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Referendum cannabis: cura per la giustizia PDF Stampa
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di Antonella Soldo*


Il Riformista, 22 gennaio 2022

 

Eliminare le pene detentive per le condotte legate alla cannabis inciderebbe positivamente sul sistema giudiziario e carcerario. Si smetterebbe di intasare tribunali, riempire le prigioni e togliere tempo prezioso alle forze dell'ordine.

"Il mio obiettivo è garantire tempi ragionevoli per i processi". La Ministra Cartabia ha ragione, ma per ottenere questo nobilissimo risultato bisogna prima valutare le cause dei rallentamenti del nostro sistema giudiziario e il Referendum Cannabis si pone l'obiettivo di risolvere parte di questi impedimenti, raggiungendo così gli scopi tanto desiderati non solo dalla Ministra ma anche da milioni di cittadini italiani. Durante l'introduzione della relazione sull'amministrazione della giustizia al Senato e alla Camera, la Guardasigilli ha infatti esposto la lettera di una anziana vedova il cui sogno è quello di vedere celebrato il processo del figlio defunto sul posto di lavoro. Nonostante siano passati già quattro anni dalla scomparsa e sebbene il processo rientri tra quelli a trattazione prioritaria, il tribunale non riesce a tenere l'udienza a causa della mancanza di aule ben attrezzate e della carenza di risorse e personale. Una triste realtà che per troppi cittadini italiani è diventata una consuetudine forzata che amaramente si finisce per accettare. Oggi possiamo finalmente dire che una soluzione c'è che pone fine a questo continuo calvario giudiziario: il Referendum Cannabis.

La pandemia ha purtroppo aggravato la situazione carceraria in Italia: ad oggi, con 47.418 posti effettivi e 54.329 detenuti, le carceri italiane hanno una percentuale di sovraffollamento del 114%. Una condizione che dipende in gran parte anche dalle nostre leggi sulle droghe. Una persona su tre, esattamente il 34% dei detenuti, si trova in carcere per reati riguardanti il Testo Unico sulle Droghe ma la quasi totalità di questi sono "pesci piccoli", spacciatori minori o consumatori, spesso con problemi di tossicodipendenza e il carcere non rappresenta sicuramente l'ambiente più adeguato per il recupero di soggetti con tali problematiche. Invece, i grandi trafficanti restano liberi e continuano a sacrificare le proprie piccole pedine per alimentare indisturbati un mercato illegale che vale oltre 16,2 miliardi di euro. Ancor peggio, sono moltissimi i minori che vengono fermati nelle scuole e i pazienti che si ritrovano a sostenere processi per uso di cannabis medica. Eliminando le pene detentive per le condotte legate alla cannabis, il Referendum riuscirebbe ad apportare un impatto positivo sul sistema giustiziario e quello carcerario, smettendo di intasare tribunali, di riempire carceri e di occupare il tempo prezioso delle forze dell'ordine che andrebbero così impiegate per dei crimini veri.

I dati presentatati ogni anno dalla Relazione al Parlamento sul fenomeno delle Tossicodipendenze in Italia dimostrano che la cosiddetta "guerra alla droga" è di fatto una battaglia contro un'unica sostanza: la cannabis. Nel 2019, le operazioni antidroga condotte dalle Forze di Polizia sono state 25.876 ma oltre la metà erano rivolte al contrasto del traffico della cannabis e solamente un terzo di queste operazioni hanno coinvolto sostanze pesanti come la cocaina. Con le attuali leggi, la cannabis resta infatti la sostanza più "perseguitata" nel nostro Paese con oltre l'80% dei sequestri delle quasi 55 tonnellate di sostanze stupefacenti sequestrate nel medesimo anno.

