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Migranti. Ok in Commissione alla Camera al Decreto sicurezza bis PDF Stampa
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di Francesco Cerisano


Italia Oggi, 20 luglio 2019

 

Multe salate alle Ong. Fino a 1 mln per il capitano e l'armatore delle navi. Fino a 1 milione di euro di multa al comandante della nave che violi il divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane. E arresto obbligatorio in flagranza qualora il comandante commetta il delitto di resistenza o violenza contro una nave da guerra, previsto dall'art. 1100 del Codice della navigazione.

La vicenda della nave Sea Watch 3 e della capitana Carola Rackete (finita sotto processo per aver deciso di attraccare a Lampedusa nonostante il divieto imposto dalle autorità italiane) sembra aver ispirato il giro di vite contenuto negli emendamenti al decreto sicurezza bis (dl n. 53/2019) approvati dalle commissioni affari costituzionali e giustizia della camera. Oltre alla previsione esplicita dell'arresto in flagranza (nell'articolo 380, comma 2 del codice di procedura penale viene introdotta una fattispecie ad hoc) a carico del comandante della nave, il vero colpo alle Organizzazioni non governative che svolgono attività di ricerca e salvataggio di migranti nel Mediterraneo è rappresentato dal giro di vite sulle sanzioni pecuniarie.

Nel testo originario del decreto legge le multe andavano da un minimo di 10 mila euro a un massimo di 50 mila euro e potevano essere comminate, oltre che nei confronti del comandante della nave, anche nei confronti dell'armatore e del proprietario, ove possibile. Gli emendamenti approvati dalle commissioni della camera (che hanno chiuso i lavori giovedì conferendo ai due relatori leghisti Simona Bordonali e Roberto Turri il mandato a riferire in aula a partire dal 22 luglio) ampliano il ventaglio delle sanzioni amministrative a carico del comandante, portandole da un minimo di 150 mila euro a un massimo di un milione di euro.

Con un'altra sostanziale novità: la responsabilità solidale dell'armatore della nave che dunque potrà essere chiamato a rispondere della multa per l'intero. Si prevede inoltre che la confisca delle navi scatti subito, anche in caso di prima violazione del divieto di ingresso e non, come previsto inizialmente, in caso di reiterazione della condotta.

Le navi sequestrate potranno essere affidate dal prefetto in custodia agli organi di polizia, alle capitanerie di porto, alla marina militare o ad altre amministrazioni che ne facciano richiesta per l'impiego in attività istituzionali. Quando la confisca diventerà definitiva (in quanto il provvedimento che la dispone non può più essere impugnato) la nave sequestrata sarà acquisita al patrimonio dello Stato.

Manifestazioni in luogo pubblico - Ma gli emendamenti approvati da Montecitorio non si limitano al solo inasprimento delle norme di contrasto all'immigrazione clandestina. Vengono rimodulate le sanzioni penali a carico di chi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, lanci o utilizzi illegittimamente razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l'emissione di fumo o di gas visibile (o in grado di nebulizzare gas contenenti principi attivi urticanti), ovvero bastoni, mazze, oggetti contundenti o, comunque, atti a offendere. Se la condotta è volta a creare un concreto pericolo per l'incolumità delle persone la pena della reclusione andrà da un minimo di un anno a un massimo di quattro anni.

Viceversa, (ed è una novità contenuta negli emendamenti della Camera) quando il fatto è volto a creare un concreto pericolo per l'integrità delle cose, la pena sarà più lieve: da sei mesi a due anni di reclusione.

Vestiario, buoni pasto per le forze di Polizia e straordinario Vigili del fuoco - Le modifiche approvate in commissione stanziano inoltre due milioni di euro per il 2019 e 4,5 milioni l'anno dal 2020 al 2026 per il miglioramento e il ricambio del vestiario della Polizia di stato. Viene inoltre estesa a tutto il personale del comparto sicurezza e difesa la possibilità di fruire di buoni pasto (del valore nominale di 7 euro cadauno) in occasione di servizi di ordine pubblico svolti fuori sede in località prive del servizio mensa o di esercizi privati di ristorazione convenzionati. Infine, viene incrementato il monte ore di straordinario per il personale operativo dei Vigili del fuoco, che per il 2019 è aumentato di 259.890 ore l'anno, mentre saranno 340 mila a decorrere dal 2020.

