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Navalny: una vittima del regime russo PDF Stampa
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di Gabriele Minotti


L'Opinione, 11 aprile 2020

 

Peggiorano le condizioni di salute del leader dell'opposizione russa al regime putiniano, Alexei Navalny, in seguito al suo arresto e al suo internamento nel campo di concentramento di Pokrov. Questo è quanto si apprende dal suo profilo Instagram che, attraverso uno staff di collaboratori e amici, continua a fornire aggiornamenti sullo dell'attivista liberale condannato a due anni e mezzo di reclusione.

Navalny spiega che soffre di forti dolori alla schiena e alle gambe, che viene torturato con la privazione del sonno (sostiene che le guardie lo sveglino anche otto volte per notte) e che è dimagrito di otto chili. Per questo motivo ha chiesto di essere visitato da un medico di sua scelta: richiesta inizialmente negata dall'Amministrazione carceraria. In seguito al rifiuto, Navalny ha iniziato uno sciopero della fame che l'ha ulteriormente indebolito. Risibili, a questo proposito, i tentativi da parte dei suoi carcerieri di ridicolizzare la sua protesta, ad esempio - fa sapere lo stesso Navalny - mettendogli in tasca caramelle che poi venivano scoperte durante la perquisizione, o friggendo pollo e pane in prossimità della sua cella.

Da alcuni giorni è, inoltre, affetto da una grave tosse e ha la febbre a 38. Teme di aver contratto la tubercolosi a causa di alcuni detenuti del suo distaccamento (circa quindici persone, vale a dire il 20 per cento) risultati positivi e che, come lui, non ricevono le cure adeguate. Pare che all'origine della diffusione della malattia vi siano le pessime condizioni igienico-sanitarie delle celle, la mancanza di un adeguato riscaldamento della prigione e la malnutrizione: gli unici alimenti sono patate e avena bollite, sebbene il regolamento preveda che i detenuti in condizioni di salute precarie debbano seguire una dieta proteica.

La legale di Navalny, Olga Mikhailova, fa sapere che il suo assistito ha finalmente ottenuto di essere sottoposto ad alcuni accertamenti medici, dai quali è emerso che i dolori accusati nei giorni scorsi sarebbero dovuti ad una doppia ernia del disco, una delle quali particolarmente grave e che starebbe già determinando una perdita di sensibilità agli arti. Secondo gli specialisti, il trattamento prescritto a Navalny in carcere, oltre ad essersi rivelato inefficace, avrebbe anche portato ad un rapido peggioramento della situazione. Al dissidente russo resta comunque preclusa la possibilità di sottoporsi a cure adeguate - oltre al trasferimento nell'infermeria della prigione e al tampone per il Covid, che ha dato esito negativo - per i problemi respiratori accusati nei giorni scorsi.

Fanno riflettere le parole della moglie di Navalny, Yulia: "Putin ha messo in prigione mio marito illegalmente. L'ha fatto perché ha paura della competizione politica e vuole restare sul trono per il resto della sua vita. Ciò che sta accadendo è una vendetta personale attraverso una giustizia sommaria". Ora, che Putin non voglia per nessun motivo uscire dal Cremlino pare abbastanza ovvio, come il fatto che abbia paura dell'opposizione: altrimenti non si affannerebbe tanto a mettere a tacere chiunque gli si opponga, col veleno o con il confino in qualche sperduta prigione. La verità è che Putin non ha tutta la forza che ostenta e che vuole convincere di avere. La verità è che il suo potere è a rischio: lo dimostra la recente approvazione da parte della Duma - su iniziativa del suo partito, Russia Unita - di una legge che vieta di intraprendere procedimenti giudiziari contro gli ex-presidenti. Che l'autocrate abbia paura di ciò che potrebbe succedere, nel caso in cui perdesse il controllo della situazione e venissero a galla tutti i crimini perpetrati o tollerati sotto la sua presidenza? Probabile.

