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Cannabis, già 500 mila firme. Ora troppi referendum? I costituzionalisti si dividono PDF Stampa
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di Barbara Acquaviti


Il Messaggero, 19 settembre 2021

 

Il minimo necessario era 500mila sottoscrizioni ed è bastata una settimana per raggiungere l'obiettivo. Grazie soprattutto alla firma digitale, vola il referendum sulla cannabis, la prima raccolta in Italia che si è tenuta esclusivamente online. 1 promotori - Associazioni Luca Coscioni, Meglio legale, Forum droghe, Società della ragione, Antigone e i partiti +Europa.

Possibile e Radicali italiani - parlano di risultato "straordinario" ma comunque "non sorprendente" e adesso vogliono soprattutto mettere in sicurezza l'approdo del quesito in Cassazione il 30 settembre: per questo puntano a raccogliere il 15% in più di adesioni. "Ci siamo ma non basta. Continuate a firmare per via telematica perché è anche una spinta politica a un Parlamento che dorme da tanti anni", esorta Emma Bonino.

La velocità con cui sono state raccolte le firme per il quesito - che interviene sul Testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti e delle sostanze psicotrope - sia sul piano della rilevanza penale che delle sanzioni amministrative - non ha scatenato solo un dibattito politico tra contrari (il centrodestra), i favorevoli come i 5 Stelle o i "tiepidi' come il Pd. Perché l'innovazione della firma digitale ha innescato anche una discussione sulla necessità o meno di rivedere i meccanismi che regolano l'istituto referendario, per esempio innalzando la quota di firme necessarie.

Per Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale, tuttavia, non è tanto una questione di numeri, quanto di consapevolezza con cui si aderisce. "L'essenziale è che la firma digitale dia certezza della conoscenza vera, e non per sentito dire, del quesito, altrimenti rischia di essere una sorta di sottoscrizione in bianco o comunque più di indirizzo che di contenuto". Il costituzionalista Enzo Cheli vede invece "con favore" lo slancio che la firma digitale ha dato a "questo strumento di democrazia diretta".

"Non ritengo necessario che si aumenti la soglia delle firme previste, almeno non per ora. Se poi si dovessero verificare degli abusi, allora se ne potrebbe riparlare. Piuttosto, sono d'accordo con una riforma, di cui si parla da un po', che prevede che si anticipi il pronunciamento della Corte sulla legittimità del quesito già dopo 100mila firme".

Un tema, questo, che viene posto anche da Beniamino Caravita di Toritto, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico alla Sapienza, secondo cui potrebbe anche essere necessario aumentare il numero delle firme, ma bisogna soprattutto rivedere il meccanismo su un paio di punti". Oggi il rischio è che con la raccolta online possa essere sottoposta a referendum ogni cosa con grande facilità. E. allora, per esempio diventano incongrui i termini a disposizione previsti dalla legge del 1970 e diventa problematico tenere un sistema politico-istituzionale appeso a un giudizio della Corte che arriva solo alla fine".

A giudizio di Giovanni Guzzetta, docente di Istituzioni di Diritto pubblico all'Università Roma Tor Vergata. quello del quorum delle sottoscrizioni è un falso problema. "La Costituzione prevede che si raccolgano 500mila firme, non che si raccolgano a passo di lumaca. Se noi riconosciamo alla firma digitale un valore equivalente alla firma fisica, non vedo perché non si debba applicare anche al referendum".

Non è che si finisce per snaturare l'istituto? "Io ritengo - spiega ancora - che il problema sia riqualificare la democrazia rappresentativa facendo quelle riforme che da 50 anni non si fanno e che forse sminerebbero il rischio di un ricorso eccessivo a questi strumenti". Anche per Massimo Villane, professore emerito di Diritto costituzionale alta Federico II di Napoli, il problema non è tanto di riforma dell'istituto quanto di equilibrio.

