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Giudici, un italiano su due non si fida. Dati ribaltati rispetto a Mani Pulite

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di Goffredo Buccini

 

Corriere della Sera, 22 marzo 2017

 

Nel '94, secondo l'Ispo, la fiducia nei confronti dei magistrati arriva a toccare il 70 per cento. Venticinque anni dopo la realtà è capovolta: secondo il sondaggio Swg, il 69 per cento degli italiani pensa che "settori della magistratura perseguano obiettivi politici".
Forse la caduta comincia con un colpo di teatro: la mossa a effetto con cui Antonio Di Pietro, il 6 dicembre 1994, si sfila la toga dopo la requisitoria Enimont, iniziando un'inarrestabile marcia d'avvicinamento alla politica. Nei due anni precedenti il pm simbolo di Mani Pulite arriva, secondo la Doxa, a guadagnarsi la fiducia dell'83 per cento degli italiani. E ancora quell'anno, il '94, sette italiani su dieci, secondo l'Ispo, si fidano dei magistrati, convinti che non abbiano fini politici. La realtà che un quarto di secolo dopo fotografa l'ultimo sondaggio Swg (fra il 13 e il 15 marzo, su un campione di 1.500 cittadini) è assai diversa. Due italiani su tre non credono nel sistema giudiziario, uno su due ha poca o nessuna fiducia nei giudici. E, soprattutto, la stragrande maggioranza (il 69 per cento, percentuale quasi identica ma rovesciata rispetto al '94) pensa che "settori della magistratura perseguano obiettivi politici". Il 72 per cento trova "inopportuno" che un magistrato si candidi e il 62 per cento è contrario alle "porte girevoli", ovvero al rientro nei ranghi togati dopo un mandato elettorale.
Mondi distanti. Il sondaggio, commissionato dall'associazione "Fino a prova contraria", è stato presentato ieri con l'introduzione dell'ex ministro Paola Severino e l'intervento di Giovanni Legnini. Il vicepresidente del Csm da sempre teorizza distanza tra i due mondi: per evitare "sia in fase di accesso che di reingresso che l'indipendenza della magistratura possa essere messa in discussione dalla militanza a qualunque titolo", spiegò nell'illustrare la stretta in materia del plenum del Csm più d'un anno fa. Naturalmente non c'è solo questo nel grande freddo che pare calato tra gli italiani e i loro giudici. Come è improprio imputarlo al cambio di casacca - da arbitro a giocatore - di un singolo, si chiami pure Di Pietro. Ma la percezione muta. E non pare possa attribuirsi a una svolta garantista dell'opinione pubblica se l'80 per cento continua, sia pur con diversi gradi di convinzione, a ritenere utile la carcerazione preventiva e il 74 per cento invoca mano libera per i magistrati nelle intercettazioni (uno su due è però contrario a pubblicarle sui giornali).
Dubbi sul processo. La sfiducia sta, insomma, nell'istituzione, non più percepita come "altro" dalla politica. S'annida tra infelici esperienze quotidiane e distorsioni mediatiche. Quei sei italiani su dieci con poca o nessuna fiducia nel sistema si lagnano soprattutto dell'iter processuale: insomma di quel meccanismo farraginoso che, specie nel campo del civile, trasforma in una vera lotteria ogni causa. Ne deriva, fortissima, l'esigenza di una riforma del sistema, urgente per il 43, importante per il 41 per cento. Quasi sette su dieci invocano un "cambio radicale", a rammentarci pure quanto la riforma Vassalli del 1989 abbia lasciato, in fondo, a metà del guado il processo penale con rito accusatorio: un processo di parti, dunque, in cui il pm resta tuttavia ben al di sopra delle altre parti. Lo scoppio di Tangentopoli, tre anni dopo, non è forse del tutto estraneo a quest'impasse.
È un Paese sconcertato. Dai troppi epigoni di Di Pietro, forse, e certo dalle tante invasioni di campo: come si coglie nei sondaggi degli ultimi vent'anni, con la fiducia nei magistrati che cala a picco tra gli elettori del centrodestra per effetto dei processi a Berlusconi, flette poi tra i supporter dell'Unione di Prodi quando i pm si concentrano sul fronte progressista, torna a salire nel centrosinistra tra il 2009 e il 2010, coi berlusconiani di nuovo al governo e nel mirino.
Pm come goleador. Questo moto pendolare del consenso, da uno schieramento all'altro, disegna l'incrinarsi di un rapporto. Ora gli italiani non si fidano ma tifano, si sceglie un pm come un goleador della propria squadra. Il tempo del consenso bipartisan è passato, il patrimonio di credibilità che accompagnò i pm di Milano nella primavera del '92 è dissipato per sempre. E la campana suona anche per noi giornalisti. Quasi un italiano su due ci chiede "più cautela" nel rivelare notizie riguardo persone sulle quali le indagini non sono ancora concluse. Il 48 per cento vorrebbe che se ne "valutassero le conseguenze". Una massima pericolosa se si fa filtro di convenienza politica, ineccepibile se diventa garanzia di umanità.

