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Trieste. Tragedia in carcere, morto nel sonno triestino di 38 anni PDF Stampa
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triesteprima.it, 11 luglio 2020


La vittima è stata stroncata da un arresto cardiaco. Inutili i tentativi di rianimazione del personale sanitario. Tragedia in carcere, morto nel sonno triestino di 38 anni. Un detenuto triestino di 38 anni è morto nel sonno al Coroneo. È successo questo pomeriggio intorno alle 16.30.

La vittima, un 38enne triestino, è stata trovata senza vita nel proprio letto dal suo compagno di cella. Scattato l'allarme, a nulla sono valsi i tentativi di rianimazione del personale sanitario della struttura penitenziaria, né quelli del 118 che, intorno alle 17, hanno constatato il decesso per arresto cardiaco".

 
Gorizia. Il nuovo carcere europeo PDF Stampa
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di Domenico Alessandro dei Rossi*


pensalibero.it, 11 luglio 2020

 

Lustro per l'Italia. Il comune promuovere una nuova concezione della detenzione. Una robusta cerniera sul territorio di altissimo valore simbolico. A tutto merito di una Italia finalmente impegnata: stavolta qualcosa si è mosso non solo a parole, in merito ai diritti umani, alla giustizia e alle sue applicazioni. Gorizia è cittadina di circa 35 mila abitanti, situata alla base delle Alpi Giulie, a diretto confine con la Slovenia, proprio all'estrema periferia orientale della Pianura Padana. Una realtà ricca, basata sul commercio, sull'industria e sul turismo.

Un territorio produttivo che impegna circa 75 000 abitanti. Una vasta area molto integrata anche sul piano amministrativo con i vicini comuni di Nova Gorica e di San Pietro-Vertoiba, grazie all'adesione della Slovenia all'Unione europea: un accordo importante che nel 2011 ha permesso la ratifica di un sistema amministrativo congiunto. Nova Gorica, fino al 1947 era parte di una unica connessione urbana, integrata nel comune di Gorizia, ma dopo la seconda guerra mondiale, col trattato di Parigi, l'Istria come gran parte della Venezia Giulia furono cedute alla Iugoslavia. La posizione e la storia della città, che rientra sia nei confini del Friuli storico ed in quelli della Venezia Giulia, ne fanno uno dei punti più interessanti della cultura territoriale grazie alla congiunzione di significative tradizioni romanze, slave ed anche germaniche.

Veniamo ai fatti. Il comune di Gorizia, grazie al coraggio di amministratori locali, politici lungimiranti e persone esperte che da anni lavorano con passione in questo settore, si è dotato di una deliberazione a dir poco storica, iniziando finalmente a prendere forma un percorso per il primo Carcere europeo. Un prototipo da realizzare in coerenza con le regole penitenziarie europee, che si propone quale modello di riferimento a cui tutti gli Stati dell'Unione debbano conformarsi, per fini di giustizia, all'interno dei propri ordinamenti dando senso alla carcerazione nel rispetto dei diritti umani.

Guidata dal Sindaco avv. Rodolfo Ziberna, tutta la responsabilità è stata affidata dall'Amministrazione comunale alla competenza del dr. Enrico Sbriglia, già Dirigente generale del Dap (il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria), per varare un piano strategico innovativo, quanto ambizioso. Superando le diatribe classiche del diritto penitenziario, l'idea di base si confronta con tematiche che, per la loro gravità e complessità, debbono essere affrontate evitando il più possibile approcci esclusivamente nazionali.

Sostenuta da una visione destinata al futuro dell'Europa dei valori e dei diritti, la decisione del comune di Gorizia intende promuovere, all'interno del medesimo spazio geografico comunitario, la mobilità e la salute di ogni cittadino europeo, con azioni finalizzate ad arginare e sconfiggere attacchi epidemici e pandemici di natura virale, proprio in relazione alla condizione giuridica "affievolita", svantaggio tipico della persona in stato di detenzione.

