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I paletti della Cassazione sulle richieste d'asilo: "L'integrazione non basta" PDF Stampa
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di Simona Musco

 

Il Dubbio, 14 novembre 2019

 

La decisione: il Decreto sicurezza di Salvini non può essere retroattivo. Il Decreto sicurezza, cavallo di battaglia dell'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini, non può essere applicato retroattivamente. Ma per il riconoscimento della protezione umanitaria, di fatto abolita dal leader della Lega, la sola "situazione di integrazione" per lavoro, studio o rapporti sociali - di un immigrato in Italia non basta.

A deciderlo, ieri, sono state le Sezioni Unite civili della Cassazione, che rispondendo al quesito posto a maggio scorso dal collegio presieduto dal giudice Francesco Antonio Genovese hanno segnato le sorti di migliaia di ricorsi presentati da richiedenti asilo ormai da anni inseriti socialmente ed economicamente in Italia e che ambivano al rinnovo del permesso di soggiorno, diventato una chimera dopo l'avvento delle norme volute da Salvini.

Che non ha perso tempo per intestarsi una vittoria: "Aveva ragione la Lega. È la migliore risposta agli ultrà dei porti aperti e che vorrebbero cancellare i decreti sicurezza". Il quesito "risolto" dagli Ermellini partiva da una duplice interpretazione della norma, che aveva spaccato i giudici di Cassazione: se, infatti, a gennaio il collegio presieduto da Stefano Schirò aveva evidenziato l'irretroattività del decreto sicurezza, la stessa sezione, la prima civile, aveva cambiato orientamento con Genovese, che ha poi chiesto alle Sezioni Unite di stabilire i criteri di applicabilità delle norme.

La risposta, dunque, è arrivata ieri: la legge non incide sulle domande pendenti prima del 5 ottobre 2015, alle quali, spiegano gli Ermellini, si applicano le previsioni dei "casi speciali" - con permesso di soggiorno annuale - contenute nello stesso decreto Salvini. Ma andando oltre, in tema di protezione umanitaria i giudici hanno annunciato un nuovo principio di diritto: "l'orizzontalità dei diritti umani fondamentali - scrivono gli Ermellini - comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine, in raffronto alla situazione d'integrazione raggiunta nel paese di accoglienza".

Insomma, non basta che il migrante in Italia si sia integrato, tocca anche verificare se un suo eventuale rimpatrio metta a rischio la sua incolumità. Il diritto alla protezione dipende, dunque, dalle condizioni di vulnerabilità "per rischio di compromissione dei diritti umani fondamentali" e non può essere riconosciuto considerando in maniera isolata e astratta il "contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al paese di provenienza".

La decisione si basa su tre ordinanze prodotte su due sentenze provenienti dalla Corte d'Appello di Trieste e su una proveniente da Firenze, con le quali i giudici avevano, in buona sostanza, riconosciuto la protezione umanitaria a tre cittadini stranieri, due del Gambia e uno del Bangladesh. In un primo caso il riconoscimento era avvenuto in considerazione del "non perfetto stato di sicurezza" esistente in Gambia, interessato da una "incerta e difficile fase di transizione sociale da un modello governativo di stampo totalitario con uno dichiaratamente democratico", nell'altro riconoscendo il radicamento del giovane che aveva presentato richiesta nel tessuto sociale italiano, "nel quale studia e coltiva i suoi principali legami mentre in Gambia non ha rapporti familiari di rilievo" e tenuto conto della "sicura prognosi di insormontabili difficoltà di immediata reintegrazione nel Paese di origine".

Per il terzo caso, invece, i giudici avevano considerato positivamente l'inserimento nel contesto sociale e del raggiungimento dell'indipendenza economica, essendo stato assunto dal datore di lavoro a tempo pieno. Sentenze contro le quali il ministero dell'Interno aveva proposto ricorso per Cassazione. Il collegio di Genovese aveva contestato l'interpretazione data a gennaio dai colleghi, confermata ieri dalle Sezioni Unite, secondo la quale le domande precedenti il 5 ottobre vanno valutate sulla base della normativa esistente al momento della loro presentazione.