Ma, soprattutto, è pienamente consapevole che Navalny ha tutte le carte in regola per sfidarlo e mettere fine al suo regno di oppressione e terrore: è giovane, è determinato, non ha paura delle ritorsioni, ha l'appoggio dell'Occidente e promette libertà, democrazia, diritti e garanzie costituzionali a un popolo che non ha mai conosciuto niente di tutto questo e che, forse, vorrebbe sapere come si vive da liberi cittadini. Non da sudditi, come ai tempi degli zar; non da proletari, come ai tempi dei soviet; non da pedine per la realizzazione di finalità ideologiche come la nascita della "grande Russia", come sotto Putin. Semplicemente persone. Semplicemente cittadini di uno Stato che li garantisce e protegge i loro diritti.

L'Occidente dovrebbe fare di più: non bastano le parole di indignazione, le pretese di scarcerazione, le pressioni diplomatiche, le sanzioni e le prese di posizione più o meno forti ma che non ottengono risultati concreti. Non bastano gli incoraggiamenti, la solidarietà e le "pacche sulla spalla" rivolte a Navalny. C'è bisogno di un Occidente forte e capace di adottare risoluzioni decise, incisive e finanche radicali. Di un Occidente capace di far sentire la sua voce, di affermare e difendere i suoi valori e di intraprendere delle serie azioni di contrasto. Non ha senso strepitare per le violazioni dei diritti umani in Russia, se poi con essa e col suo governo si proseguono le normali relazioni economiche e diplomatiche. Non si tratta di mere "questioni interne" sulle quali nessuno può interferire: è in ballo la dignità dell'Occidente stesso e di quell'ordine democratico-liberale, per il quale la Russia di Putin costituisce una seria ed oggettiva minaccia. Probabilmente una delle peggiori.

 
Turchia. Che pena l'Europa che si inginocchia ai piedi del sultano sessista e liberticida PDF Stampa
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di Barbara Spinelli


Il Dubbio, 11 aprile 2020

 

Che l'età dei diritti sia al tramonto, ce lo hanno dimostrato con chiarezza Draghi, von der Leyen e Michel. Coloro che avrebbero il compito di preservare e difendere le istituzioni democratiche tuttora esistenti in Europa. Leggendo i giornali degli ultimi due giorni, viene da pensare che davvero i diritti umani siano un'ideologia occidentale in declino. E che a favorire tale lento ma inesorabile declino siano proprio quei governanti europei che invece avrebbero il compito di preservare e difendere le istituzioni democratiche tuttora esistenti in Europa, sorte dalle ceneri dei campi di concentramento nazisti nel secondo dopoguerra del secolo scorso. Che l'età dei diritti sia al tramonto, ce lo hanno dimostrato con chiarezza Draghi, von der Leyen e Michel.

Draghi, pur di recuperare gli interessi economici in Libia, si è spinto ad affermare che "Sul piano dell'immigrazione noi esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa nei salvataggi e nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia", anche dopo che, al contrario, Fatou Bensouda, la procuratrice della Corte penale internazionale dell'Aia, ha messo nero su bianco nel suo rapporto al Consiglio di sicurezza dell'ONU la responsabilità del generale Haftar e delle milizie dal medesimo controllate nei crimini di guerra e nelle "sistematiche atrocità" commesse contro migranti e profughi. Von der Leyen e Michel, dopo i già sonori schiaffi assestati da Erdogan al sistema europeo di tutela dei diritti umani, il primo attraverso il menefreghismo dimostrato davanti alla sentenza della Corte Europea dei diritti umani con la quale si chiedeva l'immediata liberazione del leader HDP Selahattin Demirtas, dichiarando urbi et orbi che "la sentenza non è vincolante per Ankara", il secondo, con la fuoriuscita dalla Convenzione di Istanbul, si sono dimostrati propensi ad accettare sottomessi anche il terzo, inflitto a favore di telecamere in occasione della visita ad Ankara.