 
Stati Uniti. Abolire il carcere, un'idea anarcoide e mainstream PDF Stampa
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di Mattia Ferraresi


Il Foglio, 20 luglio 2019

 

Nell'America dell'incarcerazione di massa, gli abolizionisti attaccano i pilastri filosofici che reggono il sistema. Un dibattito fra Kant e Darwin. Il pensiero dominante è un tentativo minuscolo che si prefigge uno scopo eccessivo: scavare nel provvisorio alla ricerca del definitivo. O almeno di qualche suo vago indizio. Ogni martedì si darà spazio a un tema di inattualità tentando di stanare le idee che se ne stanno quatte quatte sotto la superficie mobile dei fenomeni. Si tratterà di politica, cultura, filosofia, storia, scienze umane, letteratura, ma anche di parole, sentimenti, concetti, astrazioni, polemiche e cazzeggi, sempre orientati alla ricerca di una qualche universalitatem in rebus.

Seguendo le indicazioni del direttore irresponsabile della testata, Giacomo Leopardi, si svolazzerà fra "la terrena stanza" e "l'alte vie dell'universo intero". Possibilmente senza farsi male. Lo sforzo sarà alimentato da quell'oncia di pregiudizio che sorregge ogni ragionevole ricerca. Il pensiero che domina questo esordio è l'abolizione del carcere, idea anarcoide e impraticabile che ha preso piede nelle stanze meglio arredate della politica e dell'accademia americana.

È un dibattito fra teorie competitive della giustizia, collegato - in modo quasi invisibile - a una disputa secolare sulla natura del male e sulla liceità morale e necessità sociale di punire chi lo commette con la reclusione. Rendere visibile questo collegamento è il proposito dell'articolo che trovate qui sotto. Per aggiungere un elemento di riflessione pubblichiamo anche il dialogo fra il diavolo e un prete che Fëdor Dostoevskij ha scritto sul muro della cella in cui era rinchiuso nel 1849, sospeso fra le immagini di un inferno nell'aldilà e l'inferno già in atto nell'aldiquà.

Il dibattito sull'abolizione delle carceri è uscito dalla clandestinità ed è affiorato nel mainstream. Fino a pochi anni fa nessuno era contrario allo strumento della carcerazione in sé, fatta eccezione per una carboneria della sinistra radicale, qualche filosofo vetero-marxista e un manipolo di reduci anarchici che ancora credeva nelle battaglie combattute da Emma Goldman nella prima metà del secolo scorso.

Nel 2015 l'attivista e commentatore democratico Van Jones ha lanciato la campagna #cut50 per ridurre la popolazione carceraria americana del 50 per cento. Allora anche i più generosi riformisti in materia di giustizia penale hanno accolto l'idea storcendo il naso. Oggi è considerato un obiettivo troppo prudente e pragmatico, dunque un ostacolo sulla via dell'abolizione, e prova ne è il fatto che Jones è stato ricevuto da Donald Trump e la sua visione è guardata con favore da Jared Kushner, impegnato nel ridurre la popolazione carceraria. Nella tortuosa evoluzione del dibattito, il possibile è diventato nemico dell'ideale.

Alexandria Ocasio-Cortez, portavoce presso il palazzo dei democratici d'impronta socialista, ha abbracciato ufficialmente la causa abolizionista. Lo ha fatto lo scorso anno con un saggio pubblicato su America, la rivista dei gesuiti americani, imboccando la via di uno spericolato sincretismo fra il catechismo della chiesa cattolica e la fiorente letteratura neo-marxista che qualifica il sistema carcerario come strumento - o sovrastruttura - delle oppressioni economiche e razziali che caratterizzano strutturalmente il sistema.

Nella sua visione, la remissione dei peccati va a braccetto con l'espiazione delle colpe dell'uomo bianco e capitalista, che un tempo schiavizzava apertamente gli afroamericani e oggi li schiavizza surrettiziamente tramite l'incarcerazione. Attivisti come Angela Davis, membro storico del partito comunista americano, o Ruth Wilson Gilmore, professoressa della City University of New York, parlavano da decenni della necessità di smantellare il sistema carcerario, ma i loro argomenti non hanno avuto finora la forza per accreditarsi nei circoli intellettuali più blasonati e per smuovere la coscienza collettiva in un paese calvinisticamente ossessionato dall'idea della punizione. La svolta è arrivata quando la Harvard Law Review ha dedicato il numero di aprile al dibattito sull'abolizione delle carceri.

