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Ho amministrato il carcere e ve lo racconto PDF Stampa
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di Enrico Sbriglia*

 

Il Riformista, 9 aprile 2020

 

Sono un dirigente generale penitenziario in quiescenza dall'1 marzo. Penso ai compagni di viaggio lasciati negli istituti: poliziotti, educatori, assistenti sociali, tecnici, amministrativi, insegnanti, formatori professionali, i volontari, gente incredibile e generosa, le cooperative sociali e le aziende, che portano in carcere il lavoro vero, professionalizzante e retribuito, come da Ccnl, seppure le carceri non sono state immaginate dai palazzinari delle grate per il lavoro vero: già malamente rispettano la sicurezza dei lavoratori penitenziari e questi giorni di Covid-19 ce lo ricordano drammaticamente.

Penso ai Cappellani, tenuti anche a conoscere gli Dei degli altri. Un melting pot di persone libere e prigioniere, donne e uomini, a volte anche bambini, con le loro storie e speranze. Speranze minime, che si alimentano di un colloquio visivo e una telefonata con i familiari, oppure di uno sguardo, una parola o un semplice saluto dell'operatore penitenziario: sperano tutti di poter rivivere un futuro senza sbarre. Una libertà spesso senza famiglia, talvolta neanche la casa, da titoli di coda, dura come la pietra del vituperio.

Due comunità che si fondono, perché le reazioni chimiche non fanno distinzioni, come il Covid-19. Ne sono uscito. Sopravvissuto all'uragano, dopo 38 armi tutti sul pezzo, ma lì ho pure visto tanti perdersi, morire. Quello che accade l'avevo preconizzato. Non per intelligenza ma perché stavo lì, ero uno di loro: mi era facile comprendere l'insonnia del direttore di fronte all'ammassamento di detenuti e la penuria di operatori, o la tensione del poliziotto solo in sezione, la lotta del medico per impedire la fuga della vita di un detenuto appeso su una grata, o l'ansia dell'educatore in attesa del rientro di un ristretto dal primo permesso, o la soddisfazione di un'assistente sociale che ha trovato un tetto per un liberando.

Mondo di ferro e architetture approssimative, non chiuso ma soltanto sconosciuto, anche ai big della politica dei "like" e, non di rado, allo stesso board supremo amministrativo: lo dimostrano le norme "di pancia", più volte contraddittorie e superficiali, concentrati di incompetenza e disumanità, che sono state rovesciate negli armi sugli operatori penitenziari: norme che seppelliscono altre norme, per poi essere a loro volta tumulate dalle nuove, tecnica furba e malvagia. Sono stato fortunato, perché la Fortuna è cieca, come la stessa icona della Giustizia, ed il mio pensiero va ad Enzo Tortora ed alla sua Passione: il periodo pasquale me lo consente.

Le carceri sono in fibrillazione, gli operatori si sentono abbandonati, esposti ai rischi, destinatari di ordini spesso percepiti come impossibili. Gestire la pena è, in fondo, governare le distanze: fisiche e del tempo; ma è anche raccontare lo Stato che si fa esempio ed è qui che rischia di rovinare: come può essere credibile, in tempi di Covid-19, sostenere il primato del distanziamento sociale fuori le mura del carcere e non riconoscerlo, nello stesso tempo, all'interno delle stesse? Come si può, di fronte alle immagini ripetute di bare scortate dall'esercito, non affrontare risolutamente anche il tema delle carceri e dei "posti letto" nelle cosiddette camere di pernottamento (il termine cella, per disposizione dall'alto, è stato abolito)?

Ai Direttori, ridotti ad un manipolo (si sa, è sempre fastidioso ricordare le carenze degli organici ai Ministri: cose burocratiche, i "public servant all'italiana" sono tutti dei "fannulloni"...), esorto di resistere. Pure se dirigono, contemporaneamente, due o anche tre carceri in città diverse, pure se in questo di "Stato di eccezione": siate forti.

Dovete, ancora una volta, placare gli animi dei detenuti e dei custodi. Ispiratevi a Marco Pannella a come, fino alla sua morte, insieme ad altri amanti del diritto che si fa carne, abbia fatto da paciere, invocando il primato della forza della ragione alla ragione della forza. Il Covid-19 è anche un Covid normativo penitenziario e la verità non tarderà ad emergere.