Che si sia trattato di un pasticcio diplomatico è fuor di dubbio: strano però che i funzionari della Commissione non si siano coordinati con quelli del Consiglio d'Europa per la preparazione della visita, e ancor più strano che i funzionari di Ankara ignorassero la pari dignità di entrambe le istituzioni. Perché è pur vero che il capodelegazione era Michel, ma quando si ricevono due istituzioni di pari importanza, le si assegnano posti di pari rilievo. Invece Ursula, a sedia mancante, si è accontentata del divanetto, declassata alla compagnia del Ministro degli Esteri Cavasoglu, lasciando la scena ai due uomini di potere. Ammesso che l'assenza della sedia sia stato frutto dell'imperizia dei funzionari europei, tuttavia a sedia mancante era chiaro che la scelta sul che fare avrebbe avuto una portata simbolica pregnante. Accettare il terzo schiaffo o ribadire il necessario rispetto della pari dignità istituzionale, a maggior ragione in quanto l'istituzione messa in disparte era rappresentata da una donna, attendendo in piedi l'arrivo della terza sedia? Purtroppo, Ue e Consiglio d'Europa hanno incassato il terzo schiaffo senza colpo ferire, ed anzi nella conferenza stampa congiunta hanno pure spiegato il motivo di tanto aplomb: intensificare gli scambi economici e rafforzare i finanziamenti per la gestione dei flussi migratori. Erdogan è stato scaltro: come nel gioco delle tre carte, rimbalzando tra i protocolli, ha mostrato al mondo intero la debolezza della diplomazia europea e la relatività dell'ideologia occidentale dei diritti umani, predicata ma non praticata.

L'immagine che Michel e Von der Leyen ci hanno consegnato, come d'altronde Draghi con le sue dichiarazioni, è quella di un esecutivo fragile, vulnerabile, per il quale il prevalere degli interessi politici ed economico- finanziari impone la relativizzazione nella tutela dei diritti umani, la sudditanza a criminali di guerra, dittatori e despoti, che se ne compiacciono ingrassando le loro tasche, per fare il lavoro sporco. E così, mentre Al- Sisi, Haftar ed Erdogan se la ridono compiaciuti della fragilità italiana ed europea - fragilità ideologica e politica- e si godono i vantaggi economici che ne derivano, noi guardiamo la democrazia morire lentamente, affossata dalle logiche speculative dei governi, che non esitano a barattare sicurezza, commesse milionarie e rifornimenti energetici con il silenzio assenso ai regimi dittatoriali del Mediterraneo all'eliminazione interna della resistenza democratica, e all'erosione dello stato di diritto mediante la cancellazione della separazione dei poteri, dell'indipendenza della magistratura, dei principi di uguaglianza e non discriminazione.

 
Nigeria. Attacchi, rapimenti e una clamorosa evasione di massa PDF Stampa
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di Stefano Mauro

 

Il Manifesto, 11 aprile 2020

 

Situazione sempre più critica. Nel più recente episodio che ha colpito la regione centrale del Paese una banda armata ha attaccato una pattuglia dell'esercito uccidendo 11 militari. E al sud, dove aumenta la tensione con gli indipendentisti biafrani, 1844 prigionieri in fuga dopo l'assalto al carcere di Owerri. Il presidente Buhari ufficialmente all'estero "per un periodo di riposo".

"Il nostro paese sta vivendo una dura crisi economica, sanitaria, sociale legata anche alla mancanza di sicurezza che è confermata dagli scioperi del settore pubblico di questi mesi (scuola e sanità in particolare, ndr), dal banditismo, dai rapimenti, dagli scontri intercomunitari e dagli attacchi alle forze di sicurezza, senza alcuna risposta adeguata da parte del presidente Buhari" ha affermato ieri alla stampa nazionale Atiku Abubakar, leader del Partito democratico popolare (Pdp) e principale forza politica di opposizione in Nigeria.

Polemiche e durissime critiche, ormai sempre più frequenti, nei confronti dell'incapacità da parte del presidente Muhammadu Buhari (in questi giorni ufficialmente all'estero "per un periodo di riposo") di poter arginare una difficile crisi securitaria, legata al dilagare della violenza in numerosi stati federali. In questi ultimi due anni si è passati dalle brutalità di gruppi jihadisti come Boko Haram e Stato islamico dell'Africa Occidentale (Iswap) nelle aree del nord-est (Borno, Yobe), al banditismo e ai rapimenti di studenti negli stati del nord-ovest (Katsina, Kano, Zamfara).

Situazione che, in quest'ultimo mese, sta diventando sempre più critica anche in numerose regioni centrali (Niger State, Benue, Kaduna) con una serie di attacchi contro le forze di polizia e militari. Il più recente episodio risale a questo venerdì, quando una banda armata ha attaccato una pattuglia dell'esercito uccidendo 11 militari.

