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Il baratro tra nord e sud nell'efficienza della giustizia civile PDF Stampa
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di Sergio Rizzo


La Repubblica, 18 settembre 2021

 

Nonostante dieci anni di sforzi in Italia, siamo ancora lontanissimi dalle medie europee nei tempi di smaltimento delle controversie. Bella soddisfazione: in dieci anni di sforzi immani per ridurre i tempi biblici della giustizia civile siamo riusciti a recuperare ben 90 giorni. Dai 1.210 che secondo la Banca mondiale erano in media necessari per risolvere una controversia commerciale, ora ne bastano (si fa per dire) 1.120.

Peccato che la media dell'Ue a 27 non superi 607 giorni. E in Spagna sia meno della metà: 510 giorni. Che scendono a 499 in Germania e a 447 in Francia. In Europa stanno peggio di noi soltanto in Grecia (1.711 giorni), mentre con la Slovenia (1.160) ce la battiamo ancora. Anche perché quel dato è fermo al 2019, prima della pandemia. Che com'è noto, ha quasi paralizzato anche i tribunali

Questo la dice lunga circa la dimensione del problema che dovrà affrontare, almeno fino a quando durerà il suo mandato, la ministra della Giustizia Marta Cartabia. Duemila giudici civili per 3 milioni e 321 mila cause arretrate, il che significa oltre 1.600 a cranio, sono già una bella rogna, che diventa però gigantesca alla luce dell'obiettivo (encomiabile) che si pone il Piano nazionale di ripresa e resilienza: ridurre del 40% la durata dei procedimenti civili. Nel tentativo di ridimensionare il divario spaventoso di competitività con Germania, Francia e il resto dell'Unione nell'attrazione di investimenti esteri. Quel che è peggio, la questione non riguarda solo la mancanza di risorse, se è vero che la spesa dell'Italia per i propri tribunali è in linea con la media europea.

Tre anni e mezzo di lentezze - I dati ufficiali, che non riguardano esclusivamente le controversie commerciali ma l'insieme di tutte le dispute civili, dicono che le cause di primo grado si esauriscono in 419 giorni, cui però ne vanno sommati altri 891 per l'appello. Totale, 1.310 giorni. Tre anni e mezzo, in media. Se le promesse del Pnrr fossero rispettate, tenendo anche conto del calo lento ma "fisiologico" della durata, entro il 2026 si potrebbero risparmiare ancora 301 giorni: questo secondo il calcolo dell'ufficio studi della Confartigianato diretto da Enrico Quintavalle. Ipotizzando che la diminuzione "fisiologica" porti comunque in cinque anni la durata media a 1.087 giorni, si scenderebbe teoricamente a 786.

Una bella botta, ma ancora troppo poco in confronto al resto d'Europa. Soprattutto se si considera un altro elemento preoccupante che emerge dall'analisi Confartigianato. Cioè le differenze, enormi, di durata dei procedimenti civili fra le diverse sedi giudiziarie. Forse mai come in questa circostanza è profondo il baratro fra il Nord, dove in alcuni casi ci si avvicina ai valori di efficienza europei, e il Sud: dove, all'opposto, la lontananza da quei valori è semplicemente siderale. E qui le riforme che sono state messe in cantiere possono incidere fino a un certo punto.

Se a Messina un giudizio di primo grado va avanti in media per 990 giorni, a Potenza per 811 e a Catanzaro per 771, a Milano si può concludere in 282 giorni, a Brescia in 265, a Torino in 205 e a Trieste addirittura in 196. "A Messina - sottolinea la Confartigianato - i tempi dei procedimenti civili sono quasi due volte e mezzo la media nazionale e cinque volte il tempo del distretto più virtuoso, quello di Trieste". C'è solo un distretto giudiziario meridionale nel quale la durata di una causa in primo grado è inferiore alla media nazionale, quello di Palermo (399 giorni contro 419).

