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Scatta la truffa per i permessi della legge 104 fruiti come giorni di ferie

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di Michele Nico

 

Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2017

 

Corte di Cassazione - Sezione II - Sentenza 23 dicembre 2016 n. 54712. Il lavoratore che usufruisce dei permessi retribuiti di cui all'articolo 33, comma 3, della legge104/1992, pur non essendo obbligato a prestare assistenza alla persona handicappata nelle ore in cui avrebbe dovuto svolgere attività lavorativa, non può, tuttavia, utilizzare quei giorni come se fossero giorni feriali, senza quindi prestare alcuna assistenza al disabile. Questo il principio affermato dalla Corte di cassazione, sezione II penale, con la sentenza n. 54712 del 23 dicembre 2016, che pur tuttavia conferma un'interpretazione di favore nei confronti del dipendente, là dove rileva che "da nessuna parte della legge si evince che, nei casi di permesso, l'attività di assistenza deve essere prestata proprio nelle ore in cui il lavoratore avrebbe dovuto svolgere la propria attività lavorativa".
Il ragionamento della Cassazione - Una siffatta interpretazione viene mitigata dal rilievo che i permessi "non possono e devono essere considerati come giorni di ferie (...), ma solo come un'agevolazione che il legislatore ha concesso a chi è si è fatto carico di un gravoso compito, di poter svolgere l'assistenza in modo meno pressante e, quindi, in modo da potersi ritagliarsi in quei giorni in cui non è obbligato a recarsi al lavoro, delle ore da poter dedicare esclusivamente alla propria persona". Tenuto conto di ciò la Corte di cassazione, richiamando alcuni precedenti giurisprudenziali in tal senso, conclude che è colpevole di truffa il lavoratore che, avendo chiesto e ottenuto di poter usufruire dei giorni di permesso retribuiti, li utilizzi per recarsi all'estero in viaggio di piacere, non prestando, quindi, alcun genere di assistenza.
La sentenza è degna di rilievo, in quanto ha il pregio di mettere a fuoco il delicato punto di equilibrio nella lettura di un dettato normativo che trova diffusa applicazione nei rapporti di lavoro pubblico e privato, quale strumento di politica socio-assistenziale che riconosce e promuove la cura prestata alle persone con grave handicap da parte dei loro familiari. Un punto di equilibrio che, va pur detto, si è rivelato mutevole nel corso degli anni, specialmente dopo che l'articolo 24 della legge 183/2010 è intervenuto sul disposto in esame per eliminare i requisiti della "continuità ed esclusività" dell'assistenza per fruire dei permessi mensili retribuiti. La ratio della legge 104/1992 è però rimasta invariata, e con la recente sentenza della Corte costituzionale n. 213/2016 è stata definita quale "espressione dello Stato sociale che eroga una provvidenza in forma indiretta, tramite facilitazioni e incentivi ai congiunti che si fanno carico dell'assistenza di un parente disabile grave".
La condanna per truffa - Tornando alla pronuncia in commento la Sezione conferma, come si è detto, la condanna per truffa nei confronti di un dipendente che ha utilizzato i permessi retribuiti di cui alla legge 104/1992 non per assistere il familiare disabile, ma per recarsi in viaggio all'estero con la famiglia. La Corte respinge, quindi, la tesi difensiva a sostegno dell'insindacabilità da parte del datore di lavoro delle modalità con cui il lavoratore utilizza i permessi in questione e della loro assimilazione tout court ai giorni di ferie. I permessi hanno, invece, lo scopo di consentire al lavoratore di prestare la propria attività di assistenza con maggiore continuità, senza peraltro escludere la sua possibilità "di ritagliarsi un breve spazio di tempo per provvedere ai propri bisogni ed esigenze personali".
La Sezione precisa anzi che "nei giorni di permesso, l'assistenza, sia pure continua, non necessariamente deve coincidere con l'orario lavorativo", dacché tale modo di interpretare la legge non sarebbe conforme neppure agli interessi dell'handicappato, nel caso in cui egli abbia bisogno di minore assistenza nelle ore in cui il dipendente presti la propria attività lavorativa.
Il precedente ribadito - Resta ferma l'esigenza, come ha statuito la Cassazione civile, sezione Lavoro, con la sentenza 13 settembre 2016 n. 17968, che "la fruizione del permesso da parte del dipendente deve porsi in nesso causale diretto con lo svolgimento di un'attività identificabile come prestazione di assistenza in favore del disabile per il quale il beneficio è riconosciuto, in quanto la tutela offerta dalla norma non ha funzione meramente compensativa e/o di ristoro delle energie impiegate dal dipendente per un'assistenza comunque prestata".
In definitiva, il lavoratore che usufruisce dei permessi di cui alla legge 104/1992 può graduare l'assistenza al parente con handicap secondo orari e modalità flessibili che tengano conto sia delle esigenze del soggetto da assistere, sia delle proprie legittime esigenze di ristoro con la finalità, come si legge nella pronuncia in commento, "di poter svolgere un minimo di vita sociale, e cioè praticare quelle attività che non sono possibili quando l'intera giornata è dedicata prima al lavoro e, poi, all'assistenza".

