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Clima. Greta, perché l'Italia ieri non c'era PDF Stampa
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di Riccardo Luna


La Repubblica, 22 settembre 2019

 

Perché l'Italia non c'era? Perché mentre le piazze del mondo ieri si riempivano di migliaia di giovani che marciavano per il clima, da noi no? Perché c'erano manifestazioni ovunque dall'Australia al Sud America, da Berlino a New York, e in decine di villaggi africani, da noi nulla? I numeri finali sono questi: seimila eventi in tremiladuecento città in 165 paesi di tutti i continenti. L'Italia, non pervenuta.

Mi sono fatto questa domanda per qualche ora mentre seguivo le cronache di questo venerdì 20 settembre sul profilo Twitter e Instagram di Greta Thunberg, la 16 enne svedese che ha iniziato tutto questo un anno fa. Cercavo una piazza italiana qualunque, un cartello, un segno di vita e ci ho messo un po' prima di capire che era colpa mia. Era il giorno sbagliato. Da noi ci mobiliteremo venerdì prossimo, mi hanno spiegato alcuni degli organizzatori, del resto questa era una "settimana di mobilitazione per il clima" e l'Italia ha scelto di muoversi l'ultimo giorno, il 27 settembre.

Perché? Non l'ho ben capito. Alcuni mi hanno detto che è perché le scuole da noi hanno iniziato tardi, il 16 settembre, ed è stato ritenuto che non ci fossero i tempi per organizzarsi. Del resto siamo il paese che arriva sempre in ritardo e che ha inventato il decreto mille proroghe per prolungare gli effetti dei decreti che non facciamo in tempo a convertire in legge: è come se avessimo chiesto una proroga anche per protestare. Altri mi hanno fatto presente che ci sono alcuni altri paesi che hanno fatto la stessa scelta, come Argentina, Cile, Canada, Danimarca, Olanda, Portogallo e Israele.

Bene, allora ringrazio pubblicamente gli organizzatori, ringrazio chi si sta mobilitando perché l'Italia dia un segnale forte, come già accadde in occasione del primo sciopero del clima, il 15 marzo scorso. L'ho detto altre volte e lo ribadisco: trovo formidabile che una ragazza di 16 anni sia riuscita a scuotere le coscienze dei suoi coetanei e liberare il tema del cambiamento climatico dagli sbadigli dei convegni per porlo in cima all'agenda politica globale.

Trovo formidabile e azzeccatissimo lo slogan: uniamoci dietro la scienza. In un mondo in cui sembra che chiunque possa dire tutto, dove le competenze non contano nulla, e gli stregoni invece magari sì, rimettere la scienza al centro è un atto rivoluzionario. E serve anche a smontare gli sbuffi di quelli che dicono che dare retta a Greta Thunberg vuol dire tornare indietro di due secoli, a illuminarci con le candele e scaldarci con i legnetti. Questa è più di una fake news: oggi proprio grazie al progresso scientifico e tecnologico è possibile mantenere la nostra qualità della vita cambiando stile, cambiando il modo in cui le cose vengono prodotte, consumate e smaltite. L'economia circolare di cui tanto si parla non vuol dire tornare ad un mondo di rigattieri, ma produrre beni in modo che non ci siano scarti. È una rivoluzione possibile e doverosa. E l'Italia ha l'occasione di farla davvero.

Sono passati inosservati due incontri che il nuovo ministro dell'Istruzione Fioramonti ha condiviso nei giorni scorsi su Twitter: il primo con Jeffrey Sachs, il secondo con Gunther Pauli. Due economisti che figurano fra i massimi esponenti globali di questo nuovo modello di sviluppo. Erano a al Ministero, a viale Trastevere, segno che hanno chi dà loro ascolto e credito.

Il ministro ha anche scritto una lettera a tutte le scuole per appoggiare le iniziative che verranno prese sul cambiamento climatico. Non è banale quello che sta accadendo, e non è una cosa che riguarda solo gli studenti. Fra i tanti bellissimi cartelli che ho visto nelle piazze del mondo ieri, uno in particolare mi ha colpito. Quello di una ragazza che diceva: Quando la situazione sarà irreversibile (nel 2030) io avrò 24 anni. Ho pensato ai miei figli: nel 2030 avranno 25 e 20 anni. Vorrei contribuire a lasciare un mondo migliore. Venerdì 27 settembre marcio anche io.