Né la situazione è diversa nel caso dei giudizi d'appello. Cambiano esclusivamente i detentori degli opposti primati. Per quello negativo, il posto di Messina lo prende Potenza con la bellezza di 1.356 giorni, seguita da Reggio Calabria (1.301) e Roma (1.161). Nel secondo grado dei giudizi civili i tribunali della Capitale fanno peggio di quelli napoletani, dove l'arretrato è enorme, che esauriscono le cause d'appello in 1.152 giorni. C'è da dire che anche nei distretti di Bologna e Firenze si superano i mille giorni (rispettivamente 1.011 e 1.008), un dato decisamente superiore alla media nazionale degli appelli civili. Quanto al primato positivo, invece, secondo i dati elaborati dall'ufficio studi della Confartigianato Torino subentra a Trieste con appena 280 giorni di durata, contro i 463 di Trento, i 463 di Trieste e i 464 di Perugia.

Da una città all'altra - I dati delle Corti d'appello civili amplificano fino all'inverosimile le differenze di efficienza fra diverse parti d'Italia. Sommando primo e secondo grado, a Potenza si toccano (sempre in media) 2.167 giorni. Ovvero sei anni e quasi il quadruplo del tempo necessario invece a Torino (585 giorni). A Reggio Calabria servono 1.934 giorni, a Napoli 1.722. Mentre a Roma, la sede giudiziaria più grande e rilevante per certi aspetti considerando che è competente per le cause che riguardano enti e società pubbliche e spesso i rapporti con gli investitori esteri, ce ne vogliono ben 1.582. Più che a Salerno (1.563), Lecce (1.549) e perfino Messina (1.490), grazie alla singolare circostanza che nel capoluogo siciliano i giudizi civili in secondo grado si esauriscono in metà del tempo impiegato in primo grado: 500 giorni contro 990. Esattamente il contrario di quanto accade nella Capitale. Che a guardare la faccenda con attenzione rappresenta, per la ministra Cartabia, un altro bel problema nel problema più generale.

 
Giudici di pace in sciopero: "Trattateci come le altre toghe" PDF Stampa
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di Francesca Sabella


Il Riformista, 18 settembre 2021

 

"Negare alla magistratura precaria il legittimo inquadramento e la giusta retribuzione è una vergogna di Stato che, tra l'altro, rende altrettanto precari i diritti dei cittadini e meno attraente per gli investitori stranieri": ne sono convinte Olga Rossella Barone e Maria Giuseppina Spanò che annunciano l'astensione dei giudici di pace dalle udienze fino al 26 settembre.

Una decisione, quella comunicata dalle presidenti delle associazioni che rappresentano i giudici di pace, nell'aria già da tempo. Sono anni, infatti, che la magistratura onoraria lamenta la precarietà del proprio lavoro e chiede di essere inquadrata nell'ordine giudiziario al pari dei magistrati togati. Il che significherebbe stipendio a fine mese, contributi versati, più tutele e più garanzie per circa 5mila professionisti in tutta Italia che, da un ventennio a questa parte, smaltiscono il 70% del contenzioso civile e penale.

Una prospettiva di inquadramento sembrava essersi aperta dopo l'assegnazione al nostro Paese dei circa 209 miliardi del Recovery Fund. Niente da fare, invece. Ed è proprio questo che lamentano le rappresentanti del Coordinamento magistratura giustizia di pace e del Movimento autonomo giudici di pace: "In un periodo di grave emergenza giudiziaria, in cui lo Stato dovrebbe garantire ai suoi smarriti cittadini l'accesso qualitativo e quantitativo alla giustizia, e dopo che il 15 luglio l'Europa ha notificato all'Italia l'avvio della procedura di infrazione per le reiterate violazioni ai danni dei giudici di pace e dei magistrati onorari - attaccano Olga Rossella Barone e Maria Giuseppina Spanò - la soluzione più immediata e avvincente per la ministra della Giustizia appare non quella di ottemperare a quanto richiesto, ma quella di continuare a creare figure occasionali e ancillari, così consegnando definitivamente i cittadini e l'avvocatura a una stagione di caos giudiziario che inevitabilmente si ripercuoterà anche sulla struttura economica del Paese".

