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Cresce la sensibilità verso le disuguaglianze di genere PDF Stampa
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di Enzo Risso

 

Il Domani, 11 aprile 2020

 

Per il 40 per cento degli italiani la differenza tra uomini e donne è una delle principali forme di discriminazione. Questa asimmetria si riflette anche nella paura di perdere il posto di lavoro o di non riuscire a trovarne un altro. "Le ingiustizie continuano e il mondo inventa costantemente nuovi modi di discriminare le donne", scriveva quasi vent'anni fa, nel 2002, la scrittrice Dacia Maraini. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma la situazione per le donne in Italia è mutata in modo limitato. Per alcuni aspetti, complice la crisi economica prima e la pandemia oggi, sembra essere sotto l'influsso di un pernicioso effetto gambero.

Il dato maggiormente allarmante arriva dal confronto con gli altri paesi. L'Inequalities around the globe di Ipsos (pubblicato a Londra il 19 marzo) mostra un quadro desolante per l'Italia. Il 40 per cento degli italiani sostiene che la differenza tra uomini e donne è una delle principali forme di disuguaglianza presenti nel paese. Una quota che pone l'Italia al sesto posto nella classifica della disparità di genere tra i 28 paesi monitorati. Peggio dell'Italia, per livello di preoccupazione sul tema, troviamo Messico (45 per cento), Turchia e Spagna (42 per cento), Sud Africa e India (41 per cento).

Le donne, si legge nel report realizzato da Ipsos in collaborazione con The Policy Institute di Londra, sono più preoccupate degli uomini per la disuguaglianza di genere e leggermente più angosciate per le disuguaglianze in termini di salute e aspettativa di vita. A riprova del basso posizionamento dell'Italia sul tema, c'è anche un altro indice, il Global ranking for gender equality del World Economic Forum, nel quale il nostro paese si colloca al 76esimo posto.

Va chiarito che i paesi in cui, nella rilevazione di Ipsos, la preoccupazione per la disuguaglianza di genere è relativamente bassa, come Malesia, Russia, Arabia Saudita e Ungheria, sono anche quelli che si collocano nelle posizioni maggiormente basse nell'indice di uguaglianza di genere. L'Arabia Saudita si piazza al 146esimo posto (su 153 paesi), la Malesia al 104esimo, la Russia all'81esimo posto, mentre l'Ungheria al 105esimo posto. In vetta alla classifica del ranking di gender equality ci sono Islanda, Norvegia, Finlandia, Svezia e Nicaragua.

Gli effetti della pandemia - La pandemia ha ulteriormente accentuato il divario di genere in Italia, mostrando non solo l'insufficienza del sistema di welfare, ma anche una tradizione culturale che fa ricadere sulle donne la gran parte del carico di cura della famiglia e dei soggetti più deboli. Il 61 per cento delle donne (contro il 21 degli uomini) è stata il principale caregiver nel corso del 2020. Il 54 per cento delle lavoratrici (contro il 17 per cento dei lavoratori) ha dovuto caricare su di sé gran parte della cura della famiglia.

Il quadro delle asimmetrie di genere non migliora se osserviamo i dati sulla paura di perdere il proprio posto di lavoro nei prossimi mesi: 27 per cento tra le donne, contro il 20 per cento tra gli uomini. Di fronte alla necessità di trovarsi una nuova occupazione il 74 per cento delle donne (rispetto al 41 degli uomini) ritiene che dovrà cercare per almeno un anno.

Non solo. Il 20 per cento delle donne (contro il tre per cento degli uomini) sottolinea che tra i principali ostacoli nel trovare un posto ci sia quello della discriminazione di genere. L'affresco discriminatorio si completa con ulteriori due dati. Il 41 per cento dell'universo femminile sa già che dovrà accontentarsi di uno stipendio basso e il 49 per cento (contro il 40 per cento degli uomini) prevede che dovrà accontentarsi di un contratto precario. Non stupisce quindi che il 40 per cento delle italiane si senta discriminato dalla società.

