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Calunnia per chi denuncia il furto dell'assegno dopo averlo consegnato

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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 28 settembre 2016

 

Corte di cassazione - Sezione VI penale - Sentenza 26 settembre 2016 n. 40021. Risponde del reato di calunnia chi denuncia il furto o lo smarrimento di un assegno dopo averlo consegnato al prenditore. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 26 settembre 2016 n. 40021, confermando il giudizio della Corte di appello e dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato.
Il giudice di secondo grado di Genova ha ritenuto provata la responsabilità del ricorrente per il reato previsto dall'articolo 368 del codice penale per aver falsamente denunciato alle forze di Polizia lo smarrimento ed il furto di un assegno tratto sul conto corrente acceso presso l'istituto bancario Unicredit. I giudici hanno ritenuto che "il prevenuto abbia incolpato di ricettazione o appropriazione di cose smarrite il prenditore del titolo che aveva ricevuto l'assegno dal primo a garanzia della restituzione del deposito, ricevuto in conto vendita, di taluni orologi di antiquariato".
Per l'imputato, invece, la sentenza aveva, da una parte, illegittimamente disatteso la richiesta di perizia grafologica sostenendo "l'inidoneità del mezzo ad individuare la mano dell'autore della sigla apposta sull'assegno". Dall'altra, non aveva considerato, ai fini della calunnia, la mancanza di un rapporto debitorio a cui sarebbe stata collegata la consegna del titolo e l'esclusione della negoziabilità dell'assegno al momento della consegna perché già denunciato smarrito.
Per i giudici di Piazza Cavour, invece, sotto il primo profilo, la Corte di appello ha valorizzato altri elementi, come la prova per testi e la presenza di una stampigliatura, in corrispondenza della sigla, che richiama la persona del prevenuto, indicato come "restauratore". Per cui, "l'improprietà della valutazione" riguardante la perizia, pure se espressa in sentenza, non esauriva la motivazione, prosegue la Cassazione, secondo l'ormai consolidata giurisprudenza di legittimità: "integra il reato di calunnia la condotta del privato che denunci lo smarrimento di assegni bancari dopo averli consegnati in pagamento ad altro soggetto, simulando, così, il primo ai danni del prenditore del titolo, le tracce del reato di furto o di ricettazione (n. 12810/2012)". Inoltre, prosegue la Corte, "resta comunque certa l'integrazione del delitto di calunnia anche ove, pur non formulata una diretta accusa di uno specifico reato nella natura di pericolo della calunnia, sia prevedibile l'apertura di un procedimento penale per un fatto procedibile d'ufficio a carico di persona determinata (n. 8045/2016)".
Alla luce di questi principi il giudice di merito ha "segnatamente devalutato, in modo congruo rispetto alla raggiunta all'affermazione di responsabilità, la dedotta anteriorità della denuncia rispetto alla negoziazione del titolo". Infatti, "il rapporto temporale - e quindi anche l'eventuale anteriorità del prima rispetto alla seconda - tra denuncia di smarrimento e consegna del titolo non assume rilevanza quanto all'integrazione del reato di calunnia indiretta o reale ove sussista uno stretto e funzionale collegamento, oggettivo e soggettivo, tra la prima e la negoziazione, risultando altrimenti integrata la meno grave figura della simulazione di reato (n. 3910/2008)".

 

La continuazione del reato va accertata in concreto

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Il Sole 24 Ore, 28 settembre 2016

 