Con una sola differenza: il rilascio, da parte del Questore, di un permesso di soggiorno contrassegnato con la dicitura "casi speciali", adattando così le certificazioni alle indicazioni della nuova norma, che, in pratica, elimina i permessi umanitari salvo alcune eccezioni. Una contraddizione, per il giudice Genovese, secondo cui, inoltre, l'idea che la protezione umanitaria sia "oggetto di un diritto immanente e inviolabile della persona" è suscettibile "di regolazione da parte del legislatore, cui spetta il bilanciamento tra i valori in gioco, posto che altrimenti si consentirebbe l'illimitata espansione di uno dei diritti in campo, che diverrebbe "tiranno" nei confronti delle altre situazioni giuridiche costituzionalmente riconosciute e protette".

Per tutti e tre i casi, ora, la Cassazione ha disposto un nuovo processo d'appello, che tenga conto dei principi enunciati ieri, assegnando "rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado di integrazione effettiva nel nostro Paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell'esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale".

 
Trento. Sommossa nel carcere: chiesto il giudizio per 81 detenuti PDF Stampa
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di Dafne Roat

 

Corriere del Trentino, 14 novembre 2019

 

Udienza ad aprile. Archiviate quattro posizioni. Contestati i reati di incendio e danneggiamento. Per alcuni le accuse sono cadute in fase di indagini preliminari. Non avrebbero avuto alcun ruolo nella violenta rivolta in carcere a Spini di Gardolo del 22 dicembre scorso.

La Procura ha stralciato la posizione di quattro detenuti e ha chiesto l'archiviazione, poi accolta dal gip. Ma tutti gli altri detenuti che quel giorno erano all'interno delle sezioni messe a ferro e fuoco e accusati, chi di aver partecipato alla sommossa e chi di averla guidata, dovranno affrontare il giudizio davanti al giudice. L'udienza preliminare è fissata ad aprile.

Il procuratore Sandro Raimondi e il sostituto Antonella Nazzaro hanno firmato una richiesta di rinvio a giudizio per 81 persone, la maggior parte di origini tunisine, ma ci sono anche marocchini, albanesi e italiani. Una ventina di loro sono ancora detenuti nel carcere di Spini di Gardolo, ma per altre vicende giudiziarie.

L'impianto resta sostanzialmente lo stesso ipotizzato in fase di indagini. Nell'atto d'accusa vengono contestati i reati di danneggiamento, incendio, violenza e minaccia a pubblico ufficiale e lesioni, mentre è caduto quasi subito durante le prime fasi delle indagini il reato di sequestro di persona, ipotizzato in un primo momento per il blitz nella lavanderia.

In realtà pare che i detenuti volessero rinchiudersi per evitare il momento più critico della sommossa. Negli atti dell'indagine, condotta dalla polizia penitenziaria, si ricostruiscono i momenti salienti della rivolta scoppiata dopo la notizia, lanciata da un detenuto, impiegato nell'ufficio interno conti correnti, della morte di Sabri El Adibi, il trentaduenne di origini tunisine che si era tolto la vita.

Un gesto estremo avvenuto a pochi mesi dalla libertà che aveva scatenato la reazione dei compagni. Sono dieci, di cui la maggior parte tunisini e marocchini, i presunti promotori della sommossa individuati dalla Procura. Sarebbero stati loro a guidare la rivolta iniziata verso le 8.30 del mattino nella sezione G. Tutto era cominciato con una semplice battitura dei cancelli, un atto di protesta tipico nei carceri.

Ma mentre l'eco del ferro battuto diventava sempre più assordante dopo che un manipolo di cinque detenuti avevano incitato la rivolta. Erano le 9.10 del mattino, solo l'inizio. Poi era stata data alle fiamme una saletta ricreativa della sezione F.