Il ruolo guida del femminile - In società articolate e differenziate come quella in cui viviamo, sarebbe illusorio pensare che la qualità della società si esaurisca nel riconoscimento formale dei diritti o nella semplice definizione di quote di ruolo. È evidente che tutto ciò non basta.

Occorre mettere in campo una visione e un'azione sistemica, capace di incidere sia sulla dimensione culturale della relazione tra uomo e donna, sia sulla realizzazione concreta di politiche in grado di garantire un supporto alle donne e una reale parità di genere nella quotidianità esistenziale, nonché di affermare un effettivo spazio di protagonismo e opportunità per le donne.

Le pari opportunità sono uno dei veri indici di qualità, civiltà e benessere di una società. Le realtà post industriali e globalizzate, come sottolinea il filosofo francese Alain Touraine, hanno la necessità di generare un nuovo dinamismo sociale e democratico, per cercare di ricomporre le polarizzazioni e le distonie presenti. "Sono in primo luogo le donne - afferma il filosofo francese - quelle chiamate a essere le principali attrici di questa azione di ricomposizione della società, poiché, essendo state per tanto tempo la categoria inferiore a causa della dominazione maschile, oltre alla propria liberazione, possono svolgere un'azione di ricomposizione di tutte le esperienze individuali e collettive".

 
Raid razzisti via Internet, l'allarme sui minorenni per slogan e insulti antisemiti PDF Stampa
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di Giovanni Bianconi


Corriere della Sera, 11 aprile 2020

 

L'Antiterrorismo: "Interrompono celebrazioni e convegni con intrusioni informatiche di ispirazione neofascista". Gli investigatori hanno censito 24 attacchi tra novembre e marzo scorsi. Gli ultimi raid denunciati risalgono al mese scorso. Il 12 marzo a Vicenza, durante un webinar (seminario via Internet) dedicato alla memoria del deputato socialista Domenico Piccoli, ucciso in Calabria un secolo fa, agli albori del fascismo, un ignoto partecipante s'è intrufolato inneggiando a Mussolini, Hitler e all'Olocausto. Una settimana prima a Milano, nel corso di una videoconferenza organizzata dal Comune dedicata alle "Storie della buonanotte", qualcuno s'è inserito trasmettendo audio offensivi, foto del Duce e di donne nude.

Le intrusioni - Sono intrusioni informatiche di ispirazione neofascista dove però le connotazioni goliardiche sembrano superare quelle ideologiche, al punto che l'apposito Servizio per il contrasto dell'estremismo e del terrorismo interno della Polizia di prevenzione le cataloga tra quelle di "altra natura", rispetto alla categoria considerata più inquietante: le azioni di disturbo "a carattere antisemita". Gli investigatori della Rete e dell'antiterrorismo ne hanno censite 24 tra novembre e marzo scorso, con un picco registratosi intorno al Giorno della Memoria delle vittime della Shoah, celebrato il 27 gennaio: in quel periodo sulle varie piattaforme si sono concentrati almeno una dozzina di assalti informatici per disturbare convegni e celebrazioni. Quasi sempre con slogan in omaggio a Hitler e al Terzo Reich, sulle note di "Faccetta nera" o altri inni nazi-fascisti.

La lezione di ebraismo - Il primo della serie risale al 3 novembre, a Venezia, quando una "lezione di ebraismo" organizzata dalla comunità israelitica locale è stata interrotta da un partecipante con nickname "Rambo", che ha diffuso insulti antisemiti mentre proiettava una svastica; le verifiche informatiche l'hanno trovato in provincia di Bergamo. La regione che conta il maggior numero di episodi è proprio il Veneto, seguito da Lombardia e Piemonte; poi ci sono Toscana, Lazio, e qualche isolato episodio diviso tra Centro e Sud.

Ma la sorpresa maggiore è arrivata dalle indagini, prima telematiche attraverso i Dipartimenti della polizia postale, e poi sulle persone, con il lavoro delle Digos: nella grande maggioranza dei casi responsabili dei raid sono minorenni, ragazzini nati anche nel 2006, quindicenni o poco più. Che quasi sempre agiscono da casa, all'insaputa dei genitori, e avendo poca o nessuna cognizione della gravità di ciò che fanno.

