Sabato 23 Novembre 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Liliana Segre: "Sono pronta a guidare la commissione contro l'odio" PDF Stampa
Condividi

di Alessia Rastelli


Corriere della Sera, 22 novembre 2019

 

La senatrice: stanca ma non mi arrendo. Insulti, scorta: la mia vita cambiata a 89 anni. "La tentazione di abbandonare il campo ogni tanto si affaccia. Se a quasi 90 anni finisci bersagliata da insulti, sotto scorta, senza più la vita semplice e riservata di prima, credo sia normale chiedersi "ma chi me l'ha fatto fare?". Però dura poco, non sono una che si arrende facilmente".

 

Quindi, senatrice Segre, sarà presidente della Commissione contro l'odio, nata su sua iniziativa?

"Se me la propongono, sono dell'idea di dire sì. Sono stata in dubbio e certo il calendario degli anni non va indietro. Ma io credo in questa Commissione, dunque spero di reggere".

 

L'astensione del centrodestra proprio sulla "sua" Commissione lo scorso 30 ottobre. E poi lo striscione di Forza Nuova apparso a Milano vicino al teatro in cui stava parlando, l'assegnazione della scorta, i messaggi d'odio e le polemiche di chi li mette in dubbio, l'incontro con Matteo Salvini trapelato anche se sarebbe dovuto restare riservato. Sono state settimane faticose per Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz-Birkenau, dove fu deportata a 13 anni, senatrice a vita nominata da Mattarella il 19 gennaio 2018. Al Corriere rilascia la prima intervista dopo quasi un mese di silenzio.

 

Come si sente dopo quello che è successo?

"Sono esausta. Troppa esposizione, troppo odio, troppe polemiche, troppa popolarità, troppo tutto. Alla mia età mi trovo a condurre un'esistenza che non avrei mai immaginato".

 

La sua vita è cambiata con la scorta?

"Né io né i miei familiari abbiamo chiesto nulla. Il Comitato per la sicurezza e l'ordine pubblico della Prefettura di Milano ha ritenuto di garantirmi una tutela, che è una forma di protezione più blanda della scorta. Naturalmente sono rimasta di stucco: a quasi 90 anni e per la sola colpa di essere una sopravvissuta alla Shoah e di esporre pacatamente i miei convincimenti, c'è bisogno che sia tutelata la mia sicurezza. È certo un condizionamento nella vita privata e mi disturba l'idea di essere un peso per lo Stato, però i carabinieri che mi accompagnano sono ragazzi meravigliosi che mi hanno adottata come una nonna, non solo con professionalità, ma anche con affetto".

 

Lei ha raccontato più volte nelle sue testimonianze la forza di continuare a vivere, ridotti a scheletri, nel gelido inverno del lager. Nasce da lì la forza di oggi?

"Ho passato quarantacinque anni, dopo la guerra, a macerarmi nel rimorso di non riuscire a parlare. Poi a 60 anni ho trovato le parole per fare il mio dovere. Per decenni ho rivissuto gli incubi del passato pur di testimoniare nelle scuole, nella speranza che anche un solo studente accogliesse il mio doloroso dono. Oggi, grazie alla scelta stupefacente del presidente Mattarella di nominarmi senatrice a vita, posso raggiungere milioni di persone. Se smettessi avrei una vita più serena, ma non sarei in pace. E poi la darei vinta proprio agli odiatori".

 

Cosa risponde a chi critica la "Commissione Segre"? C'è chi parla di "bavaglio".

