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Terremoto. Le nostre macerie

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di Norma Rangeri

 

Il Manifesto, 25 agosto 2016

 

Le parole di cordoglio - "l'Italia piange", "il cuore grande dei volontari", "con il cuore in mano voglio dire che non lasceremo da solo nessuno" - pronunciate dal presidente del consiglio ieri mattina in televisione a poche ore dalla tragedia, avrebbero dovuto suscitare condivisione se non le avessimo già sentite ripetere troppe volte per non provare, invece, insofferenza, rabbia, indignazione. Forse perché non c'è altro evento più del terremoto capace di mettere a nudo lo sgoverno del nostro paese, l'incapacità delle classi dirigenti di mettere in campo l'unica grande opera necessaria alla salvaguardia di un territorio nazionale abbandonato all'incuria, alla speculazione, alle ruberie (come i processi del post-terremoto dell'Aquila hanno purtroppo mostrato a tutti noi).
Nessun paese industriale, con un elevatissimo rischio sismico come il nostro, viene polverizzato ogni volta che la terra trema. Le cifre imbarazzanti stanziate un anno dopo l'altro per la sicurezza ambientale nelle leggi finanziarie danno la misura dell'inconsistenza delle politiche di intervento. Dal 2009 a oggi è stato messo in bilancio, ma solo perché in quel momento eravamo stati colpiti dallo spappolamento dell'Aquila, meno dell'1 per cento del fabbisogno necessario alla prevenzione. È la cifra di un fallimento storico, morale, politico. Chiunque capisce che prima di abbassare le tasse alle imprese, prima di distribuire 10 miliardi divisi per 80 euro, bisognerebbe investire per costruire l'unica grande impresa che i vivi reclamano anche a nome dei morti.
Chi ci amministra ha costantemente lavorato alla dissipazione delle nostre risorse comuni. Il paese è allo stremo ma nessuno, nemmeno questo governo, cambia direzione. Con investimenti tecnologici, ripopolamento delle terre interne, salvaguardia del patrimonio culturale, paesistico. E finalmente lavoro per gli italiani, per gli immigrati. Finalmente progetti ambiziosi per uno sviluppo economico di qualità legato ai territori e alle loro istituzioni. Non ci sono soldi? E quanti ne spendiamo per il rattoppo delle voragini materiali e morali?
Purtroppo oltre a temere e piangere ogni volta le vittime della mancata prevenzione (andiamo verso l'autunno, pioverà, saremo esposti al pericolo di frane e alluvioni), dobbiamo aver paura anche della ricostruzione. Nelle pagine dedicate al terremoto pubblichiamo un pro-memoria dei cittadini dell'Aquila che riassume come meglio non si potrebbe i danni, i pericoli aggiunti con gli interventi edilizi post-terremoto. Perché accanto al simbolo della tragedia di sette anni fa, il monumentale palazzo della Prefettura del capoluogo abruzzese, oggi abbiamo l'ospedale di Amatrice colpito perché nemmeno questo edificio era costruito con criteri antisismici. E nessuno dimentica le macerie della scuola di San Giuliano di Puglia con i suoi piccoli rimasti sepolti, come i bambini morti ieri sull'Appennino.
Il numero delle vittime sale ogni ora, persone uccise dall'incuria di chi aveva il dovere di provvedere e non lo ha fatto, nemmeno per salvaguardare scuole, ospedali, edifici pubblici. Rivedremo le tendopoli, assisteremo allo sradicamento degli abitanti, alla desolazione delle new-town. Speriamo almeno di non dover riascoltare le risate fameliche di chi ora aspetta l'appalto.

 

Terremoto. La necessità della prevenzione e le case antisismiche che non ci sono

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di Paolo Conti

 

Corriere della Sera, 25 agosto 2016

 

