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Egitto. Proteste dal Cairo a Mansoura per chiedere le dimissioni di Al Sisi PDF Stampa
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di Laura Cappon


Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2019

 

Le manifestazioni in numerose città sono ancora ridotte, ma fino a venerdì erano impensabili in un Paese dove ci sono 60mila detenuti politici, sparizioni forzate, migliaia di condannati a morte e torture nelle carceri. L'attivista Hossam el-Hamalawy: "Un sasso che cade sull'acqua stagnante". A far crescere il dissenso le disastrose condizioni economiche e l'hashtag lanciato dall'imprenditore e attore Mohamed Ali: basta al Sisi. Proteste piccole e diffuse in numerose città egiziane con un unico scopo: chiedere le dimissioni del presidente Abdel Fattah Al Sisi. Piccoli numeri che però suscitano stupore perché in Egitto anche un ridotto assembramento di manifestanti contro l'attuale presidente sarebbe stato impensabile sino a venerdì, quando dal Cairo a Mansoura, centinaia di persone si sono radunate per chiedere le sue dimissioni.

"È stato impressionante vedere centinaia di persone che ieri hanno urlato il loro dissenso contro Al Sisi e strappato i suoi poster", dice Hossam el-Hamalawy, attivista dei Socialisti Rivoluzionari egiziani che ora, come molti dissidenti, ha lasciato il paese e vive a Berlino. "È troppo presto per dire se questo sia l'inizio di una rivolta e credo ci sia ancora molta strada da fare. Ma quello che è successo può essere paragonato a un sasso che cade sull'acqua stagnante e non dobbiamo avere delle aspettative troppo alte".

La dura repressione che il nuovo regime militare perpetra dal 2013, quando Al Sisi ha preso il potere con un colpo di stato, ha reso impossibile in questi anni qualsiasi tipo di dissenso: 60mila detenuti politici, sparizioni forzate all'ordine del giorno, migliaia di condannati a morte e torture nelle carceri sempre più violente tanto da aver portato i detenuti a protestare con degli scioperi della fame a oltranza. La maggior parte degli oppositori politici è in esilio o reclusa in condizioni durissime, come ha dimostrato la morte plateale dell'ex presidente islamista Mohammed Morsi, colpito da un malore in tribunale dopo anni di cure negate durante la sua detenzione. Le restrizioni alla libertà personale sono dunque ben peggiori di quelle del 2011, l'anno in cui gli egiziani scesero in piazza durante la rivoluzione che destituì Hosni Mubarak.

Per questo la protesta, anche se ancora esigua, fa notizia. È nato tutto da un hashtag sui social, anche questo ampliamento controllato con leggi draconiane dal regime, che da poco più di una settimana circolava in rete. Diceva #kifayaSisi, basta Sisi, ne abbiamo abbastanza. A lanciarlo è stato Mohamed Ali, imprenditore e attore. A inizio settembre Ali ha iniziato a pubblicare su Facebook dalla Spagna - paese in cui Ali ha deciso di fuggire in una sorta di auto-esilio - una serie di video in cui denunciava la corruzione di Al Sisi e del regime militare da cui proviene. Nel suo ultimo post, Ali ha invitato gli egiziani a scendere in piazza mentre in altri post precedenti ha chiesto al ministro della difesa Mohammed Zaki di arrestare Al Sisi e di appoggiare la protesta.

La voce di Ali è suonata autorevole perché l'imprenditore con la sua impresa ha collaborato a diversi progetti portati avanti dalle aziende dell'esercito. L'economia egiziana è, infatti, ampiamente controllata da società in mano al circolo del Consiglio Militare Supremo. Diverse stime quantificano che tra il 20 e il 50% delle attività sia riconducibile ai militari, ma negli ultimi anni il loro potere su questo fronte è cresciuto ancora di più, arrivando a toccare quasi tutti i settori strategici: dalla costruzione di grandi opere alle infrastrutture per le ricche risorse di gas e petrolifere del paese. I nomi di diverse compagnie sono noti ma resta invece il completo riserbo sul reale giro d'affari in mano al Consiglio Militare.