Salute pubblica, sicurezza, possibilità di impresa, lotta alle mafie, ricerca scientifica e libertà individuali: sono tantissime le ragioni che hanno spinto oltre mezzo milione di cittadini italiani a sottoscrivere il Referendum Cannabis e tra queste ovviamente non può mancare la giustizia. Che lo si voglia o no, il quesito referendario che decriminalizza la cannabis è l'unica proposta di riforma sul tavolo dopo decenni di stallo del legislatore e questo significherebbe poter superare, in modo strutturale, il sovraffollamento delle carceri, l'ingolfamento del sistema giudiziario e lasciare che le forze dell'ordine siano occupate in altre emergenze ben più serie e pericolose. Anche se ignorata, oggi una soluzione c'è.

 

*Comitato Referendum Cannabis

 
Siria. L'Isis va all'assalto del carcere dei jihadisti. Oltre sessanta i morti PDF Stampa
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di Gabriella Colarusso


La Repubblica, 22 gennaio 2022

 

Il penitenziario di Al Sinaa ha la più alta concentrazione di terroristi detenuti nell'area. Centinaia di evasi, molti sono stati ricatturati. Un attacco era stato sventato in novembre.

Sconfitto tre anni fa con una massiccia campagna di combattimenti di terra e bombardamenti, lo Stato Islamico è tornato a farsi sentire, ieri, in Siria, in quella che secondo gli osservatori più attenti è stata la maggiore operazione militare del gruppo terroristico dalla battaglia di Baghuz, sua ultima ridotta.

Nella notte tra giovedì e venerdì, decine di jihadisti, secondo fonti curde, hanno assaltato la prigione Al Sinaa di Gweiran, un paio di chilometri a Sud della città di Hassakeh, nel Nord-Est della Siria: è una scuola che era diventata base dell'Isis e poi è stata convertita in carcere dai curdi delle Sdf, le Forze democratiche siriane, che da quasi tre anni gestiscono con pochi mezzi circa 12mila prigionieri jihadisti.

Ad Al Sinaa ce ne sono più di 3mila, è la prigione con la più alta concentrazione di terroristi in Medio Oriente, vivono ammassati in celle senza servizi igienici né spazi adeguati, isolati dal mondo, in attesa di processi che non si sa se saranno celebrati e da chi. Sono per lo più stranieri, francesi, britannici, tunisini, sauditi, ma sono politicamente radioattivi e nessun governo li rivuole indietro. Già a novembre i curdi avevano sventato un tentativo di assalto per liberarli. L'operazione di venerdì è stata meglio organizzata. I jihadisti hanno piazzato un'autobomba davanti al carcere mentre i detenuti all'interno inscenavano una rivolta. A centinaia sono riusciti a fuggire, non è chiaro quanti, le Sdf dicono di averne ri-catturati 110.

Per tutta la giornata di ieri sono andati avanti combattimenti tra curdi e miliziani dell'Isis nascosti in decine di abitazioni civili nei quartieri a ridosso della prigione, ci sono voluti i raid aerei della Coalizione per liberare molte case. Il bilancio delle vittime è ancora incerto, secondo l'osservatorio siriano per i diritti umani con sede in Gran Bretagna sarebbe di almeno 67 morti, 23 tra le forze di sicurezza curde, 39 tra militanti dell'Isis e cinque tra i civili. Più o meno nelle stesse ore dell'attacco ad Hassakeh, un'altra cellula assaltava una caserma dell'esercito a nord di Baghdad, in Iraq, uccidendo 11 soldati iracheni.

Le Sdf e la coalizione anti-Daesh a guida americana hanno spazzato via la pretesa fanatica di costruire uno Stato islamico, ma non l'ideologia jihadista. In diverse zone della Siria e dell'Iraq resistono decine di cellule dormienti e negli ultimi mesi hanno intensificato gli attacchi. Per gli esperti di antiterrorismo, uno di problemi principali sono proprio i miliziani detenuti nelle prigioni.

L'attacco a Sinaa è un messaggio ai "fratelli": l'Isis non si è dimenticato di voi, tornerà per liberarvi. Tra il 2012 e il 2013, l'allora Stato Islamico dell'Iraq condusse una pressante campagna per liberare dalle prigioni irachene decine di miliziani, si chiamava "Abbattere i muri". Fu il preludio alla conquista di Mosul e alla nascita del cosiddetto Califfato che ha ridotto in povertà e macerie vaste zone dell'Iraq e della Siria prima di essere sconfitto.