 

Le toghe fuori ruolo? Sono 200 come "ordina" la legge

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di Giovanni M. Jacobazzi

 

Il Dubbio, 22 marzo 2017

 

Gli incarichi ai magistrati previsti da un decreto del 2008: caso distinto da quello dei pm in politica. L'elenco di chi ha temporaneamente lasciato le funzioni giudiziarie per lavorare in ministeri o authority non è misterioso: si trova sul sito internet del Csm.
La polemica sollevata in queste ore dal capogruppo di Forza Italia alla Camera Renato Brunetta a proposito dei magistrati "fuori ruolo", ripresa poi acriticamente da molti giornali, rischia di confondere ancor di più le acque nel dibattito sul rapporto politica-magistratura, tanto da far perdere di vista il punto centrale della questione: il passaggio dalla funzione giudiziaria a quella legislativa o esecutiva, in aperta deroga al principio di separazione dei poteri.
I magistrati "fuori ruolo", cioè destinati a funzioni non giudiziarie, sono già disciplinati dalla legge 181 del 2008, con cui è stato convertito il decreto legge varato in quello stesso anno in materia di "Interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario". Nella tabella allegata alla legge citata, con cui è stata peraltro determinata in 10.151 unità la consistenza organica delle toghe, è previsto che 200 di loro siano destinate, appunto, a "funzioni non giudiziarie". Quindi presso i ministeri, la presidenza del Consiglio, le authority, e così via.
I magistrati vanno a ricoprire questi incarichi dopo un procedimento complesso che prevede il parere del Consiglio giudiziario della sede di appartenenza e una delibera del Csm, che valuta la professionalità del giudice e il positivo ritorno d'immagine per la magistratura rispetto all'attività che costui andrà a svolgere. Le norme attualmente stabiliscono anche la durata massima di questi incarichi. Va ricordato che Renato Brunetta, il quale ha anche chiesto al vicepresidente del Csm Giovanni Legnini quanti siano i magistrati fuori ruolo, specificando l'incarico svolto, quando venne approvata questa legge era ministro per la Pubblica amministrazione e per l'innovazione.
Il vero problema dunque non è quello di "normare" i magistrati che temporaneamente svolgono altre funzioni. Ma quello, invece, di stabilire criteri più severi per i magistrati che vengono eletti nelle assemblee politiche nazionali o locali, o che vengono nominati direttamente per ricoprire incarichi politici, come quello di assessore o di ministro. Oggi non esiste alcun periodo di "decantazione" per il magistrato che, terminato il proprio mandato politico, torni a rivestire la toga. Si può quindi passare dallo scranno di deputato a quello di giudice senza soluzione di continuità, con grave nocumento per l'immagine di terzietà.
Il vero "spartiacque", a tal proposito, sarà la decisione che la sezione disciplinare del Csm assumerà il prossimo 6 aprile su Michele Emiliano. Il candidato alla segreteria del Partito democratico è un magistrato che ha chiesto l'aspettativa per poter ricoprire l'incarico di presidente della Regione Puglia. Emiliano è iscritto da circa 10 anni al Pd, di cui è stato anche segretario, nonché presidente, regionale. Le norme sull'ordinamento giudiziario vietano espressamente alle toghe di iscriversi ai partiti politici. La singolarità del caso Emiliano è legata al fatto che l'iscrizione è avvenuta quando era già in aspettativa.
Ma come la legge approdata a Montecitorio, anche il suo caso può creare confusione: c'è differenza tra chi come il governatore è in aspettativa e chi assume per esempio l'incarico fuori ruolo di componente dell'ufficio legislativo di un ministero: quest'ultimo non deve mettersi in aspettativa e, come detto, la sua collocazione extra-giurisdizionale è addirittura prevista dalla legge. Duecento magistrati il cui elenco invocato da Brunetta è tutt'altro che introvabile: è on line sul sito del Csm.