Le faraoniche opere di Al Sisi, come la costruzione della nuova capitale amministrativa, progetto da 58 miliardi di dollari iniziato nel 2015, sono uno strumento di propaganda che però al momento non è in grado di sanare le disastrose condizioni economiche del paese. Per rispettare i piani di rientro del prestito di 12 miliardi di dollari concesso dal Fondo monetario internazionale, l'Egitto ha dovuto ridurre da tempo i sussidi sui servizi e i generi di prima necessità e svalutare la sterlina, la moneta ufficiale. Il risultato è stato un innalzamento del costo della vita in un paese dove più di un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Le condizioni in cui versano i cittadini egiziani, dunque, sono ancora più pesanti di quelle che provocarono la rivolta del 2011. "Ogni rivoluzione contro il regime, ogni cambiamento politico, sarà sempre il risultato un accumulo di rabbia sociale o di dissenso", spiega el-Hamalawy. "Le proteste di ieri rappresentano indubbiamente un punto di rottura ma c'è bisogno di altro. Tutte le organizzazioni politiche, i movimenti giovanili e i sindacati indipendenti sono stati distrutti e per ripristinare questo tessuto di opposizione ci vorrà tempo. Proprio dalle caratteristiche e dai tempi di questa ricostruzione, del resto, dipenderà il successo delle nuove proteste". Intanto, le autorità hanno reagito disperdendo alcuni assembramenti con i gas lacrimogeni e arrestando centinaia di attivisti. Secondo l'Egyptian Center for Economic and Social Rights le persone arrestate in tutto il paese sono 166. Il presidente Al Sisi, secondo quanto riportato dal portale di informazione Mada Masr, starebbe pensando di modificare il calendario del suo viaggio a New York dove è atteso per la 74esima Assemblea generale dell'Onu.

 
Egitto. Muhammad Ali svela i segreti del regime e risveglia la piazza PDF Stampa
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di Francesco Battistini


Corriere della Sera, 22 settembre 2019

 

Palazzinaro riparato in Spagna, lancia appelli contro Al Sisi: rispondono in migliaia. La replica del presidente egiziano: "Sono onesto, leale e affidabile". A las siete de la tarde. Dal suo esilio di Barcellona dove ha già cominciato a studiare spagnolo, dalla Catalogna dove s'è nascosto un mese fa coi figli "perché Al Sisi tenterà d'uccidermi", l'imprenditore ribelle l'aveva detto in arabo: egiziani, popol mio, ""alle sette della sera di venerdì 20, uscite per un'ora dalle vostre case! E poi postate la vostra foto di questa manifestazione pacifica!

E dimostrate al mondo quanti sono gli oppositori di Al Sisi!". Gli hanno obbedito. Anche di più. In poche ore, il video ha avuto un milione e mezzo di condivisioni sul web. L'hashtag #EnoughSisi, Al Sisi ne abbiamo abbastanza, è diventato il numero uno dei trending topic sul Twitter egiziano. E venerdì, guardato in tv il derby di Supercoppa egiziana Ahli-Zamalek, l'appello ha portato migliaia di persone nelle strade del Cairo, d'Alessandria, di Suez. Con la piazza Tahrir della rivoluzione 2011 tornata a echeggiare lo slogan "il popolo vuole la fine del regime!". Con la polizia intervenuta a suon di lacrimogeni e arresti (più di 150). Col feldmaresciallo Al Sisi, in trasferta newyorkese per l'assemblea dell'Onu, impallidito di fronte a una simile contestazione pubblica. La prima, in sei anni di potere occhiuto e assoluto.

Che botte. Al Sisi è fermo sulle gambe e a menarlo, da un mese, è un elegante imprenditore dal nome fatale di Mohamed Ali. Non un peso massimo della vita pubblica cairota: solo un palazzinaro che ha sempre amato i maglioni dolcevita bianchi e la bella vita all'ombra del potere. Proprietario dell'Amlaak Group, uno dei dieci grandi contractor del governo, mister Ali s'è di colpo trovato in mezzo a una faida tra militari. Tagliato fuori dalle grandi speculazioni del regime, se n'è andato in Spagna.

E dall'account @MohamedSecrets ha iniziato a vendicarsi con una serie di video-rivelazioni, raccontando le ruberie di Al Sisi, della first lady Intissar e di vari generali dell'esercito "sulla pelle di 30 milioni d'egiziani che dormono in mezzo alla strada", un regime che s'arricchisce sulla costruzione d'un mega-albergo a sette stelle e sul fastoso, nuovo palazzo presidenziale.

