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Giustizia: la svolta Democratica, da giustizialisti a garantisti (solo per interesse)

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di Massimo Franco

 

Corriere della Sera, 30 luglio 2015

 

A sconcertare non è tanto il "no" all'arresto del parlamentare del Nuovo centrodestra, Antonio Azzollini, deciso ieri dal Senato. Colpisce soprattutto la sensazione che il destino giudiziario di una persona dipenda dal momento politico, al di là del merito delle imputazioni.

Il sospetto è che il Parlamento sia condizionato dall'onda emotiva e demagogica provocata dalle sue scelte; o, come ieri, dagli equilibri di una maggioranza. Il risultato è il trionfo di un doppio standard nel quale non si capisce più quanto contino le garanzie e la giustizia, e quanto la realpolitik nel significato più crudo del termine.

È un'incertezza sottolineata dal comportamento tenuto ieri dal Pd. Di colpo, è come se fosse finita la "fase eroica" di Matteo Renzi; e cominciato il confronto con la realtà dura di equilibri di maggioranza precari, che la "libertà di coscienza" offerta ai senatori non riesce a velare a sufficienza. Un anno fa, probabilmente il presidente del Consiglio avrebbe liquidato la pratica Azzollini con un perentorio pollice verso. Ma era un'altra epoca politica. Oggi, il suo non è il Pd feroce e vincente delle elezioni europee del 2014. È, invece, quello ammaccato dalle Regionali di maggio, dai ballottaggi di metà giugno e dagli scandali in alcune giunte locali. Si tratta di un partito lacerato da una faida interna senza fine, che mostra il governo in bilico proprio al Senato: quello che Renzi vorrebbe riformare e depotenziare.

L'esito di ieri va dunque analizzato politicamente. È l'unico modo per spiegare perché il grosso del Pd abbia votato "sì" all'arresto in commissione, per poi smentirsi in Aula; e perché abbia usato due pesi e due misure rispetto al recente passato. È chiaro che se avesse prevalso la logica applicata in alcuni casi simili alla Camera, l'esecutivo avrebbe corso seri rischi. Il partito di Angelino Alfano sa quanto i suoi voti siano indispensabili a Palazzo Chigi per sopravvivere. "Rottamazione" oggi è una parola con un'eco ambigua.

Appartiene agli inizi del renzismo, quando si trattava di conquistare il potere e dare segnali radicali di cambiamento. Ora il comandamento è la stabilità. E il premier non ha altra scelta se non quella di scendere a compromessi, favorito da opposizioni chiassose e inconcludenti; e obbligato dalla necessità di tenere conto di rapporti di forza fragili. L'imbarazzo espresso dopo il voto da alcuni esponenti del Pd non deve sorprendere. Rispecchia lo stupore di chi è stato spiazzato dalle contraddizioni e le giravolte del proprio partito.

È un comportamento parlamentare da spiegare agli elettori: tanto più nel momento in cui il governo riceve l'appoggio di Denis Verdini e dei suoi transfughi berlusconiani. Per questo il vicesegretario, Debora Serracchiani, sostiene che bisogna "chiedere scusa". Dietro commenti come il suo si indovina anche l'irritazione per il regalo involontario fatto alla minoranza interna, che invece pare abbia votato con Movimento 5 Stelle e Lega.

Ma l'altro vicesegretario, Lorenzo Guerini, rivendica il "no" e il diritto a decidere dopo aver letto le carte processuali. Gli avversari insinuano malignamente che ieri Renzi ha fatto la prova generale del "partito della Nazione". Vorrebbe dire che ha già optato per un asse trasversale moderato. Ma la conclusione appare prematura. L'impressione è di avere assistito ad una pagina ordinaria di storia parlamentare: un episodio destinato a sottolineare le difficoltà di una strategia ambiziosa che i numeri rischiano di rendere velleitaria; e dell'ennesimo scontro tra politica e magistratura, che il Parlamento stavolta risolve non assecondando i giudici ma rivendicando a scrutinio segreto la propria autonomia.

Un atteggiamento dettato da convinzione o da calcolo? La domanda ineludibile è come mai il Pd "giustizialista" di alcuni mesi fa sia diventato di colpo "garantista". Le risposte possono essere molte. La più naturale è che Renzi non può rischiare una rottura con gli alleati. Rimane da capire se sia frutto di maturità o di debolezza.