 

 

Assegno figli minori: genitori non sposati fuori dalla norma penale

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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2017

 

Corte di cassazione - Sezione VI - Sentenza 19 gennaio 2017 n. 2666. La norma penale, prevista dalla legge sull'affidamento condiviso per sanzionare l'inosservanza degli obblighi di natura economica, non si applica ai genitori che erano solo conviventi. La Cassazione (sentenza 2666) annulla senza rinvio "perché il fatto non è previsto dalla legge come reato" la condanna inflitta a un genitore parzialmente inadempiente nel versare quanto dovuto alla sua ex compagna per il mantenimento del figlio minore. Il ricorrente era stato condannato sia in primo grado sia in appello per il reato previsto dall'articolo 3 della legge 54 del 2006.
Neppure la difesa, tra i motivi proposti, aveva messo in dubbio l'applicabilità della legge 54/2006.
La esclude invece la Cassazione. L'articolo 3 prevede che "in caso di violazione degli obblighi di natura economica si applichi l'articolo 12 sexies, della legge che introduce il divorzio (898/1970), il quale punisce il coniuge che, in caso di scioglimento del matrimonio, non corrisponde l'assegno di mantenimento. Le pene previste sono quelle dettate dall'articolo 570 del Codice penale per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare.
L'articolo 3 va letto nel contesto della legge 54 e in particolare dell'articolo 4 comma 2 il quale prevede che "le disposizioni della presente legge si applicano anche in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, nonché ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati".
La norma introduce una distinzione tra le diverse ipotesi: da un punto di vista sintattico le disposizioni della legge sono indicate come da applicare non "in caso di figli di genitori non coniugati" ma "ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati". Una precisazione rilevante - sottolineano i giudici - perché la disciplina dettata dalla legge 54 regola anche i provvedimenti relativi ai figli che il giudice deve adottare in caso di separazione e i profili processuali sull'esercizio della potestà genitoriale e di affidamento.
Per la Suprema corte dunque, mentre in caso di genitori coniugati si applicano tutte le disposizioni della legge, per quanto riguarda i figli dei genitori non sposati il riferimento "ai procedimenti relativi" va inteso come circoscritto a quelli civili e vanno escluse le previsioni che riguardano il diritto penale sostanziale. La soluzione indicata risponde al principio del cosiddetto diritto penale minimo e non lede la posizione dei figli di genitori non sposati, la cui tutela è assicurata dalle azioni civili e dall'articolo 570 del codice penale. La Cassazione si era già espressa sull'articolo 3 (sentenza 36263/11) per chiarire che questo riguarda solo la violazione degli obblighi verso i figli e non verso il coniuge. Ora i giudici della sesta sezione aggiungono un altro tassello.

 

Un piano Marshall per i bambini mai più muschilli

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di Antonio Mattone

 

Il Mattino, 20 gennaio 2017

 