Nel programma del titolare del prestigioso incarico, si impone un approccio progettuale nuovo, scientificamente rigoroso, sostenuto da apporti culturali multidisciplinari e metodologie sistemiche, che condividano prospettive aperte alla realtà Ue della carcerazione e delle sue regole. Il prestigioso obiettivo, nel tenere conto che il territorio transfrontaliero rappresenta la perfetta location del primo carcere europeo, proprio perché a cavallo tra Gorizia e Nova Gorica, intende conseguire l'omogeneizzazione del trattamento penitenziario in una visione federalista dell'Europa.

Insieme ad altri Paesi partner, l'Italia, interpretando il bisogno giuridico di legalità partecipata, è in grado di proporsi come il primo laboratorio ideale per una grande sfida di civiltà. In tal senso il comune di Gorizia con la realizzazione del primo carcere europeo, avendo già messo a disposizione l'edificio del vecchio Ospedale civile (complesso sanitario per circa 500 posti letto completato alla fine degli anni Cinquanta), si trasformerebbe in una robusta cerniera di altissimo valore scientifico e simbolico per unire e rafforzare ulteriormente l'Europa anche sul piano dei diritti umani e nel rapporto tra popoli che per troppo tempo dopo la Seconda guerra mondiale sono stati lontani.

L'ambizione del progetto intende coinvolgere le migliori intelligenze europee, partecipi di un Forum poenae, che si avvalga dei contributi delle neuroscienze, nelle connessioni ambientali ed ingegneristiche con l'architettura ed il design, con la medicina e le discipline sociali e antropologiche, insieme all'istruzione e la formazione professionale.

Insomma una rivoluzione vera e propria, anche nello spirito e nel ricordo di quello che fu il coraggioso impegno di Franco Basaglia, che portò alla chiusura dei manicomi e di Enzo Tortora, illustre vittima della peggiore giustizia, poi deputato europeo, verso una nuova prassi giuridica in una Europa, nell'Uguaglianza dei diritti unita, ove sussistano uguali trattamenti per uguali reati, per uguali cittadini.

 

*Vice presidente Cesp - Centro Europeo Studi Penitenziari

 
Napoli. Una sentenza definitiva su 10 svela un errore giudiziario PDF Stampa
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di Viviana Lanza


Il Riformista, 11 luglio 2020

 

Qual è la sorte dei processi? Quanti dei procedimenti con imputati sottoposti a misura cautelare arrivano a sentenza? E quanti a condanna definitiva, senza perdersi in rinvii e lungaggini che rendono i tempi della giustizia biblici invece che ragionevoli come prevede la legge?

Quando si parla di giustizia, provando ad andare oltre la cronaca dei singoli episodi e a ragionare sul sistema nel suo complesso per individuare proposte e superare criticità, ostacoli, intoppi, ritardi, disfunzioni - insomma tutto quello che ci fa dire sempre più spesso che la giustizia non funziona come dovrebbe - viene quasi naturale porsi domande sul futuro delle indagini, di quelle "maxi" con decine, se non addirittura centinaia, di indagati, o di quelle che finiscono giocoforza per condizionare l'andamento della vita pubblica, oltre che le vite private.

Le risposte non sempre arrivano facilmente, ma alcune sono contenute nel report che l'Ispettorato generale del Ministero della Giustizia ha stilato per una sorta di operazione trasparenza inaugurata appena lo scorso anno. Il documento mette insieme i numeri su errori giudiziari, procedimenti per il riconoscimento dell'ingiusta detenzione e statistiche relative all'applicazione delle misure cautelari nei vari distretti giudiziari italiani, analizzando i dati di 117 uffici gip e 116 settori dibattimentali, pari all'86% del totale. I numeri sono aggiornati al 31 marzo scorso e consentono di avere una fotografia attuale dello stato della giustizia sotto il profilo della quantità di misure cautelari applicate e di errori giudiziari commessi. I dati napoletani descrivono una realtà in cui il ricorso alle manette è diffuso, si fa un uso della carcerazione preventiva molto più ampio rispetto alla media nazionale.

Qual è, quindi, la sorte degli imputati detenuti a Napoli? Ebbene, nel 45% dei casi questi imputati sono sottoposti a carcerazione preventiva pur in assenza di una sentenza definitiva. E il garantismo? Sembra esistere di più in altre sedi giudiziarie visto che, come emerge dal report ministeriale, la media nazionale è del 34%. E poi c'è un 10% accertato di errori giudiziari commessi e già risarciti e un fiume di processi ancora in corso, i cui esiti potrebbero portare a nuove domande di risarcimento per ingiusta detenzione.