"Aprite gli occhi, non mi sto inventando nulla! Al Sisi costruisce per soddisfare il suo ego. Non ci sono studi di fattibilità, non c'è bisogno di quelle opere. Basta! Bisogna ribellarsi!".

Più che l'accusa - da sei anni, al Cairo si mugugna per il gigantismo del generalissimo che ha ingrandito il Canale di Suez ed edificato una nuova capitale - a stupire è stata la difesa. In un insolito e nervoso discorso pubblico, che i servizi gli avevano sconsigliato di fare, Al Sisi ha risposto piccato all'imprenditore (senza mai nominarlo) d'essere "onesto, leale, affidabile". E con voce quasi rotta: "Sì, sto costruendo palazzi. E allora? Pensate di spaventarmi con le vostre critiche? Continuerò a costruire. Queste opere non sono per me, sono per l'Egitto".

Non sarà l'inizio della fine. Ma forse finisce un certo modo d'esercitare il potere. D'un regime che ha cacciato i Fratelli musulmani, ha torturato senza sosta, s'è fatto rieleggere per due volte col 97%, ha portato l'Egitto a un debito pubblico che cresce del 19% l'anno. Gli attacchi di Ali, per molti "un eroe", non convincono tutti: suo padre, un ex militare, va in tv a "vergognarsi" del figlio. Mentre Whael Ghonim, uno dei leader della rivolta 2011 contro Mubarak, accusa l'imprenditore di sparare dall'estero, "troppo facile", e di farlo "solo per tornaconto personale".

Resta il dato che il Faraone sia nudo. E qualcuno abbia osato dirlo: "È uno sviluppo molto importante - commenta un politologo della Cairo University, Mustafa Kamel Al Sayed. I muri cadono quando si formano le prime crepe".

 
Sudafrica paradigma delle nostre iniquità PDF Stampa
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di Aboubakar Soumahoro


L'Espresso, 22 settembre 2019

 

Violenza e xenofobia dilagano nel Paese dopo la fine dell'apartheid. E sono il prodotto dello stesso credo economico che genera disuguaglianza. Condanno con la massima fermezza la violenza che si è diffusa in alcune delle nostre province".

Con queste parole, il presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, ha esortato il popolo sudafricano contro gli atti veementi di xenofobia a svantaggio degli allogeni che dal 1 settembre hanno inabissato il Paese in un teatro bellico senza precedenti, causando la morte di circa 12 esseri umani. Il Sudafrica, tra le prime potenze industriali in Africa, ha sconfitto la segregazione razziale sul piano politico ma non ha saputo affrancarsi del tutto dell'apartheid economico che continua ad attanagliare la società.

Nel corso degli anni, il divario tra i ricchi e i poveri si è molto ampliato. L'odio, il rancore e l'intolleranza allignano purtroppo dove prosperano le disuguaglianze sociali. A tale riguardo, è opportuno ricordare che l'attuale paradigma economico ha generato delle disuguaglianze che hanno dilatato forzosamente ed eterogeneamente il nostro tessuto sociale.

Questa traumatica dilatazione ha lacerato gli strati più profondi dell'epidermide della nostra società solcata da cavernose crepe che sono state esasperate dall'ostentazione della ricchezza, emblematica dell'era della mediatizzazione del privato, che acuisce la frustrazione delle fasce impoverite e immiserite della popolazione. I mercanti dell'illusione e i manipolatori della realtà si sono insinuati in queste crepe inasprendo il clima di odio, di rancore e di intolleranza che serpeggiava già da tempo nelle viscere della nostra comunità.

Per porre rimedio a questa insostenibile situazione servirebbe probabilmente un New Deal Umano che inauguri una nuova fase ancorata nella giustizia sociale e capace di avviare delle riforme che incapsulino al proprio interno una equa ridistribuzione in grado di rendere felici gli esclusi da troppo tempo trasformati in rifiuti sociali.