Il fuoco e il fumo avevano invaso la sezione quando altri due detenuti con un asticella di metallo avevano distrutto una telecamere. Poi era stata la volta delle plafoniere e delle luci. In poche ore la rivolta aveva coinvolto anche le sezioni F al primo piano, poi al secondo la G e la H. Piatti e bombolette lanciate, le minacce. In poco tempo la guerriglia aveva assunto importanti proporzioni, sedata solo dopo una lunga giornata di trattative.

 
Milano. L'incubo di Ismail, picchiato prima a Velletri poi a San Vittore PDF Stampa
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di Valentina Stella

 

Il Dubbio, 14 novembre 2019

 

Rinviate a giudizio 11 persone per le violenze subite dal tunisino nell'istituto milanese. Undici persone, tra ispettori e agenti di polizia penitenziaria del carcere milanese di San Vittore, sono stati rinviati a giudizio dal gup di Milano Alessandra Cecchelli per presunte intimidazioni e pestaggi, tra il 2016 e il 2017, ai danni di un tunisino di 50 anni, Ismail Ltaief, detenuto per tentato omicidio.

Il processo avrà inizio per tutti il prossimo 12 febbraio davanti alla quinta sezione penale. Le accuse verso gli agenti (non più in servizio nel carcere del capoluogo lombardo, ma in altri istituti) sono, a vario titolo, intralcio alla giustizia, lesioni, falso e sequestro di persona. Reato quest'ultimo contestato solo ad alcuni imputati, in quanto in uno dei due pestaggi, datati 27 marzo e 12 aprile 2017, come si legge nel capo di imputazione, il 50enne, privato ' della libertà' sarebbe stato ammanettato e trasferito in una stanza in uso ad uno degli agenti sotto inchiesta per poi essere picchiato.

Oltre a Ltaief, parte offesa nel procedimento è anche un suo compagno di cella, un sudamericano di 30 anni, il quale chiamato a rendere testimonianza ai magistrati milanesi sarebbe stato intimidito da uno degli imputati che per questo venne anche arrestato. Le aggressioni contro il recluso sarebbero state inflitte con l'obiettivo di "punire" l'uomo che nel 2011, quando era in cella a Velletri (Roma), aveva denunciato altri agenti per furti in mensa e percosse. Ismail Ltaief all'epoca dei fatti lavorava nelle cucine del carcere laziale.

Quando si accorse che alcuni agenti di polizia penitenziaria sottraevano regolarmente cibo destinato ai detenuti per portarlo fuori dal carcere, li ha denunciati. Da quel momento per lui iniziò un incubo, fino al brutale pestaggio. E violenza chiama violenza perché i pestaggi che avrebbe subito a San Vittore sarebbero avvenuti anche lo scopo di impedirgli di testimoniare in aula in quell'altro processo.

Invece Ismail, seguito a Roma dall'avvocato Alessandro Gerardi, in aula a testimoniare ci era andato e due agenti di polizia penitenziaria sono stati condannati in primo grado a tre anni di reclusione per averlo pestato a sangue. Ora si è in attesa dell'appello.

Il caso era stato sollevato dal Partito Radicale in una conferenza stampa tenuta alla Camera da Marco Pannella e Rita Bernardini. Adesso come ci spiega il legale che segue Ismail a Milano, l'avvocato Matilde Sansalone "si apre un processo complicato ma abbiamo già superato delle fasi difficili: primo passo è stato quello di superare la soglia del farsi credere e di far fare le indagini, il secondo di andare a giudizio.

Non è facile essere creduti perché c'è sempre il sospetto che si adottino certi comportamenti per avere dei benefici. Ma nel nostro caso addirittura il pubblico ministero ha mandato un medico esterno al carcere. Ha refertato che Ismail presentava delle lesioni compatibili con il suo racconto soprattutto quando Ismail gli aveva detto di essere stato picchiato con un tirapugni. E da lì le indagini sono state più pressanti.

