Domenica 26 Gennaio 2020
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Non possiamo dirci innocenti PDF Stampa
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di Ezio Mauro


La Repubblica, 25 gennaio 2020

 

La scritta in tedesco "Qui ci sono ebrei" sulla porta della casa di Mondovì dove vive il figlio di una partigiana deportata nei lager. Stiamo scendendo nell'abisso, senza sapere dove arriveremo, fino a quando cammineremo nel buio. Dobbiamo cominciare a domandarci dove porta e quando si fermerà questa mutazione in corso del nostro Paese, che dopo aver travolto il linguaggio e la coscienza civica sta attaccando lo spirito di convivenza fino ad alterare il carattere collettivo degli italiani, liberando forze sconosciute e inquietanti, in un'inversione morale della democrazia.

Chi ignorava gli allarmi di questi ultimi anni, i richiami striscianti al fascismo, la ferocia del linguaggio, la brutalità della politica, e banalizzava ogni regressione azzerandone il significato, oggi si trova davanti un'immagine iconica dell'oscurità in cui stiamo precipitando. Una stella di David e la scritta "Juden hier" (qui abita un ebreo) tracciate sulla porta di casa a Mondovì di Lidia Beccaria Rolfi, deportata a Ravensbriick perché staffetta partigiana, e nel campo testimone dell'Olocausto. Guardiamo fino in fondo quel gesto.

Qualcuno è uscito di casa nella notte come un ladro, con lo spray nero, con il proposito di imbrattare in anticipo il Giorno della Memoria, individuando come bersaglio una vittima del nazismo e scegliendo un rituale fascista, per replicarlo nel 2020, in un Paese democratico, nel cuore dell'Europa e in mezzo all'Occidente.

Qualcuno tra i minimizzatori dirà adesso che si tratta di un gesto isolato: e ci mancherebbe altro. Ma la verità è che il contesto italiano rende plausibile quell'atto, certamente estremo e tuttavia non incoerente con il clima sociale, politico e culturale, di cui segna anzi il tracciato, spingendosi fino al confine. Si tratta dunque di leggere con attenzione i segni evidenti di questa trasformazione in corso.

Il cittadino privato che s'incarica di regolare conti pubblici secondo lui rimasti in sospeso nella storia, agisce infatti nel momento in cui sente che sono saltati alcuni interdetti costruiti nel tempo dalla democrazia, dal costume occidentale, dalla civiltà giudaico-cristiana, dalla cultura giuridica. Avverte che si è rotta la storia, come patrimonio condiviso del Paese, come pedagogia della conoscenza e come istruzione per la libertà.

Soprattutto sente che è venuto meno il legame sociale, il vincolo civico che crea uno scambio implicito di responsabilità tra i cittadini, nella vicenda repubblicana comune. Si sente fuori da quel vincolo, e nello stesso tempo sciolto da ogni obbligo. Libero di varcare il limite, cioè autorizzato a farlo. C'è dunque un'esemplarità rivolta al pubblico, in quel gesto, qualcosa di rituale, quasi un appello pagano.

Come se la scritta dicesse: siamo fuori dalla storia e dalla società, siamo liberi non perché possiamo esprimere al meglio le nostre facoltà ma al contrario perché liberati da ogni dovere e da qualsiasi soggezione morale, da qualunque obbligazione democratica; possiamo dunque liberare con noi i nostri demoni, segnare con la vernice il nuovo punto che congiunge passato e futuro. È un passaggio cruciale, perché in esso la persona si spoglia della responsabilità sociale di cittadino per tornare individuo, e l'individuo rinuncia al codice della convivenza costruito dai suoi padri per ritornare in un territorio neutro, primordiale, dunque sgombro da ogni tabù democratico.

Qui - è il posto giusto - si recuperano gli stilemi fascisti. Ma il fascismo è soprattutto nell'azione che mettendosi in scena si propone come forma estrema della semplificazione antipolitica e populista della complessità contemporanea. A questo punto la teoria non è necessaria, basta l'evocazione simbolica della vernice: il gesto esemplare nella sua radicalità spiega se stesso mentre si compie.

