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Cagliari. Diritto allo studio anche per i detenuti, oggi una tavola rotonda PDF Stampa
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L'Unione Sarda, 21 gennaio 2021

 

Si tiene oggi alle 17, l'incontro on line organizzato dalla Facoltà di Studi umanistici per celebrare i 400 anni dell'Ateneo. Sarà un momento di confronto e dibattito dal significativo titolo "L'Università e il recupero sociale: dalle carceri alle comunità".

Al centro dell'iniziativa, l'impegno profuso dall'Ateneo del capoluogo sardo per garantire il diritto allo studio anche ai detenuti, con l'attivazione del Polo Universitario penitenziario che nei mesi scorsi ha offerto lezioni e seminari a coloro che ne hanno fatto richiesta.

Il coinvolgimento - Un'attività che ha coinvolto nel tempo decine tra ricercatori e unità di personale tecnico-amministrativo dell'Università di Cagliari. Prosegue infatti l'impegno nella promozione di attività di formazione universitaria in carcere per garantire il diritto allo studio di condannati e condannate in regime di privazione della libertà.

Coordinato da Cristina Cabras, docente di Psicologia sociale del Dipartimento di Pedagogia, psicologia e filosofia dell'Ateneo, il seminario - dopo i saluti della rettrice Maria Del Zompo, vedrà gli interventi di Gianfranco De Gesu (Direttore generale dei detenuti, Amministrazione penitenziaria), Maurizio Veneziano (Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria), Franco Prina (Conferenza Nazionale dei Poli Universitari penitenziari), Maria Elena Magrin (Università di Milano). Interverranno inoltre Claudia Secci (Ateneo Cagliari), don Ettore Cannavera (Psicologo responsabile della comunità La Collina). Garantita, come per gli incontri precedenti, la diretta streaming sulle pagine social di UniCa.

 
"Noi schiavi dell'alcol. Colpa del lockdown che ci fa sentire soli" PDF Stampa
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di Franco Giubilei

 

La Stampa, 21 gennaio 2021

 

Impennata della vendita di bottiglie via Internet: aumenti fino al 250%. Le associazioni d'aiuto: "Chiusi in casa ordinano online senza imbarazzi". Gli effetti collaterali della pandemia si mostrano già ora nell'impennata delle vendite di alcolici online durante il lockdown: un vertiginoso aumento stimato fra il 180 e il 250%, come riporta Alcolisti Anonimi citando dati dell'Istituto superiore di sanità.

Il rapporto con la clausura forzata provocata dalle misure anti-Covid è immediato e vistoso: "È la solitudine la cosa più devastante per chi ha problemi con l'alcol, il fatto di non poter uscire di casa ha facilitato un consumo più alto - dice Elio, del Comitato esterni area Lazio di A.A. -. Se a locali aperti, per esempio, il bevitore tende a visitare parecchi bar per sfuggire all'etichetta dell'alcolista, adesso che la gente è chiusa in casa è molto più facile fare l'ordine online ed evitare imbarazzi".

C'è il riflesso pesantissimo del Covid sul consumo di alcolici e ce n'è un altro sull'attività di chi lavora sul recupero degli alcoldipendenti: "La maggior parte delle persone che si trovano nel percorso iniziale ha registrato delle ricadute in questo periodo - aggiunge Elio, la cui associazione ne accoglie complessivamente fra i cinque e i seimila, divisi in 450 gruppi da 10-20 componenti l'uno -. Almeno il 50% di quanti si trovano a inizio programma è tornato indietro". Non è detto che la persona non torni sui suoi passi, ma perché ciò avvenga è importantissimo che non sia lasciata sola. Gli amici di Alcolisti Anonimi si fanno vivi al telefono, ma le occasioni di contatto reale sono azzerate, dunque l'effetto-abbandono è più grave.

Allo stesso tempo, il lockdown ha visto l'avvicinamento di soggetti più giovani, anche loro a partecipare a riunioni non più in presenza ma dietro il proprio pc, con tanti saluti all'empatia e al contatto diretto, decisivi per l'efficacia del trattamento.

