negli scontri, avvenuti ad Acarigua, nell'ovest del Paese. A fornire le cifre è stato il direttore dell'ong "Una ventana de libertad", che si occupa di difendere i diritti dei prigionieri, Carlos Nieto. La sparatoria, riferisce il quotidiano "El Nacional", sarebbe iniziata alle 10 della mattina nel Centro di reclusione preventiva di un commissariato nello stato settentrionale di Portuguesa. Per sedare il tentativo di insurrezione sarebbero accorsi sul posto funzionari della Polizia nazionale bolivariana, del Comando nazionale anti-estorsioni e sequestro e della Polizia dello stato Portuguesa.

 
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