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Trani (Bat). "Puliamo il mondo": valore aggiunto, detenute e detenuti come volontari PDF Stampa
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radiobombo.com, 22 settembre 2019


Due recluse ieri, a pochi passi da loro luogo di detenzione, quattro uomini ristretti nel carcere di via Andria oggi, domenica 22 settembre, in occasione del secondo e conclusivo appuntamento della manifestazione annuale di Legambiente "Puliamo il mondo".

I volontari del cigno verde di Trani, ormai da anni, possono giovarsi della collaborazione con l'Amministrazione penitenziaria per farsi affiancare da reclusi che, anche in questo modo, compiano percorsi di reinserimento sociale per il bene proprio e dell'ambiente.

Questa edizione 2019 di "Clean up the world", peraltro non ha interessato soltanto luoghi di mare, ma stamani, a partire dalle 9, vedrà attivisti di Legambiente, detenuti e volontari in genere concentrare le loro attenzioni su Villa Bini, il polmone verde del quartiere stadio troppo spesso scambiato come discarica a cielo aperto da incivili che non riescono a cogliere l'importanza di tutelare un luogo così sensibile nel cuore della città.

L'iniziativa si inserisce nell'ambito della attività di collaborazione tra il Comune di Trani e le varie realtà associative operanti nel territorio comunale in materia di tutela ambientale. Grazie alla collaborazione con il circolo locale di Legambiente, l'Assessorato all'ambiente e,l'Amiu, da ieri i volontari sono impegnati in questa operazione di "volontariato partecipato". Ieri, in particolare, sono scesi in campo sul tratto di litorale tra lungomare Chiarelli e villa Comunale avvalendosi, come detto, anche dell'apporto di due detenute della vicina casa di reclusione femminile di piazza Plebiscito. Oggi, invece, fino alle 13, bonifica di Villa Bini con i rinforzi provenienti dal carcere maschile.

"È l'ennesima dimostrazione della vivacità ed operosità delle associazioni che sono radicate nella nostra città - commenta l'assessore all'ambiente, Michele di Gregorio - nonché della proficua collaborazione delle stesse con le istituzioni, ben liete di condividere percorsi di partecipazione attiva finalizzati al miglioramento dell'ambiente cittadino".

Puliamo il mondo nasce dalla sinergia tra Legambiente e istituzioni scolastiche, enti, circoli, amministrazioni e cittadini. È un appuntamento ormai consolidato, dal grande successo sia per il numero di volontari, sia per i risultati. Con sorrisi e muniti di kit per la pulizia, anche quest'anno i volontari stanno dando un segnale forte di civiltà e cittadinanza attiva.

È dal 1992 che Puliamo il mondo coinvolge in Italia migliaia di volontari, che si impegnano per il recupero di aree degradate, a partire dalla rimozione dei rifiuti abitualmente abbandonati. Rifiuti sparsi impropriamente che favoriscono il deterioramento ambientale e un notevole danno estetico, mentre provocano pesanti ripercussioni sulla qualità della vita.

 
Trani (Bat). La Corte Costituzionale entra nelle carceri. Marta Cartabia ai Dialoghi PDF Stampa
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di Elisabetta de Palma


bonculture.it, 22 settembre 2019

 

È stato presentato ieri, ai Dialoghi di Trani, il docu-film di Fabio Cavalli "La Corte costituzionale nelle carceri": ospite d'eccezione Marta Cartabia, vicepresidente della Corte Costituzionale, protagonista, insieme ad altri 6 giudici costituzionali, del viaggio nelle carceri italiane raccontato nel film. A parlarne con lei, la giornalista di Repubblica Liana Milella.

L'iniziativa della Corte muove dalla volontà comune a tutti i suoi membri di uscire dal Palazzo e di avvicinare i cittadini alle istituzioni, movimento quanto mai necessario per la Corte Costituzionale, confusa di frequente, dice Cartabia, con la Corte di Cassazione, percepita come distante e ignorata nella specificità delle sue funzioni.

La scelta - discussa e da alcuni membri della Corte addirittura avversata - di recarsi nelle carceri, nasce dall'affermazione di un principio, che è l'assunto da cui parte la riflessione di Cartabia: la Costituzione è il baluardo a difesa dei deboli, di chi vede costantemente messi a rischio i propri diritti perché manca degli strumenti per rivendicarli.

La piena attuazione dell'art.27 è una sfida sociale, oltre che giuridica, poiché lo stigma che accompagna il detenuto dopo l'espiazione della pena è il primo responsabile del difficile e a volte impossibile reinserimento nel tessuto sociale.