Fra loro c'è Alfredo, 24 anni, di Roma: "Con il lockdown ho capito di avere un problema, la noia provocata dall'essere recluso in casa - racconta -. Già prima mi divertivo soltanto bevendo, ma il non poter più uscire e frequentare certi locali ha peggiorato le cose. Sono diventato violento in casa e con gli amici. Poi ho compreso il problema e l'ho affrontato". Un mese fa ha preso contatti con Alcolisti anonimi e ha cominciato a frequentare un gruppo nella sua zona.

Le donne, nella rete di aiuto di A.A., sono una minoranza: solo il 20% è di sesso femminile, un dato che rivela in chiaroscuro un abuso di alcol sotterraneo, ma proprio per questo ancora più devastante perché nascosto e solitario. È molto più raro veder bere da sola una ragazza in pubblico che un uomo, un gesto che viene accompagnato da uno stigma più pesante di quanto accada ai maschi. Maria, 45 anni, appartiene a quella minoranza: "È stato il mio psicologo ad inviarmi ad A.A. Lavoravo come infermiera in un pronto soccorso ma il mio problema con l'alcol mi ha resa inidonea a quel ruolo, così sono stata trasferita in amministrazione. Il lockdown ha reso più acuto il problema, l'isolamento ha incoraggiato l'uso. Sono riuscita a ridurre il consumo, ma per ora bevo ancora".

C'è anche chi riesce a restare nel gruppo per qualche mese, poi ricasca nell'alcol e poi ci ritorna, come Alessandro, 48 anni, agente immobiliare che ha dovuto anche fare i conti con la crisi del suo settore: "Mi sono allontanato per un mese dall'associazione, ma loro mi hanno cercato perché ricominciassi: ho ripreso e smesso di bere. Una delle cose peggiori di questo periodo è non avere contatti in presenza, il web da questo punto di vista è molto limitativo, per noi è importante la relazione". Se a soffrire di più le conseguenze del lockdown sono i giovani che si sono avvicinati più di recente, ci sono anche "anziani", gente che frequenta i gruppi da diversi anni e che non regge alla mancanza delle riunioni vis-à-vis, dove l'energia empatica dei partecipanti ha più forza: "Quattro persone che conoscevo si sono suicidate nel primo periodo di lockdown - dice Pasquale, 55 anni, di Caserta, da 17 anni in A.A. - e poi ci sono state tante ricadute, non solo fra i nuovi arrivati, e questo perché essere privati del gruppo dopo tanto tempo è come ritrovarsi senza una stampella. Il contatto con quelli come te, per noi, è essenziale".

 
Dentro il campo-lager dei migranti di Lipa, in Bosnia: in fila sotto la neve in ciabatte PDF Stampa
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di Antonio Crispino

 

Corriere della Sera, 21 gennaio 2021

 

Sono in 980 in condizioni igienico-sanitarie terribili. Ma 1.500 sono sparsi tra i boschi al gelo senza assistenza medica e umanitaria. SimMobile Service è un negozio che si trova nel centro di Bihac in Bosnia, città a 16 km dal confine con la Croazia. Vende sim card per gli smartphone ed è la tappa obbligata dei migranti che arrivano con la speranza di varcare il confine ed entrare in Europa. Se sono arrivati fin lì vuol dire che hanno già attraversato Turchia, Grecia, Serbia. Dal 2018 ne sono transitati 70mila per lo più provenienti dal Pakistan, Afghanistan, Marocco, Iran, secondo i dati della Croce Rossa. Il proprietario del negozio è un ragazzo poco più che trentenne, bosniaco. Quando varchiamo la porta del suo locale alza appena gli occhi dalle carte poggiate sulla scrivania, lancia un'occhiata e scatta impetuoso verso di noi gridando "Go out, go out".

Forse ingannato dall'abbigliamento approssimativo, la barba lunga e l'aspetto stanco per il viaggio di quasi cinque ore da Trieste, ci scambia per migranti. Proviamo a spiegargli che siamo lì solo per acquistare una sim card per i nostri telefoni ma non c'è verso. "No migrants, no migrants. Do you understand?" e ci sbatte fuori la porta, a spintoni. La ragione di questa fobia si capisce girando per la città e leggendo gli articoli della stampa locale. Bihac è al centro del bellissimo Parco Nazionale di Una. È attraversato dai limpidi fiumi Una e Sana dove si fa il rafting o le escursioni in barca. Da qualche anno qua sta scoprendo il turismo di massa dopo aver conosciuto le atrocità della guerra.