Il Paese si è mobilitato subito e bene. Ora serve una seria prevenzione: costa mille volte meno - in termini di vite umane, ma anche economici per il Paese - di una sbadata e ignorante noncuranza che diventa anche assassina. Ancora un terremoto che sconvolge il cuore dell'Italia, come avvenne in Abruzzo nel 2009. E ancora una volta un dolore che colpisce tutta la comunità nazionale anche simbolicamente: non è il Nord, non è il Sud, è il centro della Penisola, non per niente i romani chiamavano il Gran Sasso d'Italia "Fiscellus Mons", il Monte Ombelico.
La reazione della macchina organizzativa, stavolta, è stata all'altezza della difficilissima situazione. Alle 4 del mattino le agenzie già battevano la notizia della convocazione del Comitato Operativo della Protezione Civile per decisione del capo Dipartimento Fabrizio Curcio: una mossa quasi in tempo reale, dunque una rilevante differenza rispetto al passato. Poi l'immediata mobilitazione dell'Esercito, la partenza dei Genieri è stata immediata.
La rete di collegamento tra le Regioni ha funzionato. Le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non sono state formali: "È un momento di dolore e di appello alla comune responsabilità. Tutto il Paese deve stringersi con solidarietà attorno alle popolazioni colpite". E poi l'assicurazione del presidente del Consiglio Matteo Renzi che "nessuno verrà lasciato solo, nessuna famiglia, nessun Comune, nessuna frazione".
La percezione è quella di un Paese consapevole del disastro, ben coordinato, emotivamente coinvolto. Ma c'è un dato che, in queste ore tragiche, colpisce profondamente: la grande quantità di edifici costruiti senza alcun criterio antisismico proprio in un'area tra le più soggette ai terremoti dell'intera Europa. E non parliamo solo di manufatti antichi, magari cinquecenteschi, comunque non adeguati ai rischi contemporanei, come si dovrebbe con adeguati interventi. Il problema sono le tante costruzioni del secondo Novecento, anche degli anni Duemila, edificati tenendo ben poco conto di una realtà densa di pericoli.
Non è lontano il 31 ottobre 2002, quando crollò la scuola di san Giuliano di Puglia, sempre per un terremoto. Morirono 27 bambini e un'insegnante, una strage indimenticabile, dovuta a una colpevole gestione dell'edificio, sopraelevato e ancora in attesa di un collaudo. Così come vengono in mente le strutture moderne crollate all'Aquila come i monumenti storici. È arrivato il tempo di organizzare, al più presto, un serio censimento degli edifici nelle aree più sismiche d'Italia. Come dimostra la catastrofe di queste ore, una seria prevenzione costa mille volte meno - in termini di vite umane, ma anche economici per il Paese - di una sbadata e ignorante noncuranza che diventa anche assassina.

 

Terremoto. L'ora maledetta che ha spento i nostri sogni, come sette anni fa

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di Giustino Parisse

 

La Repubblica, 25 agosto 2016

 