Le carceri vanno ripensate; ne va rivista l'architettura; vanno reingegnerizzate, le norme riformulate in una visione europea e non di borgata; il carcere deve essere realmente extrema ratio (davvero c'è bisogno di circolari dei procuratori-capo della repubblica?) ma, anzitutto, la gestione delle prigioni, dalla periferia al centro, deve essere affidata alla dirigenza penitenziaria di molo e nelle sue diverse multi-professionali espressioni.

Chi operi ai vertici del sistema penitenziario dovrà conoscerlo per davvero dovrà entrare negli istituti e scoprire cucine nei seminterrati, infermerie non a norma, docce comuni mal funzionanti, corridoi stretti e celle di ringhiera, slum con camere di pernottamento gonfie di umanità impilata; in caso contrario, sprechiamo solo parole.

*Già Dirigente Generale dell'Amministrazione Penitenziaria

 
In carcere #andratuttobene soltanto se ognuno ci mette del suo PDF Stampa
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di don Marco Pozza

 

Il Mattino di Padova, 9 aprile 2020

 

Aggiustare è un termine che piace a pochi: troppo laborioso, lento. Meglio un tutto-nuovo, da scartare in fretta. Dentro il carcere, invece, "aggiustare" è la missione: "Qui si riparano uomini rotti" potrebbe essere la scritta da appendere fuori dagli istituti di pena. Come, in altre officine; s'annuncia una nuova vita per una macchina rotta, una sedia sfasciata, una veste sfilata.

Chi abita la galera ne è convinto: "Se mi cercassi mi troveresti lì, nel mucchio di cose rotte che pochi hanno voglia d'aggiustare". Vero anche il contrario: non puoi aggiustare quello che vuol rimanere rotto.

Nella Casa di reclusione di Padova, nell'emergenza, si è scelto di fare "i giapponesi": quando riparano un oggetto rotto, esaltano le crepe, riempiendole d'oro. Sono convinti, loro, che quando qualcuno ha subito una ferita ma ha mantenuto salva la storia, diventa ancora più bello e prezioso. Da prete, vivo la stagione del Covid-19 in galera: come le vacche d'estate fanno l'alpeggio per scansare il caldo, sopravvivo alla buriana del virus assieme a gente che, in altri tempi, è considerata un virus per la città.

Sono i giorni in cui mi accorgo, osservando come la comunità del carcere gestisce un'emergenza doppia, dell'alta lezione civica della quale è capace. Ci sono stagioni nelle quali la vita in carcere sembra una partitella di "guardie e ladri", "tutti contro tutti", "chi vuol essere il migliore": sono i tempi più bui da tingere, l'uomo detenuto diviene trofeo da esibire, la carità si perde nel vanto d'averla fatta. Certe volte, capita, si butta a terra l'uomo per fargli pagare il prezzo del soccorso.

È nell'emergenza, però, che una comunità si mostra per quello che è: un insieme di uomini che, per non soccombere, si prende per mano e tenta di stare in piedi sulle onde. In questi giorni - privati, giocoforza, del volontariato - contemplare questo mondo all'opera è una lezione di navigazione su mari esagitati. Il direttore, come un sindaco di paese, dalla mattina alla sera staziona sul fronte: c'è uno scudo protettivo da creare attorno, tensioni da governare, paure da rincuorare, buon-senso da mostrare.

Certi pomeriggi pare d'assistere ad un consiglio comunale, maggioranza e opposizione: regole da ribadire e fabbisogni ai quali rispondere, ordinanze da rispettare e magistrati da interpellare, divieti da ribadire e urgenze cui rispondere. Più che la recita di un monologo, è il dialogo a entrare in scena.

Gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria, poi, sono gli esploratori di quest'inferno sommerso: li vedo compatti in questi giorni, professionali all'osso, popolati da tensioni ed emotività. Dal loro esempio, più che l'aggiustare capisco il prevenire: ci sono persone che si possono aggiustare prima che si rompano.