Gli incontri politici - A volte, dopo aver sperimentato le tecniche di intrusione per disturbare la didattica a distanza sono passati alle intromissioni negli incontri politici o di settore. Come quello organizzato dal Consiglio comunale di Corchiano, in provincia di Viterbo, il 9 gennaio; si parlava di depositi di rifiuti radioattivi e da postazioni internet individuate a Torino e a Brescia sono partiti insulti e bestemmie, con il sottofondo della solita "Faccetta nera".

I successivi accertamenti hanno portato gli investigatori nelle case di un rumeno quarantenne e di una italiana di origini kuwaitiane, 50 anni, ma poi s'è scoperto che a usare i computer erano stati i figli minorenni, iscritti ai gruppi Zoom Bombing e Telegram, che hanno ammesso le intrusioni. La leggerezza con cui questi giovanissimi inneggiano al fascismo o al nazismo, senza organizzazioni alle spalle né supporto ideologico, è comunque preoccupante: considerare slogan razzisti e antisemiti al pari di insulti e provocazioni generiche o a sfondo sessuale significa essere pronti ad assorbire la propaganda che altri diffondono con ben altre convinzioni.

Come i due signori che in Sardegna e in provincia di Viterbo sono stati identificati e denunciati per le offese e le minacce alla senatrice a vita Liliana Segre. Neppure loro, denunciati per "propaganda e istigazione di discriminazione razziale etnica e religiosa", avevano strutture o gruppi di riferimento; a differenza del quarantenne sassarese fondatore di una formazione battezzata Ordine Ario Romano, che diffondeva messaggi nazisti ed elenchi di cognomi di origine ebraica "in modo da poterli facilmente individuare", per il quale è stato chiesto il rinvio a giudizio insieme ad altri sette imputati.

I rischi - Il rischio di emulazione, esaltazione e potenziale aumento di pericolosità non viene sottovalutato dagli inquirenti. Lo dimostra la vicenda di Andrea Cavalleri, il ventiduenne di Savona arrestato nel gennaio scorso (ora agli arresti domiciliari) perché sempre via Internet incitava alla violenza contro "sionisti, liberali, marxisti e capitalisti". Esaltava le stragi di Oslo e Utoya commesse dal terrorista norvegese Amders Breivik, e vagheggiava di seguirne le orme.

La "condotta criminosa" di Cavalleri, con la contestazione di "apologia della Shoah e dei crimini di genocidio", è stata considerata potenzialmente eversiva, e il 18 marzo la Digos di Bologna ha perquisito quattro persone in contatto con la sua chat di matrice suprematista. Ma all'origine di questa indagine ci sono le verifiche compiute sui proclami che esortavano alla "dissoluzione del giudeo" diffusi da un minorenne di Torino attraverso Telegram.

 
Migranti. Niente testimoni: due freelance fermati al confine italo-francese PDF Stampa
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di Serena Chiodo


Il Manifesto, 11 aprile 2020

 

"L'area Schengen è uno dei pilastri del progetto europeo. Dal 1995 la libertà di circolazione si è concretizzata con l'abolizione dei controlli ai posti di frontiera". Così recita una nota pubblicata sul sito del Parlamento Europeo, che prosegue: "Le autorità nazionali possono effettuare controlli ai posti di frontiera in seguito a specifici rischi". Quali sono questi rischi? Oltre a ipotetici 'attacchi terroristici', la nota fa riferimento solo ai flussi migratori: quindi alle persone migranti, considerate un pericolo non per ciò che fanno ma per ciò che sono.

Un approccio che legittima chiusure, controlli e pratiche, non sempre regolari: respingimenti immediati, anche di minori non accompagnati, trattenimenti. L'obiettivo primario è fermare i e le migranti. Per farlo, sempre più spesso viene colpito anche chi si oppone a questo tipo di approccio, come molti cittadini e attivisti. O chi, semplicemente, prova a fare il proprio lavoro. È il caso di Valerio Muscella e Michele Lapini, due fotoreporter italiani trattenuti per quattordici ore dalla polizia francese.

