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Processo a distanza. E se fosse per sempre? PDF Stampa
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di Valerio Spigarelli*

 

Il Riformista, 9 aprile 2020

 

Il processo smaterializzato, come lo hanno definito i penalisti, è anche disumano e non garantisce i diritti dei detenuti. Una preoccupazione: che sia l'avvisaglia di un cambiamento epocale. Della inadeguatezza del ministro di Giustizia si è già detto su queste pagine ma vale la pena tornarci sopra. Basta un esempio.

Probabilmente cedendo alle istanze di qualche settore dell'amministrazione, l'unica cosa che non è stata permessa o regolata per legge è la presentazione degli atti di impugnazione nel settore penale tramite pec. Tutto il resto si può fare ma un appello o un ricorso per cassazione no. Nella Repubblica del fai da te molti capi degli uffici giudiziari si sono organizzati e hanno fatto circolari o decreti che permettono comunque agli avvocati di impugnare via pec.

Ora, al di là del fatto che questo ha prodotto una situazione caotica, per la quale si registrano differenze di trattamento persino all'interno delle stesse sedi giudiziarie, rimane un problema di fonda le circolari non hanno valore di legge, anche se forse Bonafede non lo sa, e dunque quegli atti di impugnazione sono, per legge, inammissibili.

Siamo, cioè, nel pieno della illegalità processuale. E tanto basta a rispondere alle anime pie che si incontrano anche all'interno dell'avvocatura, che sostengono che nessuno, in futuro, rileverà quella illegalità, giacché frutto di autorizzazioni presidenziali. Beati loro: la magistratura ci ha abituato, anche in tema di impugnazioni, a conversioni repentine della giurisprudenza, persino sul metodo di calcolo dei termini processuali, per le quali da un giorno all'altro quel che era certo veniva ribaltato con l'effetto di rendere inammissibile quel che era permesso fino al giorno prima. Nel dubbio meglio non fidarsi e seguire le regole del codice.

Ma poi rimane la domanda di fondo, perché non si è autorizzato nel penale quello che invece si è autorizzato nel civile? Forse anche per perseguire, per altra via, l'obiettivo di disincentivare le impugnazioni che è la vera e propria fissazione di alcuni dei ventriloqui del ministro sparsi nella magistratura? E ancora, tutto questo non alimenta quella delega implicita alla magistratura a fare "leggi self made", prima attraverso la giurisprudenza ora attraverso atti amministrativi?

Su questo problema, che pure è stato pubblicamente segnalato, il ministro resta in silenzio, forse perché è troppo complesso e, per dirla con Giuseppe Giusti, "il suo cervel, Dio lo riposi, in tutt'altre faccende affaccendato, a questa roba è morto e sotterrato". Ma c'è un altro silenzio che pesa come un macigno, ed è quello sulla detenzione. Dopo la farsa sui braccialetti elettronici ritenuti indispensabili - anche se materialmente non ci sono - per scontare pene non superiori a diciotto mesi, che ha prodotto l'ennesima giurisprudenza creativa, anche se stavolta in favor, di una parte della magistratura di sorveglianza evidentemente schifata dalla ipocrisia della previsione, la giustizia governativa nulla ha previsto per la custodia cautelare.

Hai voglia a rammentare (in maniera anche un po' tartufesca, sia detto per inciso, visto l'andazzo che va avanti da decenni) persino da parte di potenti Procuratori che la custodia cautelare in carcere dovrebbe essere realmente residuale, cioè eccezionale sul serio come nel sistema processuale è scritto. Hai voglia a suggerire, da parte di autorevoli esponenti dell'accademia, l'introduzione di norme che rendano attualmente la custodia in carcere applicabile solo in ipotesi di eccezionale rilevanza come già avviene per alcune specifiche categorie di imputati.