Su corso Umberto ad Amatrice fra le macerie di una casa disfatta c'è una Bibbia. Aperta e impolverata. Mi avvicino. Vedo una pagina del libro di Ezechiele. La prima riga contiene il verbo morire, coniugato al futuro. Ma ieri mattina alle 3.38 ad Amatrice la morte è stata coniugata al presente. Le 3.38. Come le 3.32 dell'Aquila, poco più di sette anni fa. L'ora maledetta è scoccata di nuovo. Ha tuonato dalle viscere della terra e ha chiesto alla vita la sua percentuale di morte.
La mia casa in cemento armato, a Onna, a pochi chilometri dall'Aquila, ha cominciato a dondolare come fosse finita in mezzo all'oceano. Alle 3.38 sono sveglio. Le notti insonni ormai mi perseguitano da quel sei aprile 2009. Mi alzo dal letto. Questa volta non ho camerette in cui andare a cercare i miei ragazzi: Domenico e Maria Paola. Loro se ne sono andati travolti dalle macerie. Quel grido di mio figlio "papà, papà" risuona ancora nelle mie orecchie e batte sul cervello fino a sfinirlo. Io ero là, impotente. Come si è impotenti di fronte a una tragedia più grande di te.
Ieri mattina il primo pensiero è stato: è tornato. Il terremoto è tornato. Colpirà ancora forte. Sono quasi le 4 del mattino ma il telefono squilla come fosse mezzogiorno. Dal villaggio map di Onna dove ancora vive la gran parte dei sopravvissuti, si odono le voci concitate di chi si sente perseguitato dallo scossone orrendo. Mi chiamano dalla vicina Paganica: grande paura, ma stiamo tutti bene. A un certo punto leggo "Monti Reatini". Il pensiero va subito a Pizzoli, Campotosto, Montereale. Contatto gli amici che nell'estate del 2009 mi fecero vedere le ferite sanguinanti dei loro paesi. A Campotosto c'è Assunta: qui tutti bene - mi dice - ma non riesco a contattare i miei conoscenti ad Amatrice. È chiaro, è lì l'Apocalisse. L'ora maledetta ha cambiato obiettivo ma non ha rinunciato al suo bottino di morte. Mi sento con i colleghi del Centro, stanno partendo. Vado pure io. Mi avvio sulla statale 17. Sono da poco passate le 5 del mattino eppure c'è movimento. Quando arrivo all'Aquila, in viale della Croce Rossa c'è traffico come nelle ore di punta. Gente vestita alla meglio, come scappata da un incubo, si affanna davanti a un bar per prendere un caffè o un cappuccino. Le facce sono sconvolte. È successo di nuovo. Come allora. E la paura riaffiora, prende allo stomaco, ti strappa la lacrima che pensavi di aver asciugato per sempre. Sfatata la favola di quelli che ti danno di gomito e dicono: adesso il terremoto all'Aquila tornerà fra trecento anni. No, è tornato, e tornerà. Mi vengono alla mente le parole di un amico professore della facoltà di ingegneria dell'Università dell'Aquila incontrato per caso due giorni fa: "Sono amareggiato, noi dovremmo ricostruire pensando al prossimo terremoto e invece stiamo mettendo solo delle pezze". Terribile. Ma forse vero.
Quando poco prima delle sette del mattino giungo ad Amatrice il primo sentimento è la rabbia. All'ingresso del paese c'è l'ospedale, sembra un castello di carte pronto a cedere al primo colpo di vento. In una zona altamente sismica nessuno ha pensato a mettere in sicurezza l'edificio. In questa Italia parolaia è l'ennesima beffa.
Arrivo nel centro storico di Amatrice e il colpo è forte. È come se guardassi il remake di un brutto film, quello del sei aprile 2009.Vedo occhi persi nel vuoto, persone vagare senza meta. Spunta da un angolo una barella. Il collega che è con me si informa e mi dice: è una bambina di 12-13 anni. I suoi sogni si sono fermati alle 3,38. Quelli di Maria Paola, la mia bambina quasi sedicenne, alle 3.32. La barella sembra uguale a quella di allora. Ma forse vaneggio o forse voglio azzerare questi sette anni passati da prigioniero del dolore. Non è giusto mi dico. Perché accade tutto ciò? Nessuno mi ha risposto finora e nessuno mi risponderà mai. Il filo rosso non perdona. È quello dove corre l'ora maledetta.

 

Terremoto. Rischi ignorati, la rabbia oltre il dolore

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di Dacia Maraini

 

Corriere della Sera, 25 agosto 2016

 