 
Siria. L'Isis assalta il carcere, prigionieri in rivolta: nel Rojava è battaglia PDF Stampa
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di Chiara Cruciati


Il Manifesto, 22 gennaio 2022

 

Attacco coordinato nel nord est siriano: dentro gli islamisti detenuti danno fuoco alle celle e si impossessano delle armi, fuori autobombe e lanciarazzi. Decine i morti. I 91 evasi ricatturati dalle Sdf con il sostegno della coalizione. Mentre la Turchia colpisce i rinforzi curdi.

Un assalto durato tutta la notte, tra giovedì e venerdì, e proseguito ieri: è il peggiore da anni l'attacco realizzato dallo Stato islamico alla prigione di Sina'a, nel quartiere di Ghiweiran ad Hasakah, nord est siriano. Un attacco coordinato, tra dentro e fuori, tra i prigionieri islamisti detenuti dalle Forze democratiche siriane (Sdf) e le cellule ancora libere di operare.

E un attacco che ha visto mobilitarsi tutti gli attori in campo, plastica rappresentazione del più ampio conflitto che ruota intorno al Rojava. Perché ieri, mentre i combattenti delle Sdf, delle unità curde Ypg/Ypj e delle Asaysh (le forze di sicurezza interne curde) lottavano per mettere in sicurezza i civili e impedire una maxi evasione - anche con il sostegno aereo della coalizione a guida Usa - droni turchi bombardavano i rinforzi delle Sdf diretti ad Hasakah.

La prigione di Sina'a è in mezzo a uno dei quartieri della città. Accanto ci sono case, civili. Ospita da anni tra i 3.500 e i 5mila miliziani islamisti, tra cui membri della leadership, catturati dalle Sdf e tuttora nel nord-est della Siria nonostante il peso di migliaia di detenuti (tantissimi stranieri) non sia più sopportabile dall'Amministrazione autonoma.

L'attacco è iniziato giovedì sera. Dentro e fuori. All'interno i prigionieri hanno dato fuoco a coperte e materassi e si sono impossessati di armi e munizioni, mentre fuori un'autobomba colpiva l'ingresso principale del carcere.

Altre esplosioni a poca distanza, tre camion di benzina, hanno sollevato in aria una fitta coltre di fumo nero - secondo fonti da noi raggiunte nel Rojava - rendendo la visione impossibile a droni ed elicotteri della coalizione. Da lì lo scontro si è esteso a terra: combattenti delle Sdf contro gli islamisti armati di fucili e lanciarazzi. Gli stessi miliziani avrebbero ucciso sette prigionieri islamisti che avevano optato per la resa.

E si è esteso ai civili: islamisti si sono nascosti in alcune case nelle vicinanze, con la forza. Sarebbero cinque i civili uccisi, secondo il Rojava Information Centre (Ric), uno di loro sarebbe stato decapitato. Le Sdf hanno chiesto la collaborazione della popolazione: non date rifugio agli evasi, avvertiteci.

Sopra, hanno iniziato a volare gli Apache e i droni statunitensi: nel primo pomeriggio di ieri hanno bombardato la prigione e la facoltà di economia, poco distante, uno dei rifugi scelti dai miliziani. Poco prima il quartiere era stato evacuato: in centinaia si sono allontanati dalla città a piedi, mentre veniva imposto il coprifuoco.

"La scorsa notte gli Apache hanno illuminato la zona per assistere meglio le Sdf e le Asaysh sul terreno - ci hanno spiegato dal Ric - e hanno sparato con fucili automatici contro gli assalitori e gli evasi". E ieri truppe statunitensi sono arrivate a bordo di veicoli blindati.

Nelle stesse ore, affatto defilata, è entrata in scena la Turchia, occupante illegittimo di un pezzo di Rojava, che amministra con le sue truppe e con milizie islamiste alleate. Il suo contributo: con un drone ha colpito un veicolo delle Sdf partito da Tel Temer e diretto ad Hasakah. Due i morti. Intanto i giornalisti dell'agenzia Anha riportavano del volo a bassa quota di droni turchi nel distretto di al-Darbasiyah, ad Hasakah.

