Sabato 06 Febbraio 2016
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

 

Archivio storico

        

 

 

 

L'APPELLO DI RISTRETTI ORIZZONTI

 

Login



 

 

Un precedente non basta per negare la messa alla prova

PDF Stampa
Condividi

di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 4 febbraio 2016

 

Corte di cassazione - Sezione IV - Sentenza 3 febbraio 2016 n. 4526. Il giudice non può negare la sospensione del processo con messa alla prova solo sulla base di un precedente penale. La Cassazione, con la sentenza 4526 depositata ieri, accoglie un ricorso contro l'ordinanza con la quale il Tribunale, anche il virtù del parere contrario del Pubblico ministero, rigettava la richiesta di messa alla prova (legge 67/2014). Un no motivato dall'esistenza di "una recidiva specifica infra-quinquennale" che, secondo i giudici di primo grado, rendeva impossibile dare il via libera all'utilizzo del nuovo istituto.
La Suprema corte però la pensa diversamente. La Cassazione ricorda i tratti salienti della norma che, ai sensi dell'articolo 167 bis del codice penale, si può applicare ai reati con un tetto di pena di 4 anni, o ai delitti citati dall'articolo 550 del codice di rito:?dalla rissa aggravata al furto aggravato, dalla resistenza al pubblico ufficiale alla violazione di sigilli. Il via libera alla sospensione del procedimento, in vista dell'affidamento al servizio sociale e dello svolgimento di un lavoro di pubblica utilità, è disposto dal giudice che "in base ai parametri dettati dall'articolo 133 del codice civile, reputa idoneo il programma di trattamento presentato e ritiene che l'imputato si asterrà dal commettere altri reati".
L'articolo 133 del codice penale elenca gli indici rivelatori della gravità del reato che il giudice deve valutare per aprire o meno alla messa alla prova. Fra questi ci sono la natura del crimine commesso, la gravità del danno arrecato alla vittima, il grado di colpa o l'intensità del dolo. Sempre lo stesso articolo sposta poi l'attenzione sulla capacità di delinquere, che va desunta: dal carattere del reo, dai motivi che lo hanno spinto a "trasgredire", dalle sue condizioni di vita familiare e sociale e dai precedenti penali e giudiziari. Nel caso esaminato il Tribunale - sottolinea la Cassazione - ha respinto la richiesta dell'imputato prendendo in considerazione solo il precedente penale. Ma il riferimento ad uno solo dei molteplici indici previsti dal codice non basta a legittimare il no.

 

Arresti domiciliari, è evasione l'uscire per fare la spesa

PDF Stampa
Condividi

di Andrea A. Moramarco

 

Il Sole 24 Ore, 4 febbraio 2016

 

Corte d'appello di Taranto, sezione penale, sentenza 18 luglio 2015, n. 478. Chi si trova agli arresti domiciliari non può assolutamente allontanarsi dall'abitazione in assenza di autorizzazione da parte del giudice, nemmeno per andare a fare la spesa al supermercato. Lo ha deciso la Corte d'appello di Taranto che ha confermato la condanna per un detenuto agli arresti domiciliari, sorpreso dai Carabinieri in prossimità della propria casa con in mano buste contenenti generi alimentari. A nulla è valsa come giustificazione la necessità di comprare alimenti per la sua sopravvivenza.

 

I reati tributari al capolinea

PDF Stampa
Condividi

di Claudia Marinozzi

 

Italia Oggi, 4 febbraio 2016

 