 

Se il giudice non fa il giudice, guadagna di più

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di Renato Farina

 

Libero, 22 marzo 2017

 

Per la prima volta c'è l'elenco dei magistrati collocati fuori ruolo. Sono coloro che assunti mediante concorso per lavorare nei tribunali come pm o come giudici, fanno altro. Sono 221. Sono la crème della casta giudiziaria, invidiatissimi dai restanti 9.600 colleghi per una serie di ragioni. La prima è il soldo. La seconda è la carriera. La terza è semplicemente il potere. Il denaro.
In molti casi - non è ancora stato chiarito quali - essi sommano lo stipendio da magistrato a quello del nuovo incarico rivestito senza abbandonare la toga. In passato c'era da leccarsi i baffi, oggi la legge stabilisce il massimo in 240mila euro annui, che è sempre una paga non male. La carriera. Grazie a queste gite fuori porta, che si protraggono anche per molti anni, i fortunati accumulano meriti, poi fatti valere al rientro nel gruppone per incarichi direttivi e trasferimenti di prestigio.
Il potere. Ed è qui il vero gigantesco nodo abbastanza scorsoio che impicca la nostra vita pubblica e privata ai voleri di questa corporazione. Si scorra il catalogo, si osservi dove sono stati posizionati i magistrati. Essi finiscono a capeggiare gli uffici legislativi, o i gabinetti decisionali della Presidenza del Consiglio dei ministri, e a discendere di quasi tutti i ministeri: giustizia, esteri, economia, ambiente, beni culturali, lavoro, sviluppo economico.
Entrano come esperti nelle commissioni parlamentari antimafia, in quella sullo smaltimento dei rifiuti. Sono in Europa, all'Onu. Pervadono l'Olaf e l'Eulex che evitiamo accuratamente di sapere cosa siano, perché bisogna già sapere troppe cose. Ma di sicuro eccoli: i nostri magistrati. Sono anche in tutte le Authority indipendenti. Indipendenti da che? I deputati non possono entrarci, ovviamente e per fortuna. I magistrati le riempiono. Vanno e vengono. Soprattutto vanno, e ci restano: il tempo necessario per recuperare i tre malloppi di cui sopra; soldi, carriera, potere. Autorità anticorruzione, privacy, e via.
Stra-potere dentro lo Stato, dentro la politica, dentro l'amministrazione. Comandando strutture burocratiche, provvedendo a dirigere la elaborazione e la stesura delle leggi, ciò che spiega benissimo perché oggi la magistratura sia in cima alla graduatoria di chi sia la più bella istituzione del reame: tiene in pugno la Repubblica, ben al di là dell'ordinamento giudiziario, con uno scavalcamento tranquillo e legale dei confini che dovrebbero tenere separati i campi.
Balle. La magistratura domina ovviamente quello giudiziario, ma ha tra le mani le leve più delicate di quello legislativo ed esecutivo. Non stiamo parlando qui dei deputati e dei senatori che tengono la toga nel cassetto, in attesa di rimettersela in spalla. Quei casi sono conclamati. Ma è questo potente manipolo a determinare maggiormente lo squilibrio nefasto che ci affligge. Determinando oltretutto un conflitto di interessi pauroso.
Certo poi ci sono gli incarichi apparentemente pittoreschi: il magistrato distaccato in Albania, quello che sotto il suo titolo ha scritto "Marocco". Sono certo cose faticosissime e sudatissime, ma i militari li chiamerebbero imboscati: nelle ambasciate, nei palazzi delle grandi istituzioni internazionali.
Il merito di questa operazione trasparenza è del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura (Csm), che ha inviato l'elenco a Renato Brunetta. Il quale ha picchiato per giorni i pugni sul tavolo fino ad ottenere il catalogo delle toghe infrattate spesso in luoghi deliziosi, dove lavorano duramente senz'altro, ma non si capisce bene come siano state portate su da un ascensore che si è fermato proprio accanto a loro per portarli nell'empireo del potere reale, realissimo, quello fatto di virgole, di circolari interpretative, di commi e sotto commi.
Che poi - rientrati nei ranghi - saranno essi stessi ad applicare. Brunetta ha reso pubblica la sua conquista. E si appresta a chiedere analoghi elenchi alle altre magistrature. Ad esempio quella amministrativa (il Consiglio di Stato, i Tar!), militare, contabile e l'avvocatura dello Stato. Alla fine saranno più di trecento, non molto giovani, ma assai forti.

