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Torino: convegno su misure di sicurezza e disagio psichiatrico in carcere

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torinoggi.it, 19 gennaio 2018

 

"Nel mezzo di una riforma possibile - Il nuovo ruolo delle Amministrazioni sanitaria e penitenziaria e della società civile all'avanguardia in Europa" è il titolo del convegno che si è svolto il 18 gennaio all'Auditorium Vivaldi della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino. All'incontro - organizzato con il contributo del Consiglio e della Giunta regionale del Piemonte e moderato dal Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale - sono intervenuti l'ordinario di diritto penale dell'Università di Torino Marco Pelissero, presidente della Commissione ministeriale incaricata di redigere lo schema di decreto legislativo sulle modifiche alla disciplina delle misure di sicurezza e assistenza sanitaria, il coordinatore nazionale dei garanti regionali e territoriali Franco Corleone, la componente del Comitato nazionale di Bioetica Grazia Zuffa e il presidente del Comitato nazionale StopOpg Stefano Cecconi.

Un'occasione per riflettere pubblicamente su una riforma che, dopo anni di attesa che hanno visto gli Stati generali sull'esecuzione della pena, può portare l'Italia all'avanguardia in Europa. Un percorso partito oltre dieci anni fa con la Commissione d'indagine del Senato sugli Ospedali psichiatrici giudiziari e sull'esecuzione penale per le persone malate, e quindi riconosciute non responsabili, ma colpevoli di reato.

La costruzione delle Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza (Rems) e delle articolazioni psichiatriche dentro le carceri - è stata opinione comune dei relatori - rappresentano senza dubbio un'opportunità e una sfida da cogliere che richiedono un'attenzione nuova alla società e agli enti locali per dare corpo e gambe a una riforma che sarebbe un passo indietro di civiltà non realizzare.

Il convegno ha anche rappresentato l'occasione, per il direttore della Biblioteca Guglielmo Bartoletti, per annunciare la proroga dell'esposizione, fino a mercoledì 31 gennaio, delle mostre di disegni "I volti dell'alienazione" di Roberto Sambonet e di fotografie "Nocchier che non seconda vento" di Max Ferrero, incentrate entrambe sul tema del disagio psichiatrico dietro le sbarre, visitabili in Sala Classica dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 18 e il sabato dalle 10 alle 13.

 

Teramo: carcere e repressione, se ne parla in un incontro pubblico

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certastampa.it, 19 gennaio 2018

 

Sabato 20 gennaio presso il Laboratorio Politico Gagarin 61, in via Nazario Sauro n.52, si svolgerà dalle 18 in poi un importante incontro pubblico per parlare di carcere e repressione.

"Avremo il piacere di ospitare dalla Val Susa Nicoletta Dosio, attivista politica e volto della lotta No Tav, destinataria di una serie di provvedimenti e simbolo della lotta contro le ingiustizie.

Da Torino ci raggiungerà Angela Giordano, autrice del libro "Non ho visto niente", che ci racconterà come l'esser No Tav comporti il licenziamento dal posto di lavoro. Davide Rosci, ex detenuto e compagno teramano, coinvolto nel processo per gli scontri di piazza del 15 ottobre 2011 di Roma per la prima volta parlerà in pubblico della sua esperienza detentiva; infine l'avvocato penalista viterbese Leonardo Pompili illustrerà alcuni aspetti del Decreto Minniti.

Questa giornata vuole aprire una breccia nelle menti di coloro che parteciperanno e mettere alla luce le contraddizioni che esistono attorno al tema carcerario, in primis. Se è vero infatti che da una parte i reati diminuiscono, è altrettanto vero che il senso di insicurezza aumenta. Ad arte si sta alimentando un clima di paura che spesso non ha senso di essere. Non sarà tuttavia nostra prerogativa restare sul generico, vogliamo al contrario far parlare i protagonisti delle storie di ordinaria repressione e aprire con loro un dibattito su come contrastare e combattere lo Stato di Polizia con cui sempre più spesso ci troviamo a fare i conti.

 

Marco Cappato: nella mia mail una richiesta al giorno per morire con dignità

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di Alessandra Arachi

 

Corriere della Sera, 19 gennaio 2018

 

Il leader dell'Associazione Luca Coscioni, sotto processo per il suicidio assistito in Svizzera al Dj Fabo, parla del suo rapporto con i malati terminali.

 

Marco Cappato, come mai non si è candidato alle elezioni?

"Per il processo che ho in corso".

 

Non poteva candidarsi?

"Non mi sono informato se potevo o no. Ho ritenuto opportuno non farlo. Non è un processo di disobbedienza civile sulle droghe. Qui c'è di mezzo la morte di una persona. Mi impegnerò comunque nella campagna elettorale per la lista "+Europa" di Emma Bonino".

