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Lettere: il vero "disastro ambientale"? la giustizia, tra carcere preventivo e legge Severino

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Paolo Cirino Pomicino

 

Il Foglio, 25 novembre 2014

 

La vita in Italia diventa sempre più difficile. Recessione e povertà, riduzione degli occupati e dei consumi finanche alimentari, ghettizzazione delle grandi periferie urbane e un progressivo dissesto idrogeologico sono un quadro complessivo di sfarinamento del paese.

Di tutto questo disastro ne parleremo in altra occasione. Oggi vogliamo ragionare sulla Giustizia i cui malanni aggiungono e aggravano la situazione descritta. Un universo mondo fatto di lentezze, di inadeguatezze strutturali e funzionali e dove campeggiano spesso protagonismi che producono ferite sanguinanti non solo a persone e a famiglie ma anche alla percezione che l'intero paese ha della nostra giustizia, una percezione drammatica che alterna timore e sfiducia. Partiamo da alcuni fatti di cronaca che attengono alla cosiddetta carcerazione preventiva di cui ha parlato finanche il Papa.

Ci riferiamo ai casi di Silvio Scaglia, di Alfredo Romeo e di Francesco Gaetano Caltagirone Bellavista. Tre imprenditori diversi ma tre storie egualmente tragiche che rappresentano la punta di un iceberg di sofferenze e di ingiustizie.

Tre uomini mantenuti in carcere per mesi ingiustamente dal momento che poi nel processo sono stati assolti perché il fatto non sussiste. E allora vorremmo chiedere all'associazione magistrati se davvero bisogna ricorrere così spesso alla carcerazione preventiva infliggendo mortificazioni e sofferenze senza sapere se davvero una persona sia colpevole. Davvero, cioè, le indagini non si possono fare senza incarcerare preventivamente gli indagati?

Per evitare pressioni improprie tese a patteggiare o a confessare, perché non limitarla ai domiciliari stretti per quei pochi giorni necessari a ritirare il passaporto, fare perquisizioni ed eventuali misure interdittive? Naturalmente da queste domande sono esclusi i reati di sangue, quelli colti in flagranza e quelli della criminalità organizzata. Chi difende la indipendenza della magistratura inquirente deve saper difendere nel paese anche altri valori di gran lunga maggiori della prima quali la libertà e la reputazione delle persone.

Vorremmo ragionare, senza alcuna polemica, con tutti e tre i poteri indicati da Tocqueville per dire loro che un potere diventa autorevole e accettabile quando si pone esso stesso dei limiti rispetto ai valori fondanti di una civiltà moderna. E lo diciamo anche al Parlamento che nel suo declino ventennale si è fatto dettare spesso norme liberticide o di segno contrario.

Un esempio è l'ultimo caso di cronaca quello di Salvatore Mancuso che essendo stato rinviato a giudizio per ostacolo alla vigilanza si è dovuto dimettere dal consiglio di amministrazione dell'Enel nel quale era stato nominato dal ministero del Tesoro.

Ci sono migliaia di Mancuso, imprenditori, professionisti autorevoli e perbene, che sono permanentemente sotto la spada di Damocle di un rinvio a giudizio che poi nei processi nel 50 per cento dei casi si dimostra fallace ma per il quale hanno dovuto lasciare qualche anno prima il proprio ruolo nella guida di società private o pubbliche. E perché quelli solo sospettati di aver sbagliato devono lasciare il proprio ruolo mentre chi alla fine della vicenda risulta di aver sbagliato come il magistrato inquirente conserva appieno le proprie funzioni?

