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Moro, l'ultima verità di Cutolo "potevo salvarlo, Gava ci fermò"

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di Giovanni Bianconi

 

Corriere della Sera, 27 giugno 2016

 

Il boss camorrista ai pm: "Era pronta un'irruzione con uomini armati poi da Roma arrivò un contrordine. La verità su Moro non si saprà mai".
"Non per fare il buffone, ma Aldo Moro lo potevo veramente salvare. Allora, con la mia organizzazione, eravamo fortissimi, anche su Roma". Poi però, proprio da Roma, arrivò il contrordine, recapitatogli da Enzo Casillo, il "braccio destro" latitante che circolava con una tessera dei servizi segreti in tasca: "Mi disse che i suoi amici avevano detto di farci i fatti nostri, di non interessarci di Moro... Erano politici di alto grado... La Democrazia cristiana, comunque...". Ma chi, in particolare? "Mi sembra di parlare male, adesso che è morto. Gava, comunque".
La mancata liberazione - Il salto all'indietro di Raffaele Cutolo, settantacinquenne boss della Nuova camorra organizzata detenuto dal 1979, si arricchisce di nuovi particolari. E nell'ultimo interrogatorio, reso tre mesi fa ai pubblici ministeri di Roma, sostiene che a bloccare l'intervento per liberare il presidente della Dc sequestrato dalle Brigate rosse, nella primavera del 1978, fu nientemeno che Antonio Gava, leader democristiano di sangue partenopeo e futuro ministro dell'Interno. Glielo rivelò Casillo in persona, "che a me mi doveva dire tutto, ogni virgola".
Il piano - A seguito di quell'avvertimento, il progetto messo a punto dal capo camorrista si bloccò: "Era un piano semplice, uomini dell'organizzazione si sarebbero portati, armati, presso l'appartamento, visto che solo 4-5 persone vigilavano sul covo di Moro". Un'irruzione "di forza... stavano al pianterreno", afferma Cutolo. La strategia l'aveva studiata insieme a Nicolino Selis, un malavitoso della banda della Magliana conosciuto in carcere e in seguito promosso a suo capozona su Roma. Era stato proprio lui a fornirgli le prime informazioni sulla prigione del presidente democristiano: "È venuto a trovarmi ad Albanella (paese in provincia di Salerno dove Cutolo s'era rifugiato e fu arrestato nel 1979 ndr), e mi disse se mi interessavo a Moro perché lui, non volendo, stava proprio latitante, con la sua fidanzata, dove stava Moro. Nello stesso palazzo".
In carcere - È una storia già raccontata oltre vent'anni fa, sulla quale non sono mai stati trovati riscontri attendibili, che il boss ribadisce dopo che nel settembre scorso un paio di collaboratori della nuova commissione d'inchiesta sul caso Moro sono andati a trovarlo in carcere. In quell'occasione Cutolo avrebbe aggiunto di poter chiarire altri misteri sul sequestro e l'omicidio del presidente dc, e così il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino e il sostituito Eugenio Albamonte sono andati a sentirlo nel carcere di Parma, il 25 marzo scorso.
Ne è venuto fuori un verbale, ora a disposizione dei commissari, nel quale il boss ripete la stessa versione, comprensiva del fatto che poco dopo la notizia avuta da Selis, il suo avvocato Francesco Gangemi (democristiano) gli chiese di acquisire notizie sulla prigione di Moro. Cutolo replicò di voler incontrare l'allora ministro dell'Interno Cossiga, che declinò l'invito: "Fu l'unico a comportarsi bene, nel senso che disse "io non lo posso incontrare perché sennò lo devo fare arrestare, però se si interessa vediamo quello che si può fare"". Poi arrivò Casillo a fermare tutto, e Cutolo dovette spiegarlo a Gangemi: "Piangeva, diceva se potevo fare qualcosa, ma io non ho fatto più niente. Questa è tutta la situazione". Un copione che più o meno coincide con ciò che hanno raccontato i pentiti di mafia, da Tommaso Buscetta in giù, sull'intervento di Cosa nostra: richiesta di liberare Moro fermata da un successivo ripensamento in casa democristiana.
Il sequestro Cirillo - Tre anni più tardi, durante il sequestro dell'assessore campano della Dc Ciro Cirillo, con Cutolo già in carcere, le cose andarono diversamente: trattativa e rilascio dell'ostaggio, senza blitz ma grazie a un sostanzioso riscatto. "L'ho salvato, e per premio mi mandarono all'Asinara", si rammarica ora Cutolo. Secondo il quale per liberare Cirillo andò a trovarlo in galera anche Adalberto Titta, un misterioso ufficiale dell'Aeronautica, ex repubblichino, considerato il capo di un servizio segreto parallelo e clandestino: "Mi disse anche il fatto dell'aereo di Ustica... "Lì, dice, è successa una guerra stellare"... Ma più che altro veniva per Cirillo, a implorarmi, perché dice che Cirillo, se stava ancora prigioniero, parlassedi tante cose della Dc".
I contatti br-ndrangheta - Gli emissari della commissione Moro l'avevano sollecitato su altri particolari, ma il boss risponde solo con qualche "sentito dire", ad esempio sui contatti tra brigatisti e 'ndranghetisti "per avere armi". Di ulteriori segreti non c'è traccia, Cutolo non ne ricorda: sebbene "allora io ero all'apice, mi dicevano tutto, ogni cosa che succedeva... Se sapessi altre cose le direi, perché non ho niente da perdere né da guadagnare. Anzi, da guadagnare per aiutare la famiglia Moro a scoprire la verità, ma penso che non si scoprirà mai... Perché, come si dice, quando ci sono implicate persone molto in alto... la puzza più in alto è e più si sente. Non l'hanno voluto salvare, questo ve lo posso dire".