"La Costituzione ha una preferenza per la democrazia rappresentativa, l'articolo 75 sul referendum di fatto è un correttivo, lo non credo che l'allargamento alla possibilità della raccolta ordine possa portare a uno snaturamento. Dobbiamo anche considerare che oggi la democrazia rappresentativa non gode certo di buona salute". Insomma, secondo il suo parere, "bisogna eventualmente contrastare il cattivo uso, non buttare a mare lo strumento istituzionale".

 
"Referendum, con le firme online la legge deve essere cambiata" PDF Stampa
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di Paolo Foschi


Corriere della Sera, 19 settembre 2021

 

Il costituzionalista Gaetano Azzariti: così la raccolta delle firme è troppo facile, si rischia di alterare l'equilibrio fra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa. "Non c'è dubbio, la legge sui referendum deve essere cambiata.

Con la raccolta delle firme online, la soglia delle 500 mila adesioni è troppo facile da raggiungere, lo dimostrano sia la campagna per l'eutanasia, sia quella sulla cannabis, senza entrare sul merito dei due quesiti che sono comunque sentiti e importanti. Come diceva Stefano Rodotà, si rischia di trasformare la democrazia rappresentativa nella democrazia dell'immediatezza telematica": Gaetano Azzariti, costituzionalista e professore ordinario alla Sapienza di Roma, lancia l'allarme sui referendum al tempo di Internet. "Se non si interviene, si va incontro a diversi problemi".

 

Quali?

"Prima di tutto è concreto il rischio di delegittimare le istituzioni, che si reggono su un delicato equilibrio fra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa. La decisione inevitabile di accettare le firme raccolte online rende almeno in teoria molto facile l'avvio dell'iter per chiedere i referendum, altera appunto questo equilibrio. Inoltre si rischia di ingolfare la Corte Costituzionale di richieste su questioni minori o, peggio, su temi controversi, creando poi un collo di bottiglia che penalizzerebbe anche i referendum più importanti".

 

Secondo lei è necessario alzare il numero di firme da raccogliere?

"Sì, ma non è solo questo il punto. Credo che sia razionale, anche se insufficiente, la proposta del Pd di introdurre il giudizio della Corte Costituzionale dopo le prime 10 mila firme, per evitare che vengano bocciati referendum dopo che magari hanno avuto l'adesione di un milione di persone".

 

L'utilizzo di Internet per la raccolta delle firme rende il referendum uno strumento più forte?

"Il rischio è che ne esca indebolito sia per il possibile eccesso di richieste, sia per la mancanza di dibattito che era invece necessario per convincere le persone a firmare in presenza".

 
Ceccanti (Pd): "Portiamo a 800mila le firme necessarie per i nuovi referendum" PDF Stampa
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di Giacomo Puletti


Il Dubbio, 19 settembre 2021

 

"Bisognerebbe pensare di alzare il numero minimo di firme e portarle almeno a 800mila, cioè il due per cento di chi vota per le politiche. E poi il quorum resta altissimo, bisognerebbe quindi riparametrare lo togliendo dal conteggio chi di solito non vota alle politiche, e mettendolo al 50 per cento più uno di chi ha votato alle politiche"

 

Onorevole Ceccanti, in che modo la possibilità di firme tramite Spid sta cambiando l'istituto referendario nel nostro paese?

Il fatto di togliere gli ostacoli burocratici è senz'altro positivo, perché bisogna favorire la partecipazione. Tuttavia si manifestano una serie di problemi. Il primo è rispetto a ciò che prevede la Costituzione, sotto un duplice profilo: in primo luogo, se raccogliere le firme diventa molto facile bisognerebbe pensare di alzare il numero minimo di firme e portarle almeno a 800mila, cioè il due per cento di chi vota per le politiche; in secondo luogo, il quorum resta altissimo, perché il 50 per cento più uno corrisponde a chi vota per le Amministrative e anche rispetto alle politiche c'è sempre un 25- 30 per cento di astenuti. Bisognerebbe quindi riparametrare il quorum togliendo chi non vota alle Politiche, e mettendolo al 50 per cento più uno di chi ha votato alle Politiche. Altrimenti abbiamo un sistema in cui è facilissimo raccogliere firme ma difficilissimo vincere i referendum.