È il fiuto di chi è allenato a riconoscere tempi e modalità. Avvicinare l'uomo nel pieno della rabbia è un azzardo prima che una missione: non si può nemmeno aggiustare ciò che vuole rimanere rotto. Li guardo all'opera e intuisco quanto è fortunato l'uomo ad incontrare un uomo nel momento in cui per società non è quasi più uomo.

Altrove le rivolte hanno messo sotto-sopra tutto: qui, se si sono scansate, non è stato per un destino fortuito, ma per un intelligente anticipo di collaborazione quando Covid-19 pareva l'ultimo carro di carnevale.

"Di che cosa si lamentano, allora, se funziona così?" obietterà qualcuno. Non va tutto bene: la mancanza del volontariato è cocente, la scuola è un'assenza che intristisce, il via-vai di bontà è stato arrestato fuori. I pasticceri hanno voglia di tornare ad impastare, i redattori a scrivere, gli artisti ad operare: i fedeli a pregare. Non "va tutto bene".

È che i poveri sanno riconoscere che, al tempo delle vacche magre, anche l'istituzione sa offrire quel po' di latte ch'è capace di mungere pur senza avere grandi allevamenti a disposizione. Qui #andratuttobene è un'offesa all'intelligenza: non andrà tutto bene niente se, ciascuno, non ci mette del suo. Il virus, qui, batte addirittura la giustizia più giusta: è uguale per tutti. Tutti uguali.

(In cartaceo su Il Mattino di Padova" del 27 marzo 2020)

 
Emilia-Romagna. Misure alternative e mascherine contro il rischio di contagio nelle carceri PDF Stampa
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regione.emilia-romagna.it, 9 aprile 2020

 

La Regione al lavoro con Garanti detenuti, amministrazione penitenziaria e Comuni. Schlein: "Collaborazione che andrà oltre l'emergenza". Ridurre al massimo e in tempi strettissimi, nelle carceri dell'Emilia-Romagna, il rischio di contagio da Coronavirus tra detenuti, personale sanitario e agenti di polizia penitenziaria, attuando i provvedimenti previsti dal decreto Cura Italia, ma non solo.

Vanno in questa direzione le misure che la Regione si accinge a mettere in campo, individuate nell'incontro che si è svolto ieri, in tre ore di videoconferenza, tra la vicepresidente con delega alle disuguaglianze, Elly Schlein, i Garanti regionale e comunali dei detenuti, i Comuni capoluogo sede di istituti penitenziari, il Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria, l'Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna e il Centro giustizia minorile.

Tra i provvedimenti di immediata applicazione, quelli per ridurre il sovraffollamento negli istituti di pena, come l'individuazione delle strutture dove accogliere, in alternativa al carcere, i detenuti privi di casa in possesso dei requisiti per accedere alle misure alternative al carcere. Per questo intervento sono a disposizione 460 mila euro: risorse straordinarie stanziate da Cassa delle Ammende, ente del ministero della Giustizia che ha destinato all'Emilia-Romagna 410mila euro, a cui si aggiungono 50mila euro resi disponibili dall'Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna. La Regione si impegna, con la pubblicazione di uno specifico bando, ad accelerare al massimo le procedure per l'impiego dei fondi, in modo da rendere disponibili i posti di accoglienza il prima possibile.

I provvedimenti, in sintesi - I Comuni verificheranno la disponibilità sul territorio di strutture di accoglienza abitativa per le persone in carcere con pena detentiva, anche residua, non superiore a diciotto mesi, in possesso dei requisiti che consentono loro di scontarla fuori dal carcere; saranno coinvolti i soggetti del Terzo settore, affinché si facciano carico della gestione delle strutture e dell'attuazione di misure di accompagnamento sociale a favore dei detenuti, necessarie a sostenere i percorsi individuali di reinserimento nella vita attiva.

L'Amministrazione penitenziaria aiuterà ad individuare la platea dei potenziali beneficiari: le persone con fine pena 18 mesi, con una particolare attenzione a quelli con fine pena 6 mesi, sulle cui istanze deciderà la magistratura di sorveglianza. Come misura di contenimento del contagio, negli Istituti penitenziari della regione sono stati forniti dalla Protezione civile i dispositivi di protezione individuale a tutto il personale, non solo sanitario ma anche di polizia penitenziaria. Infine è in corso di formalizzazione il protocollo tra Regione e Amministrazione penitenziaria per l'effettuazione dei test sierologici, e dei tamponi nei casi previsti, anche al personale di polizia penitenziaria.

