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Egitto. Giulio Regeni, un omicidio politico impunito PDF Stampa
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di Patrizio Gonnella*


Il Manifesto, 25 gennaio 2020

 

Sono trascorsi quattro anni, lunghi e penosi, da quando Giulio Regeni è stato torturato e ammazzato in Egitto. Un omicidio politico consumato impunemente, almeno finora, ai danni di un giovane ricercatore italiano. Di fronte a ogni crimine, comune o politico, vi sono sempre due verità, una storica e l'altra processuale, non sempre sovrapposte, ma soprattutto non sempre sovrapponibili. La storia giudiziaria e politica italiana degli ultimi cinquant'anni è piena di doppie verità.

La verità processuale è necessariamente dettata dai tempi e dalle forme della giustizia, nonché dallo stato della democrazia in un dato Paese o dall'asservimento in un certo momento storico del potere giudiziario a quello politico. La storia invece non ha bisogno di un processo in un'aula di tribunale per definire come veri taluni fatti. Giulio Regeni è stato torturato a morte. Questo è un fatto storicamente accaduto ed oramai ampiamente dimostrato.

La tortura è qualificata nel diritto internazionale quale un crimine di Stato. Non riguarda i rapporti violenti tra persone comuni nelle loro vite private. La tortura presuppone un rapporto asimmetrico tra la persona fermata/arrestata/controllata/detenuta e colui che la custodisce/trattiene/detiene/controlla in nome e per conto del potere pubblico.

La tortura è sempre un delitto proprio di funzionari dello Stato. Giulio Regeni è stato torturato e ammazzato da chi ha agito in nome e per conto di qualcun altro, a sua volta espressione del potere pubblico. Non sappiamo materialmente i nomi e cognomi di esecutori e mandanti, ma conosciamo con certezza il contesto del crimine. Esso è oramai un fatto storico acclarato e non più contestato neanche dagli egiziani, dopo i loro numerosi tentativi di depistaggi e di far finire l'inchiesta in una palude investigativa. L'assenza di cooperazione da parte egiziana nella ricerca delle prove e nel raggiungimento della verità processuale è esso stesso un fatto politico che a sua volta supporta la verità storica.

Alla luce di queste premesse vanno distinte le azioni politiche da intraprendere da quelle giudiziarie. Mentre queste ultime sono necessariamente vincolate al raggiungimento della verità processuale e richiedono inevitabilmente il supporto investigativo egiziano, i rapporti tra i Governi ben possono prescindere dalla verità processuale e invece affidarsi alla verità storica, ossia che Giulio è stato torturato e assassinato da chi agiva in nome e per conto dello Stato egiziano.

Se dunque è storicamente determinato che Giulio Regeni è stato torturato a morte e che le autorità di quel Paese fino ad oggi non hanno aiutato i giudici italiani nella ricerca della verità, allora l'Italia dovrebbe farne un caso politico internazionale aprendo un conflitto duro contro l'Egitto davanti alle Nazioni Unite. In particolare è giunto il momento che l'Italia attivi la procedura di inchiesta di cui al Patto sui Diritti Civili e Politici del 1966, ratificato sia dall'Italia che dall'Egitto, che ne è dunque vincolato formalmente.

L'Italia non deve limitarsi a questo ma deve formalmente rivolgersi anche al Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura avviando il procedimento di cui all'articolo 20. Anche in questo caso l'Egitto ha ratificato il Trattato e si è conseguenzialmente vincolato a sottoporsi a un'investigazione internazionale. Un giorno, infine, prendendo atto che in Egitto non si arriverà probabilmente in tempi ragionevoli a un processo e a una sentenza rispettosa della verità storica, così come è avvenuto in altre vicende riguardanti violazioni sistematiche dei diritti umani, si dovrà iniziare a pensare a un processo da svolgersi in Italia che sottoponga a giudizio tutti coloro che hanno depistato le indagini, occultato la verità o comunque materialmente impedito che essa fosse raggiunta.

 

*Presidente Antigone

 
Iraq. Oltre 600 i manifestanti uccisi, 12 solo nell'ultima settimana PDF Stampa
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di Riccardo Noury


Corriere della Sera, 25 gennaio 2020

 

Amnesty International ha aggiornato a oltre 600 il numero dei manifestanti uccisi in Iraq dall'ottobre 2019 e ha denunciato un forte aumento della repressione, con 12 manifestanti uccisi solo nell'ultima settimana a Baghdad, Bassora, Kerbala e Diyala. La campagna di morte delle autorità irachene è dunque ripresa, con l'impiego di proiettili veri e delle micidiali granate a uso militare di produzione serba e iraniana. Uno degli episodi più gravi è accaduto il 21 gennaio a Baghdad sul cavalcavia della strada a scorrimento veloce Mohammed al-Qasim, presidiata da veicoli blindati con le insegne di un'unità speciale d'élite che risponde direttamente al primo ministro.

