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La realtà supera la finzione, "sorvegliato speciale" post scriptum PDF Stampa
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di Mauro Ravarino


Il Manifesto, 11 aprile 2020

 

Chieste misure cautelari per un militante anarchico. Imputato per un libro del 2015. Questa è una di quelle volte in cui letteralmente la realtà supera l'immaginazione. In cui si disarciona il "patto narrativo" che fonda tutta la comunicazione letteraria e un pezzo di romanzo viene considerato un'aggravante per imporre una sorveglianza speciale della durata di due anni per supposta "pericolosità sociale". Succede a Marco Boba, militante anarchico torinese, una lunga storia nei movimenti, autore di Io non sono come voi, romanzo uscito nel 2015 per Eris Edizioni. Ed è proprio la frase riportata nel retro copertina del libro a essere finita nella richiesta di misure preventive mossa dalla Procura di Torino.

"Troviamo davvero pericoloso e allarmante che in questi atti ci sia finito un romanzo", afferma Anna Matilde Sali di Eris Edizioni. "Non possiamo accettare che diventi una prassi, se no qualsiasi libro potrebbe diventare un'aggravante. Questa volta è capitato in ambito di movimento, domani chissà". La frase "incriminata", estrapolata dal romanzo "per far capire a chi si ritroverà il libro in mano qual è il cuore della storia, il mood, l'atmosfera, lo stile narrativo", è quella riferita dal protagonista del libro in un dialogo: "Io odio. Dentro di me c'è solo voglia di distruggere, le mie sono pulsioni nichiliste. Per la società, per il sistema, sono un violento, ma ti assicuro che per indole sono una persona tendenzialmente tranquilla, la mia violenza è un centesimo rispetto alla violenza quotidiana che subisco, che subisci tu o gli altri miliardi di persone su questo pianeta".

Un virgolettato che per ellissi viene, nella richiesta giudiziaria, fatto passare per pensiero dell'autore. La casa editrice precisa: "Parliamo di un romanzo di finzione, con un protagonista di finzione. Il romanzo è scritto in prima persona, al presente, scelta tra l'altro fatta non in origine dall'autore, ma dopo un lungo confronto tra autore ed editore. Editing, normale editing". La narrazione letteraria d'altronde è di per sé sottesa a quel patto sintetizzato da Umberto Eco in Lector in Fabula a proposito del ruolo dell'autore che, all'inizio di un testo, stabilisce questo: "Voi non credete a quello che vi racconto e io so che voi non ci credete, ma una volta stabilito questo, seguitemi con buona volontà cooperativa, come se io stessi dicendovi la verità".

Il 21 aprile ci sarà l'udienza in Tribunale per discutere dell'applicazione della misura. "Ho iniziato a fare politica a 15 anni ora ne ho 53 anni - racconta Marco Boba - e non mi sono mai ravveduto. Ed è quello che mi viene imputato nella richiesta di sorveglianza speciale, che mi pare quasi un reato di opinione. Ero, sono e resto anarchico. La Procura mette insieme di tutto e di più, le mie condanne e denunce, la mia partecipazione a Radio Blackout e altro". La sorveglianza sociale di cui fanno le spese attivisti No Tav o quelli andati in Siria con le Ypg curde è un provvedimento che colpisce le persone al di là di uno specifico fatto ma per un "comportamento generale".

"A noi - spiega Eris Edizioni - sembra davvero pericoloso che una finzione possa diventare una prova, che le opinioni o le azioni di un personaggio di finzione lo possano diventare, che una frase scelta dall'editore, per promuovere al meglio un libro, possa diventare un'aggravante e che una questura o una procura si possano occupare di una materia che dovrebbe restare appannaggio di chi fa critica letteraria. In questi anni più volte si è invocato il reato d'opinione.

Dalla vicenda di Erri De Luca, assolto dall'accusa di istigazione a delinquere per essersi espresso a favore dei sabotaggi contro la Tav, alla studentessa accusata di aver partecipato attivamente a delle azioni No Tav solo per aver utilizzato il "noi partecipativo" nella sua tesi di laurea in Antropologia culturale sul movimento stesso". Il libro di Marco Boba è, lo racconta lui stesso, "la storia di un ragazzo inquieto e disilluso a cui sta stretto il contesto di vita e che fugge a Filicudi. È una storia di amore e rabbia".

 

 
Moby Prince, dopo 30 anni ancora troppi misteri PDF Stampa
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di Riccardo Chiari


Il Manifesto, 11 aprile 2020

 

Né verità né giustizia. Anche Sergio Mattarella chiede di far luce sulla più grande tragedia della marineria italiana, nell'anniversario del rogo che provocò 140 morti. Al via una seconda commissione parlamentare di inchiesta, per far luce sulle cause dell'impatto fra il traghetto Navarma e la petroliera Agip Abruzzo. Gli Usa negano l'esistenza di tracciati radar e foto satellitari del porto di Livorno, nonostante le navi cariche d'armi di ritorno dalla prima guerra del Golfo.