Niente, su questo il governo non ci sente, benché i detenuti in custodia cautelare siano quasi la metà di tutti i detenuti. O forse ci sente benissimo, sintonizzato come è con quei commentatori, come Travaglio, che alla parola carcere si eccitano sentenziando che lì dentro, in tempi di epidemia, si sta meglio e più protetti dal punto di vista sanitario, e dunque i detenuti si devono reputare fortunati perché i liberi rischiano più di loro.

Affermazioni che, a quelli che sono entrati in un carcere sovraffollato, che hanno visto cosa significa campare nell'ultima fila di un letto a castello a tre piani, o cucinare su di un fornelletto sistemato vicino ad un cesso alla turca tappato con fondo di bottiglia, fanno venire il voltastomaco. O forse ci sente benissimo il ministro, e con lui tutto il governo, perché sa bene che in questa maniera la pensano anche molli magistrati.

A differenza di quella di sorveglianza, infatti, la magistratura di merito si sta dimostrando assai poco sensibile alla condizione dei detenuti in custodia cautelare; per questo motivo fioccano ordinanze di rigetto di richieste di arresti domiciliari, motivate anche da condizioni di salute, in cui si legge che negli istituti sono adottati "i protocolli in essere nel resto del Paese".

Questo mentre, invece, i detenuti hanno paura, e hanno ragione, perché il distanziamento sociale in carcere è un ossimoro fariseo; perché le mascherine sono poche e quelle che arrivano a volte non sono a norma, tanto che un direttore ha affisso nella bacheca del carcere un avviso chiarendo che alcune di quelle che distribuiva non erano "dispositivi protettivi secondo i parametri normativi..." cui era "difficile riconoscere un molo protettivo"; perché i disinfettanti vengono messi solo negli spazi comuni e, bontà loro, distribuiti allo spaccio, cioè a pagamento.

I detenuti hanno paura perché gli può capitare di essere trasferiti, all'inizio di aprile, da un carcere dove non si erano registrati casi ad un altro ove il Covid già s'era manifestato. Due settimane fa dicevo di Caporetto della giustizia, su questo giuntale, ma solo perché ogni tanto mi capita di essere moderata sul carcere è peggio. Poi, accanto ai silenzi, accade che il governo sulla giustizia produca anche urla.

E come al solito è roba che accoglie le peggiori idee che circolano nella magistratura e sui giornali. Tipo quella che va predicando Gratteri da tempo cioè di fare i processi per via telematica. Come se fosse la stessa cosa giudicare, ed anche essere giudicati, senza mai potersi guardare reciprocamente negli occhi. Come se fosse la stessa cosa ascoltare e vedere un testimone - fosse anche solo un teste di pg - in francobollo catodico per stabilire se dice o meno la verità.

Come se fosse la stessa cosa per un avvocato avere l'imputato accanto oppure in video. Comunque, dopo aver sperimentato nella primissima fase di emergenza le convalide a distanza sulla base di protocolli stipulati con gli Ordini degli avvocati, di nuovo senza base legale idonea, il governo ha presentato prima il Decreto Legge del 17 marzo e poi una serie di emendamenti che stabiliscono la prevalenza di queste forme per í processi con detenuti.

Fino a prevedere le Camere di Consiglio a distanza, per via telematica, oppure l'eliminazione delle discussioni dei difensori dalle udienze in Cassazione, per tutti i processi, temperata, si fa per dire, dalla possibilità di chiederne il mantenimento a pena di veder sospesi i termini di custodia cautelare. Per motivi di spazio bisogna rinviare l'esame delle proposte sul tema, che in questo caso trovano l'entusiastica approvazione della magistratura tutta, Anm in lesta, e pure di molti avvocati. Nessuno che risponda, intanto, che, con le precauzioni idonee, basterebbe che il mondo della Giustizia dimostrasse lo stesso coraggio chiesto non tanto ai medici quanto ai cassieri dei supermercati per rendere inutili queste innovazioni.