 

Di quali altre incombenze si deve tener conto nell'analisi del nuovo movimento referendario che passa dalla giustizia, dall'eutanasia e dalla legalizzazione della cannabis?

C'è un problema di conflitto con la Corte costituzionale. Avendo previsto a livello di legge ordinaria che si faccia il controllo dopo tutte le firme raccolte, si rischia di raccoglierne milioni che poi vengono colpite dalla Corte sulla base dell'articolo 75 della sua giurisprudenza, con la conseguenza di far saltare i quesiti e aumentare la frustrazione di chi ha firmato. Sarebbe ragionevole che il controllo della Corte avvenisse dopo un certo numero di firme, ad esempio centomila, per poi riprendere la raccolta.

 

La maggiore facilità di raccolta firme aumenta la possibilità di buona riuscita di un referendum?

Non è detto che tutti i quesiti siano dichiarati ammissibili da parte della Corte. È più facile raccogliere firme ma non è affatto scontato che poi i quesiti vengano sottoposti a referendum. L'articolo 75 e la giurisprudenza della Corte in questo senso delimitano fortemente il terreno d'azione dei referendum.

 

Quali altre prerogative della Corte andrebbero modificate per rendere l'istituto referendario più adeguato ai nostri tempi?

C'è un ulteriore problema che meriterebbero di essere affrontato: il controllo della Corte è solo sui requisiti dell'articolo 75, cioè se i quesiti rientrano nelle leggi che non possono essere sottoposte a referendum. Ma quasi mai la Corte entra sul fatto che la normativa di risulta sia o no costituzionale. Cioè magari si ammettono i quesiti perché non riguardano materie proibite, si supera il quorum ma poi la legge che ne deriva viene dichiarata incostituzionale. Quello sull'eutanasia può darsi che sia ammissibile (ci sono varie discussione sulla tecnicalità del quesito) ma l'idea che si possa passare a una depenalizzazione dell'omicidio del consenziente va oltre e potrebbe essere dichiarata incostituzionale.

 

Il conflitto tra Parlamento e movimenti popolari è destinato ad aumentare nei prossimi anni?

Credo che coloro che raccolgono le firme abbiano come obiettivo prioritario quello di far decidere il Parlamento. Il testo base sull'eutanasia è un buon testo e cerca di disciplinare il suicidio assistito secondo i paletti messi dalla Corte. Un conto è se si fa la legge in Commissione, in Parlamento e si dosano gli equilibri secondo i vincoli della Corte. Un altro conto è se si sostiene un quesito che passa all'estremo opposto, cioè alla depenalizzazione dell'omicidio del consenziente. Gli stessi promotori non sarebbero d'accordo con una soluzione così drastica.

 

È corretta l'accusa di lentezza e inerzia nei conforti del Parlamento su temi così sensibili?

Il problema è questo: il Parlamento riesce a legiferare relativamente bene quando le cose possono essere decise all'interno di una maggioranza di governo e quindi si possono superare le divergenze mettendo la fiducia. Un classico esempio è l'ottima legge sulle unioni civili. Fu trovato un punto d'equilibrio e messa la fiducia. Di fronte a governi sorti per emergenza come quello attuale, in cui queste materie non fanno parte del programma, è difficile mettersi d'accordo.

 

Crede che ci sia un problema di mancanza di dialogo tra promotori dei quesiti e politica?

I promotori non sono sempre innocenti, nel senso che qualche volta potrebbero trovare soluzioni migliori rispetto a quelle drastiche individuate dai quesiti. Hanno ragione i Radicali quando dicono che la legge sulla responsabilità civile dei giudici fu congegnata dal Parlamento con una serie di esenzioni per cui non si può far valere praticamente mai. Ma allora non capisco perché non sia stato fatto un quesito che restando nella logica della responsabilità indiretta togliesse alcune di quelle esenzioni. Passare a un quesito che parla di responsabilità diretta mi sembra una scorciatoia.