L'attuazione di un simile progetto passerebbe attraverso processi, capace di mettersi generosamente al servizio delle persone senza farsi inebriare dalla conquista e dall'esercizio del potere, che tornino ad abbracciare i luoghi delle contraddizioni al fine di fare dialogare le divergenze coniugando nel contempo le convergenze con lo scopo di disegnare una visione di società aderente alla realtà e incentrata sulla soddisfazione di bisogni materiali ed immateriali delle persone. Simili processi dovrebbero essere auspicabilmente attuati all'interno dei percorsi collettivi capaci di ritrovare il proprio originario spirito, ovvero di essere l'aggregatore delle comunità, il focolare della fede, il nido della speranza, il convertitore delle utopie in realtà, il corroborante delle idee, il trasmettitore di una coscienza collettiva e il formatore di una leadership collettiva capace di creare legami intimi con la popolazione.

Quest'ultima dovrebbe probabilmente aspirare altresì a coltivare il culto del riserbo, a praticare l'estetica del linguaggio e a domare gli impulsi più basilari dell'uomo che finiscono per permeare qualsiasi carica di responsabilità con l'ambizione di assoggettarla. Inoltre, domare i disorientatori della società dal sistema, destituire i piromani della politica dal palazzo, fondere a freddo dall'alto l'ideologico con il post-ideologico non basterà di certo a fermare il vento impetuoso dell'odio, del rancore e dell'intolleranza sociale che rischia di riproporsi ciclicamente sotto forme diversificate e sempre più auto-immunizzante.

Solamente se si avrà il coraggio di fronteggiare la sfida delle disuguaglianze dalle fondamenta si potrà sconfiggere questa impetuosa tempesta e fermare quelli che razionalmente cavalcano questa cinica ondata. Tuttavia, tutto ciò non potrà prescindere dalla ridefinizione dell'attuale paradigma economico che si basa sull'egoismo, sull'avidità e sull'insaziabile brama accumulatrice dell'essere umano.

A questo proposito, il Sudafrica, pur trovandosi geograficamente lontano, condivide con il nostro Paese una delle pagine più buie della storia dell'umanità. Purtroppo, il fantasma del fascismo e della segregazione razziale, ovvero l'apartheid, continua a serpeggiare sopra il cielo dell'umanità. I recenti episodi di violenze avvenuti in Sudafrica devono essere un ammonimento ad affrontare con lucida determinazione l'attuale e delicata fase politica.

 
Cosa sta succedendo in Yemen e perché si rischia una nuova escalation militare PDF Stampa
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L'Espresso, 22 settembre 2019

 

Il conflitto nella penisola araba ha le sue radici nel 2011 ed è ancora oggi in corso. E tocca interessi economici e geostrategici con molti protagonisti: a cominciare da Riad e Teheran. La guerra yemenita ha radici nella primavera araba del 2011, quando i manifestanti scesero in piazza, rivendicando democrazia e riforme contro il presidente Ali Abdullah Saleh e chiedendo le dimissioni del suo trentennale governo. Saleh concesse parziali riforme economiche ma rifiutò di dimettersi, trasferendo i poteri al vicepresidente Abd Rabbu Mansour Hadi e aprendo la strada alle elezioni del febbraio 2012.

I tentativi di riforme costituzionali proposti da Hadi furono ostacolati dai ribelli Houti, appartenenti a un ramo dell'Islam sciita noto come Zaydista e sostenuti militarmente dall'Iran. Le speranze di quella che era sembrata una storia di successo della primavera araba sono svanite velocemente. L'inefficacia del governo di Hadi, l'economia in ginocchio e la corruzione endemica hanno portato gli Houti a guadagnare sempre più potere, fino a occupare la capitale, costringendo Hadi a fuggire in Arabia Saudita.

L'occupazione della capitale da parte degli Houti, sciiti, ha scatenato nel Golfo il timore per l'espansione dell'influenza iraniana sui loro confini. L'Arabia Saudita nel marzo 2015 ha risposto lanciando un intervento militare (riunendo una coalizione di nove paesi) sotto la guida dell'allora ministro della difesa, poi nominato principe ereditario Mohamed Bin Salman, per estromettere gli Houti e ripristinare il governo dell'ex presidente Hadi. La coalizione ha scatenato un'intensa campagna aerea, insieme a un paralizzante blocco marittimo e aereo che ha portato lo Yemen sull'orlo della carestia.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno guidato l'offensiva di terra con una forza messa insieme da mercenari, combattenti sudanesi janjaweed e milizie yemenite e gli Stati Uniti hanno fornito supporto logistico, e rifornimento in volo, accelerando le consegne di armi sia in Arabia Saudita che negli Emirati Arabi Uniti. L'intervento, nelle intenzioni della coalizione, avrebbe dovuto concludersi in qualche mese, ma è in stallo ormai da anni.

