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Spoleto (Pg): scacchi, 5 detenuti partecipano a torneo internazionale online PDF Stampa
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di Marco Belli


gnewsonline.it, 20 luglio 2019, 20 luglio 2019

 

Cinque postazioni con accesso ad internet sono state attivate nella casa di reclusione di Spoleto e saranno presto a disposizione, per la prima volta, di utenti-detenuti che usufruiranno di un accesso limitato. L'occasione del loro utilizzo sarà infatti il torneo internazionale online di scacchi che si svolgerà nei giorni 5 e 6 agosto prossimi, sotto l'egida della Fédération Internationale des Echecs (Fide), e che vedrà la partecipazione di giocatori detenuti in Italia, Usa, Russia, Bielorussia, Argentina, Brasile e Cile e la presenza dell'ex campione del mondo Anatoly Karpov.

A realizzare l'infrastruttura di rete necessaria ad abilitare i 5 detenuti che parteciperanno al torneo navigando dalle loro postazioni sul portale www.chess.com, preventivamente autorizzato, è stato il Servizio Informatico Penitenziario che, in collaborazione con la Direzione Generale per i Sistemi Informativi Automatizzati del Ministero della Giustizia e la Direzione Generale Detenuti e Trattamento del Dap, ha provveduto al collegamento e alla configurazione necessaria. Le postazioni sono state realizzate ai sensi della circolare del Capo Dap del novembre 2015, che consente l'accesso a internet ai detenuti per motivi di studio e lavoro. Gli utenti-detenuti non avranno la possibilità di modificare o alterare la configurazione della postazione di lavoro loro assegnata e, inoltre, personale di Polizia Penitenziaria del Servizio Informatico sorveglierà su eventuali tentativi di violazione della sicurezza.

L'iniziativa rappresenta un evento unico nel panorama delle attività trattamentali offerte da un istituto penitenziario italiano. A Spoleto, infatti, è stato avviato da ben quattro anni il progetto "Scacchi in carcere", inserito nell'ambito di un protocollo sottoscritto con il Coni e finalizzato a promuovere l'attività sportiva dei detenuti.

Il corso di scacchi, che ha ad oggetto lo studio delle tecniche di gioco e si è avvalso di incontri con giocatori professionisti esterni, è gestito da un tecnico Coni ed è destinato ai reclusi appartenenti al circuito di alta sicurezza. Gli stessi che fra pochi giorni sfideranno online i giocatori detenuti di altri sei nazioni.

 
Vercelli: detenuti-calciatori, la squadra del carcere rischia di lasciare il Csi PDF Stampa
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di Filippo Simonetti


La Stampa, 20 luglio 2019

 

Rischia di non iscriversi al prossimo campionato Csi il Forrest, la squadra di calcio del carcere di Vercelli. Motivo? Visto l'elevato numero di detenuti-calciatori, sarebbe necessario creare e iscrivere più di un team per poterli accontentare tutti. Problemi organizzatori, a questo punto potrebbero - il condizionale è d'obbligo, il quadro è in fase di definizione - costringere la direzione a non presentare più ai nastri di partenza del torneo amatoriale la squadra che prende il nome dal celebre film con Tom Hanks. Nelle ultime stagioni il team multietnico - guidato dalla coppia Maurizio Del Pero e Mauro Sattin - era stato coinvolto dal Comitato di Novara nel suo progetto. Prima nel calcio a 11 tradizionale, poi nell'ultima stagione nel calcio a 7.

Il penitenziario diretto da Antonella Giordano (insediatasi da alcuni mesi al posto di Tullia Ardito che invece è andata a Biella) a breve deciderà il da farsi con l'auspicio di trovare una soluzione ottimale e soprattutto in grado di andare incontro al fabbisogno sportivo dei detenuti.

Al momento non sono stati ancora intavolati contatti ufficiali con il Comitato di Novara per cui la situazione potrebbe mutare nelle prossime settimane. Durante le ultime stagioni il Forrest aveva sempre ospitato nel proprio impianto diversi sodalizi del Novarese e del Verbano.

Arriva un appello dall'area educativa del penitenziario di Billiemme: "Lo sport praticato in carcere ha una valenza altissima e in questi ultimi anni abbiamo dimostrato di credere davvero in progetti che vanno in questa direzione - spiegano -. Da qui a settembre lo scenario potrebbe cambiare ancora, nel frattempo invitiamo i comitati Csi dei territori limitrofi a farsi avanti per instaurare con noi una proficua collaborazione. Sarebbe davvero un bellissimo regalo per i detenuti".

Poi un'ultima precisazione: "Se non dovessimo iscriverci ad alcun campionato amatoriale Csi, daremo senz'altro la possibilità - come abbiamo peraltro sempre fatto - ai nostri detenuti di praticare attività sportive all'aria aperta tra cui il calcio nel nostro campo interno. Sempre seguiti dal duo Del Pero-Sattin".