Parliamo dell'esercizio di una funzione inquirente che se si caratterizza molte volte per errori che colpiscono valori fondamentali (reputazione e libertà) non dovrebbe essere più consentita a chi l'ha esercitata destinando la persona a funzioni diverse. Dispiace che la famosa legge Severino porti il nome di una donna di cultura e di alta professionalità. In uno stato di diritto l'elettorato passivo va tolto solo dalla autorità giudiziaria perché è un diritto costituzionalmente protetto e lo è stato per 60 anni della vita repubblicana. Se dopo un processo penale l'autorità giudiziaria non dà l'interdizione dai pubblici uffici, perché si toglie a una persona il diritto all'elettorato passivo che risiede nelle mani solo dei partiti che le propongono e dei cittadini che le votano? Quando ancora deputati discutemmo di ineleggibilità, per spiegare la follia di quelle proposte presentammo un emendamento che dichiarava altresì ineleggibili quanti avevano chiesto o disposto misure cautelari per 7 volte su persone risultate poi innocenti. La legge si fermò. È più grave non aver denunciato un finanziamento elettorale alle Camere o una violazione per sette volte dei diritti dell'uomo così come descritti nella carta universale dell'Onu? In una stagione ormai lontana erano i partiti a non candidare persone sotto processo e prima ancora dei partiti erano i politici coinvolti in vicende giudiziarie a chiamarsi fuori anche dagli impegni di partito.

Il senso del nostro appello di oggi ai tre poteri (l'esecutivo, il legislativo e quello giudiziario) è quello di ripristinare ciascuno nel proprio ambito il loro primato e la loro indipendenza, entrambi possibili solo se si recupera quella autorevolezza perduta che poggia, però, sulle spalle dei propri limiti e della propria responsabilità e coltivata da quel buon senso anch'esso smarrito. Se questo non dovesse accadere la società italiana si avvia più rapidamente di quanto si immagini a una implosione drammatica e a una fuga di massa di quanti sono in condizione di farla, giovani o anziani che siano.

 

Sicilia: manca il Garante per diritti dei detenuti... se lo Stato arretra si favorisce la mafia

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di Davide Di Giorgi

 

www.extraquotidiano.it, 25 novembre 2014

 

Dal 2013 esiste solo l'ufficio, ma è fermo perché la legge regionale assegna tutte le competenze all'authority. L'ex garante Fleres: "Ancora oggi arrivano tantissime segnalazioni. I casi come quelli di Stefano Cucchi sono centinaia all'anno".

La Sicilia non ha più l'Ufficio del garante dei diritti dei detenuti. O meglio, esiste l'ufficio ma non il garante. Che però è fermo perché la legge regionale assegna tutti i poteri all'authority. Dal 16 settembre 2013 il presidente della Regione Rosario Crocetta non ha più nominato il garante per la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti. Una figura che, dal 2006 al 20013, è stata ricoperta dall'ex senatore catanese Salvo Fleres.

L'ex Garante racconta le tante iniziative svolte in questi anni a servizio dei diritti umani e dei detenuti. Su sua iniziativa, per esempio, nel carcere di piazza Lanza a Catania è stato chiuso un reparto per la ristrutturazione, dopo un ricorso.

"Molti detenuti - racconta Fleres - segnalavano problemi legati alle prestazioni sanitarie scarse, abusi o episodi "strani". Abbiamo svolto indagini molte accurate sui casi segnalati, perché molto spesso le autorità competenti puntano a minimizzare ogni cosa. Esistono tanti casi Cucchi. I casi come quelli di Stefano Cucchi sono svariate centinaia all'anno".

L'ex Garante racconta anche di "essere stato avvicinato presumibilmente da esponenti della criminalità organizzata che hanno proposto di fare il garante privato. Nel momento in cui lo Stato arretra e abbassa il livello di garanzia che offre ai cittadini, nella sanità per esempio, o nella scuola, o, in questo caso, nel carcere, si scatena l'iniziativa "privata".

C'è chi ha pensato, quando hanno saputo del mio non rinnovo come Garante, che si potesse creare uno spazio d'azione: evidentemente quando un detenuto sta male ha due scelte, o si affida allo Stato oppure se manca il garante si affida alla famiglia d'origine. Dunque - sostiene con fermezza - chi non rinnova il garante fa una grossa cortesia alla mafia".

