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Inammissibile l'appello depositato tramite la Pec del difensore se è privo della firma digitale PDF Stampa
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di Paola Rossi


Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2022

 

Viola inoltre le regole tecniche di creazione del documento informatico la "scannerizzazione" di un atto del procedimento. Il deposito digitale di un atto del procedimento privo della firma digitale, ne determina l'inammissibilità. La ragione "tecnica" dell'obbligo di apporre la firma digitale o la firma elettronica qualificata non è superabile da altri elementi che possano affermare la paternità dell'atto come proveniente dal difensore. Indizi sulla paternità del difensore dell'atto del procedimento potrebbero invece rimediare all'assenza della firma in calce all'atto, ma solo quando questo è cartaceo. Come la firma sulla procura speciale contenuta in unico atto insieme al ricorso non firmato.

La Cassazione con la sentenza n. 2874/2022 respinge il ricorso contro l'ordinanza di inammissibilità dell'atto di impugnazione in appello, che era stato trasmesso alla cancelleria del giudice via pec, ma senza firma digitale. Inoltre, il deposito telematico di un atto del procedimento nella forma di documento informatico può sostanziarsi solo in un file di testo trasformato in pdf e non nella scannerizzazione di un atto cartaceo pur firmato a mano dall'avvocato.

Ciò che contrasta alla possibilità di considerare valido e proveniente dal difensore l'atto del procedimento, nella forma di documento digitale, è non solo l'assenza della firma digitale, ma anche la formazione stessa del documento creato nella forma di immagine scaricata. Non rileva che la foto dell'atto di impugnazione venga trasmessa nel formato pdf, lo stesso che si richiede per il documento informatico valido. In quanto la validità si sostanzia nel processo di creazione. E quindi nel rispetto della regola tecnica di trasformazione di un file di testo in formato di pdf, come prescrive il Dl 137/2020.

La Cassazione fa rilevare che la modalità della scannerizzazione del documento analogico è legittima per gli allegati, ma non per gli atti del procedimento. Infatti, l'atto del procedimento deve integrare la natura di documento originale mentre la foto resa in formato pdf dell'atto redatto in forma cartacea non lo fa uscire dal dominio di chi lo ha prodotto. Per cui solo l'allegato può assumere la forma di un'immagine scaricata e scambiata via Pec. Infatti, l'allegato deve rispondere alla natura di documento conforme all'originale, a differenza dell'atto del procedimento che va depositato come originale.

L'assoluta e insormontabile necessità che il documento digitale composto nel rispetto della procedura di trasformazione imposta dalla legge sia corredato da una forma qualificata di firma digitale si evince anche dall'impossibilità per il giudice di avvalersi del deposito telematico per il quale l'ordinamento non ha previsto la firma digitale degli atti del procedimento di sua competenza.

 
Toscana. Nelle carceri adottato protocollo per contenere il Covid PDF Stampa
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redattoresociale.it, 27 gennaio 2022

 

Le misure di sicurezza contenute in un Protocollo elaborato dai responsabili della Salute in carcere delle tre Aziende Sanitarie della Toscana e dal Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria. Sono contenute in un Protocollo elaborato dai responsabili della Salute in carcere delle tre Aziende Sanitarie della Toscana e dal Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria, le misure di sicurezza messe in atto per il contenimento e la gestione dell'emergenza Covid-19 negli Istituti Penitenziari della Regione.

Il documento è aggiornato periodicamente sulla base dell'andamento delle condizioni epidemiologiche ed è stato declinato e condiviso con le Direzioni delle Carceri nei diversi Istituti penitenziari. In particolare per il Carcere di Prato il protocollo prevede sia le misure per la prevenzione dell'infezione da Sars-CoV-2 all'interno dell'Istituto che quelle per il contenimento e la gestione di un focolaio epidemico.

Nell'ex-Polo universitario è prevista l'individuazione di un reparto Covid nel quale sono ospitati i soggetti positivi ed in caso di insufficienza dei locali viene organizzata la suddivisione in compartimenti delle sezioni, in modo da permettere l'isolamento dei soggetti positivi e dei contatti stretti di questi dai soggetti negativi con la contestuale limitazione di alcune attività (passeggiate, docce, campo sportivo), in modo da circoscrivere il focolaio epidemico. Tutti gli interventi previsti dal Protocollo sono stati adottati tempestivamente dal comparto sanitario in stretta sinergia con la Direzione dell'Istituto penitenziario.