 
Roma: concerti nelle carceri con Enrico Ruggeri e Dolcenera PDF Stampa
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di Martina Dessì


iltempo.it, 20 luglio 2019

 

I concerti nelle carceri prendono il via il 23 luglio e l'idea è quella di Franco Califano. Non a caso, il progetto di prossimo avvio s'intitola La mia libertà. Note in carcere ed è promosso dal vicepresidente del Consiglio Regionale Giuseppe Cangemi con la collaborazione dell'agenzia Joe&Joe. L'obiettivo del progetto è quello di portare la musica all'interno dei penitenziari e di utilizzarla a scopo rieducativo, con la collaborazione degli artisti che saranno protagonisti delle date scelte per il calendario. Tra i nomi già annunciati compare quello di Enrico Ruggeri, ma anche quello di Dolcenera, Paolo Vallesi e il duo Marcello Cirillo-Mario Zamma.

Spiega il vicepresidente Cangemi: "Il progetto è intitolato come la canzone di Franco Califano e nasce proprio da un'idea del cantautore romano. Lui era molto sensibile al tema della detenzione, e aveva espresso più volte il desiderio, prima di lasciarci, di lavorare a un progetto che portasse la musica nelle carceri del Lazio. Un'idea che spero possa essere replicata anche nelle strutture penitenziarie delle altre province".

Si inizia con la prima data del 23 luglio alla sezione femminile del carcere di Rebibbia, con inizio previsto per le ore 19, per continuare in quello di Velletri il 25 luglio alle ore 14 e Regina Coeli il 29 luglio alle 10. La chiusura è affidata a Dolcenera che si esibirà sul palco di Rebibbia Nuovo Complesso, il 4 settembre alle ore 17, e a Enrico Ruggeri, che canterà invece a Civitavecchia.

Un'occasione, questa, per chi sta scontando una pena ma anche per gli artisti coinvolti nel progetto che potranno così mettere la loro musica al servizio di qualcuno che ha un assoluto bisogno di rimettere ordine nella loro vita. Conclude Cangemi: "La musica, come il teatro e lo sport possono infatti contribuire al processo di rieducazione dei detenuti, e per questo sono grato agli artisti che, con grande sensibilità, hanno accettato di partecipare".

 
"Di Cucchi racconto dolore e solitudine". Cremonini parla ai detenuti PDF Stampa
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di Antonella Barone


gnewsonline.it, 20 luglio 2019

 

"Sulla mia pelle", il film con cui il regista Alessio Cremonini racconta gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi (il 31enne romano morto il nell'ottobre del 2009 mentre era in custodia cautelare dopo l'arresto per detenzione di droga), ha ottenuto grande successo di pubblico e di critica, con diversi passaggi in festival e rassegne in tutta Italia. Tuttavia, quella che si è tenuta nei giorni scorsi nella casa circondariale di Trieste, è stata una sorta di nuova "prima", per la tipologia del pubblico composto da detenuti di varie età e con diverse storie di vita, alcuni dei quali con esperienze di tossicodipendenza, di fermi, arresti e soste in caserma.

Il film è stato visto però in un contesto "formativo", una masterclass tenuta da Alessio Cremonini per i detenuti componenti della giuria del Festival ShorTs organizzata dallo Shorts International, un progetto all'interno di cui ogni anno si organizza un corso di formazione sulle tecniche audiovisive. Cremonini ha spiegato di aver voluto utilizzare nel suo film delle tecniche per accentuare l'aspetto della cronaca e perché il racconto rispondesse più possibile alla realtà. Per questo ha fatto ricorso all'uso di ambienti autentici, alla lettura e alla selezione scrupolosa di diecimila pagine di atti, necessarie per ricostruire l'odissea di Stefano dall'arresto alla morte. Un approccio rigoroso in quanto, ha ribadito il regista, "volevo farne un film utile, per le persone che non sono state in carcere. Non sono pochi quelli che pensano che un carcerato non sia un cittadino. Ma non ho voluto fare un film giudicante che divide il mondo in buoni e cattivi".

Il film ha suscitato tra gli spettatori-allievi seduti in platea ricordi, emozioni e indignazione per le 140 persone che hanno incontrato Cucchi negli ultimi giorni di vita e che sono rimaste indifferenti e silenziose. Alcuni spunti di discussione hanno poi indotto Cremonini a definire il senso ultimo di Sulla mia pelle, "come credente e come cittadino".

"Da cattolico - ha detto il regista - ho realizzato un film sul dolore, sulla solitudine e sull'approssimarsi della morte. Da cittadino un film sulla sconfitta di un paese democratico che non è riuscito salvare un ragazzo per poi eventualmente fargli scontare in carcere le sue colpe".

 
L'alibi della paura di un nemico "straniero" PDF Stampa
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di Guido Viale


Il Manifesto, 20 luglio 2019

 

Bisogna spazzare via un alibi. Chi ha paura degli immigrati? Forse qualcuno degli abitanti di quartieri che si trovano ai margini della società e che riversano sulla presenza degli immigrati una insicurezza che caratterizza comunque la loro condizione anche nei confronti di chi immigrato non è, perché quella che provano è in realtà la paura di un ambiente che è loro sempre più estraneo ed ostico.