Secondo le nostre fonti, 91 evasi sarebbero stati catturati dopo la fuga. In serata il comandante delle Sdf, Mazloum Abdi, ha twittato: sono stati tutti ricatturati. Circa 40 gli islamisti uccisi, di cui un cinese: un video della Ronahi Tv mostra corpi a terra, alcuni con addosso cinture esplosive, altri nelle divise arancioni dei prigionieri. Due i combattenti delle Sdf morti, 15 i feriti, secondo fonti curde, mentre l'Afp parla di 23 uccisi. In serata gli scontri sono proseguiti fuori dalla città, dopo la ritirata degli islamisti.

Un attacco coordinato che svela ancora una volta la capacità dello Stato islamico di infiltrare prigioni e campi di detenzione gestiti con difficoltà e in solitudine dalle Sdf. Lo ha ribadito ieri all'agenzia Anf Abdulkarim Omar, co-presidente delle relazioni internazionali dell'Amministrazione della Siria del nord-est: "Questi eventi sono il risultato dell'incapacità della comunità internazionale di compiere il proprio dovere. Deve avviare processi contro i membri dell'Isis e ogni paese deve riprendere i propri cittadini (foreign fighters, ndr). Il terrorismo dell'Isis è ancora attivo, le sue cellule colpiscono di continuo, mentre la nostra regione è sotto assedio ed embargo". Un assedio perpetrato dalla Turchia, forza occupante, che ha mostrato di nuovo ieri l'opacità del proprio ruolo, una falsa indifferenza verso l'Isis che si traduce nel sostegno necessario a farlo sopravvivere.

 
Yemen. Bombe sul carcere: duecento tra morti e feriti PDF Stampa
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Avvenire, 22 gennaio 2022

 

Colpita la struttura nella città di Saada, roccaforte dei ribelli Houthi. Il raid aereo della coalizione militare a guida saudita segna un'ulteriore escalation della guerra. Ennesima strage in Yemen. Almeno duecento persone sono rimaste uccise o ferite la notte scorsa nel nord del Paese in seguito ad un raid aereo della coalizione militare a guida saudita, che segna l'ulteriore escalation di una guerra che ha già causato la morte di centinaia di migliaia di persone. Nel silenzio del mondo.

Il bilancio è ancora parziale.

I caccia hanno preso di mira vari obiettivi controllati dagli insorti Huothi filo-iraniani, come hanno riferito fonti sul posto. Difficili anche le comunicazioni, visto che il Paese è rimasto senza alcun collegamento internet, proprio a causa del bombardamento contro installazioni nella città portuale di Hudayda, sul Mar Rosso. Nella stessa città, secondo quanto ha riferito Save the Children, tre bambini sono stati uccisi mentre giocavano in un campetto da calcio, quando un missile ha colpito un impianto di telecomunicazioni nella zona.

Ma la vera carneficina è stata registrata più a nord, nella città di Saada, dove le bombe della coalizione hanno raso al suolo una prigione, causando, secondo l'organizzazione umanitaria Medici senza Frontiere, la morte di almeno 70 persone e il ferimento di almeno altre 140. La stessa fonte ha precisato che si tratta di dati parziali, poiché provengono da solo uno degli ospedali di Saada, mentre "anche altri due (ospedali) in città hanno ricevuto molti feriti e tra le macerie sono ancora in corso delle ricerche" per vedere se vi sono sopravvissuti, feriti o vittime. I ribelli Houthi hanno

prontamente diffuso filmati raccapriccianti che mostrano corpi tra le macerie e cadaveri maciullati, affermando che si tratta

di vittime dall'attacco alla prigione. Sono stati però probabilmente proprio i ribelli a causare questa nuova escalation della violenza, mettendo a segno lunedì e poi rivendicando un attacco compiuto con i droni contro installazioni nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi, che ha provocato la morte di tre persone. Già il giorno dopo la coalizione, di cui gli Emirati fanno parte, ha reagito con un raid contro la regione della capitale Sanaa, in cui sono morte 14 persone. Oggi la drammatica e più vasta replica. Questo è avvenuto solo nell'ultima settimana, ma sono sette anni che la guerra civile in Yemen va avanti causando un'ondata di milioni di sfollati, oltre ad una crisi umanitaria che l'Onu definisce la peggiore al mondo. Per non parlare delle vittime.