 

Il quesito referendario riesce a ottenere sempre quello che i promotori si augurano?

Ci sono casi in cui il referendum ha un effetto minimo. Viene permesso ai firmatari una cosa che obiettivamente il quesito non può ottenere. Riguardo a quello sul sistema elettorale del Csm, i firmatari sono convinti che cambi il sistema elettorale del Csm. Ma non è così: si limita a togliere le modalità di presentazione dei candidati, ma il sistema cosiddetto correttocratico non è assolutamente scalfito dal quesito.

 

Il Movimento 5 Stelle aveva proposto un testo per l'introduzione del referendum propositivo. Come lo valuta?

In astratto, si può anche concepire l'idea di un referendum propositivo, perché alcuni referendum abrogativi hanno effetti surrettiziamente propositivi. Ma il propositivo consente ai cittadini di scrivere in positivo la legge, e quindi se ci sono limiti all'abrogativo tanto più ci devono essere rispetto al propositivo. Purtroppo quel testo sottovaluta la forza del propositivo e aveva limiti troppo blandi.

 

Si parla in queste ore dell'introduzione del green pass in Parlamento, osteggiata dal leghista Claudio Borghi. È corretto l'obbligo di green pass anche per deputati e senatori?

Borghi solleva il problema se si possa in Parlamento mettere questo limite. Un limite che non mette il governo ma gli organi parlamentari. Con tutto il rispetto per lui, l'invito del governo è rispettoso dell'autodichia e assolutamente ragionevole. Nel momento in cui mettiamo vincoli per i luoghi di lavoro, che si possono mettere perché non c'è nessun aggancio costituzionale che li impedisca, allora deve valere anche per il Parlamento, che non è una zona franca. Per questo il ragionamento non funziona. Tra l'altro la legittimità costituzionale varrebbe anche nel caso si decidesse di imporre l'obbligo vaccinale, come spiega l'articolo 32 della Carta.

 

 
La dittatura dei social network: digito, ergo sum PDF Stampa
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di Francesca Petretto*


Il Fatto Quotidiano, 19 settembre 2021

 

Questa è un'epoca storica che ha del surreale. Non solo è flagellata da una pandemia che finora ha causato più di 4 milioni e mezzo di morti, ma esiste pure uno svariato numero di persone che considera "dittatura sanitaria" la raccomandazione di indossare una mascherina per evitare il contagio e che sostiene che il vaccino è un mezzo subdolo dei poteri forti (?) per inserire un microchip sottopelle, attraverso il quale ci manovreranno come robot. Una roba che a confronto Black Mirror è una telenovela sudamericana.

Al contrario degli altri che vivono da schiavi, soggiogati da una pericolosa casta di sadici virologi e di medici senza scrupoli, loro sono quelli che hanno capito davvero come va il mondo, sono stati illuminati da rivelazioni fondamentali per la sopravvivenza su questo pianeta. Rivelazioni che hanno ovviamente letto o ascoltato in qualche video su Facebook. Sì, perché occorre precisare che per molti di loro, la vita si svolge quasi interamente sui social network. È lì che trovano ispirazione per indignarsi o per eccitarsi, è lì che finalmente hanno l'impressione che il loro parere conti qualcosa, è lì che esistono davvero. Digito, ergo sum. A dire il vero, durante questa pandemia, l'uso compulsivo e disfunzionale dei social ha raggiunto livelli apocalittici non solo tra i complottisti più accaniti. Persone che faticano persino a esprimersi in italiano corretto e che alla voce "istruzione" scrivono "Università della vita", sui social diventano improvvisamente luminari in qualcosa, a seconda dell'argomento di tendenza: virologia e microbiologia, giurisprudenza, economia politica, critica cinematografica, per non parlare di tutti i potenziali allenatori di calcio che pullulano incompresi in rete.

