Sabato 11 Luglio 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

L'attualità del "Manualetto del detenuto dilettante" PDF Stampa
Condividi

di Giancristiano Desiderio


Corriere del Mezzogiorno, 11 luglio 2020

 

Come puoi dirti innocente se nemmeno conosci la norma che hai violato? Questo è il terribile interrogativo kafkiano che riassume l'angoscia di chi, pur consapevole della correttezza e dell'onestà con cui ha agito, si ritrova improvvisamente nelle condizioni di indagato, di incarcerato, di imputato. Un mondo capovolto, diabolico e assurdo, in cui la pena precede la colpa. Era il 1996 quando Roberto Racinaro pubblicava con la Liberilibri di Aldo Canovari "La giustizia virtuosa. Manualetto del detenuto dilettante": un testo "esemplare" per capire alla maniera di Hegel, il filosofo prediletto di Racinaro, il nostro tempo in cui gli errori degli "giustizia virtuosa" sono davvero impressionanti: dal 1992 al 2018 ci sono stati 27.200 casi di ingiusta detenzione, 1007 ogni anno. In Italia ogni giorno tre persone finiscono in galera senza aver commesso alcun reato.

Roberto Racinaro, che fu arrestato la mattina del 2 giugno 1995 quando ricopriva la carica di rettore dell'università di Salerno, è davvero un "testimone e interprete del tempo", come recita il sottotitolo del volume pubblicato da Editoriale scientifica che, curato da Domenico Taranto, gli è stato dedicato, Tra logos e pathos, con i contributi di amici ed allievi come Biagio De Giovanni, Gian Paolo Cammarota, Vittorio Dini, Melissa Giannetta, Giovanni Verde, Ciriaco De Mita, Generoso Picone, Vincenzo Siniscalchi, Mariano Ragusa, Giovanni D'Avenia. Al lettore, però, consiglierei di iniziare la lettura del libro dalla fine con la testimonianza di Annamaria Magini, la moglie di Racinaro, che racconta La mia vita con Roberto in modo, insieme, sentito e rigoroso. È l'alba quando suonano a casa dei Racinaro. Risponde Annamaria: "È il maresciallo". E il marito: "Sono venuti ad arrestarmi". Capisce subito ma, soprattutto, capisce che di vero non c'è realmente nulla da capire. È bene ricordare, infatti, che Racinaro venne accusato dei reati di abuso d'ufficio, falso ideologico, concorso in associazione a delinquere: 27 capi d'imputazione, 21 giorni di reclusione, 16 anni di processi e nel 2011, finalmente, l'assoluzione completa. Ma allora perché fu addirittura arrestato? Eccola qui la classicità di quel "manualetto": al di là del caso personale, Racinaro analizzava in modo esemplare quella autentica vergogna nazionale che è l'abuso della custodia cautelare in un Paese in cui la "giustizia virtuosa" opera in un regime di ne habeas corpus.

Racinaro era uno studioso di Hegel: laureato a Messina con Raffaello Franchini, aveva fatto carriera a Salerno fino a diventare rettore. La storia della filosofia italiana, però, non è stata fatta nelle accademie. È stata fatta nelle carceri, nei tribunali, nelle persecuzioni. Lo stesso destino di Racinaro che lui, certo, si sarebbe risparmiato ma che pur, nel momento della prova, ha saputo affrontare con una grande forza d'animo e con quel "coraggio della verità" del suo Hegel. Il ragionamento del filosofo tedesco, scrive Racinaro da detenuto dilettante, era questo: "Se c'è il delitto non può non esserci la legge e la punizione; quello che può accadere oggi è esattamente il contrario: c'è la legge, ci sono i pubblici ministeri, quindi... non può non esserci il reato".

Così sragionando la virtù giudiziaria diventa inarrestabile e tutto e tutti arresta perché gli innocenti, per quello che è oggi il diritto penale totale, sono soltanto coloro che ancora non sono colpevoli. Come se ne esce? Malissimo. "La gente si renderà conto di quello che sta capitando nel nostro Paese - scriveva Racinaro - solo quando vedrà andare in carcere non più il "protagonista", ma anche le persone comuni". La tesi di Racinaro si è avverata solo in parte perché lo studioso di Hegel non considerò che gli stessi abusi giudiziari si sarebbero rivolti contro la magistratura, come ci raccontano le cronache.