Nella relazione si evidenzia che gli uffici giudicanti penali di Napoli hanno applicato in un anno 4.316 misure cautelari e nel 51% dei casi si è trattato di misure in carcere. Delle 4.316 misure emesse nel 2019, inoltre, 3.356 (il 78%) attengono a procedimenti che sono stati iscritti nello stesso anno, mentre 707 sono le misure emesse in procedimenti iscritti in anni precedenti. Nel 10% dei casi i procedimenti sono sfociati in sentenze di assoluzione. E su un totale di 953 procedimenti conclusi con sentenza di condanna non definitiva, la custodia cautelare in carcere è stata applicata 431 volte, pari cioè al 45% dei casi, un dato che supera quello nazionale di più di dieci punti percentuali.

Assai ridotta è l'entità delle definizioni con condanna a pena sospesa: appena 29 casi su 431, nell'ambito di procedimenti in relazione ai quali era stata applicata la misura inframuraria. In 309 procedimenti poi, pari al 32% del totale, è stata applicata la misura degli arresti domiciliari. Non decolla invece il ricorso a misure alternative: l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria è stato applicato in 121 casi, pari a quasi il 13% del totale delle misure disposte in procedimenti definiti con condanna non definitiva.

Quanto alle sentenze passate in giudicato, su 1.316 procedimenti "cautelati" sono 161 quelli che hanno avuto come esito una condanna definitiva nell'anno 2019: corrispondono al 12% e anche in questo caso Napoli sembra seguire un binario diverso da quello nazionale, il cui dato raggiunge invece il 26%. E sul piano delle misure che limitano la libertà personale, la custodia in carcere, per le condanne definitive, risulta disposta in 37 casi su 161, pari al 23%, mentre la misura degli arresti domiciliari in 64 procedimenti, cioè nel 40% dei casi, seguita dall'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria in 42 procedimenti, e obbligo di dimora in soli 17 casi.

 
Reggio Calabria. Il padre in carcere, la figlia di 2 anni ha smesso di parlare e di crescere PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 11 luglio 2020

 

"Mia figlia di 22 mesi ha uno sguardo assente, ha un blocco del linguaggio e psico-motorio. Dopo mesi di visite abbiamo scoperto che il motivo è il distacco del papà dal momento che è stato prelevato alle 3 di notte quando lei era presente". Così racconta a Il Dubbio Loredana Ursino la sua vicissitudine. Una storia, una delle tante, dove a essere travolti dal carcere non sono solo coloro che hanno commesso un reato, ma anche i familiari, soprattutto i figli piccoli, che pagano per colpe non loro.

Grazie al bellissimo docu-film "Caine" della giornalista Amalia De Simone recentemente trasmesso da Rai Tre si è potuto parlare delle donne in carcere. Però poi ci sono anche compagne, mogli, alcune giovanissime, dove tutto ciò che la detenzione comporta non viene vissuto solo dal proprio caro recluso, ma anche da loro. La situazione diventa decisamente più problematica e sofferente se hanno anche dei figli piccoli. E sono quest'ultimi a pagare ancora di più la detenzione dei padri. In alcuni casi possono vivere dei veri e propri traumi che hanno delle conseguenze devastanti sul loro equilibrio psichico. Tutto ciò si è amplificato ancora di più a causa dell'emergenza Covid 19. Il distacco, a causa del divieto di potersi abbracciare durante il colloquio, è totalizzante.

"Ho scelto io di stare con il mio compagno, quindi non mi sento vittima. Ma mia figlia no, non l'ha scelto lei, ed è ingiusto che la debba pagare così cara", spiega Loredana Ursino a Il Dubbio. Lei, 26enne, ha due figli. Uno di pochi mesi, l'altra di quasi due anni, il suo compagno Marco Venuti ne ha 28 anni. "Quando sette mesi fa, alle 3 di notte fecero irruzione 15 agenti della polizia nell'appartamento dei miei genitori dove eravamo quella notte ospiti, io ero incinta e mia figlia di un anno e mezzo improvvisamente ha cominciato a piangere, ma di un pianto che ancora oggi ricordo. Era come se lei si fosse fatta male". Il giorno prima il compagno aveva tentato di compiere una rapina in un supermercato assieme ad altri quattro complici. Non ci riuscirono, ma in compenso sono stati ripresi dalle telecamere e per questo non è stato difficile identificarli e arrestarli di notte.