Esecuzione penale - Giudice dell'esecuzione - Reato continuato - Elementi ed indici di valutazione della continuazione ex art. 671 c.p.p. - Provvedimento di diniego - Motivazione. La decisione del giudice dell'esecuzione in ordine all'eventuale applicazione della continuazioneex articolo 671 c.p.p.(con la relativa rideterminazione delle pene comminate per i reati giudicati separatamente in maniera definitiva), se congruamente motivata, è insindacabile in sede di legittimità. Il provvedimento del giudice a quo che rigetti l'istanza di applicazione della continuazione deve ritenersi assolutamente ben motivato se individua correttamente una serie di elementi sintomatici dell'inesistenza del medesimo disegno criminoso, quali la diversa identità dei complici del condannato, la svariate serie dei luoghi di commissione dei delitti e la distanza temporale tra i fatti.
Peraltro, l'istanza di applicazione della continuazione avanzata dal condannato non deve essere generica, come ad esempio accade qualora il richiedente si limiti ad elencare le sentenze di condanna intervenute a proprio carico. Infatti, colui che intenda beneficiare della disciplina del reato continuato ha l'onere di allegare elementi specifici e concreti a sostegno della propria domanda, non essendo sufficiente il semplice riferimento alla contiguità temporale degli addebiti o alla identità e/o analogia dei reati commessi, indici, questi ultimi, sintomatici non dell'attuazione di un disegno criminoso unitario quanto, al contrario, di un'abitualità criminale e di ripetute scelte di vita del condannato sistematicamente ispirate alla violazione delle norme vigenti.
• Corte cassazione, sezione I, sentenza 13 settembre 2016 n. 37995.

 

Esecuzione - Istanza di applicazione della disciplina della continuazione - Reati di omesso versamento iva - Diniego - Esclusa sussistenza di medesimo disegno criminoso - Implicito riconoscimento di distinte e separate decisioni. Ai fini della determinazione della continuità, di per sè l'omogeneità delle violazioni e la contiguità temporale di alcune di esse, seppure indicative di una scelta delinquenziale, non consentono, da sole, di ritenere che i reati siano frutto di determinazioni volitive risalenti a un'unica deliberazione di fondo, con la conseguenza che l'identità del disegno criminoso deve essere negata qualora la successione degli episodi sia tale da escludere, malgrado la contiguità spazio-temporale e il nesso funzionale tra le diverse fattispecie incriminatrici, la preventiva programmazione dei reati, ed emerga, invece, l'occasionalità di quelli compiuti successivamente rispetto a quello cronologicamente anteriore.
• Corte cassazione, sezione I, sentenza 3 settembre 2015 n. 35912.

 

Esecuzione - Giudice dell'esecuzione - Concorso formale e reato continuato - Indici rivelatori dell'unicità del disegno criminoso - Nozione - Sufficienza anche di uno soltanto di essi ai fini del riconoscimento della continuazione - Fattispecie. In tema di reato continuato, l'identità del disegno criminoso è apprezzabile sulla base degli elementi costituiti dalla distanza cronologica tra i fatti, dalle modalità della condotta, dalla tipologia dei reati, dal bene tutelato, dalla omogeneità delle violazioni, dalla causale, dalle condizioni di tempo e di luogo, essendo a tal fine sufficiente la sola constatazione di alcuni soltanto di essi, purché significativi. (In applicazione del principio, la Corte ha annullato con rinvio l'ordinanza con la quale il giudice dell'esecuzione aveva escluso la configurabilità della continuazione per fatti di partecipazione a due associazioni per delinquere finalizzate a traffico degli stupefacenti, sebbene vi fosse contiguità temporale tra i due sodalizi ed una parziale coincidenza spaziale delle condotte).
• Corte cassazione, sezione I, sentenza 12 marzo 2013, n. 11564.

 

Esecuzione - Giudice dell'esecuzione - Concorso formale e reato continuato - Accertamento della "continuazione" - Indici rivelatori dell'unicità del disegno criminoso - Nozione - Sussistenza di alcuni soltanto degli indici ai fini del riconoscimento della continuazione - Sufficienza. In tema di applicazione della continuazione in sede esecutiva il giudice, ponendo a raffronto le sentenze deve verificare la ricorrenza di almeno alcuni degli indici rivelatori dell'identità del disegno criminoso - tra cui la distanza cronologica tra i fatti, le modalità della condotta, la sistematicità e le abitudini programmate di vita, la tipologia dei reati, il bene protetto, l'omogeneità delle violazioni, la causale, le condizioni di tempo e di luogo - onde accertare se sussista o meno la preordinazione di fondo che cementa le singole violazioni.
• Corte cassazione, sezione I, sentenza 9 gennaio 2013, n. 8513.