Sempre secondo le Nazioni Unite, la guerra finora ha provocato la morte di oltre 377.000 persone, sia direttamente che indirettamente, a causa della fame e delle malattie. Frattanto il Consiglio di sicurezza dell'Onu, riunito su richiesta degli Emirati Arabi Uniti che ne è membro non permanente, ha condannato all'unanimità quelli che ha definito gli "efferati attacchi terroristici degli Houthi ad Abu Dhabi, così come in altri siti dell'Arabia Saudita". Allo stesso tempo, la Norvegia, presidente di turno dei Quindici, ha commentato i nuovi raid in Yemen definendoli "inaccettabili".

 

 
Viaggio all'inferno con i tossici di Kabul: "Dal gulag talebano non c'è ritorno" PDF Stampa
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di Pietro Del Re


La Repubblica, 22 gennaio 2022

 

L'Emirato si è trasformato nel leader globale dell'export di droga. E la povertà fa aumentare i consumi locali. Sono lerci, smagriti, coperti di piattole e pidocchi. Alcuni hanno il viso gonfio, altri al contrario le guance incavate e coperte di una barba polverosa. Straziati dal freddo e dalla fame, gli oltre duemila tossicodipendenti rinchiusi nel centro di recupero di Ibn Sina, in periferia di Kabul, vorrebbero soltanto scappare. "Ma siamo sorvegliati da trenta talebani armati che non esiterebbero ad aprire il fuoco al primo tentativo di fuga", dice Khairul Bashar, 24 anni, catturato mentre fumava "crystal met", la metanfetamina in cristalli prodotta in Iran, che qui non costa nulla. "Sono disoccupato dallo scorso agosto, dalla caduta di Kabul. Con la droga sopportavo anche la fame", aggiunge il ragazzo.

La tossicodipendenza è una delle piaghe che funestano l'Afghanistan e i talebani hanno deciso di sanarla. A modo loro, però, con retate pianificate nelle principali città del Paese per riempire fino all'inverosimile i malconci san Patrignano locali, dove manca tutto: vestiti, cibo, carbone per le stufe, metadone e altri farmaci. "Sono rinchiuso in questo gulag da più di due mesi, sempre con gli stessi abiti, inadeguati al gelo dell'inverno. Ci danno una tazza di tè e un pugno di riso al giorno e siamo costretti a dormire in due o tre per branda. Ogni giorno, almeno cinque di noi muoiono di stenti", dice ancora Bashar, scoprendo l'addome per mostrarci i morsi degli insetti.

Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, in Afghanistan il problema della tossicodipendenza riguarda il 10 per cento della popolazione, ossia 4 milioni di persone che consumano soprattutto metanfetamine, eroina e oppio. Se sono così tante è per via di una guerra durata quarant'anni che ha creato disperazione, miseria e disoccupazione, ma anche a causa della grande disponibilità di stupefacenti, in buona parte prodotti in loco. Ora, la grave crisi economica che negli ultimi mesi colpisce il Paese sta peggiorando questi dati agghiaccianti, con un tasso di morti per overdose mai registrato prima d'ora. "Qui riceviamo uomini che hanno tra i 18 e i 65 anni, l'80 per cento dei quali assumeva droghe chimiche", dice Ahmad Zahir Sultani, chirurgo ortopedico e direttore di Ibn Sina, il quale conferma che il suo centro ospita molti più "pazienti" dei mille previsti. Sultani illustra poi la giornata tipo all'interno del lazzaretto: "Sveglia alle 5 per la preghiera, poi alle 6 la prima colazione e la distribuzione dei farmaci. Alle 12 pranzo e alle 18 cena con altri farmaci. Alle 22 si spengono le luci". Il direttore ammette però di non avere i mezzi necessari per disintossicare i drogati: "Per esempio, per gli eroinomani e per i dipendenti dall'oppio non abbiamo abbastanza metadone e per quelli che prendevano metanfetamine non abbiamo nulla. Cerchiamo perciò di curare altrimenti i sintomi dell'astinenza: antiemetici contro vomito, calmanti per dolori muscolari e antidepressivi per chi ha crisi di ansia. Il problema è che qui scarseggiano anche questi farmaci".