 

Rischio recidiva: per applicare la misura cautelare il pericolo deve essere concreto e attuale

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di Giuseppe Amato

 

Il Sole 24 Ore, 27 giugno 2016

 

Corte di cassazione - Sezione VI penale - Sentenza 13 giugno 2016 n. 24476. In materia di misure cautelari personali, ai fini dell'esigenza cautelare di cui all'articolo 274, comma 1, lettera c) del Cpp, nel testo introdotto dalla legge 16 aprile 2015 n. 47, l'espressa previsione dell'attualità del pericolo di reiterazione non è da intendersi come una mera endiadi rispetto alla previsione della concretezza di tale pericolo. Così si sono espressi i giudici della Suprema corte con la sentenza n. 24476 del 13 giugno scorso, chiarendo inoltre che, mentre la concretezza del pericolo richiama la necessaria esistenza di elementi reali dai quali si possa dedurre il pericolo, l'attualità del pericolo involge la valutazione di un pericolo prossimo all'epoca in cui viene applicata la misura ovvero di occasioni prossime favorevoli alla commissione di nuovi reati, non meramente ipotetiche e astratte, ma probabili nel loro vicino verificarsi: ricostruzione che è del resto coerente con la comune nozione di attualità che indica l'essere in atto, ovvero l'essere sentito come vivo e presente.
Il significato del pericolo di recidiva - La Cassazione ricostruisce il significato del pericolo di recidiva (articolo 274, comma 1, lettera c, del Cpp), alla luce del novum normativo di cui alla legge 16 aprile 2015 n. 47, laddove si richiede che il pericolo che l'imputato commetta altri delitti deve essere non solo concreto, ma anche attuale. In effetti, secondo la lettura più corretta, l'attualità dell'esigenza cautelare, richiesta dall'articolo 274, comma 1, lettera c, del Cpp,non costituisce un predicato della sua concretezza.
Si tratta, infatti, di concetti distinti, legati l'uno (la concretezza) alla capacità a delinquere del reo, l'altro (l'attualità) alla presenza di occasioni prossime al reato, la cui sussistenza, anche se desumibile dai medesimi indici rivelatori (specifiche modalità e circostanze del fatto e personalità dell'indagato o imputato), deve essere autonomamente e separatamente valutata, non risolvendosi il giudizio di concretezza in quella di attualità e viceversa (efficacemente, sezione III, 18 dicembre 2015, Gattuso; nonché, autorevolmente, sezioni Unite, 28 aprile 2016, Lovisi).
In questa prospettiva, precisa qui la Cassazione, per ritenere attuale il pericolo concreto di reiterazione del reato, non è più sufficiente ipotizzare che la persona sottoposta alle indagini/imputata, presentandosene l'occasione, sicuramente (o con elevato grado di probabilità) continuerà a delinquere e/o a commettere i gravi reati indicati nello stesso articolo 274, comma 1, lettera c, del Cpp (in ciò consistendo la concretezza del rischio di recidiva), ma è necessario ipotizzare anche la certezza o comunque l'elevata probabilità che l'occasione del delitto si verificherà.
Pertanto, il giudizio prognostico non può più fondarsi sul seguente schema logico: "se si presenta l'occasione sicuramente o molto probabilmente, la persona sottoposta alle indagini/imputata reitererà il delitto", ma dovrà seguire la seguente, diversa impostazione: "siccome è certo o comunque altamente probabile che si presenterà l'occasione del delitto, altrettanto certamente o comunque con elevato grado di probabilità la persona sottoposta alle indagini/imputata tornerà a delinquere".
La conseguenza di questo ragionamento si ravvisa nel fatto che è ormai senz'altro imposto al giudice un maggiore e più compiuto sforzo motivazionale in materia di misure cautelari personali e di loro graduazione: onere che, in ossequio al disposto dell'articolo 292, comma 2, lettera c), del codice di procedura penale, assume rilievo ancora maggiore quanto più ampio sia lo spettro cronologico che divide i fatti contestati dal momento dell'adozione dell'ordinanza cautelare (sezione III, 18 dicembre 2015, Gattuso, secondo cui la distanza temporale tra i fatti e il momento della decisione cautelare, comporta un rigoroso obbligo di motivazione sia in relazione a detta attualità sia in relazione alla scelta della misura, giacché il lungo tempo trascorso dalla commissione del reato depone a favore della mancanza di occasioni prossime favorevoli alla sua reiterazione che non può essere superata da considerazioni astratte e generiche).