La "cronaca di un mese di carcere scritta da un filosofo" - così Biagio De Giovanni iniziava la sua Prefazione del "manualetto" - fu inviata a Norberto Bobbio. Il filosofo torinese gli scrisse una lettera alla quale Racinaro rispose. La loro corrispondenza è pubblicata nel volume. Il 22 marzo 1996 così esordiva Bobbio: "Caro Racinaro, grazie del libro. Tra gli "abusi" di cui soffre la nostra società, uno dei più gravi è certamente quello della custodia cautelare, un abuso che viene commesso frequentemente dai nostri giudici (proprio in questi giorni è scoppiato il caso Squillante), e, mi dispiace dirlo, anche da quelli di 'mani pulite', che dovrebbero astenersene più di ogni altro".

Bobbio, poi, citava il caso di Piero Martinetti che "fu arrestato durante il fascismo per una lettera che gli era stata sequestrata e rimase in carcere una settimana, scrisse un breve memoriale con alcune osservazioni di buon senso, tra le quali quella che nel tirocinio di un giudice ci fosse anche un periodo da passare in prigione allo scopo di usarne con la massima discrezione". Racinaro lesse la lettera di Bobbio con "gioia" e con "gusto" ma sull'aneddoto del filosofo Martinetti disse: "Le confesserò, non sono riuscito a sottrarmi alla domanda sconsolante: almeno Martinetti è stato messo in carcere dai fascisti, ma io?". Dalla giustizia virtuosa!

 
Decreti sicurezza, i grillini prendono tempo PDF Stampa
Condividi

di Elena G. Polidori


Il Giorno, 11 luglio 2020

 

Il Pd spinge per cambiarli, ma i Cinquestelle non sono d'accordo: "Lavorare per una riforma più organica del sistema di accoglienza". Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha giudicato illegittima una parte del cosiddetto "decreto sicurezza 1", la prima delle due leggi sull'immigrazione promosse da Matteo Salvini, si torna a parlare di un cambio dei decreti da parte del governo, come del resto il Pd ha promesso ai suoi elettori fin dall'inizio del secondo governo Conte, ma come - invece - non è mai stato promesso dai 5 Stelle. La cui linea, al massimo, è stata di sostenere che i decreti andassero modificati solo per accogliere i rilievi sollevati dal Capo dello Stato, ma nulla di più.

Ora, però, è arrivata la spallata della Consulta e la situazione, almeno per il Pd, appare "non più rinviabile", mentre il Movimento continua a rimandare sulla possibilità di trovare un accordo di modifica, casomai avendo come base di partenza il testo elaborato dalla ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese. Ieri Giuseppe Brescia - presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, da dove inizierà l'iter legislativo del nuovo decreto - ha spiegato che il M5s ha convinto il Pd a rinviare ancora la sua approvazione, stavolta a settembre, perché "ci sono già troppi provvedimenti prima dell'estate". E sempre Brescia ha svelato che i grillini non sarebbero mai stati davvero d'accordo con le norme del decreto, salvo dimostrare il contrario restando in silenzio e appiattendosi sulle posizioni leghiste nel primo governo Conte.

Val la pena ricordare che durante tutto il procedimento di conversione dei decreti sicurezza, nessuno dei parlamentari grillini sollevò alcuna obiezione sulla legittimità costituzionale o sull'efficacia e la coerenza di quel provvedimento rispetto agli obiettivi dichiarati. E quelli che lo fecero furono espulsi. Per questo, ancora oggi e nonostante la Consulta, il Movimento non vuole cambiare i decreti, sia perché sono stati approvati e difesi più volte durante il primo governo Conte, con il premier stesso che all'epoca non mosse un muscolo per opporsi a Salvini, sia perché sull'immigrazione hanno posizioni più a destra del Pd: Luigi Di Maio, non a caso, è considerato l'inventore della definizione di "taxi del mare" per descrivere il lavoro delle ong.

