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Bologna: musica e Carcere, il "Dozza" apre eccezionalmente al pubblico

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farodiroma.it, 20 aprile 2018

 

Per il concerto del coro con 40 detenuti uomini e donne: "Per un attimo senza mura, sbarre e guardie". "Ero iscritta all'Università di Scienze politiche, dovevo diventare qualcosa di quel genere, ma purtroppo la vita ha preso un'altra piega e mi sono ritrovata qui. Io vivo i concerti che vengono fatti qui dentro in modo molto bello, è un attimo in cui mi sembra che non ci sono mura, non ci sono guardie, non ci sono sbarre". (Elisabetta, detenuta presso il carcere Dozza di Bologna e parte del coro Papageno, progetto Mozart14, associazione condotto da Alessandra Abbado, figlia del Maestro Claudio, specializzata in musicoterapia nelle carceri e negli ospedali)

Il 26 maggio sarà l'unica possibilità per ascoltare il Coro Papageno dal vivo all'interno della Casa Circondariale Rocco d'Amato di Bologna, un complesso di voci composto da 40 detenuti sia uomini che donne, caso particolarmente raro all'interno delle strutture detentive italiane.

Si tratta di un'esperienza irripetibile in quanto, in via eccezionale, le autorità permetteranno a tutti l'ingresso dentro le mura carcerarie per assistere ad un evento. Un repertorio vario che va da brani classici a canti popolari di varie culture, a rappresentanza delle diverse provenienze geografiche dei detenuti coristi, che si esibiranno di fronte ai propri familiari e quanti coloro vorranno essere protagonisti di un momento molto importante per tutti, soprattutto per il pubblico spettatore di uno show esclusivo capace di suscitare le più intense emozioni.

Il Coro Papageno rappresenta una delle straordinarie attività condotte dall'associazione no profit Mozart14, e nasce dalla consapevolezza che la musica può diventare un efficace strumento di riscatto sociale per l'individuo. Cantando insieme gli uomini imparano a conoscere il valore dell'ascolto e del reciproco rispetto, entrano in relazione e costruiscono nuovi legami e un rinnovato senso di comunità.

 

Torino: dacci il nostro pane quotidiano, anche in carcere

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di Marina Lomunno

 

vocetempo.it, 20 aprile 2018

 

A partire dal primo ricettario scritto dai detenuti, con la consulenza dello chef Matteo Baronetto, uno spettacolo a cura dell'associazione Outsider messo in scena nel carcere "Lorusso e Cutugno" di Torino. Le orecchiette con le cime di rapa servite in un piatto di carta dai detenuti hanno ricevuto addirittura il plauso del maître Paolo Novello, general manager dello storico ristorante torinese "Del Cambio".

È accaduto sabato 14 aprile, come racconta fratel Marco Rizzonato, religioso cottolenghino, nel teatro del carcere torinese "Lorusso e Cutugno", al termine della spettacolo "Che cosa bolle in cella" messo in scena venerdì, sabato e domenica scorsi di fronte ad un folto pubblico di torinesi nell'ambito dei progetti di inclusione della realtà carceraria con la società civile promossi dal penitenziario torinese.

Nella replica di sabato 14, tra gli spettatori oltre al direttore del "Lorusso e Cutugno" Domenico Minervini e a Paolo Novello, anche il Prefetto di Torino Renato Saccone e l'assessore alle Politiche sociali del Comune Sonia Schellino. Sul palco 20 detenuti e 10 persone con disabilità intellettiva ospiti del Cottolengo di Torino e i volontari dell'associazione Outsider, hanno rappresentato tra musica, poesia, canto e cucina "dal vero" la preparazione di una cena nel "famoso" ristorante virtuale "Ti cambio": al termine, oltre agli avventori seduti ai tavoli, le orecchiette alla pugliese cucinate "in diretta" dall'attore-chef sono state ammannite (piacevole sorpresa) a tutti gli spettatori.

"Obiettivo dello spettacolo di quest'anno" prosegue fratel Rizzonato, fondatore di Outsider, "è stato quello di farci entrare - attraverso i piatti che i detenuti preparano nelle loro celle con fornelletti da campo e ingredienti 'poveri', replicando le ricette delle loro famiglie d'origine - nella vita quotidiana del carcere. I sapori e i profumi degli gnocchi alla sorrentina, della pasta e fagioli o della pastiera napoletana preparati dietro le sbarre con amore e cura, come ci ha detto un detenuto, 'rendono liberi' perché si rivive aria di casa e la cella diventa una cucina famigliare, dove i ristretti fanno qualcosa per i compagni".