 

Reati contro la persona: l'omicidio del consenziente

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Il Sole 24 Ore, 27 giugno 2016

 

Reati contro la persona - Omicidio del consenziente - Consenso - Errore sulla sussistenza del consenso - Rilevanza per la punibilità del reato di omicidio - Applicazione dell'art. 47 cod. pen. Il consenso è elemento costitutivo del reato di omicidio del consenziente, pertanto qualora il reo erri sulla sussistenza del consenso trova applicazione la previsione dell'art.47 cod.pen.,in base al quale l'errore sul fatto che costituisce un determinato reato non esclude la punibilità per un reato diverso.
• Corte cassazione, sezione I, sentenza 31 marzo 2016 n. 12928.

 

Reati contro la persona - Reato di omicidio del consenziente - Volontà della vittima di morire - Prova univoca - Necessità - Mancanza - Configurabilità del reato di omicidio volontario. Si configura l'omicidio volontario e non l'omicidio del consenziente, nel caso in cui manchi una prova univoca, chiara e convincente della volontà di morire manifestata dalla vittima, dovendo in tal caso riconoscersi assoluta prevalenza al diritto alla vita, quale diritto personalissimo che non attribuisce a terzi il potere di disporre, anche in base alla propria percezione della qualità della vita, dell'integrità fisica altrui.
• Corte cassazione, sezione I, sentenza 14 dicembre 2010 n. 43954.

 

Reati contro la persona - Omicidio del consenziente - Elemento costitutivo del reato - Imprescindibile necessità del consenso della vita- Caratteri del consenso. L'omicidio del consenziente presuppone un consenso non solo serio, esplicito e non equivoco, ma perdurante anche sino al momento in cui il colpevole commette il fatto.
• Corte cassazione, sezione I, sentenza 5 agosto 2008 n. 32851.

 

Reati contro la persona - Omicidio del consenziente - Istigazione o aiuto al suicidio - Elemento di distinzione - Indicazione. Il discrimine tra il reato di omicidio del consenziente e quello di istigazione o aiuto al suicidio risiede nel modo in cui viene ad atteggiarsi la condotta e la volontà della vittima in rapporto alla condotta dell'agente: si avrà omicidio del consenziente nel caso in cui colui che provoca la morte si sostituisca in pratica all'aspirante suicida, pur se con il consenso di questi, assumendone in proprio l'iniziativa, oltre che sul piano della causazione materiale, anche su quello della generica determinazione volitiva; mentre si avrà istigazione o agevolazione al suicidio tutte le volte in cui la vittima abbia conservato il dominio della propria azione, nonostante la presenza di una condotta estranea di determinazione o di aiuto alla realizzazione del suo proposito, e lo abbia realizzato, anche materialmente, di mano propria.
• Corte cassazione, sezione I, sentenza 12 marzo 1998 n. 3147.

 

Quando può essere proposta l'eccezione di incompetenza territoriale

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Il Sole 24 Ore, 27 giugno 2016

 

Competenza per territorio - Eccezione di incompetenza territoriale - Indicazione di fori alternativi - Accoglimento con riferimento al foro indicato in via subordinata - Impugnazione per far valere il foro indicato in via principale - Esclusione. L'eccezione di incompetenza territoriale prospettata con l'indicazione di fori alternativi e accolta dal giudice in relazione al foro indicato in via subordinata, non può essere riproposta con i motivi di impugnazione per far valere il foro indicato in via principale, essendo possibile subordinare una richiesta a un'altra esclusivamente nel caso in cui la decisione sia rimessa alla discrezionalità del giudice in ordine a un provvedimento più o meno favorevole nei confronti della parte e non anche allorquando si tratti di procedere alla corretta applicazione di una norma.
• Corte cassazione, sezione II, sentenza 11 marzo 2016 n. 10126.