Lo stato di Benue si trova nella zona denominata "Middle Belt", vale a dire la fascia centrale della Nigeria, dove si sono formati numerosi "gruppi armati di difesa", in seguito agli ormai decennali scontri tra pastori semi-nomadi e agricoltori sedentari. Il mese scorso, il governatore dello stato di Benue, Samuel Ortom, ha dichiarato di essere sfuggito "a un attacco di una banda di pastori armati mentre viaggiava su un convoglio" e secondo le forze di polizia "dopo anni di scontri con gli agricoltori, i pastori fulani hanno creato numerosi gruppi legati al banditismo".

Ancora più grave, se possibile, resta la situazione nelle aree del sud-est del paese, dove questo lunedì un gruppo armato, a bordo di pick-up e pesantemente armato, ha assaltato la prigione di Owerri, nello stato di Imo, facendo evadere più di 1.800 detenuti.

"1.844 prigionieri fuggiti, l'ingresso principale del carcere abbattuto con l'esplosivo, numerosi veicoli distrutti e armi saccheggiate da una stazione di polizia": questo il bilancio ufficiale presentato dall'ispettore generale della polizia, Muhammed Adamu, per quella che viene considerata dalla stampa locale "la più grande fuga di prigionieri della storia della Nigeria moderna", con enorme imbarazzo per le autorità nigeriane.

In una dichiarazione ufficiale Adamu ha indicato come principale indiziato dell'attacco, non rivendicato, il Movimento delle popolazioni indigene del Biafra (Ipob), invitando le forze di sicurezza "a sterminare tutti gli attivisti del gruppo". A 50 anni dalla terribile guerra civile del Biafra (1967-1970), che ha ucciso quasi un milione di persone per lo più di etnia Igbo, rimangono forti le tensioni tra il governo centrale e i gruppi secessionisti biafrani - quello più politico dell'Ipob o la milizia dell'Eastern Security Network (Esn) - con la richiesta di uno stato indipendente.

Da parte sua, Emma Powerful, portavoce dell'Ipob, ha negato ogni coinvolgimento nell'attacco al carcere di Owerri, definendo le accuse "false e strumentali". Gli attivisti del gruppo negano di essere l'ala armata del movimento indipendentista e affermano solamente di voler "proteggere le loro comunità e i loro villaggi dalle violenze dei pastori nomadi Fulani, venuti dal nord del Paese".

 
Covid. In carcere ci si contagia di più. Agenti e detenuti a forte rischio PDF Stampa
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di Ilaria Sesana


Avvenire, 10 aprile 2021

 

Aumentano i focolai, colpite anche le donne con bimbi. Antigone: tassi di positività maggiori negli spazi sovraffollati. I sindacati: accelerare con i vaccini. Si sono accesi a Reggio Emilia (con oltre cento detenuti positivi) e al "Due Palazzi" di Padova (più di novanta i positivi) gli ultimi focolai di Covid-19 scoppiati nelle carceri italiane. Per far fronte alla difficile situazione in cui si trovano due istituti, il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria ha istituito due nuovi gruppi di lavoro con l'obiettivo di individuare con urgenza le cause della diffusione del contagio e di predisporre le misure organizzative da adottare per evitarne l'ulteriore diffusione.

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Rems, dai "senza casa" al "mostro di Foligno": è di nuovo ergastolo bianco PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 10 aprile 2021

 

Luigi Chiatti, dopo 30 anni di carcere, dal 2015 è internato. Come lui altre persone si trovano nella stessa situazione, con il rischio che queste strutture si trasformino in nuovi Ospedali psichiatri giudiziari. Ha finito di scontare i 30 anni di carcere nel 2015, il giudice lo ha ritenuto ancora socialmente pericoloso e lo ha "internato" in una Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza). Siamo nel 2021 e di recente la magistratura di sorveglianza gli ha prorogato nuovamente la misura di sicurezza. Parliamo di Luigi Chiatti, conosciuto come il "mostro di Foligno", l'autore del duplice omicidio di due bambini avvenuto a Foligno tra il 1992 ed il 1993.

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