"Mi sembra una barzelletta: "Qual è il colmo per un'ebrea sefardita? Diventare il capo dell'Inquisizione spagnola". Ma figuriamoci! Sono arrivati al paradosso di ribattezzarla con tono demonizzante "Commissione Segre-Boldrini" gli stessi partiti che nella passata legislatura, alla Camera, avevano approvato all'unanimità le conclusioni della Commissione Jo Cox, cioè la vera "Commissione Boldrini". Siamo seri. La Commissione che ho proposto non può giudicare né censurare nessuno e non può cambiare le leggi. Si tratta di studiare un fenomeno, di avanzare proposte su un problema per cui tutti, anche gli esponenti dell'opposizione quando parlano a telecamere spente, si dichiarano allarmati. L'odio in rete dilaga. La convinzione di agire in una zona franca e nell'anonimato sta producendo un imbarbarimento, una sorta di bullismo su larga scala, che le leggi esistenti non riescono a contenere".

 

Anche Matteo Salvini e Giorgia Meloni dicono di essere bersagliati.

"Colgo l'occasione per esprimere loro solidarietà. Sarò un'illusa, ma continuo ad auspicare che tutti si uniscano in un impegno bipartisan per prevenire le epidemie dell'odio. Io ho sperimentato i danni che possono produrre".

 

Da più parti, dopo l'astensione sulla Commissione contro l'odio, il razzismo, l'antisemitismo che lei ha proposto, il centrodestra ha ribadito l'"amicizia per Israele". I due aspetti sono collegabili?

"Sono argomenti separati. Mi ha fatto piacere ricevere il messaggio affettuoso del presidente Reuven Rivlin, anche se non potrò andare in Israele perché i viaggi lunghi mi affaticano. Succede spesso che mi chiedano di prendere posizione sul conflitto israelo-palestinese, ma non lo accetto. Non voglio mischiare temi diversi. Non sono un'esperta ed escludo di dover rispondere, in quanto ebrea, di quello che fa Israele. Il mio disagio fu espresso magistralmente da Clara Sereni in un articolo su l'Unità, La colpa di essere Ebrea, del 16 gennaio 2006. Raccontava di essere stata costretta a esprimersi sulla questione mediorientale e di avere dovuto quasi giustificarsi di essere ebrea. "Non dovrei più farlo", sottolineava. Fatta questa premessa, anche io ho le mie idee: ho un grande rimpianto per Yitzhak Rabin e ho molto sperato di vedere la pace basata sul principio "due popoli, due Stati". Ormai posso solo sperare che la vedano i miei figli".

 

Anche sui messaggi di odio contro di lei sono stati avanzati dubbi.

"Sapevo poco di questi messaggi perché non sono iscritta ai social network e i miei figli avevano deciso di risparmiarmi tali miserie. Dopo il rapporto dell'Osservatorio antisemitismo del Centro di documentazione ebraica contemporanea, ho dovuto occuparmene ed è stato molto sgradevole. Per le oscenità che ho dovuto vedere. Ma anche perché, facendo leva sul numero dei messaggi, "200 al giorno", scaturito da un'inesattezza giornalistica, si è scatenata una campagna negazionista in cui non solo veniva contestato quel numero, ma l'esistenza stessa delle espressioni di odio. Scopo: far passare tutti per visionari o speculatori".

 

Come stanno davvero le cose?

"I messaggi non solo esistono, ma sono una valanga. Nessuno può dare numeri attendibili perché occorrerebbe monitorare milioni di pagine Facebook, Twitter, Instagram, siti, blog. Quello che emerge è un campione, la punta dell'iceberg. Sono stati registrati picchi in corrispondenza di una mia maggiore esposizione. Il meccanismo è questo: qualcuno inizia postando un attacco contro di me spesso veemente, non necessariamente di cattivo gusto, ma da lì parte la ridda dei commenti che si trasforma in una gara di esternazioni triviali, truci, immonde: decine, a volte centinaia, sotto ogni singolo post. Abbondano gli auguri di morte, gli insulti, il rammarico perché "i nazisti non hanno finito il lavoro", l'accusa di essere una vecchia rimbambita e manovrata "dai comunisti". Poi ci sono quelli più specifici".

 

Di cosa si tratta?