Ancora una tragedia della nostra terra inquieta. Ma devo dire che la rabbia supera il dolore. La rabbia al pensiero che questo sfacelo avrebbe potuto essere evitato. Si sa che il nostro è un Paese sismico, si sa che il pericolo delle scosse ci riguarda tutti, dal Sud al Nord. Possibile che non si sia fatto niente per prevenire la catastrofe? Possibile che non si sia costruito con intelligenza, prevedendo i pericoli, con criteri antisismici che ci sono e sono efficacissimi?
Ho vissuto 8 anni in Giappone da bambina e ho subito diversi terremoti, anche terribili, con la terra che si spaccava sotto i piedi. Ma non è mai crollata una casa. Perfino la vecchia costruzione che costituiva il nostro campo di concentramento per italiani contrari al regime fascista è rimasta in piedi nonostante le scosse. Ricordo una volta di avere fatto in volata gli scalini che portavano al piano terra mentre una pioggia di intonaco mi cadeva sulla testa. Ma la struttura ha retto, se no non sarei qui a raccontarlo.
È che il Giappone è un Paese in cui l'interesse pubblico precede, per antica consuetudine etica, quello privato. E i controlli sono rigorosissimi e i cittadini consapevoli e diligenti. Da noi succede esattamente il contrario: l'interesse privato viene sempre prima di quello pubblico. E i costruttori di case, per risparmiare qualche soldo, hanno fabbricato senza tenere conto delle norme di sicurezza antisismiche. Spesso con la connivenza delle autorità locali. Tanto nessuno avrebbe mai controllato.
È una tale pena vedere quei corpi coperti di calce che vengono estratti dalle macerie: corpi vivi e corpi morti. Una pena ascoltare le voci di coloro che sono stati sepolti per ore e che a furia di urlare sono riusciti a farsi sentire e farsi tirare fuori. Ma gli occhi di quei bambini che hanno sentito la morte addosso non si possono dimenticare. Sono occhi attoniti, dilatati dalla paura. Una paura che li segnerà per la vita. Sepolto vivo: l'incubo di tutti i sogni più devastanti. Come i minatori che scavano sottoterra e temono sempre di rimanere chiusi in un tunnel appena scavato, asfissiati dal gas o coperti dalle macerie.
Una terra che conosce da secoli l'orrore della devastazione, della morte per asfissia, e non riesce a darsi delle regole per la costruzione delle sue città, sembra incredibile. Si preferisce rischiare la morte di centinaia di persone, lo strazio di corpi dilaniati, piuttosto che spendere qualcosa in più per mettere in sicurezza gli appartamenti, i palazzi, le scuole, gli ospedali, come abbiamo visto all'Aquila nel 2009.
Mi sono occupata del terremoto del 1915 per ragioni letterarie. Ho letto decine di testimonianze, ho visto le prime fotografie di Avezzano rasa al suolo, ho visto migliaia di corpi allineati sulla neve mentre i salvataggi arrivavano lenti, con i carri tirati dai muli. Le case di Gioia dei Marsi sono crollate tutte. Erano case senza fondamenta, case tirate su alla meglio: pietre incollate con la calce, senza criterio. In tutta la Marsica sono morti in 30 mila. I superstiti sono partiti per l'America, per l'Australia, abbandonando terreni stravolti, case bruciate, animali morti.
Oggi certamente l'assistenza è migliorata. Gli interventi si sono fatti più rapidi e precisi. E poi, come al solito, nei momenti di emergenza, il Paese risponde con generosità e umano senso della solidarietà. Ma i morti sono tanti, troppi. I feriti sbigottiti vengono portati via sotto gli occhi delle telecamere, mentre lo sguardo spazia sulle macerie che ancora sono avvolte in nuvole di polvere. Un Paese che si vuole bene può permettersi di ignorare con tanta disinvoltura un futuro prevedibile? Un Paese che ha cura di se stesso può consentirsi di trascurare un minimo di controllo sulla stabilità delle case che vengono giù, alla prima scossa, come fossero di biscotto? La piccola e bella città di Amatrice è ridotta un cumulo di macerie. Il sindaco chiede aiuto, dice che ci sono ancora molti sepolti sotto le macerie. Ma possibile che si debba intervenire sempre dopo il disastro e mai prima?
Purtroppo, lo sappiamo, questo è il motivo ricorrente del nostro Paese. Tutti generosi e solidali nell'emergenza ma incapaci di prevenire il futuro. Ricordo un episodio fra l'eroico e il grottesco, quando il re d'Italia venne a riverire i morti di Avezzano, nel gennaio del 1915, accompagnato da un corteo di automobili, dopo qualche giorno dal disastro, e don Orione gli chiese di concedere le auto per trasportare i bambini feriti. Il re si guardò intorno e disse che senz'altro avrebbe mandato dei mezzi ma non si potevano sequestrare le auto delle autorità. Don Orione radunò i bambini terremotati e nel momento in cui il re si era allontanato per confabulare con le alte cariche del luogo, cacciò i bambini nelle auto e partì rapido con loro per Roma.
Ripeto: siamo un Paese a forte rischio sismico. Ogni anno siamo funestati da crolli, morti e feriti. Possibile che la memoria non conti proprio niente? Non contano le lezioni durissime che ci ha dato la storia? La furbizia, l'avidità di chi vuole guadagnare sui disastri, sembrano sempre avere la meglio. E ancora una volta ci dobbiamo considerare vinti dall'imprevidenza e dalla cupidigia. Ma anche dalla mancanza di ogni controllo e dall'indifferenza dei cittadini, presi dagli interessi personali e mai attenti al bene comune. Potremo mai cambiare?