I giudici onorari, infatti, hanno deciso di scioperare e di scuotere le istituzioni non solo nella speranza di essere finalmente "equiparati" ai magistrati di carriera. Il Coordinamento magistratura giustizia di pace e il Movimento autonomo giudici di pace, infatti, segnalano anche le conseguenze che la precarizzazione della loro attività può scatenare per i diritti dei cittadini e per l'economia italiana. "Mantenere la giustizia in uno stato di precarietà - proseguono Olga Rossella Barone e Maria Giuseppina Spanò - equivale a rendere precari anche i diritti dei cittadini e a privare gli imprenditori italiani e stranieri di quelle certezze indispensabili affinché essi possano investire con serenità e con profitto sul territorio nazionale". Di qui la decisione di scioperare, dopo la protesta scatenata durante la visita della ministra Cartabia a Napoli, e di ribadire al premier Mario Draghi le richieste della categoria: subito l'inquadramento economico, assistenziale e previdenziale per i giudici di pace "in misura corrispondente alla retribuzione complessiva riconosciuta alla magistratura di carriera".

 
"Ho fondato i Pac e mi vergogno per il delitto di Pierluigi Torregiani" PDF Stampa
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di Maurizio Caverzan


La Verità, 18 settembre 2021

 

Intervista ad Arrigo Cavallina. "Colpire persone come lui o Sabbadin fu una mostruosità, però io ero già uscito dal gruppo e non ho mai ucciso". "Battisti? Voleva cambiare le cose. Mi chiese di imboscarlo quando era ricercato".

Di Arrigo Cavallina colpiscono i toni sommessi e a dare giudizi definitivi. Forse è il suo modo di restituire lo sguardo misericordioso di cui egli stesso è stato oggetto non solo nei lunghi anni di carcere. Non era così il fondatore dei Pac (Proletari armati per il comunismo), il gruppo terroristico nel quale arruolò Cesare Battisti, quando lo conobbe Cesare Cavalieri, suo professore di ragioneria a Verona. Era il 1964 e i due già litigavano, stimandosi.

Iscritto alla Fgci e contemporaneamente all'Azione cattolica, il ragazzo; membro dell'Opus Dei e fondatore delle edizioni Ares, il docente. Dopo il diploma, le loro strade si separarono. 11 prof. tornò a Milano e Cavallina s'immerse nella clandestinità. Vent'anni dopo, l'arresto per l'inchiesta "7 aprile" li riavvicinò. Appresa la notizia, Cavalieri scrisse all'ex allievo recluso a Rebibbia: "Sappi che non sei solo".

Ne scaturì una corrispondenza durata oltre trent'anni e ora resa pubblica con il titolo "Il terrorista e il professore - Lettere dagli anni di piombo & oltre" (Ares Edizioni). Soprattutto, ne scaturì un'amicizia grandiosa e radiosa, fatta di visite in carcere, presenza ai processi, aiuto concretissimo.

Senza aver partecipato ad azioni di sangue, Cavallina detiene il primato di carcerazione preventiva, n anni dei 22 comminati, poi ridotti a 12 per indulto e buona condotta. Tornato in libertà, insieme alla moglie, Elisabetta Antolini, si dedica al volontariato fra i carcerati con l'associazione La Fraternità. Nella prefazione al libro Michele Brambilla sottolinea il mezzo del rapporto con Cavalieri: "Lettere, fogli bianchi scritti a macchina o a mano, imbustati e affrancati e poi spediti...".

 

Se negli anni Ottanta ci fosse stata la posta elettronica per lei che cosa sarebbe cambiato?