L'irruzione della polizia nel cuore della notte - Loredana racconta il dramma di quella notte, quando la polizia aveva dimostrato la convinzione - rilevatasi errata - che addirittura i suoi genitori fossero complici. "Una situazione surreale, ebbero un battibecco pure con mio padre che disse semplicemente di lasciarmi sola per potermi cambiare. Rivoltarono di cima a fondo tutto l'appartamento e addirittura ipotizzarono la complicità dei miei".

Resta il fatto che quella notte il suo compagno fu portato prima alla questura di Reggio Calabria, per poi tradurlo direttamente nel carcere reggino di Arghillà. Il mondo, all'improvviso le è crollato addosso. Rimane da sola, incinta, con una figlia piccola. Nonostante la difficoltà, economica, e la solitudine, lei si è rimboccata le maniche per affrontare il disagio. Ma non è facile. "Dirò una cosa che fa male sentirlo, ma mi creda - racconta Loredana - è tremendo dirlo e soprattutto provarlo. Ho partorito da sola in ospedale e la nascita di mio figlio è stata la cosa più brutta della mia vita". Loredana è entrata in sala parto con la speranza che il dottore chiamasse in tempo il carcere per dire al suo compagno che è diventato papà. "Ho avuto - rivela con dolore - una forte depressione post parto, che poi fortunatamente sono riuscita a superare".

Smette di parlare e lo sguardo assente - Il destino a volte è crudele. Non di rado accade che le sventure capitino tutte insieme. Una scarica di colpi che rialzarsi diventa una impresa epica. Subito dopo, infatti, è arrivato il lockdown. Chi ha un lavoro sicuro, affetti stabili, ha potuto dire con sicurezza e con sorriso "Restiamo a casa". Ma tante vite, in quel momento difficile, sono state travolte e hanno attraversato il buio più totale. "Come sappiamo - racconta sempre Loredana-, per colpa del Covid hanno bloccato i colloqui in carcere e mia figlia ha cominciato a dare segni di instabilità. Inizialmente ha cominciato a dare problemi di deambulazione, cadeva molto spesso sia da ferma che quando camminava. Poi anche problemi di linguaggio. Prima che venisse arrestato il mio compagno, mia figlia aveva cominciato a parlare, poi ha improvvisamente smesso". Si è pensato che fossero capricci, ma la situazione ha cominciato a diventare seria. "Alla fine l'ho portata a fare delle visite. Fisicamente, per fortuna, è risultato che non ha nessun problema. Ma la psicoterapeuta ha diagnosticato che il suo disagio è mentale. Ha spiegato che mia figlia ha subito il distacco involontario dal padre e la presenza di un altro bimbo". In sostanza la bimba di quasi due anni ha subito due shock contemporaneamente. A questo si è aggiunto il blocco dei colloqui. Prima almeno, poteva abbracciare suo padre durante i colloqui. Poi improvvisamente il distacco totale. "Ha cominciato anche ad avere delle assenze, ci sono dei momenti che fissa il vuoto e non risponde alle chiamate".

Il parere negativo del pm - Ora nelle carceri c'è la fase due, ma i bimbi non possono tuttora abbracciare i padri. "Teoricamente posso portarla ai colloqui, ma a due metri di distanza e c'è il divieto di contatto. Non posso portarla - spiega Loredana - perché mia figlia istintivamente correrebbe per abbracciarlo e non posso negarglielo perché diventerebbe un ulteriore trauma". Ovviamente non può portarla, perché il compagno poi subirebbe una sanzione disciplinare che comporterebbe 15 giorni di isolamento.