Da circa una settimana i due freelance sono al confine alpino tra Francia e Italia, per documentare i passaggi dei migranti che, dopo aver attraversato la rotta balcanica - in cui le violazioni sono note anche grazie al lavoro di giornalisti sul campo - provano a proseguire il proprio viaggio, spesso verso il nord Europa, dove molti hanno una rete relazionale attiva.

Un viaggio che l'assenza di politiche europee di ingresso legale e sicuro, e la mancanza di responsabilità condivisa tra stati membri, obbliga a fare nell'ombra, tra i boschi. E proprio nei boschi si trovavano Muscella e Lapini nella notte di lunedì di Pasquetta, nello specifico tra Claviere e Monginevro, dove stavano seguendo otto uomini, cittadini iraniani e afghani. Il gruppo è stato bloccato dagli ufficiali della PAF, la Polizia di frontiera francese.

"Gli otto migranti sono stati fermati, e noi con loro, in quanto sospettati di essere passeur, trafficanti" racconta Muscella. A nulla è servito mostrare i documenti e chiarire di essere fotoreporter, con tanto di tesserino dell'AIRF (Associazione Italiana Reporters Fotografi). "Siamo stati portati al commissariato della Paf a Monginevro insieme ai tre cittadini iraniani e ai quattro afghani. Ci hanno tolto il cellulare, le stringhe dalle scarpe, le cinture. Dopodiché ci hanno chiuso in due celle separate. Per andare in bagno dovevamo farci accompagnare", raccontano. Lì sono rimasti quattordici ore: telecamere di sorveglianza puntate, luce accesa, una panca di legno per provare a dormire. Alle 4 di mattina è arrivata una funzionaria della polizia francese.

"Ci hanno chiesto se siamo sposati o fidanzati, dove viviamo, se in affitto", spiega Lapini. Poi le domande si sono concentrate sul sospetto mosso dalla polizia. "Era evidente che eravamo lì per fare il nostro lavoro. Abbiamo mostrato le foto, i nostri siti, una lettera della Croce Rossa attestante il lavoro di documentazione che stavamo svolgendo". Nessun cambiamento dalla polizia francese: si accavallano le domande sui percorsi dei migranti ed eventuali passaggi di soldi, ripetute in un secondo interrogatorio alle 6 di mattina.

Sono le 10.30 del mattino quando i due vengono finalmente fatti uscire, dopo la firma di documenti in francese. Ieri l'avvocato Andrea Ronchi, nominato difensore, ha scritto alle autorità francesi per chiedere chiarimenti. "Il Comune di Monginevro ha risposto con una velina locale che sottolinea come le ore di fermo abbiano coinciso con il tempo necessario per chiarire la posizione dei due".

Dal commissariato di Briançon e dall'ufficio della Paf ancora nessuna risposta. "In un paese europeo, due cittadini europei sono fermati per 14 ore e trattati come arrestati. Inoltre non viene rilasciata loro alcuna notifica scritta, ma solo un foglio con una frase in pennarello che indica nel Tribunale di Gap il luogo per avere informazioni", commenta l'avvocato, sottolineando: "Ci sono procedure che in Europa devono essere garantite, non possiamo lasciare che un cittadino europeo sul suolo europeo venga trattenuto senza capire il motivo".

E se a livello legale si chiarirà ciò che è successo, l'effetto immediato è già lampante secondo l'avvocato: "Quando accaduto mi sembra si configuri come simile a ciò che vediamo su più ampia scala in questo momento. Queste inchieste hanno l'effetto di dire che sulle montagne ci sono la polizia e non ci devono essere i giornalisti, come nel mare c'è la guardia costiera libica e non devono esserci le ONG. L'effetto che hanno è quello di allontanare occhi e orecchie dai luoghi più sensibili in questo momento in Europa, ossia i confini. Ed è proprio da come ci comportiamo in questi luoghi che si vede lo stato di salute delle nostre democrazie.

