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Cesena (Fc). Il sindaco Enzo Lattuca: "Le carceri sono luoghi di reinserimento" PDF Stampa
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cesenatoday.it, 26 gennaio 2020


"Noi che siamo fuori dal carcere, noi che non ci siamo mai entrati, non sappiamo com'è vivere tra quelle mura. Ciò che non si vede, non lo si considera. Questa realtà forlivese riguarda anche noi perché siamo un territorio, un'unica realtà provinciale. Dobbiamo subito pensare che all'interno del carcere sono detenute delle persone, dobbiamo considerarlo. Troppe volte mi capita di sentire frasi come "buttare la chiave". Sono espressioni inaccettabili. È necessario immedesimarsi nella condizione delle persone".

Lo ha detto il sindaco Enzo Lattuca intervenendo ieri mattina al convegno "Sbarre alle spalle, la realtà carceraria dal dentro al fuori" al Palazzo del Ridotto e organizzato dal Comune di Cesena e da Techne. Il sindaco, alla presenza degli assessori Luca Ferrini e Carmelina Labruzzo e di alcuni detenuti della Casa circondariale di Forlì, si è rivolto a oltre cento studenti cesenati spiegando loro quanto sia importante considerare la condizione di tutti, soprattutto degli ultimi e degli emarginati.

"La stessa Costituzione all'articolo 27 - ha proseguito Lattuca - ci dice due cose importanti: che la detenzione non può essere contraria alla dignità della persona e che la funzione della pena deve avere come primo obiettivo la rieducazione. È dunque interesse di tutta la Comunità che le carceri non siano luoghi in cui si moltiplica la possibilità di reati ma realtà di accompagnamento e reinserimento nella nostra società per evitare che ci sia una recidiva. Quindi non è solo una questione di buon cuore, di etica, di giustizia. Non è nemmeno solo una questione di rispetto delle norme costituzionali. È soprattutto una questione che attiene l'interesse delle nostre comunità: dal punto di vista della coesione sociale. Viviamo bene se tutti intorno a noi vivono bene, anche gli ultimi, gli emarginati".

Al centro della mattinata il racconto dei detenuti che hanno raccontato il quotidiano di una vita che scorre lenta dietro le sbarre. Oltre agli amministratori sono intervenute alcune figure di spicco della Casa circondariale di Forlì: la direttrice Palma Mercurio, Michela Zattoni, comandante della Polizia Penitenziaria, Erika Casetti, psicologa, Luigi Dall'Ara, Volontario dell'Associazione San Vincenzo De Paoli.

Ampio spazio è stato poi riservato al rapporto tra il detenuto e il lavoro. Il tempo della detenzione deve essere riempito di contenuti, dall'istruzione alla formazione al lavoro. Le statistiche infatti attestano che il lavoro in carcere riduce fortemente la recidiva.

In questa seconda parte della mattinata hanno condiviso la propria testimonianza Lia Benvenuti, Direttore generale Techne, Stefano Fabbrica, Presidente Coop Sociale Lavoro Con, Pietro Bravaccini, Production Planner Vossloh-Schwabe Italia Spa e una persona detenuta. Barbara Gualandi, Direttore Ufficio locale di Esecuzione esterna, e l'Assessora ai Servizi per le persone e le famiglie Carmelina Labruzzo hanno illustrato l'ampia realtà dei servizi sociali che supportano il detenuto per il reintegro nella comunità e nella legalità.

 
Andria (Bat). In masseria per tornare a vivere PDF Stampa
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di Davide Dionisi


L'Osservatore Romano, 26 gennaio 2020

 

Senza Sbarre, il progetto di don Riccardo Agresti per il reinserimento dei detenuti. La vera vittoria non sta mai nell'annientamento di chi ha commesso un reato, ma nel suo recupero. È il presupposto da cui è partito don Riccardo Agresti, sacerdote di Andria, che insieme ad un confratello, don Vincenzo Giannelli e al magistrato della corte di appello di Bari, Giannicola Sinisi, ha dato vita a Senza Sbarre, un progetto che "nasce dalla chiamata del Signore in un territorio molto difficile", ci spiega.