I soggetti sintomatici sono stati sottoposti, in tempo reale, a test antigenico rapido per intercettare i soggetti positivi e procedere all'isolamento. Per valutare le dimensioni del focolaio sviluppato, sono stati effettuati tamponi rinofaringei molecolari o antigenici alle persone detenute. Il complesso intervento, articolato per sezione detentiva e concordato con la Direzione del Carcere si è esaurito nell'arco di una settimana dalle prime avvisaglie della comparsa dei primi casi.

Una tempistica adeguata anche in considerazione della pressione sul Laboratorio di Prato a seguito dell'aumento consistente dei contagi a livello di tutta la provincia. Sempre per contenere la diffusione dell'infezione è stato anche attivato un servizio quotidiano per effettuare i test antigenici rapidi per i detenuti che lavorano e per i dipendenti dell'Amministrazione penitenziaria.

 
Milano. In crisi il modello di lavoro nel carcere di Bollate PDF Stampa
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vita.it, 27 gennaio 2022


L'allarme della cooperativa bee.4 Altre menti: "Dopo oltre 15 anni si conclude in modo opaco il percorso progettuale avviato dall'operatore telefonico H3G e proseguito con la società WindTRE Italia". Meno di un anno fa per poter continuare il lavoro lo smartworking era entrato in cella. Se la situazione non cambia la prospettiva è la cassa integrazione.

La nota che arriva dalla cooperativa bee.4 Altre menti, impresa sociale fondata nel 2013 per avvicinare il percorso di detenzione alla finalità rieducativa della pena prevista dalla Costituzione e che lavora offrendo servizi alle imprese di Business process outsourcing nel carcere di Bollate e che solo lo scorso anno era riuscita a portare lo smart working in cella (ne avevamo parlato qui) è un grido di allarme. "Il 31 marzo prossimo, a seguito di una proroga contrattuale tecnica necessaria alla gestione della transizione delle attività, si andrà a concludere il progetto di collaborazione che per tanti anni ha visto legati il carcere di Bollate e l'operatore telefonico H3G prima e WindTRE a seguire. Un progetto avviato nel corso del 2007 con l'obiettivo di promuovere percorsi di qualificazione professionale e inserimento lavorativo per le persone presenti all'interno dell'istituto di Bollate".

Marco Girardello, direttore risorse umane della cooperativa bee.4 altre menti spiega: "Abbiamo provato a costruire un'interlocuzione con Windtre Italia per ragionare sulle conseguenze legate alla conclusione del progetto che da oltre 15 anni stavano realizzando all'interno di Bollate, purtroppo ad oggi nonostante numerosi tentativi di contatto non abbiano ricevuto risposte alle nostre richieste di confronto se non richiami alle difficoltà che l'azienda stava incontrando a causa del suo non positivo andamento commerciale alla luce dell'importante numero di clienti persi nel corso degli ultimi anni, difficoltà che imponevano l'interruzione obbligata ed immediata della collaborazione con il carcere di Bollate".

A nulla sono valsi i tentativi fatti tanto dalla cooperativa bee.4 titolare della commessa di lavoro, quanto dalla direzione della II Casa di Reclusione di Milano Bollate e dal Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per la Lombardia per riallacciare un dialogo con l'azienda che mettesse al centro la valutazione degli impatti che tale decisione avrebbe determinato tanto sui trenta operatori interni coinvolti dalla commessa, quanto sui professionisti esterni, e più in generale sugli equilibri gestionali del microcosmo carcerario.

La vicenda legata alla conclusione della collaborazione tra la società WindTRE e il carcere di Bollate - osservano dalla cooperativa - apre uno spazio di riflessione rispetto alle ricadute ed ai costi sociali ed economici che talune decisioni assunte da imprese private concorrono a determinare sulle nostre comunità territoriali.

"Abbiamo chiesto all'azienda un po' più di tempo per poter individuare delle modalità utili a calmierare gli impatti devastanti derivanti da questa decisione" continua Girardello. "Ci siamo chiesti con che spirito e con che logica una grande impresa potesse mettere in atto pratiche di questo tipo consapevole del fatto che nel corso degli ultimi tre mesi del 2021 abbiamo dovuto avviare nove nuovi inserimenti per far fronte alla mole di lavoro che ci veniva assegnata e che doveva essere gestita nel pieno rispetto degli standard di servizio. Facciamo proprio fatica a capire" insiste.

