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Rovigo: Pegoraro (Cgil); il personale scarseggia, urge l'operatività del nuovo carcere

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di Marta Bellini

 

Rovigo Oggi, 5 luglio 2015

 

L'onorevole Diego Crivellari ha fatto vista alla Casa circondariale di via Verdi assieme a Giampietro Pegoraro della Cgil, e lancia l'allarme sulla carenza dei dipendenti e delle condizioni di vita dei detenuti. Il segretario Giampietro Pegoraro e l'onorevole polesano Diego Crivellari invitano ad accelerare i tempi per il trasferimento dei detenuti nel nuovo carcere che conterebbe 250 persone controllate da circa 160 poliziotti e personale amministrativo.

È di qualche settimana fa la notizia dei due agenti della Penitenziaria che son dovuti ricorrere alle cure del pronto soccorso dopo esser stati malmenati da un detenuto tunisino e l'onorevole Diego Crivellari non ha perso un secondo per fare una visita nella mattinata di venerdì 3 luglio in casa circondariale.

Oltre all'episodio la visita è avvenuta in virtù del fatto che c'è una emergenza all'interno della struttura, sia dal punto di vista del personale che delle condizioni di vita dei detenuti. A fornire i dettagli è Giampietro Pegoraro, rappresentante della funzione Pubblica Cgil di Rovigo: "Su un totale di 62 unità 35 svolgono il servizio - commenta - basta pensare che 17 poliziotti sono assenti per malattia a lunga degenza compreso il comandante del reparto, sette sono in congedo ordinario, un congedo straordinario, due sono i maternità, c'è una fiamma azzurra, tre distacchi di cui due al gruppo operativo mobile e uno per motivi famigliari e due poliziotti sono parzialmente inidonei al servizio".

Con questa carenza di personale alcune attività, per i 60 dei 108 detenuti, sono costrette a chiudere, come la saletta, i corsi e le attività educative e ricreative e "si sta facendo persino fatica a garantire loro le otto ore fuori dalla cella".

L'onorevole e il segretario non tralasciano però come il problema dell'attuale casa circondariale sia essenzialmente la struttura: "L'attesa del nuovo carcere, costruito con una idea progettuale diversa più matura e moderna rispetto a quella ereditata in via Verdi, diventa prioritaria ed urgente. Mi auguro che venga accelerato il più possibile il trasferimento dal centro storico al nuovo carcere che sarà aperto da dicembre e rivolgo quindi l'invito anche alla nuova amministrazione. Parliamo pur sempre di una nuova struttura da oltre duecento detenuti e circa 160 agenti di polizia penitenziaria".

 

Napoli: quando Emanuele Sibilio a Nisida diceva "da grande farò il giornalista"

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di Giuliana Covella

 

Il Mattino, 5 luglio 2015

 

Nel 2012, a 17 anni, in comunità. L'accusa di Ciambriello: "Fuori ha trovato il deserto".

"La camorra è un sistema dove comanda esclusivamente la legge del più forte. I camorristi? Sono i m prenditori che riescono a "coltivare" molti minori, li crescono, li fanno diventare ras emergenti, si prendono cura di loro e li sostengono economicamente. Io tutto questo l'ho capito bene e sto pagando gli errori commessi".

Sembra il tema di un ragazzo qualunque. Ma lui, Emanuele Sibilio, un ragazzo qualunque non lo era. Scriveva queste riflessioni sul numero di novembre-dicembre 2012 del giornalino della Comunità di Nisida. Aveva appena 17 anni quello che anche gli investigatori hanno definito un "boss emergente". Eppure Emanuele, che avrebbe compiuto vent'anni il prossimo ottobre, avrebbe potuto cambiare vita, se qualcuno poche sere fa non lo avesse colpito alla schiena con una pallottola in via Oronzio Costa. Il "baby boss", come lo hanno etichettato, fino a tre anni fa aveva un sogno: diventare giornalista. Ma dopo la fine del percorso rieducativo a Nisida, Emanuele è piombato di nuovo in quell'inferno dove oggi i ragazzini si atteggiano a capi clan. Così è stato per Sibilio, come raccontano gli operatori che lo hanno seguito nel periodo della detenzione e come si vede in un video mandato in onda ieri sera da Televomero nel corso della trasmissione condotta da Samuele Ciambriello.