E poi ci sono state anche le dichiarazioni di due testimoni oculari e di una volontaria di San Vittore. Il pm si è convinto della veridicità della sua denuncia. L'aspetto interessante è che Ismail ha scritto le lettere di denuncia dei pestaggi al giudice che aveva in mano il fascicolo in cui era imputato per tentato omicidio. E lo stesso pm che lo stava accusando ha preso in mano le redini del procedimento in cui ora è parte civile

Questa è la cosa giusta perché giudice e pm sono andati oltre, ad esempio ai numerosi precedenti di Ismail, e hanno ritenuto credibili le affermazioni del mio assistito. Hanno deciso di indagare". Quello che l'avvocato tiene a precisare è che "non bisogna criminalizzare tutta la categoria degli agenti di polizia penitenziaria. Tra l'altro Ismail è il primo che dice "non sono tutti così".

 
Bergamo. Reinserire detenuti nella società, al carcere di arriva lo Sportello del Garante PDF Stampa
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di Elio Speziale

 

bergamonews.it, 14 novembre 2019

 

Inaugurato mercoledì mattina al penitenziario di via Gleno. La direttrice Mazzotta: "Tuteliamo i diritti dei reclusi". Aiutare i detenuti che necessitano di assistenza medica e favorire il loro inserimento nel mondo lavorativo, anche una volta usciti dal carcere. Sono alcuni degli obiettivi dello sportello del Garante regionale dei detenuti, inaugurato mercoledì mattina al penitenziario di via Gleno.

Alla cerimonia era presente Carlo Lio, difensore regionale della Lombardia e, in particolare, Garante dei detenuti, accolto dal direttore della casa circondariale Teresa Mazzotta, accompagnata dall'assistente Capo di Polizia Penitenziaria Ivano Zappa.

Lo sportello, creato in attuazione della legge regionale numero 18/2010, è un ufficio che, in sinergia con il Garante Comunale dei detenuti, offre ai reclusi e ai loro familiari, in quanto utenti dei servizi pubblici regionali, un supporto amministrativo per il disbrigo di pratiche in materia sanitaria, previdenziale, tributaria e nell'ambito della formazione professionale e dell'inserimento lavorativo. Ma non solo, perché la finalità è anche quella di accompagnare la persona, una volta terminata la pena da scontare, nel reinserimento in società, restituendogli dignità e allontanandola dai pericoli della recidiva. Ciò si traduce in una garanzia di sicurezza per tutta la collettività.

Soddisfatta la direttrice Mazzotta: "L'apertura dello sportello di Bergamo si inquadra in una programmazione regionale finalizzata a tutelare i diritti delle persone soggette a restrizione della libertà personale". Il Garante Lio ha spiegato le finalità dell'iniziativa: "L'ufficio si rivolgerà principalmente ai detenuti che, per problemi di indigenza, non hanno possibilità di ricevere consulenze dai professionisti operanti nei singoli settori. Mensilmente sarò presente a Bergamo per agevolare la sua massima operatività".

All'inaugurazione erano presenti anche l'assessore regionale al Turismo, Marketing Territoriale e Moda Lara Magoni (Fratelli d'Italia) e il consigliere regionale Niccolò Carretta (Lombardi Civici Europeisti) che nell'esprimere la vicinanza e il sostegno di Giunta e Consiglio all'iniziativa promossa dal Garante hanno sottolineato l'importanza delle politiche di ascolto e d'intervento finalizzate al reintegro in società di quelle persone, soprattutto giovani, uomini e donne, che si vengono a trovare in regime di libertà sospesa.

Tra gli ospiti anche il Prefetto Vicario Antonio Naccari, il presidente della Camera penale Riccardo Tropea, il direttore socio sanitario Asst Papa Giovanni XXIII Fabrizio Limonta, il direttore socio sanitario Asst Bergamo Est Patrizia Bertolaia, il responsabile U.O.S. integrazione programmi territoriali Ats Bergamo Fabrizio Barcella, Andrea Tremaglia e alcuni referenti dell'associazionismo di settore che hanno, ciascuno secondo le proprie competenze, sottolineato l'impegno svolto in tema di responsabilizzazione dei detenuti come fattore principale per sollecitare soluzioni attraverso progetti e interventi.