E sulla situazione delle carceri in Sicilia, Fleres afferma che "è simile alla situazione italiana ma nell'Isola abbiamo un'aggravante. Esistono una trentina di carceri, per minorenni e adulti, molto vecchie dove un po' dappertutto ci sono problemi di natura sanitaria, ci sono problemi legati alle scarse attività rieducative".

Gloria Cammarata, funzionaria dell'ufficio del Garante ribadisce la necessità di trovare una soluzione: "L'ufficio è fermo perché secondo la legge regionale n. 5 del 2005, tutte le competenze sono in capo al garante, il quale per lo svolgimento delle sue attività si avvale di un ufficio, ma senza garante di fatto l'ufficio non può operare".

E aggiunge: "Siamo stati la seconda regione d'Italia ad istituire questa figura. Le altre regioni hanno preso spunto dalla nostra legge. Al momento esiste dunque un ufficio con tre unità e nove ex Pip e l'unica cosa che fa è l'ordinaria amministrazione. È mortificante".

Poi aggiunge: "Il tavolo del garante è pieno di lettere di detenuti che scrivono, ma tali lettere non possono essere aperte perché sarebbe una violazione di corrispondenza. Alcune invece sono indirizzate all'ufficio e possono essere aperte ma non possiamo rispondere perché le lettere di risposta devono essere firmate dal garante. Noi non sappiamo cosa c'è nelle lettere. Possono esserci richieste d'aiuto o d'intervento.

Una risposta può salvare una vita ed evitare altri casi di suicidio, per esempio. Ci possono essere lettere di detenuti che lamentano situazioni sanitarie particolari, situazioni di abuso, o altro... Intanto le lettere aumentano. Meno rispetto a prima, ovviamente, perché chi non riceve risposta, da un anno, non ha alcun motivo di scrivere. Chi prima aveva riposto fiducia nel garante oggi non sa più a chi rivolgersi".

E sulla mancata nomina del garante da parte del governatore Crocetta, Gloria Cammarata precisa di non conoscerne i motivi, ma lancia un appello: "Se non vuole nominare il garante allora faccia un emendamento di tre righe e chiuda l'ufficio. L'incarico è a titolo gratuito e le persone che vogliono farlo attualmente ci sono. Lo stesso Fleres, ad esempio, ha chiesto di essere rinominato, disponibile sin da subito a riprendere il lavoro".

 

Napoli: carcere Poggioreale; anni 80, quando le squadrette speciali usavano la "cella zero"

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di Damiamo Aliprandi

 

Il Garantista, 25 novembre 2014

 

Incappucciati, spogliati nudi e azzannati dai cani di razza fino a fargli mordere i genitali. A seguito della nostra inchiesta sui Gom, i reparti speciali del corpo della Polizia penitenziaria, abbiamo incontrato Pietro Ioia che ci racconta la terribile esperienza vissuta negli anni 80 al carcere di Poggioreale, In particolar modo ci descrive l'utilizzo della cosiddetta "cella zero" e i metodi di tortura delle squadrette speciali, i precursori dei Gom.

Erano gli anni della faida interna della criminalità organizzata campana. Una guerra tra la "nuova camorra organizzata" di Raffaele Cutolo e la "nuova famiglia", la quale si combatteva anche all'interno delle carceri. Per salvaguardare la propria incolumità, ogni detenuto, anche chi non era affiliato, doveva proteggersi con la pistola e fare da sentinella armata all'interno del proprio padiglione. Per far fronte a tutto ciò, lo Stato faceva intervenire il corpo speciale della polizia penitenziaria, la quale utilizzava metodi simili alla tortura di Pinochet.