"Con la velocità di oggi sarebbe stata una corrispondenza meno ponderata e sofferta. Una lettera scritta a penna o a macchina costringeva a pensare un po' di più. Poi c'era l'attesa della risposta... Erano riflessioni più meditate".

 

Il libro s'intitola "Il terrorista e il professore": almeno un ex davanti ci poteva stare...

"All'inizio non volevo che fosse usata quella parola. Il terrorismo colpisce vittime indiscriminate, come nei casi delle bombe di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia o dell'Italicus. Poi il termine è entrato nell'uso comune, perciò ho accettato di definirmi terrorista o ex terrorista, anche se non sarebbe corretto".

 

Che possibilità c'è per chi ha praticato la lotta armata di costruire un futuro non definito dal passato?

"Anche il passato non è definito dal fatto di essere stato terrorista e, nel mio caso, ancor meno assassino non avendo mai ucciso. La persona ha una sua complessità. Perciò non sono d'accordo nel dire che una persona è un terrorista, e basta. Quella persona è quella cosa, ma è anche quell'altra e quell'altra ancora".

 

Ai Pac da lei fondati si aggregò il delinquente comune Cesare Battisti. Chi è per lei Cesare Battisti?

"Era un ragazzo con la voglia di cambiare le cose che soffiava nell'area comunista conosciuto nel carcere di Udine. Successivamente venne a chiedermi d'imboscarlo perché era ricercato. Lo aiutai e ci frequentammo, finché aderì alla banda nascente orientata ad azioni contro il sistema carcerario".

 

Tra le quali non c'era l'omicidio di Pierluigi Torregiani...

"Lo dico con grande vergogna: noi pensavamo che una fascia di emarginati che rifiutavano la legalità, criminali dunque, fosse potenzialmente vicina alle nostre istanze. Si volevano colpire le persone che, come Torregiani e Lino Sabbadin, avevano osato difendersi dai rapinatori, nostri alleati in carcere. Era una mostruosità, con la quale non c'entro perché avevo già lasciato i Pac".

 

Nei quali ha militato dal 1978...

"Eravamo anche amici oltre che combattenti. Progressivamente non mi riconoscevo e non partecipavo. In questa posizione di dissenso sono arrivato ai primi mesi del 1979, non più di un anno in totale. Non ci fu un atto formale di uscita".

 

Che cosa di preciso le fece prendere le distanze?

"Alla base delle tesi dei Pac come le avevamo formulate io e Luigi Bergamin, mio caro amico ora in attesa di estradizione dalla Francia, c'era la critica alla dittatura della merce. Non pensavamo di conquistare il potere come le Brigate rosse, ma di renderci padroni della nostra vita. Anche oggi siamo in un sistema di bisogni indotti, allora associavamo a questa constatazione una visione marxista. L'uso delle armi doveva restare un fatto minore".

 

Che cosa la fece allontanare?

"Quando rapinarono delle armi vidi alcuni militanti giocarci felici. Per loro l'arma era una cosa bella, per me una necessità tristissima".

 

Cosa suscitò in lei la prima lettera di Cavalieri?

"Grande stupore. Ero contento di aver ritrovato una persona che stimavo. Mi colpì così profondamente che gli risposi aprendogli il cuore".

 

Ma scrivendo: "Leggo con un'insanabile riserva mentale"...

"Dopo aver sbagliato abbracciando un'idea totalizzante, avevo forte timore di ripetere lo stesso errore aderendo a un'altra certezza".

 

Guardare il proprio passato "come in uno specchio rotto" nel quale non ci si riconosce è l'effetto dell'ideologia?

"Quando mi chiedevo che cosa c'è all'origine del mostro, di quello che non mi andava di me stesso, l'ideologia era la risposta che mi davo. Ideologia è una parola piena di significati, ma se vogliamo condensare è quella giusta".

 

Come superare "lo scandalo di me che mi riempie"?

