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Israele. Catturati gli ultimi due detenuti palestinesi evasi, erano in fuga dal 6 settembre PDF Stampa
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ansa.it, 19 settembre 2021


L'esercito israeliano (Idf) ha annunciato stamattina l'arresto degli ultimi due dei sei palestinesi evasi quasi due settimane da una prigione nel nord di Israele. L'operazione è avvenuta a Jenin, il settore settentrionale della Cisgiordania occupata da cui provenivano i sei prigionieri.

Il 6 settembre sei prigionieri palestinesi imprigionati per violenze anti-israeliane sono fuggiti dal carcere di massima sicurezza di Gilboa, attraverso un tunnel scavato sotto un lavandino e che conduceva a un buco nel terreno fuori dal penitenziario. I sei fuggitivi, subito qualificati come "eroi" dalla parte palestinese, erano diventati gli uomini più ricercati in Israele, che aveva schierato rinforzi militari e droni per cercare di trovarli.

Il fine settimana successivo a questa fuga le forze israeliane hanno arrestato quattro dei latitanti nella zona di Nazareth, città araba nel nord di Israele. Le autorità avevano in particolare arrestato e poi iniziato a interrogare Mahmoud Ardah, membro della Jihad islamica incarcerato dal 1996 e considerato la mente dell'operazione, e Zakaria al-Zoubeidi, ex capo del braccio armato del partito Fatah per il campo palestinese di Jenin, baluardo della ribellione armata.

Oggi i militari hanno annunciato l'arresto a Jenin degli ultimi due latitanti, Ayham Kamamji, 35 anni, e Munadel Infeiat, 26, entrambi membri della Jihad islamica, un movimento armato islamista palestinese, durante un'operazione congiunta con speciali unità antiterrorismo. I due uomini "sono attualmente interrogati", hanno sottolineato in un breve messaggio alla stampa, senza fornire per il momento maggiori dettagli su questa operazione speciale nella roccaforte dei sei ormai ex fuggitivi.

Originario di Kafr Dan, vicino a Jenin, Kamamji è stato arrestato nel 2006 e condannato all'ergastolo per il rapimento e l'omicidio di Eliahou Asheri, un giovane colono israeliano. Infeiat era stato arrestato nel 2020 ed era in attesa di condanna dopo essere stato incarcerato in diverse occasioni in passato per le sue attività all'interno della Jihad islamica.

 
Israele. Il caso al Zubaida riaccende i riflettori sulle carceri PDF Stampa
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di Fabio Marcelli*


Il Fatto Quotidiano, 19 settembre 2021

 

Il fratello e del detenuto palestinese Zakaria al Zubaida, che era evaso con altri cinque compagni dalle carceri israeliane, ha rivelato che al Zubaida è stato assoggettato, dopo essere stato catturato, a torture, in particolare l'applicazione di corrente elettrica. L'avvocato israeliano Avigdor Feldman, che difende al Zubaida, ha denunciato l'effettuazione di umiliazioni e pestaggi nei suoi confronti. La drammatica situazione di al-Zubaida ha suscitato un'ampia e intensa campagna di mobilitazione sui social media, che è tuttora in corso. Maltrattamenti e vere e proprie torture nei confronti dei detenuti palestinesi costituiscono del resto la regola e la detenzione dei Palestinesi risulta quasi sempre illegittima e rappresenta di per sé una grave violazione del diritto internazionale umanitario.

Il trattamento riservato a al-Zubaida è quindi per un verso espressione di una prassi seguita dalle autorità israeliane, mentre per un altro costituisce il risultato di una volontà di rivalsa da parte di chi si era sentito beffato dall'evasione e ha inteso infliggere ai suoi protagonisti una punizione esemplare.

In ogni caso esso costituisce una condotta vietata dall'art. 1 della Convenzione in materia, secondo il quale "il termine 'tortura' designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate".