A trent'anni dalla più grande tragedia della marineria italiana, in cui 140 persone persero la vita, asfissiate e bruciate, nel rogo del traghetto Moby Prince a poche miglia dal porto di Livorno, anche Sergio Mattarella ha fatto sentire la sua voce: "Sulle responsabilità dell'incidente e sulle circostanze che l'hanno determinato è inderogabile ogni impegno diretto a far intera luce - sottolinea il capo dello Stato - e l'impegno che negli anni ha distinto le associazioni dei familiari rappresenta un valore civico e concorre a perseguire un bene comune". Ma come arrivare alla verità, e alla giustizia, in questo mistero italiano?

Era la notte fra il 10 e 1'11 aprile 1991 quando il traghetto della Navarma diretto a Olbia entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, ancorata in rada fuori dal porto. L'incendio fu causato dal petrolio che si riversò sul traghetto dopo l'impatto con la petroliera. Ma le fiamme non avvolsero subito l'intero Moby Prince, tanto che molte delle vittime morirono asfissiate dal fumo, mentre si attendevano soccorsi arrivati, e questa è una certezza, in grande ritardo. Si salvò solo un giovane mozzo, Alessio Bertrand.

Sul fronte giudiziario, la prima indagine si chiuse con processi dagli esiti deludenti. Alle perizie medico legali secondo cui i passeggeri del Moby erano morti nel giro di mezz'ora, si aggiunsero interrogatori troppo sbrigativi e testimonianze non prese in considerazione. Così in primo grado i quattro imputati di omicidio colposo plurimo - un ufficiale dell'Agip Abruzzo, il comandante in seconda della Capitaneria di porto, un ufficiale di guardia e un marinaio di leva - furono tutti assolti con formula piena. Mentre nella sentenza d'appello, validata in Cassazione alla fine degli anni '90, si stabilì l'intervenuta prescrizione del reato, segnalando comunque "l'inchiesta sommaria" della Capitaneria di porto.

Da allora nessun processo, solo una seconda inchiesta della procura labronica archiviata dieci anni fa, e una terza indagine avviata tre anni e ferma alla fase preliminare. A farla partire sono stati i risultati di una commissione parlamentare di inchiesta che fino al 2018 ha lavorato sul caso, arrivando ad alcune conclusioni diverse da quelle della magistratura ordinaria.

La commissione ha stabilito che la collisione non è stata dovuta alla presenza della nebbia, perché quella notte il cielo sopra Livorno era sereno, la visibilità ottima e il mare calmo. Né c'è stata una condotta colposa del comandante del traghetto, Angelo Chessa. Invece i soccorsi, sia pure lenti, si diressero verso la petroliera e non verso la nave passeggeri. Di qui l'accusa di incapacità della Capitaneria di porto di coordinare le operazioni di soccorso, con la conseguente morte di alcuni passeggeri molte ore dopo la collisione, e la censura sulle indagini, carenti, della procura labronica.

Eppure la causa promossa dai familiari delle 140 vittime contro lo Stato, ritenuto responsabile, attraverso le sue articolazioni periferiche, della morte a bordo del traghetto, è finita con un nulla di fatto. Pochi mesi fa il tribunale civile di Firenze non ha riconosciuto il diritto al risarcimento. Per il giudice Massimo Donnarumma, la commissione parlamentare "non ha disvelato verità e certezze nuove" ma è "un atto politico che non supera quanto è stato già accertato a livello penale".

Ora sta per partire una seconda commissione parlamentare, per continuare il lavoro della prima. I familiari delle vittime ci sperano, anche per approfondire un punto rimasto oscuro: "In soli due mesi - è scritto infatti nella relazione finale - gli armatori e le loro compagnie assicuratrici si accordarono per non attribuirsi reciproche responsabilità, non approfondendo eventuali condizioni operative o motivazioni dell'incidente attribuibili ad uno dei due natanti".

La nuova commissione cercherà poi di fare luce sulle cause dell'impatto, ancora misteriose. Anche perché i tracciati radar e le foto satellitari del porto livornese nel momento dell'incidente non sono mai esistiti, almeno a quanto ha fatto ufficialmente sapere il governo Usa nel 2002. Nonostante che quella sera, alla fonda nella rada di Livorno, vi fossero ben cinque navi cariche di armi di ritorno dalla prima guerra del Golfo.