"Continuavo a chiedermi: nel processo si può essere sinceri? Posso dire quello che non è vero ai fini della difesa processuale? Posso reggere il peso della menzogna davanti alle persone a cui voglio bene e che mi aiutano? Alla fine ho concluso che m'importava di più essere me stesso. E il processo vada come vada".

 

Molto duro il suo giudizio sul pentimento che si traduce in meno carcere per il collaboratore di giustizia a fronte di più carcere per altri terroristi...

"È un giudizio duro sul pentimento come calcolo, ma non sempre è questo. Bisogna capire le debolezze e le motivazioni. Ci sono persone che hanno detto cose vere. Approvo la rivelazione che impedisce ad altri di continuare nel reato ed evita la soppressione di altre vite".

 

Nell'impegno per la dissociazione, oltre il dualismo tra irriducibili e pentiti, quale risultato è stato più importante?

"Essere riusciti a far passare l'idea che una pena retributiva, rendere male per male, induce alla menzogna. Possiamo fare l'esempio di Cesare Battisti. Noi sosteniamo un valore riparatorio della pena. Se so che per ciò che ho fatto non mi viene restituito altrettanto male, non ho difficoltà a riconoscere la verità. La pena riparativa può essere un aiuto a ricostruire una nuova identità".

 

Perché nella cronologia degli anni di piombo compare l'incontro in carcere tra Giovanni Paolo II e Ali Agca?

"Ciò che Giovanni Paolo II ha fatto e detto è stato importantissimo per me. Il tema del perdono è centrale anche nella corrispondenza con Cavalieri. Nel discorso ai detenuti di Rebibbia il Papa affermò la dignità compiuta di ogni persona. Fu sconvolgente: per gran parte della magistratura e del sistema carcerario noi coincidevamo con i nostri reati".

 

Chi avversava il movimento per la dissociazione?

"Il maggior riconoscimento è venuto dagli ambienti cattolici. Le figure della riconciliazione sono state Giovanni Paolo II, il cardinal Carlo Maria Martini, monsignor Luigi Di Liegro, il cappellano di San Vittore e don Matteo Zuppi, allora pretino della comunità di sant'Egidio".

 

E le resistenze?

"Erano maggiori da parte comunista. Anche se Leda Colombini e Angiolo Marroni, vicepresidente della regione Lazio, aiutarono a costruire un ponte tra società e carcere".

 

Nelle corti giudicanti e in genere nella magistratura?

"Noi pensavamo che dietro le posizioni più dure, come quelle espresse nel teorema Calogero, ci fosse il Pci. Ma forse c'entravano le persone più che l'appartenenza".

 

In risposta a una delle prime lettere di Cavalieri che le suggerisce la necessità di un confronto con un Giudice che contempla il perdono lei sottolinea di non avvertirne il bisogno...

"Poi, invece, è diventata la cosa più importante su cui ho riflettuto. Ci ho fatto la tesi di laurea e scritto un libro. È l'argomento di cui cerco di parlare quando vado nelle scuole".

 

Cavalieri la invita a confessarsi dicendo che la verità esistenziale la aiuterà ad affrontare quella processuale. Non trovava troppo insistenti queste esortazioni?

"Al contrario, le ho stimate perché erano dimostrazioni di affetto. Da un lato era giustamente insistente su ciò che secondo lui era il mio bene. Dall'altro mi diceva di sentirmi libero nell'aderire o no. È stata una bella lezione, l'antitesi del settarismo".

 

Il suo blocco riguarda soprattutto il sacramento della confessione: che cosa glielo fa superare? Nel libro non lo esplicita...

"Non voglio avvalorare l'idea della conversione come spartiacque, odi qua o di là. La conversione è una ricerca con delle certezze. La prima delle quali è la persona di Gesù Cristo: questa è la strada che voglio percorrere".

 

Riferendosi a Cavalieri, scrive: "Qualcuno deve volermi molto bene per avermi mandato uno come te"...