 

Il processo di cui parla è quello per il suicidio assistito in Svizzera a Dj Fabo. Mercoledì la requisitoria del pm è stata molto favorevole a lei...

"Aspettiamo la sentenza, non è soltanto una questione di assoluzione. Vediamo se la sentenza accoglie la ragione costituzionale posta dal pm. Sarebbe molto importante per l'Italia".

 

E lei che ragioni ha avuto nell'aiutare Dj Fabo a morire?

"Le ragioni che ho ad occuparmi ogni giorno di gente che desidera morire".

 

Ogni giorno?

"Negli ultimi due anni, da quando ho pubblicizzato la mia disobbedienza civile, ogni giorno ho ricevuto almeno una mail da persone che mi chiedono come possono morire con dignità".

 

Praticamente un lavoro?

"Il mio impegno come leader dell'Associazione Luca Coscioni".

 

Che è cominciato quando?

"La prima persona che ho aiutato a morire è stato Piero Welby, nel 2006. Lui voleva l'eutanasia, noi l'abbiamo convinto a percorrere la via del diritto".

 

E della morte di Michele Gesualdi, cosa pensa?

"Il suo intervento sul bio-testamento è stato molto importante per smontare quella finta contrapposizione tra laici e cattolici sul fine vita che a qualcuno piace poter coltivare".

 

Diceva che Welby invece avrebbe voluto l'eutanasia...

"A casa di Welby erano pronti due medici del Belgio con una pozione eutanasica. E avremmo seguito le leggi del Belgio a casa Welby se Mario Riccio non fosse riuscito a trovargli la vena per la sedazione profonda. Le sue vene erano tutte sfilacciate. Ce lo aveva chiesto Piero, che era deciso. E non solo".

 

Cos'altro?

"Piero Welby era molto ironico. Avevo un senso dell'umorismo spiccato, che ho ritrovato sempre nelle persone che ho accompagnato in una morte dignitosa".

 

Ironia? Umorismo?

"Sì. Il giorno che gli è stata fatta la sedazione profonda, Piero Welby mi ha detto: "Sono un po' nervoso oggi, è la prima volta che muoio". Non è stato l'unico".

 

Che vuol dire che non è stato l'unico?

"Beh, c'è anche Walter Piludu, il suo caso è famoso perché sono stati i giudici ad imporre alla Asl di sospendergli le terapie. Era allettato, ma quando l'ho chiamato per chiedergli se avessi potuto fargli visita, lui mi ha risposto: "Guarda Marco a parte il tennis e una partitina a golf".

 

Anche Dj Fabo è stato ironico fino all'ultimo?

"Beh, sì. Era programmato che sarebbe morto dopo una mezz'oretta, e si stava mangiando uno yogurt. Mi ha detto: "Ehi Marco questo yogurt svizzero è proprio buono, se non muoio me lo porto a Milano".

 

Ma perché quest'ironia?

"Credo derivi da una consapevolezza e da una determinazione piena. Per me è diventata un criterio per decidere se aiutare le persone".

 

Un criterio?

"Si, quando mi cercano persone particolarmente afflitte che vogliono morire perché sono sole e disperate, io consiglio di rivolgersi a uno psichiatra. Non mi do da fare per una morte dignitosa. Ecco a cosa servirebbe la legalizzazione dell'eutanasia".

 

A cosa?

"A prevenire tanti suicidi come quelli che ho appena descritto, di malati terminali o di depressi".

 

Human Rights Watch: resistere al populismo è efficace

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di Anna Maria Merlo

 

Il Manifesto, 19 gennaio 2018

 

Rapporto annuale presentato a Parigi. Un invito a resistere contro la derive xenofobe e razziste. Allarme sugli accordi con la Libia. "I diritti umani possono essere protetti di fronte alla sfida del populismo", gli avvenimenti del 2017 "hanno mostrato quanto sia importante reagire contro la minaccia rappresentata dai demagoghi" e quando i movimenti cittadini scendono in campo si puo' creare un argine e invertire la deriva.

Inaspettatamente, proprio quando quest'anno si celebra il 70esimo anniversario della Dichiarazione dei diritti umani, l'organizzazione Human Rights Watch (Hrw) diffonde un messaggio di speranza: si può e di deve "resistere", ha affermato il presidente Kenneth Roth, che ieri ha presentato a Parigi il 28esimo Rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani (sono esaminati 90 paesi).

Negli Usa, "la politica di Donald Trump ha suscitato una forte reazione di resistenza da parte di organizzazioni popolari, di gruppi di difesa dei diritti civili, di giornalisti, avvocati, giudici e persino di politici dello stesso partito di Trump". Invece, dove c'è stata una forte repressione o dove "l'inquietudine internazionale non si è manifestata vigorosamente", come in Turchia, in Egitto o in Cina, "le forze ostili ai diritti umani sono prosperate".