Negli ultimi vent'anni il blocco occidentale capeggiato dagli Stati Uniti ha distrutto almeno quattro Stati (Iraq, Siria, Afghanistan, Libia), provocando danni enormi all'intera comunità internazionale e la morte di milioni di persone, civili e militari, compresi i propri soldati. Anche le violazioni del diritto umanitario e dei diritti umani dei Palestinesi compiute dallo Stato di Israele costituiscono una tragica e vergognosa pagina dell'Occidente, che ha sempre protetto il governo di Tel Aviv qualunque cosa esso facesse. Tale atteggiamento di complicità a mio avviso omertosa è il risultato di molteplici fattori.

Esiste a mio avviso un profondo, e in buona parte giustificato senso di colpa dei governi europei, protagonisti o comunque corresponsabili dello sterminio di milioni di ebrei da parte del nazismo hitleriano e dei regimi ad esso collegati, compreso il fascismo italiano, senso di colpa che rivive di fronte a uno Stato che accoglie oggi molti degli eredi dei superstiti di tale sterminio. Esiste l'abituale inettitudine della politica estera europea, ammesso e non concesso che di una politica estera europea si possa parlare, dato che siamo in realtà da sempre di fronte a varie politiche estere nazionali che solo superficialmente ed occasionalmente convergono. Ed esiste, soprattutto, l'interesse strategico dell'Occidente, così come incarnato e interpretato dai vari presidenti statunitensi che si sono succeduti, a garantire sempre e comunque quella che io considero un'impunità di Israele da essi intesa, sicuramente a torto, come unica garanzia di sopravvivenza dello stesso.

Questa impunità, che viene fornita mediante l'esercizio del diritto di veto in Consiglio di sicurezza, non viene meno quale che sia la gravità dei crimini commessi. La relativa pervicace volontà è emersa nettamente nella volontà statunitense, espressa colla massima violenza e determinazione da Trump, di impedire il giudizio della Corte penale internazionale in merito.

Lunga e la lista di situazioni criminose sulla quale si viene ora svolgendo, sia pure in sordina, l'istruttoria della Corte penale internazionale. Quest'ultima, in conformità al suo Statuto, è chiamata a giudicare sui crimini di guerra, sui crimini contro l'umanità e sul crimine di genocidio. Tra i crimini contro l'umanità quello di tortura, richiamato espressamente alla lettera f dell'art. 7 dello Statuto.

Sarebbe ora che la comunità internazionale riuscisse a por fine a questo scempio, ennesimo grave motivo di discredito e di vergogna per tutti e soprattutto per l'Occidente e in particolare per l'Europa, oggi imbelle o addirittura complice di fronte alle gravi violazioni dei diritti dei Palestinesi come lo fu a suo tempo di fronte alla Shoah.

 

*Giurista internazionale

 
Afghanistan. Strage di civili a Kabul, l'esercito statunitense ammette l'"orribile errore" PDF Stampa
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di Marina Catucci


Il Manifesto, 19 settembre 2021

 

Un missile americano il 29 agosto ha ucciso 10 persone. Zamarai Ahmadi, obiettivo del drone, lavorava per una organizzazione umanitaria Usa. L'esercito americano ha ammesso che l'attacco dei droni del 29 agosto a Kabul, in cui sono morti 10 civili afgani, tra cui 7 bambini, è stato un "orribile errore" e che era stato condotto, a seguito di numerosi calcoli errati, da comandanti certi che un operatore umanitario stesse trasportando esplosivi nella sua auto. Questa ammissione segna una brusca inversione di narrativa rispetto a quella sostenuta fino ad ora, e annulla la precedente dichiarazione del Pentagono in cui si insisteva sul fatto che l'operazione avesse impedito un imminente attacco suicida contro le forze statunitensi.

