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Pena di morte e terrorismo internazionale: da Londra una sentenza importante PDF Stampa
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di Eleonora Mongelli

 

Il Riformista, 9 aprile 2020

 

In una decisione unanime, pronunciata lo scorso 25 marzo da remoto a causa dell'emergenza Covid-19, la Corte suprema del Regno Unito ha dichiarato che il governo britannico ha agito contro la legge nel fornire informazioni agli Stati Uniti, in un caso giudiziario, senza ottenere da essi garanzie sulla non applicazione della pena di morte. Si tratta del caso di Shafee El Sheik e Alexanda Kotey, due ex cittadini britannici, accusati di essere membri di uno dei più feroci gruppi jihadisti, noto come "The Beatles", che operava in Siria e che è stato responsabile dell'omicidio di cittadini britannici e statunitensi. Catturati nel gennaio 2018, trattenuti dalle forze curde in Siria per 18 mesi e attualmente sotto la custodia degli Stati Uniti in Iraq, se condannati, potrebbero essere giustiziati.

Il caso è stato sollevato dalla madre di El Sheik, Maha Elgizouli, che ha presentato ricorso contro la decisione dell'allora ministro dell'Interno britannico Sajid Javid, in quanto avrebbe facilitato intenzionalmente la possibile imposizione della pena di morte negli Stati Uniti. Su richiesta di Javid, Scotland Yard ha, di fatto, condiviso con gli Stati Uniti i risultati di un'indagine di quattro anni sui "Beatles" dopo che il PM britannico aveva concluso che non vi erano prove sufficienti per perseguire i due in Gran Bretagna. L'accusa in uno Stato straniero era, secondo Javid, necessaria per garantire che giustizia fosse fatta, a prescindere dalle garanzie previste dal common law. Così, seppure con il rifiuto dell'amministrazione Trump dell'epoca di assicurare l'esclusione del ricorso alla pena di morte ad un Paese che ha fatto della sua abolizione uno dei principali obiettivi della politica estera in materia di diritti umani e nonostante le esitazioni di Kim Darroch, allora ambasciatore britannico a Washington, il quale gli espresse in una lettera le sue preoccupazioni, l'ex ministro scelse di cedere alle pressioni politiche statunitensi, dando così l'impressione che il Regno Unito, in determinate circostanze, sia disposto a chiudere un occhio sull'uso della pena capitale e, quindi, sul rispetto delle sue stesse leggi.

È facile che motivi di opportunità politica internazionale spingano a mettere in discussione le procedure, soprattutto con crimini legati al terrorismo, quando la priorità collettiva diventa la sicurezza nazionale e l'opinione pubblica è emotivamente più vulnerabile. Ma cosa accade se la risposta di un governo, anche davanti ai reati più aberranti, si basa sull'opportunità politica piuttosto che sul rispetto dei propri principi e delle proprie leggi? Questa è la domanda che ha spinto due importanti organizzazioni britanniche, Reprieve e The Death Penalty Project, a prendere parte al procedimento giudiziario. La preoccupazione che la decisione di Javid avrebbe portato il governo a fare un passo indietro rispetto alle altre garanzie sui diritti umani, fondamentali per i valori delle democrazie liberali, oltre che a minare decenni di diplomazia in materia di lotta alla pena capitale nel mondo, era condivisa da molti. Il Regno Unito ha abolito la pena di morte oltre 50 anni fa giudicandola immorale e inaccettabile. Tuttavia, si legge nella sentenza, non sono né l'immoralità né l'inaccettabilità della pena di morte l'oggetto del processo, bensì la legalità della decisione del governo di fornire assistenza giudiziaria agli Stati Uniti su procedimenti penali che avrebbero potuto includere la richiesta di tale pena. Sempre la stessa sentenza mette in chiaro la gravità dei crimini di cui sono accusati El Sheik e Kotey, definendoli "the worst of the worst", ma la legge è chiara: il Data Protection Act 2018 stabilisce che il trattamento dei dati di un individuo, con una qualsiasi residenza o cittadinanza, verso un Paese terzo, deve avvenire nel rispetto di determinate condizioni. Tali condizioni, in accordo con la Cedu e con la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, contemplano alcune garanzie, tra le quali il non utilizzo dei dati per richiedere o eseguire condanne a morte o qualsiasi forma di trattamento crudele e inumano. Viene inoltre richiesto al responsabile del trattamento dei dati di rivolgere la sua attenzione ai diritti e alle libertà fondamentali dell'interessato affinché questi prevalgano sull'interesse pubblico nel trasferimento dei dati.