"Fui colpito dalla testimonianza di una mamma che era solita partecipare ai nostri incontri in parrocchia. Veniva sempre sola con il suo bambino. Le chiesi il motivo e lei rispose che suo marito aveva un impiego a nord e lo vedeva raramente. Scoprii che la residenza del consorte era via Andria 300, ovvero l'indirizzo della Casa Circondariale di Trani", racconta don Agresti. "Capii immediatamente che avrei dovuto fare qualcosa per questa famiglia e per tutti coloro che si trovavano nella stessa situazione.

Da lì nacque la mia attività di volontariato in carcere, accompagnato da don Vincenzo, e Senza Sbarre, attraverso il quale oggi lavoriamo per il recupero delle persone e l'equilibrio sociale perduto, mediante la pratica lavorativa e l'esercizio civile e spirituale, mirando alla riconciliazione degli autori dei reati con le vittime". Fin dall'inizio fu scelta la Masseria San Vittore, nei presso di Castel del Monte, che la diocesi mise a disposizione.

"Era un casale abbandonato con 8 ettari di terreno, un po' isolato, e in pessimo stato" racconta il sacerdote. "Ma l'idea era valida e quindi valeva la pena trovare fondi per ristrutturare il plesso", prosegue. Della bontà dell'iniziativa si accorse immediatamente la Caritas, che riconobbe Senza Sbarre come esperimento pilota nazionale perché primo progetto di misura alternativa al carcere di comunità. Un'idea certamente non vietata dalla legge ma che avrebbe potuto scontrarsi con la preoccupazione dei giudici.

"Un collegamento tra persone condannate avrebbe potuto favorire la recidiva", spiega il magistrato Sinisi e aggiunge: "Senza sbarre avrebbe dovuto guadagnarsi la credibilità dei tribunali di sorveglianza, impegnando don Riccardo, quale diretto responsabile, ad essere garante". Risultato? "Oggi i detenuti in Masseria curano i campi, gli animali, producono pasta fresca e taralli, manutengono le strutture, progettano l'uso di un forno a legna per pane e focacce, trasformano i prodotti agricoli e li vendono.

Inoltre partecipano alle attività di formazione e sono pienamente inseriti nella comunità che li riconosce come persone in cammino e tutta la comunità ha intuito la portata innovativa e rivoluzionaria del progetto", rivela don Riccardo. Ma che ci fa un magistrato accanto a un sacerdote in prima linea per il recupero e il reinserimento dei detenuti? Sorride Giannicola Sinisi e racconta: "Conosco don Agresti da 30 anni. Per motivi anagrafici lo considero un fratello spirituale e quando ha deciso di cominciare questa avventura, considerato che ha la testa dura, ho deciso di non lasciarlo solo. Conoscevo bene i rischi che avrebbe corso.

Inoltre ho scelto di stargli accanto anche per convenienza. Siccome credo nel recupero del condannato, onde evitare di ritrovarmi in ulteriori processi a causa delle recidive, ho pensato bene di abbracciare subito la causa. Avrei avuto meno da fare in tribunale, ma avrei ottenuto maggiori soddisfazioni da volontario".

La costituzione di questo gruppo ha consentito di aprire nuove vie al reinserimento attivo del detenuto nel contesto lavorativo produttivo e non assistenziale. Fino ad oggi, infatti, si sono percorse tre strade: quella del pessimismo e cioè della totale segregazione in periodi di criminalità dilagante e di terrore; dell'ottimismo ipotizzando una società senza pena nella considerazione che fosse il carcere a creare recidiva e, infine, quella della ragione o ragionevolezza considerando, invece, che non il carcere ma l'uso che se ne fa, potesse a socializzare i reclusi.

L'iniziativa di don Riccardo sembra percorrere questa terza via. Ma perché destinarli al lavoro della terra? "Perché quelle mani che avevano commesso crimini, avrebbero dovuto trasformarsi in bene prezioso per la comunità", risponde. "Per questo abbiamo chiamato la nostra cooperativa A Mano libera. Tra loro c'è chi in passato ha coltivato marijuana. Oggi è il responsabile dell'area ortaggi ed è uno dei punti di riferimento della comunità. Non dimentichiamo poi che mi chiamo don Riccardo Agresti, nomen omen".

L'esperienza della Masseria evidenzia che esiste la possibilità di adottare provvedimenti alternativi alla pena detentiva di tipo tradizionale ed altri provvedimenti diretti in primo luogo a pervenire ad una giustizia penale più progredita e civile, sul modello di altri paesi, e al tempo stesso alla soluzione del problema del sovraffollamento delle carceri.