Resta però una preoccupazione di fonda che questa non sia altro che l'avvisaglia di un cambiamento epocale, cioè dell'introduzione di un processo smaterializzato, come è stato definito dai penalisti; definizione che in questo caso riguarda le persone, non le cose. Un processo disumano destinato a sopravvivere all'emergenza perché in Italia succede così da decenni, per tutte le emergenze, dagli anni settanta in poi, D'altronde, ricordava Oliviero Mazza giorni fa, "la storia ci ricorda da che il governo della salute pubblica non ha mai partorito riforme ispirate al garantiamo".

*Avvocato

 
Parla Bruno Contrada: "Il risarcimento non mi ripaga della persecuzione" PDF Stampa
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di Angela Stella

 

Il Riformista, 9 aprile 2020

 

Con ordinanza depositata il 6 aprile 2020, la Corte d'Appello di Palermo ha liquidato a favore di Bruno Contrada la somma di Euro 667.000,00 a titolo di riparazione per l'ingiusta detenzione. Nel 2008 sempre la Corte d'Appello di Palermo lo condannava alla pena di dieci anni di reclusione e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici per concorso esterno in associazione mafiosa, relativamente a fatti commessi tra il 1979 e il 1988. Nel 2015, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha ritenuto illegittima la precedente condanna perché all'epoca dei fatti contestati a Contrada il reato di concorso esterno non era sufficientemente tipizzato, quindi il processo sarebbe stato celebrato illegittimamente. Abbiamo raggiunto telefonicamente il dottor Contrada, assistito dall'avvocato del foro di Palermo, Stefano Giordano.

 

Si sente ripagato da questa decisione?

No, perché questa decisione riguarda solo l'ingiusta detenzione e non tutti i danni che mi ha provocato la mia vicenda. Sono danni irreparabili per me e la mia famiglia. Non ci sono somme che possano risarcire questo danno. Gli episodi da raccontare sono infiniti, come le assurdità relative alla mia condanna. La mia è stata una condanna ingiusta. Ho considerato una strana coincidenza il fatto che oggi (ieri, ndr) Papa Francesco abbia detto "Preghiamo per chi soffre una sentenza ingiusta". Ovviamente non si riferiva a me ma è stato strabiliante.

 

Questa decisione riuscirà a riabilitarla agli occhi di tutti?

Io comprendo queste persone che continuano ad avere dei dubbi su di me: se per anni hanno sentito dire di me tante cose - dall'arresto alla prigione, alla condanna - diranno "qualcosa devi esserci". Purtroppo tutto questo è successo ad un servitore dello Stato che per circa 35 anni ha indossato una divisa, arrivando al grado più elevato della Polizia di Stato perché ero un dirigente generale. In tutta la mia vita neanche una contravvenzione ho preso.

 

Nel 2017 Franco Gabrielli ha revocato il suo provvedimento di destituzione, reintegrandolo come pensionato nella Polizia di Stato...

Sì, sono stato reintegrato ed è stata aggiornata anche la mia pensione.

 

Lei veniva arrestato alla vigilia di Natale del 1992. In tutto questo tempo, che idea si è fatto di quanto accaduto?

Sono stati anni di sofferenza continua. E per capire bisogna contestualizzare: nel 1992 è caduta la Prima Repubblica, sono stati distrutti i 5 partiti che per 50 anni avevano retto le sorti del nostro Paese; cosa è successo con Tangentopoli nel '92? E in Sicilia c'è stato Mafiopoli, poi il processo al senatore Giulio Andreotti; e chi ricorda cosa accadde a Corrado Carnevale, Presidente della prima sezione penale della Corte suprema di Cassazione? Io a quei tempi ero un rappresentante della Polizia, impegnato nella lotta alla criminalità organizzata, durante la quale ho inseguito e arrestato i peggiori criminali. Ho avuto anche encomi ed attestati per il mio servizio. Però poi c'è la questione del pentitismo: si sono voluti vendicare di me.

 

Qualcuno però anche all'interno delle istituzioni ha remato contro di Lei.