Per questo motivo, sebbene il protocollo sanitario preveda una permanenza di 45 giorni in questa ex base militare, a una decina di chilometri dal centro della capitale, la maggior parte dei disperati che incontriamo è rinchiusa qui dentro da molto più a lungo. Ali Wardaak, 30 anni, operaio disoccupato, si lamenta perché le scarpe che gli hanno fornito quand'è arrivato sono delle vecchie ciabatte ormai sfasciate. "Non ho neanche un paio di calze, e rischio di morire di freddo. Sto male, sono affamato e ho la febbre da settimane", dice. Accanto al suo letto è disteso il ventottenne Abdul Rakman, ex poliziotto, eroinomane che ormai non peserà più di trenta chili e che emana l'odore nauseante tipico della malattia. Ha occhi acquosi e inespressivi, e pronuncia parole difficilmente comprensibili, con cui sembra chiedere scusa alla sua famiglia per essere diventato schiavo dell'eroina.

Da quando il nuovo regime ha deciso di estirpare il flagello della droga non è più il ministero della Salute a gestire i problemi legati alla tossicomania, bensì quello dell'Interno. Come spiega il dottor Nazir Sharifi, uno dei promotori dell'iniziativa, al momento si tratta di un progetto sperimentale. "Se funziona, riceveremo altri fondi con cui fornire ai centri farmaci a sufficienza". Dal suo ufficio all'ultimo piano di una palazzina che domina Kabul, Sharifi ci dice che esistono due tipi di tossici: "Quelli che accettano di farsi curare su base volontaria e che si recano da soli nei centri di recupero; e quelli che invece vanno catturati e trattati contro la loro volontà. Purtroppo questi ultimi sono la grande maggioranza".

A Kabul ma anche a Herat, Mazar-e-Sharif e Kandahar, a prelevarli come cani randagi per la strada o sotto i ponti sono uomini armati a bordo di pick-up che li perseguitano nei loro più segreti nascondigli. Le retate sono programmate ogni mese e mezzo, anche se non è ancora terminata la terapia per i tossici dell'infornata precedente, il che spiega il sovraffollamento dei centri.

Era metà novembre quando gli studenti del Corano hanno cominciato "a ripulire le città dai drogati", sostenendo che trattare le dipendenze avrebbe permesso "di eliminare il traffico di droga in Afghanistan". In pochi giorni, furono prelevate dalla strada tremila persone. Allora, Saeed Khosti, portavoce del ministero dell'Interno, sentenziò: "Piano piano li scoveremo tutti. E in giro non rimarrà più un solo tossicodipendente".

Il paradosso è che lo stesso mese la raccolta di cannabis raggiungeva livelli da primato, rendendo l'Afghanistan, oltre che di oppio, il primo produttore al mondo di hashish e marijuana. Tutta merce che costituisce la prima fonte di reddito del regime talebano, e che ovviamente i mullah vorrebbero destinare soltanto all'esportazione.

Rientrati verso il grande bazar, basta affacciarci dai ponti che attraversano il Kabul per scorgere i prossimi tossici che saranno agguantati e rinchiusi al centro di Ibn Sina. Si nascondono appena sulle rive del fiume che in questa stagione è poco più che un rigagnolo di fogna. Ma è sotto un ponte un po' più lontano dal centro che scopriamo l'orrore: una mezza dozzina di uomini che fuma e inala "crystal met" accanto a otto cadaveri di sventurati probabilmente morti di overdose, o forse uccisi dal gelo mentre erano sballati.

 
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