Pietro Ioia attualmente è un uomo libero e ha fondato un'associazione napoletana che si batte per i diritti dei detenuti. A primavera uscirà un libro sulla cella utilizzata per torturare i detenuti, L'eventuale ricavato delle vendite, verrà utilizzato per aiutare i detenuti più poveri che non hanno i soldi per comprare i beni essenziali utili per sopravvivere all'interno del carcere. Grazie alle denunce e testimonianze di Pietro Ioia, la Procura di Napoli ha aperto un'inchiesta per far luce sull'utilizzo recente della "cella zero". Secondo la denuncia, tale cella è stata utilizzata fino a qualche mese fa. Oggi, grazie anche al cambio della dirigenza, il carcere di Poggioreale è diventato un po' più "dignitoso". A seguire, la sua lettera shock dove racconta la brutalità delle squadre speciali.

 

Pestati e morsi dai cani: così le teste di cuoio ci torturarono, di Pietro Ioia (presidente "Ex detenuti organizzati napoletani")

 

Erano le 11 del mattino ed eravamo situati al terzo piano dei "padiglione Salerno" del carcere di Poggioreale . Fuori dalla mia cella si commentava il trasferimento notturno e coatto di alcuni boss mafiosi avvenuti nei giorni scorsi, quando all' improvviso ci fu l'irruzione armata delle "teste di cuoio" dei penitenziari, la squadretta che dopo anni verrà chiamata Gom: spararono all'impazzata verso il soffitto del padiglione e tutti

noi ci rifugiammo all'interno delle nostre celle. Io mi infilai sotto al mio letto dove sentivo fischiare le pallottole fin dentro la mia cella. Il tutto durò per pochi e interminabili minuti e restammo chiusi per tutta la giornata nelle celle. La "pace" finì presto. Verso le 19 e 45 della stessa giornata, mentre stavamo guardando il Tg3 regionale, sentimmo delle urla strazianti in lontananza.

Piano piano si fecero sempre più forti finché fu la volta della nostra cella: entrarono due uomini alti, robusti e incappucciati dove con fucili alla mano ci intimarono di spogliarci nudi. Una volta spogliati ci pestarono con il calcio del fucile e ci obbligarono ad uscire di corsa fuori dalla cella. Ad aspettarci c'erano altri uomini che ci accompagnarono con calci, pugni e manganellate giù al piano terra. A quel punto, sotto il tiro delle armi, faccia al muro fummo pestati con manganelli dietro la schiena e sui glutei. Poi ci fecero correre tra le due

fila composte da giovanissimi guardie che arrivarono dalla scuola della polizia penitenziaria di Portici. Continuarono a pestarci con manganelli, pugni e, come se non bastasse, venimmo azzannati da cani di razza, i pastori tedeschi. Ad alcuni detenuti, i cani gli morsero i genitali e rischiarono di farseli strappare. Poi di corsa, tutti tumefatti, pieni di sangue e senza alcuna assistenza medica, fummo portati giù alle

compresse dove all'epoca cerano celle segrete molte ampie. Dopo due giorni, legato mani alla schiena e incappucciato, venni prelevato e portato in un ufficio. A quel punto mi fu tolto il cappuccio e vidi davanti a me molti uomini con il viso coperto. Alla domanda dove avevo nascosto la pistola, io risposi di non saperlo.

Quindi mi fu rimesso il cappuccio e portato di peso al piano terra di un padiglione, mi fu tolto di nuovo il cappuccio e vidi una cella vuota con una luce rossa opaca, uno sgabello e una corda a cappio. Al tal punto io subito dissi dove nascosi l'arma e mi fu risparmiata l'ennesima tortura. Correva l'anno 1982 ed era in corso la guerra di camorra di Raffaele Cutolo e la "nuova famiglia": era in quell'anno che io e molti altri detenuti abbiamo assistito alla nascita della cella zero.