Anche perché in una situazione pressoché generale di ozio forzato dei reclusi, che ne fomenta abiezioni ed instabilità gravi, un progetto educativo sperimentale, che prevede il loro recupero e il loro reinserimento attraverso forme di socializzazione e l'apprendimento di una professione artigianale, non può che alleggerire il carico delle istituzioni.

"È necessaria una riconsiderazione globale della concezione e dei meccanismi del sistema punitivo del nostro Paese per aprire la strada dell'effettiva attuazione del dettato costituzionale sul reinserimento del condannato nella vita sociale", rileva il magistrato che, accanto alla scrittrice Angela Covelli, ha avviato una collana editoriale che racconta le vite dei protagonisti che lavorano nella Masseria.

"La prima è dedicata ad un ragazzo senegalese che si è convertito ed è stato battezzato in carcere. Si chiama Matteo e oggi è un pilastro del nostro gruppo", spiega Covelli. Ma stare al fianco di un magistrato durante la giornata non potrebbe creare qualche disagio agli ospiti? "Niente affatto", chiarisce prontamente Sinisi.

"Loro sono molto contenti e mi trattano con grande rispetto. Li ho persino invitati a palazzo di giustizia alla presentazione del mio libro. All'inizio erano spaesati perché hanno visto quelle aule solo in occasione dei loro processi, poi hanno trovato la giusta serenità. Anche perché, per la prima volta, sono usciti dal palazzo senza manette.

Lo stesso disagio iniziale è stato manifestato anche dai miei colleghi, ma l'obiettivo era proprio quello di rompere ogni barriera e pregiudizio. Non stavo accompagnando reati, ma persone. Tra l'altro - conclude sorridendo Sinisi - uno di loro è stato proprio condannato da me".

 
Volterra (Pi). Tornano le "Cene galeotte", chef in carcere per beneficenza PDF Stampa
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italiaatavola.net, 26 gennaio 2020


Riparte ad aprile il progetto della Casa circondariale di Volterra. Il ricavato sarà devoluto in beneficenza. Quest'anno al via una collaborazione con il Movimento Turismo del Vino.

Dal 17 aprile al 7 agosto 2020 tornano le cene galeotte, il progetto ideato dalla direzione della Casa di Reclusione di Volterra (Pi) e realizzato in collaborazione con Unicoop Firenze e la Fondazione Il Cuore Si Scioglie Onlus. Un successo crescente raccontato dai numeri, con oltre 1.000 partecipanti la scorsa edizione e più di 16.000 visitatori dall'esordio di un'iniziativa che propone ai detenuti un percorso formativo attraverso cene mensili aperte al pubblico e realizzate con il supporto - a titolo gratuito - di chef professionisti.

Le Cene Galeotte confermano inoltre la loro natura solidale: il ricavato di ogni serata - 45 euro il costo, 35 per soci Unicoop Firenze: circa 100 i posti disponibili - è interamente devoluto dalla Fondazione Il Cuore si Scioglie Onlus a progetti di beneficenza di respiro nazionale ed internazionale realizzati in collaborazione con il mondo del volontariato laico e cattolico.

Si rinnova dunque la possibilità di un'esperienza irripetibile per i visitatori, ma anche un momento vissuto con grande coinvolgimento da parte dei detenuti, che grazie al lavoro di sala e cucina acquisiscono un vero e proprio bagaglio professionale. In oltre trenta casi questa esperienza si è infatti tradotta in impiego presso ristoranti e strutture esterne, a pena terminata o secondo l'art. 21 che regolamenta il lavoro al di fuori del carcere.

Fra le novità di questa edizione la partnership con il Movimento Turismo del Vino Toscana, associazione vinicola di riferimento nel panorama regionale le cui aziende - coinvolte nel progetto dalla Fisar Delegazione Storica di Volterra - prenderanno parte alle serate mettendo a disposizione gratuitamente i proprio vini, ed un Progetto Fotografico che vedrà ogni sera raccontata dagli scatti di fotografi professionisti, presenti sempre in maniera gratuita, le cui opere saranno raccolte a fine edizione in una mostra.