La psicoterapeuta è stata chiara con Loredana, la figlia ha subito un trauma così enorme che "si rifiuta di crescere senza suo padre". Ma, come detto, le sventure possono capitare tutte insieme. Accade che suo figlio di pochi mesi si era preso una grave polmonite arrivando quasi in fin di vita all'ospedale. "I medici mi hanno detto che era il caso di far venire il padre per salutare il bambino, perché probabilmente non ce la farà". A quel punto ha fatto subito istanza. "Il giudice ha concesso la visita, ma la cosa che mi fa più male - dice con incredulità Loredana - è aver letto che il Pm aveva dato parere negativo".

Eppure ha commesso una tentata rapina, non ci si capacita come mai il magistrato lo avesse reputato così pericoloso, tanto da volergli negare un ultimo saluto al figlio piccolo. Fortunatamente il bimbo si è ripreso. Però rimane tutta questa insostenibile situazione. Il compagno è da sette mesi in custodia cautelare, il processo dovrebbe iniziare a settembre. Il Pm ha chiesto 10 anni per una tentata rapina. Una pena, forse, spropositata. Che ne sarà della figlia di due anni? Loredana ha paura nel fare una istanza per i domiciliari mettendo come motivazione la necessità della figlia. "Io non vorrei - spiega Loredana - che il giudice la respingesse dicendo che mia figlia in realtà sta bene e può farcela da sola, non me lo perdonerei mai, sarebbe un colpo atroce difficile da attutire".

Il compagno, Marco Venuti, come detto si trova recluso al carcere di Arghillà. Durante il periodo Covid 19 ha avuto un ruolo fondamentale per la tenuta del carcere. A differenza di tanti altri penitenziari, non c'è stata una rivolta. Lui si era proposto per sensibilizzare tutti i detenuti della sezione sulla necessità della chiusura colloqui onde evitare la diffusione del contagio. Ha funzionato. "In realtà il mio compagno - dice Loredana - è una persona buona, molti che lo conoscono sono rimasti sorpresi. Non voglio giustificarlo, perché ciò che ha fatto non glielo perdonerò mai, ma credo che abbia tentato di fare una rapina perché avevamo difficoltà economiche, con una figlia e un bambino in arrivo". Nulla si giustifica, ma le autorità possono rimanere indifferenti nei confronti di una bambina di quasi due anni che sta duramente pagando una colpa non sua? Storie come queste sono frequenti.

 
Milano. Carcere e lavoro, progetti per creare una società più umana PDF Stampa
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di Andrea Ugolini


urloweb.com, 11 luglio 2020

 

Un ristorante e un laboratorio di panificazione, sono queste le nuove frontiere del reinserimento. "Il più sicuro ma più difficile mezzo di prevenire i delitti è l'educazione". Così si esprimeva 250 anni fa l'illuminista milanese Cesare Beccaria nel suo capolavoro "Dei delitti e delle pene", con parole che, nel pieno dell'odierno populismo antiistituzionale e antiscientifico, possono suonare rivoluzionarie. Un'affermazione per costruire una società più giusta, tanto nitida da essere ripresa dall'articolo 27 della nostra Costituzione per cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e che per fortuna ha cominciato ad ispirare buoni esempi di reinserimento sociale dei detenuti.

In Galera è uno dei casi virtuosi, si tratta infatti del primo ed unico ristorante in Italia, realizzato in un carcere, aperto al pubblico sia a mezzogiorno che alla sera, in cui lavorano gli ospiti del carcere di Bollate detenuti, seguiti da uno chef e un maître professionisti, dove imparano o hanno già imparato la lavorazione dei cibi e sanno sorprendere i clienti con ricette esclusive e ben fatte.

Come si legge nel sito internet www.ingalera.it, il ristorante nasce per offrire ai carcerati, regolarmente assunti, la possibilità di riappropriarsi o apprendere la cultura del lavoro, un percorso di formazione professionale e responsabilizzazione, mettendoli in rapporto con il mercato, il mondo del lavoro e la società civile. Inoltre, grazie alla sezione carceraria dell'Istituto Alberghiero Paolo Frisi di Milano presente nella II Casa di Reclusione Milano Bollate, i detenuti studenti possono svolgere InGalera lo stage obbligatorio per il conseguimento del diploma alberghiero.