 
Migranti. Strage dei bambini, a processo gli ufficiali della Marina e della Guardia costiera PDF Stampa
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di Fabrizio Gatti


L'Espresso, 22 settembre 2019

 

I responsabili delle sale operative di Roma rinviati a giudizio per rifiuto d'atti d'ufficio e omicidio colposo. Nel naufragio del peschereccio preso a mitragliate da una motovedetta libica morirono 268 profughi siriani, tra cui sessanta minori. Chiesta l'archiviazione della comandante Catia Pellegrino, ma i sopravvissuti si oppongono.

Un processo stabilirà finalmente perché la Marina militare e la Guardia costiera l'11 ottobre 2013 non salvarono sessanta bambini e i loro genitori: nel naufragio a 61 miglia nautiche a sud di Lampedusa annegarono in tutto 268 profughi siriani dei 480 ammassati su un peschereccio, preso a mitragliate la sera prima da una motovedetta libica.

Luca Licciardi, 49 anni, quel giorno responsabile della sala operativa del Comando in capo della Squadra navale della Marina (Cincnav), e Leopoldo Manna, 58 anni, allora capo della centrale operativa della Guardia costiera (Mrcc Roma), avranno così l'opportunità di spiegare al giudice perché quel pomeriggio, invece di ordinare l'immediato intervento al pattugliatore Libra che con l'elicottero a bordo era ad appena 17 miglia (un'ora di navigazione), attesero per oltre cinque ore l'arrivo di una nave militare di Malta, isola che si trova a 118 miglia a nord-est (218 chilometri, circa sei ore di navigazione). La Marina ordinò addirittura alla comandante della Libra, Catia Pellegrino, di allontanarsi dal punto in cui il barcone stava affondando.

Il giudice dell'udienza preliminare di Roma, Bernadette Nicotra, questa mattina ha rinviato a giudizio il capitano di fregata Licciardi e il capitano di vascello Manna. Il sostituto procuratore Sergio Colaiocco contesta loro i reati di rifiuto d'atti d'ufficio e omicidio colposo. La prima udienza si terrà il 3 dicembre. Agli atti del processo sono stati depositati anche la lunga inchiesta de "L'Espresso" sul naufragio dei bambini e il documentario "Un unico destino", prodotto da Espresso e Repubblica.

Poche settimane dopo il disastro, Manna diventerà uno degli eroi a capo dei soccorsi dell'operazione "Mare nostrum", decisa dal governo italiano a fine ottobre 2013. Il giorno del naufragio però le disposizioni sono diverse. E a Mohanad Jammo, medico anestesista di Aleppo in fuga con la famiglia, che con un telefono satellitare supplica l'intervento immediato dei soccorsi da Lampedusa, il comandante della centrale della Guardia costiera chiede di chiamare Malta: perché è più vicina, anche se non è vero. Il dottor Jammo ha fatto tutto quello che doveva fare: si è presentato come medico, ha detto che c'erano bambini feriti a bordo, che il motore era fuori uso e nello scafo c'era già mezzo metro d'acqua. Jammo non sa che la Libra è appena oltre l'orizzonte. Ma a bordo hanno vari strumenti Gps, così tutti si accorgono che la Guardia costiera italiana sta mentendo: Lampedusa è a 61 miglia nautiche, 112 chilometri, la distanza da Malta quasi il doppio.

I militari italiani in quel momento vogliono evidentemente far valere la posizione del peschereccio: alla deriva nella zona che, secondo un'interpretazione errata degli accordi internazionali, è di competenza maltese. Una decisione che i due ufficiali probabilmente non prendono da soli, ma dopo l'ordine illegale di un'autorità superiore mai identificata. La prima telefonata di Mohanad Jammo è delle 12,26.

La seconda con tutti i dettagli su posizione, feriti, acqua a bordo, delle 12.39. Sono giorni dello scaricabarile tra Italia e Malta, proprio come oggi. Nel pomeriggio Licciardi ordina, testualmente, che la Libra "non deve stare tra i coglioni quando arrivano le motovedette" maltesi. Un aereo ricognitore di Malta, però, fotografa la nave comandata da Catia Pellegrino mentre si allontana. Marina militare e Guardia costiera rifiutano di inviare la Libra anche dopo i fax e le chiamate della centrale operativa della Valletta che chiede più volte all'autorità italiana di poter impiegare il pattugliatore, perché è il più vicino ed è l'unico che possa intervenire rapidamente.