E' sulla situazione dei migranti che Muscella e Lapini pongono ora l'accento, perché se due cittadini italiani vengono trattenuti in quelle condizioni, cosa può succedere a chi non ha il passaporto 'giusto'? "Gli otto uomini fermati con noi sono stati respinti: la polizia francese ha chiamato quella italiana, che come fa sempre in questi casi ha riportato le persone indietro".

Ecco come finisce per molte persone il viaggio: con un respingimento immediato verso il primo comune italiano, senza alcun tipo di assistenza se non quella di solidali e associazioni. In attesa, spesso, del prossimo tentativo. Perché chi ha alle spalle un viaggio di mesi, segnato da sofferenze e violazioni, difficilmente si fermerà proprio qui.

Uno dei ragazzi afghani presente al momento del fermo ha vissuto in una fabbrica abbandonata a Bihac, in Bosnia, per sei mesi, prima di continuare il viaggio. Ha provato più di venti volte ad attraversare il confine. A fine marzo, una bambina afghana di undici anni è stata ricoverata a Torino in stato di shock dopo essere stata respinta con la madre dalla Polizia francese al confine del Monginevro. Entrambe hanno trovato sostegno presso la Casa cantoniera di Oulx.

 
In bilico fra il "giusto equilibrio" con i tiranni e la rinuncia all'anima PDF Stampa
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di Gianni Cuperlo


Il Domani, 11 aprile 2020

 

Con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono, di cui però si ha bisogno, uno deve essere franco nell'esprimere la propria diversità di vedute e di visioni della società; e deve essere anche pronto a cooperare per assicurare gli interessi del proprio paese.

Bisogna trovare il giusto equilibrio". Così giovedì, in conferenza stampa, il capo del governo, Mario Draghi. A seguire la reazione irritata di Ankara nella replica del ministro degli Esteri, "il premier italiano ha rilasciato una dichiarazione populista e inaccettabile...Condanniamo con forza le parole riprovevoli e fuori dai limiti".

Come noto lo scambio è seguito allo sgarbo, non solo diplomatico, riservato a Ursula von der Leyen da parte del sultano Erdogan. L'immagine della presidente della Commissione europea accomodata su un divano con lo sguardo ai due presidenti uomini comodamente accasati sulle poltrone previste dal protocollo rimarrà simbolo di una pessima pagina e di una ancora peggiore mancanza di stile e consapevolezza politica del presidente del Consiglio europeo.

Fino a che punto? - Sino qui la cronaca di una settimana difficile, a noi però rimane la domanda: coi dittatori, laddove riconosciuti e denunciati in quanto tali, si deve comunque "cooperare" nel nome di interessi nazionali giudicati prioritari rispetto allo stesso giudizio politico espresso? O detto in altri termini, fin dove è legittimo spingere la Realpolitik di una democrazia chiamata a stabilire i limiti oltre i quali una simile cooperazione finisce col comprimere, e magari annullare, i principi fondanti la democrazia stessa?

È vero, la Turchia fa parte della Nato dal 1952, fanno settant'anni tra qualche mese. Altrettanto vero che il suo attuale presidente, il poco ospitale Recep Tayyip Erdogan, ha vinto le elezioni più volte, l'ultima, non senza polemiche, col 52 per cento dei voti. Vero pure che nell'ambito della svolta a destra del regime turco si sono moltiplicate le forme di repressione del dissenso, con l'arresto di innumerevoli oppositori, la destituzione di sindaci, un controllo ferreo sulla libertà d'espressione, ricerca e insegnamento. Verissimo, infine, che l'Europa - la patria del diritto mite e della tolleranza nel segno dei valori illuministi - stacca da anni generosissimi assegni al governo turco in cambio della compiacenza loro nel trattenersi in casa qualche milione di profughi siriani volenterosi di approdare al vecchio continente, il nostro.

Col corollario che tale "ospitalità" non gode di alcuna garanzia sotto il profilo del trattamento, spesso disumano, degli apolidi in fuga. Ma quest'ultimo aspetto all'Europa interessa il giusto dal momento che, si sa, "occhio non vede, cuore non duole", l'importante è non ritrovarsi quell'orda di disperati sull'uscio nostro con l'incubo di guastarci la scaletta serale del tiggì.