Calendario Cene Galeotte 2020

Venerdì 17 aprile 2020

Chef Pietro Cacciatori, ristorante Albergaccio, Castellina in Chianti (Si)

Vini: Donatella Cinelli Colombini di Montalcino (Si)

Venerdì 22 maggio 2020

Chef Alessandro Cozzolino, ristorante La Loggia, Belmond Villa San Michele, Fiesole (Fi)

Vini: Agricola Tamburini di Gambassi Terme (Fi)

Venerdì 19 giugno 2020

Chef Vito Mollica, Il Palagio - Four Seasons Hotel, Firenze

Vini: Tenuta Di Capezzana di Carmignano (Po)

Venerdì 10 luglio 2020

Chef Marco Lagrimino, Osteria Volpaia, Radda In Chianti (Si)

Vini: Cosimo Maria Masini di San Miniato (Pi)

Venerdì 7 agosto 2020

Chef Marco Stabile, ristorante Ora d'Aria, Firenze

Vini: Buccia Nera di Arezzo

Per informazioni: www.cenegaleotte.it

 
"I guardiani della memoria", di Valentina Pisanty. Lessico per una Giornata PDF Stampa
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di Enzo Traverso


Il Manifesto, 26 gennaio 2020

 

Proprio nei paesi in cui la Shoah è stata oggetto di commemorazioni ufficiali e politiche educative, ha suscitato la creazione di musei e memoriali, ispirato numerose opere letterarie e cinematografiche, fino a essere protetta da leggi speciali che prevedono condanne severe per chi osi violarle, proprio qui - è la tesi dalla quale prende le mosse il nuovo saggio di Valentina Pisanty, "I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe" (Bompiani, pp. 256, € 13,00) - razzismo e xenofobia hanno conosciuto una crescita esponenziale, negli ultimi vent'anni. Qualcosa non funziona.

Difficilmente contestabile, questa diagnosi mostra impietosamente come la memoria pubblica dell'Olocausto si sia trasformata in una macchina ipertrofica che gira a vuoto, finalizzata a preservare sé stessa anziché svolgere una funzione civile, e sempre più sconnessa dai processi di fabbricazione sociale e culturale del razzismo e della xenofobia. Dopo essere stata convertita, come scrive Pisanty, in una "forma narrativa vuota", questa memoria reificata e neutralizzata può prestarsi agli usi peggiori: quelli, per esempio, di chi la brandisce come alibi per potere più comodamente predicare l'odio.

La memoria pubblica della Shoah è cosa diversa dal trauma dell'esperienza vissuta e dal ricordo che ne scaturisce, incarnato dai sempre più rari sopravvissuti dei campi nazisti. Essa ha i suoi "guardiani" - associazioni, istituzioni e personalità regolarmente sollecitate dai media - che ne amministrano le pratiche e le forme.

I guardiani parlano in nome delle vittime e gestiscono la posterità di un evento della storia europea che, secondo la formula ormai canonica di Elie Wiesel, possiede una dimensione assolutamente unica e al contempo universale. La singolarità della Shoah, affermava Wiesel parlando a nome degli ebrei, ne fa "un capitolo glorioso della nostra storia eterna", mentre il suo carattere universale impone di preservarne la memoria come un dovere etico, una sorta di imperativo categorico del nostro tempo.

Ciò permette di selezionare e riformulare le richieste di riconoscimento pubblico di altri genocidi e crimini contro l'umanità conformandoli al lessico specifico dell'Olocausto, fondato sulla dicotomia normativa tra carnefici e vittime: è avvenuto in Ruanda, dove il nazionalismo hutu è diventato un nazismo tropicale; in Ucraina e in America latina, dove l'Holodomor, la collettivizzazione delle campagne nell'URSS degli anni Trenta, e la repressione delle dittature militari degli anni Settanta sono diventate genocidî; e infine al di là dei Pirenei, dove la repressione franchista è stata ribattezzata dallo storico Paul Preston "l'Olocausto spagnolo".

La gestione dell'Olocausto come un lascito, un'eredità, un bene patrimoniale trasforma i suoi "guardiani" in manager della memoria spesso chiamati a definire i siti destinati ad accogliere musei e memoriali, ad amministrare fondi per l'organizzazione di mostre e viaggi scolastici, a finanziare opere d'arte e restaurare siti o edifici. Talvolta si fanno carico di vere e proprie trattative commerciali, come avvenne anni fa quando le associazioni americane dei guardiani della memoria (a differenza di quelle europee) ingaggiarono un agguerrito team di avvocati d'affari per negoziare con le banche svizzere la restituzione dei beni espropriati agli ebrei fuggiti dal III Reich.