 
Lombardia. Meglio fuori PDF Stampa
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di David Allegranti

 

Il Foglio, 9 aprile 2020

 

Se sei obeso e diabetico, non sei a rischio in carcere, dicono a Pavia, ma meno male che c'è Milano. Cinquantasei anni, detenuto, obeso (180 chili per 181 centimetri di altezza) e diabetico. Ma per il magistrato di sorveglianza di Pavia, dottoressa Ilaria Pia Maria Maupoil, non c'era bisogno di concedere al carcerato la detenzione domiciliare.

Così, il 20 marzo, ha rigettato la richiesta "ritenuto che il paventato pericolo cui il soggetto sarebbe esposto in ragione delle descritte condizioni di salute rispetto al possibile contagio da Covid 19, non costituisce un elemento di incompatibilità con la detenzione carceraria, non essendovi indicazioni in merito a frequenza di contagio da Covid 19 maggiore in carcere rispetto che all'ambiente esterno". Insomma, la dottrina Gratteri fa scuola ovunque, non è mero opinionismo televisivo. Il caso, segnalato dalla rivista specializzata Giurisprudenza Penale, ha però un lieto fine.

Il 31 marzo, quindi in tempi rapidi, il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha disposto la detenzione domiciliare, in considerazione delle varie malattie croniche del carcerato, che nel corso della detenzione ha ottenuto 495 giorni di liberazione anticipata e che sarebbe dovuto uscire nel novembre 2020. Il tribunale ha ritenuto che "non si possa escludere che il soggetto sia a rischio in relazione al fattore età, alle pluripatologie con particolare riguardo alle problematiche cardiache, difficoltà respiratorie e diabete" e ha "rilevato che ad oggi la situazione risulta aggravata significativamente dalla concomitanza del pericolo di contagio".

In più ha ritenuto che "tali patologie possano considerarsi gravi", con specifico riguardo al correlato "rischio di contagio attualmente in corso per Covid 19, che appare - contrariamente a quanto ritenuto dal Magistrato di Sorveglianza - più elevato in ambiente carcerario". Di recente è stato lo stesso procuratore generale della Corte di Cassazione Giovanni Salvi - non esattamente un eversivo - a spiegare che "il rischio epidemico" nelle carceri è "concreto e attuale": "Mai come in questo periodo va ricordato che nel nostro sistema processuale il carcere costituisce l'extrema ratio. Occorre, dunque, incentivare la decisione di misure alternative idonee ad alleggerire la pressione delle presenze non necessarie in carcere".

Secondo i dati forniti dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, al 6 aprile sono circa 4 mila i detenuti usciti dagli istituti penitenziari da quando è iniziata l'emergenza sanitaria. Sono diversi i fattori, secondo l'analisi del Dap, che hanno inciso sul calo di presenze, tra cui anche l'esecuzione della pena nel domicilio dovuta all'applicazione delle misure del decreto Cura Italia (ma i dati sono aggregati e l'incidenza del decreto sembra essere bassa).

Comunque non basta, come osserva l'Associazione Antigone: "In carcere abbiamo bisogno di liberare 10 mila persone almeno mandole ai domiciliari o in misure alternative, anche perché sempre più sono gli operatori e i poliziotti costretti a stare a casa in quanto risultati positivi.

Se c'è tempo si rimedi e si prendano provvedimenti incisivi. Evitiamo che le carceri diventino le nuove Rsa". Antigone si appella "a chiunque abbia a cuore la salute delle persone e la solidarietà affinché non si dia ascolto a chi dice - sono pochi ma influenti, pare - che in carcere si sta più sicuri e al riparo dal virus.

Non è vero. Il carcere non è, al pari di tutte le strutture affollate, il luogo dove affrontare la pandemia. Si liberino tutti coloro che sono a fine pena, a prescindere dalla disponibilità dei braccialetti elettronici. Si liberino tutti gli anziani e i malati oncologici, immunodepressi, diabetici, cardiopatici prima che contraggano dentro il virus che potrebbe essere letale". Si dia ascolto, dice ancora Antigone, a chi "le prigioni le conosce bene e non a persone che non hanno mai vissuto l'esperienza carceraria e non sanno cosa significhi respirare l'ansia e la tensione in quel contesto".