Questo se guardiamo a est. Se poi lo sguardo si rivolge a sud - per dire, verso il Cairo - allora la denuncia di un regime sanguinario trova prove più che bastevoli, nella ferita tuttora scoperta di Giulio Regeni sino alla parabola senza termine di Patrick Zaki, da quasi quindici mesi detenuto senza ragione in un carcere di quel paese e oramai prostrato nel fisico e non solo.

A giorni il parlamento italiano tributerà solenne riconoscimento al giovane studente trapiantato a Bologna finché la polizia di al Sisi non ne ha sequestrato la libertà e la vita. Lo farà con una procedura d'urgenza tesa a consentirgli di divenire cittadino italiano e sarà senza dubbio un momento prezioso e una testimonianza di dignità nella patria di Beccaria. Anche se sempre noi all'Egitto dove impera quel governo repressivo nel 2019 abbiamo venduto armi per poco meno di 900 milioni di euro. Cifra del tutto ragguardevole soprattutto se commisurata alla voce analoga di soli cinque anni prima.

Dunque, Turchia, Egitto, ma alla lista della cronaca recente come non sommare la Libia dove le massime cariche del nostro governo si sono recate da ultimo coll'intento, più che legittimo, di contribuire a stabilizzare uno stato tecnicamente "fallito", e scegliendo per l'occasione di ringraziare la sua attuale guida per quell'opera di salvataggio in mare (sempre di migranti e fuggiaschi si parla) prontamente riportati dentro campi di detenzione giudicati dall'Onu come dalla Corte europea di giustizia luoghi di afflizione, violenza e tortura? Anche in quel caso, inutile ripeterlo, convergono la rivendicazione sacrosanta di un principio - nello specifico contrastare i trafficanti di corpi rinforzando il canale dei corridoi umanitari - e la tutela di corposi interessi dell'Eni nello sfruttare la sua storica presenza nell'area.

L'ambiguità dell'occidente - E allora? Dov'è che la condanna della dittatura turca o di quella egiziana può e deve combinarsi - "trovare il giusto equilibrio" per citare ancora il nostro presidente del Consiglio - con le esigenze primarie (ma pure secondarie e oltre) di un paese come l'Italia che ha tutto il diritto-dovere di preoccuparsi dei propri confini, dei propri interessi geo-strategici, delle proprie industrie e commesse? Perché il punto sta lì.

Nel comprendere in quale misura il capitolo dei diritti umani su scala globale possano e debbano prevalere su ogni altro calcolo o interesse. Che poi è solo un modo meno brusco di chiedere alla politica (governi, parlamenti, istituzioni comunitarie) quale prezzo si è disposti a pagare per chiudere un occhio, meglio ancora tutti e due, dinanzi al calpestare lo stato di diritto, le libertà fondamentali della persona a partire dall'inviolabilità del corpo e dalla tutela della dignità di ciascuno.

Il consuntivo? Riconoscere come le parole del nostro premier, al pari di quanti lo hanno preceduto nello stesso ufficio, siano il riflesso di una ambiguità che pesa sull'occidente come un macigno. Perché se da un lato dovrebbe la storia funzionare da monito verso i rischi di una sottovalutazione del ruolo delle dittature a qualunque latitudine (in fondo, inglesi e francesi ebbero a pentirsi del Patto di Monaco non troppo dopo il 1938), dall'altro ci dev'essere un criterio al quale principi non negoziabili si possano ancorare. Nel senso che non si può ridurre l'unica utopia universale rimasta - la difesa dei diritti umani a cominciare da quelli delle donne - a un relativismo etico di volta in volta subalterno e ostaggio di interessi meno nobili, ma più pesanti e pressanti nel rivendicare i propri interessi nazionalistici o corporativi.

Una gerarchia più coerente - Si dirà che siamo dinanzi a un paradosso irrisolvibile perché se volessimo applicare il criterio accennato a ogni paese tacciabile di violare quei diritti sprofonderemmo in un isolazionismo impotente e totalmente inabile anche solo a stimolare una evoluzione possibile di quei regimi in senso più inclusivo e liberale. In questa affermazione c'è del vero, inutile negarlo, eppure un grande paese come l'Italia, al pari di altri e forse un po' più di altri, dovrebbe non limitarsi a cercare il "giusto equilibrio", ma capire come in un mondo privo di un chiaro ordine e in un tempo segnato da una democrazia più "fragile" si possa trovare la via per affermare il primato di alcune verità.