In tempi recenti, la memoria della Shoah è diventata il vessillo delle istituzioni internazionali. Nel 2000, i rappresentanti di quarantasette paesi riuniti a Stoccolma hanno solennemente sottoscritto un testo comune secondo il quale "l'enormità dell'Olocausto deve essere per sempre stampata a lettere di fuoco nella nostra memoria collettiva". Dichiarazioni analoghe sono emanate dall'Unione Europea, dove i crimini del nazismo vengono in genere affiancati a quelli del comunismo al fine di accontentare i nuovi membri provenienti dall'ex blocco sovietico.

Divisa sulle politiche di accoglienza dei profughi, l'Unione Europea è sempre unanime quando si tratta di pauperizzare la Grecia, privatizzare i servizi o commemorare l'Olocausto. Da un lato discute sul modo più efficace di impedire l'esodo di chi fugge guerre e violenza - se necessario finanziandone l'internamento nei campi libici - e dall'altro commemora le vittime dei campi nazisti. Priva di un assetto federale e di istituzioni democratiche dotate di poteri effettivi, l'Unione Europea si sta profilando, dietro la facciata di un Parlamento decorativo, come un mostruoso binomio: l'eurogruppo dei ministri delle finanze affiancato dalle liturgie della Shoah; lo stato d'eccezione neoliberale unito al "dovere della memoria". Non stupisce che, così strumentalizzata e avvilita, questa memoria perennemente invocata non abbia più nessuna efficacia nella lotta contro un razzismo dilagante.

La Shoah, sosteneva Habermas, è il trauma che ha lacerato il tessuto antropologico sul quale poggiava la storia europea. La scelta di fondare la religione civile delle democrazie occidentali sulla memoria di questo evento ha senso se essa viene connessa al mondo di oggi, se viene indirizzata contro le culture e le pratiche xenofobe che si espandono paurosamente nel presente.

Edificata come culto del ricordo fine a sé stesso e impermeabile a quanto avviene nel mondo circostante, la memoria dell'Olocausto non serve a nulla, neppure a proteggere gli ebrei, una minoranza che da settant'anni non subisce più discriminazioni ma viene sovraesposta e rischia di trasformarsi nel capro espiatorio del risentimento suscitato dalle politiche neocoloniali dell'Occidente.

Questa memoria è unanime perché non infastidisce nessuno, soprattutto non disturba i principali responsabili del nuovo razzismo. Se il ricordo di chi fu perseguitato e offeso venisse usato per denunciare le esclusioni del presente, questo unanimismo svanirebbe.

I giovani "stranieri" che sono nati, cresciuti e hanno studiato in Italia, ai quali oggi non viene riconosciuta la cittadinanza, devono osservare perplessi il fervore con il quale, nel paese in cui vivono, si commemorano le leggi razziali del 1938 che negavano i diritti agli israeliti. Se l'esclusione degli ebrei avvenuta ottant'anni fa continua a suscitare tanta indignazione, perché negare la cittadinanza alle centinaia di migliaia di persone che ne sono escluse oggi?

Di fronte a questi paradossi, si ha voglia di rimpiangere un'epoca nella quale gli stati europei non commemoravano l'Olocausto, un evento che nessun ebreo si sarebbe sognato di considerare "un capitolo glorioso" della sua storia. Occulto, silenzioso, fatto di un dolore lancinante ma pudicamente nascosto, il ricordo della Shoah svolse un ruolo importante, durante la guerra d'Algeria, per ispirare la lotta contro il colonialismo, mentre Auschwitz era spesso invocato da chi, come Sartre e Marcuse, condannava i crimini di guerra americani in Vietnam.

È ad Auschwitz che Günther Anders, un esule dalla Germania nazista, voleva riunire il tribunale Russell. Priva di guardiani, la memoria della Shoah non possedeva un linguaggio codificato e veniva custodita da ben poche istituzioni, ma la sua efficacia politica era probabilmente maggiore e il suo profilo etico ben più universale.