 

Il business nascosto del sopravvitto nel carcere di Voghera

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da Associazione Yairaiha Onlus

 

Ristretti Orizzonti, 28 settembre 2016

 

Circa un mese fa i detenuti di Voghera hanno inviato un reclamo alla direzione, al magistrato di sorveglianza, al garante nazionale, alla garante provinciale e alla Federconsumatori, inerente diverse problematiche strutturali che da anni, ormai, si trascinano senza essere risolte, nonostante le leggi e le ripetute ordinanze del Magistrato di Sorveglianza. Si va dai bagni alla turca "aperti" dei passeggi alle luci delle celle che non si spengono mai, dai generi alimentari in vendita presso il sopravvitto a prezzi raddoppiati ai canali televisivi limitati e tanto altro ancora.
Tra le tante questioni segnalate nel reclamo vorremmo evidenziare quella relativa ai prezzi esorbitanti dei generi alimentari in vendita presso il cd "sopravvitto" dell'amministrazione penitenziaria, la mancanza di controlli sull'origine del prodotto in vendita e la mancata apertura dei canali televisivi pure prevista dal regolamento penitenziario.
Molto spesso, infatti, questi aspetti vengono sottovalutati perché si ritengono problemi minori tra quelli che investono il pianeta carcere eppure, in molti casi, avere la possibilità di acquistare alcuni prodotti può essere vitale ma, al tempo stesso, diventa una sorta di privilegio, riservato a pochi, a causa dei prezzi quasi duplicati rispetto ai normali prezzi di mercato così come la possibilità di scegliere un canale televisivo che viene preclusa perché a Voghera, nell'era della comunicazione, si possono vedere solo pochi canali, contravvenendo al regolamento penitenziario e alle ordinanze del Magistrato di Sorveglianza che ha richiamato più volte la direzione in tal senso senza alcun risultato.
È dal 1 settembre che i detenuti della casa circondariale di Voghera hanno intrapreso uno sciopero pacifico, rifiutandosi di acquistare qualsiasi genere dal sopravvitto con la speranza di riuscire a trovare ascolto. Nelle scorse settimane la garante provinciale ha effettuato una visita nell'istituto proprio per verificare le segnalazioni dei detenuti e sollecitare la direzione ad intervenire tempestivamente dove possibile e di competenza (come ad esempio i prezzi e i canali televisivi) ma, ad oggi, risulta tutto fermo. Invitiamo, pertanto, chi di competenza a voler porre fine ad una situazione di illegalità che sicuramente non favorisce il recupero dei detenuti come da dettato costituzionale.

 

Perché non estendiamo le idee di Violante anche al rapporto tra procure e giornali?

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di Francesco Damato

 

Il Dubbio, 28 settembre 2016

 