In occidente in particolare, "i demagoghi si sono serviti degli sconvolgimenti e delle ineguaglianze economiche causate dalla mondializzazione e dai progressi tecnologici, della paura del cambiamento culturale in un mondo sempre più in movimento e della minaccia di attacchi terroristici, per alimentare xenofobia e islamofobia", ha spiegato Roth. Hrw quest'anno ha scelto Parigi per presentare il Rapporto annuale per rendere omaggio alla campagna elettorale di Emmanuel Macron, che ha affrontato l'estrema destra senza cedere, mentre in altri paesi - Hrw per l'Europa cita l'Austria e l'Olanda - "i dirigenti di partiti di centro-destra hanno fatto campagna su posizioni xenofobe".

Hrw non è accecata da Macron, anzi, l'organizzazione è all'origine della denuncia contro il comportamento della polizia a Calais, che ha messo in luce la distruzione dei pochi averi dei migranti (coperte, tende): "adesso la sfida è che Emmanuel Macron governi in conformità con i principi che ha difeso", ha avvertito Roth. Ma Hrw individua nella politica di Macron di aprire dei canali per l'asilo dai paesi africani, un tentativo di evitare di seguire la scelta dell'Italia, poi seguita dalla Ue, di scaricare sulla Libia la responsabilità di tenere sotto controllo i flussi migratori, "esponendo così le persone a violazioni dei diritti umani".

Per Hrw, "l'Ue ha proseguito nella strategia del contenimento in cooperazione con le autorità libiche, malgrado le prove schiaccianti di brutalità regolari e diffuse contro i richiedenti asilo e altri migranti". Hrw ricorda che la Libia non ha firmato la Convenzione sui rifugiati e non riconosce il diritto d'asilo. Hrw sottolinea anche che l'Italia, "appoggiata dalle istituzioni europee", ha imposto alle Ong un codice di condotta che mira a delegittimare il loro lavoro, addirittura a "criminalizzarlo".

 

Il parlamento norvegese vuole rimandare i richiedenti asilo afgani in mezzo alla guerra

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di Riccardo Noury

 

Corriere della Sera, 19 gennaio 2018

 

Ieri è stato un giorno triste per i richiedenti asilo afgani che vivono in Norvegia e per i difensori dei diritti umani: i parlamentari di uno dei paesi più ricchi al mondo hanno mostrato di aver perso compassione. Il parlamento di Oslo ha infatti respinto una proposta di sospensione temporanea dei rimpatri dei richiedenti asilo afgani e un'altra, persino più modesta, che aumentava il numero dei criteri da soddisfare prima di decidere di rinviare una persona nel paese dal quale era fuggita. Se approvata, questa proposta avrebbe avvicinato la procedura norvegese agli standard internazionali.

Invece, siano nel pieno di una clamorosa violazione dei diritti umani. L'Afghanistan rimane un paese estremamente pericoloso. Il numero delle vittime civili ha raggiunto livelli record nel 2017. Neanche un mese fa una bomba nel centro di Kabul ha ucciso almeno 40 persone in quello che è apparso un attacco deliberato contro gli studenti.

Nonostante gli attentati, i rapimenti e le varie persecuzioni, la Norvegia, sia in rapporto alla sua popolazione che in termini assoluti, rimpatria più afgani di ogni altro paese europeo. Secondo le autorità di Kabul, il 32 per cento (97 su 304) degli afgani rimpatriati nei primi quattro mesi del 2017 proveniva dalla Norvegia.

Secondo Eurostat, la Norvegia ha rimpatriato in Afghanistan 760 persone nel 2016 e 172 nei primi sei mesi del 2017. In un rapporto dello scorso anno Amnesty International ha denunciato casi di afgani rimpatriati dai paesi europei, Norvegia compresa, che sono stati uccisi o feriti in attentati o che vivono nel costante timore di subire persecuzioni.

Tra gli afgani su cui la decisione del Parlamento rischia di produrre conseguenze c'è Taibeh Abbasi (in primo piano nella foto), una ragazza di 18 anni residente nella città di Trondheim, il cui caso ha dato vita a grandi proteste studentesche. Taibeh è nata in Iran e non ha mai visto l'Afghanistan, dove ora ha il terrore di essere rinviata. Lo scorso ottobre, durante una manifestazione in suo favore, ha preso la parola per la prima volta in pubblico: "Non c'è un futuro per me e i miei fratelli in Afghanistan. Subiremo discriminazione e proveremo sulla nostra pelle cosa vuol dire essere una minoranza a rischio, soprattutto io che sono una donna. I miei sogni di terminare gli studi e avere una professione saranno distrutti.

 
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