L'appendice di "I guardiani della memoria", dedicata alla semiotica della testimonianza, contiene alcune formulazioni discutibili, in particolare quelle relative al "carattere interamente ipotetico" della narrazione storiografica, che rischiano, paradossalmente, di indebolire la critica delle tesi negazioniste: se la storia delle camere a gas fosse una ricostruzione "interamente ipotetica", sarebbe alquanto difficile pretendere che il discorso di Robert Faurisson sulla loro inesistenza sia una menzogna. Sarebbe utile, a questo proposito, rileggere una vecchia polemica tra Carlo Ginzburg e Hayden White.

Messa a parte l'appendice, il saggio di Valentina Pisanty sviluppa un'argomentazione stringente. Scritto con ammirevole intelligenza critica, una penna tagliente e un'indignazione percepibile ma sempre controllata, esso scioglie il grumo di contraddizioni di cui è fatta la memoria dell'Olocausto e ci aiuta a orientarci nel suo labirinto. Si tratta, soprattutto in questa congiuntura, di un contributo salutare. Prova che l'intellettuale - una figura pubblica che mette le sue conoscenze e la sua riflessione critica al servizio della società civile, enunciando verità scomode - esiste ancora. Ne abbiamo disperatamente bisogno.

 
27 gennaio. Tramandiamo la Memoria. La parola ai ragazzi PDF Stampa
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di Patrizio Gonnella


L'Espresso, 26 gennaio 2020

 

"Qui abita un ebreo", qualcuno ha scritto pochi giorni fa sulla porta di una casa a Mondovì dove abita il figlio di una donna partigiana che ha vissuto la tragedia della deportazione nel campo di Ravensbruck. Questo era il più grande campo di concentramento nazista, a pochi chilometri da Berlino. A Ravensbruck un gran numero di dottori, anzi di criminali, sottoposero le prigioniere a esperimenti medici crudeli. Alcune donne vennero brutalmente ferite, infettate, fratturate fino a produrre loro cancrena. Lo scopo era quello di verificare l'efficacia di alcuni medicamenti da usare per curare i soldati nazisti. Ad altre donne vennero trapiantate ossa che erano state amputate a loro compagne di internamento.

Centinaia di donne rom a Ravensbruck furono sterilizzate. Più di dieci medici, indegni del loro ruolo, furono ritenuti colpevoli dal tribunale di Norimberga. Erano responsabili di una vera e propria fabbrica di eliminazione di massa degli indesiderati, a partire dagli ebrei, sino ai disabili e ai dissidenti. A capo c'era Viktor Brack, che medico non era, ma di medici si avvaleva. Chiunque abbia intimidito e offeso quel signore e la sua mamma (oramai deceduta) a Mondovì ha offeso tutti noi nonché la memoria su cui si fondano le democrazie costituzionali contemporanee.

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Non è una giornata come le altre. Non ha nulla di rituale. È oramai diventata una grande occasione per costruire una memoria comune con le nuove generazioni. Lunedì 27 gennaio a partire dalle 9.30 nell'Aula Magna della Facoltà di Lettere dell'Università Roma Tre, in un evento organizzato dalla stessa Università Roma Tre insieme alla Coalizione italiana per i diritti e le libertà civili, circa cinquecento studenti delle scuole medie inferiori e superiori romane incontreranno gli scrittori reduci dai campi Edith Bruck e Aldo Zargani, dopo aver ascoltato le composizioni del maestro Claudio Di Segni.

Queste la parole loro rivolte da Liliana Segre: "Mai dimenticare le parole con le quali Primo Levi ci ha per sempre ammoniti: se quell'orrore è potuto accadere, può accadere ancora. Il pericolo è sempre in agguato: odio, razzismo, antisemitismo, discriminazione, ingiustizia, violenza, guerre, sono malattie anche del nostro tempo. Mai abbassare la guardia, mai voltare la testa dall'altra parte, mai cedere all'indifferenza. Nessuno più di me è sensibile al tema dell'indifferenza." Parole che si uniranno a quelle dei ragazzi a cui viene dato il compito di tramandare una memoria che altrimenti andrebbe persa. E oggi non possiamo permettercelo, visto quanto ad esempio accaduto a Mondovì.