I dati raccolti dall'Agenzia per le Statistiche della Federazione della Bosnia mostrano che nel 2014 ha avuto 30.140 turisti e nel 2019 ha praticamente raddoppiato le presenze. Tuttavia - come riporta il giornale Balkan Insight- l'associazione dei datori di lavoro della Federazione della Bosnia e l'associazione dei datori di lavoro del cantone Una Sanache ritengono che "la situazione con i migranti e i rifugiati minaccia di distruggere il turismo a Bihac". Anche se, paradossalmente, gli ultimi due anni in cui c'è stata l'impennata migratoria corrispondono al boom turistico. Eppure, in città di migranti non se ne vedono.

Sono stipati in un campo sulla sommità di una collina a Lipa, a circa 25 km di distanza. Andare a vedere significa percorrere nel bosco una strada innevata dove non passa neanche lo spazzaneve. Ci passano, invece, i pochi mezzi delle organizzazioni umanitarie che qui solo da poco sono riuscite a portare un minimo di riscaldamento e acqua corrente. Il termometro segna -13 gradi, si ghiaccia anche il fiato, c'è un metro di neve. Arrivati sulla spianata, da un lato si vedono gli scheletri dei capanni incendiati il 23 dicembre per cause ancora ignote. Ci vivevano 1400 persone. Oggi ne sono 980 ospitati in 30 tende militari messe a disposizione dall'esercito e gestite dal Servizio per gli affari esteri SFA che é l'organo incaricato della gestione delle entrate e uscite dei migranti nel paese. "Stiamo allacciando l'elettricità in accordo con le autorità. Stiamo lavorando con le autorità locali e federali per migliorare le condizioni di accoglienza per evitare catastrofi umanitarie come quella che si é prodotta a fine anno" dice Laura Lungarotti che da poco è arrivata in Bosnia Herzegovina come rappresentante per l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

La polizia che circonda il campo non vuole che si facciano riprese video. La pressione internazionale sulla Bosnia nell'ultimo periodo è aumentata a causa delle condizioni inumane dei migranti che bussano alla porta dell'Europa. E le immagini sono terribili. Centinaia di uomini in fila sotto la neve con indosso solo una t-shirt o calzando dei sandali. Alcuni cercano di bardarsi alla meno peggio ma il freddo è feroce. Il perimetro è delineato dal filo spinato. La rievocazione di altre pagine nere della storia è inevitabile. Lungo la strada del ritorno incontriamo Mohamad, ha 17 anni, viene dal Pakistan.

È andato via dal campo di Lipa e ha trovato rifugio tra le macerie di una casa diroccata dove entra più neve che calore. Durante l'intervista inizia a denudarsi per mostrare macchie sulla pelle, le ha ovunque. Si gratta in preda a un prurito irrefrenabile. Non si lava da quindici giorni. "Mi hanno dato il paracetamolo ma non mi passa. Qui danno paracetamolo per qualunque cosa, ho bisogno di un medico". Ha deciso di arrivare a Bihac a piedi, sono 26 km. Non è l'unico. La Federazione Internazionale Croce Rossa e Mezzaluna Rossa stima che come lui al di fuori dei centri di accoglienza nel Cantone dell'Una Sana ce ne siano 1500 sparsi tra i boschi mentre 6074 migranti sarebbero ospitati negli altri campi, ossia quelli a Sarajevo, Mostar, Bihac, Cazin e Velika Kladusa.

C'è anche di peggio. Come i campi improvvisati nati nelle ex zone industriali. Ci porta un ragazzo che incontriamo per strada mentre tenta di trasportare due contenitori di acqua. Lo fa ogni giorno per tre chilometri. Poi arriva in questi capannoni spettrali, fatiscenti, putridi. Tutto attorno è un impasto di neve, rifiuti e cenere. Ogni baracca è abitata. Come porta hanno un telo per ripararsi dal freddo. Non c'è luce, acqua, riscaldamento. Da dietro ogni "porta", da sotto tutto quel buio, dalla coltre fitta di fumo e brandelli cenere, dalla puzza nauseabonda che opprime ogni respiro emergono sei persone in uno stanzino decrepito di 4mq.

