Domenica 21 Luglio 2019
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Al via il fondo per liberare le donne prigioniere degli uomini violenti PDF Stampa
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di Liana Milella

 

La Repubblica, 19 luglio 2019

 

La ministra leghista Bongiorno: soldi perché non siano ostaggi, contro i maschi aggressivi le leggi non bastano. Il sottosegretario 5S Spadafora: 10 milioni in più a centri e case rifugio. La Finanza vigilerà su come vengono spesi.

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"Botte e insulti, rabbia e sofferenza. La giustizia s'è mangiata la mia vita" PDF Stampa
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di Luca Rocca

 

Il Tempo, 19 luglio 2019

 

Delitto Borsellino. Il racconto choc di Murana, 18 anni dietro le sbarre da innocente. La sua vita è stata polverizzata dalle bugie di Vincenzo Scarantino, il falso pentito della strage di via D'Amelio a cui pm e giudici diedero incredibilmente credito per anni.

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Figli piccoli, con la revoca misura alternativa no allo stop triennale per i domiciliari PDF Stampa
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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 19 luglio 2019

 

Corte costituzionale - Sentenze 18 luglio 2019 n. 187 e 188. In nome del "superiore interesse del minore", la Corte costituzionale, sentenza n. 187di ieri, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 58-quater (co. 1, 2 e 3) dell'Ordinamento penitenziario (legge n. 354/1975) nella parte in cui vieta per la durata di tre anni la "detenzione domiciliare speciale" per il condannato nei cui confronti sia stata disposta la revoca di una delle misure alternative. Prevista dall'art. 47-quinquies della stessa legge, la "detenzione domiciliare speciale" è rivolta alle madri (e padri, in caso di mancata disponibilità delle prime) di bambini di età inferiore ai dieci anni e consente di espiare la pena a casa (o in altro luogo), anche nei casi di condanne dai quattro anni in su, a patto però che almeno un terzo della pena (o 15 anni per l'ergastolo) sia stato già scontato.

La Consulta, "in via consequenziale", ha poi dichiarato incostituzionale anche il divieto - pure stabilito dal combinato disposto delle disposizioni censurate - di concessione della detenzione domiciliare "ordinaria" (prevista per madri e padri di prole inferiore a dieci anni condannati a pene detentive non superiori a quattro anni, anche se costituenti residuo di maggior pena) nel triennio successivo alla revoca di una delle misure alternative.

Tale detenzione infatti, rileva la Corte, "non potrebbe essere assoggettata a una disciplina deteriore rispetto a quella applicabile per condannati a pene superiori ai quattro anni, cui si rivolge la disciplina della detenzione domiciliare speciale". Sempre che, e questo in entrambi le ipotesi, "non sussista un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti".

La prima sezione penale della Cassazione aveva rimesso la questione al Giudice delle leggi dopo essere stata investita del ricorso contro un decreto del Presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano che aveva pronunciato l'inammissibilità dell'istanza di accedere alla misura della detenzione domiciliare speciale avanzata da un detenuto, condannato a 21 anni, padre di un bambino sotto i dieci anni (la cui madre era nell'impossibilità di prendersene cura). Il ricorrente, infatti, aveva subito la revoca della misura alternativa della semilibertà, e l'istanza da questi formulata - un anno e otto mesi più tardi - era stata dichiarata inammissibile "esclusivamente sulla scorta del mancato decorso del termine triennale".

La Consulta nel dichiarare fondata la questione ricorda che alla base dell'intera giurisprudenza costituzionale relativa, da un lato, alla detenzione domiciliare "ordinaria" per esigenza di cura dei minori e, dall'altro, alla detenzione domiciliare speciale, sta il principio per cui "affinché l'interesse del minore possa restare recessivo di fronte alle esigenze di protezione della società dal crimine occorre che la sussistenza e la consistenza di queste ultime venga verificata in concreto e non già collegata ad indici presuntivi".