 

Giustizia: no all'arresto di Azzollini, segno di garantismo e sconfitta della minoranza dem

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di Sveva Biocca

 

Italia Oggi, 30 luglio 2015

 

Con 189 voti contrari, 96 favorevoli e 17 astenuti, l'assemblea del Senato ha respinto la richiesta di arresto formulata dalla procura di Trani nei confronti del senatore Ncd-Area Popolare, Antonio Azzollini, nell'ambito dell'inchiesta sul crac della casa di cura della Divina Provvidenza di Bisceglie.

Il voto segreto ha ribaltato la posizione espressa dalla giunta per le immunità che a maggioranza aveva votato a favore della richiesta di arresto. Il Pd ha lasciato libertà di scelta e i voti democrat sono stati decisivi. Una scelta - quella dei vertici del Pd renziano - apprezzata da Peppino Caldarola, giornalista di lungo corso, saggista ed editorialista, già direttore dell'Unità.

 

Domanda. Caldarola, il "No" del Pd può essere visto come la fine del giustizialismo di sinistra?

Risposta. Quello di sinistra no, ma la verità è che il Pd di Renzi non è mai stato giustizialista, bisogna dargliene atto. È vero però che, negli ultimi mesi, è stato molto ondivago. Il "No" è una scelta ragionevole, come lo è quella di far valere sempre un voto individuale e non di partito.

 

D. Dice ondivago perché si riferisce al caso Genovese? Francantonio Genovese, senatore Pd, indagato per truffa e peculato e arrestato a seguito dell'autorizzazione, votata anche dal PD, della Giunta per le autorizzazioni nel marzo 2014.

R. Anche, ma bisogna fare riferimento non solo ai casi di limitazione delle libertà personali. Ad esempio il comportamento giustizialista che ha avuto il Pd per il caso Lupi (l'ex ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, dimessosi nel marzo 2015 in seguito a forti pressioni pubbliche ricevute dal premier Renzi) non è stato lo stesso per altri casi ancora peggiori: serve una linea continuativa. Allora sì, il Pd di Renzi si potrà dire garantista.

 

D. Perché, in questo caso, ritiene che il "No" sia stata una scelta ragionevole?

R. Perché non sussistono i requisiti per una carcerazione preventiva, vale a dire quelli di inquinamento delle prove, della reiterazione del reato e della fuga dell'imputato. Ma questa è una mia opinione. La decisione dei senatori, lasciata loro la libertà di coscienza, volge sempre verso l'assoluzione sia per legami personali che per un generalizzato sentimento persecutorio da parte della magistratura. Poi, volendo essere garantisti anche nei loro confronti, diciamo che si sono letti le carte.

 

D. E poi, nel caso Azzollini, non ha avuto un peso anche la volontà del vertice del Pd di non esacerbare i rapporti con il Nuovo centrodestra?

R. Certamente. Renzi non può permettersi una prova di forza da parte dell'Ncd e così sia lui che Alfano possono tirare un respiro di sollievo.

 

D. E la sinistra Pd?

R. La sinistra Pd, dal suo punto di vista, ha avuto l'ulteriore conferma dello slittamento a destra di Renzi, quindi questo voto non farà altro che acuire lo scontro intra Pd. Probabilmente dopo l'estate ci sarà una scissione di fatto: sia tra alcuni parlamentari (che raggiungeranno Stefano Fassina e Sergio Cofferati) che tra gli elettori.

 

D. Ma di cosa ha paura la sinistra Pd?

R. Del Partito della Nazione.

 

Il mandato di arresto europeo va eseguito anche se il termine è scaduto

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di Marina Castellaneta

 

Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2015

 

Corte Giustizia Ue - Sentenza 16 luglio 2015 - causa C-237/15.

La scadenza del termine previsto per l'esecuzione di un mandato di arresto europeo non sottrae lo Stato membro richiesto dall'obbligo di eseguire il provvedimento. Di conseguenza, le autorità nazionali dello Stato di esecuzione sono tenute a pronunciarsi sulla richiesta di consegna che proviene da un altro Paese Ue anche quando i termini fissati dalla decisione quadro 2002/584 sul mandato di arresto europeo, recepita in Italia con legge n. 69/2005, sono ormai decorsi. È la Corte di giustizia dell'Unione europea, con la sentenza del 16 luglio (C-237/15) a chiarirlo, privilegiando, su tutto, le esigenze della cooperazione giudiziaria penale.