 

Firenze: la Camera Penale; suicidi in carcere, c'è un'incapacità di arginare il fenomeno

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La Repubblica, 25 novembre 2014

 

Sul suicidio del giovane detenuto che sabato si è impiccato nel carcere fiorentino di Sollicciano interviene l'avvocato Luca Maggiora, responsabile dell'Osservatorio Carcere della Camera Penale di Firenze: "Si registra ancora una volta, e a pochissima distanza dal precedente, un ulteriore decesso all'interno del carcere di Firenze; questa volta un suicidio", scrive l'avvocato:

"Se la recente morte per overdose della giovane donna aveva suscitato sentimenti di tristezza e di indignazione, questo ulteriore decesso - avvenuto proprio mentre a Firenze si stava svolgendo un importantissimo convegno sulla materia - dimostra come ormai sia evidente l'incapacità di arginare il triste e pericoloso fenomeno delle morti in carcere. Si ribadisce ancora una volta come non sia concepibile entrare in un carcere, sotto la tutela dello Stato, ed uscirne morti.

Come riportato anche dalla stampa, questo è il terzo suicidio avvenuto nella struttura fiorentina ed il quinto in Toscana. La Camera Penale chiederà un incontro con la Direttrice del carcere; le esigenze di rieducazione devono essere accompagnate da seri ed efficaci strumenti a tutela della popolazione detenuta".

Aduc: suicidio tossicodipendente, colpa inerzia istituzioni

"Se un contribuente è incapace di far fronte ai propri debiti non deve essere l'ente creditore a curarlo (decidere come e se farlo pagare a rate, per esempio), ma un organismo indipendente e di tutela del malato creditore.

Lo stesso dovrebbe valere per il tossicodipendente che deve scontare una pena: va levato dal carcere e curato da chi è preposto esclusivamente al suo benessere sanitario", "il suicidio di Sollicciano non è purtroppo un film, ma il risultato dell'assenza e dell'insufficienza di politiche in questo senso, cioè dell'inezia delle istituzioni". Così Vincenzo Donvito, presidente Aduc, commenta il suicidio nel carcere fiorentino di Sollicciano di un detenuto tossicodipendente, in cura metadonica, al quale era giunta la notifica di una sentenza definitiva per spaccio di droga. E aggiunge: "Come lui, in cura presso il Sert del carcere fiorentino, ce ne sarebbero circa altri duecento. Tra il diffuso disinteresse dei più".

 

Perugia: nelle carceri c'è meno sovraffollamento, ma serve più lavoro... e più personale

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www.umbria24.it, 25 novembre 2014

 

A Perugia il convegno organizzato dai parlamentari Pd. Verini: "Occuparcene dovere morale". Paparelli: "Fare di più". Il cardinale Bassetti: "Detenuto non sia invisibile. Occuparsi di carceri non è un lusso, è un dovere, anche morale". Lo ha detto il deputato Walter Verini, capogruppo Pd in commissione Giustizia della Camera aprendo il convegno "Carcere, una pena civile in un sistema giusto ed efficiente" organizzato proprio dai deputati democratici.

"Il Pd - ha detto Verini - sta provando a cambiare l'Italia e lo fa provando a introdurre riforme che abbiano impatto in molti campi, dal lavoro alla pubblica amministrazione, dalla scuola alla giustizia. Il 29 agosto - dunque - il Governo ha licenziato un pacchetto di misure per rendere la giustizia più veloce, trasparente, efficiente e per dare a cittadini e imprese la certezza del diritto". Oggi, "dopo 20 anni si può provare a discutere di giustizia partendo da temi generali e non dai problemi personali di qualcuno. E parlare di giustizia significa anche parlare di emergenza carceri".

Grazie a molte delle misure prese negli ultimi mesi, "il tema del sovraffollamento si pone, oggi, in maniera meno emergenziale, ma la situazione, per quanto meno drammatica, rimane pesante e una società civile seria e una politica attenta alle esigenze delle fasce più deboli non possono rimanere insensibili a temi come questi. Occuparsi di carceri non è un lusso, è un dovere, anche morale". Come è un dovere "far entrare di più la società e le istituzioni nelle carceri per non lasciare soli quanti si occupano di detenuti e che in Umbria, in molti casi, hanno fatto della rieducazione e della umanità una ragione di vita.