 
Lazio. Le prime 18.000 dosi di vaccino Johnson & Johnson per detenuti e personale carceri PDF Stampa
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fanpage.it, 11 aprile 2020


Lo ha comunicato l'assessore Alessio D'Amato in visita all'hub vaccinale dell'ospedale San Giovanni di Roma. La Regione Lazio ha scelto di utilizzare le prime dosi di vaccino Johnson & Johnson - 18.000 in arrivo il 19 aprile - soprattutto per vaccinare la popolazione carceraria e il personale che lavora nei penitenziari. I detenuti nel Lazio al 28 febbraio erano 6067.

Il prossimo 19 aprile la Regione Lazio riceverà le prime 18.000 dosi dell'atteso vaccino Johnson & Johnson, per il quale è sufficiente una sola somministrazione e non due come per gli altri sieri somministrati finora. Una fornitura senza dubbio inferiore alle attese, tanto che per ora le farmacie non saranno coinvolte nella somministrazione come previsto in un primo momento.

Una fornitura che, ha spiegato l'assessore alla Sanità Alessio D'Amato in visita al centro vaccinale dell'ospedale San Giovanni di Roma, sarà distribuita nelle carceri della regione, venendo somministrato a detenuti e personale.

"Il 19 aprile avremo la prima consegna di vaccini Johnson&Johnson. Si tratta di una consegna quantitativamente modesta: 18mila dosi che andranno in prevalenza alle carceri per il personale che vi lavora e per i detenuti - ha spiegato l'assessore. Speriamo che dal prossimo mese di maggio potremo avere un ampliamento delle forniture". Al 28 febbraio 2021 nel Lazio erano presenti complessivamente nelle case circondariali della regione 6067 detenuti tra uomini e donne, a questi vanno aggiunti tutti coloro che lavorano all'interno delle carceri a cominciare dagli agenti della Polizia Penitenziaria.

Le condizioni di sovraffollamento, le condizioni sanitarie spesso precarie, rendono le carceri un luogo particolarmente pericoloso per il diffondersi del virus. L'ultimo focolaio di un certo rilievo di Covid-19 in un istituto di pena del Lazio si è sviluppato all'interno del carcere femminile di Rebibbia, dove oltre cinquanta donne tra operatrici e detenute sono risultate positive tanto da ipotizzare l'evacuazione della struttura. La nuova ordinanza firmata dal commissario Francesco Paolo Figliuolo dà priorità per classi di età e ai soggetti più fragili per il nuovo piano vaccinale, dando indicazione di procedere solo successivamente alla vaccinazione dei cittadini tra i 69 e i 60 anni, con altre corti di popolazione a rischio indicate dal ministero della Salute come la popolazione carceraria.

D'Amato è tornato a chiedere certezze sulle forniture, a fronte dello sforzo delle autorità regionale di mettersi nelle condizioni di vaccinare la popolazione a ritmi sostenuti. "L'obiettivo nostro rimane di raggiungere l'immunizzazione entro l'estate. Per arrivare a questo dobbiamo avere una certezza delle consegne delle dosi che ancora oggi non abbiamo in maniera continuativa. Stanotte abbiamo aperto le prenotazioni alla fascia 62/63 anni. Abbiamo avuto per questa fascia già oltre 30mila prenotazioni - ha spiegato l'assessore - Abbiamo oltre un milione e 200mila prenotati tra le prossime settimane e il mese di maggio. È uno sforzo importante. Quello che chiediamo è che ci sia la garanzia della periodicità delle forniture".

Rispetto alle polemiche di queste ore su un sopposto obbligo nei fatti di vaccinarsi con Astrazeneca per gli over 60, l'assessore ha risposto così: "Nessun obbligo. Noi mettiamo a disposizione i vaccini che abbiamo. La gran parte delle dosi disponibili per la fascia di età 60/70 anni è Astrazeneca che è un vaccino raccomandato per questa fascia di età. Gli over 80 stanno facendo Pfizer".

 
Campania. Garante dei detenuti: bene la vaccinazione nelle carceri di Salerno e a Nisida PDF Stampa
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Il Roma, 11 aprile 2020


"Esprimo apprezzamento per l'avvio della campagna vaccinale nelle carceri salernitane (63 detenuti vaccinati) e nell'Istituto per minorenni di Nisida dove oggi sono stati vaccinati 15 giovani ospiti, alcuni agenti ed operatori penitenziari". Lo dichiara Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà personale.

"Stigmatizzo - aggiunge - erronee interpretazioni giornalistiche e di qualche politico e ricordo che l'attuale piano di vaccinazione contempla e prevede la vaccinazione della popolazione carceraria, nel suo insieme, la quale rientra nelle categorie prioritarie previste dal Ministero della Salute. Vaccinarsi è un diritto dovere per tutti, una tutela per il diritto alla salute, un obbligo morale per i detenuti. Logicamente è sempre una scelta volontaria".