Niente penale per le condotte dei contribuenti che non integrano le fattispecie di reato così come oggi "revisionate". La sezione penale della Corte di cassazione, infatti, sta pronunciando le prime sentenze con le quali esclude la configurazione dei reati per condotte integranti i reati come delineati dalla vecchia normativa.
Le decisioni della Corte di cassazione. Con la revisione del sistema penal-tributario, tra l'altro, sono state innalzate le soglie di rilevanza penale per i reati di dichiarazione infedele (art. 4 dlgs 74/2000) e di omesso versamento dell'Iva (art. 10-ter dlgs 74/2000). Prima dell'entrata in vigore del dlgs 158/2015 le fattispecie delittuose in commento si configuravano qualora, oltre ad altri specifici elementi richiesti da ciascuna norma, il contribuente rispettivamente evadesse imposte per un importo superiore a euro 50 mila o omettesse di versare l'Iva per euro 50 mila. Dal 22 ottobre 2015, invece, tali reati si configurano qualora il contribuente evada imposte per il maggior importo di euro 150 mila e ometta il versamento dell'Iva per euro 250 mila. In virtù dell'operare del principio del favor rei la Corte di cassazione ha escluso che le condotte dei contribuenti, seppure integranti le fattispecie di reato in ragione delle norme in vigore al momento della commissione del fatto, abbiano oggi rilevanza penale alla luce delle nuove disposizioni, ciò in quanto le condotte tenute non superano le soglie attualmente rilevanti ai fini dell'integrazione del reato (Cass. 891/2016 e 3098/2016). Anche con riferimento al reato di dichiarazione infedele conseguente a comportamenti ritenuti abusivi/elusivi, ascritti al contribuente per condotte tenute prima dell'entrata in vigore del nuovo art. 10-bis dello Statuto del contribuente, la Corte di cassazione ha affermato che questo non può essere oggi contestato all'imputato in quanto per espressa previsione normativa è esclusa la rilevanza penale delle fattispecie di abuso/elusione (Cass. 3876/2016 e 40272/2015).
Le linee guida della revisione del sistema penal-tributario. L'art. 8 della legge 23/2014 ha "delegato (il governo) a procedere alla revisione del sistema sanzionatorio penal-tributario secondo criteri di predeterminazione e proporzionalità rispetto alla gravità dei comportamenti". Con tale disposizione, inoltre, il governo è stato chiamato "all'individuazione dei confini fra la fattispecie di elusione ed evasione fiscale e delle relative conseguenze sanzionatorie". Con il titolo I del dlgs 158/2015 da un lato è stata rafforzata la tutela verso comportamenti fraudolenti, simulatori o finalizzati alla creazione e all'utilizzo di documentazione falsa (punibili con la pena detentiva da un minimo di sei mesi a un massimo di sei anni) dall'altro sono state mitigate le risposte sanzionatorie penali per i fatti privi di connotati di fraudolenza in senso oggettivo. Con il dlgs 128/2015, e in particolare con l'art. 1, è stata introdotta la nuova fattispecie di abuso/elusione e con riferimento agli aspetti sanzionatori è stato previsto che "le operazioni abusive non danno luogo a fatti punibili ai sensi delle leggi penali tributarie" ferma restando l'applicazione delle sanzioni amministrative.
Il favor rei. L'art. 2 del codice penale, prevede tra l'altro, che "nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore non costituisce reato". Ciò sta a significare che qualora un contribuente fosse stato incriminato sulla base delle vecchie disposizioni del dlsg 74/2000 per condotte oggi non più integranti reato questo non può più essere perseguito penalmente.

 

Il Riesame deve ridurre il sequestro se eccede il profitto

PDF Stampa
Condividi

di Alessandro Galimberti

 

Il Sole 24 Ore, 4 febbraio 2016

 

Corte di cassazione - Sentenza 4567/2016. Il decreto che dispone il giudizio penale non ha efficacia preclusiva sulla determinazione della somma da sottoporre a sequestro preventivo.
Pertanto se il giudice ha sbagliato la quantificazione del prezzo o del profitto del reato, il Riesame ha il potere/dovere di rettificare il perimetro del provvedimento ablativo. Con la sentenza 4567/16 - depositata ieri - la Quarta penale della Cassazione è tornata per la seconda volta a esprimersi sull'indagine per frode fiscale contro una Srl unipersonale di Perugia. Nel maggio scorso il Gip umbro aveva sequestrato, a fini di confisca, beni per il controvalore di circa 650mila euro, somma corrispondente alle contestazioni della procura relative a operazioni soggettivamente e oggettivamente false. Dopo un primo ricorso di legittimità contro l'ordinanza confermativa del Riesame, i magistrati perugini avevano dissequestrato un conto corrente e due vetture dell'azienda, mantenendo però sostanzialmente inalterato l'impianto del provvedimento, nuovamente impugnato davanti alla Cassazione.
Secondo i giudici di merito, in sostanza, in questa fase cautelare "il profitto dei reati deve essere individuato (...) con riferimento agli importi indicati nei capi di imputazione, perché l'individuazione degli importi, e quindi anche il superamento della soglia di punibilità, sono strettamente collegati al fumus". Motivazione che il Riesame, tra l'altro, lega indissolubilmente alla decisione "presa nel contraddittorio delle parti nel giudizio di merito" e pertanto "il decreto che dispone il giudizio ha la stessa efficacia preclusiva".
Per la Quarta penale, però, questa motivazione contiene un errore di diritto. Se è pur vero che il Riesame "non deve accertare, ai fini del rispetto del principio di proporzionalità, l'esatta corrispondenza tra profitto del reato e "quantum" sottoposto a vincolo cautelare", è allo stesso tempo doveroso che in questa sede sia valutata la "non esorbitanza del valore dei beni sequestrati rispetto al credito garantito". E, considerando poi che in tema di reati tributari il sequestro finalizzato alla confisca per equivalente (articolo 1 comma 143 legge 244/2007) va riferito all'ammontare dell'imposta evasa - riconducibile alla nozione di "profitto del reato" - il giudice di appello avrebbe dovuto tenere in miglior considerazione le argomentazioni della difesa che, calcolando l'imposta evasa compresi interessi e sanzioni, aveva disegnato un perimetro ablativo cautelare ridotto del 50% rispetto alla misura per due volte adottata a Perugia. Annullando nuovamente l'ordinanza di sequestro, la Quarta sezione penale sottolinea inoltre che il giudice del rinvio dovrà operare una diligente valutazione sul valore dei beni sequestrati, appunto per verificare il rispetto del principio di proporzionalità tra il credito fiscale garantito e il patrimonio assoggettato a vincolo cautelare, ed evitare così che la misura si riveli "eccessiva nei confronti del destinatario".