Alle 17.07 il peschereccio si rovescia. Alle 17.51, cinque ore e mezzo dopo la prima richiesta di soccorso, arriva sul punto del naufragio la motovedetta P61 maltese. La comandante della Libra invia nel frattempo il suo elicottero per lanciare in acqua zattere gonfiabili e giubbotti di salvataggio. Ma la nave sarà operativa soltanto dopo le 18, mentre molti naufraghi, con i loro bambini, continuano ad affogare nel mare quasi calmo.

La Procura di Roma ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta su Catia Pellegrino perché non sarebbe stata informata dai suoi superiori delle reali condizioni di pericolo. Gli avvocati dei genitori sopravvissuti, Alessandra Ballerini e Arturo Salerni, si sono opposti. Per l'ufficiale più famosa d'Italia il caso resta aperto.

 
Migranti. La tratta delle ragazze dalla Nigeria all'Italia via Libia: "Preghi di morire" PDF Stampa
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di Fabrizio Floris


Il Manifesto, 22 settembre 2019

 

Da Benin City all'inferno e ritorno. Storie di abusi infiniti nell'ultimo rapporto di Human Rights Watch. Blessing come molte altre ragazze nigeriane ha accettato l'allettante proposta di lavoro in Libia come collaboratrice domestica per un salario di 150.000 naira (circa 400 euro, tre volte lo stipendio medio nel suo paese). Una volta in Libia la "signora" le ha svelato che tipo di lavoro avrebbe dovuto fare, akwuna (la prostituta) così lei le ha detto "ma non è un lavoro domestico". La "signora" le ha risposto "sì che lo è".

Blessing è stata minacciata di morte e chiusa in una stanza per quattro giorni senza cibo. "Uscirai quando restituirai il tuo debito per il viaggio (4 mila euro)". È iniziata così la discesa nei sotterranei dello sfruttamento sessuale, si è liberata ed è scappata con un ragazzo che è stato ucciso dai miliziani dell'Isis, lei invece è sopravvissuta solo perché in stato di gravidanza, ma è stata tenuta segregata e violentata per tre anni finché i soldati libici l'hanno consegnata all'Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) che l'ha aiutata a rientrare in Nigeria. Adesso si trova in un rifugio gestito dall'agenzia nigeriana anti-tratta. Quella di Blessing è una delle 76 storie descritte nell'ultimo report di Human Rights Watch, il cui titolo You pray for death (Preghi di morire) è tratto dal racconto di una delle ragazze intervistate.

La maggior parte delle vittime di tratta nigeriane (più di 9 su 10) proviene, secondo l'ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), dallo stato di Edo. Il numero di "potenziali" vittime della tratta nigeriana in Italia è cresciuto drammaticamente negli ultimi anni. Secondo Oim nel 2017 l'aumento è stato del 600% e si stima che riguardi l'80% delle ragazze che arrivano dalla Nigeria (in questi ultimi mesi il flusso risulta molto ridimensionato, segno che i trafficanti sono alla ricerca di nuove rotte).

Il viaggio negli ultimi anni ha seguito la rotta libica e poi via mare nel Mediterraneo con lo scopo preciso di inserire le ragazze nei progetti di assistenza per richiedenti asilo in modo da farle avere un documento regolare. Chi arriva in Italia mantiene il segreto con la famiglia, manda fotografie che la ritraggono come barista, sarta, parrucchiera... alcune negli anni diventano madam i cui guadagni danno un impulso notevole alla ricchezza di Benin City, dove hanno costruito case, negozi... Potremmo dire che lo sviluppo della città è lastricato dai corpi delle donne che hanno battuto le strade italiane.

Forse più drammatica è la situazione delle ragazze che ritornano in Nigeria dove oltre alla tratta devono affrontare la povertà e lo stigma ("le ragazze che tornano dall'Europa stanno costruendo case per le loro famiglie e tu sei tornata senza niente ...") e i progetti di reinserimento risultano ancora poco adeguati.

La situazione è fluida: l'attività delle ong, dell'agenzia nazionale nigeriana contro la tratta e i media hanno accresciuto la conoscenza del fenomeno, tant'è che le ragazze che partono ora sanno il lavoro che andranno a fare, ma restano inconsapevoli dello sfruttamento e del debito da pagare.