Tale principio, dunque, prosegue la decisione, "non può che condurre a ritenere costituzionalmente illegittimo anche l'automatismo preclusivo derivante dal combinato disposto delle disposizioni censurate". L'assoluta impossibilità per il condannato, madre o padre, di accedere al beneficio della detenzione domiciliare speciale prima che sia decorso un triennio dalla revoca di una precedente misura alternativa, infatti, "sacrifica a priori - e per l'arco temporale di un intero triennio, che come osserva giustamente il rimettente è un periodo di tempo lunghissimo nella vita di un bambino - l'interesse di quest'ultimo a vivere un rapporto quotidiano con almeno uno dei genitori, precludendo al giudice ogni bilanciamento tra tale basilare interesse e le esigenze di tutela della società rispetto alla concreta pericolosità del condannato".

Del resto, conclude la Corte, "il venir meno dell'automatismo censurato non esclude che le esigenze di tutela della società possano e debbano trovare adeguata considerazione in sede di valutazione, da parte del tribunale di sorveglianza, dei presupposti della concessione della misura". La detenzione domiciliare speciale deve infatti essere negata in presenza di "un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti" da parte del condannato.

Per cui laddove il tribunale giunga alla conclusione che un tale pericolo sussista, "l'interesse del minore dovrà essere necessariamente salvaguardato con strumenti alternativi rispetto al ristabilimento della convivenza con il genitore, quale - ad esempio - l'affidamento ad altro nucleo familiare idoneo".

La Consulta (sentenza 188 sempre di ieri) ha invece ritenuto non fondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata sempre dalla Cassazione, dell'art. 4-bis, comma 1, dell'Ordinamento penitenziario, che limita per determinati reati giudicati molto gravi la concessione dei benefici penitenziari alla collaborazione con la giustizia, nella parte in cui non esclude dai delitti "ostativi" il sequestro di persona a scopo di estorsione, "ove per lo stesso sia stata riconosciuta l'attenuante del fatto di lieve entità". Per la Corte infatti "lieve entità del fatto, da una parte, e valutazione legislativa di gravità direttamente connessa al titolo di reato per il quale è condanna, dall'altra, sono aspetti che non è congruo porre in comparazione, ai fini perseguiti dal rimettente".

 
"I corrotti non vanno trattati come i mafiosi". Lo dice la Cassazione PDF Stampa
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di Errico Novi

 

Il Dubbio, 19 luglio 2019

 

La Suprema Corte contro lo stop alle misure alternative. Si può con una certa soddisfazione notare come il circuito fra dottrina e Corti superiori funzioni bene. E cioè come vi sia un dibattito giuridico molto dinamico attorno a temi di diritto che la politica tratta a volte con una certa sbrigatività. Lo si può dire a proposito di un'ordinanza, la numero 1992 del 2019, emessa lo scorso 18 giugno dalla Cassazione e che ieri è stata depositata.

Si tratta della decisione che ha rimesso d'ufficio alla Consulta la questione di legittimità costituzionale della legge "spazza corrotti" per la parte in cui la riforma preclude l'accesso alle misure alternative persino per il peculato.

Da ieri sappiamo che le ragioni della scelta compiuta dalla Cassazione sono ancora più sorprendenti, e incoraggianti, di quanto si fosse inteso. Prima di tutto perché hanno a che vedere con la violazione non del principio di irretroattività ma del principio di ragionevolezza, e silurano dunque le nuove norme in assoluto, non solo rispetto alla loro applicabilità ai reati commessi prima che la riforma entrasse in vigore. Inoltre le motivazioni dell'ordinanza si agganciano addirittura alle tesi affermate dall'accademia negli Stati generali dell'esecuzione penale.

L'irragionevolezza - Certo, a essere presa di mira è l'ostatività ex articolo 4 bis estesa a una fattispecie specifica qual è il peculato. Ma la Cassazione afferma la generale necessità di un "fondamento logico e criminologico" delle "scelte legislative" che riguardano la sanzione dei comportamenti illeciti. In sostanza, assimilare i "corrotti" a mafiosi e terroristi è, per la Suprema corte, irragionevole. Vi è quanto meno il sospetto che la "spazza corrotti" violi il principio costituzionale di ragionevolezza (come aveva già segnalato, con ordinanza analoga, la Corte d'appello di Palermo), ed è per questo che il giudice di legittimità ha deciso di rimettere la questione alla Consulta. Dopo l'udienza con cui proprio un mese fa, la prima sezione, presieduta da Giuseppe Santalucia e con Raffaello Magi relatore, aveva assunto la decisione depositata ieri, si era dato per scontato che l'avesse voluto affermare il principio di irretroattività.