Il dramma del sistema carcerario americano è noto. Gli Stati Uniti guidano la classifica mondiale per tasso d'incarcerazione, mantenendosi senza sforzo davanti a paesi come Cuba, Russia, Iran e Arabia Saudita nonostante una diminuzione complessiva delle sentenze detentive del dieci per cento nell'ultimo decennio. La popolazione carceraria americana è di circa 2,3 milioni di persone, cifra che equivale a oltre il venti per cento della popolazione carceraria mondiale (la popolazione americana complessiva è il 4 per cento di quella globale). Per oltre la metà si tratta di afroamericani e ispanici. Le prigioni americane non sono luoghi di riabilitazione e reintegro. Soltanto una piccola percentuale dei detenuti lavora all'interno delle strutture, e quelli che possono farlo guadagnano una cifra compresa fra 70 centesimi e quattro dollari al giorno. Chi esce dopo aver scontato la pena per un crimine violento ha il 70 per cento delle probabilità di essere arrestato nuovamente nel giro di tre anni. La detenzione in America è stata usata come strumento di controllo delle patologie sociali: con preoccupante sistematicità, in carcere finiscono i poveri, le minoranze etniche, chi ha disturbi mentali, i senzatetto, i reietti e gli emarginati di ogni genere.

Questi dati sconcertanti hanno generato iniziative bipartisan, una rarità in questi tempi di polarizzazione ideologica. I fratelli Koch, finanziatori del mondo conservatore, lavorano insieme al finanziere liberal George Soros, che alla riforma del sistema carcerario ha dedicato ingenti energie e risorse. Trump si è espresso sulla questione in termini non dissimili da quelli usati dal suo predecessore, Barack Obama. Le uniche proposte di legge sponsorizzate da democratici e repubblicani al Congresso riguardano la riforma della giustizia penale e la riduzione della popolazione carceraria. Ma gli abolizionisti non vogliono riformare il sistema carcerario: vogliono appunto abolirlo. L'approccio gradualista è visto come un tentativo di curare i sintomi senza occuparsi della patologia.

L'abolizione, invece, si propone come una dottrina morale che dà fondamento a una teoria della giustizia in radicale contrasto con quella vigente. Si tratta di una postura filosofica, non di una strategia per risanare un sistema corrotto.

Allegra MacLeod, giurista di Georgetown in prima linea nella causa, parla di una "etica abolizionista", una concezione della giustizia che rovescia quella che ispira il sistema in vigore: "Mentre le forme convenzionali della giustizia mettono l'accento sull'amministrazione di giudizi individualizzati e di corrispondenti punizioni, la giustizia abolizionista offre un tentativo più solido di realizzare la giustizia, nel quale la punizione è abbandonata in favore della accountability e della riparazione". Gli abolizionisti sono convinti che le attuali strutture legali aumentino il grado di ingiustizia nella società invece di diminuirlo.

Questa concezione si fonda su una critica all'idea della giustizia retributiva e alla visione antropologica sulla quale si innalza. La giustizia retributiva è imperniata sulla responsabilità dell'individuo di fronte alla legge: è la giustizia stessa a imporre che il criminale patisca, in modo proporzionato, per la colpa che ha commesso.

Come ha scritto Kant nella Metafisica dei costumi: "La punizione giudiziaria non può mai essere usata soltanto come mezzo per promuovere qualche altro bene per il criminale stesso o per la società civile, ma deve in tutti i casi essere imposta su di lui soltanto sulla base del fatto che ha commesso un crimine". Per realizzare la giustizia è dunque imperativo che il criminale, solo responsabile delle proprie azioni, venga punito. Gli abolizionisti rovesciano questo principio, sostenendo che in fondo sono le condizioni socio-economiche nel quale gli individui si trovano a generare i comportamenti criminali, dunque il sistema penale dovrebbe avere come obiettivo principale quello di correggere le circostanze che favoriscono il crimine.

Scavando nelle premesse implicite del discorso abolizionista, si scopre che la persona umana consiste principalmente nell'ambiente sociale al quale partecipa. Per questo gli esponenti di questa scuola preferiscono parlare di giustizia riparativa, dove l'accento cade sulla riparazione del danno inflitto agli altri e non sulla colpa morale di chi commette il crimine. Questa distinzione cruciale fa capire perché gli abolizionisti guardano con sospetto, se non con ostilità, gli avvocati di una semplice riforma del sistema carcerario, e viceversa.