In quello dopo altre sei, poi altre cinque, poi altre otto, poi altre sei, poi altre tre... Un braciere brucia qualunque cosa. Un ragazzo giovanissimo ha i piedi nudi infilati nel fuoco. Passano alcuni secondi e non li toglie. Spiega che la neve li ha resi insensibili. "Questa è casa mia" dice con una voce dolce e malinconica mentre cerca di sorridere. Ci vive insieme ad altre 5 persone. C'è chi è sotterrato dagli stracci, chi spacca legna da bruciare, chi cerca di preparare qualcosa da mangiare. I rifiuti fanno da materasso a uno di loro, ha vent'anni, viene dal Pakistan.

È partito nove mesi fa da casa sua e ha percorso la tratta balcanica fino a quando è stato respinto alla frontiera. Il "gioco", così chiamano il tentativo di entrare in Europa. Lui ci ha provato dieci volte finché la polizia croata lo ha arrestato, gli ha tolto indumenti, soldi e telefonino. "Ce la farò prima o poi. Ora vorrei solo parlare con la mia famiglia, non li sento da mesi, non sanno se sono vivo. Appena potrò comprerò un telefono e una sim card".

 
Africa e diritti umani, il report di Human Rights Watch PDF Stampa
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di Flavia Carlorecchio

 

La Repubblica, 21 gennaio 2021

 

"Eccessivo uso di coercizione, detenzioni arbitrarie e abusi da parte dei governi". La scarsa trasparenza delle leadership nella gestione dei fondi assistenziali ricevuti. I principali avvenimenti del 2020 nel Continente, segnati da gravissime violazioni. Mausi Segun, direttrice della sezione Africa di Human Rights Watch (Hrw) riassume così l'anno appena trascorso: "In moltissimi Paesi del Continente abbiamo riscontrato un eccessivo uso di coercizione, detenzioni arbitrarie e altre forme di abusi da parte delle forze governative nell'ambito della risposta sanitaria. Al tempo stesso, è mancato il supporto per le comunità più vulnerabili durante il periodo dell'isolamento. Molti governi inoltre hanno mostrato scarsa trasparenza nella gestione dei fondi assistenziali ricevuti".

Xenofobia in Sud Africa, repressioni nello Zimbabwe. A conferma di queste parole interviene Dewa Mahinga direttore della sezione Africa meridionale: "Per quanto riguarda la regione, la sfida più difficile è stata la risposta regionale alla pandemia. In Sudafrica prosegue la grave ondata di xenofobia a danno di migranti: "il governo e l'apparato delle forze dell'ordine falliscono nell'applicare le leggi e assicurare la giustizia, e spesso si macchiano in prima persona di atti discriminatori e abusi ai danni dei migranti". In Zimbabwe continua la repressione delle voci critiche da parte delle forze governative. Secondo HRW sono stati commessi decine di arresti arbitrari, assalti violenti, rapimenti e torture ai danni di dissidenti, oppositori politici e attivisti. Inoltre, il Paese ha scarso accesso all'acqua potabile: nella capitale sono circa due milioni le persone senza accesso all'acqua o a sistemi igienico-sanitari.

La crisi del Tigray. Nel Corno d'Africa è in corso una crisi umanitaria nella regione etiope del Tigray. Secondo Laetitia Bader, direttrice della regione di Hrw, è ancora difficile avere una fotografia chiara dell'impatto umanitario di questo conflitto. Altrettanto difficile sarà attribuire le responsabilità, "Servirà un impegno internazionale senza precedente per ottenere processi giusti". Soltanto nei primi tre mesi del 2020, oltre 9000 eritrei hanno passato il confine etiope per sfuggire alla repressione governativa. Molte altre migliaia sono fuggite in altri Paesi. Si calcola che siano 96.000 i rifugiati eritrei nella regione del Tigray.

Dall'inizio dell'anno le Nazioni Unite calcolano 100.000 sfollati interni nella regione, che si aggiungono alle 850.000 persone che necessitavano assistenza umanitaria già prima dell'inizio del conflitto. Molte persone sono scappate in Sudan, che sta attraversando una fragile transizione politica dopo la fine del governo Al-Bashir nel 2019. "La situazione politica ed economica è ancora molto fragile, le persone scendono in strada e chiedono più riforme. La pandemia ha complicato tutto".