"Ho ricordato di essere stata clandestina e mi hanno scritto: "Parli così fino a quando non trovi un immigrato che ti stupra vecchiaccia". Ho ricordato lo sterminio dei rom e mi hanno augurato di avere la casa svaligiata dagli zingari. Poi ci sono i qualunquisti indignati per "un'altra da mantenere", gli antisionisti fanatici che mi ritengono complice della "Shoah dei palestinesi", perfino frange animaliste che postano la mia foto di vent'anni fa in pelliccia e dicono che sono come i nazisti perché approverei le torture sui visoni".

 

Si moltiplicano i Comuni che vogliono darle la cittadinanza onoraria. Ma ci sono anche amministrazioni che si rifiutano.

"Tra le innumerevoli manifestazioni di affetto, ci sono le decine e decine di Comuni, retti da maggioranze di diverso orientamento, che mi vogliono conferire la cittadinanza. Mi dicono che alcune iniziative hanno risvolti strumentali. Io non me ne curo, presumo la buona fede. Così fin qui le ho accolte onorata, preoccupandomi solo - per non apparire maleducata - di avvisare che, alla mia età, non posso andare a ricevere gli attestati. Però anche questo sta diventando un nuovo terreno di battaglia di cui farei a meno".

 

A Sesto San Giovanni il sindaco ha detto che lei "non ha a che fare con la storia della città". A Biella Ezio Greggio ha rinunciato alla cittadinanza onoraria dopo che era stata negata a lei.

"Avere creato imbarazzo a quelle giunte mi dispiace. Il caso di Biella è stato però l'occasione di ricevere un fiore raro come il gesto di Greggio, che è molto più di una cittadinanza".

 

A Napoli lei stessa ha fatto un passo indietro...

"In quel caso non c'è stata una proposta dell'amministrazione comunale, ma la strumentalizzazione di un'assessora. Per rispondere alle critiche sulle sue dichiarazioni di odio verso Israele, ha detto: "Allora facciamo la Segre cittadina onoraria". Io amo moltissimo Napoli, la prima città italiana insorta contro i nazisti, ma non mi presto come scudo umano per levare dall'imbarazzo l'assessora".

 

Ieri ha accolto Giuseppe Conte al Memoriale della Shoah di Milano. Cosa vi siete detti?

"Il premier ha voluto vedere tutto e ha sforato di almeno mezz'ora sui suoi programmi perché si è fatto spiegare ogni dettaglio".

 

L'avere votato la fiducia al governo giallo-rosso può aver pesato sulle critiche delle settimane scorse?

"Non faccio parte della maggioranza, sono indipendente e decido volta per volta. Avrei preferito confermare l'astensione come per il primo governo Conte, ma ho sentito dentro di me un campanello d'allarme e ho deciso in coscienza per l'interesse del Paese".

 

Qual era l'allarme?

"Si era creato un clima parossistico di continue forzature, con le emergenze artefatte a ogni arrivo di poche decine di disgraziati - questioni che oggi la ministra Lamorgese risolve con una telefonata -, con l'invocazione dei pieni poteri, con la preparazione di una specie di crociata. Credo che anche chi ha creato quel clima si sia poi reso conto di avere esagerato. Nella nuova ondata di odio che si è abbattuta su di me, mi hanno anche scritto: "Rispetta la nostra religione!", quando sono l'Osservatore Romano e l'Avvenire a denunciare che è proprio l'abuso politico dei simboli religiosi a costituire una mancanza di rispetto".

 

Salvini è venuto a casa sua. Come è andato l'incontro?

"Non voglio dire nulla perché ci siamo impegnati entrambi alla riservatezza per evitare strumentalizzazioni politiche. In ogni caso incontrarsi e parlarsi, a maggior ragione tra due colleghi senatori e concittadini milanesi, più che un gesto di civiltà dovrebbe essere considerato un fatto normale".

 

È stata proposta la sua candidatura a presidente della Repubblica. Lei ha declinato.