Luciano Violante - nella sua intervista a Il Dubbio su quella che egli stesso ha efficacemente chiamato "un'invasione assolutamente ingiustificata del diritto penale nelle nostre vite", e sull'abitudine dei grillini, ma non solo loro, di "essere subalterni a un atto giudiziario", per cui reclamano dimissioni ad ogni annuncio di avviso di garanzia, o solo di iscrizione nel registro degli indagati - ha compiuto un altro passo importante sul felice percorso del suo ripensamento sui temi della giustizia.
Un percorso che gli ha già procurato il sarcasmo dei soliti giustizialisti, che gli hanno dato del traditore, contribuendo anche a boicottarne a suo tempo, fuori e dentro il suo partito, il Pd, la candidatura a giudice della Corte Costituzionale. Dove invece meritava di essere eletto dal Parlamento per la sua competenza, e proprio per la capacità dimostrata di sapere guardare in faccia la realtà. Anche quando questa smentisce la fiducia riposta in qualcuno o qualcosa.
Di tolleranza credo francamente che Violante ne avesse avuta troppa quando la magistratura non seppe resistere alla tentazione di riempire i vuoti che le lasciava una politica debole o addirittura imbelle, tutta presa dalle lotte fra i partiti o all'interno di essi e incapace di risolvere da sé i problemi che le poneva l'eterna lotta alla corruzione o, più in generale, alla illegalità. Una lotta eterna, perché i nostri ultimi anni o decenni non sono stati gli unici, e purtroppo non potranno neppure essere gli ultimi in cui si scontrano il bene e il male, il giusto e l'ingiusto.
Violante ebbe tanta fiducia nella categoria dei magistrati, da cui d'altronde proveniva, da apparirne il punto di riferimento nella politica per le posizioni apicali che egli via via occupava sul piano istituzionale e politico: il capo - si disse addirittura - del "partito dei giudici". Accadde quando fu il presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia, o presidente della Commissione Affari Costituzionali di Montecitorio, o capogruppo o presidente della Camera. E quando la politica annaspava tra le sue già ricordate debolezze, molte delle quali purtroppo perduranti, le picconate - ricordate? - di un presidente della Repubblica come Francesco Cossiga e le forzature - sul versante opposto - di un successore come Oscar Luigi Scalfaro. Che in una crisi di governo, nel 1992, arrivò ad estendere la pratica delle consultazioni ad un capo in carica della Procura della Repubblica più esposta nelle indagini sul finanziamento illegale della politica e sulla corruzione che poteva averlo accompagnato e aggravato.
Ora Violante sa ed ha il coraggio di denunciare, coi tempi che corrono, e i tanti mozza orecchi e manettari in servizio permanente effettivo, che la misura è colma. E che occorrono interventi davvero correttivi. Fra i quali egli è tornato a proporre, di fronte al "meccanismo troppo cristallizzato delle correnti" delle toghe, quella che ha chiamato "una Corte unica e separata dal Consiglio Superiore della Magistratura": un organismo davvero "terzo", che si occupi della "responsabilità disciplinare di tutti i magistrati", ordinari, amministrativi o contabili che siano. Sarebbe una riforma ben più vasta e incisiva di quella maturata per il regolamento interno del Csm.
Ebbene, con l'esperienza di più di cinquant'anni di mestiere giornalistico, e con le occasioni capitatemi direttamente di avere a che fare col mondo delle Procure e, più in generale, della giustizia, chiedo a Violante se non sia il caso di proporre fra le competenze della sua provvidenziale "Corte Unica" anche le cause che purtroppo sempre più di frequente promuovono i magistrati contro chi scrive criticamente delle loro iniziative o sentenze.
Cause che sono risolte da altri magistrati, sia pure di distretti giudiziari diversi. Dove ho sperimentato, per esempio, che può persino accadere che ad uno stesso magistrato capitino tutte le cause intentate contro decine di giornalisti di testate diverse da uno stesso attore giudiziario, e per le critiche alla stessa sentenza o iniziativa.
Si tratta di cause prevalentemente civili per almeno due motivi. Il primo è perché con le cause penali bisogna dimostrare anche l'intenzione diffamatoria del giornalista che ha avuto la disavventura di non condividere e quindi di criticare un atto o una sentenza, mentre con le cause civili la buona o cattiva fede non c'entra. Il secondo motivo è perché le cause civili producono sentenze eseguibili già in primo grado, per cui il giornalista condannato deve pagare anche se fa ricorso.
Ma prima ancora dei danni materiali procurati da simili procedure, per quanto legittime, conformi cioè alle disposizioni in vigore, i giornalisti subiscono in queste condizioni anche un altro tipo di inconvenienti. Subiscono, in particolare, la paura - letteralmente - di esercitare il loro diritto di critica per i guai ai quali possono andare incontro scrivendo o parlando.
Il nostro è un Paese in cui può capitare a chiunque -com'è successo alla mia carissima amica Stefania Craxi- di dare dello "stronzo, anzi grandissimo stronzo" ad un politico, nella fattispecie all'allora sindaco o candidato sindaco a Roma Francesco Rutelli, potendo pagare una multa in comode rate mensili delle vecchie cinquantamila lire. Rate da lei usate per ribadire più o meno simpaticamente in ogni versamento, come motivazione, la qualifica di stronzo, grandissimo stronzo dato al denunciante per avere auspicato l'arresto di Craxi. E può invece capitare ad un giornalista di doversi vendere la casa per pagare, dopo una sentenza di primo grado in sede civile, i danni reclamati da un giudice, o una giudice, per le critiche ricevute condannando penalmente, sempre in primo grado, un imputato poi assolto in appello e in Cassazione.
Non faccio nomi perché non è questione, appunto, di nomi. È questione di competenze, sotto tutti i profili. È un nodo, questo dei rapporti fra giustizia e giornalismo, che va risolto non meno urgentemente di quello fra giustizia e politica. Un nodo, quest'ultimo, che proprio Violante una volta disse spiritosamente, ma non troppo, che si poteva cominciare a sciogliere "separando le carriere dei magistrati e dei giornalisti", che ne raccontano il lavoro in modo tale da avvelenare il dibattito politico.

