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Santa Maria Capua Vetere. Torture in carcere, scontro sulle associazioni nel processo PDF Stampa
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casertanews.it, 26 gennaio 2022


Il giudice prende tempo sulle ammissioni delle parti civili: gli avvocati sollevano eccezioni sulla genericità. Il dubbio sulla doppia veste del Ministero. Altre 6 tra associazioni e detenuti chiedono di entrare nel processo per i pestaggi al carcere di Santa Maria Capua Vetere avvenuti il 6 aprile del 2020. È quanto accaduto nel corso dell'udienza preliminare all'aula bunker dove il gup Pasquale D'Angelo ha deciso di prendersi una settimana di tempo per decidere se ammettere o meno le richieste avanzate dai legali che rappresentano persone fisiche, sodalizi o enti che hanno in qualche modo interesse a costituirsi in giudizio contro i 108 imputati, per la maggioranza agenti della polizia penitenziaria protagonisti di quella che venne definita "un'orribile mattanza".

Si torna in aula la prossima settimana. Sulla scrivania del giudice per l'udienza preliminare oltre 90 richieste di ammissione. Se ci sono pochi dubbi su quelle dei detenuti che hanno subito i pestaggi (circa un'ottantina su oltre 200 parti offese individuate dalla Procura ma c'è tempo per la costituzione fino all'apertura del dibattimento) diversa è la posizione delle associazioni a tutela dei diritti delle persone recluse su cui le difese degli imputati hanno sollevato eccezioni ritenendo generica la richiesta di ammissione al processo. Dubbi sono stati sollevati anche sulla costituzione del garante per i detenuti Samuele Ciambriello, le cui denunce hanno acceso i riflettori degli inquirenti su quanto accaduto durante la settimana Santa del 2020 al penitenziario "Francesco Uccella".

Ha presentato richiesta di ammissione tra le parti civili anche l'Asl di Caserta per un danno d'immagine subito per il comportamento di due medici che avrebbero redatto falsi certificati medici sulle condizioni dei detenuti dopo i pestaggi. Infine, il magistrato per l'udienza preliminare dovrà dirimere i dubbi sulla posizione del Ministero della Giustizia.

L'Avvocatura di Stato ha presentato richiesta per l'ammissione come parte civile ma i difensori dei detenuti maltrattati vorrebbero citare il dicastero di via Arenula come responsabile civile. Questione su cui dovrà esprimersi il Gup d'Angelo che potrebbe ammettere il Ministero anche in doppia veste: parte civile contro gli agenti e responsabile, al tempo stesso, delle loro condotte contro i detenuti.

 
Padova. La Cgil: "Mancanza di personale e difficoltà, la situazione è grave" PDF Stampa
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padovaoggi.it, 26 gennaio 2022


Il sindacato denuncia la grave carenza di personale tra la Polizia penitenziaria e il fatto che al Due Palazzi arrivino detenuti con pena definitiva inferiore ai 7 anni o in attesa di giudizio, creando problemi. La situazione in carcere diventa sempre più complessa. A denunciarlo è la Fp Cgil: nell'organico della polizia penitenziaria mancherebbero 54 agenti. E con la pandemia le cose si sono aggravate.

"Oltre alla mancanza di personale di polizia penitenziaria si deve aggiungere anche il periodo di pandemia che ha colpito e colpisce sia il risicato personale di polizia che detenuti, seppur siano stati vaccinati - dicono Gianpietro Pegoraro e Alessandra Stivali, rispettivamente coordinatore regionale Fp Cgil Veneto per la polizia penitenziaria e segretaria provinciale Fp Cgil - Questa situazione ha ripercussioni negative sui diritti soggettivi di chi svolge il servizio di sicurezza.

Le difficoltà maggiori il personale le deve affrontare quando si verificano casi di piantonamento ospedaliero di detenuti, che comporta in alcuni casi al fine di garantire il ricovero e la sicurezza della popolazione la soppressione di alcuni posti di servizio, maggior carico di lavoro e maggior responsabilità per chi rimane, in alcuni casi più estremi viene revocato il riposo settimanale al poliziotto. L'integrazione delle unità mancanti alla reclusione è bloccata da una Legge del 2015, Madia, che stabilisce a livello Distrettuale (Triveneto) un certo numero di unità oltre alle quali la dotazione organica risulta essere completa, nonostante che il numero dei detenuti risulta sia aumento.