Tutti hanno pareri su tutto e quel che è peggio è che li esprimono senza nessun tipo di remora, spesso anche in maniera molto aggressiva. Sui social si vive una nuova realtà, di solito molto distante da quella reale e molto spesso si finisce per esistere esclusivamente attraverso il proprio profilo, attraverso il quale ci si sente liberi di amare morbosamente oppure odiare fino ad augurare la morte a qualcuno. Seppur nati con il nobile intento di favorire la socialità, i social network hanno in realtà contribuito a creare una dimensione parallela nella quale le persone smettono di avere un'identità e diventano semplicemente profili, mentre le emozioni sono definite da cuoricini, faccine tristi o arrabbiate.

La socialità nei social è paradossalmente assente. Si parla addirittura di solitudine di massa, un fenomeno a dir poco inquietante che si sta diffondendo un po' in tutto il mondo e che trova la sua origine proprio nella digitalizzazione. In Italia, nell'ultimo anno, su 50 milioni di persone on line, 35 milioni sono attive sui social. C'è un'applicazione per ogni cosa: fare acquisti on line, cibo a domicilio, fare la spesa, rimorchiare. Il risultato è che, complice anche la pandemia e l'ormai famigerato distanziamento sociale, i rapporti umani stanno attraversando una fase di crisi davvero preoccupante. Iper connessi col mondo intero, ma completamente disconnessi dalla propria realtà.

La nuova identità è basata esclusivamente sui like e sui follower, cartine tornasole del proprio successo o del proprio fallimento, che naturalmente si ripercuote sulla vita di tutti i giorni. Perciò si arriva a pianificare tutta una serie di azioni quotidiane in base a un potenziale riscontro sui social. Ci si veste, si va in vacanza, si mangia in determinati ristoranti, si sceglie di guardare determinati film e serie tv, nei casi più estremi si fanno figli con l'unico scopo di poter postare sui social la foto del secolo, quella che avrà più like e più interazioni in assoluto.

Tra le priorità non c'è più quella di essere felici, ma di sembrare felici, specialmente quando non lo si è affatto. Perciò, la frustrazione covata quotidianamente viene riversata sui social attraverso la propria bacheca o peggio, commentando su quelle altrui. Non esiste la critica costruttiva, ma solo bieca smania di insultare e denigrare chi viene percepito come una minaccia per quella finta felicità instagrammabile così faticosamente costruita. I social network sono la nuova finestra sul mondo e tutto ciò che passa attraverso le bacheche più popolari diventa verità assoluta.

Non c'è ricerca, approfondimento, non c'è tempo che meriti di essere speso per leggere l'intero l'articolo di un quotidiano on line, è più che sufficiente fermarsi al titolo: ciò che conta è trovare conferma delle proprie convinzioni e dei propri pregiudizi. In questa nuova percezione distorta della realtà, essere social equivale a essere fighi, a "stare sul pezzo", perciò è importante seguire i trending topic del momento, non dimenticando mai di postare accorati Rip commemorativi per le morti celebri, anche se non si sa assolutamente nulla del defunto in questione. Nella beata illusione di essere unici e diversi da tutti, si nasconde in realtà un disperato bisogno di essere come gli altri, perché nell'omologazione ci si sente più sicuri e soprattutto meno soli.

In questa preoccupante tendenza al conformismo, chi funge da traino ed è in grado di condizionare le scelte della massa, ha un posto in paradiso. La figura dell'influencer rappresenta al giorno d'oggi la nuova frontiera occupazionale per giovani e non, la massima aspirazione di realizzazione personale, ma soprattutto è diventata il cavallo vincente sul quale i più grossi brand del mondo decidono di puntare tutto. Data la portata immane di traffico sui social, per la pubblicità diventa essenziale appoggiarsi a chi riesce a catalizzare su di sé l'attenzione di milioni di persone, influenzandone le preferenze.