 

La polizia giudiziaria fuori controllo

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di Luigi Saraceni

 

Il Manifesto, 22 marzo 2017

 

Attenendosi ad un diffuso malcostume - secondo cui a ferragosto si pubblicano i provvedimenti che si vogliono sottrarre all'attenzione dell'opinione pubblica - il governo Renzi ha pubblicato il 19 agosto scorso il decreto legislativo n. 177 sulla "razionalizzazione delle funzioni di polizia e assorbimento del Corpo forestale dello Stato".
Nel provvedimento è stata introdotta alla chetichella una disposizione (art. 18, comma 5) che dice testualmente: "Il capo della polizia-direttore generale della pubblica sicurezza e i vertici delle altre Forze di polizia adottano apposite istruzioni attraverso cui i responsabili di ciascun presidio di polizia interessato, trasmettono alla propria scala gerarchica le notizie relative all'inoltro delle informative di reato all'autorità giudiziaria, indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale".
Detto in linguaggio comune, ciò significa che gli organi che svolgono funzioni di polizia giudiziaria non rispondono soltanto alla magistratura, come vuole l'articolo 109 della Costituzione, ma anche ai "superiori gerarchici", che non sono ufficiali di polizia giudiziaria, e tuttavia vanno informati delle indagini, in violazione del segreto investigativo previsto dal codice di procedura penale.
Com'è noto, i vertici gerarchici degli organi di polizia sono molto sensibili ai voleri dell'esecutivo, come dimostrano le recenti indagini sulla Consip, in cui alti ufficiali dei Carabinieri sono accusati di avere illecitamente rivelato agli interessati livelli politici l'installazione di microspie, poi prontamente rimosse.
La lesione del fondamentale articolo 109 della Costituzione, che ha lo scopo di sottrarre le indagini alle interferenze di poteri esterni a quello giudiziario, è dunque evidente.
Ed è aggravata da una circolare del Capo della Polizia emanata l'8 ottobre scorso, secondo la quale l'obbligo di comunicazione alla scala gerarchica riguarda non solo l'informativa di reato, ma tutto lo sviluppo delle successive indagini.
Si tratta di un salto all'indietro di alcuni decenni. C'erano volute battaglie di anni, dentro e fuori la magistratura, per tradurre in pratica il precetto costituzionale, finalmente poi accolto nel codice di procedura penale del 1989. Ora si torna al passato, nell'indifferenza generale, salvo l'iniziativa del Procuratore di Torino Armando Spataro, che in una direttiva ai colleghi sostituti prospetta la possibilità di sollevare un conflitto di attribuzioni davanti alla Consulta, per denunciare la contrarietà della disposizione renziana al dettato costituzionale.
Per il resto assoluto silenzio, in particolare della politica ed anche da parte di esponenti della cultura garantista. Neanche nel corso della discussione sulla sfiducia al ministro Lotti, alla presenza del serafico guardasigilli Andrea Orlando, si è levata alcuna voce sulla questione, da parte del Movimento 5 Stelle o di altri senatori garantisti. È un segno dei tempi. Pensate che cosa sarebbe successo se una norma del genere fosse stata varata dai governi Berlusconi.
Si sarebbe giustamente gridato alla lesione dello stato di diritto, a un attacco alla divisione dei poteri, a una indebita interferenza dell'esecutivo nell'esercizio indipendente della funzione giudiziaria. Ma, evidentemente, a Renzi è stato dunque consentito quello che non osava fare neanche Berlusconi. Su questo almeno i due sono diversi. Ora torna all'esame della Camera dei deputati la connessa legge delega sul processo penale, approvata a Palazzo Madama con il voto di fiducia che impedisce una vera discussione. Sarebbe perciò auspicabile una riflessione su una questione che è tutt'altro marginale.

 

"Mio padre ha un buco in gola e lo vogliono far morire in cella"

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di Valentina Stella

 

Il Dubbio, 22 marzo 2017

 