"Era entrato in comunità a 16 anni - ricorda Serena Capozzi, la sua educatrice della cooperativa II Quadrifoglio. Partecipava a molte attività, tra cui una nel settore biologico a Città della Scienza, dove stava preparando uno studio sulle formiche. Da noi fece anche la Prima Comunione, ma soprattutto diventò uno dei cronisti di punta del nostro web tg che, con la redazione, raccontava la città, andando in giro per le strade di Napoli, previa autorizzazione del magi-strato. Il suo sogno? Diventare un giornalista. In un suo scritto, in particolare, un mese prima che finisse il periodo di reclusione, raccontava di essere felice di essere maturato grazie a questa esperienza, ma di avere paura del male che c'era fuori".

Il problema per Emanuele, come per tanti suoi coetanei, è stato proprio l'uscita da Nisida. Come denuncia Samuele Ciambriello, presidente dell'associazione La Mansarda ed ex educatore di Sibilio: "Ha trovato la morte perché una volta fuori non ci sono stati a salvarlo i servizi sociali e le istituzioni. A dicembre 2012 Emanuele mi ha fatto un'intervista sotto la Galleria Umberto a Napoli - racconta Ciambriello, fondatore della comunità Il Ponte nel 1989, che dal 2003 diventò Il Quadrifoglio, gestendo le attività coi minori di Nisida insieme al Dipartimento di giustizia minorile - ed era il risultato delle tante esperienze che i ragazzi fanno con noi. Ma una volta tornato a Forcella, cosa gli hanno offerto? È stato abbandonato, nessuno lo ha seguito e lo Stato, oggi, decide di chiudere le attività della comunità di una struttura come Nisida? Ecco perché Sibilio è morto, perché fuori questi ragazzi sono abbandonati a loro stessi".

 

Trapani: Maria Concetta ha la fedina penale pulita, licenziata perché è nipote di Riina

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di Riccardo Lo Verso

 

livesicilia.it, 5 luglio 2015

 

Maria Concetta ha 39 anni, di cui dieci trascorsi in una concessionaria di macchine a Marsala. Faceva la segretaria. "Fedina penale immacolata, mai sfiorata da ombre", dice il suo avvocato. Eppure il prefetto parla di "inquietante presenza". È scattata l'informativa interdittiva per il suo datore di lavoro, che l'ha licenziata "nonostante la sua correttezza professionale".

Licenziata per il cognome che porta. Perché Maria Concetta è una Riina. È nipote di Totò e figlia di Gaetano, il fratello del capo dei capi, pure lui condannato per mafia. Essere una Riina rappresenta una "giusta causa" di licenziamento.

Maria Concetta ha 39 anni di cui dieci trascorsi alle dipendenze del titolare di una concessionaria di macchine a Marsala. Fa, o meglio, faceva la segretaria. "Fedina penale immacolata, mai indagata, mai sfiorata da ombre", ricorda con amarezza il suo legale, l'avvocato Giuseppe La Barbera, seppure sia quantomeno ipotizzabile che ai Riina, e chissà fino a quale grado di parentela, gli investigatori abbiano fatto uno screening tanto necessario e doveroso quanto profondo.

Ora accade che la prefettura di Trapani emetta un'interdittiva nei confronti del suo datore di lavoro che è anche legale rappresentante di una società immobiliare. "La inquietante presenza nell'azienda della citata signora Riina - si legge nel documento della Prefettura - fa ritenere possibile una sorta di riverenza da parte del titolare nei confronti dell'organizzazione mafiosa ovvero una forma di cointeressenza della stessa organizzazione tale da determinare un'oggettiva e qualificata possibilità di permeabilità mafiosa anche della società immobiliare".