Il dibattito che oggi è di moda fra giuristi e filosofi del diritto è in realtà il prodotto di almeno un secolo e mezzo di dispute e conflitti. A cavallo fra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo gli Stati Uniti hanno vissuto una stagione di riforme legali tese a smontare una concezione così sintetizzata dal giurista inglese William Blackstone: "Le punizioni sono inflitte soltanto per gli abusi di quel libero arbitrio che Dio ha dato all'uomo". Il positivismo dilagante e le teorie di Charles Darwin, che si erano affermate nei decenni precedenti, imponevano di considerare l'uomo non come essere dotato di una libertà data da Dio - e della quale poteva abusare - ma come prodotto dei suoi antecedenti biologici, delle condizioni sociali, della lotta per la sopravvivenza, del caso. Le teorie giuridiche dovevano adeguarsi al nuovo paradigma scientifico, e questa convinzione ha fornito la base per quella che alcuni chiamano la "rivoluzione consequenzialista", un processo che è andato avanti quasi indisturbato per buona parte del Ventesimo secolo. È stata però una rivoluzione incompiuta.

La concezione precedente, di stampo kantiano, è sopravvissuta nei gangli del sistema giuridico ed è stata poi riesumata negli ultimi decenni del Ventesimo secolo, quando la stretta in senso law and order promossa per motivi squisitamente politici tanto dai Repubblicani quanto dai Democratici ha avuto la necessità di far leva sulle teorie della giustizia retributiva e sulle premesse a essa sottese. La disputa sull'abolizione non è che un capitolo di un epocale scontro fra mondovisioni. Poiché oggi parlano apertamente di smantellare le prigioni, sembra che gli abolizionisti perseguano un programma eversivo e utopico. In realtà la loro intenzione è ancora più profonda: portare a compimento una rivoluzione filosofica lasciata a metà.

 
Stati Uniti. "Punire anziché proteggere", ecco il Centro per minori migranti di Homestead PDF Stampa
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di Riccardo Noury


Corriere della Sera, 20 luglio 2019

 

Il centro di "emergenza temporanea" di Homestead, in Florida, è uno degli esempi più crudeli e inumani delle politiche dell'amministrazione Trump in materia d'immigrazione, il cui obiettivo è punire anziché proteggere persone che cercano riparo negli Usa dalla violenza e dalla persecuzione nei paesi di origine. Amnesty International ha visitato Homestead ad aprile e a luglio. Nella prima occasione, vi ha trovato 2100 minori migranti di età compresa tra 13 e 17 anni. Tra la prima e la seconda visita il numero è salito a quasi 2500 per scendere poco sotto 2000 nelle ultime settimane.

Poiché secondo il diritto internazionale i minori non dovrebbero essere posti in detenzione se non in circostanze estreme e gli stati sono comunque obbligati a perseguire il migliore interesse del minore, che a Homestead ci siano 2500 o 2000 minori il cui unico "reato" è la loro condizione di migranti privi di documenti poco importa: Homestead è un affronto ai diritti umani. Va sottolineato che la maggior parte dei piccoli detenuti di Homestead proviene dal Centroamerica. Questi ragazzi hanno percorso migliaia di chilometri da soli o a volte accompagnati da parenti o adulti cui erano stati affidati, dai quali sono stati separati alla frontiera.

Il regime detentivo è pessimo e feroce: cure mediche inadeguate, regolamenti rigidissimi, obbligo d'indossare un badge con codice a barre da scansionare ogni volta che si passa da un edificio a un altro, "domandine" da compilare per ogni necessità, compresi gli assorbenti. Molti detenuti parlano lingue native e sono tagliati fuori dai pur scarsi servizi educativi. La detenzione in queste condizioni, in attesa dell'accoglimento della richiesta di uno sponsor o del trasferimento in un altro centro, dura oggi in media 53 giorni ma in passato è arrivata anche a 89. C'è chi è riuscito a scappare dall'inferno ed è difficile dargli torto. Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani chiedono che il centro di Homestead sia chiuso nel più breve tempo possibile.

 
Cina. Le "prigioni intelligenti" di Xi Jinping smascherate da un documento riservato PDF Stampa
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di Massimo Introvigne


bitterwinter.org, 20 luglio 2019

 

Un testo secretato sulla riforma carceraria dispone la rieducazione di "sette" e uiguri tramite lo studio del pensiero di Xi e maggiore sorveglianza elettronica. Bitter Winter ha acquisito un documento burocratico confidenziale, emesso in aprile dall'Ufficio generale della Commissione centrale del Pcc e dall'Ufficio generale del Consiglio di Stato, dal titolo "Proposte per rafforzare e implementare l'operato delle carceri".