Il viaggio dei giudici attraversa l'Italia, da San Vittore a Nisida, da Marassi a Lecce, e tocca quasi tutte le possibili ragioni della detenzione, dai reati di mafia alla corruzione, entra nella sezione riservata ai transgender, incontra le madri con i bambini, gli stranieri, i minori. Sono stati volutamente tenuti fuori, chiarisce Cartabia, i detenuti che soffrono di malattie psichiatriche, per il dovuto rispetto alla loro persona.

Il filo conduttore delle risposte della giudice alla nient'affatto compiacente intervista di Milella si può così riassumere: le ragioni dell'errore e la gravità del danno che si è procurato sono innumerevoli, ma lo sguardo che si rivolge a chi sta o è stato in carcere spesso è uno solo. Va cambiato lo sguardo, ecco il perché del film, che non può essere raccontato, va visto.

Le voci e i volti, i toni, le espressioni, forse incidono più delle parole che si ascoltano e che sono comunque intensissime, toccano punti nodali, interpellano le ragioni profonde della Carta costituzionale. L'immagine finale, i minori di Nisida portati a Roma a visitare loro, stavolta, il Palazzo della Consulta, e che prima di andar via lanciano di spalle l'immancabile monetina nella Fontana di Trevi, racconta la speranza come solo l'arte può fare.

Cartabia lo chiarisce subito, non è abolizionista, ritiene che la risposta dello Stato debba essere severa davanti all'errore, ma che errore assolutamente più grave e ingiustificabile sia togliere la speranza, negare la seconda possibilità a chi sbaglia. La giudice non risponde alla conseguente domanda sull'ergastolo, perché è tema di prossima discussione della Corte e pertanto non ritiene corretto esprimere il personale parere in merito.

A tutte le altre domande, anche del pubblico, la giudice ha risposto con chiarezza e assoluta onestà, senza nascondere le ragioni profonde del suo pensiero e delle sue azioni, che si radicano nella fede cristiana, riconoscendo i possibili limiti dell'immagine della detenzione che ha affermato ma rivendicandola comunque nel suo fondamento.

L'auspicio è che questo film possa girare molto, e con lui i giudici costituzionali, che possano incontrare i ragazzi nelle scuole e gli adulti che li formano, e che per tutti la Costituzione diventi plasticamente presente grazie alla testimonianza viva dell'istituzione che più la garantisce.

 
La Corte costituzionale affronta il nodo della legge sulla fine della vita PDF Stampa
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di Vladimiro Zagrebelsky


La Stampa, 22 settembre 2019

 

Il codice penale - che è del 1930 - punisce con la reclusione da cinque a dodici anni chiunque aiuti altri a mettere in atto la decisione di por fine alla propria vita. L'aiuto al suicidio è trattato allo stesso modo della condotta, del tutto differente, di chi istiga o determina altri a suicidarsi. La Corte costituzionale, con un'ordinanza dell'anno scorso, ha già espresso il suo giudizio, indicando che, almeno in talune situazioni, come quella in cui venne a trovarsi Dj Fabo, la tutela della vita trova un limite nella necessità di riconoscere altri valori costituzionali, legati alla dignità della persona e al rispetto della autodeterminazione.

La Corte aveva rinviato la sua decisione di un anno per dar modo al Parlamento di legiferare conformemente. Il Parlamento non ha provveduto e la Corte riprenderà l'esame della questione il prossimo 24 settembre. In un recente, importante intervento il cardinale B assetti, presidente della Conferenza episcopale, ha espresso una posizione radicalmente negativa rispetto alla previsione di casi in cui l'aiuto al suicidio sia consentito.

Del discorso del cardinale, data la sua qualità e considerato ch'egli ha avuto cura di premettere che parlava "a nome della Chiesa italiana", interessa cogliere il versante etico religioso. Egli ha sostenuto che "va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente"; il suicidio da parte del malato è "un atto di egoismo, un sottrarsi a quanto ognuno può ancora dare".

Che dire? Che dire se si hanno presenti le tragiche, irreversibili condizioni in cui vengono a trovarsi certe persone, che soffrono, senza speranza, pene insopportabili e non sono in grado di darsi la morte o sono costrette ad uccidersi in modi atroci? È certo che molta parte della società italiana respinge come inaccettabili - direi disumane - simili affermazioni.

Questa è però la posizione che legittimamente la Chiesa esprime. La quale Chiesa tuttavia non si limita a enunciare la condotta che deve adottare chi intende seguirne le indicazioni morali. Essa chiede anche che lo Stato punisca chi aiuti altri a dar corso alla decisione di morire (e in fondo anche che consideri illecito il suicidio stesso, secondo quanto avveniva nei secoli passati). Lo Stato viene chiamato a tornare a svolgere il ruolo di braccio secolare, che infligge pene a chi viola i precetti della Chiesa.