Secondo l'interpretazione prefettizia, dunque, la presenza di Maria Concetta Riina in azienda rientra nei casi previsti dal codice antimafia che, a partire dal 2011, ha voluto con la "informazione antimafia interdittiva" creare un argine contro le infiltrazioni della criminalità organizzata. Il prefetto Leopoldo Falco ha fatto suo "il prevalente e consolidato orientamento giurisprudenziale", secondo cui "la cautela antimafia non mira all'accertamento di responsabilità, ma si colloca come forma di massima anticipazione dell'azione di prevenzione... tanto è vero che assumono rilievo per legge, fatti e vicende anche solo sintomatici e indiziari, al di là dell'individuazione di responsabilità penali".

Risultato: con la Riina in organico niente "liberatoria antimafia". E senza liberatoria si resta tagliati fuori dal mercato. A mali estremi rimedi estremi: il titolare ha dovuto mandare a casa Maria Concetta Riina. Nella lettera spedita alla sua ormai ex dipendente scrive che "si vede costretto a licenziarla, nonostante abbia apprezzato nel tempo le sue doti e correttezza professionale". Insomma, Maria Concetta Riina è stata una brava lavoratrice, ma bisogna allontanare ogni sospetto di mafiosità.

Nel frattempo, però, il titolare ha impugnato l'interdittiva davanti al Tar. Senza esserci alcuna sudditanza psicologica verso un cognome pesante o chissà quale logica di connivenza, tagliano corto i legali. "Siamo di fronte ad un problema sociale - spiega l'avvocato Stefano Pellegrino che assiste la società assieme a Giuseppe Bilello e Daniela Ferrari - perché sociale è il rischio che deriva dall'esasperazione del concetto di antimafia. Nessuna voglia di aggirare le regole, nessuna giustificazione ai comportamenti illeciti che devono essere perseguiti. L'economia in Sicilia rischia, però, di essere messa in ginocchio da questo rigore eccessivo".

Chi usa parole dure è l'avvocato La Barbera che si dice "sconvolto dalla violenza con cui si applicano le norme dello Stato. Le leggi, volute come scudo di difesa, diventano armi letali. La signora è stata licenziata e una famiglia privata dell'unica fonte di reddito per la sola colpa di chiamarsi Riina. Prendiamo atto che in Italia esiste, oltre all'aggravante mafiosa, anche quella per il cognome che si porta". Quindi l'affondo: "Se lo Stato toglie alla signora Riina la possibilità di lavorare allora le garantisca un sostentamento economico".

 

Termoli: dal Rotary club gesto di solidarietà per aiutare il recupero dei detenuti

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termolionline.it, 5 luglio 2015

 

Il presidente del Rotary club di Termoli, l'avvocato Michele Di Tomasso, l'ha definita una goccia nel mare, ma ce ne fossero di simili gesti. A conclusione dell'agenda di impegni e service dell'anno sociale 2014-2015, il Rotary club di Termoli ha deciso di contribuire alla nobile causa dell'associazione Iktus Onlus, presieduta da don Benito Giorgetta, che sta realizzando il mirabile progetto della casa famiglia, valorizzando al massimo la donazione effettuata da Lucia e Bernardo Bertolino, in contrada Chiancate, località dell'agro di Guglionesi al confine con Termoli.

Una destinazione benefica che evidenzia il valore solidale dell'attività rotariana, da sempre improntata al servizio al di sopra di ogni interesse personale. Alla cerimonia di consegna, avvenuta proprio nella proprietà in cui presto sorgerà e sarà consacrata una chiesa, c'erano il presidente Michele Di Tomasso, il presidente incoming Lino Bianconi, il prefetto Basilio Ciucci, il vicepresidente Emilio Travaglini e il futuro presidente del Rotaract Gerry Carotenuto. Un gesto non solo simbolico, compiuto davanti ai detenuti ospiti del regime di semi libertà. Il Rotary club ha chiuso così l'ultimo service di un anno importante, dove si è davvero agito al di sopra di ogni interesse personale.