"Ho grande stima per Lucia Annunziata e sono certa che abbia fatto quella proposta per manifestarmi apprezzamento e solidarietà. Tuttavia mi sono trovata, mio malgrado, ad essere già una figura sulla quale si concentrano fin troppi significati simbolici. Non è il caso di aggiungerne altri e di coinvolgermi in ambiti impropri. Alla presidenza della Repubblica deve stare un arbitro che abbia le energie per correre in mezzo al campo e che soprattutto abbia una sopraffina sapienza politica ed istituzionale, come il presidente Mattarella. Non una novantenne arrivata come una marziana sulla scena politica"

 
Chi è nato qui e ha studiato fino alle medie si sente già italiano e ha diritto di diventarlo PDF Stampa
Condividi

di Guido Neppi Modona


Il Dubbio, 22 novembre 2019

 

Serve una disciplina precisa per definire i requisiti dello jus culturae: la legge può prepararla una Commissione mista Camera-Senato. Bene ha fatto il segretario del Pd Nicola Zingaretti a rilanciare il tema della cittadinanza degli immigrati, proponendolo come una delle esigenze di fondo dell'agenda di governo. In effetti il tema dovrebbe rientrare permanentemente tra gli obiettivi di interesse nazionale, al di là delle preoccupazioni elettorali di questo o quel partito o delle cautele di questo o quel governo, al di là di eventuali emergenze quali il caso Ilva e i purtroppo sempre più frequenti disastri ambientali. La concessione della cittadinanza italiana - e qui penso soprattutto ai giovani immigrati - costituisce infatti nello stesso tempo una premessa e la base di partenza di un loro corretto e positivo inserimento nel tessuto sociale, economico e culturale del paese.

È presumibile che un figlio di immigrati nato in Italia, che ha frequentato scuola materna, scuola elementare e scuola media, ovvero, pur non essendo nato in Italia, ha conseguito il titolo della scuola media prima dei 18 anni, scriva e parli correttamente la nostra lingua, conosca la nostra storia e cultura come dovrebbero conoscerla i suoi coetanei italiani. Ebbene, questo giovane ha tutti i diritti di vedersi riconosciuta subito la cittadinanza italiana, a prescindere dal paese di provenienza e dal colore della pelle. In queste situazioni jus soli e jus culturae convergono entrambi nel sostenere il diritto alla cittadinanza.

Sul terreno culturale e sociale quel giovane ha acquisito la medesima posizione di chi è per nascita cittadino italiano. Negargli il diritto alla cittadinanza anche prima dei 18 anni sarebbe contrario al principio di eguaglianza, solennemente sancito dall'art. 3 della Costituzione senza distinzione di lingua, razza o religione. Ha cioè le medesime possibilità di essere da adulto un buon cittadino di chi è nato cittadino italiano, anzi le possibilità sono forse maggiori perché presumibilmente proviene da contesti sociali e economici talmente disastrati da indurlo a mantenere e difendere la posizione di cittadino in un paese certamente più avanzato di quello di provenienza.

Sulla base di queste premesse mi sembra che il tema del riconoscimento della cittadinanza italiana ai giovani immigrati, lungi dall'essere divisivo, dovrebbe incontrare una larga convergenza tra tutte le forze politiche. Certo, il tema solleva problemi demografici, economici, sociali, ed anche identitari, di grande rilievo e complessità, che rendono assai delicato il passaggio dal principio di fondo dell'accoglienza ad una disciplina legislativa che dovrà essere molto precisa e analitica nel definire i requisiti dello jus culturae, ed anche nel promuovere condizioni tali da garantire l'accesso ai vari livelli di istruzione. Muovendosi in questa direzione il problema della durata del soggiorno in Italia necessario ai fini della cittadinanza rimarrebbe assorbito dal titolo di studio, o comunque dalla frequenza scolastica per una durata pari agli anni necessari al conseguimento del titolo.