L'ordinanza infatti riguarda il caso di un condannato in via definitiva per peculato, Alberto Pascali, che si è visto negare la possibilità di chiedere la messa alla prova ed è stato costretto a valicare la soglia del carcere di Bollate. In particolare, la Cassazione è intervenuta sulla successiva scarcerazione di Pascali, ordinata l' 8 marzo dalla gip di Como Luisa Lo Gatto, convinta della inapplicabilità della norma che estende l'articolo 4 bis ai reati di corruzione, peculato compreso, anche per le condotte precedenti l'entrata in vigore della "spazza corrotti". A chiamare in causa la Suprema corte è stata la Procura di Como, che ha impugnato l'ordinanza della gip. Nella decisione depositata ieri dalla Cassazione ci sono aspetti di straordinario interesse. Senz'altro quello della probabile irragionevolezza della "spazza corrotti" nella parte in cui estende il 4 bis a reati come il peculato, e assimila così i "corrotti" a mafiosi e terroristi. Vizio energicamente denunciato nella memoria difensiva predisposta, per Pascali, dal professor Vittorio Manes e dall'avvocato Paolo Camporini. "In particolare la condotta di peculato", afferma la Cassazione, "non appare contenere - fermo restando il suo comune disvalore - alcuno dei connotati idonei a sostenere una accentuata e generalizzata considerazione di elevata pericolosità del suo autore, trattandosi di condotta realizzata senza uso di violenza o minaccia e difficilmente inquadrabile - sul piano della frequenza statistica - in contesti di criminalità organizzata". In altre parole, non si può trattare il peculato come la mafia.

Il carcere e la riforma - Non è finita qui. Perché nel ritenere irragionevole precludere l'accesso immediato, per i corrotti, a misure alternative come la messa alla prova, la Cassazione "resuscita", per così dire, la riforma del carcere in realtà mai venuta alla luce.

Lo fa con un omaggio ai principi di quella rivoluzione incompiuta, pure contenuti, sotto forma di delega, in una legge entrata in vigore: "Va segnalato come nella scorsa legislatura", ricorda la Cassazione, "siano stati approvati in Parlamento più punti di legge delega - la n. 103 del 2017 (la riforma penale dell'ex ministro Orlando, ndr) - tendenti alla riconsiderazione complessiva delle preclusioni legali di pericolosità in sede di accesso alle misure alternative, con ri-affidamento al giudice del compito di valutare la sussistenza delle condizioni di ammissione".

E, aggiunge la prima sezione persino con un certo "coraggio politico", "il mancato esercizio, su tali aspetti, della delega, non ridimensiona la valenza obiettiva di una ampia convergenza di opinioni circa la necessaria riconsiderazione organica del sistema delle presunzioni, tradottasi", appunto, "in legge nel 2017".

Nel sospettare l'incostituzionalità dell'estensione al peculato del regime ostativo ex articolo 4 bis, la Cassazione insomma si riconnette alla lavoro degli Stati generali dell'esecuzione penale. Quanto meno rispetto alla necessità di affidare al giudice la valutazione dell'effettiva, persistente pericolosità del soggetto. Una rivoluzione nella rivoluzione. Che non potrà certo far vivere una riforma penitenziaria lasciata morire, ma che almeno può eliminare le parti più irragionevoli della spazza corrotti.

 
"Spazza-corrotti", alla Consulta il peculato tra i reati ostativi PDF Stampa
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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 19 luglio 2019

 

Corte di cassazione - Sentenza 18 luglio 2019 n. 31853. La Cassazione (sentenza n. 31853) deposita le motivazioni del rinvio (nel giugno scorso) dello "Spazza-corrotti" alla Consulta. A finire sotto la lente della Corte costituzionale, questa volta, non è l'irretroattività in sé della legge n. 3 del 2019 (questione posta dalla Corte d'Appello di Lecce e dal Gup di Napoli), quanto piuttosto l'inserimento del "peculato" tra i reati "ostativi".