Le madam sono convinte di essere un aiuto per le ragazze e infatti amano definirsi sponsor: una delle reclutatrici ha dichiarato alla Reuters che "le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire". La novità degli ultimi mesi sarebbe, secondo Don Carmine Schiavone delle Caritas di Aversa, la tratta secondaria: "Le ragazze una volta in Italia se non riescono a restituire il debito lo azzerano con la cessione di un rene, cornee o altri organi".

 
Migranti. Condanna dell'Ue per l'uccisione in Libia di un sudanese appena rimpatriato PDF Stampa
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L'Osservatore Romano, 22 settembre 2019


Il giovane era stato catturato dalla Guardia costiera di Tripoli. Tra le tante storie drammatiche che accompagnano la questione delle migrazioni spicca oggi quella di un migrante sudanese che è stato freddato a colpi d'arma da fuoco dalle guardie del centro di detenzione in Libia da dove stava cercando di scappare: lo stavano rinchiudendo nel centro dopo che l'imbarcazione sulla quale aveva tentato la traversata verso l'Europa era stata intercettata e dirottata dalla Guardia costiera libica.

È indignata la reazione dell'Ue e dell'Organizzazione internazionale per i migranti (Oim). L'Unione europea ha espresso "ferma condanna" per quanto accaduto, sottolineando che è "inaccettabile che vengano sparati colpi di arma di fuoco contro civili disarmati". Giovedì, secondo la ricostruzione dell'Oim, nel punto di sbarco erano appena arrivati 103 migranti, tra i quasi 300 che la Guardia costiera libica aveva riportato a terra in cinque giorni.

I migranti hanno opposto resistenza al trasferimento nei Centri di detenzione. Un gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco dopo un tentativo di fuga, colpendo il cittadino sudanese. Raggiunto allo stomaco, non ce l'ha fatta a sopravvivere nonostante l'intervento dei medici dell'Organizzazione per le migrazioni (Oim).

"L'uso di armi da fuoco contro civili inermi è inaccettabile in ogni circostanza", ha detto il portavoce dell'Oim, Leonard Doyle. Per l'agenzia Onu, la morte del migrante sudanese è un "severo promemoria delle gravi condizioni in cui si trovano i migranti raccolti dalla Guardia costiera libica dopo aver pagato trafficanti per essere portati in Europa, solo per poi ritrovarsi nei centri di detenzione". Commissione Ue e Onu chiedono alle autorità libiche di condurre una "inchiesta approfondita" e di "fare in modo che simili incidenti non si verifichino più".

La portavoce Ue ha sottolineato che in Libia "la situazione non è cambiata recentemente" e l'Ue continua a lavorare per "la chiusura dei centri e per mettere in piedi strutture che siano in linea con gli standard internazionali". Secondo le stime delle organizzazioni internazionali sarebbero ancora migliaia le persone migranti detenute nei centri libici.

 
Medio Oriente. Le Guerre del Golfo, tra export bellico e petrolio PDF Stampa
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di Alberto Negri


Il Manifesto, 22 settembre 2019

 

Trump non può lamentarsi troppo dei suoi alleati visto che appena diventato presidente, ha firmato forniture di armi per 100 miliardi di dollari con Riad. La puzza di bruciato del petrolio saudita è arrivata a ogni piano dell'establishment americano, dalla Casa bianca, al Congresso, ai media. La questione non è soltanto cosa fare con l'Iran ma anche con l'Arabia Saudita e un apparato bellico e geopolitico che ha subito un'autentica e costosa beffa nel cuore del barile. "Non siamo i mercenari dei sauditi", scrive il New York Times, mentre si soppesano le opzioni di risposta ricordando una famosa frase di Trump del 2014 durante la presidenza Obama: "L'Arabia Saudita dovrebbe fare da sola le sue guerre o pagarci un'enorme fortuna per proteggerla".

Ma Trump oggi non può lamentarsi troppo dei suoi alleati del Golfo visto che appena diventato presidente, prima di stracciare l'accordo del 2015 sul nucleare con l'Iran e imporre sanzioni a Teheran - la vera causa della crisi attuale - ha firmato forniture di armi per 100 miliardi di dollari con Riad, grande cliente anche dei francesi, che infatti sono subito accorsi al capezzale dei Saud.