Poi la paura del migrante, o addirittura dell'invasione - ma non certo da parte di un esercito nemico, bensì di un presunto nemico, "lo straniero", presentato come se fosse un esercito - viene quotidianamente insufflata attraverso i mezzi di comunicazione di massa e soprattutto i social, fino a suscitare non la paura, ma l'idea di dover avere paura. Ma i migranti che incontriamo tutti i giorni per strada, o su un tram o un bus, o a chiedere la carità, o a fare i facchini, o a pedalare per portare la pappa a chi non si alza neppure più dal divano (e non sono certo quelli del reddito di cittadinanza!), o anche solo ad affacciarsi dalla grata di un centro di accoglienza trasformato in prigione, quelli non fanno paura a nessuno.

La paura del migrante è in realtà paura di un fantasma che nessuno vede: una favola. Ciò che troviamo al suo posto, se solo proviamo a grattare sotto quel luogo comune (ma da tempo non c'è nemmeno più bisogno di grattare tanto) è un sentimento del tutto diverso e anzi opposto: il disprezzo per un essere umano che si vuole considerare altro e diverso da sé. E, ovviamente, inferiore; cosa che viene ribadita con allusioni, parole, gesti e fatti compiuti per averne conferma. Quel disprezzo è un fattore di compensazione per i torti che si subiscono quotidianamente da parte di chi sta sopra di noi o per l'insuccesso in contesti dove lo considera una colpa. Al posto di una prospettiva di miglioramento o di ascesa sociale ci si accontenta di spingere più in basso chi è meno di noi in grado di difendersi.

È il meccanismo tipico del razzismo, che si rafforza trasformando il disprezzo in odio: un sentimento che fa da barriera contro ogni forma di comprensione o di compassione. L'odio rende il disprezzo irrevocabile perché impedisce l'ascolto. L'aggressione sia verbale che fisica (inizialmente solo verbale, ma per "allenarsi" a quella fisica, a cui non tutti riescono ad arrivare; i più preferiscono delegare questo passaggio ad altri, siano essi squadracce o forze dell'ordine) è innanzitutto, agli occhi di chi la pratica, una manifestazione di protagonismo: qualcosa che ti fa uscire dall'anonimato, ti fa sentire che "conti" qualcosa. Ma da cui è molto difficile tornare indietro.

Disprezzo e odio creano "identità" lungo una spirale che li trasforma facilmente in abitudine: "Prima gli italiani" non significa certo quello che dice: in quello slogan gli italiani sono solo loro, quelli che odiano o che disprezzano lo straniero; non certo quelli solidali. E per uscire da quella contraddizione - quel "prima" non spetta a tutti gli italiani - riversano lo stesso odio e disprezzo sulla solidarietà, sulle sue manifestazioni, su coloro che la praticano: persone che "non hanno il coraggio dell'odio", non hanno la capacità di praticarlo, non hanno l'orgoglio del proprio esclusivo diritto, Untermenschen, sotto-uomini, femminucce. O sotto-donne, "troie": la qualifica più usata. Sessismo e maschilismo si saldano al razzismo anche se vengono ipocritamente negati: Salvini porta su un palco una bambola gonfiabile a scopo sessuale per simulare un'avversaria e chiama delinquenti profughi e solidali, ma si indigna se lo chiamano razzista o maschilista.

Dovrebbe essere chiaro perché il femminismo e le sue più recenti manifestazioni rappresentano una minaccia mortale per l'onda nera di razzismo che sta attraversando il mondo cosiddetto sviluppato, mascherando l'odio con la paura. Il razzismo si radica nel machismo (praticato dai maschi ma subìto anche, in varia misura, da molte donne) e questo prende forma dalla più antica e profonda struttura di dominio, il patriarcato, che è possesso: innanzitutto delle donne da parte dei maschi e poi, sul modello di questo, di tutte le altre forme di proprietà: di terre, animali, schiavi, rango, mezzi di produzione, denaro, ma anche patria, cultura, tradizioni, geni, saperi.

È la paura di perdere tutte queste cose - a partire dalla "propria" donna - o anche solo alcune di esse, e persino quelle che si desiderano ma non si hanno, e non quella del migrante, ad aprire la strada all'odio; e a trascinare alla violenza, allo spirito di sopraffazione, allo stupro, al femminicidio, alla richiesta di far "piazza pulita" di tutti gli stranieri.

Quella paura del migrante, che non è paura se non in modo riflesso, si supera solo promuovendo una socialità che in molti ambiti del nostro vivere quotidiano è da tempo venuta meno; una socialità, che è sempre anche solidarietà, non solo nei confronti dello straniero, ma innanzitutto di chi ci è vicino (il nostro prossimo); chiunque esso sia.

 
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