Ecco che sui red carpet di tutti gli eventi più importanti del mondo, gli influencer sfilano accanto a nomi del calibro di Brad Pitt o Penelope Cruz, confermandosi così come le nuove star del millennio. Ma anche nel mondo degli influencer vale il principio per cui uno su mille ce la fa, il resto viene inghiottito dal gorgo profondo dei social network, nel quale un profilo vale l'altro e nessuno vale davvero. Così, in questa spasmodica ricerca di approvazione social, si crea quasi una sorta di dipendenza da like, che in molti casi genera solo ulteriore frustrazione e depressione. Lo scenario è sconfortante e, a voler scomodare le teorie dei sopracitati complottisti, si ha quasi l'impressione di vivere davvero in una dittatura: la dittatura dei social network.

 

*Attrice

 
Libia. Riflettori spenti su una catastrofe "silenziata" PDF Stampa
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di Umberto De Giovannangeli


globalist.it, 19 settembre 2021

 

La catastrofe afghana ha spento i riflettori mediatici sulla tragedia libica. Una tragedia umanitaria che continua. A darne conto su Avvenire è Nello Scavo, uno dei pochi che la realtà libica conosce nel profondo.

"Il nuovo rapporto Onu sulla Libia - annota Scavo - è un continuo atto d'accusa. Con il segretario generale Antonio Guterres che denuncia "le continue restrizioni all'accesso umanitario e al monitoraggio da parte delle agenzie umanitarie nella Libia occidentale".

Nessuna pietà neanche per i bambini. "Il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia ha riferito che i bambini - scrive Guterres nel suo ultimo dossier (Unsmil) - hanno continuato a essere detenuti arbitrariamente nei centri di detenzione a Tripoli e dintorni, senza accesso alla protezione di base e ai servizi sanitari e senza ricorso all'assistenza legale o al giusto processo, e spesso sono stati detenuti con gli adulti". Quasi non c'è più alcuna distinzione tra uomini in uniforme e trafficanti. "Le donne migranti e rifugiate hanno continuato ad affrontare un rischio elevato di stupro, molestie sessuali e traffico da parte di gruppi armati, contrabbandieri e trafficanti transnazionali, nonché funzionari della Direzione per la lotta all'immigrazione illegale sotto il ministero dell'Interno".

I continui divieti alle agenzie Onu, a cui è impedito di ispezionare i campi di prigionia, sono motivati dalla volontà di nascondere i fatti. "A giugno, l'Unsmil ha documentato ripetuti episodi di violenza sessuale perpetrati - si legge ancora - contro cinque ragazze somale di età compresa tra i 16 e i 18 anni". Abusi avvenuti in strutture ufficiali da parte di agenti e militari libici.

Alla data del 14 agosto, la guardia costiera libica aveva intercettato e riportato nel Paese 22.045 migranti e rifugiati, con 380 morti confermati e 629 persone considerate disperse. "Ma l'aumento del numero di migranti e rifugiati rimpatriati ha portato a un maggior numero di persone detenute arbitrariamente nei centri di detenzione ufficiali della Direzione per la lotta all'immigrazione clandestina, senza un controllo giudiziario e sottoposte a trattamenti e condizioni disumane", insiste Guterres. Ad attenderli non c'è alcun tentativo di impedire i crimini, ma "tortura, violenza estrema, abusi sessuali e accesso limitato a cibo, acqua, servizi igienici e cure mediche, in alcuni casi con conseguente morte o lesioni". All'inizio di agosto i prigionieri erano 5.826 migranti, contro i 1.076 dichiarati a gennaio.

Per le milizie l'approvvigionamento di esseri umani è essenziale per far pesare la propria presenza sia ai tavoli interni che nei negoziati con l'Ue a colpi di barconi. Ancora una volta è il clan di Zawyah a fare scuola, dove gli uomini del comandante Bija e dei fratelli Kachlav non perdono occasione per rilanciare la sfida.