In ogni campo ci sono gli sciacalli, gli avvoltoi che si avventano sul corpo caduto e sanguinante.

 

Lei si sente vittima di quell'ondata giustizialista?

Pensi che la mia custodia cautelare è durata 31 mesi. Mi sento vittima di una perversione della giustizia italiana. Io sono stato condannato per un reato inesistente: concorso esterno in associazione mafiosa. Oltre 140 rappresentanti delle Istituzioni sono venuti a testimoniare non in mio favore, ma in favore della verità. Ma non è bastato perché quello che contava erano le dichiarazioni dei delinquenti, dei sanguinari: quello che dicevano era oro colato.

 

Che considerazione ha dello Stato che lo ha condannato e poi risarcito?

È una conseguenza necessaria, visto che la Cassazione ha recepito la sentenza della Cedu. Sempre la Cedu nel 2014 aveva condannato l'Italia per avermi sottoposto ad una pena inumana per la palese incompatibilità del mio stato di salute col regime carcerario. Io comunque continuo a rispettare le Istituzioni, compresa la magistratura.

 

Molti non riescono ancora a legittimare pienamente le decisioni della Cedu. Parlano di eccessiva ingerenza.

Ai giustizialisti non piace!

 

Cosa ne pensa della possibilità che la Procura possa fare ricorso contro il risarcimento?

Ha il diritto di farlo, come anche io ho il diritto di ricorrere perché la nostra istanza non è stata accolta integralmente.

 

Il sito Antimafiaduemila scrive che adesso arriverà il "solito giro di dichiarazioni sulla "persecuzione" nei confronti di Bruno Contrada, di "ingiustizie subite" e di "restituzione dell'onorabilità".

Quello che scrivono non ritengo sia meritevole di un mio commento. Non voglio proprio leggerli: per me non esistono.

 

Si pente di qualcosa?

Non rinnego nulla, non ho da rimproverarmi nulla. Ho la coscienza perfettamente a posto.

 

Cosa può dire della Trattativa Stato Mafia?

Perché non si è parlato di Trattativa in merito all'applicazione della legge dei pentiti? Non sono quelle trattative che lo Stato fa con i criminali? Quello è un do ut des: tu criminale mi dai notizie per scoprire reati e catturare latitanti e io, Stato, ti do sconti di pena, ti do danaro, sicurezza, provvedo alla tua famiglia, a cambiarti l'identità, a darti una occupazione, una casa. Ma poi nel codice penale esiste un reato che si chiama "trattativa"?

 
Liberazione anticipata, il giudizio negativo su un semestre può coinvolgere quelli anteriori PDF Stampa
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di Paola Rossi

 

Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2020

 

Se ricorrono i presupposti della liberazione anticipata "speciale" questa va accordata nella misura fissa di 75 giorni di anticipo, invece degli ordinari 45, per semestre di pena scontata. Infatti, come spiega la sentenza n. 11673 depositata ieri dalla Corte di cassazione, è possibile che il giudizio negativo del giudice dell'esecuzione sulla condotta del condannato relativamente aun semestre possa riverberarsi anche su quelli anteriori, ma la misura aumentata del beneficio non è però riducibile una volta che sia stato riconosciuto in base al comma 1 dell'articolo 4 del decreto legge 146/2013.

L'effetto retroattivo di una cattiva condotta, tenuta durante uno dei semestri di quelli del periodo di cui deve tenere conto il giudice chiamato a decidere sulla concessione del beneficio, non è precluso. Ma tale riverberazione sul passato deve essere giustificata dal giudice in base alla gravità della condotta rilevata e deve essere oggetto di ampia formula motivazionale nella decisione. Nel rispetto di tali criteri è possibile la corrispondente riduzione del beneficio, cioè dell'anticipo del fine pena.