"Me lo dico spesso, non solo a proposito di Cesare, ma anche di mia moglie Elisabetta".

 

Molti ex terroristi hanno trovato nella Chiesa un interlocutore per il proprio cambiamento. Chi ha coagulato l'intellighenzia degli appelli ha scelto di restare nel territorio dell'ideologia?

"Ognuno ha scelto una propria strada. Alcuni hanno cercato un significato profondo e altri sono rimasti più in superficie, parliamo di un movimento di migliaia di persone. Una certa intellighenzia ha creato una rete di solidarietà, anche questo può essere un calcolo. Tuttavia, non possiamo sapere se uno, dentro di sé, è cambiato. Molti di coloro che si sono rifugiati all'estero hanno cercato di presentarsi come perseguitati politici e di non ammettere reati gravi per non rischiare l'estradizione".

 

Perché a suo avviso in Italia il Sessantotto è durato alcuni decenni?

"L'ho vissuto poco, per me il Sessantotto era già in ritardo, non lo vedevo come una liberazione. La cosa che mi colpisce di più è la pretesa del marxismo: un'ideologia durata un secolo che, appena ha provato a misurarsi nelle sue conseguenze con la realtà, è crollata".

 
Ue, violenza di genere tra gli eurocrimini PDF Stampa
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di Giovanna Casadio


La Repubblica, 18 settembre 2021

 

Picierno: "Una vittoria: così i femminicidi saranno al pari di terrorismo e mafia. Lega e FdI astenuti". La risoluzione approvata dal Parlamento europeo. Soddisfatta la deputata dei "Socialisti e democratici" a Strasburgo che si è spesa per convincere anche i conservatori a votare a favore: "È il riconoscimento che questa è una delle emergenze prioritarie per l'Ue e per tutti gli Stati membri". "È un grande risultato: il Parlamento europeo ha incluso la violenza di genere tra gli eurocrimini, cioè i reati su cui la Ue ha competenza. Quindi i femminicidi saranno al pari del terrorismo, della tratta, della mafia, del riciclaggio. I colleghi di Fratelli d'Italia e Lega si sono astenuti con la scusa vergognosa che s' introduceva il concetto di genere". Pina Picierno è la deputata dei "Socialisti e democratici" a Strasburgo che, nelle commissioni prima, e poi alla vigilia dell'aula, si è spesa per convincere anche i conservatori a votare a favore.

 

Picierno, è soddisfatta?

"È un primo passo. Un buon successo perché la risoluzione è passata con 427 voti a favore. Per parte mia sono andata a cercare tutti, a uno a uno anche nelle file degli incerti e dei contrari. Con la risoluzione si propone di modificare l'articolo 83 del Trattato sul funzionamento dell'Unione, chiedendo alla Commissione Ue di includere la violenza di genere tra gli eurocrimini, quei reati cioè che vanno combattuti su base comune come il traffico di esseri umani, di droga, di armi, il crimine informatico, il terrorismo, la criminalità organizzata".

 

Maggioranza ampia, con 427 a favore.

"Infatti, una larghissima maggioranza che è davvero una vittoria. Ma nonostante una lista di donne morte ammazzate che In Italia ha raggiunto 84 nomi nel 2021, appena poche ore fa Alessandra Zorzin uccisa nel vicentino e malgrado ogni sei ore una donna venga ammazzata in Europa, malgrado questa mattanza, questo massacro, i leghisti e FdI si sono astenuti, mentre i forzisti si sono divisi".

 

 

In genere i conservatori non erano favorevoli. Come mai?

"L'alibi, a mio parere inaccettabile, è che si introduce il concetto di genere. Ma le violenze crescono: sono violenze psicologiche e il femminicidio è l'epilogo tragico".

 

Che le istituzioni reagiscano è necessario: devono essere investite della questione?