La distinzione tra il peccato e il reato, però, dovrebbe essere ormai accettata. Per aver separato il reato dal peccato, Beccaria si vide mettere all'Indice dei libri proibiti il suo Dei Delitti e delle pene. Ma si era ne11766. E non tutti in Italia si considerano tenuti a seguire i dettami della Chiesa cattolica. Se l'incostituzionalità dell'attuale punizione dell'aiuto al suicidio, dopo l'ordinanza della Corte costituzionale, deve essere ormai un dato acquisito, la previsione dei casi in cui quell'aiuto deve essere lecito, la costruzione di procedure che assicurino la libertà e consapevolezza della decisione di por fine alla propria vita, la definizione di chi e come possa legittimamente provvedere, sono tra la questioni che richiedono attenta regolamentazione. Soprattutto va approfondita la questione dell'autonoma decisione di morire, finora non abbastanza considerata nel dibattuto e nei diversi progetti di legge.

Difficilmente, dati gli strumenti di cui dispone, potrà compiutamente provvedere la Corte costituzionale. Una legge sarà comunque necessaria. Intanto la società civile si è mobilitata. Convegni e studi si sono susseguiti: quello in cui è intervenuto il cardinal B assetti, diversi organizzati dall'Associazione Luca Coscioni e altri organizzati in ambiente universitario.

Il gruppo di studio di bioetica dell'Università di Trento ha ora pubblicato uno studio interdisciplinare sull'aiuto medico a morire, frutto del lavoro di giuristi e medici (sul sito della rivista Biodiritto). Il tema è di straordinaria complessità.

Facile, troppo facile rifiutare di affrontarlo, adducendo radicali ragioni morali. Alle istituzioni dello Stato spetta l'onere di offrire possibilità ai cittadini: possibilità, non obblighi, naturalmente. Con attenzione e rispetto per chi viene a trovarsi nelle condizioni di decidere di cessare di vivere.

 
Clima. "La vita di 200 milioni di persone sarà a rischio per il riscaldamento globale" PDF Stampa
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di Federico Marconi


L'Espresso, 22 settembre 2019

 

L'allarme nel report della Croce Rossa sui cambiamenti climatici: "Gli aiuti umanitari costeranno 20 miliardi l'anno". Centocinquanta milioni. Tante sono le persone che nel 2030 avranno bisogno di aiuti umanitari internazionali per i disastri naturali dovuti al riscaldamento globale e all'impatto che avrà su società ed economia. Un aumento impressionante di 50 milioni nei prossimi 10 anni. E se inondazioni, tempeste, siccità e incendi non dovessero diminuire, la cifra toccherà i 200 milioni nel 2050.

Una situazione drammatica che già oggi richiede un'imponente sforzo economico: gli aiuti alle popolazioni dovuti ai disastri naturali sono stimati tra i 3,5 e i 12 miliardi di dollari all'anno, in una situazione già oggi critica per l'aumento delle emergenze e la carenza nel trovare fondi. Una cifra destinata a lievitare, nello scenario più pessimistico, fino a 20 miliardi se non si invertirà la tendenza.

È una panoramica scioccante quella fornita da "Il costo di non fare nulla", l'ultimo report della Croce Rossa Internazionale presentato questa mattina al Palazzo di vetro, sede delle Nazioni Unite a New York. Un'analisi che si fonda anche su dati di Onu, Banca mondiale, ed Em-Dat, il database internazionale sui disastri.

Un allarme quello della Croce Rossa che arriva dopo una delle estati più calde di sempre, con le colonnine di mercurio che in molti paesi del mondo ha toccato livelli mai registrati prima. Solo in Francia, che quest'anno è stata attraversata da una delle ondate di calore più forti di sempre, tra luglio e agosto sono morte 1435 persone per via del caldo.

Dal 1850 le temperature medie sono aumentate di più di un grado per via dell'impronta dell'uomo sull'ambiente, e si stima che alla fine del secolo possa arrivare a più 4 gradi. L'effetto più evidente è lo scioglimento dei ghiacciai: dal 1981 il Polo Nord ha perso il 10 per cento della sua superficie, portando all'innalzamento di oceani e mari. Ma non solo: il riscaldamento del pianeta provoca eventi atmosferici estremi, come gli uragani che stanno diventando sempre più numerosi e frequenti. Come "Dorian", che con i suoi venti a quasi 150 chilometri orari ha devastato le Bahamas a inizio settembre, facendo decine di morti e oltre 5mila dispersi.

"Questo report mostra in modo chiaro e spaventoso quanto costa non fare nulla", commenta Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Internazionale. "Ma ci dice anche che abbiamo ancora tempo di agire: è arrivato il momento di prendere provvedimenti urgenti. Il mondo non può accettare un futuro in cui ci sarà sempre più sofferenza e in cui i costi delle risposte umanitarie aumenteranno esponenzialmente".