Adesso, dunque, che accadrà? Il testo Lamorgese non piace ai vertici stellati; ci sono interi 'blocchi' dell'articolato formulato dalla ministra dell'Interno che il M5s respinge, trincerandosi dietro un parere contrario "perché bisogna lavorare - questa la linea interna al Movimento - per una riforma più organica del sistema di accoglienza".

Insomma, un no. Motivato soprattutto dalla necessità di non mettere in scena l'ennesimo voltafaccia su un fronte su cui anche Conte, all'epoca, si espose facendo mettere la fiducia in Parlamento su entrambi i testi firmati da Salvini. L'articolato su cui il Pd vorrebbe raggiungere un accordo parla esplicitamente di una sostanziale riduzione delle multe per le ong - da un milione di euro a 10mila - il ritorno degli Sprar, l'ampliamento delle forme di protezione per bilanciare l'assenza del permesso di soggiorno per motivi umanitari, e il dimezzamento dei tempi massimi di detenzione nei Centri per il rimpatrio, che i "decreti sicurezza" avevano fissato in 180 giorni. E nulla di tutto questo piace ai grillini.

 
La supplenza della corte PDF Stampa
Condividi

di Vladimiro Zagrebelsky


La Stampa, 11 luglio 2020

 

Tra i partiti della maggioranza si trascina la discussione sul destino dei decreti che ancora ci si ostina a chiamare "sicurezza". Una delle norme in essi contenute viene riconosciuta contraria alla Costituzione da una sentenza della Corte costituzionale.

Si tratta della norma secondo la quale il permesso di soggiorno per richiesta di asilo non costituisce titolo per l'iscrizione anagrafica e quindi impedisce allo straniero richiedente asilo di iscriversi alla anagrafe dei residenti in un Comune. Il motivo della incostituzionalità è dalla Corte identificato nella irragionevolezza e nella conseguente violazione del diritto alla eguaglianza, che può essere derogato solo quando sia funzionale a uno scopo legittimo.

Irragionevole è la norma rispetto al dichiarato scopo di controllo del territorio e discriminatorio rispetto a tutto ciò che è reso possibile dalla iscrizione alla anagrafe nella vita pratica delle persone. Non quindi un vizio di dettaglio tecnico-giuridico, ma violazione della norma che è nel cuore della Costituzione: eguaglianza tra le persone e obbligo di ragionevolezza per ogni differenziazione.

Se si tiene conto del significato civile della iscrizione alla anagrafe del Comune, prima ancora delle sue conseguenze concrete, si trattava di una inutile cattiveria, voluta dal governo precedente a questo e che la nuova maggioranza che sostiene il nuovo non è riuscita a eliminare. Con il riconoscimento della irragionevolezza del divieto introdotto dai decreti "sicurezza" risulta chiaro che non si trattava della intenzione di aumentare la sicurezza sul territorio, ma proprio di una discriminazione su cui si fondava il messaggio politico che si voleva lanciare.

La logica del "noi", che contiamo tra i residenti nel nostro Comune, e "loro", che non vogliamo. Chi non è iscritto alla anagrafe non può ottenere la carta di identità, non ha accesso alle prestazioni sociali offerte dai Comuni ai bisognosi, non può aprire una partita Iva, né ottenere la dichiarazione Isee con la conseguente esclusione dalle prestazioni sociali agevolate che ne possono derivare, non può ottenere la patente di guida che spesso è indispensabile per lavorare, non può far decorrere da una data certa i termini per accedere alla edilizia popolare o per ottenere la cittadinanza. E tutto ciò nonostante abbia regolare permesso di soggiorno in quanto richiedente asilo. Si tratta quindi di soggiornanti regolari sul territorio, che la legge, invece di registrarli riconoscendone l'esistenza nei luoghi in cui vivono e così farli emergere, respingeva in una semi-clandestinità. La paralisi, che da mesi impedisce ai partiti della maggioranza di governo di riformare le norme introdotte dai decreti "sicurezza", contraddice le dichiarazioni fatte al momento della formazione di questo governo.