"Certamente. Rappresenta un segnale della volontà dei cittadini europei. La violenza di genere è un'emergenza. Non è un problema che riguardi solo le donne in quanto vittime, ma è un tema sociale e politico che concerne la stessa definizione della nostra civiltà. Il valore di questo voto a Strasburgo è il riconoscimento che questa è una delle emergenze prioritarie per l'Ue e quindi per tutti gli Stati membri".

 

Ora quali altri passi occorrono?

"La palla passa al consiglio europeo, perché modificare un Trattato comporta una procedura non semplice. Ma Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione, nel suo discorso sullo stato dell'Unione ha ribadito che Bruxelles si impegna a presentare una direttiva sulla violenza di genere. Importante che ci sia una definizione giuridica univoca e delle pene e condotte di base uguali per tutti i Paesi Ue".

 

Perché?

"Significa avere una cassetta degli attrezzi aggiornata che permetterà di combattere tutte le forme di violenza di genere".

 

Ma sul piano culturale cosa fare?

"Non c'è dubbio che la questione culturale è gigantesca. Avere affrontato la parte normativa serve a sottolineare la priorità. Però è necessaria, urgente una educazione all'affettività. Sin dalle scuole elementari. La violenza di genere, i femminicidi sono questioni di cittadinanza. Rifletto sul fatto che donne di diversi Paesi, con libertà, diritti civili diversi, siano drammaticamente accomunate dall'essere oggetto di violenza. È insopportabile".

 
Veneto. Il Garante regionale chiede urgente nomina dei direttori delle carceri PDF Stampa
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redattoresociale.it, 18 settembre 2021


L'avvocato Caramel ha spiegato le urgenze negli Istituti penali Veneto al ministro Cartabia durante l'incontro con tutti i Garanti delle persone private della Libertà. Si è svolto a Roma, presso il Ministero della giustizia, l'incontro fra la Ministra Cartabia e i garanti, nazionale e regionali, delle persone private della libertà personale. All'incontro, coordinato dal garante nazionale, prof. Palma, hanno presenziato anche il Capo dipartimento della giustizia minorile e di comunità, dott.ssa Tuccillo, e il Capo dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, dott. Pertralia. I temi affrontati hanno avuto riguardo, anche alla luce del recente caso di Santa Maria Capua a Vetere e della peculiare situazione dovuta al Covid 19, alle pressanti problematiche che affliggono, sotto vari aspetti, il sistema penitenziario italiano.

In tale occasione il Garante regionale per il Veneto, avv. Mario Caramel, in merito alle questioni di carattere generale ha ritenuto opportuno porre l'accento sull'urgenza in Veneto di dare stabilità, con la nomina dei direttori, agli istituiti assegnando le sedi vacanti oggi coperte da reggenti, anche alla luce del fatto che nelle sedi ove vi sono i titolari questi sono sovraccaricati da più reggenze in altri istituiti. L'avvocato Caramel, a fronte della proposta di un collega garante di altra regione tesa a prospettare un ritorno nelle carceri alla sanità statale, ha ritenuto opportuno evidenziare che nel Veneto il Servizio Sanitario Regionale sta svolgendo egregiamente tale ruolo da oltre un decennio con plauso personalmente riscontrato, nelle visite alle strutture, anche dei vertici degli istituti di pena palesatisi, non solo per l'aspetto sanitario, disponibili alla massima collaborazione con le istituzioni locali.

Per quanto riguarda la situazione specifica del Veneto, l'avv. Caramel ha ribadito la criticità, sotto l'aspetto della situazione dell'edificio e degli spazi, dell'Istituto Penale Minorile di Treviso, luogo di detenzione per i minori del Triveneto, che secondo i programmi ministeriali dovrebbe essere trasferito nell'ex casa circondariale di Rovigo previa ristrutturazione di tale edificio. A tal proposito la dott.ssa Tuccillo ha garantito che tale situazione è ben conosciuta e che, ora che è passata la fase critica del Covid 19 che ha rallentato le operazioni, è attualmente posta nelle priorità del suo dipartimento".

 
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