C'è in più la privatizzazione della storia, la sua distorsione consapevole, nel rifiuto ostinato di ogni sua lezione perché da quella lezione tragica è nata la ripulsa del fascismo, della guerra, della dittatura, delle leggi razziali: e tutto questo va azzerato nel gesto che mentre replica le parole d'ordine dell'orrore che abbiamo vissuto, azzera la vicenda repubblicana, nella consapevolezza che la sua fonte di legittimità morale è proprio in quella Resistenza che ha combattuto il fascismo.

Una negazione della realtà, la scelta di una realtà parallela che scende in strada di notte nel silenzio di una città piemontese di provincia, stravolgendo nella radicalità dell'offesa una tranquilla tradizione di moderazione democristiana, a conferma della mutazione in corso. Poi c'è il bersaglio di questa violenza. Poiché il rifiuto della storia produce ignoranza, hanno individuato la casa di una deportata nei campi nazisti, e l'hanno automaticamente definita ebrea, mentre Lidia Beccaria Rolfi era stata internata come partigiana.

Ma l'errore è rivelatore dell'ossessione: dal vortice feroce del neo-razzismo italiano, dalla xenofobia coltivata nella paura, dall'etnocentrismo usato come arma politica, rispunta l'ossessione eterna dell'ebreo. Ancora oggi, e nuovamente, e nonostante tutto.

Anche se siamo colpevoli, oltre che consapevoli, non riusciamo a essere vaccinati, non possiamo dirci innocenti. È come se in questa riemersione a dispetto della storia l'ebreo fosse il punto supremo in cui sì raccolgono, si potenziano e si esaltano tutte le pulsioni contro lo straniero, contro l'immigrato, contro l'ospite abusivo, contro il clandestino.

Non importa che si tratti di italiani. L'identità ebraica è prevalente e il concetto di razza, sconfitto scientificamente, ritorna proprio sul piano identitario, culturale. Come il migrante, l'ebreo è l'emblema che il neo-razzismo trasforma in bersaglio: uno è oggetto di politiche discriminatorie, l'altro di marchiature simboliche.

La persona-simbolo che è stata oltraggiata a Mondovì aveva rivelato per prima, dopo la liberazione da Ravensbrùck, la tragedia delle donne nei campi di concentramento, in una testimonianza parallela a quella di Primo Levi. La strada dove abitava oggi porta il suo nome. I fascisti hanno scelto quel nome, e quell'indirizzo. Sono arrivati fin lì, hanno individuato la casa, e hanno creduto con la loro scritta di ribaltare la storia. Hanno invece segnalato l'orlo del precipizio, dietro la porta malferma del Paese.

 
Necessaria strategia per l'immigrazione, caso Gregoretti è fumo negli occhi PDF Stampa
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di Mario Morcone


Il Riformista, 25 gennaio 2020

 

Atto di buon governo o azione criminale? Con questo presunto dilemma il leader della Lega continua la sua incessante campagna elettorale, utilizzando una vicenda che ha un suo rilievo istituzionale, per fare schermo ai problemi che non si sono saputi o voluti affrontare. Questa ossessione propagandistica si coniuga con la promessa che in un eventuale cambio di governo i porti saranno blindati per la sicurezza del nostro Paese e dei suoi cittadini. In realtà, tutto questo nasconde due grandi debolezze della vita delle nostre istituzioni.

La prima, di non coagulare un progetto politico credibile e civile in materia di immigrazione costruendo, come sarebbe necessario, non solo in Parlamento ma anche a livello europeo, le necessarie alleanze per dare prospettiva e concretezza a un'iniziativa che continua a essere, a mio avviso, insufficiente e dilatoria. Le stesse dichiarazioni del Commissario Schinas, in visita a Roma, e riportate da un importante quotidiano di tiratura nazionale, francamente non sembrano né convincenti né determinanti.