Esistono i criminali, esistono gli indifferenti, esistono gli smemorati, ma fortunatamente esistono anche i 'giusti'. La memoria dei nostri ragazzi è anche usata per ricordare i 'giusti'. Tommaso è uno dei ragazzi che lunedì racconterà storie raccolte in famiglia. La sua è la memoria di un giusto: "Durante la seconda guerra mondiale mia nonna viveva con i genitori ed i fratelli a Roma in via Siacci 32. Quando nel 1942 l'esercito tedesco ha iniziato i rastrellamenti degli ebrei, i miei bisnonni hanno nascosto per un anno una famiglia di loro amici ebrei, che altrimenti sarebbe stata deportata nei campi di concentramento.

Mia nonna Maria, all'epoca, aveva tre anni e giocava con i figli piccoli della famiglia ospite. Era però tutto molto complicato perché questa cosa doveva rimanere segreta. Non la doveva sapere nessuno. Ad ogni controllo tedesco loro si nascondevano in soffitta. Molti anni dopo la mia bisnonna ha raccontato a mia nonna che secondo lei moltissimi nel quartiere sapevano degli amici nascosti, ma per fortuna nessuno li ha mai traditi. Qualche tempo fa abbiamo ricevuto una telefonata del tutto inaspettata: una pronipote della famiglia ebrea aveva ricostruito questa storia, risalendo ai miei bisnonni e proponendo di nominarli "giusti fra le nazioni".

Nel 2008, una delegazione della mia famiglia è stata invitata a partecipare alla cerimonia di nomina, durante la quale è stato piantato un albero in ricordo dei miei bisnonni. Qualche settimana fa, durante le vacanze di Natale, ho visitato Gerusalemme con mia sorella, i miei genitori e dei nostri cari amici e sono stato al museo dell'olocausto: Yed Vashem.

Lì, abbiamo fatto una passeggiata nel Giardino dei Giusti dove abbiamo potuto rintracciare il nome dei miei bisnonni su una delle targhe. Per tutti noi è stata una grande emozione e io sono veramente fiero dei miei bisnonni che hanno rischiato la propria vita per proteggere delle persone innocenti". E noi siamo fieri di Tommaso e di tutti quelli che useranno il Giorno della Memoria per isolare i criminali, gli indifferenti, gli smemorati.

E i nostri ragazzi non possono e non debbono dimenticare le responsabilità del regime fascista. Così Fabio: "Mio nonno, che si chiamava come me, all'inizio dell'anno scolastico 1938-1939, quando aveva più o meno la mia età, è stato cacciato - come diceva lui- "da tutte le scuole del Regno" perché era ebreo. Però posso capire quello che Nonno Fabio ha provato quando, recandosi a scuola una mattina come le altre, ha saputo dal suo insegnate che, a causa di una lettera arrivata al Preside dal Governo, lui in quella scuola non ci poteva più andare, perché era ebreo.

E, capendo che sarebbe stato inutile discutere o fare domande, si è ripreso i suoi libri e, uscendo dalla classe, ha guardato i suoi compagni per spiarne le reazioni, e avrà visto - immagino, dato che le classi sono abbastanza tutte uguali - la faccia di chi era contento, di chi era sprezzante, di chi era costernato, di chi aveva le lacrime agli occhi.

E credo di capire cosa deve aver provato, tornato a casa, nel dare la notizia della sua espulsione ai suoi genitori, nel vedere le loro espressioni terrorizzate e impotenti mentre gli dicevano: "non è successo niente di grave, vedrai, una soluzione si trova". Immagino che nella sua testa ci fossero tante domande, le stesse che mi farei io se un giorno decidessero di cacciarmi dalla classe perché ho gli occhi neri o perché non ho i capelli ricci, o altro.

E questa è un'esperienza che, in mancanza di democrazia, quando un regime decide di violare il principio più importante della giustizia, quello che dice che siamo tutti uguali di fronte alla Legge - La legge è uguale per tutti - tutti i bambini del Mondo in tutti i periodi della storia rischiano di fare.

C'è il rischio che qualunque bambino venga dichiarato inaccettabile, perché del sesso sbagliato, perché bianco o nero o rosso o giallo, perché ebreo, cristiano o mussulmano, yazidi o animista, perché portatore di handicap, perché povero (i motivi possono essere infinti) invece che solo un bambino, un bambino e basta". È alle nuove generazioni che spetta tramandare la memoria e isolare chi vorrebbe tornare a un passato criminale.

 
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