 

Inps, "indebita percezione" e non "truffa" per la falsa compensazione dei contributi

PDF Stampa
Condividi

di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 4 febbraio 2016

 

Corte di cassazione - Sezione II penale - Sentenza 3 febbraio 2016 n. 4404. Non scatta il reato di "truffa" bensì quello più lieve di "indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato" per il datore di lavoro che inganni l'Inps dichiarando di aver corrisposto ai propri dipendenti somme a titolo di indennità per malattia, assegni familiari e Cigs, al solo fine di compensarle con i contributi previdenziali e assistenziali dovuti. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 4404/2016, accogliendo il ricorso di un imprenditore di L'Aquila.
In appello, il ricorrente, amministratore unico di una Srl, era stato invece condannato per truffa per avere posto in essere "artifizi e raggiri" conguagliando indebitamente i contributi con le somme dovute per trattamenti previdenziali ed assistenziali, in realtà mai corrisposte, così inducendo in errore l'Inps e procurandosi un ingiusto profitto di 4.453 euro. Nella propria difesa l'imprenditore aveva sostenuto di essere caduto in un "mero errore" avendo esposto nella denuncia contributiva non già le somme corrisposte ma quelle ancora da corrispondere. Tuttavia, trattandosi di un credito effettivamente esistente ed avendo egli l'obbligo di anticipare ai lavoratori quanto ad essi dovuto per conto dell'Inps, non vi sarebbe stato alcun raggiro né danno patrimoniale per l'Ente.
In passato la giurisprudenza è stata oscillante: rubricando la fattispecie ora come truffa ora come appropriazione indebita; tuttavia nel 2007 le Sezioni unite (sentenza n. 16568) hanno ascritto all'articolo 316-ter "le condotte alle quali non consegua un'induzione in errore per l'ente erogatore". E nel 2010, sempre le S.U. (n. 7537) hanno chiarito che l'indebita percezione "punisce condotte decettive non incluse nella fattispecie di truffa, caratterizzate (oltre che dal silenzio antidoveroso) da false dichiarazioni o dall'uso di atti o documenti falsi, ma nelle quali l'erogazione non discende da una falsa rappresentazione dei suoi presupposti da parte dell'ente pubblico erogatore, che non viene indotto in errore perché in realtà si rappresenta correttamente solo l'esistenza della formale attestazione del richiedente". E fra di esse "rientrano tutte le attività di contribuzione ascrivibili a tali enti, non soltanto attraverso l'elargizione di una somma di danaro ma pure attraverso la concessione dell'esenzione dal pagamento di una somma agli stessi dovuta", nel caso si trattava dell'esenzione dal ticket per prestazioni sanitarie.
Dunque, prosegue la sentenza, ciò che è richiesto "è l'utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere (ovvero l'omissione di informazioni dovute) da cui derivi il conseguimento indebito di erogazioni da parte dello Stato o di altri enti pubblici o delle Comunità Europee, da cui derivi cioè il conseguimento di erogazioni cui non si ha diritto". E questo sia che si tratti dell'ottenimento di una somma che dell'esenzione da un pagamento. Infine, precisa la Corte, il reato si è consumato nel momento in cui il datore di lavoro ha versato all'Inps (sulla base dei dati indicati sui modelli DM10) i contributi ridotti per effetto del conguaglio cui non aveva diritto, "venendo così - tramite il mancato pagamento di quanto altrimenti dovuto - a percepire indebitamente l'erogazione dell'ente pubblico". Altra cosa, conclude la Corte, è invece il reato di "indebita compensazione" previsto dall'articolo 10 quater del Dlgs 74/2000, riguardando esso esclusivamente l'ambito tributario.

 
<< Inizio < 1 2 3 4 5 6 7 9 > Fine >>

 

 


 

 

01

 

 

01

 

 

 

progetto_carcere_scuole

 

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it