La sentenza Elgizouli non è solo un risultato straordinario che restituisce centralità allo Stato di diritto nel Regno Unito, ma costituisce un punto di riferimento per chiunque, in paesi guidati da democrazie liberali, assista all'offuscamento dei principi cardine che garantiscono il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali per ragioni di opportunità politiche del momento.

 
Africa. Conflitti armati e repressione hanno provocato gravi violazioni dei diritti umani PDF Stampa
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di Flavia Carlorecchio

 

La Repubblica, 9 aprile 2020

 

Il rapporto Amnesty International sull'Africa Subsahariana. Nel corso del 2019, in tutta l'Africa Subsahariana migliaia di persone sono scese in strada per difendere i diritti umani fondamentali dagli abusi causati da conflitti e repressione di Stato. Decine di vittime, migliaia di sfollati, alcune vittorie: questo quanto evidenziato dal rapporto di Amnesty International.

La sicurezza civile minacciata da gruppi armati e forze statali. Gravi violazioni dei diritti umani da parte delle forze governative nella gestione di situazioni di crisi: sono le accuse mosse alle forze di sicurezza di molti paesi, come il Darfur, l'Etiopia, il Mali. Ma c'è anche l'incapacità di proteggere la popolazione dagli attacchi dei numerosi gruppi armati della zona. Sono stati registrati attacchi ai civili in Camerun, Repubblica Centrafricana e Burkina Faso. In Somalia, forze governative ed internazionali hanno tentato di arginare il gruppo armato al-Shabaab, che continua a coinvolgere civili nei suoi attacchi. Molto grave la situazione nella Repubblica Democratica del Congo, dove circa 2000 civili sono morti e un milione di persone sfollate.

Conflitti ed emergenza sanitaria. Nelle regioni anglofone del Camerun, i gruppi separatisti armati hanno continuato a commettere abusi come omicidi, mutilazioni e sequestri, e hanno distrutto molte strutture sanitarie. Secondo la direttrice di Amnesty International per l'Africa occidentale e centrale Samira Daoud, "l'accesso alle cure mediche resta una grande preoccupazione per le persone in tutta la regione. I governi dei paesi dall'Angola allo Zimbabwe, dal Burundi al Camerun non sono riusciti a rispettare il diritto alla salute e i conflitti hanno peggiorato la situazione".

Violenza di stato contro attivisti e giornalisti. Il 2019 è stato un anno nero per chi ha lottato attivamente per i diritti umani del proprio Paese. Quasi tutti i paesi della regione hanno dato un giro di vite sull'attivismo. In Zimbabwe, negli scontri a seguito di una protesta contro l'aumento del prezzo del carburante, almeno 15 persone sono morte e altre decine sono rimaste ferite. In Guinea sono state vietate oltre 20 manifestazioni, e la violenza delle forze armate ha causato diverse uccisioni. Anche i giornalisti sono sotto attacco: in Nigeria, sono stati registrati 19 casi di aggressione, arresto arbitrario e fermo di giornalisti, molti dei quali hanno dovuto affrontare accuse costruite.