Un percorso che, oltre a far incontrare persone con diverse disabilità - come sottolinea la regista e Debora Sgro, dal 2001 impegnata in carcere con fratel Marco nel progetto "La pietra scartata" - ha anche una finalità solidale: le ricette "sperimentate" dai reclusi torinesi, grazie alla consulenza "stellata" di Matteo Baronetto, chef "Del Cambio", sono state raccolte in un libretto "Che cosa bolle in cella", il cui ricavato sarà devoluto per contribuire all'acquisto di una cucina da donare ai detenuti e per attivare dietro le sbarre un corso di cucina professionale.

"La creazione di un grande piatto", scrive Baronetto nell'introduzione al primo ricettario scritto da detenuti, "non è necessariamente vincolata alla presenza di una cucina hi-tech. Quello che serve davvero sono buoni ingredienti e l'estro dello chef... Ho trascorso così una giornata insieme a loro all'interno del carcere, dove mi hanno fatto vedere come nascono e vengono realizzati i loro piatti: grazie a loro ho scoperto che c'è un mondo che inizia dove finisce il nostro. E dove il tempo scorre a volte più lento, a meno di non farlo diventare una risorsa, trasformando un problema in un'opportunità".

Ecco la scommessa di fratel Marco che nel 2017 ha ricevuto dal Presidente Sergio Mattarella, l'Onorificenza di Ufficiale dell'ordine al merito della Repubblica Italiana, proprio per le sue molteplici e innovative iniziative a favore di detenuti, poveri e disabili.

Tra questi appunto l'associazione Outsider e il progetto "La Pietra Scartata" con cui le persone con disabilità sono diventate "volontari in carcere" realizzando ogni anno inediti spettacoli mettendo in scena "magicamente" limiti diversi. Sia disabili che detenuti vivono dietro le sbarre, limitati nella libertà di muoversi ma dall'incontro di più fatiche può nascere energia nuova per "addolcire" il quotidiano. Anche con un piatto di orecchiette. Chi desidera acquistare il ricettario dei detenuti può telefonare allo 011.5225.555 (Associazione Outsider).

 

Terni: "Fuori fuoco", il documentario realizzato da sei detenuti

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di Lucio Perotta

 

huffingtonpost.it, 20 aprile 2018

 

C'è un momento particolarmente toccante in Fuori fuoco (Alba Produzione con Rai Cinema). Si trova verso il minuto 40 e mostra quattro detenuti del carcere di massima sicurezza di Terni riunirsi in preghiera poco prima del pranzo. "Preghiamo per quelle persone che sono fuori - dice con il capo chino e gli occhi chiusi uno di loro -. Per tutti i profughi, che possano trovare un luogo migliore nella loro vita".

È dalla religione che alcuni provano a ripartire, dal pentimento vero e sincero, altri. Ci sono quelli che, invece, rimuginano su ciò che è successo prima di entrare nelle quattro mura: tre, sette, dodici o venti anni fa, per una rapina finita male, un omicidio, un traffico di stupefacenti. E piangono, come fanno tutti, ricordando com'era la vita, cos'era la libertà, guardando la foto di un bambino che sarà adulto quando le grate saranno - si spera per sempre - alle loro spalle. Tutti condividono la speranza e l'attesa. L'attesa interminabile di un permesso premio, della concessione di un qualunque beneficio, di una buona notizia che arrivi anche per loro. "Le buone notizie non arrivano dal cielo, ma dalla porta", afferma in un passaggio Rachid, che ha trovato nella poesia il suo rifugio.

Fuori Fuoco è un esperimento riuscito alla perfezione. E che assume particolare rilevanza dopo la pubblicazione del rapporto dell'Associazione Antigone 2017 sullo stato dei detenuti nel nostro Paese. Si può dire che il documentario realizza in immagini ciò che Antigone mette per iscritto. Ed è riuscito perché per la prima volta in Italia, le telecamere entrano in un carcere e a maneggiarle sono proprio loro, i carcerati. Questo è stato possibile perché la direttrice del penitenziario, Chiara Pellegrini, ha dato a sei di loro la possibilità di sperimentare un racconto tutto nuovo, un'introspezione nel quotidiano dietro le sbarre. Per alcuni mesi Erminio Colanero, Rosario Danise, Thomas Fischer, Rachid Benbrik, Alessandro Riccardi e Slimane Tali hanno abbandonato i panni dei detenuti per vestire quelli dei cameraman (con risultati - anche tecnici - sorprendenti).