L'idea dei "panieri" annunciata dal Commissario, sembra più una strada immaginata per contenere il dissenso in uno spazio comune che un elemento strategico di novità su un tema che segnerà comunque, assieme ad altri, certamente il destino della casa degli europei. Rimane ancora l'aspettativa nata dalle dichiarazioni della presidente Von der Leyen al suo insediamento che aveva fatto sperare, e noi ancora ci crediamo, in elementi di novità. Li stiamo percependo in materia ambientale, speriamo in un secondo passo sul tema delle persone migranti e della stabilità dei Paesi nordafricani.

La conferenza di Berlino dei giorni passati è stata un elemento di novità, ma per quanto riguarda il nostro Paese ha spostato sul piano multilaterale un tradizionale rapporto di amicizia con il popolo libico che si era consolidato negli anni. Nessuno dubita della necessità e dell'efficacia di un'intesa che coinvolga il più ampio ventaglio di Paesi attori o protagonisti in quel territorio, ma tuttavia ci rimane la preoccupazione per la perdita di centralità dell'Italia nel rapporto con la Libia. Vorrei solo ricordare, senza per questo apparire nostalgico, che era già stato costituito nel 2017 un formato che comprendeva oltre l'Italia anche Francia, Germania, Svizzera, Austria e Slovenia; una rete di rapporti quasi giornalieri con il Nord Africa che avevano i loro punti fermi nelle riunioni di Roma, di Tunisi e infine di Berna.

Ma la lucentezza degli obiettivi reddito di cittadinanza e quota cento nel dibattito nazionale ha talmente appannato la percezione della necessità di proseguire su quella strada da consentire l'ingresso da protagonisti di altre potenze estranee agli interessi dell'Ue. La seconda debolezza, di cui mi scuso subito con i lettori e con le forze politiche, nasconde il mio percorso professionale. Voglio dire che sono fermamente convinto della rilevanza, in un sistema di sussidiarietà, del ruolo delle Regioni nel nostro Paese; la stessa approvazione di statuti risponde ampiamente a una previsione costituzionale. Quello che mi lascia perplesso è l'aver consentito, come fosse questo un fondamentale atto di autonomia, la decisione sganciata da ogni altra necessità, di fissare liberamente la data delle elezioni in ogni singola regione.

 
Migranti. Morte nel Cpr di Gradisca d'Isonzo, le piste aperte PDF Stampa
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di Giansandro Merli


Il Manifesto, 25 gennaio 2020

 

Lunedì l'autopsia sul corpo di Vakhtang Enukidze. Intanto l'altro ieri rimpatrio volontario di un altro testimone e foglio di via a un attivista No Cpr. Intorno alle ragioni del decesso di Vakhtang Enukidze rimangono aperte diverse piste. Il 38ennne cittadino georgiano è spirato sabato 18 gennaio, poche ore dopo il trasporto in ospedale dal Cpr di Gradisca d'Isonzo.

La versione diffusa inizialmente attribuiva le cause della morte alle conseguenze di una rissa tra migranti avvenuta martedì 14. L'ipotesi è stata smentita dalle testimonianze raccolte durante due visite ispettive dal deputato Riccardo Magi (+Europa), "nella colluttazione Enukidze ha avuto la meglio", e dal fatto che l'altro uomo coinvolto, un egiziano, è stato rimpatriato tra lunedì e martedì scorso. Difficile credere che il potenziale omicida sia stato allontanato dall'Italia prima della conclusione delle indagini.

L'attenzione si è quindi concentrata sulle modalità con cui le forze dell'ordine hanno sedato la colluttazione tra i due reclusi. Alcuni testimoni hanno raccontato a Magi che circa 10 agenti sarebbero intervenuti in maniera pesante, colpendo il georgiano e "trascinandolo via come un cane". L'uomo avrebbe sbattuto la testa in una caduta. In seguito a questo episodio, Enukidze è stato trasferito in carcere, forse dopo un passaggio in pronto soccorso. Lì è apparso turbato, agitato, ma le sue condizioni non hanno destato preoccupazione. Giovedì è comparso davanti a un giudice nell'udienza di convalida per l'aggressione, difeso dall'avvocata Marzia Como.