Se però il beneficio è riconosciuto e rientra anche in parte nell'applicazione della previsione speciale del Dl del 2013 sull'espiazione della pena questo non può essere inferiore alla misura fissa di 75 giorni e l'applicazione di tale norma speciale, si ricorda che riguarda il biennio seguente all'entrata in vigore del Dl 146, cioè il 24 dicembre 2013. E, conclude la Cassazione, che tale norma speciale che non può essere applicata in misura diversa dal giudice, non ha a che vedere - in termini di discrezionalità - sulla possibilità, prevista dal comma 2 della stessa norma, e valutabile dal giudice di aumentare di trenta giorni i benefici già concessi nell'ordinaria misura di 45 giorni.

 
Il giudice ordinario non può disapplicare il provvedimento di espulsione dello straniero PDF Stampa
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Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2020

 

Straniero - Irregolare - Provvedimento di espulsione - Natura amministrativa del provvedimento - Sindacato del giudice di merito - Espulsione automatica - Valutazione delle condizioni di esclusione - Non compete - Attività di mero accertamento - Pendenza del processo ammnistrativo - Irrilevanza. Il provvedimento prefettizio di espulsione dello straniero è obbligatorio a carattere vincolato e la sua eventuale disapplicazione è riservata al giudice amministrativo. Il giudice ordinario è solo tenuto all'accertamento, al momento dell'espulsione, della mancanza del permesso di soggiorno, perché scaduto o non rinnovato, essendo irrilevante la circostanza della pendenza dei termini per impugnare il diniego di rinnovo.

• Corte di Cassazione, Sezione 1, ordinanza 31 marzo 2020 n. 7619.

 

Straniero - Espulsione - Natura amministrativa del provvedimento di espulsione - Assenza del permesso di soggiorno - Sindacato del giudice di merito - Non sussiste - Valutazione delle condizioni di esclusione dell'espulsione automatica - Non sussiste - Attività di mero accertamento - Pendenza del processo ammnistrativo - Irrilevanza. Non esiste alcun rapporto di pregiudizialità tra il giudizio amministrativo, avente ad oggetto i presupposti per il rilascio di un titolo di soggiorno, e il giudizio ordinario sull'espulsione. Il controllo dell'autorità giurisdizionale ordinaria sul provvedimento prefettizio è quello del riscontro dell'esistenza, al momento dell'espulsione, dei requisiti di legge che lo impongono, e la mera carenza del permesso di soggiorno, anche temporanea, fa venir meno il diritto dello straniero di rimanere in Italia. La decisione del giudice amministrativo, sulle condizioni di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro non costituisce un antecedente logico in senso tecnico rispetto a quella del giudice ordinario sul decreto d'espulsione, che legittimamente è stato emesso, nel caso di specie, a seguito della revoca del permesso di soggiorno.

• Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 14 giugno 2018, n. 15676.

 

Immigrazione - Straniero non in regola con il permesso di soggiorno - Decreto prefettizio di espulsione - Sindacato del giudice ordinario sul provvedimento presupposto del questore - Esclusione - Ricorso al giudice amministrativo avverso quest'ultimo - Sospensione del giudizio ordinario - Esclusione. In tema di immigrazione, il provvedimento di espulsione dello straniero è obbligatorio a carattere vincolato, sicché il giudice ordinario è tenuto unicamente a controllare, al momento dell'espulsione, l'assenza del permesso di soggiorno perché non richiesto (in assenza di cause di giustificazione), revocato, annullato ovvero negato per mancata tempestiva richiesta di rinnovo, mentre è preclusa ogni valutazione, anche ai fini dell'eventuale disapplicazione, sulla legittimità del relativo provvedimento del questore trattandosi di sindacato che spetta unicamente al giudice amministrativo, il giudizio innanzi al quale non giustifica la sospensione di quello innanzi al giudice ordinario attesa la carenza, tra i due, di un nesso di pregiudizialità giuridica necessaria, né la relativa decisione costituisce in alcun modo un antecedente logico rispetto a quella sul decreto di espulsione.

• Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 22 giugno 2016, n. 12976.

 

Stranieri - T.u. immigrazione - Decreto di espulsione del prefetto nei confronti dello straniero non in regola - Potere del giudice ordinario di sindacare l'atto amministrativo presupposto - à - Esclusione - Ricorso al tar avverso il provvedimento del questore - Contestuale ricorso al giudice ordinario - Sospensione di quest'ultimo procedimento ex art. 295 cod. proc. civ. - Inammissibilità. In tema di immigrazione, il provvedimento di espulsione dello straniero è provvedimento obbligatorio a carattere vincolato, sicché il giudice ordinario dinanzi al quale esso venga impugnato è tenuto unicamente a controllare l'esistenza, al momento dell'espulsione, dei requisiti di legge che ne impongono l'emanazione, i quali consistono nella mancata richiesta, in assenza di cause di giustificazione, del permesso di soggiorno, ovvero nella sua revoca od annullamento ovvero nella mancata tempestiva richiesta di rinnovo che ne abbia comportato il diniego; al giudice investito dell'impugnazione del provvedimento di espulsione non è invece consentita alcuna valutazione sulla legittimità del provvedimento del questore, poiché tale sindacato spetta unicamente al giudice amministrativo, la cui decisione non costituisce in alcun modo un antecedente logico della decisione sul decreto di espulsione. Ne consegue, che la pendenza del giudizio promosso dinanzi al giudice amministrativo non giustifica la sospensione del processo instaurato dinanzi al giudice ordinario e che il giudice ordinario, dinanzi al quale sia stato impugnato il provvedimento di espulsione, non può disapplicare l'atto amministrativo presupposto emesso dal questore.

• Corte di Cassazione, sezioni Unite, sentenza 16 ottobre 2006, n. 22217.

 
Oltre l'emergenza, attuare la riforma penitenziaria PDF Stampa
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di Ernesto Preziosi*

 

Avvenire, 9 aprile 2020

 

Subito i decreti previsti da Orlando. La politica mostra il suo affanno e rischia di non riuscire a corrispondere agli autorevoli appelli del Papa e del Presidente della Repubblica rispetto l'annoso problema del sovraffollamento carcerario. La pandemia in corso ha ulteriormente aggravato la situazione e chiede alla politica misure urgenti.

Non si può, infatti, delegare ai magistrati di sorveglianza la responsabilità di intervenire sulla situazione, né si può accettare la sola supplenza del Procuratore generale della Corte di Cassazione, che dichiara insufficienti le norme del decreto Cura Italia in riferimento alla popolazione carceraria. Vi è il tema delle misure alternative da adottare per alleggerire la pressione, così come vi è il tema del diritto alla salute che non può non riguardare anche i detenuti e quanti operano all'interno delle carceri.

Il Governo, pur nella eterogeneità delle sensibilità politiche che lo sostengono, deve riprendere in mano la riforma Orlando e renderla operativa mediante gli adeguati decreti attuativi. Non si tratta di cedere di fronte alle rivolte, che pure recano danni ingenti, ma di affrontare in modo risolutivo e non emergenziale una questione di civiltà.

La politica può fare qualcosa, anche piccoli passi, cominciando dall'accogliere alcuni emendamenti presentati al Senato che riguardano provvedimenti mirati in tema di detenzione domiciliar e di differimento dell'ordine di esecuzione della pena, riducendo i nuovi ingressi.

Saranno obiettivi transitori e certo insufficienti ma sono irrinunciabili per dare al sistema il respiro temporale richiesto per adottare e rendere operativi provvedimenti di carattere strutturale. Sullo sfondo di tutto questo vi è la riflessione che la politica deve assolutamente affrontare sul significato della pena e sulla sua funzione nel nostro ordinamento secondo l'art. 27 della Costituzione, che peraltro vieta comportamenti contrari al senso di umanità.

*Presidente di "Argomenti 2000" e già deputato Pd

 
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