Prima del taglio del nastro tricolore, due giovani detenuti della Casa circondariale hanno letto messaggi rivolti alle istituzioni, ringraziando per l'impegno profuso e per l'attenzione sul tema della realtà carceraria. L'apertura dello "Sportello" di Bergamo, che si insedierà entro la fine dell'anno, si aggiunge ai servizi già attivi nelle case circondariali di Milano-San Vittore, Milano-Opera, Milano-Bollate, Monza, Busto Arsizio, Pavia, Vigevano, Voghera, Como, Brescia-Canton Monbello, Brescia-Verziano e Lodi.

 
Alba (Cn). Dal carcere alla vigna: l'agricoltura come occasione di riscatto sociale PDF Stampa
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di Alessandra Franchini

 

Corriere della Sera, 14 novembre 2019

 

Prendersi cura della terra, piantare la vite, vederla crescere e dare frutti. Che diverranno vino. Di Alba. Un progetto sociale raccontato per immagini nella mostra fotografica "Valelapena. Storie di questa riscatto dal carcere d'Alba" fino al 15 novembre al Palazzo Lombardia di Milano con ingresso gratuito. Un allestimento per far conoscere e sostenere il valore sociale dell'agricoltura, al centro del progetto Valelapena che dal 2006 ad oggi ha permesso a decine di detenuti di imparare un mestiere agricolo e trasformarlo in un lavoro concreto al termine del periodo di detenzione.

Un'occasione di riscatto e rinascita vera e propria dunque: "Come tutte le cose buone il progetto è nato dalla buona volontà di due amici che facevano i formatori all'interno del carcere di Alba. Conoscendo questa realtà dal di dentro hanno deciso di offrire qualcosa di concreto ai detenuti, per riempire le loro giornate ma anche per costruire un possibilità di riscatto e di reinserimento sociale alla fine del percorso detentivo" spiega Vincenzo Merante, responsabile della relazioni esterne di Syngenta, azienda coinvolta nel progetto che ogni anno promuove un percorso di formazione per una quindicina di detenuti prossimi alla scarcerazione per permettere loro di apprendere le tecniche di coltivazione della vite e di produzione del vino, acquisendo così una conoscenza e una professionalità spendibile fuori dal carcere. Di qui anche il nome del progetto che rende il tempo della pena un periodo di valore in cui ci si prepara al proprio riscatto sociale.

"La prima intuizione è stata quella di scegliere l'agricoltura che il su ruolo sociale cel'ha nel Dna - sottolinea Merante che aggiunge - Se dai qualcosa ti viene restituito qualcosa, Avere un prodotto finito è il segno tangibile che se fai qualcosa otterrai un risultato. Il lavoro agricolo inoltre dà la possibilità di pensare, riflettere".

La scelta dei detenuti da coinvolgere nel progetto della durata di un anno avviene su base volontaria e dipende anche dalla vicinanza alla data di scarcerazione. I detenuti fanno formazione nel vigneto all'interno del carcere oltre a seguire lezioni teoriche in aula a cura di un operatore agricolo. Quindi la vinificazione grazie alla partnership con la Scuola Enologica di Alba a cura degli studenti dell'ultimo anno. Sono circa 200 i detenuti coinvolti negli ultimi dieci anni (da quando Syngenta è entrata a far parte del progetto, ndr).

Di questi circa il 25% è stato assunto in un'azienda agricola al termine del periodo detentivo. Altri sono tornati al loro lavoro. Tutti senza recidiva. Una grande occasione di riscatto dunque raccontata nella mostra i cui scatti sono stati tratti dal libro fotografico realizzato da Armando Rotoletti. Un allestimento presentato prima ad Alba e giunto ora in Lombardia, regione nota per i numerosi progetti legati all'agricoltura sociale. Per ispirarne altri.

 
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