In realtà, il conducente dell'auto, Zamarai Ahmadi, non trasportava esplosivo, ma "taniche d'acqua per la sua famiglia", riporta il Washington Post. Dopo essersi fermato vicino a un edificio sospettato di essere un rifugio dell'Isis-k, e aver fatto delle commissioni, l'uomo alla guida mentre tornava a casa è stato seguito da un drone armato. "Era padre di quattro figli - ha raccontato al WaPo il fratello della vittima - e aveva una tradizione con loro: usciva dall'auto e lasciava che i figli finissero di parcheggiare".

Pochi minuti dopo l'arrivo di Ahmadi, il comandante ha sparato un singolo missile Hellfire contro il veicolo, distruggendolo. "L'operatore del drone non ha visto i bambini quando il missile è stato lanciato, ma mentre era già in volo si potevano vedere 3 bambini, proprio mentre il missile colpiva" ha detto il generale Frank McKenzie, capo del comando centrale degli Stati Uniti,

La notizia arriva mentre l'amministrazione Biden è sempre in mezzo alle critiche per come ha gestito il ritiro Usa dall'Afghanistan, e una settimana dopo la pubblicazione di un'indagine del New York Times in cui si rivelava che l'obiettivo colpito dal drone lavorava per un'organizzazione umanitaria americana.

Il generale Mark Milley, presidente del Joint Chiefs of Staff, all'inizio di settembre aveva definito l'attacco "giusto". Venerdì ha riconosciuto l'errore, definendo il raid americano "straziante" e "un'orribile tragedia di guerra", ma che deve essere valutata "nel contesto della situazione sul campo". Milley ha ricordato che pochi giorni prima un attentato suicida dell'Isis-k aveva ucciso 13 militari statunitensi e più di 100 civili. Nelle 48 ore precedenti al raid, i militari Usa avevano "un corposo report dell'intelligence" dove si parlava di un altro attacco programmato dall'Isis-k servendosi di una Toyota Corolla bianca: la stessa macchina di Ahmadi. Su questa base i militari Usa avevano iniziato a sorvegliare la sua auto, e ad osservarne i movimenti per 8 ore.

L'attacco con il drone è stato eseguito alle 16,53, orario in cui i militari avevano stabilito che ci sarebbe stato poco potenziale di vittime civili, ha detto McKenzie. Quella valutazione si è rivelata sbagliata, ha riconosciuto il generale, che si è rifiutato di dire se ci saranno conseguenze disciplinari per qualcuno, sottolineando che l'indagine è ancora in corso.

 
Addio a Bouteflika, concordia e corruzione in Algeria PDF Stampa
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di Giuliana Sgrena


Il Manifesto, 19 settembre 2021

 

La morte dell'ex presidente. Venti anni al potere, poi nel 2019 il movimento dell'hirak lo costringe a dimettersi in condizioni umilianti, su ordine dei militari. Una storia che inizia con la guerra d'indipendenza e ha il suo momento di svolta con la fine del terrorismo islamista. Ha governato sorretto dalla manna del petrolio e da un sistema che prende il nome di Bouteflikismo. Aveva 84 anni.

L'ex presidente algerino Abdelaziz Bouteflika è morto venerdì sera, all'età di 84 anni, nella sua residenza di Zeralda trasformata in infermeria per assicurargli le cure necessarie. Il presidente che più a lungo ha governato l'Algeria, vent'anni, da quando era stato colpito da ictus nel 2013 non era stato più in grado di assolvere ai suoi compiti. Tuttavia è rimasto al potere fino al 2019 quando, di fronte alla pretesa di candidarsi per la quinta volta, l'Algeria è insorta dando vita al movimento dell'hirak che lo ha costretto a dimettersi in condizioni umilianti, su ordine dei militari, il 2 aprile.