Abbiamo deciso di non mettere online la copia in nostro possesso per ragioni di sicurezza (potrebbe infatti fornire informazioni sull'ufficio locale che l'ha diffuso). Sulla base dei siti web ufficiali, liberamente accessibili, gestiti dai dipartimenti competenti delle amministrazioni locali sparsi in tutto il Paese, abbiamo potuto concludere che al momento sono in corso a livello nazionale lo studio e l'applicazione di tale documento.

Il testo dichiara che le prigioni "per molto tempo hanno dato un contributo importante nel consolidare la posizione di potere del Partito e nel mantenere l'ordine del Paese sul lungo periodo". Ma, "poiché i conflitti principali esistenti nella società vanno incontro a cambiamenti, il compito delle carceri non è stato ancora del tutto aggiornato" rispetto al momento attuale e al "Pensiero del presidente Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era".

Come deve apparire una prigione conformemente alle indicazioni di Xi Jinping? Il documento raccomanda di "badare sempre a mantenere la sicurezza nazionale e l'ordine sociale, quali priorità supreme del compito delle carceri". La Cina di Xi vuole "incrementare la vigilanza politica ed evitare in modo puntuale che le forze ostili possano infiltrarsi, distruggere e denigrare il Partito e il governo".

Le prigioni debbono "intensificare l'azione di "de-radicalizzazione"; occuparsi con severità, in base alla legge vigente, dei criminali che mettono a repentaglio la sicurezza nazionale, che appartengono a uno xie jiao, che sono implicati in bande criminali e malvagie, che hanno una influenza sociale particolare e che hanno delle restrizioni sulla commutazione di una condanna. Quindi dovranno proteggere i risultati acquisiti nella principale battaglia condotta dal Paese, quella contro il terrorismo e per il mantenimento dell'ordine, la punizione della corruzione, l'eliminazione delle bande criminali e lo sradicamento del male". È di fondamentale importanza "rafforzare il supporto della politica per le prigioni nella regione dello Xinjiang e porre in atto ulteriori misure politiche correlate".

Ma come avverrà la rieducazione degli uiguri nello Xinjiang, dei fedeli dei movimenti religiosi vietati, etichettati come xie jiao, e di altri "criminali"? Il Pcc ha la risposta pronta. Le amministrazioni della prigione dovrebbero "organizzare scrupolosamente lo studio del "Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era", che trasformerà i detenuti in "cittadini che si identificano dal punto di vista ideologico ed emotivo con la leadership del Partito, si identificano con la loro grande madre, si identificano con la nazione cinese, con la cultura cinese, con la via del socialismo con caratteristiche cinesi".

Le prigioni dovranno "mettere in evidenza l'istruzione ideologica; guidare i criminali nell'acquisire in modo corretto la visione del mondo, la prospettiva verso la vita e il sistema dei valori. Incrementare la capacità di ammettere la propria colpa e mostrare pentimento [...]. Implementare la correzione psicologica. [...] e riplasmare i criminali fino ad acquisire un carattere sano".

Fra i "criminali speciali" da "trasformare con decisione", il documento elenca coloro "che appartengono a uno xie jiao". Per loro le prigioni opereranno per "aumentare la percentuale di trasformazioni di successo e consolidare i risultati di trasformazione positivi".

La tecnologia, afferma il documento, è qui per fornire il suo aiuto. Le amministrazioni carcerarie dovrebbero "velocizzare la realizzazione della "smart prison". Sfruttare i big data, l'Internet delle Cose, l'intelligenza artificiale e altre tecnologie moderne significa rendere più rapida la costruzione di "prigioni intelligenti" standardizzate, scientifiche e unificate, che detengano dati e informazioni completi e accurati, che siano dotate di applicazioni aziendali flessibili e note e che usino un sistema intelligente ed efficiente per l'analisi, la ricerca e l'allerta fin dall'insorgere dei problemi".

 
Libia. Rapita a Bengasi la deputata per i diritti umani ostile ad Haftar PDF Stampa
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di Rachele Gonnelli


Il Manifesto, 20 luglio 2019

 

La guerra a Tripoli sfiora i 1.100 morti, di cui 56 civili, e i 100 mila sfollati. Le milizie fedeli a Serraj temono un affondo delle truppe del generale cirenaico nel fine settimana.