E mentre per le strade si torna a combattere, tra faide e regolamenti di conti come quelli avvenuti ancora una volta ieri proprio a Zawyah, viene fomentato l'odio. 'Durante il periodo di riferimento, Unsmil ha documentato - riferisce ancora Guterres nel dossier inviato al Consiglio di sicurezza - un aumento delle dichiarazioni pubbliche contro i migranti e contro i rifugiati oltre a incidenti xenofobi contro gli stranieri'. È bastato che un certo numeri di lavoratori subasahariani protestasse contro l'impunità garantita agli xenofobi, perché scoppiassero dei disordini. Centinaia di uomini, donne e bambini sono stati arrestati e portati in una struttura di detenzione a Zawiyah gestita dalla Direzione per la lotta all'immigrazione illegale. Si tratta proprio del campo di prigionia statale gestito dal clan di Bija. Notizie compatibili con l'aumento delle partenze da quelle coste". Così Scavo.

La denuncia di Amnesty - Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, descrive con dovizia di dettagli le orribili condizioni nei centri di detenzione in Libia: "Nell'ultimo periodo abbiamo parlato con oltre 50 migranti, alcuni dei quali anche 14enni, che sono stati riportati in Libia dalla guardia costiera libica e sono stati sottoposti a detenzione arbitraria in condizioni orribili. Migranti e rifugiati ci hanno raccontato di essere regolarmente picchiati, privati del cibo, sottoposti ai lavori forzati e ci hanno spiegato che a loro viene richiesto un riscatto in cambio della libertà.

Le donne vengono stuprate dalle guardie oppure costrette ad atti sessuali in cambio di cibo e acqua. Le guardie impediscono loro di usare i bagni per diverse ore e questo succede anche alle donne incinte. Quelle che provano a resistere vengono picchiate". E poi il possente j'accuse rivolto all'Europa e in essa all'Italia.

"Queste situazioni si verificano in centri di detenzione che lo Stato ha riservato a soggetti vulnerabili e questa condotta ha, di fatto, legittimato quelli che prima erano casi di sparizione forzate, sostenuti dal governo libico. Tutto questo - rimarca Eltahawy - sta avvenendo col sostegno degli Stati membri della Ue e in particolare dell'Italia, che continua vergognosamente ad aiutare la guardia costiera libica a riportare la gente sulle sue coste. Amnesty International ha raccolto tantissime testimonianze di migranti e di rifugiati che sono stati intercettati dalla guardia costiera libica e costretti a tornare in Libia. Molti ci hanno raccontato il comportamento violento, pericoloso e incauto della Guardia costiera libica che spesso in alto mare ha messo in pericolo la vita dei migranti invece che fornirgli assistenza e salvarli".

E ancora: "Questo comportamento ha causato l'annegamento di diverse persone, nonostante i migranti avessero già avvistato gli aerei della Ue o altre navi che sono venuti meno all'obbligo di assistenza. Come risultato di questa mancanza di soccorso, i migranti sono stati riportati in Libia dove sono stati incarcerati in condizioni orribili, vedendosi negati tanti altri diritti umani e subendo torture, lavori forzati, stupri e altre violenze. Tutto questo - ribadisce la responsabile di AI - accade ormai da oltre 10 anni, grazie anche al supporto della Ue e dei suoi Stati membri. Amnesty International chiede con forza alla Ue di sospendere immediatamente la cooperazione col governo libico per quanto riguarda l'immigrazione e il controllo delle frontiere. Solo in questo modo la vita umana avrà più valore rispetto alla politica".

Dieci anni dopo - Di grande interesse è il bilancio tracciato da Neil Munshi, in un documentato report sul Financial Times, tradotto e pubblicato in Italia da Internazionale. "A dieci anni di distanza, gli effetti collaterali della caduta di Gheddafi - un dittatore che per 42 anni guidò un regime corrotto, che violava sistematicamente i diritti umani - si fanno ancora sentire ben oltre i confini della Libia: nelle morti dei migranti a bordo di piccole imbarcazioni nel Mediterraneo; nei campi di schiavitù e nei centri di prostituzione sulla terraferma; nell'instabilità diffusa nel Sahel dove sono morte migliaia di persone e altre milioni sono state costrette ad abbandonare le proprie case, e dove la Francia è rimasta impantanata in quella che alcuni considerano la sua guerra permanente - scrive Munshi -