La legale non ha voluto rilasciare dichiarazioni sullo stato del suo assistito in quel momento, ma il Garante dei detenuti Mauro Palma, che lunedì scorso ha visitato Cpr e carcere e chiesto informazioni alla Procura in qualità di persona offesa, ha confermato al manifesto che durante l'udienza Enukidze era in grado di rispondere alle domande. Dopo la testimonianza della polizia sulla presunta aggressione, infatti, ha preso parola e detto al giudice che quella versione era solo parzialmente corretta.

Il giudice ha rilasciato il georgiano a piede libero. Così è stato portato nuovamente nel Cpr. Ha varcato il cancello intorno alle 8 di sera dello stesso giorno. Il Garante ha visionato la scheda di ingresso, dove il personale del centro di detenzione ha scritto che Enukidze era vigile. Quando le altre persone recluse lo hanno rincontrato, però, lo hanno trovato in pessime condizioni. A Palma hanno riferito che barcollava, era dolorante e aveva ematomi evidenti (che potrebbero anche avere origine nell'episodio del martedì). A Magi hanno detto che non riusciva a stare in posizione eretta e aveva le gambe piegate. Il deputato ha anche affermato che dalle informazioni raccolte risulta che i compagni di cella di Enukidze hanno chiesto l'intervento medico nella notte di venerdì, senza ottenere risposta fino al sabato mattina. Che cosa ha causato l'aggravamento delle condizioni del georgiano? Il nodo principale della vicenda è stretto intorno a questa domanda, sebbene altri interrogativi riguardino le motivazioni della mancanza di un'adeguata e rapida assistenza medica.

Il dottor Vittorio Fineschi, direttore dell'Unità operativa complessa di medicina legale e assicurazioni della Sapienza, ha rilasciato un parere scientifico al manifesto affermando che il nesso tra un episodio di scontro fisico e un decesso successivo di oltre 72 ore, durante le quali il soggetto rimane lucido, può verificarsi principalmente in tre casi: "presenza di un ematoma a livello subdurale dell'encefalo, rottura della milza in due tempi o, evento più raro, sanguinamento interno per rottura delle viscere". Sarà l'autopsia a dire cosa ha ucciso Enukidze e verificare l'eventuale presenza di questi traumi. Si svolgerà lunedì alla presenza del legale della famiglia, nominato solo ieri dopo diversi giorni di attesa, e di un rappresentante del Garante dei detenuti. Se quegli elementi non venissero rilevati, sarà ancora più importante capire in maniera dettagliata cosa è accaduto giovedì sera, al rientro tra le mura del Cpr.

 
Migrante pestato a morte: ucciso come Giulio Regeni, ma nessuno se ne frega PDF Stampa
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di Piero Sansonetti


Il Riformista, 25 gennaio 2020

 

Scusate se insistiamo. Chi ha ucciso Vakhtang Enukidze? Il capo della polizia, Gabrielli, non se la può cavare semplicemente mostrando indignazione per i paragoni che vengono fatti tra la sua uccisione e l'uccisione di Stefano Cucchi. Il capo della polizia deve spiegare cosa è successo nel Cpr, chi ha picchiato il ragazzo georgiano, perché lo ha fatto, quali sono le responsabilità della polizia di Stato, se e come si sta indagando per scoprire i colpevoli.

Il fatto che la vittima non sia italiana non cambia di una virgola le cose. Se le forze dell'ordine hanno pestato con violenza Vakhtang, come sostengono alcuni testimoni, e se - oltretutto - è poi riuscita a far espellere in fretta e furia dall'Italia alcuni dei profughi che avevano assistito al pestaggio, beh, il capo della polizia non avrà difficoltà a capire che ci troviamo di fronte a uno scandalo. E se questo scandalo schiarisce un po' in questo clima da "prima gli italiani" solo per il fatto che la vittima non è italiana, vuol dire che l'Italia sta scivolando in basso nel pozzo dell'inciviltà.