La denuncia della figlia di Vincenzo Stranieri, capo della Sacra Corona Unita. È in carcere dal 1984, ha un tumore alla laringe, senza corde vocali, tracheotomizzato e si nutre con una sonda inserita direttamente nello stomaco.
Immaginate un uomo con un tumore alla laringe, privo delle corde vocali, che ha da poco terminato diversi cicli di chemio e radio terapia, tracheotomizzato, sottoposto a nutrizione enterale, ovvero l'alimentazione tramite una sonda inserita praticando un foro direttamente nello stomaco, e con una polmonite con prognosi di guarigione di sei mesi.
Logica, buon senso e rispetto dei diritti del malato vorrebbero che questa persona fosse assistita a casa propria o in un reparto ospedaliero. Invece se al paziente X diamo il nome di Vincenzo Stranieri le ipotesi di cura svaniscono e lo troviamo chiuso in una cella, in isolamento, sottoposto al regime del 41 bis, nel carcere milanese di Opera. Vincenzo Stranieri è noto per essere il capo fondatore della Sacra Corona Unita in Puglia, dopo essere stato tra i prescelti di Raffaele Cutolo per istituire alla fine degli anni 70 la Nuova Grande Camorra Pugliese.
Stranieri entrò in carcere la prima volta a 15 anni ma il salto di qualità lo fece col sequestro di Annamaria Fusco, giovane maestra figlia dell'imprenditore Antonio Fusco, rimasta per sei mesi nelle mani dei suoi rapitori, prima di essere rilasciata dopo il pagamento di un ricco riscatto. Per questo nel 1984 Stranieri fu arrestato e da allora non ha più conosciuto un giorno di libertà.
Finisce al 41 bis appena viene istituito, ovvero 25 anni fa. Il suo passato di criminalità però, secondo sua figlia Anna, che si è sempre battuta per il padre, "non giustifica il trattamento che lo Stato gli sta riservando, si sta accanendo contro di lui e non si ferma neanche dinanzi a un gravissimo tumore.
Come ha certificato lo stesso direttore sanitario del carcere, mio padre ha una prognosi infausta a medio termine a causa di un carcinoma squamoso infiltrante della laringe", ossia siamo in presenza di un malato terminale: "vogliono fargli fare la stessa fine di Provenzano, aspettano che diventi un vegetale".
Il 16 marzo scorso, dalla lontana Manduria (Taranto), Anna va a Milano pensando di trovare suo padre in ospedale, tuttavia è in cella in condizioni disumane: "è diventato uno scheletro, ha un buco in gola con una cannula che deve chiudere con un dito per poter emettere suoni incomprensibili; l'ho visto come sempre attraverso il vetro, senza poterlo accarezzare; non gli hanno neanche fornito un campanello per chiamare qualcuno se ha bisogno, deve battere qualcosa contro la parete o sulle spranghe del letto nella speranza che un agente lo senta. Questo è il trattamento per un malato di tumore?".
Per l'avvocato Lorenzo Bullo, che insieme alla sua collega Cubitoso assiste Stranieri, "siamo in presenza di una vera e propria crudeltà. Il 41 bis è una norma nata dopo le stragi mafiose per dare il segno di una presenza forte dello Stato ma oggi si è trasformato in tortura. Inoltre Stranieri non è mai stato condannato per omicidio ma solo per sequestro di persona e associazione mafiosa finalizzata all' estorsione e traffico di stupefacenti. Sta pagando per fatti vecchissimi, oggi è una persona diversa".
Quale pericolosità sociale può avere un soggetto che è entrato in carcere quando aveva 23 anni, ora ne ha 56, ed è pure malato terminale? Come ci spiega nel dettaglio l'avvocato Bullo "la pena del mio assistito si sarebbe dovuta concludere a maggio 2016 ma, secondo quanto previsto dalla sentenza definitiva, restavano ancora da espiare due anni di misura di sicurezza in una colonia penale agricola, tramutati in "Casa lavoro" nella sezione del regime duro del carcere de L'Aquila". A L'Aquila però il lavoro non c'è per gli internati, come denunciato anche dalla radicale Rita Bernardini che a luglio scorso si rivolse al capo del Dap Santi Consolo proprio per porre rimedio alla situazione.
Aggravatesi le condizioni di salute Stranieri viene dunque trasferito nella struttura protetta di Milano "Santi Paolo e Carlo" per ricevere le cure adeguate e dove ha subìto un secondo intervento chirurgico: "è davvero un paradosso che il mio assistito si trovi in esecuzione di una misura di sicurezza detentiva della casa lavoro e sia contemporaneamente inidoneo a qualsiasi tipo di lavoro proprio per le sue condizioni di salute. È come dire a un malato terminale di lavorare". Per questo i legali hanno presentato varie istanze per chiedere la sospensione della misura di sicurezza e in subordine una misura di sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di Manduria per farlo curare presso l'ospedale oncologico Moscati di Taranto.
Risulta infatti evidente che Stranieri non potendo comunicare per mancanza delle corde vocali ed essendo fisicamente e psicologicamente provato dalla malattia e dalla lunga detenzione non può né lavorare né ritenersi pericoloso. Ed è anche per questo che proprio ieri l'avvocato Bullo ha presentato al ministro della Giustizia una integrazione alla istanza di revoca del 41 bis, allegando nuova documentazione medica, in quanto alla prima richiesta di ottobre e alla successiva di dicembre non c'era stata alcuna risposta.

 
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