Ad aggravare poi la situazione della Casa di Reclusione di Padova è la mancata applicazione, da parte dell'amministrazione penitenziaria della legge in materia di differenziazione dei circuiti di sicurezza, associando anche detenuti o che non hanno pene definitive oltre i 7 anni o che ancora sono in attesa di giudizio.

Detenuti questi seppur seguiti dal personale educativo e dai poliziotti creano non pochi problemi di varia natura, ad esempio hanno problemi psichiatrici oppure perché extracomunitari ma non riescono a comunicare con il personale o che hanno paura di essere espulsi". La richiesta del sindacato è di rivedere la legge Madia e l'applicazione della norma riguardante i circuiti di differenziazione dei detenuti.

 
Vicenza. Aumentano i detenuti, cala il personale PDF Stampa
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Corriere del Veneto, 26 gennaio 2022


I sindacati: "In carcere situazione sempre più preoccupante". Il sovraffollamento, nel carcere di Vicenza, rimane una costante, ma quello che non passa inosservato nella relazione dell'anno giudiziario, è il numero dei cosiddetti "eventi critici" e cioè di suicidi, riusciti o tentati, e di episodi di autolesionismo. In "preoccupante aumento" si legge, forse anche per le conseguenze del Covid, tra queste la sospensione di attività e visite.

Il penitenziario Dal Papa, in Veneto, è tra quelli che sfora maggiormente in quanto a numero di detenuti, così come quello Veronese: al 30 giugno 2021 si contavano 390 "ospiti" quando la capienza regolamentare è di 273. Situazione simile a Montorio dove l'estate scorsa gli utenti erano 477 contro i 335 previsti. Il carcere di San Pio X è anche l'unico, a livello regionale, ad aver registrato due suicidi, per uno dei quali è anche stata aperta un'inchiesta della procura con due agenti indagati (il caso era quello di un vicentino accusato di omicidio).

Un unico decesso invece è avvenuto nelle strutture di reclusione di Padova, Montorio e Rovigo. Sempre al Dal Papa, non sono riusciti 22 tentativi di farla finita mentre si sono contati nel corso dell'anno scorso oltre 93 casi in cui i detenuti si sono inferti delle ferite. Dati che fanno riflettere. Segnalati anche dal Garante nazionale delle persone private della libertà che fa sapere come al 24 gennaio i suicidi in carcere nel 2022 sono stati otto: uno ogni tre giorni. "È un dato che non può essere né sottovalutato né, tantomeno, ignorato" sostiene il Garante per il quale serve un dialogo per richiamare l'attenzione su una situazione di difficile gestione.

"Nell'ultima visita fatta, a novembre, l'indice di sovraffollamento era del 137%, un totale di 366 detenuti e una carenza di organico di 90 unità come da dati del Dipartimento" fa sapere Leonardo Angiulli, segretario interregionale del sindacato di polizia penitenziaria Uspp. Che spiega come a Vicenza arrivino detenuti di altri penitenziari che non ricevono nuovi carcerati e questo porta ad "una difficile gestione del reparto".

E i numeri sono addirittura in crescita. "C'è stato un incremento del 5% degli utenti e una diminuzione del 4% del personale legata anche alla malattia" prosegue Angiulli che a nome del sindacato intende dare il benvenuto al nuovo direttore in missione, Bernardo Ponzetta, vice direttore della casa di reclusione di Padova. Quanto agli "eventi critici" il referente dell'Uspp motiva in parte quel preoccupante aumento per la presenza di un "reparto a regime chiuso dove vengono ristretti utenti di difficile adattamento arrivati anche da altri istituti d'Italia".