La pena - ha aggiunto Verini - non è una vendetta, ma deve puntare alla rieducazione, al reinserimento e investire nel recupero e nel reinserimento significa investire in sicurezza". "In Umbria - ancora Verini - il sistema carcerario soffre meno e dall'Umbria arrivano segnali importanti di civiltà: dagli spazi per la preghiera per detenuti di fede islamica al carcere di Terni alle attività agricole a Perugia, fino ai progetti di educazione e formazione a Spoleto".

Dalle Province di Perugia e di Terni e dalla Regione Umbria sono in arrivo fondi per importanti progetti formativi, anche rivolti a minorenni, e per il sostegno a iniziative di reinserimento lavorativo come il progetto agricolo e l'officina creativa di produzione tessile a Capanne di Perugia. In questo senso è importante il "contributo - ha spiegato l'assessore regionale con delega alla Sicurezza Fabio Paparelli - delle associazioni di volontariato. Permangono, però, criticità importanti - per Paparelli - legate alla mancanza di mezzi e personale e spesso anche a generi di prima necessità. C'è attenzione - ha sottolineato Paparelli - verso il tema fondamentale della dignità umana e del recupero di quanti devono scontare una pena certa ma che deve rappresentare una occasione di espiazione e recupero sociale". Secondo Paparelli "abbiamo bisogno che questo tema non sia più affrontato ciclicamente ma in maniera strutturale e definitiva".

Tra le difficoltà che il sistema carcerario umbro, che pure ha avviato esperienze importanti, evidenzia con più forza "alcune carenze legate al reinserimento lavorativo - ha sottolineato Cinzia Montanucci, responsabile Giustizia del Pd Umbria - l'organico insufficiente e un ritardo rispetto all'adeguamento dei luoghi e dei metodi di detenzione alle esigenze dell'universo femminile".

Ha portato i suoi saluti agli ospiti del convegno il cardinale e arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti. "Il carcerato - ha detto - è uno che non si vede, è recluso, non fa notizia, in poche parole non esiste e in molti casi è oggetto di una condanna morale da parte di cittadini esasperati da una società della paura". Ma "se un carcerato è invisibile per il mondo - per Bassetti - non deve esserlo per chi è credente e per un uomo di buona volontà che nel carcerato vede la dignità della persona umana, da rispettare e aiutare". Il cardinale Bassetti ha voluto richiamare l'attenzione sulla opportunità di rivedere l'istituto dell'ergastolo, definito da Papa Francesco "una pena di morte coperta". "Il carcere - ha sottolineato - non può diventare la panacea di tutti i mali che ci sono nella società e quando una pena è senza fine non ha più nemmeno un aspetto medicinale".

A introdurre i lavori del pomeriggio il responsabile nazionale Carcere del Partito Democratico Sandro Favi e la responsabile giustizia del Pd Umbria Cinzia Montanucci. Tra gli ospiti: Stefano Anastasia, presidente onorario di Antigone, Francesco Cascini, vice capo del dipartimento Amministrazione penitenziaria, la senatrice Pd Valeria Cardinali, Massimo Costantini, Cnca Umbria, Beatrice Cristiani, del tribunale di sorveglianza di Perugia, Bernardina di Maio, direttore del nuovo complesso penitenziario Capanne di Perugia, Francesco Falcinelli, presidente della Camera penale di Perugia, Giorgio Flamini, regista e docente presso la casa di reclusione di Spoleto, Carlo Fiorio, garante dei detenuti della Regione Umbria, Marco Gambuli, coordinatore dei Dipartimenti del Pd Umbria, la senatrice democratica Nadia Ginetti, il consigliere regionale Manlio Mariotti, Chiara Pellegrini, direttore della casa circondariale di Terni, Eustachio Petralle, dirigente della direzione generale esecuzione penale esterna, Silvia Rondoni, Arci Solidarietà Ora d'Aria, Carlo Bonucci, consigliere Apv con delega alle tematiche del carcere, Ilse Runsteni, dirigente generale del Provveditorato amministrazione penitenziaria Umbria e Marche, Luca Sardella, direttore case di reclusione di Spoleto e Orvieto.

 
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