Per questo nel report vengono evidenziate tre priorità. La prima è investire nella riduzione del rischio, attraverso la costruzione di edifici più forti e infrastrutture più resilienti. Questi investimenti, da soli, non permetterebbero di evitare tutti i disastri: così si sottolinea l'importanza di "migliorare i sistemi di avvertimento e rafforzare le risposte alle emergenze". Infine c'è il consiglio di ricostruire e riparare i danni pensando alla prossima emergenza: "Se tutti i paesi considerassero nei loro piani economici la protezione della popolazione a rischio e migliorassero l'inclusione finanziaria - è scritto - il costo dei disastri naturali diminuirebbe di 100 miliardi all'anno".

Il report è presentato a una settimana dal Summit dell'Onu sul clima del 23 settembre: un incontro tra capi di Stato e di governo, Ong e imprenditori, a cui quest'anno parteciperà anche Greta Thunberg, la sedicenne attivista svedese che si sta impegnando per sensibilizzare l'opinione pubblica e soprattutto i più giovani.

"Speriamo che questo nostro lavoro dia impulso a maggiori investimenti in uno sviluppo inclusivo e sostenibile, che riduca le emissioni nell'atmosfera", ci dice Julie Arrighi, consigliere della Croce Rossa Internazionale che ha collaborato allo studio. "Ma desideriamo soprattutto che si rinnovi lo sforzo ad adattarsi ai rischi sempre maggiori dovuti riscaldamento globale". Un'emergenza che non permette più di voltarsi dall'altra parte.

 
Clima. Greta, un anno e un mese di proteste: dalla Svezia alle piazze di tutto il mondo PDF Stampa
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di Martina Pennisi


Corriere della Sera, 22 settembre 2019

 

Lo scorso agosto la giovane attivista svedese ha iniziato a protestare contro l'inerzia dei governi di fronte al cambiamento climatico. Ieri, 20 settembre 2019, le manifestazioni di milioni di ragazzini nelle piazze di 165 Paesi. Era il 20 agosto di un anno fa, un lunedì. Una ragazzina sconosciuta si mise a sedere davanti al Parlamento svedese a Stoccolma per protestare contro l'inerzia del governo di fronte al cambiamento climatico. Riga in mezzo, lunghe trecce, sguardo incerto (altro che incerto, scopriremo poi) e spalle ricurve (altro che ricurve, scopriremo poi). Greta Thunberg, uno scricciolo di 15 anni che aveva deciso di non andare a scuola fino alle elezioni del 9 settembre al grido di - come c'era scritto sul suo cartello - "Skolstrejk för klimatet". "Sciopero scolastico per il clima".

Altro che scricciolo, appunto: un anno e un mese dopo quella ragazzina incapace di imporre alla sua mente di disinteressarsi della catastrofe climatica in atto si è trasformata in un movimento di milioni di coetanei festosi e determinati. Ieri, venerdì 20 settembre 2019, gli under 18 di più di 3.200 città di 165 Paesi di tutto il mondo si sono riversati in piazza per ribadire il loro diritto ad avere un futuro. E non è finita qui: la settimana di proteste di Friday for future - così si chiama il movimento, perché Greta si presentava davanti al Parlamento ogni venerdì - in occasione dell'incontro sul clima di New York del 23 settembre andrà avanti fino al 27, giorno in cui anche parteciperà anche l'Italia. Oggi, all'Youth Climate Summit, l'attivista svedese ha ribadito il grido della sua generazione: "Noi giovani siamo uniti e siamo inarrestabili".

Una giornalista newyorkese, Natalie Wolchover, ha rappresentato su Twitter in uno dei modi più efficaci possibile - con un'immagine - quanto sia cambiato in un solo anno di proteste, discorsi da Davos ("Alcuni dicono che non stiamo facendo abbastanza per combattere i cambiamenti climatici ma questo non è vero, perché per non fare abbastanza, si deve fare qualcosa e la verità è che non stiamo facendo niente") a Strasburgo ("Quello che posso dire ai giovani è: continuate a lottare, perché state facendo un grande lavoro"), viaggi (senza prendere l'aereo, con tanti treni e pure attraversando l'Atlantico in barca a vela) e prese di posizione dell'adolescente. Due foto, una al fianco dell'altra: Greta nell'agosto del 2018, quando nessuno sapeva come si chiamasse e aveva idea di come avrebbe inciso sul dibattito pubblico, e una delle potenti piazze di ieri, il 20 settembre di un anno dopo, quando Greta Thunberg, 16 anni, è la favorita per il Nobel per la Pace.

 
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