Migliaia di sfollati interni e violenza xenofobica in Sudafrica. Le continue violazioni dei diritti umani hanno causato migliaia di sfollati nella regione. Solo nella Repubblica Centrafricana 600.000 persone hanno abbandonato le proprie abitazioni; mezzo milione in Burkina Faso; 222.000 in Ciad. Il Sudafrica invece è teatro di una violenta repressione nei confronti di rifugiati e migranti, che la scorsa estate ha causato 12 morti.

L'importanza delle contestazioni: alcune vittorie. Nel 2019 sono state riportate anche alcune vittorie. Una delle più importanti per gli attivisti è stata la deposizione di Omar al-Bashir in Sudan e la fine del suo regime repressivo, con promesse di riforme da parte delle nuove autorità. Nella Repubblica Democratica del Congo è stato annunciato il rilascio di 700 detenuti, fra cui molti prigionieri di coscienza. Il Comando delle forze armate Usa per l'Africa (Africom) nell'aprile del 2019 ha ammesso per la prima volta di aver ucciso dei civili nei suoi attacchi aerei diretti contro al-Shabaab, aprendo la strada alla riparazione per le vittime. "Nel 2019 attivisti e giovani hanno contestato il sistema. Nel 2020, i leader devono ascoltare le loro richieste e lavorare per riforme assolutamente necessarie che rispettino i diritti di ciascuno", ha concluso Samira Daoud.

 
Tunisia. Anche i detenuti producono mascherine PDF Stampa
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ansa.it, 9 aprile 2020

 

Laboratorio carcere La Manouba ne produrrà 800 al giorno. Il laboratorio di abbigliamento della casa di reclusione femminile de La Manouba, ha iniziato a produrre mascherine protettive per conto del ministero tunisino della Salute, in conformità con i criteri e gli standard sanitari richiesti. Lo ha reso noto il portavoce dell'amministrazione penitenziaria di Tunisi, Sofiane Mezghiche precisando che detto laboratorio sarà in grado di produrre più di 800 mascherine al giorno, dopo aver già fornito più di 4000 protezioni per gli agenti in servizio presso la stessa casa circondariale.

La capacità produttiva giornaliera di questa officina di abbigliamento potrà poi aumenterà fino a oltre 1.500 dispositivi di protezione al giorno. La produzione includerà anche tute mediche e caschi protettivi, con il sostegno della direzione generale delle carceri e della riabilitazione e l'amministrazione del carcere de La Manouba. La produzione sarà poi estesa alle altre case circondariali di Mornaguia (governatorato di Manouba), Mahdia, Borj Erroumi (governatorato di Biserta), Messadine (governatorato di Sousse), Jendouba, e di Borj El Amri (governatorato di Manouba) ", ha detto Mezghiche precisando che finora sono state prodotte 21.200 maschere protettive. I ministri della Giustizia e della Salute, Thouraya Jeribi e Abdellatif Mekki, il direttore generale dell'amministrazione penitenziaria, Ilyes Zallek e il governatore della Manouba, hanno visitato il carcere femminile di Manouba per conoscere i progressi della produzione di mascherine protettive e sua capacità logistica elogiando gli sforzi compiuti dai detenuti come parte della mobilitazione nazionale per affrontare la mancanza di attrezzature mediche. IL ministro della Sanità di Tunisi ha annunciato che sarà obbligatorio indossare le mascherine per uscire in strada una volta finito il periodo di quarantena generale.

 
Congo. Detenuti in stato disumano, il virus comincia a lasciare il segno PDF Stampa
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di Angelo Ferrari*

 

La Repubblica, 9 aprile 2020

 

Nella ex colona francese registrati finora 22 casi, nessun decesso. Gli effetti sulla popolazione più fragile si vedono. Il lavoro di un missionario salesiano con i bambini di strada e i detenuti. Tra gli ultimi degli ultimi ci sono i detenuti e i bambini di strada. Gli enfants de la rue sono praticamente scomparsi dalle strade delle grandi città africane.