I militari che stavano sul cavalcavia hanno preso alcuni manifestanti e li hanno scaraventati giù, da sette metri di altezza. Un fotografo ha ripreso un uomo che improvvisa una danza della vittoria dopo aver sparato una granata dal cavalcavia contro i manifestanti che si trovavano sulla strada sottostante. La sera del 21 gennaio, sempre a Baghdad, la Guardia presidenziale ha invaso le strade di al-Dora, un quartiere residenziale e commerciale situato nella zona meridionale della città.

Questa è la testimonianza di un ragazzo che ha preso parte alle manifestazioni sin da ottobre: "Le forze presidenziali erano presenti in massa al posto di blocco. A un certo punto hanno iniziato a sparare in aria e a catturare persone, giovani soprattutto. Siamo scappati in direzione di via al-Tuma, riparandoci nelle caffetterie, nei negozi e in una palestra. Ci hanno inseguiti sin lì portando via alcuni di noi e le persone che cercavano di fermarli. Poi hanno strappato i telefonini dalle mani di coloro che stavano riprendendo la scena e hanno arrestato chi opponeva resistenza". A Bassora, le notti del 21 e del 22 gennaio le forze di sicurezza hanno disperso le manifestazioni con brutali pestaggi e usando proiettili veri.

Ecco una testimonianza raccolta dalla città: "Le forze di sicurezza arrivavano verso le 23 o intorno alla mezzanotte, quando i manifestanti erano di meno, e iniziavano a sparare. Come se fossero venute lì per ucciderci. Ho visto molte persone venire immobilizzate a terra e picchiate, alcuni avevano 14-15 anni. Quando tornavano nella zona dove era concentrato il grosso delle proteste, ci mostravano i segni delle bastonate e delle manganellate sulla schiena".

 
Dubai. Imprenditore italiano scambiato per narcos: in cella 32 giorni da innocente PDF Stampa
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di Viviana Lanza


Il Riformista, 25 gennaio 2020

 

Sapere moglie e figli fuori, da soli in un paese straniero, e ritrovarsi rinchiuso in una cella di un carcere negli Emirati Arabi, mica ad Halden, in Norvegia. Roba che al confronto anche Poggioreale, con i suoi problemi di sovraffollamento e vivibilità, sarebbe stato meglio. Mangiare crema di fagioli ogni giorno per trentadue giorni ed essere circondato da sconosciuti senza sapere quanto tempo dovrà ancora passare prima di rivedere la luce e la libertà. Avere soltanto il telefono per comunicare con l'esterno, ma mica a disposizione sempre: pochi secondi e solo se autorizzati. E sapere di essere vittima di uno scambio di persona, di un grosso errore quindi, senza che questo sembri scalfire le convinzioni di chi ha proceduto all'arresto.

Ci sono voluti trentadue giorni per accertare che l'uomo arrestato a Dubai non era il broker del narcotraffico ricercato in tutto il mondo dalle autorità giudiziarie di Catania e Napoli. Trentadue giorni per verificare che in cella c'era un ristoratore, sì napoletano di origine come il latitante da catturare, ma con una storia e un'identità ben diverse. E allora eccolo l'incubo in cui è precipitato Domenico Alfano, il napoletano arrestato tra il 19 e il 20 dicembre scorso a Dubai, perché scambiato per il broker del narcotraffico Bruno Carbone, e rimesso in libertà soltanto ieri. Come è potuto accadere?

L'interrogativo, per ora, resta con il punto di domanda. Si parla di scambio di persona, un'espressione semplice per descrivere una situazione complessa e drammatica. Di certo la vicenda ha tutti i requisiti per diventare un caso giudiziario. Si vedrà. Con una breve telefonata al suo avvocato, il penalista Stefano Zoff, Domenico Alfano ha comunicato di essere stato scarcerato. "Finalmente...". Sospiro di sollievo. Ma quello che nelle scorse settimane era salito alle cronache come il "giallo di Dubai" può dirsi davvero risolto?