Non sono molte le donne nella scena politica libica, e Sehan Sergewa - di cui si sono perse le tracce da mercoledì notte - è senza dubbio la più nota. Deputata del Parlamento di Tobruk, eletto nel 2014 e riconosciuto dalla comunità internazionale ma basato nell'Est del Paese sotto il controllo del generale Haftar, e leader di un piccolo partito da lei appena fondato - il Moderate Libyan Movement - per sostenere i diritti umani in Libia, anche quelli dei migranti rinchiusi nelle prigioni spesso simili a lager, e la partecipazione delle donne - che rappresentano il 60% della popolazione libica, ricordava - alla sfera pubblica, Sehan Sergewa era anche un volto noto, popolare, perché partecipava spesso, anche nella veste di psicologa infantile, a dibattiti in tv e interviste da opinionista.

E proprio la sua ultima apparizione sugli schermi della Alhadath tv channel, vicina al governo della Cirenaica, martedì, potrebbe esserle costata cara, avendo attaccato la retorica dei sostenitori del generale, quali il presidente del Parlamento Aguila Saleh. Un gruppo di uomini armati - a quanto si apprende dai media locali - ha preso d'assalto la sua casa nella parte orientale di Bengasi, prima provocando un incendio e poi entrando armi alla mano. Dopo aver sparato e lasciato a terra il marito, poi medicato in ospedale, gli assalitori hanno rapito Sehan Sergewa e la figlia e si sono dileguati.

Il governo di Tripoli ha subito accusato Haftar di essere responsabile del rapimento, "risultato dell'assenza del dominio della legge e delle garanzie di libertà" nel territorio controllato dalle forze del generale cirenaico. Un'accusa abbastanza generica alla quale ha risposto il dipartimento di polizia di Bengasi con un post sulla pagina ufficiale di Fb a dir poco laconico: non risulta la presenza di Sehan Sergewa in nessuna delle nostre stazioni. L'immediato rilascio della deputata viene chiesto dalla missione Onu in Libia (Unsmil), che pretende l'immediata apertura di un'indagine per capire chi l'abbia sequestrata e ottenerne la liberazione. Anche l'ambasciata italiana a Tripoli - Sergewa amava l'Italia, aveva partecipato alla Conferenza di Palermo e sperava in un accordo tra le due parti ora in conflitto per arrivare a nuove elezioni e alla stabilizzazione del Paese - così come la delegazione Ue, si associano nell'esprime "preoccupazione" per la sua sorte. "Silenziare le voci di donne in posizioni decisionali non sarà tollerato", è la frase, molto dura, con cui si chiude il comunicato dell'Unsmil, missione diretta da Stephanie Williams e presieduta da Ghassam Salamé.

Sergewa era appena tornata dal Cairo, dove aveva partecipato, come parte di una delegazione di parlamentari libici, a una tre giorni di incontri con funzionari dell'intelligence e della diplomazia egiziana per cercare una soluzione alla attuale crisi in Libia. Erano note le sue posizioni fortemente critiche sull'offensiva su Tripoli lanciata dal generale Haftar lo scorso 4 aprile e già arrivata alla cifra di 1.100 morti (di cui 56 civili) e 100 mila sfollati. Nel 2011 aveva sostenuto, con un dossier presentato al tribunale dell'Aja, le denunce per stupro di centinaia di donne libiche ad opera delle guardie e dei soldati di Gheddafi e in particolare aveva appoggiato quella di cinque "amazzoni" che avevano dichiarato di essere state ripetutamente violentate dal Colonnello e dai suoi figli.

Nei sobborghi meridionali di Tripoli i combattimenti continuano anche con armi pesanti a Wadi Rabie, Ein Zara, intorno all'aeroporto di Mitiga, che ormai funziona a singhiozzo. I Mig e i droni dell'Lna si spingono con incursioni verso il centro della capitale e i miliziani che insieme alle forze di Misurata difendono le posizioni per conto del premier Serraj temono - a leggere il Libyan Express - un affondo definitivo durante il fine settimana. Settimana iniziata con una dichiarazione a sei (Egitto, Francia, Italia, Emirati, Regno Unito e Usa) che chiede il cessate il fuoco e il ritorno al dialogo. Ma la maggior parte di questi Paesi hanno più parti in commedia.

 
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