"Ora non ci resta altro che dichiarare lo di "crisi aziendale" atto dovuto per poter formulare la richiesta di cassa integrazione straordinaria al fine di tutelare le persone che ora sono prive di lavoro. Restiamo fiduciosi e convinti di poter superare questa brutta situazione individuando nuove collaborazioni con aziende sensibili e vogliose di spendersi in una collaborazione capace di determinare un forte valore aggiunto. Il nostro punto di forza è rappresentato dalle competenze e dalla voglia di lavorare e di impegnarsi dei nostri operatori, questi fattori rappresentano delle solide fondamenta per ricominciare".

Anche la città di Milano è direttamente coinvolta in questa situazione avendo manifestato la propria intenzione nel volersi impegnare al fine di tutelare un modello di esecuzione penale fondato sul lavoro e sulla possibilità di svolgere percorsi di reinserimento seri nel quadro di attività autenticamente qualificanti. Tanto l'assessore al Welfare Bertolé, quanto l'assessore al lavoro Cappello hanno manifestato il loro interesse ad essere parti attive di questa vicenda, così come il Garante Comunale per le persone private della libertà personale Francesco Maisto.

 

 
Cagliari. Carceri minorili, Irene Testa: "Puntare sulla rieducazione e non sulla segregazione" PDF Stampa
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sardegnalive.net, 27 gennaio 2022


Il Partito Radicale e Don Ettore Cannavera hanno incontrato la ministra Cartabia che presto farà visita alla comunità "La Collina" di Serdiana. Nel pomeriggio di oggi si è tenuto l'incontro tra la ministra della Giustizia Marta Cartabia e la delegazione del Partito Radicale, composta dal segretario Maurizio Turco, la tesoriera Irene Testa, e Don Ettore Cannavera della Diocesi di Cagliari.

Al centro dell'incontro la situazione delle carceri minorili in Italia e, in particolare, l'interesse ad approfondire e fornire i dati raccolti dal Partito Radicale e da Don Ettore durante la visita in tutti i 17 istituti presenti nel territorio nazionale alla ministra.

Dall'analisi dei dati e dai sopralluoghi è emersa "l'inutilità del carcere minorile dimostrata dalla recidiva del 70%" e la necessità di individuare una soluzione diversa dal carcere, che sia basata sulla rieducazione e non sulla segregazione. "Entrare nel minorile significa avere una specie di ergastolo assicurato", spiega Irene Testa che porta all'attenzione l'esempio della comunità "La Collina" di Serdiana, fondata più di vent'anni fa un gruppo di persone animato da Ettore Cannavera, un sacerdote che non pensa al Vangelo come dottrina astratta, ma come pratica da esercitare ogni giorno nella vicinanza agli emarginati. E che non ha mai creduto che il carcere sia la risposta da offrire ai giovani che hanno violato la legge.

"Il carcere alternativo proposto dalla Comunità risolve il problema del rispetto dei diritti umani assieme a quello della recidiva - sostiene il Partito Radicale -. Può diventare un caso di scuola che dimostra la praticabilità di un carcere rieducativo e non puramente segregativo come quello attuale. La Comunità non chiede soldi per il mantenimento dei detenuti, ma solo per la rieducazione; per questo costa meno del carcere attuale. C'è bisogno di un cambiamento di paradigma riguardo il carcere e il paradigma dev'essere la rieducazione".

Il segretario Maurizio Turco, la Tesoriera Irene Testa e Don Ettore Cannavera, che hanno invitato la ministra Cartabia a venire in Sardegna per visitare la comunità "La Collina", non propongono di chiudere il carcere, ma di farlo funzionare secondo quanto richiesto dalla Costituzione". "Anche la comunità è un carcere - hanno detto infine, ma è un carcere che funziona secondo il dettato costituzionale".

 
Genova. Convenzione tra Csi e Uepe per il reinserimento dei detenuti nella società PDF Stampa
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genova24.it, 27 gennaio 2022


Un paio di anni fa ad esempio nel carcere di Marassi ci fu una splendida iniziativa, in collaborazione con l'educatore Federico Ghiglione, per far giocare a rugby i papà detenuti con i loro figli. Ormai da molti anni l'Uepe, l'Ufficio Esecuzione Penale Esterna del Tribunale di Genova, ha stipulato una convenzione con il comitato territoriale del Centro Sportivo Italiano.