Sembrava che la nuova maggioranza con il Pd volesse segnare una seria discontinuità. Ma i 5 Stelle avevano approvato quei decreti quando erano al governo con la Lega, sempre con Conte presidente del Consiglio. E il timore di accrescere lo slittamento di loro parlamentari ed elettori verso i confinanti partiti della destra ha fino a ora impedito ogni riforma. In ogni caso si parla ora di modifiche minimali.

Ci si accontenterebbe di seguire le indicazioni date dal Presidente della Repubblica al momento della emanazione dei decreti: minime e insignificanti rispetto al tema della condizione degli stranieri. Si vorrebbe così far credere che si sono fatte modifiche, lasciando però intatta la sostanza. Sarebbe una finzione utile solo alla propaganda. Intanto tocca ai giudici fare valere la Costituzione e con essa la ragionevolezza.

Questa volta la decisione viene dalla Corte costituzionale. Ma, per la procedura che nel sistema italiano introduce le cause davanti alla Corte, prima di essa sono intervenuti i giudici ordinari dei Tribunali di Milano, Ancona e Salerno. I Tribunali hanno ritenuto che quella norma potesse confliggere con la Costituzione e hanno sollevato le eccezioni di costituzionalità che ora la Corte costituzionale ha accolto.

E prima delle ordinanze dei Tribunali vi è stata l'opera degli avvocati delle persone che ricorrevano ai giudici contro il rifiuto dei Comuni di registrarli alla anagrafe. Si tratta di avvocati specializzati, questa volta nella materia dell'asilo e della protezione umanitaria, esponenti della Associazione di studi giuridici sulla immigrazione, che fa parte di una pluralità di associazioni analoghe.

La decisione della Corte costituzionale è importante e decisiva naturalmente, ma essa non sarebbe stata possibile se la società civile non fosse reattiva e non si organizzasse per ottenere legalità dai Tribunali e dalla Corte costituzionale: istituzioni di garanzia che la nostra Costituzione assicura, anche contro gli abusi dei governi e delle maggioranze parlamentari.

 
Armamenti nucleari, un balletto sull'orlo del precipizio PDF Stampa
Condividi

di Franco Venturini


Corriere della Sera, 11 luglio 2020

 

Fare orecchie da mercante è un esercizio antico e ben noto alla diplomazia internazionale, ma il livello raggiunto in queste ore dal Dipartimento di Stato Usa stabilisce parametri tanto avanzati che gli altri concorrenti avranno difficoltà a raggiungerli.

Fare orecchie da mercante è un esercizio antico e ben noto alla diplomazia internazionale, ma il livello raggiunto in queste ore dal Dipartimento di Stato Usa stabilisce parametri tanto avanzati che gli altri concorrenti avranno difficoltà a raggiungerli. Parliamo di armamenti nucleari intercontinentali, e converrà seguire uno schematico riassunto dei fatti. Primo, Stati Uniti e Russia devono decidere se vogliono prolungare di cinque anni il loro trattato bilaterale New Start, l'ultimo esistente, che in caso contrario scadrà in febbraio. Secondo, le due parti si incontrano a Vienna il mese scorso e fanno pochi progressi, anche perché gli Usa ribadiscono di voler coinvolgere la Cina in questa come in altre future trattative sulla limitazione degli arsenali atomici. Terzo, Pechino prende atto del ripetuto auspicio Usa e risponde, ieri l'altro, che la Cina parteciperebbe volentieri se prima l'America accettasse di far scendere i suoi arsenali al livello attuale di quelli cinesi, vale a dire di circa venti volte. Un no cortese ma inequivocabile. Quarto, gli Usa fanno finta che Pechino abbia detto sì, e si compiacciono dell'"impegno" cinese a partecipare suggerendo un primo abboccamento tra le due parti. Quinto, il cinese Fu Cong resta a bocca aperta, l'americano Marshall Billingslea lo invita comunque a Vienna, e il russo Lavrov torna ieri al sodo, dicendosi pessimista sul salvataggio del New Start e denunciando l'aumento dei pericoli di scontri nucleari.