Come si vede, la traduzione del principio dello jus culturae in una concreta disciplina legislativa comporterà la soluzione di numerosi e delicati problemi. La via migliore per agevolare il lavoro parlamentare potrebbe essere quella di affidare il compito di predisporre una bozza della nuova legge sulla cittadinanza ad una commissione mista di Camera e Senato, che potrebbe a sua volta avvalersi del bagaglio di conoscenza e di esperienza, anche comparata, di operatori sociali e di studiosi con specifiche competenze e professionalità in materia.

Alla base di questo programma stanno evidentemente la convinzione condivisa e la scelta politica di fondo che i flussi migratori possono contribuire positivamente allo sviluppo economico, sociale, culturale ed anche morale del nostro Paese, contrastando le derive razziste che inevitabilmente si accompagnano a chi pensa di risolvere il problema della grandi migrazioni chiudendo i confini e respingendo lo straniero e il diverso.

 
Russia. Giornalisti "agenti stranieri", sì della Duma alla nuova legge PDF Stampa
Condividi

di Giuseppe Agliastro


La Stampa, 22 novembre 2019

 

Il Cremlino si prepara a infliggere un altro duro colpo alla libertà di stampa, in Russia già spesso calpestata. La Duma ha infatti approvato ieri in via definitiva degli emendamenti alla legge sui media che potrebbero presto permettere alle autorità russe di bollare blogger e giornalisti con l'infamante etichetta di "agente straniero".

Il progetto è stato sostenuto in aula da 311 deputati, solo quattro si sono astenuti e, come spesso avviene alla Duma, nessuno ha votato contro. Ora, per diventare legge, il provvedimento dovrà passare dal Senato e quindi dalla scrivania di Putin. Gli emendamenti proposti prevedono che una persona che partecipa alla creazione di notizie per testate inserite nella lista nera degli agenti stranieri o ricevendo denaro dall'estero possa essere a sua volta riconosciuto come "agente straniero" e costretto a presentarsi come tale al suo pubblico.

Ma questa definizione, che tanto ricorda quella di "spia", potrà essere affibbiata a chiunque diffonda queste informazioni. In pratica si tratta di una nuova spada di Damocle non solo per i giornalisti ma anche per gli utenti dei social media. Le proteste internazionali Il rappresentante dell'Osce per la libertà dei media, Harlem Désir, ha invitato i parlamentari russi a bocciare la proposta. "Potrebbe avere un effetto spaventoso sui giornalisti e sui blogger, sugli esperti e su altri individui che pubblicano informazioni, soprattutto online", ha denunciato Désir.

Una ferma condanna è giunta anche da Amnesty International, Reporter senza frontiere e altre Ong per la difesa dei diritti umani, che hanno definito il progetto "un ulteriore passo verso la limitazione dei media liberi e indipendenti". Quello che il Cremlino ha in mente è di estendere anche ai singoli individui una legge che ha già suscitato tanta indignazione a livello internazionale.

Questa norma, varata nel 2012 dopo un'ondata di proteste anti-Putin, dà al governo il potere di marcare come "agenti stranieri" le organizzazioni che ricevono fondi dall'estero e sono impegnate in "attività politiche". Si tratta di una definizione ampia e porosa che consente di fatto al Cremlino di colpire qualunque ente reputi fastidioso costringendolo a severi controlli e a volte alla chiusura. Dal 2017 anche le testate giornalistiche possono finire nella black-list e un mese fa il bollino è toccato al Fondo Anticorruzione di Aleksey Navalny, il più carismatico degli oppositori di Putin.

 
L'Italia tace sui diritti di Hong Kong PDF Stampa
Condividi

di Gianni Vernetti


La Stampa, 22 novembre 2019

 

La richiesta all'Occidente dei giovani di Hong Kong di proteggere i loro diritti non è rimasta inascoltata: l'approvazione unanime e bipartisan al Senato e alla Camera dei Rappresentanti statunitense del "Hong Kong Human Rights and Democracy Act", rappresenta la definitiva "internazionalizzazione" della crisi.