Troppe le ombre su una vicenda che sa di intrigo internazionale e che può sollevare un caso destinato a superare i confini locali. C'è un cittadino italiano detenuto per errore per trentadue giorni: possono bastare solo le scuse? Con il suo avvocato, Alfano potrà valutare eventuali iniziative da intraprendere. Per ora non si sa se, uscito dal carcere, volerà a Panama o farà tappa in Italia. Intanto ci si chiede come sia stato possibile incorrere in un simile errore tenuto conto che Bruno Carbone, il vero latitante, in passato era stato già arrestato e fotosegnalato (l'ultima volta nel 2012 in occasione della sua scarcerazione).

L'avvocato Zoff ha spiegato che nemmeno la somiglianza tra Alfano e Carbone fosse tanto scontata: l'altezza, per esempio, che è un fattore impossibile da modificare chirurgicamente a differenza dei lineamenti e di altre parti del corpo, non combaciava perché Alfano è più basso di Carbone di almeno dieci centimetri. In questa storia restano aspetti ancora oscuri e buchi nella ricostruzione dei fatti. Proviamo a ripercorrerli.

Domenico Alfano ha quarant'anni, è nato e cresciuto nel centro storico, non lontano dal rione Sanità, e da quasi quindici anni vive e lavora a Panama. Lì gestisce una pizzeria, ha sposato una donna colombiana e ha due figli, di 13 e 9 anni. Con la famiglia decide di trascorrere le vacanze di Natale e Capodanno a Dubai. Si imbarcano il 18 dicembre con un volo di linea francese. Fanno scalo in Francia e riprendono il viaggio atterrando a Dubai poco dopo le quattro del mattino, ora locale. Facile immaginare la scena: marito, moglie e figli si incamminano con i bagagli verso l'uscita dell'aeroporto quando due uomini li avvicinano e si fanno seguire in ufficio. È l'inizio dell'incubo.

Domenico Alfano viene separato dal resto della famiglia. Gli chiedono più volte le generalità - come ha raccontato in una lettera dettata dal carcere e diffusa tramite il fratello -, e gli controllano bagaglio e documenti. Si può ipotizzare che chi ha proceduto all'arresto abbia avuto qualche informazione per intervenire sospettando la possibile presenza del latitante in aeroporto e che qualcosa non sia poi andato nel verso giusto se è vero che l'uomo fermato non era Bruno Carbone ma Domenico Alfano.

Sta di fatto che Alfano continua a ribadire la propria identità ma finisce ugualmente dalla stanza dell'aeroporto a una cella del carcere. L'Interpool è al lavoro. Alfano viene interrogato con un cellulare dotato di traduttore istantaneo, viene fotosegnalato e sottoposto a esame delle impronte digitali e a prelievo per il test del Dna. Confida di tornare libero nel giro di poco, ma così non accadrà. Nel frattempo in Italia, come spiega l'avvocato Zoff, si viene a sapere ufficialmente dell'arresto soltanto due settimane dopo, agli inizi di gennaio.

La notizia viene data al Tribunale di Catania, che nei confronti del narcos latitante aveva emesso un'ordinanza per una sentenza passata in giudicato, e alla Procura di Napoli che indaga su Carbone in due paralleli filoni di inchiesta. Si attiva quindi anche la Dda di Napoli, e si apprende che l'uomo in carcere sostiene di non essere Carbone. I carabinieri svolgono accertamenti, viene perquisita la casa di Alfano. E si scopre che in carcere c'è effettivamente Alfano, non Carbone. Caso risolto, ma non chiuso.

 
Spazio vitale tra i 3 e 4 metri quadrati per quasi quattordicimila detenuti PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 24 gennaio 2020

 

Il sovraffollamento nel rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Siamo al limite della soglia consentita dalla sentenza pilota della Corte europea dei diritti umani nel caso di Torreggiani contro l'Italia. Dal rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura emerge un dato preoccupante sul sovraffollamento carcerario che smentisce ulteriormente la storia che da noi il problema è virtuale, perché un detenuto avrebbe uno spazio abitativo minimo di 9 metri quadri per cella singola e 5 metri quadri per detenuto in celle a occupazione multipla. Nella realtà dei fatti non è assolutamente così.

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La giustizia senza innocenti di Bonafede PDF Stampa
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di Stefano Cappellini


La Repubblica, 24 gennaio 2020

 

"Gli innocenti non finiscono in galera". Pensate se questa frase la dicesse l'avventore di un bar sport, per sostenere che non c'è tanto da sottilizzare sulle garanzie per indagati e imputati, perché tanto uno che finisce dentro qualcosa avrà di certo combinato.

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