Un po' come avvenne a suo tempo, almeno nel cuore dell'Europa, col rifiuto della pena di morte, premessa odierna per l'ingresso nell'Europa politica. Il tema, dunque, diviene come e dove piantare i paletti, una linea di demarcazione, oltre la quale affermare la necessità di cooperare con una dittatura lasci spazio a una logica diversa: in che modo articolare il campo più largo di paesi e organismi sovranazionali capaci di agire congiuntamente per costringere quei regimi al rispetto dei diritti fondamentali.

Perché, a dirla tutta, l'incidente della mancata terza poltrona per l'ospite europeo è certamente grave e da sanzionare, ma oltre l'episodio in sé rimane l'ipocrisia di un'Europa che sborsa denaro perché altri, fosse pure un dittatore, si faccia carico di evitare a noi un problema umanitario di troppo. Allora, forse, meriterà riavvolgere il nastro e darsi una gerarchia più coerente. Perché parliamo di diritti umani, e quelli non si governano a settimane alterne, pena trovarsi orfani non già di una poltrona, ma di un'anima.

 
Stati Uniti. Quei bambini soli al confine col Messico, 19mila solo a marzo PDF Stampa
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di Francesco Semprini


La Stampa, 11 aprile 2020

 

A raccontare il dramma che si sta consumando al confine meridionale degli Stati Uniti è il video (divenuto virale) di Wilton Obregon il bambino di dieci anni del Nicaragua che ferma l'auto delle guardie di frontiera in Texas e chiede aiuto. Le immagini del giovanissimo migrante deportato già a marzo e rapito conia madre in Messico, riassumono l'ampliarsi del fenomeno che vede flussi di minori entrare illegalmente negli Usa incentivati dall'abolizione da parte del presidente Joe Biden dell'ordine di rimandare tutti indietro varato dal predecessore Donald Trump.

Il suo gesto umanitario ha in realtà causato un'ondata migratoria di minorenni, 19 mila quelli che hanno attraversato da soli il confine il mese scorso, mentre ve ne sono almeno 20.822 in custodia degli agenti del "Customs and Border Protection". A marzo gli arrivi sono aumentati del 70%, giungono dal Centro America soprattutto, ma anche dall'America latina e non solo: gli agenti di frontiera hanno infatti identificato cittadini rumeni. Disperati costretti talvolta a pagare prezzi elevatissimi ai trafficanti e a sopportare le temperature torride delle latitudini meridionali.

Non è chiaro quanto potrà aiutare l'annunciato piano Marshall da quattro miliardi di dollari per l'America centrale col quale Biden punta a contrastare alla fonte il problema degli ingressi dei cosiddetti migranti economici, smantellando al contempo la rigida architettura della tolleranza zero messa in piedi da Trump. Il progetto ribattezzato strategia delle "radici profonde" pone un focus particolare sul "Triangolo del Nord", ovvero Guatemala, Honduras ed El Salvador, i Paesi più a settentrione dell'America centrale, considerati il serbatoio dei flussi in arrivo.

A confermare l'emergenza sono state le dimissioni di Roberta Jacobson, la cosiddetta zar dei confini la quale ha annunciato che, scaduti i primi 100 giorni di presidenza Biden, lascerà il suo posto. Ed ora è il Messico ad essere inondato dalle richieste di asilo, ottomila sino a questo momento, persone che sono giunte dal Centro America e sono state respinte al confine con gli Usa. Mentre dagli Stati di frontiera montano le richieste rivolte all'inquilino della Casa Bianca di recarsi ai valichi di Texas, Arizona e California e prendere atto di persona della gravità della situazione. Un invito che Biden ha sino ad ora ignorato, ma al quale non potrà sottrarsi anche per misurare la tenuta del suo governo.

 
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