Primi firmatari del provvedimento sono stati il repubblicano Marco Rubio al Senato e il democratico Jim MacGovern alla Camera e, dopo la firma del Presidente Donald Trump, il provvedimento diventerà legge. Il voto unanime del Congresso Usa non è soltanto l'ennesimo capitolo che vede le due superpotenze americana e cinese contrapporsi e competere su quasi tutti i dossier, ma è qualcosa in più: l'affermazione di come sia illusorio pensare che si possa separare la libertà dei commerci dalla libertà degli individui.

Peraltro questa è anche la vera sfida che ha di fronte a sé la Repubblica Popolare Cinese nei prossimi anni: diventare un attore serio, responsabile e protagonista di una comunità internazionale sempre più globalizzata e interdipendente, in grado anche di accettare la sfida della "Nuova Via della Seta", lungo la quale non possono però correre solo "merci", ma anche "diritti".

Il Foreign Office britannico ha rivolto un appello alle autorità di Hong Kong per la fine immediata delle violenze, condannando l'assalto al Politecnico e invitando al dialogo politico fra le parti, non dimenticando gli accordi del 1997, in base ai quali Londra restituì a Pechino la sovranità sulla città/stato con la "Basic Law", che garantiva una vera autonomia, un sistema legislativo indipendente, libertà di parola, stato di diritto, pieno rispetto dei diritti umani. Le fondamenta, dunque, del modello "Un paese, due sistemi".

L'Unione europea ha condannato le violenze, denunciando anche il blocco all'accesso al campus di Hong Kong del personale medico e ricordando la necessita di garantire l'esercizio delle libertà fondamentali di espressione e di manifestare.

La reazione di Pechino è stata fin qui molto negativa e ieri il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang ha condannato con forza il provvedimento accusando gli Usa di ingerenza negli affari interni della Cina. In questo contesto colpisce il silenzio del governo italiano e soprattutto il suo allontanarsi dalla solidarietà europea e occidentale sul tema.

Due settimane fa il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, a Shanghai in occasione della "China International Import Expo", dichiarò sulla vicenda di Hong Kong che "in questo momento non vogliamo interferire nelle questioni altrui, quindi per quanto ci riguarda, noi abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri Paesi".

Una posizione, dunque, di estrema prudenza, peraltro ribadita in queste ore dal governo italiano che ha scelto di non esprimersi sugli ultimi sviluppi a Hong Kong, optando per il mantenimento di un profilo molto basso. La "non ingerenza" italiana sul rispetto dei diritti fondamentali è una novità che allontana il paese non soltanto dai partner tradizionali (Ue e Usa), ma anche da una parte rilevante della storia della nostra politica estera.

Un mondo sempre più interdipendente è per sua natura fatto di molteplici "ingerenze" fra i tanti attori della comunità internazionale, che accettano, tanto negli accordi economici e commerciali, quanto nel rispetto della legalità internazionale e dei diritti umani, "limitazioni" e "regole sovranazionali". L'Italia che promuoveva alle Nazioni Unite la campagna per la moratoria universale della pena di morte, non era solo più umana, ma anche più efficace.

 
In Iran 40 anni di repressione, giustiziati anche i ragazzini PDF Stampa
Condividi

di Elisabetta Zamparutti


Il Riformista, 22 novembre 2019

 

Il popolo iraniano è oggi protagonista delle cronache per le rivolte che si sono estese a oltre 130 città a causa dei rincari del costo della benzina. Ci giungono notizie di centinaia di morti e migliaia di feriti per la cieca repressione in atto da parte dei Pasdaran, complice il black-out di internet e delle comunicazioni imposto dal regime.