Si tratta della vittoria più importante del movimento che vuole estromettere dal potere tutta la nomenklatura corrotta che l'ha paralizzata per anni, senza riuscirci per ora. Sotto accusa è finito il bouteflikismo, che ha portato alla sbarra e in carcere molti collaboratori del presidente, anche il fratello, ma non ha mai toccato lui e molti si sono chiesti perché. La carriera di Bouteflika, nato in Marocco, a Oujda, da una famiglia di Tlemcen, comincia all'età di 19 anni, con la partecipazione alla guerra di liberazione dalla colonizzazione francese, dove entrerà nelle grazie di Houari Boumediene, di cui sarà segretario particolare. Nel 1962, a soli 25 anni, diventa Ministro della gioventù, degli sport e del turismo dell'Algeria indipendente con il governo di Ben Bella, oltre a far parte della costituente. In seguito da Ministro degli Esteri gioca un ruolo importante nel colpo di stato del 1965 contro Ben Bella - che voleva le sue dimissioni - che porta al potere Houari Boumediene.

Seguono gli anni più brillanti della diplomazia algerina: l'Algeria diventa portavoce del terzo mondo, ospita gli incontri dei movimenti di liberazione, sostiene la lotta contro l'apartheid in Sudafrica e Bouteflika accresce la propria reputazione di abile interlocutore. Si riteneva "il degno" successore di Boumediene e non ha mai accettato la designazione di Chadli Bendjedid. Il suo allontanamento dal potere coincide con l'accusa da parte della Corte dei conti di aver dirottato fondi verso cancellerie algerine all'estero. Per Bouteflika inizia l'esilio di sei anni, trascorsi nei paesi del Golfo. Rientrato in Algeria nel 1980 rifiuta proposte di incarichi ministeriali e perfino di capo dello stato, quando sarà nominato Liamine Zeroual.

Nel 1998 ritiene sia giunta la sua ora e si candida come salvatore della patria, sfruttando anche l'accordo raggiunto durante la presidenza Zeroual (nel 1997) tra esercito e islamisti per lanciare il progetto di "concordia civile" che si trasformerà poi in "riconciliazione nazionale". Bouteflika, abile comunicatore, deve la sua popolarità all'immagine dell'uomo che ha portato la pace dopo un decennio di terrorismo, poco importa se la concordia non ha fatto chiarezza sui responsabili dei massacri e ha garantito l'impunità sia agli islamisti che ai militari, l'importante era porre fine al decennio nero. Bouteflika ha saputo convincere anche esponenti dell'opposizione - di allora - che sono entrati a far parte del suo governo. Altre coincidenze hanno favorito la sua presidenza, come l'aumento del prezzo del petrolio che gli ha permesso di eliminare un pesante debito estero. Sono stati anni in cui la manna del petrolio ha permesso la costruzione di grandi infrastrutture, di sostenere progetti per i giovani penalizzati dalla disoccupazione e che per questo l'hanno sostenuto.

Ma le vacche grasse non durano in eterno e i progetti faraonici - come la costruzione della grande moschea con il minareto più alto d'Africa - potranno soddisfare l'ego di un capo di stato narcisista ma erodono la popolarità e la credibilità di un presidente che non ha mantenuto le promesse, innanzitutto quella di non far più dipendere l'Algeria solo dagli introiti degli idrocarburi. L'entourage di Bouteflika si è mostrato corrotto e ha premiato i personaggi che hanno costruito le proprie ricchezze sfruttando le coperture garantite dal potere. È morto Abdelaziz Bouteflika, il bouteflikismo sopravvivrà?

 
È tempo di dare ai carcerati gli affetti che gli spettano PDF Stampa
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di Simone Di Meo


Panorama, 18 settembre 2021

 

In Italia non c'è una norma unica per gestire i permessi ai detenuti in modo da assicurare a loro il diritto agli affetti ed all'intimità previsti dalla Costituzione. Un diritto inviolabile, ma di fatto compresso e umiliato. In Italia sono migliaia i detenuti che, estromessi dalla possibilità di accedere ai permessi premio, si ritrovano a dover fare i conti con il muro di gomma che gli impedisce di mantenere un legame stabile e soddisfacente con il proprio nucleo familiare e, inutile negarlo, anche col proprio partner.

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