Ciambriello ricorda poi i numeri dei vaccinati e contagiati nelle carceri italiane: "In Italia i detenuti vaccinati per il momento sono 7.393 mentre i vaccinati tra il personale di polizia penitenziaria, amministrativo ed operatori penitenziari è di 17.566 (in Campania 1.982). Ci sono oggi 871 detenuti contagiati dal Covid (6 in Campania), mentre sono 683 in Italia gli agenti di polizia penitenziaria contagiati (59 in Campania)".

 
Roma. La storia di Giuseppina, contagiata dal coronavirus a Rebibbia PDF Stampa
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di Viola Giannoli

 

La Repubblica, 11 aprile 2020

 

"Liberatela, è isolata in una cella senza doccia per settimane". L'appello della figlia di una donna condannata a tre anni nel carcere romano e positiva come altre 70 recluse: "Le portano due bottiglie per lavarsi e niente visite". Il garante dei detenuti: "In questi casi pene alternative". Rosato (Iv): "Più rispetto per i diritti delle detenute".

"Una cella di tre metri quadrati per tre con una branda e un wc, niente acqua calda corrente, solo un fornello da campeggio per scaldare la caraffa che le viene portata e una piccola bacinella blu, di quelle per sciacquare i piatti, per lavarsi. Così vive da due settimane, isolata in una stanza, mia madre positiva al Covid nel carcere di Rebibbia". La signora Giuseppina Cianfoni, 65 anni, nella Sezione Camerotti dell'edificio femminile del carcere romano ci entra il 26 gennaio. Venti giorni fa però scopre di avere il Covid, contagiata, come le altre due, da una compagna di cella che accusa i primi sintomi. In carcere partono subito i tamponi e, come da prassi, l'isolamento delle detenute da quelle sane.

Ora però la figlia, Rossella Antinori, racconta la storia della madre e delle altre 69 detenute, in un carcere non attrezzato e troppo affollato - come quelli di tutta Italia - per garantire condizioni di vita e di salute più dignitose per chi è recluso e contagiato. Cianfoni, per trent'anni dirigente della Conservatoria dei registri di Velletri, è stata condannata a tre anni e 4 mesi perché accusata di essersi fatta dare da un cittadino 200 euro per trascrivere una sentenza del tribunale civile relativa al trasferimento di una proprietà. "Per un ritardo dell'avvocato nel presentare ricorso - racconta la figlia - mia madre finisce dietro le sbarre. Purtroppo il Covid fa del carcere un luogo più duro, in deroga a qualunque principio di umanità".

Rossella Antinori scrive al magistrato di sorveglianza, per due volte, e a lui ripete quello che racconta anche a Repubblica: "Gli spazi per l'isolamento sanitario sono scarsi nel carcere. Mia madre, come le altre detenute, è stata messa in una cella con solo il wc e il letto. Gli è stata data una bacinella e una piastra sulla quale scalda l'acqua che poi si versa addosso per lavarsi, con due bottiglie di plastica tagliate a metà. Senza acqua, senza potersi fare una doccia, senza mai guardare il cielo perché l'ora d'aria in isolamento viene soppressa e la finestra inquadra il muro, senza affetti perché le visite sono bloccate dai decreti, senza parlare con nessuna perché anche le malate Covid non possono vedersi tra loro. Oggi mi ha detto al telefono di essere di nuovo positiva, quindi la aspetta una quarantena in isolamento per altre settimane. Dove è finita l'umanità che dovrebbe contraddistinguere anche la pena?", si chiede ancora la donna. Che ricorda come il 26 febbraio scorso è stata presentata istanza di scarcerazione e l'applicazione provvisoria dell'affidamento in prova, "ma finora non ci sono state risposte".

Al di là del caso singolo e delle ragioni della detenzione o dell'applicabilità di altre misure alternative, il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, è convinto che "in questa fase bisognerebbe consentire quanto più possibile le alternative al carcere". "A Rebibbia femminile abbiamo registrato oltre 70 donne positive al virus su una popolazione totale di 300 detenute circa, una percentuale molto, molto importante", sottolinea il garante. "Non ci sono luoghi idonei per la separazione delle detenute positive da quelle negative. Alcune fra le positive vengono ospitate al piano terra mentre le docce sono al terzo piano, quindi", spiega ancora Anastasia, "ricevono una fornitura di acqua calda in bacinelle. Una condizione intollerabile, determinata dal fatto che le detenute sono sempre oltre il limite di capienza previsto. Se 70 utilizzano a turno le stesse tre docce è chiaro che le patologie infettive si diffondono più velocemente. Eppure ci sarebbe un regolamento del 2000 che prevede servizi igienici in tutte le camere detentive. Inapplicato da 21 anni". A intervenire pure Ettore Rosato, presidente di Italia Viva: "Il Covid è una situazione straordinaria che non si può affrontare in maniera ordinaria. Occorre il rispetto dei diritti e delle condizioni igieniche e psicologiche dei detenuti e delle detenute".

 
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