Il mandato di arresto europeo era stato emesso dalle autorità inglesi nei confronti di un irlandese accusato di omicidio che, arrestato a gennaio 2013, non aveva dato il proprio consenso alla consegna. Solo a giugno 2014, l'Alta Corte irlandese aveva iniziato il procedimento, ma i termini stabiliti dall'articolo 17 della decisione quadro, che danno alle autorità nazionali 60 giorni di tempo (con proroga di altri 30) per l'esecuzione, erano ormai trascorsi. I giudici irlandesi hanno chiesto alla Corte Ue di chiarire se, malgrado l'inosservanza dei termini, il mandato di arresto doveva essere eseguito. Affermativa la risposta di Lussemburgo che punta a realizzare, nel segno della fiducia reciproca, la consegna del destinatario del provvedimento. È vero che la decisione fissa termini precisi, tuttavia, anche se non rispettati, non viene meno l'obbligo di adottare una decisione sulla consegna, tanto più che i casi di non esecuzione sono previsti in modo chiaro nella decisione quadro.

D'altra parte, l'articolo 17, pur indicando la scadenza temporale, non limita la validità dell'obbligo di consegnare la persona. Gli Stati membri, inoltre, non sono obbligati a rimettere in libertà il destinatario del provvedimento nel rispetto, però, della Carta Ue dei diritti fondamentali.

 

L'imputato di reato connesso va avvertito se depone in dibattimento

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di Enrico Bronzo

 

Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2015

 

Corte di cassazione - Sezioni unite penali - Sentenza 29 luglio 2015 n. 33583.

In sede di esame dibattimentale di un imputato di reato connesso o collegato, il mancato avvertimento sulla base dell'articolo 64, comma 3, lettera c del Codice di procedura penale (regole generali per l'interrogatorio) determina l'inutilizzabilità della deposizione testimoniale. In particolare, prima che abbia inizio l'interrogatorio, la persona deve essere avvertita che se renderà dichiarazioni su fatti che concernono la responsabilità di altri, assumerà, in ordine a tali fatti, l'ufficio di testimone, salve le incompatibilità previste dall'articolo 197 e le garanzie dell'articolo 197bis. Questa la materia di cui si è occupata la Corte di cassazione a sezioni unite con la sentenza 33583 depositata ieri. In una vicenda che riguarda boss di Cosa nostra condannati per estorsione aggravata.

Il rinvio alle sezioni unite è del 2 dicembre 2014 per iniziativa della seconda sezione penale, per la constatata esistenza di un contrasto giurisprudenziale sull'utilizzo delle dichiarazioni irritualmente assunte da chi riveste la qualifica di "testimone assistito". Va precisato che si sta parlando di dichiarazioni rese in dibattimento. Per quelle, infatti, assunte in sede di indagini è presente un consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità secondo cui la disciplina sulle dichiarazioni indizianti non trova applicazione dove siano proprio queste ultime a concretare un fatto criminoso.

Tutto ciò premesso, l'ordinanza di rimessione ha evidenziato che, nella giurisprudenza della Corte di cassazione, si registrano tre diversi orientamenti, tutti sostenuti da una serie di pronunce depositate anche in epoca recente, quanto alla possibilità di utilizzo delle dichiarazioni rese dal soggetto indagato per reato connesso o collegato non assistito dal difensore di fiducia, o non prevalentemente avvisato sulla base dell'articolo 64, comma 3 del Codice di procedura penale:

• il primo indirizzo ritiene inutilizzabili le dichiarazioni in questione, perché l'articolo 197-bis Cpp, rinviando all'articolo 64, comprende la sanzione di inutilizzabilità prevista dal comma 3-bis dello stesso articolo;

• il secondo, viceversa, esclude la sussistenza di invalidità delle dichiarazioni anche se assunte irregolarmente ai sensi dell'articolo 64 perché questo si riferisce al solo interrogatorio mentre gli articoli 197-bis (persone imputate o giudicate in un procedimento connesso o per reato collegato che assumono l'ufficio di testimone) e 210 (esame di persona imputata in un procedimento connesso) si riferiscono a esami destinati a svolgersi nel contraddittorio delle parti; in particolare si sostiene che nell'articolo 197-bis manchi il richiamo alla sanzione prevista dal comma 3-bis dell'articolo 64;

• il terzo indirizzo, concorde nel sottolineare la mancanza del richiamo, ritiene che la conseguenza della mancata applicazione dell'articolo 210 non sia l'inutilizzabilità delle dichiarazioni testimoniali rese ma la nullità a regime intermedio della deposizione, come tale eccepibile solo dal diretto interessato e non dall'imputato.