Siamo al solito balletto pre-elettorale di Donald Trump, oppure esiste davvero la possibilità che la Cina stringa almeno formalmente una mano tesa degli Usa rarissima di questi tempi? Non lo sappiamo ancora, ma sappiamo che in questo gioco sull'orlo del precipizio atomico le parole che dovremmo tenere a mente sono soltanto quelle di Lavrov.

 
I 25 anni dal genocidio di Srebrenica e le cancel war PDF Stampa
Condividi

di Adriano Sofri


Il Foglio, 11 luglio 2020

 

La mania dell'azzeramento, che in realtà sono almeno due manie. Giovedì, in forte ritardo sulla media, ho fatto la mia prima sortita oltre i confini regionali, e ho preso un treno: vuoto, arrivato in anticipo, regalavano confezioni di spuntini. Avevo da fare, ho appena scorso gli interventi sulla "cancel culture", la mania dell'azzeramento, che in realtà sono almeno due manie, del politicamente corretto e del politicamente scorretto, il secondo è al potere in America (negli Usa), e chiede tutti i giorni le elezioni per arrivarci in Italia.

Un dualismo di poteri dal quale l'appello di scrittori artisti e intellettuali pubblicato su Harper's cerca di divincolarsi. Pochi giorni fa il rettore dell'università di Padova, a proposito di uno scienziato coinvolto in un'accusa di comportamento inappropriato nei confronti di una ricercatrice, aveva detto che "Quello che vale per Harvard vale altrettanto in un'università italiana". Frase ragionevolissima, non si usino due metri e due misure quanto a deontologia e moralità. Ma non è vero.

In America (negli Usa) il metro e le misure conseguenti sono molto diverse da quelle vigenti in Italia: differenza della quale ci si può di volta in volta rallegrare o dolere. Può darsi che si tratti del solito ritardo europeo e in particolare italiano, che in passato si è tradotto in una rincorsa affannosa e nel superamento del modello americano. Insomma, sono tornato a casa in serata, ero stanco e ho rinviato ancora la lettura metodica dei commenti sul tema. Soprattutto, poiché intanto si faceva il 10 luglio, e domani - oggi, quando esce questa piccola posta - sarebbe stato l'anniversario, il venticinquesimo, di Srebrenica, dove in questa occasione più solenne non avrei potuto andare, ho pensato a come allora, appena l'altro ieri, si era riofferta al nostro mondo, a mezz'ora di volo dalle spiagge adriatiche, la scena reale di un genocidio, quello del "Mai più". Con qualche innovazione, anche, per esempio la categoria di "stupro etnico". Con la pluriennale complicità attiva o l'omissione di soccorso di Onu, Ue, noi, caschi blu olandesi e pacifisti malintesi. Non era la Cambogia, era l'Europa. Ed era un compendio di tutte le discriminazioni evocate a incitare al massacro: razziste, sessiste, nazionaliste, religiose... Ero stanco, ho guardato un film su Sky.

"Accadde in aprile", una produzione franco-americana, girata nel 2004, sul Ruanda. In Ruanda, in cento giorni del 1994, un anno prima di Srebrenica, e mentre nella ex Jugoslavia infuriava da tempo la strage civile, si compì attraverso fucili, machete e mazze uno sterminio, forse un milione di tutsi (e di hutu "rinnegati"), che si meritò anche lui la definizione giuridica di genocidio. Il governo francese fu complice, tutti noi inerti, le Nazioni Unite irrise, la presidenza degli Stati Uniti, Clinton, lucidamente ispirata: mentre avveniva, interrogarsi problematicamente se la categoria di genocidio fosse abbastanza appropriata (avrebbe imposto di intervenire), l'anno dopo recarsi sul posto e chiedere scusa per non aver riconosciuto il genocidio. Licenzio questa rubrica senza venire a capo del legame fra le opposte culture della cancellazione e questi precedenti, o altre vicende che sono in corso. Però mi pare che un legame ci sia.

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

 

02


01


07


 06

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it