Nella Repubblica del Congo (ex colonia francese n.d.r.) il fenomeno è molto rivelante, in particolare nella capitale economica del Paese, Pointe-Noire. Una città che sfiora il milione di abitanti dove sono a decine i ragazzini senza un tetto che vagano senza meta per le strade della Ville. Molti di questi arrivano dalla vicina Repubblica Democratica del Congo (ex colonia belga n.d.r.) dove il fenomeno è ancora più marcato.

L'epidemia di poliomieliti nel 2010. Pointe-Noire è una città dove si addensano quasi tutte le multinazionali del petrolio e la divisione tra la Cité - la parte più povera della città, dove vive la stragrande maggioranza della popolazione - e la Ville - la parte più ricca e abitata soprattutto dagli espatriati impiegati nell'industria del petrolio è ben marcato. Le condizioni di vita nella Cité sono precarie e i servizi, corrente elettrica e acqua potabile, non sono fruibili da tutti. Molte abitazioni non hanno l'acqua corrente. In questa città ci ho vissuto a lungo e ricordo un solo episodio, che mi pare significativo, per capire cosa vuol dire vivere in quella parte della città. Era il 2010, per ragioni che non si sono mai capite, la fornitura elettrica si è interrotta per 12 giorni in tutta Pointe-Noire. Questo fatto ha causato un'epidemia di poliomielite che ha provocato più di 500 vittime in pochi giorni e centinaia di contagiati. L'epicentro è stato proprio nella Cité. La Ville si è salvata perché le abitazioni sono tutte fornite di generatori di corrente. Erano dieci anni che nel Paese non si registrava un caso di poliomielite.

Enfants de la rue e detenuti, gli ultimi degli ultimi. I ragazzi di strada si addensano nelle vie della Ville, ma ora sono spariti - conseguenza delle misure di contenimento dell'epidemia messe in atto dal governo. Ma dove sono finiti? Nella città vive e lavora, da lunghi anni, padre Valentino Favaro, missionario salesiano, che si occupa proprio dei ragazzi di strada.

"Qui da noi - mi spiega padre Valentino - le persone più toccate e sensibili sono gli enfants de la rue e i detenuti. Gli ultimi degli ultimi. Sono le prime vittime di questo male oscuro, imprevedibile, che ha messo in ginocchio società molto più organizzate di quella in cui mi trovo". La vita di questi ragazzi si è fatta ancora più dura in questi momenti di restrizioni per far fronte all'epidemia. "Stanno vivendo un tempo durissimo: cacciati da tutti, bastonati dalla polizia che tira su di loro come sui polli, gettati poi in una fossa, come i loro amici banditelli, i bebé-noirs, ragazzi tra i 17 e i 20 anni, che seminano terrore e paura nei quartieri.

Per riavere i corpi dei ragazzini uccisi si paga il costo del proiettile. E la polizia spara e se vuoi recuperare il corpo devi pagare il costo delle pallottole sparate per uccidere".Eppure padre Valentino, un ottantunenne che non si dà per vinto, si occupa di loro da anni, rappresentando l'ultima speranza per decine di ragazzi che altrimenti non avrebbero proprio nulla, soprattutto in questo periodo. "Noi salesiani - racconta il missionario - abbiamo aperto due foyer per questi ragazzi: una sessantina saranno ospitati giorno e notte per almeno due mesi. L'impegno è importante: vitto, vestiti, materassi, lenzuola, medicinali, personale per il giorno e per la notte. Un organismo francese, il Samu Social, ci aiuta molto, ma tutta l'organizzazione è nelle nostre mani". Insomma, uno sforzo imponente.

Il carcere di Pointe-Noire. Lo scoramento non appartiene al carattere di padre Valentino, tanto che prosegue anche la sua attività nel carcere della città. I detenuti sono totalmente dimenticati dalle autorità. Valentino non ha ancora ricevuto il lasciapassare dalle autorità per il suo andirivieni con il carcere. Ma non rinuncia ad andarci. "I detenuti sono contenti anche solo per il fatto che li vado a trovare. "Papa capo" è diventato il mio soprannome. Anche se vieni per soli dieci minuti, noi siamo felici, sei l'unica persona che ci vuole bene. Questo mi dicono".