Le sezioni unite hanno dato il via libera alla prima interpretazione elaborando due principi di diritto per affermare che:

• in sede dibattimentale il mancato avvertimento di un imputato di reato connesso o collegato è causa di inutilizzabilità della deposizione testimoniale;

• l'avvertimento deve essere dato non solo se il soggetto non ha "reso in precedenza dichiarazioni concernenti la responsabilità dell'imputato", ma anche se egli abbia già deposto erga alios senza avere ricevuto tale avvertimento".

 

Truffa per chi stacca assegni postdatati sapendo che non saranno mai coperti

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di Giampaolo Piagnerelli

 

Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2015

 

Corte di cassazione - Sezione II penale - Sentenza 29 luglio 2015 n. 33441.

Emettere un assegno postdatato con la ragionevole consapevolezza che non c'è e non ci sarà adeguata copertura integra il reato di truffa aggravata. A chiarirlo la Cassazione con la sentenza n. 33441/2015. La Corte si è trovata alle prese con un soggetto che, dopo aver dimostrato di essere un contraente degno di credito, e non rivelando le reali condizioni economiche in cui versava la propria ditta, si era fatto consegnare materiale fornendo assegni postdatati per un ammontare prossimo ai quarantamila euro. A fronte di tale imputazione la Corte d'Appello di Milano con sentenza 27 febbraio 2015 ha condannato il soggetto per truffa aggravata.

Il ricorso dell'imprenditore - Contro la decisione ha presentato ricorso l'imprenditore evidenziando come nella sentenza di condanna, nonostante si fosse fatto riferimento in più passaggi a garanzie e rassicurazioni che l'imputato avrebbe fornito alla parte offesa circa la copertura degli assegni dati in pagamento della merce fornita, nel fascicolo di indagine non era contenuto alcun riferimento a ciò e neppure la persona offesa nella propria denuncia-querela aveva menzionato tale fatto.

Il racconto della parte querelante non soddisfaceva - a detta dell'imputato - quindi i requisiti di sufficienza e completezza necessari per ritenere provato il reato atteso che la giurisprudenza ritiene che sussista un quid pluris rispetto alla mera consegna di assegni postdatati al fine di configurare gli artifici raggiri di cui all'articolo 640 del cp. L'imputato, peraltro, aveva chiarito che il fallimento della società dell'imputato era intervenuto dopo un anno e mezzo dalla consegna degli assegni al fornitore dei materiali e non vi erano elementi per ritenere che l'imputato fosse certo ab origine di non poter onorare i propri debiti.

La decisione della Corte - La Corte ha bocciato la tesi del ricorrente richiamando anche un precedente di legittimità (n. 46890/2011) secondo cui in tema di truffa contrattuale, il pagamento di merci effettuato mediante assegni di conto corrente privi di copertura - non costituente di norma, raggiro idoneo a trarre in inganno il soggetto passivo - concorre, invece, a integrare l'elemento materiale del reato, qualora sia accompagnato da un malizioso comportamento nella vittima un ragionevole affidamento sul regolare pagamento dei titoli. Ne consegue che per integrare raggiro idoneo a trarre in inganno il soggetto passivo e a indurre alla conclusione del contratto occorre un quid pluris tale da determinare nella vittima un ragionevole affidamento sull'apparente onestà delle intenzioni del soggetto e sul pagamento degli assegni. Un qualcosa in più che nel caso concreto era evidente, ossia il comportamento dell'imputato di aver mostrato una certa notorietà e referenzialità a livello economico.

Conclusioni - Gli Ermellini hanno quindi confermato quanto stabilito dalla Corte distrettuale sulla sussistenza del fatto-reato in esame anche sotto il profilo dell'elemento psicologico dell'imputato in base alla circostanza che la società acquirente il materiale era fallita dopo non molto tempo e che lo stato di decozione della stessa non poteva essere certo essersi creato solo negli ultimi mesi con la conseguenza che l'imprenditore ne era a conoscenza al momento della stipula del contratto e lo ha taciuto ai venditori del materiale. Alla luce di queste motivazioni la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato confermando la condanna per truffa aggravata.

 
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