A ben vedere, in Iran la repressione è in atto da quarant'anni, da quando, nel 1979, la rivoluzione komeinista ha portato al potere un regime teocratico che ha fatto della sistematica violazione dei diritti umani la leva del suo dominio. Nella giornata mondiale dell'infanzia con Nessuno tocchi Caino abbiamo voluto far conoscere lo scempio di quella norma internazionale, una delle poche cogenti, che vieta le esecuzioni di minorenni e che pone l'Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato.

Nel 2019, sono stati impiccati almeno 6 minorenni al momento del fatto secondo quanto riportato da fonti non-ufficiali. Erano stati 7 nel 2018 (comprese due ragazze per l'omicidio del marito che erano state costrette a sposare a 13 e 15 anni), 5 nel 2016, 3 nel 2015 e almeno 17 nel 2014. La Fondazione Abdorrahman Boroumand ha documentato almeno 140 esecuzioni di minorenni in Iran dall'inizio del 2000. Nel Rapporto ufficiale dello Special Rapporteur delle Nazioni Unite per l'Iran Javaid Rehman, reso pubblico lo scorso 23 ottobre, vi sarebbero almeno 90 minorenni nei bracci della morte iraniani.

L'Iran primeggia anche tra quei pochi altri Paesi in cui negli ultimi sei anni abbiamo registrato esecuzioni di minori, con un numero di ragazzi impiccati che è più del doppio di quanti mandati al patibolo da Arabia Saudita, Pakistan, Sudan del Sud e Yemen messi insieme. In base alla legge iraniana, le femmine di età superiore a nove anni e i maschi con più di quindici anni sono considerati adulti e, quindi, possono essere condannati a morte, anche se le esecuzioni sono normalmente effettuate al compimento del diciottesimo anno d'età.

A seguito delle richieste della comunità internazionale, il regime iraniano ha dato ad intendere che il nuovo codice penale - approvato nella sua ultima versione dal Consiglio dei Guardiani nell'aprile 2013 - abolisce la pena di morte per gli adolescenti di età inferiore a 18 anni. Tuttavia, ai sensi degli articoli 145 e 146 del nuovo codice penale, l'età della responsabilità penale è ancora quella della "pubertà", cioè nove anni lunari per le ragazze e quindici anni lunari per i ragazzi.

Quindi, l'età della responsabilità penale non è cambiata affatto nel nuovo codice penale. Per i reati Hudud, come sodomia, stupro, fornicazione, apostasia, consumo di alcool per la quarta volta, moharebeh (fare guerra a Dio) e i reati Qisas, come l'omicidio, resta per i giudici il potere discrezionale di decidere se un bambino ha capito la natura del reato e, pertanto, se può essere condannato a morte. Sento dire che di fronte alle proteste di piazza c'è il rischio che alle prossime elezioni si affermino le forze conservatrici.

Lo trovo ridicolo se penso che l'attuale Ministro della Giustizia del Governo "riformista" di Hassan Rohani è l'ultraconservatore Ebrahim Raisi, 60 anni, conosciuto per avere condannato a morte decine di migliaia di prigionieri politici negli anni Ottanta, ovvero durante il decennio successivo alla rivoluzione khomeinista. Non esiste il volto buono del regime, non esiste il "moderato" Rohani con il quale proseguire nella politica di appeasement, perché la natura di questo regime è sempre la stessa: quella che riconosce nella Guida Suprema il suo fondamento e nel disconoscimento dei diritti umani come internazionalmente riconosciuti la sua ragion d'essere. Per questo sconcerta il silenzio del Governo italiano sulle esecuzioni e le condanne a morte, a partire da quelle dei minori, che continuano in Iran, sconcerta l'assenza di una parola a sostegno del popolo iraniano e di condanna della repressione in atto, sconcerta la prosecuzione della politica di accondiscendenza che anziché sostenere un cambio democratico in Iran assimila, rendendoci indifferenti alle quotidiane atrocità a danno del popolo iraniano, i nostri regimi cosiddetti democratici sempre più a quello iraniano.

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

 

06


06

 

06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it