Il sistema giuridico italiano, ispirato dall'articolo 27 della Costituzione che afferma con forza il fine rieducativo della pena, prevede, come modalità di esecuzione della condanna, sia la detenzione in istituti penitenziari sia le misure alternative, se si è in possesso di determinati requisiti oggettivi e soggettivi.

La finalità del reinserimento nella società, secondo le ultime ricerche, viene raggiunta meglio quando l'esecuzione della pena avviene all'esterno del carcere. La recidiva è del 70% per le persone ristrette negli istituti penitenziari e del 30% per coloro che hanno beneficiato di misure alternative.

Per oltre 10 anni Adriano Bianchi, indimenticabile dirigente del Centro Sportivo Italiano scomparso alcuni mesi fa, è stato il referente per il CSI dell'UEPE ed ha dato la possibilità a decine di uomini e donne di svolgere lavori socialmente utili sia presso la sede di vico Falamonica 1 sia soprattutto presso la struttura diocesana polisportiva di S. Desiderio, gestita dalla Cooperativa Sport Service Family: cooperativa di cui Adriano fu uno dei fondatori nel settembre 2000.

Molti comitati territoriali del CSI da parecchio tempo hanno un'attenzione particolare per il sostegno ai detenuti con progetti specifici e promuovendo soprattutto l'idea di sport come educazione alle regole, socializzazione ed autostima. Un paio di anni fa ad esempio nel carcere di Marassi ci fu una splendida iniziativa, in collaborazione con l'educatore Federico Ghiglione, per far giocare a rugby i papà detenuti con i loro figli.

Fu un'esperienza umanamente bellissima, alla quale partecipai anche io, con una quindicina di ragazzi che interagirono per un paio di ore con i loro genitori in un contesto gioioso, all'aria aperta, ben diverso dall'asettica sala- colloqui della casa circondariale. La "Festa del papà in carcere" venne sostenuta dal Centro Sportivo Italiano anche nell'ambito della campagna "Il mio campo libero" che vede sempre più lo sport come strumento per socializzare, creare autostima per combattere ansia, depressione ed aggressività.

Il Comitato di Genova del CSI alcuni anni fa si fece promotore di un'altra iniziativa a favore delle persone detenute, "Una mano amica oltre le sbarre": la raccolta, insieme ad altre associazioni regionali, di beni di prima necessità per l'igiene e pulizia personale. Un altro progetto portato avanti da Adriano Bianchi che ripeteva spesso "Anche chi sbaglia merita un'altra possibilità e può sempre riscattarsi".

L'istituto della messa alla prova è stato introdotto con una legge del 2014 per i reati puniti con una sola pena pecuniaria o con una pena detentiva non superiore ai quattro anni.

Consiste nella sospensione del procedimento prima del giudizio e nella predisposizione, da parte dell'UEPE, di un così detto programma di trattamento, finalizzato a riparare le conseguenze dannose o pericolose del reato, che prevede, come condizione necessaria, lo svolgimento di lavori di pubblica utilità.

Il Tribunale di Genova ha una lista di enti e strutture che il singolo individuo può contattare: se c'è disponibilità dall'ente viene inviata una lettera all'UEPE che la gira al giudice. A questo punto vengono stabilite le ore che la persona deve fare, come misura alternativa al carcere.

Adriano Bianchi è scomparso prematuramente il 16 marzo 2021 ed il suo successore, come referente CSI per l'UEPE, è Andrea Pedemonte, Direttore di Altum Park. "Indirizziamo le persone messe alla prova, salvo rare eccezioni, ad Altum Park di S. Desiderio. Attualmente possiamo gestirne contemporaneamente un massimo di 15, fino a qualche anno fa erano 7. Dopo che riceviamo dal giudice la lettera con le ore che la persona deve svolgere attiviamo l'Inail - dice Andrea Pedemonte - per avere la copertura assicurativa. È un iter abbastanza lungo che dura anche mesi. Mediamente ogni persona ha un "carico "di 90 ore, 6 ore settimanali e cerchiamo di concentrarle nel fine settimana. La maggior parte dei lavori sono pulizia della struttura che è grande più di tre ettari, la cura del bosco, la raccolta foglie".

Il lavoro di pubblica utilità, nell'ambito della messa alla prova, è un'attività non retribuita, materiale o intellettuale, che può essere svolta presso tutti coloro che abbiano sottoscritto una convenzione con il Tribunale. L'esito positivo della messa alla prova comporta l'estinzione del reato.

 
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