 
Lo sguardo di Šalamov che visse nell'inferno PDF Stampa
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di Federico Varese


La Repubblica, 26 gennaio 2022

 

Quarant'anni fa la morte del grande autore russo rinchiuso da Stalin nei gulag della Siberia. Nel lager, diceva, il male regna incontrastato. Arlam Šalamov, l'autore de "I racconti della Kolyma", muore a Mosca il 17 gennaio di quarant'anni fa, nel 1982. L'ultimo periodo della sua vita non è felice. Ormai sordo e cieco, vive a Mosca in una camera dell'ospizio dei letterati Literaturnyj Fond, al terzo piano, nella stanza numero 244.

In questo edificio "impregnato di un odore di vecchiaia impotente e indifesa" (come racconta una sua amica), ha trovato una sistemazione che teme di perdere in ogni momento. Le ansie non gli lasciano tregua: quando arriva il cibo si getta avidamente su di esso perché teme che altri lo possano precedere, nasconde le lenzuola e le federe sotto il materasso, porta legato al collo l'asciugamano. Questi erano beni preziosissimi nei campi, difficili da trovare e da proteggere.

Anziano e prossimo alla morte, rivive le fobie della vita quotidiana del lager. Ma sono anche gli anni in cui la sua fama cresce e i riconoscimenti internazionali cominciano ad arrivare: nel 1980 esce a Parigi il primo volume dei Racconti e vince un premio del Pen Club, nel 1981 è la volta della traduzione inglese, parziale, della sua opera principale. Un gruppo di ammiratori comincia a manifestare in suo favore, ma lui teme che la piccola fama raggiunta diventi un buon motivo per arrestarlo di nuovo, una terza volta, e così tornare nella Kolyma ("io vengo dall'inferno" è una sua frase celebre).

Nel gulag ci aveva passato quasi vent'anni. Giovane studente di giurisprudenza a Mosca, viene arrestato una prima volta nel 1929 per aver partecipato ad un gruppo che domanda la pubblicazione del testamento di Lenin e viene spedito al campo della Višera, nella regione di Perm' (su quell'esperienza scriverà Višera. Antiromanzo, pubblicato solo nel 1989). Liberato nel 1931, torna a Mosca dove lavora come giornalista e pubblica diversi racconti e poesie. Nel 1937 il nuovo arresto, per "attività antirivoluzionaria trotzkista". La lettera T (che indicava i troskisti) aggiunta al suo dossier equivale ad una condanna a morte. Infatti, gli tocca uno dei campi più pericolosi, detto "il crematorio bianco", nell'estremo Nord-Est russo-asiatico, dove la temperatura arriva fino a cinquanta gradi sottozero. La regione prende il nome dal fiume che l'attraversa, Kolyma, un nome che grazie a Šalamov diventerà sinonimo delle repressioni staliniane.

Qui vi sono giacimenti d'oro, e i carcerati vi lavorano come mano d'opera forzata. Šalamov prima viene impiegato nelle miniere di carbone, ma quando è sull'orlo della fine per assideramento e fame, viene salvato da un medico che lo assume come infermiere al reparto di chirurgia dell'Ospedale per detenuti, sulla "riva sinistra" del fiume Kolyma (questo è anche il titolo di una sezione dei Racconti). Viene liberato nel 1951, ma rimane confinato in Siberia fino al 1956. Una volta ritornato nella capitale russa, scopre che la moglie lo ha lasciato e la figlia non vuole più vederlo. Un rientro non certo da eroe.

Inizia a scrivere I Racconti della Kolyma nel 1954. L'opera contiene 145 racconti ordinati in sei raccolte, ma è un libro organico, con temi e personaggi che si rincorrono. È anch'esso un anti-romanzo, che contiene frammenti, brani di epistolario, storie individuali, memorie e confessioni sulla sua incapacità di ricordare esattamente. Šalamov non credeva che il lager insegnasse nulla, che gli anni passati là producessero una Epifania, una redenzione.

È semplicemente un luogo dove il male regna incontrastato. La morte era l'esito più probabile per il carcerato e Varlam si salva solo grazie al caso, attraverso un medico-detenuto che lo assume in infermeria. Mentre Solzhenitsyn ha l'aspirazione a catalogare i fatti e misfatti avvenuti nel gulag, Šalamov dichiara: "Il ricordo non serve a nulla". Dopo il gulag, Auschwitz e la bomba atomica, l'arte ha perso il diritto di predicare. Nella grande frattura che attraversa la letteratura russa, il Nostro sta dalla parte di Dostoevskij, contro Tolstoj.