Gli Houti detengono gran parte delle province occidentali del paese, tra cui Sana'a, e gli altopiani vicino al confine saudita, nonché una parte della costa del Mar Rosso dello Yemen. A dicembre gli Houti e il governo yemenita hanno firmato un accordo di pace sostenuto dalle Nazioni Unite a Stoccolma che avrebbe dovuto essere la svolta che avrebbe avuto inizio con un ritiro congiunto delle truppe da Hodeidah, il porto più strategico dello Yemen e la linea di vita dell'approvvigionamento.

La coalizione saudita imputa agli Houti l'utilizzo di Hodeidah per controllare i flussi di aiuti e il contrabbando di armi. E entrambi si accusano di violare gli accordi di cessate il fuoco. A giugno, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato un abbattimento delle forze militari degli Emirati intorno a Hodeidah come parte di una "misura di rafforzamento della fiducia" unilaterale per dare il via al processo di pace in stallo. Ad agosto i separatisti del Sud, Southern Transitional Council (STC) altro attore del conflitto, sostenuti e addestrati dagli Emirati, hanno occupato alcune basi militari ad Aden. La guerra ha rianimato vecchie tensioni tra il nord e il sud dello Yemen, paesi precedentemente separati che si sono uniti in un unico stato nel 1990.

L'obiettivo dei separatisti è infatti quello di fare di Aden la capitale di uno Stato indipendente dallo Yemen. Fino a pochi mesi fa, il Consiglio era alleato dei miliziani fedeli al presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, contro il nemico comune: i ribelli sciiti Huti.

Con l'occupazione delle basi e il conseguente bombardamento da parte della coalizione guidata dall'Arabia Saudita, si è creata una profonda crepa nell'alleanza sunnita, che sottolinea gli interessi contrapposti di Arabia Saudita e Emirati nell'area e rende più difficile per la coalizione indebolire la presa degli Houti che detengono Sana'a e la maggior parte dei popolosi centri urbani. La settimana scorsa un gruppo di droni ha colpito due stabilimenti della Aramco, l'azienda statale saudita di idrocarburi, uno a Abqaiq, l'altro a Dhahran. Si tratta di due impianti altamente strategici, asset fondamentale degli introiti sauditi.

L'attacco è stato rivendicato dal portavoce militare degli Houti. Secondo un'indagine della Cnn gli ordigni sarebbero partiti da una base iraniana per poi volare sopra il Kuwait. Subito dopo l'attacco il segretario di stato americano Pompeo aveva accusato l'Iran minacciando dure conseguenze. Il costo del petrolio ha subito un'impennata, e le tensioni di questi giorni si aggiungono a quelle vissute nel golfo a giugno, dopo gli attacchi alle petroliere. Azioni di cui sia i sauditi che il governo statunitense avevano accusato l'Iran. La guerra yemenita potrebbe, dunque, subire una nuova escalation militare, a danno della già esausta popolazione civile, diventando ancor di più terreno di scontro al centro dell'accordo sul nucleare Usa-Iran e delle agende iraniane e saudite sul golfo.

 
L'Università L'Orientale nelle carceri per riconoscere il radicalismo islamico in Italia PDF Stampa
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Gazzetta di Napoli, 21 settembre 2019


Accordo-quadro con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Si apre martedì 24 settembre alle 9.00 nella sede dell'Orientale a palazzo du Mesnil (via Chiatamone 62) la due giorni di convegno internazionale "Ri-conoscere il radicalismo islamico in Italia: analisi, strategie e pratiche alternative". L'obiettivo dell'incontro è quello di comprendere il fenomeno della radicalizzazione, valutandone i rischi, e allo stesso tempo di rispondere correttamente alle richieste di godimento dei diritti religiosi all'interno degli istituti di pena italiani.

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