Sei storie per sei stadi diversi della detenzione. C'è tutto l'arco dei sentimenti umani nei racconti di Erminio, Rosario, Thomas, Rachid, Alessandro e Slimane: rabbia, delusione, affetto, amore. Ci sono tutte le difficoltà che una persona incontra nel momento esatto in cui diventa detenuto. C'è il rischio suicidio (52 nel 2017), c'è l'incubo della recidiva, il ritorno in carcere, lì all'orizzonte, al di là delle sbarre, perché dentro non esistono le condizioni affinché si realizzi a pieno l'articolo 27 della Costituzione, quella "rieducazione" decantata ma nei fatti poco ricercata. Non è il finale un po' amaro a "rovinare" un racconto emozionante e prezioso. Anzi, quel finale (no spoiler) è tra gli imprevisti da mettere in conto in uno Stato che non dovrebbe mai dimenticare gli ultimi.

 

Migranti. Strasburgo: Italia non ha sistema reclami nei centri

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Ansa, 20 aprile 2018

 

In Italia il meccanismo per i reclami a disposizione dei detenuti funziona bene, ma manca per i migranti, privati della libertà in varie strutture a partire dai centri. Lo afferma Mykola Gnatovskyy, presidente del Cpt, organo anti tortura del Consiglio d'Europa, in occasione della pubblicazione del 27esimo rapporto annuale. Nel documento l'organismo detta i principi che devono regolare il funzionamento dei meccanismi di reclamo per tutti quelli che sono privati della libertà, nelle carceri, nelle stazioni di polizia, nei centri per i migranti, negli istituti psichiatrici e in altre strutture di detenzione.

"Questi meccanismi, che mancano in molti paesi e in altri mostrano gravi lacune, sono una garanzia fondamentale contro la tortura e i maltrattamenti" osserva il Cpt, aggiungendo che "la loro esistenza mostra che l'atmosfera nel luogo di reclusione è buona".

Per quanto concerne l'Italia, il presidente del Cpt, facendo riferimento alle ultime visite condotte nel Paese, osserva che "i detenuti hanno ora varie possibilità per sporgere reclami" e che "queste sono ben conosciute e usate senza alcun timore".

Lo stesso non è invece vero, osserva Gnatovskyy, per i migranti che si trovano privati della libertà. Infine nel rapporto pubblicato lo scorso anno sulla visita periodica condotta in Italia nel 2016, il Cpt sottolineava che le autorità dovrebbero aumentare le informazioni sui meccanismi di reclamo per quanti sono nei Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza).

 

Migranti. Decriminalizzare la solidarietà e proteggere le vittime d'abusi

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di Valentina Stella

 

Il Dubbio, 20 aprile 2018

 

Decriminalizzare la solidarietà, creare passaggi sicuri per i rifugiati, proteggere le vittime di abusi. Sono i tre obiettivi dell'iniziativa dei cittadini europei (Ice) "Welcoming Europe. Per un'Europa che accoglie", presentata ieri mattina a Roma, nella sala "Caduti di Nassirya" del Senato, dai rappresentanti delle organizzazioni che la promuovono in Italia, tra cui Radicali Italiani, Fcei, Legambiente, Oxfam, ActionAid, A Buon Diritto, Cild.

"Questa iniziativa di partecipazione e democrazia - ha dichiarato Riccardo Magi deputato di + Europa e segretario di Radicali italiani - punta a rendere più chiara ed efficace a livello europeo la normativa sulla gestione dei flussi migratori. Ed è importante anche di fronte al sospetto fondato che il nostro Paese, con quello che avviene con la guardia costiera libica, si stia di fatto rendendo complice di respingimenti: per questo l'Italia ha già subito una condanna dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo".

Presente all'incontro anche Riccardo Gatti di Proactiva Open Arms: "La nostra nave è stata dissequestrata e sta per tornare in mare. Il nostro operato si è svolto nel rispetto della cornice legale. Noi sappiamo come soccorrere le persone in mare e sappiamo altrettanto bene che le autorità di Tripoli operano nella violenza".

In particolare, come ha detto la senatrice Emma Bonino, con l'iniziativa, che coinvolge diversi Stati Europei, vogliamo "decriminalizzare la solidarietà", ossia riformare la direttiva comunitaria che definisce il favoreggiamento dell'ingresso, del transito e del soggiorno illegali; creare passaggi sicuri e ampliare i programmi di sponsor-ship privata rivolti a rifugiati; proteggere le vittime di abusi e rafforzare i meccanismi di tutela e di denuncia nel caso di abusi, sfruttamento e violazioni dei diritti umani, in particolare nella gestione delle frontiere esterne.

L'obiettivo ora è quello di raccogliere un milione di firme in 12 mesi in almeno 7 Paesi membri da consegnare poi alla Commissione Europea, a cui dovrebbe seguire un'audizione pubblica presso il Parlamento europeo. La Commissione adotterà poi una risposta formale in cui illustrerà le eventuali azioni che intende proporre.

 
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