Come ha scritto un altro autore sopravvissuto al Gulag, Gustaw Herling, "Šalamov è innanzi tutto un grande scrittore".

La recezione di Šalamov in Italia fu non lineare. Diversi editori si rifiutarono di pubblicare le traduzioni dello slavista Piero Sinatti, che pubblicò una raccolta nel 1976 presso la casa editrice della nuova sinistra Savelli. Oggi disponiamo di un'eccellente edizione Einaudi in due volumi, e di opere tradotte da Adelphi. Anche in punto di morte non vi fu redenzione per Šalamov. Il 15 gennaio 1982 viene trasferito a forza in manicomio, internato benché non avesse alcun disturbo psichico. La direzione dell'ospizio era preoccupata della sua crescente fama di dissidente e per le manifestazioni a suo favore. Regge solo due giorni e muore, appunto, il 17 gennaio di quaranta anni fa.

 
La violenza svela il malessere dell'Italia che resta ai margini PDF Stampa
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di Goffredo Buccini


Corriere della Sera, 26 gennaio 2022

 

La disgregazione si concentra nelle periferie delle nostre grandi città, dimenticate nei due anni di pandemia. E il risultato è stato il distacco dal voto alle Amministrative.

La cronaca nera, a leggerla con buone lenti, offre talvolta scorci di sociologia politica. Quella degli ultimi mesi e soprattutto delle settimane più recenti, da Capodanno a oggi, dalle aggressioni sessuali di massa in piazza Duomo fino alle guerriglie "etniche" delle gang di quartiere, delinea una sfida gravosa anche per il futuro presidente della Repubblica: ricucire l'Italia, divisa ormai in un Paese di Sopra e un Paese di Sotto, uno che ce la fa e l'altro che ha smarrito persino la voglia di farcela e s'è rassegnato a sprofondare.

Quattro anni or sono, ad esempio, lo stragista Luca Traini ci svelò l'intolleranza xenofoba di una comunità spaventata dalle migrazioni fuori controllo: non c'era nulla da giustificare ma molto da correggere a monte del raid razzista con cui terrorizzò Macerata e l'Italia. Le violenze di questa recente stagione, compiute da giovani nordafricani o italiani di seconda generazione con famiglia immigrata, sovente mischiati a ragazzi autoctoni in un unico brodo periferico di sottocultura machista, rap, Islam fai-da-te e rivolta social, sono una spia non meno potente di un altro cortocircuito: in atto dentro angoli della società dove abbiamo smesso di guardare per paura di scoprire ciò che non ci piace, confortati dall'alibi del Covid che tutto ha sigillato sottovuoto.

È curioso, ma forse anche significativo, che l'analisi più interessante di questo periodo non sia venuta da un sociologo, ma da un carabiniere, anzi, dal loro capo, il comandante dell'Arma. In un'intervista a La Stampa, il generale Teo Luzi ha posto l'accento sul malessere sociale (che per molti soloni sarebbe invece solo una giustificazione da accantonare), sottolineando che la pandemia ha creato disparità economiche, amplificato il disagio giovanile e ha cambiato luoghi e modi di trovarsi dei ragazzi anche per la nota, difficile situazione scolastica: da Roma alla Versilia, da Milano a Torino, le bande giovanili, un mix di emarginazioni e frustrazioni, richiedono lavoro di analisi e prevenzione.