 

"Voi non lo immaginate, ma questa è la vita che fanno gli orfani di femminicidio"

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di Agnese Allasia e Giovanni Paolo Cornaglia

 

La Stampa, 28 settembre 2016

 

Il racconto di due zii affidatari: terrore, tremori, fragilità. Poi arriva la burocrazia. Un incubo che investe non solo le piccole vittime, ma anche chi li accoglie in famiglia.
Gentile Direttore, siamo Agnese e Giovanni Paolo, zii affidatari di due orfani di femminicidio, abbiamo partecipato al Convegno Switch-off sugli "orfani speciali" del 21 settembre alla Camera dei Deputati.
Esprimiamo profonda gratitudine alla dottoressa Anna Costanza Baldry e ai suoi collaboratori che, con il loro studio scientifico serio, approfondito, umano, hanno fatto luce su questa grave piaga sociale. Nessuno può lontanamente immaginare cosa vivono questi bambini, solo chi sta al loro fianco comprende e condivide il dolore e la tragedia, ogni istante del giorno e della notte, incessante, devastante.
Questi bambini, in un attimo, vivono tre drammi: il dramma degli orfani, il dramma della guerra, il dramma del terremoto.
1) Il dramma degli orfani perché perdono entrambi i genitori, ma in modo unico, terribile: in un momento di quotidianità, nella sicurezza della loro casa, la loro madre viene uccisa dal padre, che diventa l'assassino, l'incubo, l'imprevedibilità più terrificante.
2) Il dramma della guerra perché vedono la guerra a casa loro: spari, urla, sangue e morte.
3) Il dramma dei terremotati perché perdono la loro casa, le loro cose, i loro giochi per sempre, nulla esiste più, solo distruzione...
Come si sentono i bambini - I nostri due nipotini di 8 e 10 anni, accolti nei primi giorni dai nonni materni anziani e poi da noi zii e dai nostri due figli, sono travolti da realtà pesantissime: il funerale, il dolore del lutto loro e dei familiari, la mancanza di tutti i riferimenti, i giochi, gli effetti personali, la casa. Sono catapultati in una nuova realtà familiare dalle abitudini pressoché sconosciute, esposti ai commenti degli adulti, alle domande dei bambini, alle notizie e alle foto di mamma e papà sui giornali e su internet.
Poi inizia la fase del processo, la condanna. Rivivono ogni istante "il fatto", così come lo chiamano loro, e lo raccontano minuziosamente ai familiari, alle insegnanti, alla psicologa e si chiedono: "Perché non possiamo raccontarlo al giudice?". Quei pochi minuti durano per ore, prima narrati con fatica immane, poi scritti, con calligrafia alterata dalla mano rigida. Tante domande e sensi di colpa, per essersi salvati e non aver potuto salvare, per non essere stati sentiti: "Zia, come faccio a dire al giudice ciò che veramente è successo?".
Dopo la tragedia, il terrore vissuto si concretizza anche fisicamente, di giorno hanno tremori forti e inarrestabili, pallore, occhi sbarrati, rannicchiamento, isolamento e dondolio del corpo... di sera sono assaliti da paure, si fanno accompagnare in tutte le stanze, anche in bagno non riescono a stare da soli. Le notti sono sempre con la luce accesa, insonni, non basta tenerli per mano, con i letti tutti accostati, si svegliano di soprassalto per gli incubi, con urla, tremori ed enuresi. Anche quando dormono si contorcono e il loro volto è deformato dal terrore. I disturbi fisici di giorno sono imbarazzanti: balbuzie, tic, psoriasi, nausea, inappetenza, quello più mortificante è l'enuresi...
I disturbi psichici sono: grandi difficoltà di concentrazione e di memoria, isolamento, irritabilità, instabilità, aggressività, distacco emotivo, forte conflittualità tra fratelli, sensi di colpa e di ingiustizia, vergogna di sentirsi diversi, trattati con compatimento, guardati con pietà o curiosità. Sopra ogni cosa, anche di giorno, tanta, tanta paura: innanzitutto che il padre fugga dal carcere e uccida anche loro, paura della confusione, dei rumori, del sangue, degli odori di quel giorno, paura delle ombre, dell'imprevedibilità. Frequentare la scuola diventa una fatica immane, non si è più abili come prima, ci si sente incapaci, sfortunati a vita, si vuole essere invisibili e lasciati in pace.