La figuraccia in questa vicenda non la fanno soltanto i sauditi, incapaci di proteggere le loro istallazioni, ma anche americani e europei che hanno riempito di armi - forse inutili - una monarchia che in Yemen, pur massacrando i civili a tutto spiano, sta perdendo la guerra contro i ribelli Houthi filo-iraniani. Al punto che persino gli Emirati Arabi si stanno sganciando e preferirebbero arrivare a una divisione del Paese e a un accordo con gli iraniani. Questa volta costituire una "coalizione di volenterosi" per fare la guerra agli ayatollah è complicato: lo ha intuito anche Mike Pompeo.

La figuraccia è ancora più barbina (e sospetta) se si pensa alle basi americane in Qatar, in Iraq, alla flotta statunitense nel Bahrein, agli aerei, ai satelliti: insomma l'audace colpo dei soliti noti o ignoti ha beffato gli Usa e un nugolo di potenze dotate di tecnologie miliardarie. Suonano così assai ironiche le parole di Putin che consiglia ai sauditi di acquistare il suo sistema anti-missilistico "che - sottolinea - abbiamo già venduto a turchi e iraniani". E aggiungiamo: che è schierato pure in Siria nella basi della Russia, alleata dell'Iran nel sostegno ad Assad.

Un uomo dalla memoria corta il presidente americano. Forse è all'oscuro che i sauditi hanno già pagato alcune guerre condotte dagli americani e dai loro proxy per conto delle monarchie del Golfo. Gli emiri versarono in otto anni di conflitto contro l'Iran circa 50 miliardi di dollari a Saddam, che, strangolato dai debiti, finì per invadere nel '90 il Kuwait. Ma soprattutto i sauditi hanno pagato i conti per la liberazione dell'Emirato degli Al Sabah costata 60 miliardi di dollari: Riad versò 16 miliardi agli Usa, il Kuwait la stessa cifra e la Germania 6,4, persino più del Giappone. La questione è che vengono al pettine i nodi strategici di 70 anni fino all'attuale destabilizzazione innescata dagli americani e dai loro alleati. Prima ancora della fine della seconda guerra, appena dopo il patto di Yalta con Stalin e Churchill, il 14 febbraio 1945, Roosevelt e il sovrano Ibn Saud, stringono un accordo fondamentale per il Medio Oriente: petrolio in cambio della protezione americana del regno.

La politica mediorientale americana comincia così, a bordo dell'incrociatore Quincy ormeggiato nel canale di Suez. Israele non è ancora nato e Roosevelt si impegna con il sovrano saudita a non favorire l'emigrazione ebraica in Palestina. L'altro pilastro americano nella regione, oltre alla Turchia che entrerà nella Nato nel '53, era l'Iran dello Shah: è qui che avviene il primo episodio della guerra fredda quando gli americani esigono il ritiro dei sovietici dall'Azerbaijan iraniano dove era nata una repubblica comunista. La strategia Usa di contenimento dell'Unione sovietica sul fronte Sud poggiava su Turchia, Iran e Arabia Saudita, con la prima a sorvegliare gli stretti sul Mar Nero, la seconda a presidiare le frontiere a Sud dell'Urss e la terza a garantire i rifornimenti petroliferi in dollari.

Quello tra Stati uniti e Arabia saudita è stato, finora, uno dei più redditizi rapporti di alleanza degli americani che sfruttarono le risorse saudite per armare contro l'Urss mujaheddin e jihadisti in Afghanistan. Così solido che quando, con la guerra araba dello Yom Kippur del 1973 a Israele, fu decretato l'embargo petrolifero, con un aumento del 400% dei prezzi del greggio, gli americani continuarono segretamente a rifornirsi dalla saudita Aramco.

Del resto l'Aramco l'avevano fondata loro, così come Washington aveva insediato la Banca centrale saudita con il compito di comprare i Bond Usa prima ancora dell'apertura dell'asta pubblica. Cosa che avviene ancora adesso. Dopo abbiamo scoperto che quella guerra servì agli Usa di Nixon e Kissinger a provocare un aumento vertiginoso del petrolio per rafforzare il dollaro che tendeva a svalutarsi in seguito allo sganciamento dall'oro deciso nell'agosto 1971 con il ripudio degli accordi di Bretton Woods. Era questo, allora, l'audace colpo dei soliti noti che governano le fortune del mondo. Se questa volta ci sarà o meno una guerra all'Iran dipenderà anche dai conti in tasca che si faranno i protagonisti. Ecco perché dai piani alti scende puzza di bruciato.

 
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