Somalia, l'assalto delle locuste. Sempre nella regione del Corno d'Africa e in particolare in Somalia c'è stata una delle più grandi invasioni di locuste degli ultimi 25 anni, tanto che il Paese ha dichiarato l'emergenza nazionale. Anche il Kenya è stato colpito duramente per la prima volta da oltre 70 anni. Le piogge torrenziali che hanno colpito la zona, altrimenti desertica, nel 2019 hanno creato le condizioni ideali per la riproduzione e lo sviluppo delle locuste.

Continua la violenza nel Sahel. Nel 2020 le morti causate dal jihadismo islamista nell'area del Sahel occidentale comprendente Mali, Niger, Burkina Faso, sono aumentate del 60% rispetto al 2019, sfiorando quota 4250. Lo Stato Islamico del Sahara (Isgs) è collegato alla maggior parte degli attacchi. "Il Burkina Faso è stata oggetto di moltissimi attacchi a base etnica, e questo non fa che aumentare le tensioni interetniche. Inoltre, lo Stato fa sempre più affidamento su milizie e gruppi paramilitari, legalizzati all'inizio del 2020 da una legge piuttosto ambigua", afferma Johnatan Pedneault, ricercatore nella divisione Conflitti e crisi di Hrw.

 
Spagna. Operaio italiano morto in carcere a Ibiza, lunedì l'autopsia PDF Stampa
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di Claudio Tadicini

 

Corriere del Mezzogiorno, 21 gennaio 2021

 

Per le autorità spagnole il brindisino Marco Celeste si è suicidato. I sospetti della famiglia. È stata fissata per lunedì mattina l'autopsia sul corpo del trentaseienne Marco Celeste, di Brindisi, deceduto il 30 dicembre scorso nel carcere di Ibiza, sulla cui morte la procura di Brindisi ha avviato un'indagine dopo l'esposto presentato dai familiari del ragazzo, che non credono alla versione del suicidio fornita loro dalla polizia spagnola.

L'incarico è stato conferito al medico legale Domenico Urso, che sarà affiancato da un consulente di parte nominato dalla famiglia Celeste. L'obiettivo dell'accertamento tecnico irripetibile è quello di verificare se la morte del brindisino (la cui salma è giunta a Brindisi nella tarda serata di martedì) sia compatibile con la versione dell'estremo gesto, oppure se il decesso sia stato causato da altro. I familiari del ragazzo sono assistiti dall'avvocato Giacinto Epifani: in attesa delle prime risposte che giungeranno dall'esame, continuano a star chiusi nel loro dolore.

Il trentaseienne viveva da solo ad Ibiza, isola spagnola delle Baleari, dove si era trasferito quattro anni fa per lavorare come operaio. La scorsa estate, il 26 giugno, era stato arrestato dalle autorità iberiche perché accusato di avere appiccato un incendio ad un bosco. E da quel giorno, fino al drammatico 30 dicembre, era stato detenuto nel carcere dell'isola, dove - secondo la polizia spagnola - si sarebbe poi impiccato.

Marco Celeste, il giorno prima di morire, aveva effettuato una videochiamata con la madre, nella quale - come la donna ha riferito al suo legale - si mostrava tranquillo, stava bene, felice perché presto sarebbe uscito dal carcere per fare ritorno in Italia. Aveva ottimi rapporti con gli altri detenuti e, a quanto ne sappiano ad oggi i familiari, non era mai stato protagonista di atti autolesionistici. Né aveva davanti a sé un lungo periodo detentivo: la sua scarcerazione in attesa del processo (in caso di condanna avrebbe rischiato una pena dai 3 ai 4 anni), infatti, era prevista per marzo.

Gli accertamenti disposti dalla magistratura brindisina consentiranno di fugare i dubbi della madre e del fratello di Marco Celeste, ai quali lo stesso brindisino - durante alcuni colloqui telefonici aveva riferito di alcuni contrasti sorti con la polizia carceraria spagnola, da lui definita "non dolce di sale". Nel novembre precedente, l'operaio brindisino era stato sottoposto ad intervento per una frattura multipla alla tibia, che si era procurato - secondo la versione riferita dalla direzione del carcere - durante una partita di calcetto tra detenuti.

 
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