Tutti i luoghi frequentati precedentemente, scuola, sport, parco giochi, luoghi di svago, il mare non danno più sollievo, destano in loro fortissimi ricordi e sprofondano in frequenti, dolorosi flash back. Non c'è più un posto, a loro conosciuto, che dia un po' di sollievo e pace, bisogna portarli in ambienti nuovi e ricercarli accuratamente, che siano tranquilli e poco frequentati. Sono di una fragilità assoluta: qualsiasi piccolo episodio di tensione o di aggressività nella vita sociale, manda questi bambini completamente in tilt per intere settimane, si sentono perseguitati e riaffiora in loro il forte senso di colpa, di impotenza.
Durante il giorno se ne escono, all'improvviso, coi loro racconti agghiaccianti e tante, profonde domande. È fondamentale un immediato e valido supporto psicologico per questi bambini e un lavoro di squadra costante tra psicoterapeuta, famiglia e scuola.
Come si sente la famiglia affidataria parentale - Per i parenti affidatari e i loro figli, noi abbiamo già due figli, tutto cambia, si stravolge. Oltre a vivere i drammi dei bambini, si affronta un percorso a ostacoli: il sequestro dell'abitazione, l'autopsia, le deposizioni dai carabinieri, gli incontri con l'avvocato, il processo, il Tribunale dei Minori, l'Asl, gli enti assistenziali e anche le istituzioni comunali e regionali per chiedere un aiuto. In un istante sono spazzati via serenità, abitudini, comodità, tempo libero, progetti, clima allegro, vacanze, relazioni, vita sociale e possibilità economiche.
Anche la propria amata casa viene stravolta, per creare nuovi spazi, i ritmi e lo stile di vita sono completamente modificati, totalmente rivolti alla gestione dell'emergenza più stravolgente e coinvolgente che possa esistere: curare e salvare questi bambini, non si riesce a pensare ad altro. Si devono prendere decisioni immediate, complicate, delicate per il futuro di questi bimbi, sia dal punto di vista delle azioni legali, burocratiche, amministrative, che dal punto di vista della salute, delle terapie psicologiche, delle scelte scolastiche, doposcuola, assistenza allo studio e tempo libero. Tutto senza trascurare nulla, pensando ad ogni risvolto psicologico, scegliendo per loro ambienti contenuti, rassicuranti.
Nell'immane impresa di prendersi cura di loro, si lavora a costruire una nuova famiglia senza smantellare l'equilibrio di quella preesistente, continuando a svolgere la propria attività lavorativa. La carenza di riposo e le notti insonni per gli incubi dei nipoti, che perdurano per anni, rendono tutto estremamente faticoso, sempre più pesante. Si sopporta tutto, con amore, tenacia, forza, unione, dedizione, entusiasmo.
Ciò che veramente è insopportabile, che causa una fatica disumana, compromettendo il difficile equilibrio psicofisico ed economico dell'intero nuovo nucleo familiare, sono gli ostacoli inaspettati per quanto riguarda la tutela e il sostegno ai minori e a tutto il nuovo nucleo familiare; ostacoli che si incontrano, assurdamente, proprio con gli enti che sono preposti per supportare i minori in difficoltà e le loro famiglie affidatarie.
Sono gli innumerevoli paradossi del malfunzionamento del sistema, dovuto anche, ma non solo, a carenze legislative, che vittimizzano ulteriormente questi orfani speciali. Nella nostra storia, purtroppo, sono affiorate tutte queste assurdità, fortemente discriminanti nei confronti di queste vittime, è emerso il non rispetto di diritti garantiti anche dalla Convenzione di Istanbul: articolo 5 risarcimento alle vittime, articolo 26 protezione e supporto ai bambini testimoni di violenza, articolo 46 circostanze aggravanti. Facciamo appello a tutte le autorità politiche affinché si lavori in coralità e si legiferi al più presto per tutelare anche questi deboli e indifesi, un esercito di orfani invisibili a cui dobbiamo un futuro migliore.

 
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