"La Libia è diventata un ventre molle, un punto vulnerabile per tutti i paesi confinanti", afferma Mathias Hounkpe, capo dell'ufficio Mali della Open society initiative for West Africa. "Mali, Niger, Ciad: tutti questi paesi stanno avendo problemi perché la Libia non è stabile... La scomparsa di Gheddafi ha avuto conseguenze devastanti in Libia. Il paese è stato travolto da violenze e caos fin dalle elezioni contestate del 2014, dopo le quali fazioni rivali hanno diviso il paese in feudi, mentre gruppi armati, bande criminali e trafficanti di esseri umani hanno approfittato in tutti i modi della debolezza dello stato. Nel marzo di quest'anno ha prestato giuramento un governo unitario, il frutto di un processo sostenuto dalle Nazioni Unite per porre fine a una guerra civile che aveva attirato sulla Libia militari delle potenze regionali e provenienti da paesi come Ciad, Russia, Siria e Sudan. La nuova amministrazione dovrebbe guidare il paese fino a dicembre, quando sono previste le elezioni".

Elezioni tutt'altro che in discesa - A darne conto su Inside Over è Alessandro Scipioni. A poco più di tre mesi dalle elezioni parlamentari e presidenziali in Libia del 24 dicembre 2021, "la situazione nel Paese nordafricano sta assistendo a dei nuovi e rapidi sviluppi dagli esiti ancora imprevedibili. A Tripoli sono ripresi gli scontri armati tra milizie rivali, finora senza vittime, mentre il rilascio di ex esponenti del passato regime, tra cui spicca il nome di Saadi Gheddafi. terzogenito del defunto rais ucciso quasi 10 anni fa, potrebbe aprire la strada alla discesa in campo di Saif al Islam Gheddafi alle presidenziali.

La guerra interna tra il ministro del Petrolio, Mohamed Aoun, e il presidente della National Oil Corporation, Mustafa Sanallah, ha visto il secondo uscire vincitore, ma i blocchi dei terminal petroliferi dell'est rischiano di prosciugare l'unica fonte di reddito di un Paese che vanta le maggiori riserve di petrolio dell'Africa e che fino a dieci anni fa era primo alleato dell'Italia nel Mediterraneo. Intanto, il presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, ha consegnato all'Onu una legge elettorale presidenziale sostanzialmente inaccettabile a Tripoli, firmata solo da lui stesso, con il risultato di aver alimentato le tensioni tra est e ovest.

Il tutto sotto al naso dell'impotente inviato Onu, Jan Kubis, ormai in balia delle machiavelliche macchinazioni dei politici libici". E in questo scenario tutt'altro che pacificato, a dettar legge è la "diplomazia delle armi". Il Fronte per l'alternanza e la concordia del Ciad (Fact), il gruppo ribelle che nell'aprile scorso ha rivendicato l'uccisione del presidente ciadiano Idriss Deby Itno, ha accusato la brigata Tariq Bin Ziyad (legata al generale Khalifa Haftar) di aver attaccato una delle sue postazioni al confine libico con il sostegno delle milizie mercenarie sudanesi e con la supervisione delle forze speciali dell'esercito francese basate in Libia. Secondo fonti di Agenzia Nova, Haftar e i francesi con l'ausilio di mercenari sudanesi hanno inoltre cercato di catturare - senza riuscirvi - il leader del Fact, Mahamat Mahdi Ali, uccidendo con un drone francese diversi ufficiali e comandanti dei ribelli ciadiani. Ali sarebbe invece rimasto illeso. "Informiamo la comunità internazionale, l'Unione europea, l'Unione africana, il Comunità degli Stati dell'Africa centrale (Ceeac), l'opinione nazionale francese e ciadiana nonché i media francesi che tra le file degli aggressori ci sono cinque ufficiali francesi addetti al lancio di mortai. L'obiettivo di questo attacco affidato alle forze speciali francesi era catturare e/o uccidere il presidente del comitato esecutivo Fact (Mahamat Mahdi Ali)", afferma il Fact in un comunicato.

 
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