Quelli per i quali vige una presunzione di particolare pericolosità sociale che inibisce la concessione delle misure alternative alla detenzione, in assenza di collaborazione con la giustizia. La I Sezione penale redige una sentenza "manifesto" contro il costante ampliamento, negli anni, delle fattispecie di reato a cui sono state ricollegate "presunzioni legali di pericolosità", con la conseguente progressiva riduzione dei "margini di apprezzamento" del giudice, ed il conseguente rischio di pregiudicare sia il "principio di individualizzazione" della pena che il "finalismo rieducativo" previsto dalla Costituzione.

Il Gip di Como (in funzione di giudice dell'esecuzione) aveva accolto la domanda di sospensione della carcerazione disposta, nel febbraio del 2019, nei confronti di un amministratore definitivamente condannato per peculato. E ciò, nonostante il 31 gennaio fosse entrato in vigore lo Spazza-corrotti che bloccava le misure alternative alla detenzione. Per il Gip infatti si trattava di una innovazione normativa di natura sostanziale per cui andava applicato il principio di irretroattività della norma penale peggiorativa. Contro questa decisione ha proposto ricorso la Procura.

Investita della questione, la Cassazione si è concentrata però su una diversa questione, e cioè: se l'inserimento del peculato tra i reati ostativi integri o meno una possibile lesione dei diritti costituzionali. E siccome le scelte relative al "bisogno di pena", argomenta la Corte, sono per loro natura politiche, esse possono essere censurate solo se "trasmodino nella irragionevolezza o arbitrio".

Una valutazione, chiosa la decisione, che va fatta secondo "i dati di comune esperienza". In questo senso, prosegue la Cassazione, "appare lecito dubitare del fondamento logico e criminologico di simile approdo nel caso del peculato". Tale condotta, infatti, "per come configurata dal legislatore, non appare contenere - fermo restando il suo comune disvalore - alcuno dei connotati idonei a sostenere una accentuata e generalizzata considerazione di elevata pericolosità del suo autore, trattandosi di condotta di approfittamento, a fini di arricchimento personale, di una particolare condizione di fatto (il possesso di beni altrui per ragioni correlate al servizio) preesistente, realizzata ontologicamente senza uso di violenza o minaccia verso terzi e difficilmente inquadrabile - sul piano della frequenza statistica - in contesti di criminalità organizzata o evocativi di manifestazione condizionamenti omertosi".

E ancora più chiaramente: "la connotazione di pericolosità di "ogni" autore di simile condotta - che ben potrebbe risolversi in un'unica occasione di consumazione, isolata e marcatamente episodica - espressa dalla legge n. 3 del 2019 pare dunque contrastare con la mera osservazione delle caratteristiche obiettive del tipo legale, in chiave di dubbio circa il rispetto del principio di ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost.".

Ma la decisione va oltre ricordando le recenti novelle, tutte in senso "accrescitivo", subite da una norma nata per combattere la "pervasività di fenomeni criminali di stampo mafioso o terroristico" e che poi si è via via tramutata in una "norma contenitore" di fattispecie che di volta in volta si ritenevano particolarmente pericolose.

"Se questo, argomenta la sentenza, non può comportare - di per sé solo - un dubbio di ragionevolezza, ci si deve comunque interrogare di volta in volta sui criteri adottati dal legislatore". Non solo, la Cassazione ricorda che nella scorsa legislatura sono stati approvati dal Parlamento "più punti di legge delega (n. 103 del 23 giugno 2017) tendenti alla riconsiderazione complessiva delle preclusioni legali di pericolosità in sede di accesso alle misure alternative".

Un modello, quest'ultimo, già criticato a più riprese dalla Corte costituzionale che "nel percorso di ragionata diffidenza verso l'utilizzo di presunzioni legali di pericolosità, correlate alla commissione di uno specifico fatto di reato", anche di recente (n. 149 del 2018), ha ribadito che la finalità rieducativa della pena è "ineliminabile" ed esige "valutazioni individualizzate", rese impossibili da rigidi automatismi legali da ritenersi contrastanti con i principi di proporzionalità e individualizzazione della pena. Per tutte queste ragioni la Suprema corte ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, co. 6, lett. B della legge n. 3 del 9 gennaio 2019, nella parte in cui inserisce all'art. 4-bis, comma della legge 26 luglio 1975 n. 354 il riferimento al delitto di peculato di cui all'art. 314, primo co, cod. pen.

 
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