 

Competenza per territorio - Eccezione di incompetenza territoriale - Mancata indicazione del giudice ritenuto competente - Conseguenze. È inammissibile per genericità l'eccezione di incompetenza territoriale, che non contenga l'indicazione del diverso giudice che si prospetta essere competente.
• Corte cassazione, sezione II, sentenza 23 marzo 2015 n. 12071.

 

Competenza per territorio - Eccezione di incompetenza territoriale ritualmente proposta e respinta - Riproponibilità con i motivi di impugnazione - Condizioni.
L'eccezione di incompetenza territoriale, ritualmente prospettata nel termine di cui all'art. 491 cod. proc. pen. e respinta dal giudice, può essere riproposta con i motivi di impugnazione senza, però, poter introdurre argomentazioni ulteriori rispetto a quelle originarie, anche se queste ultime potrebbero giustificare uno spostamento della competenza.
• Corte cassazione, sezione II, sentenza 15 gennaio 2014 n. 1415.

 

Competenza per territorio - Eccezione di incompetenza territoriale - Eccepibilità - Limite - Termine preclusivo dall'accertamento per la prima volta della costituzione delle parti. L'incompetenza per territorio non può essere eccepita né rilevata dopo il termine preclusivo costituito dall'accertamento per la prima volta della costituzione delle parti: e ciò anche se la possibilità concreta di proporla sia sorta successivamente nel corso del dibattimento.
• Corte cassazione, sezione III, sentenza 26 maggio 1999 n. 6559.

 

Trento: il carcere di scoppia, quasi il 70% dei detenuti sono stranieri

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lavocedeltrentino.it, 27 giugno 2016

 

Sono stati resi noti dal consigliere provinciale Claudio Cia (Agire per il Trentino) i dati aggiornati sul carcere di Trento a Spini di Gardolo. In risposta ad una sua interrogazione presentata nei primi giorni di maggio risponde direttamente il Direttore della Casa Circondariale Valerio Pappalardo con i numeri aggiornati al 21 giugno 2016.
Sono 311 i detenuti presenti nel carcere di Trento (299 uomini e 12 donne), questo nonostante con l'intesa di programma tra il Governo e Provincia si fosse statuito che il carcere ha una capienza di 240 detenuti. Giudicati definitivamente risultano 217 soggetti, mentre sono 36 gli indagati in attesa di primo giudizio. Gli italiani detenuti nel carcere di Trento sono 98 (91 uomini e 7 donne), portando la percentuale di detenuti stranieri comunitari ed extracomunitari al 68,5%, dato in aumento rispetto alle rilevazioni precedenti. La maggior parte è costituita da nordafricani, 52 tunisini, 34 marocchini e 8 algerini. Altre presenze numerose sono quelle dei 29 cittadini romeni e di 17 albanesi. Altri 68 sono cittadini suddivisi in gruppi di poche unità per altre nazionalità (Afghanistan, Costa d'Avorio, Liberia).
Cia chiedeva conto anche del numero di aggressioni agli agenti di polizia penitenziaria, e solo nel corso del 2016 risultano registrati 8 episodi. Il contingente di polizia penitenziaria previsto sarebbe di 214 unità, mentre quelle effettivamente presenti si attestano a sole 136 unità. Il numero maggiore di detenuti, 117 persone, è ristretto in violazione delle leggi sugli stupefacenti, mentre altri 78 per rapina, 66 per tentato delitto, 54 per furto, 19 per omicidio.
Il consigliere chiedeva conto dei detenuti tossicodipendenti, che risultano pari a 46 soggetti e dei soggetti con malattie infettive. Dal quesito emerge che sono 6 i soggetti con HIV, 14 quelli con Epatite B, 35 quelli con Epatite C (di cui 22 italiani), un caso di tubercolosi per un cittadino tunisino e uno di scabbia per un cittadino marocchino. Solo alcuni giorni fa era arrivata anche la visita a sorpresa del Sottosegretario alla Giustizia Ferri, dopo che il primario del pronto soccorso e responsabile dell'infermeria della Casa circondariale Claudio Ramponi aveva dichiarato che fra detenuti e le guardie giurate esistono gravi problemi di coesistenza e che fra gli immigrati ci sono spesso risse, violenze e faide senza fine.
La visita del sottosegretario annuncia un'indagine interna nella struttura. In carcere il Sottosegretario avrebbe sentilo dalla viva voce di un detenuto il racconto di una situazione di presunti maltrattamenti. "Ho trovato una situazione positiva, una grande efficienza dal punto di vista dell'area trattamentale e delle attività - ripete a chi gli chieda lumi. Ho parlato con gli operatori e con i detenuti ed è chiaro che sono accuse pesanti che vanno verificate, sia a tutela della polizia penitenziaria, sia dei detenuti. Vanno segnalate all'autorità giudiziaria e la cosa va verificata da parte nostra, dall'amministrazione interna" - ha spiegato Ferri.

 
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