 

Terremoto. Il sismologo: "Scosse così altrove non uccidono"

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di Andrea Fabozzi

 

Il Manifesto, 25 agosto 2016

 

Intervista. Il sismologo dell'Ingv Camassi: "Non servono miracoli, ma risorse. Dove si fa la prevenzione sono contenuti anche i danni. I centri antichi sull'Appennino potrebbero essere adeguati al rischio senza stravolgimenti". Ieri sera l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) ha informato che la situazione sismica "continua ad essere di forte attività, con molte repliche che si susseguono nelle aree" della scossa delle 3.36 di ieri. "È possibile che nei prossimi giorni ci sia ancora un numero elevato di scosse", aggiungono dall'istituto di via di Vigna Murata a Roma, dove nel pomeriggio c'è stata una conferenza stampa. Ma non chiedete a un geologo di fare previsioni sui terremoti.

 

Romano Camassi, sismologo dell'Ingv, gli ultimi due grandi terremoti prima di questo hanno avuto epicentri immediatamente a nord (Foligno '97) e a sud (L'Aquila 2009) di Accumoli e Amatrice. Non bastava una cartina dell'appennino centrale per prevedere questa scossa?
Che sia un'area ad alto rischio lo sappiamo dalle carte della pericolosità: siamo in piena zona uno. Detto questo, i terremoti precedenti non sono così significativi in termini di prevedibilità. Riguardavano settori diversi della catena appenninica. Di faglie attive in quel settore ce ne sono tante. In questo caso, poi, diversamente da quanto accaduto all'Aquila, l'evento principale non è stato preceduto da nulla. È stato l'inizio di una sequenza, che ancora continua.

 

Proprio nulla? Le mappe che l'Ingv pubblica sul sito evidenziano proprio lì centinaia di piccole scosse negli ultimi mesi.
È un fenomeno quasi costante in quella zona dell'Appennino, piccole scosse che sono registrate solo dalle apparecchiature. Se però lei allarga l'osservazione agli ultimi due, cinque anni vedrà che non c'è una concentrazione superiore al resto della Zona 1.

 

Secondo l'Ingv è stata una scossa meno potente di quella dell'Aquila, malgrado sia stata anche questa del 6 grado Richter. Ed è stata superficiale, ma è stata avvertita da Napoli al Veneto. Come lo spiega?
In attesa di dati più completi, immaginiamo che sia stato un terremoto meno forte di quello dell'Aquila in termini di energia, misurato in "magnitudo momento": 6.0 oggi e 6.3 allora. È una misura che la sismologia considera più rappresentativa perché calcolata sull'intero sismogramma e non solo sull'ampiezza massima. Quanto alla profondità, anche questa stima presenta numerose incertezze persino superiori a quelle sull'energia. Penso che alla fine scopriremo che è stato più profondo dei 4 Km stimati inizialmente.

 

I comuni più colpiti sono in Zona 1, come dice lei. Averli segnalati ad alta pericolosità non è servito a niente?
Per legge in Zona 1 ogni nuovo edificio va costruito in maniera che sia resistente ai terremoti. E ogni volta che si interviene su un edificio già esistente bisogna che sia adeguato al rischio sismico. È obbligatorio. Ma serve il tempo necessario e servirebbero molte più risorse.

 

I paesi sull'appennino sono tutti centri storici, è realistico pensare che possano essere adeguati al rischio?
Nel giro di qualche decennio si potrebbe fare. Un lavoro progressivo sull'adeguamento e miglioramento sismico è la vera prevenzione. Molto più che insegnare alle persone dove scappare o come proteggersi in caso di scossa.

 

È vero che le vecchie case in pietra e malta reggono meglio del cemento armato? Per metterle in sicurezza bisognerebbe stravolgerle?
Tendenzialmente non è vero. Hanno bisogno di interventi. Esistono tecniche anti sismiche non troppo costose che rispettano il patrimonio storico. Si può fare, altri paesi lo fanno. Non parlo solo di Usa e Giappone, anche in Cile un terremoto come questo non fa danni sul piano strutturale. E non fa vittime. C'è bisogno però che il nostro paese dedichi più tempo e più risorse agli interventi di prevenzione. Direi almeno un centinaio di volte superiori a quelle attualmente investite.

 
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