Chi legge questo giornale sa cosa è successo. (Chi legge altri giornali, forse, non lo sa: molti giornali ne hanno parlato poco assai o niente). A metà della settimana scorsa un ragazzo georgiano, rinchiuso nel Cpr di Gradisca (Centro di permanenza per i respingimenti) è stato picchiato, poi portato in carcere e forse di nuovo picchiato, poi riportato al Cpr agonizzante, poi finalmente messo in una ambulanza per tentare un ricovero in ospedale in extremis, ma ormai era troppo tardi e l'ambulanza è diventata la camera mortuaria.

Le autorità prima ha detto che il giovane era rimasto ferito in una rissa tra profughi, poi quando la cosa è stata smentita da tutti i presenti, non hanno detto più niente. I testimoni sono concordi nel racconto: c'è stata una scazzottata tra Vakhtang e un giovane del Marocco, Vakhtang stava avendo la meglio quando sono intervenuti una decina di agenti.

Hanno preso Vakhtang, lo hanno gettato a terra, lo hanno pestato e poi lo hanno trascinato via per i piedi. Dove? In prigione. Da questo momento in poi i testimoni che erano al centro non hanno saputo più niente. Tre giorni dopo lo hanno rivisto, ma era già in fin di vita. Lo hanno messo sul lettino. Lui ha rantolato tutta la notte e poi è anche caduto dal letto. A quel punto, finalmente, è stata chiamata l'ambulanza.

Questi sono i fatti nudi e crudi. Sul nostro giornale li ha raccontati due giorni fa Riccardo Magi, parlamentare radicale che domenica è andato in visita al Cpr di Gradisca e ha raccolto le testimonianze di alcuni reclusi. Oltre a questi fatti c'è la denuncia Gianfranco Schiavone dell'Asgi (Associazione studi giuridici sull'immigrazione) e dello stesso Magi, secondo i quali sarebbero stati espulsi dall'Italia alcuni testimoni.

Oggi in tutt'Italia si celebra, con rabbia - con giusta rabbia - il quarto anniversario del rapimento e poi dell'uccisione di Giulio Regeni, giovane ricercatore italiano ammazzato dalle autorità egiziane. Giulio era un ragazzo straniero in Egitto. Non si sa perché l'hanno ucciso. Non vogliono dircelo. Né perché, né chi, né in che modo. In Italia si è creato un forte movimento di protesta contro le autorità egiziane. Anche le istituzioni hanno partecipato a questo movimento. Verità e giustizia: questo si chiede. Il caso di Vakhtang è uguale al caso Regeni. Verità e giustizia anche stavolta: niente di più. Per Giulio e per Vakhtang. Gabrielli si offende? Poco male. La ministra dell'Interno ha qualcosa da dire? Ha qualcosa da dire il premier Conte?

 
La sorella del migrante morto al Cpr di Gradisca: "Vakhtang è stato ucciso" PDF Stampa
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di Fabio Tonacci*


La Repubblica, 25 gennaio 2020

 

"Lui era sanissimo, l'hanno picchiato ma a chi volete che importi di un migrante morto? Giustizia? Per noi non cambia nulla, ma dateci la sua salma". Il 38enne georgiano, trovato privo di conoscenza nella sua cella, è morto sabato scorso all'ospedale di Gorizia.

A Chiatura, la città georgiana delle miniere bolsceviche e delle funivie, tremila chilometri a est di Gradisca di Isonzo, una donna piange il fratello che non ha più. Una donna che ha esaurito la speranza. "A chi volete che interessi il destino di un immigrato?". Non ha fiducia. "La giustizia? Per noi non cambia niente...".