Responsabile dell'iniziativa è Silvia Polleri della cooperativa Abc, che dal 2004 ha iniziato a coinvolgere i detenuti in servizi di catering e avviandoli ad una formazione specializzata, con la collaborazione dell'Istituto alberghiero Paolo Frisi, che ha una succursale dentro il carcere. Un progetto formativo di lungo corso, che con In-Galera è giunto a compimento, anche grazie al supporto di PwC (network di servizi di revisione e consulenza legale e fiscale), di Fondazione Cariplo e Fondazione Peppino Vismara. "Di solito il carcere chiede servizi al territorio - ha osservato Polleri - mentre da noi accade il contrario: i detenuti invitano i cittadini ad entrare, e a godere di un servizio altamente qualificato. È un'opportunità per tutti, sia sotto il profilo sociale che economico". La formula sembra funzionare: in Italia il 68 per cento degli ex detenuti torna a delinquere, mentre a Bollate il tasso di recidiva scende ampiamente sotto il 20 per cento. Una percentuale che allinea la struttura alle carceri più virtuose del nord Europa.

Il pane non deve finire mai, né per chi lo mangia, né per chi lo produce. La terza casa circondariale di Roma Rebibbia ha voluto lanciare una provocazione positiva, a partire dal nome, proprio giocando con le parole "fine pena mai", usate per indicare l'ergastolo. Ad aprile 2017 è stata inaugurata, in via Bartolo Longo 82, tra le mura del carcere, "La Terza bottega: fine pane mai", in cui lavorano 8 panificatori detenuti con regolare contratto di lavoro, in parte italiani e in parte stranieri, età compresa tra i 20 e i 40 anni, ma la struttura ha la potenzialità per arrivare a 20 unità. L'iniziativa, nata nel 2012 per un costo complessivo di oltre 2 milioni di euro, è stata finanziata con 800mila euro della Cassa delle ammende del Dipartimento amministrazione penitenziaria. Il resto grazie ad un cofinanziamento con Panifici Lariano e Farchioni Olii, che pagano gli stipendi, le materie prime ed hanno completamente allestito il punto vendita.

Un punto vendita al pubblico che serve ad accorciare le distanze tra il quartiere e chi è dentro le mura. Perché anche il carcere diventi un "luogo piacevole" da frequentare per le bontà che produce. Il progetto ha impiegato più di 2 anni e mezzo per realizzarsi, a causa delle difficoltà burocratiche e amministrative, proprio perché si trattava materialmente di aprire un varco sulle mura di Rebibbia e utilizzare la stanza a ridosso per il punto vendita. I detenuti hanno cominciato a lavorare dopo "aver frequentato per sei mesi un corso per panificatori e poi i successivi aggiornamenti", ha spiegato suor Primetta Antolini, della Congregazione Francescane Alcantarine, nata per istruire le giovani povere ed orfane.

Umbra di Castiglion del Lago, suor Primetta ha scoperto negli ultimi vent'anni il mondo del carcere e dal 2014 ha iniziato a fare volontariato alla terza casa circondariale maschile di Rebibbia, con 35 detenuti con pene attenuate o con lunga pena. Con la sua associazione "Mandorlo in fiore" ha fortemente creduto in questo progetto. "Gli ostacoli sono stati tanti, in certi momenti i ragazzi avevano perso le speranze - ha spiegato - invece, grazie ai dirigenti del carcere e a un imprenditore illuminato ce l'abbiamo fatta".

Tutti hanno diritto ad un percorso di rinascita per riprendersi la vita e "noi vogliamo farci cercare per le cose buone e avvicinare la gente del quartiere a queste mura di cinta, per annullare le distanze tra buoni e cattivi", ha spiegato il coordinatore del progetto Claudio Piunti, che il carcere lo conosce bene. Ex appartenente alle Brigate Rosse, condannato a 32 anni, è stato rilasciato per buona condotta e dal 2005 opera come cuoco, puntando sulla qualità dei prodotti come punto di forza della panetteria e gastronomia, che utilizza, tra l'altro, materie prime biologiche e grani antichi siciliani: "Perché il futuro sta nel passato - ha sostenuto Piunti - e il lavoro è l'unica strada che può funzionare in carcere".

 
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