Il missionario salesiano, che è anche cappellano del carcere, si è impegnato a portagli ogni giorno anche qualcosa da mangiare. "Faccio l'impossibile per preparare per loro una specie di colazione - riso, spaghetti, latte e altro -, per loro è una specie di miracolo. La prigione dovrebbe fornire un altro pasto al giorno, ma spesso la direzione non è in grado di farlo, allora la mia colazione diventa l'unico mezzo di sussistenza. Riesco anche a portare dei medicinali, specie contro la malaria. La prigione ha un infermiere, ma non ha - o non fornisce - nemmeno una pastiglia per il mal di testa, figuriamoci i medicinali per la malaria".

L'inferno nel carcere di Pointe-Noire. La situazione nella prigione è particolarmente drammatica. Il carcere di Pointe-Noire è stato costruito negli anni Cinquanta del Novecento dalla Francia, ex potenza coloniale, ed è stato pensato per ospitare 75 persone: ora in quelle quattro mura sono rinchiusi quasi 550 detenuti. "Dormono per terra e sul fianco, non c'è nemmeno lo spazio per poter dormire di schiena o di pancia. Ma il numero aumenta.

Ci sono detenuti che aspettano anni prima di vedere un procuratore della Repubblica; se non hanno 2000 franchi Cfa (3 euro) per chiedere udienza il loro caso rimane nel cassetto. Sugli ultimi della terra ora si sta abbattendo anche questa malattia. Cosa accadrà? Non lo so, ma posso prevederlo, visto che non si fa nulla in previsione di un probabile contagio. Insomma non so immaginare cosa diventerà la vita qui da noi se scoppiasse l'epidemia".

 
Covid-19, due settimane di cessate il fuoco nello Yemen PDF Stampa
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di Riccardo Noury

 

Corriere della Sera, 9 aprile 2020

 

Accogliendo l'appello delle Nazioni Unite per la sospensione delle ostilità, a causa della diffusione della pandemia da Covid-19, la coalizione militare guidata dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti ha proclamato a partire dalle 10 di oggi un cessate il fuoco unilaterale della durata, rinnovabile, di due settimane. A dichiararlo è stato il portavoce della coalizione, il colonnello saudita Turki al-Maliki.

Si apre uno spiraglio di luce per una guerra iniziata la notte tra il 25 e il 26 marzo 2015, quando la coalizione lanciò il primo attacco contro lo Yemen. Obiettivo dichiarato: sconfiggere le forze huthi, che avevano assunto il controllo della maggior parte del paese. Obiettivo conseguito: la peggiore catastrofe umanitaria del mondo secondo le Nazioni Unite.

Da allora tutte le parti coinvolte nel confitto hanno commesso gravi e ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario. Le forze huthi, che ancora controllano buona parte dello Yemen, hanno bombardato indiscriminatamente centri abitati e lanciato missili, in modo altrettanto indiscriminato, verso l'Arabia Saudita. La coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che appoggia il governo yemenita riconosciuto dalla comunità internazionale, ha incessantemente compiuto attacchi indiscriminati contro obiettivi e infrastrutture civili, grazie anche alle criminali forniture di armi da parte degli Usa e di molti stati europei, Italia compresa.

La popolazione civile è intrappolata nel conflitto e sopporta le conseguenze peggiori. Tra morti e feriti, le vittime di questi cinque anni sono state oltre 233.000. I morti tra la popolazione civile sono stati almeno 12.366, ben 3000 dei quali solo nel 2019. La crescente crisi umanitaria ha causato una situazione di insicurezza alimentare per 17 milioni di yemeniti: 14 milioni di essi sono alla fame. La crisi è stata esacerbata da anni di cattivo governo, che hanno favorito la diffusione della povertà e dato luogo a immense sofferenze, inclusa un'epidemia di colera.

 
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