 
Padova. Scarcerati grazie al virus: braccialetto o domiciliari PDF Stampa
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di Alice Ferretti

 

Il Mattino di Padova, 9 aprile 2020

 

Lo deciderà caso per caso il tribunale di Sorveglianza dopo il decreto del governo. Il direttore: "Ora mascherine per tutti. E ho chiesto il tampone su reclusi e agenti". Usciranno diversi detenuti dal carcere di Padova grazie all'ultimo decreto legge del Governo relativo al settore penitenziario valido fino al 30 giugno.

Decreto che prevede una procedura per la concessione della detenzione domiciliare molto più snella, con l'eliminazione di alcuni passaggi. Potranno ottenere la detenzione domiciliare i detenuti che devono scontare una pena o un residuo di pena inferiore ai 18 mesi.

"Sono misure che ha preso il Governo nell'ambito dell'emergenza", spiega il direttore del Due Palazzi Claudio Mazzeo. "I detenuti con pena inferiore ai 18 mesi e che soddisfano particolari requisiti di non pericolosità potranno beneficiare della detenzione domiciliare con braccialetto elettronico, se devono ancora scontare più di 6 mesi, senza braccialetto se devono scontare meno di 6 mesi". A emettere ogni singolo provvedimento sarà il Tribunale di sorveglianza competente. Ma questa non è l'unica novità all'interno del Due Palazzi.

Ieri il direttore del carcere ha distribuito mascherine a tutti i detenuti. "Finora i presidi di sicurezza erano indossati solo da agenti penitenziari o persone di cooperative che vengono a fare delle attività in carcere, oggi invece ci sono arrivate mascherine per ogni singolo detenuto".

In parte sono state acquistate dal carcere, in parte sono state donate da Comune e Provincia. "Avrò un incontro in giornata con i rappresentanti dei detenuti dove parlerò delle mascherine e dell'importanza di indossarle specialmente quando all'interno della sezione si fa fatica a tenere il metro di distanza.

Sono tutte mascherine lavabili che si possono indossare più volte". Fortunatamente per il momento al Due Palazzi non ci sono stati casi di coronavirus, né tra il personale né tra i detenuti. Nonostante ciò il direttore ha già chiesto all'Usi che vengano eseguiti tamponi per tutti.

"Ho fatto la richiesta in primis per il personale che lavora ai piani, ma poi anche per tutte le altre persone che entrano in carcere, detenuti compresi. Sto aspettando una risposta che mi auguro arrivi al più presto".

Nel frattempo la struttura penitenziaria ha preso tutti gli accorgimenti per evitare che il virus possa entrare in carcere: "Abbiamo il triage all'entrata, dove viene misurata la temperatura a chiunque entri e dove il personale si dota di tutti i presidi di sicurezza, abbiamo installato dei dispenser con gel igienizzante, istituito il servizio di lavanderia gratuita".

Anche le telefonate e le videochiamate, che in questo periodo si sono sostituite ai colloqui, non sono a pagamento, com'erano prima dell'emergenza coronavirus.

"Ogni detenuto ha una telefonata al giorno gratis, mentre i colloqui con i parenti sono stati sostituiti con le videochiamate, anche queste gratuite", sottolinea il direttore Mazzeo. La situazione nella casa di reclusione Due Palazzi, che conta circa 670 detenuti ben una settantina in più rispetto ai posti stabiliti, è abbastanza tranquilla. Dopo le rivolte dell'8 marzo nelle carceri di tutta Italia non ci sono più stati episodi di ribellione.

"Ho fatto il giro delle sezioni e parlato con i detenuti: hanno capito che stiamo vivendo un periodo di emergenza e si sono dimostrati tutti collaborativi. L'8 marzo pure a Padova c'era stata una protesta che aveva spinto una mezza sezione, una quarantina di detenuti circa, a danneggiare tavoli e rompere plafoniere. Fortunatamente non abbiamo avuto nessun ferito. I promotori dei disordini sono stati individuati e trasferiti in altri luoghi".

(In cartaceo su Il Mattino di Padova del 2 aprile 2020)

 
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