Non ha più forza. "Vogliamo solo riavere la salma". Disorientata da una morte senza senso, di cui poco o niente è riuscita a sapere, ma che lo stesso le fa gridare: "L'hanno picchiato, me l'hanno ucciso!". Asmat Jokhadze è la sorella di Vakhtang Enukidze, il georgiano di 38 anni deceduto sabato scorso all'ospedale di Gorizia, dopo essere stato trovato privo di conoscenza nella sua cella nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Gradisca.

Nei giorni precedenti, in quel Cpr di frontiera, era successo di tutto. Rivolte, proteste, le forze dell'ordine in assetto antisommossa. Enukidze ha un litigio nel cortile interno con un altro detenuto in attesa come lui dell'espulsione, pare per una questione legata a un telefonino. Gli agenti di polizia intervengono a sedare la rissa e, secondo alcune testimonianze adesso al vaglio della procura di Gorizia, in quell'occasione sono protagonisti di violenze nei confronti del georgiano. Enukidze viene anche arrestato, per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Presenzia all'udienza di convalida davanti al giudice, e dopo due giorni torna al Centro. Chi lo ha visto al rientro lo ricorda "in condizioni pessime, incapace di stare in piedi". Gli vengono dati antidolorifici e ansiolitici, e, nella notte tra venerdì e sabato, si sente male. La procura ha aperto un fascicolo, a carico di ignoti, per omicidio volontario.

Asmat Jokhadze parla solo russo. La raggiungiamo al cellulare, ma risponde alle domande di Repubblica controvoglia. Esordisce cercando di chiudere subito la conversazione: "L'ambasciata georgiana in Italia ci sta aiutando per riavere la salma. Fino a quando non avremo il risultato dell'autopsia (prevista per lunedì, ndr), e nell'interesse stesso dell'indagine, mi hanno consigliato di non parlare coi giornalisti. Non chiamateci, non abbiamo niente da dire. I miei genitori sono anziani, sono devastati dal dolore. Non hanno nemmeno il corpo di loro figlio su cui piangere. Arrivederci...".

Ma Asmat è una sorella ferita, anche da quanto ha letto sulla stampa, e quell'amarezza che la tormenta non riesce a trattenerla. "Vakhtang era sanissimo, non è vero che era malato! Sono state scritte tante falsità. Giocava a calcio qui a Chiatura, la città dove siamo cresciuti, e ha fatto anche l'imbianchino. È venuto in Italia due anni fa per cercare lavoro, ha vissuto a Roma, faceva dei lavoretti non so di che genere, ma non aveva il permesso di soggiorno e allora la polizia l'ha fermato e l'ha portato a Bari".

Il georgiano ha passato un periodo nel Centro rimpatri pugliese, poi il 19 dicembre scorso è stato trasferito, insieme ad altri stranieri, a Gradisca. "Me l'hanno ucciso, ma nessuno crederà a noi", ripete Asmat. "A chi volete che interessi il destino di un migrante morto? Mio fratello era una persona equilibrata, di buon carattere. Non era certo un violento".

Stando a quanto sono riusciti a ricostruire finora gli inquirenti, però, Vakhtang aveva partecipato ad almeno due rivolte interne al Cpr, prima del litigio del martedì con un altro straniero. Gli sono stati dati dei farmaci sia in carcere sia dopo, ma la documentazione sanitaria acquisita al Cpr è parsa agli investigatori "frammentaria e poco coerente".

Asmat ha raccontato al Piccolo di Trieste di aver chiamato Vakhtang la sera prima del decesso, e di aver capito che stesse male dal fatto che il personale del Cpr gli aveva aumentato la dose dei farmaci. Sul punto, la donna non vuole aggiungere altro. "Non posso parlare", spiega. "In Italia di sicuro strumentalizzerete questa storia per speculazioni politiche".

E quando le raccontiamo l'esito giudiziario che ha avuto, seppure dopo dieci anni, il caso di Stefano Cucchi, anche lui morto mentre era in custodia dello Stato, la risposta di Asmat chiude ogni discorso. "Sì, ma lui era italiano".

 

*Ha collaborato Ekaterina Koshkina

 
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