Dunque, proviamo a guardare un po' più da vicino in quell'angolo buio, superando il primo riflesso di imbarazzo, dovuto all'origine nordafricana di buona parte dei protagonisti delle ultime violenze (gli assalti sessuali di Capodanno, così simili, se non per dimensioni per modalità, a quelli di sei anni prima contro le donne di Colonia); un riflesso dettato dal comprensibile timore di fornire propellente a una propaganda razzista che già troppi danni ha fatto al nostro Paese. Come scrive un'esperta di integrazione quale Karima Moual, bisogna invece proclamare senza timore che la subcultura di provenienza di questi ragazzi è intrisa di sopraffazione maschile già nel modello familiare. E proprio in quel modello, nel ghetto etnico dei padri, si rifluisce di fronte all'integrazione mancata. Ma se l'integrazione è il problema, aggravato peraltro da una pessima legge sulla cittadinanza che ancora non considera connazionali centinaia di migliaia di adolescenti e giovani nati da noi e cresciuti nelle nostre scuole, è ragionevole domandarsi quanta integrazione ci possa davvero essere in un contesto disgregato tanto per gli italiani quanto per gli stranieri, che mostra crepe profonde e che non è stato certo ancora risanato dai pur lodevoli intenti del Pnrr (peraltro ancora, come si dice, da "mettere a terra" in gran parte).

I ragazzi delle gang, nordafricani o autoctoni, sono solo un pezzo del Paese di Sotto: il più rabbioso e visibile. Le diseguaglianze col Paese di Sopra erano già assai accentuate prima della pandemia.

Secondo il rapporto Disuguitalia 2021 di Oxfam, allo scoppio dell'emergenza sanitaria più del 40% degli italiani non aveva risparmi sufficienti per vivere, in assenza di reddito o altre entrate, "sopra la soglia di povertà relativa per oltre tre mesi". La ricchezza del 5% più ricco degli italiani era superiore a tutta la ricchezza detenuta dall'80% più povero. A fine estate 2020, il 20% delle famiglie con minori sotto i 14 anni ha ridotto o abbandonato il lavoro per accudire i figli e le donne sono state come sempre le più penalizzate.

Gli interventi compensativi di questi anni non hanno avuto (e non potevano avere) carattere strutturale di contrasto alle diseguaglianze. Secondo la Fondazione Moressa, in una crisi che ha toccato soprattutto i precari e le filiere del lavoro stagionale, gli stranieri in proporzione sono stati colpiti maggiormente: è loro un terzo dei 456 mila posti di lavoro persi nel 2020. Gli aumenti generalizzati e l'inflazione risorta in questi mesi andranno a infierire su un tessuto già assai provato, al netto dei tentativi di sterilizzare il caro-bollette, di bonus e sussidi.

Non è difficile capire come la quota più significativa di questo malessere trasversale si concentri nelle periferie delle nostre grandi città, particolarmente dimenticate in questi due lunghi anni. L'ultimo serio lavoro di ascolto e comprensione del loro contesto si deve a una Commissione parlamentare della passata legislatura, che dopo un anno di sopralluoghi dichiarò di avere "scoperto un'Italia di serie B" e snocciolò una potente ricetta di interventi strutturali, mai seguita nella legislatura corrente. Il risultato è stato, alle Amministrative dello scorso autunno, un clamoroso distacco dal voto, chiaro messaggio alla politica tutta contro la marginalità percepita, il tasso di disoccupazione, l'abbandono scolastico, il tempo richiesto per ottenere la riparazione di un ascensore rotto nelle case di edilizia popolari. La risposta del mondo degli irrilevanti ha prodotto nelle periferie da Roma a Milano, da Torino a Napoli, toccando persino Bologna, affluenze appena sopra il 40%. Questa Italia sommersa, e che mantiene la testa sott'acqua, rischia di rammentare antiche distinzioni tra Paese legale e Paese reale, in questo caso con un Paese reale che, quando può votare, si mostra convinto che il suo voto non serva a nulla e comunica un rancore che può diventare violenza di piazza.

Intendiamoci: il Pnrr coi suoi miliardi può fare molto, ammesso che riusciremo a spenderli bene e in tempo. Ma anche se così fosse, i soldi non risolveranno tutto. Un simile squarcio nella grande tela nazionale si può ricucire solo ripristinando ciò che Gramsci chiamava "connessione sentimentale" con questa parte, tanto rilevante, di comunità smarrita. È auspicabile e, chissà, persino plausibile, che, al netto della cultura di provenienza e delle alleanze determinanti alla sua elezione, la più alta autorità morale del Paese possa sentire in un prossimo futuro il bisogno di partire proprio da lì.

 
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