"Questo rappresenta l'ultimo service del mio anno di presidenza - ha rivelato Di Tomasso - passaggio ideale alla presidenza Bianconi e penso che chiudiamo in bellezza, nel pieno rispetto di quelli che sono i nostri ideali. Abbiamo selezionato la Onlus Iktus di don Benito per l'attività meritoria rivolta alla comunità termolese e pensiamo che questa donazione possa essere una goccia nel mare delle necessità di questa comunità ma che sicuramente darà agli ospiti un futuro migliore. Un'attenzione che il Rotary ha per il suo territorio di riferimento. Abbiamo voluto focalizzare la nostra opera su chi quotidianamente si adopera a Termoli e nell'immediato hinterland, perché molto spesso guardiamo lontano ma dimentichiamo chi ci sta vicino".

Il presidente della Onlus Iktus, don Benito Giorgetta, ha accolto con estremo favore la donazione. "È ancora un gesto di sensibilità nei nostri confronti e ringraziamo per i benefici che porteranno per coloro che sono ospiti di questa nostra struttura al di là di quello che può essere l'importo di un assegno è il gesto della solidarietà umana che apprezziamo, valorizziamo e ringraziamo". In ogni caso il contributo servirà per l'acquisto di un frigorifero industriale. Nel sopralluogo alla struttura abbiamo notato come la casa famiglia già può contare su capi di allevamento, come capre, pollame etc.

 

Taranto: che festa nel carcere per la visita di Marco Pannella!

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di Anna Briganti

 

Il Garantista, 5 luglio 2015

 

Picchetto d'onore come accoglienza all'ingresso della Casa circondariale; file interminabili per poterlo salutare e per farsi riconoscere, anche a costo di scavare nella lontana memoria di entrambi aggrappandosi ai ricordi più lontani; detenuti letteralmente impazziti vedendolo passare; e lui paziente, disponibile, desideroso di ascoltarli tutti, uno ad uno, nonostante la stanchezza dei suoi 85 anni.

Era il 30 giugno, era san Basilide, santo protettore della Polizia penitenziaria, era la festa del precoce addio alla magistratura del dott. Massimo Brandimarte, Magistrato di sorveglianza del carcere di Taranto: ma la vera festa, a mio avviso, era per Marco Pannella.

Non è facile materializzare attraverso le parole le emozioni e le sensazioni percepite durante quella giornata, In un contesto politico come quello attuale, in cui i contenuti della politica passano attraverso slogan populisti, in cui i politici stessi non avendo contenuti di sostanza sono personaggi del momento, usa e getta, di cui si fa fatica a ricordare nomi e volti, fa strano vedere che il leader del partito più vecchio d'Italia, dell'unico partito politico che versa in gravi condizioni economiche tanto da costringere il tesoriere a licenziare gli ultimi 8 dipendenti, del partito politico che da decenni è letteralmente oscurato e ignorato da tutte le Tv nazionali, quel leader sia considerato un mito non solo dai detenuti ma anche dagli agenti della polizia penitenziaria e, perché no, anche da una parte della magistratura e dell'avvocatura italiana.

Per me, che non posso vantare lunghi anni di militanza radicale, che purtroppo non ho vissuto gli anni dei 40.000 iscritti, gli anni di Enzo Tortora, non è facile comprendere la genialità dell'uomo politico Marco Pannella se non dopo aver goduto di quelle poche ore con lui. Comprendo adesso le parole del nostro compagno Sergio D'Elia quando ci dice che la nostra ricchezza è immateriale, è "altra" rispetto al denaro, che dobbiamo concentrare le nostre energie nel rinnovare e accrescere quel patrimonio storico, culturale e politico che ha fatto dei radicali il mito riconosciuto in Marco Pannella.

 
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