Nel 1979 il giornalista Joe Marrazzo realizzò un reportage televisivo girato nei vicoli di Napoli incontrando gli scugnizzi che compivano scippi e rapine e che si guadagnavano da vivere facendo i guardiamacchine o accompagnando i militari americani dalle prostitute nelle ore serali. Era l'epoca in cui si iniziò a parlare dei "muschilli", quei bambini che erano utilizzati per trasportare le dosi di droga e come i moscerini potevano muoversi velocemente e senza destare sospetti tra le forze dell'ordine, con il vantaggio di non essere imputabili per la giovane età.
Il cronista voleva documentare cosa significava essere bambini a Napoli, una città notoriamente conosciuta per il buon cuore verso i suoi piccoli: "i figli so piezz' e core" recita il famoso detto. Ne uscì uno spaccato drammatico e commovente, con i volti teneri di quei bambini, talvolta sporchi di muco, che vivevano di piccoli espedienti in mezzo alla strada.
Le indagini e gli arresti al Pallonetto di Santa Lucia di due giorni fa hanno fatto venire fuori, a distanza di quasi 40 anni, una realtà non molto diversa da quella raccontata da Marrazzo. Ancora una volta i bambini sono utilizzati e sfruttati dai grandi, questa volta immessi nella catena di montaggio del grande business della droga a confezionare e vendere dosi.
Dai muschilli di Marrazzo ai bambini del Pallonetto, perché non cambia mai nulla in questa città? Perché ai bambini napoletani continua ad essere negata l'infanzia?
Forse l'unica cosa che cambia è l'abbassamento del l'età dei minori coinvolti. Essere costretti a otto anni a preparare le confezioni di cocaina, a convivere con la paura delle irruzioni della polizia o delle sparatorie intimidatorie è davvero inaccettabile, come ha detto il Procuratore Colangelo. Così come è inconcepibile che ragazzini tredicenni possano ricevere clienti nella propria casa e gestiscano una piazza di spaccio.
Oggi, in quartieri "chiusi" come il Pallonetto di Santa Lucia, Forcella, la Sanità nulla cambia per i bambini perché si respira sempre la stessa aria. I minori che vivono in contesti come questi e in famiglie malavitose si abituano ai modelli del potere, della violenza, dell'illegalità. Si impara a diventare protagonisti negativi contando sulla forza e sulla sopraffazione. Le baby gang non sono forse il frutto di questi insegnamenti violenti? Esistono zone franche alla legalità che andrebbero presidiate in modo massiccio dalle forze dell'ordine e che invece sono saldamente in mano alla criminalità che controlla chi esce e chi entra dalle zone sorvegliate. Quante volte entrando in alcune strade vigilate dalle sentinelle della camorra ho sentito dire "tutt'a post", il lasciapassare per la presenza di un estraneo che comunque non destava sospetti. E in fondo le piazze dei parcheggi abusivi nel centro della città, che tutti conoscono e fingono di non vedere, non sono forse un baluardo in mano ai clan? E come non mettere al centro la questione della riqualificazione urbanistica degli antichi quartieri di Napoli?
La scuola resta comunque l'unica chance per cominciare a cambiare. Dovrebbe essere il canale privilegiato per intercettare il disagio e i segnali di malessere dei bambini a rischio. Ma gli insegnanti non possono essere lasciati da soli, sarebbe una battaglia impari. Le altre istituzioni dovrebbero fornire quel supporto necessario ad individuare le famiglie "difficili" e accompagnare e monitorare le situazioni problematiche. Tuttavia gli assistenti sociali sembrano inesistenti, pochi e chiusi negli uffici non scendono più in strada come avveniva ai tempi di Joe Marrazzo. Manca un piano sinergico che metta sullo stesso tavolo chi, per un verso o per un altro dovrebbe occuparsi dei minori.
Una strategia condivisa che riesca a coinvolgere anche il mondo dell'associazionismo, delle parrocchie e di tutte quelle realtà di cittadinanza attiva che pure esistono e operano in città.
Se qualcuno pensava che qualche ora di lezione in più d'estate potesse risolvere il fenomeno della devianza giovanile, oggi si deve ricredere. Occorre elaborare programmi e progetti che portino ad uscire fuori dai quartieri chiusi e da quelli periferici, per interessare e appassionare questa infanzia marginale. Insomma, servono progetti seri e a lunga gittata, un piano Marshall per l'infanzia e l'adolescenza, altrimenti il passato finirà con l'inghiottire ogni speranza di futuro, come le immagini di quei muschilli di 40 anni fa.

 

Teramo: carcere; rientra la protesta, 120 detenuti trasferiti

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di Mario Di Vito

 

Il Manifesto, 20 gennaio 2017

 

Niente luci e tutti al gelo anche nel carcere di Castrogno, a Teramo, dove un guasto agli impianti ha creato più di qualche disagio, tanto che si è temuta addirittura una rivolta, soprattutto in seguito alle scosse di terremoto che hanno gettato nel panico i detenuti. La situazione era stata già segnalata qualche giorno fa, ma nessuno si era mosso. Nella giornata di ieri, comunque, è stato organizzato il trasferimento di 120 persone, mentre in 100 tra 41 bis e sex offender sono rimasti nel carcere abruzzese, che si è attrezzato con gruppi elettrogeni alimentati a gasolio e ha contattato una ditta esterna per servire pasti caldi.
Il trasferimento temporaneo dei detenuti serve soprattutto ad alleggerire la pressione sulla struttura e sugli agenti penitenziari: i problemi sono stati tanti, oltre alla mancanza di luce e riscaldamento, è stata segnalata anche una mancanza di mezzi adeguati per il trasporto nella neve, tanto che una scorta proveniente da Lecce è rimasta bloccata per ore in mezzo al gelo. Il rischio di paralisi totale dell'istituto di pena era stato denunciato dal Sappe, che aveva anche richiesto l'intervento del governo per il paventato rischio disordini.

 

Messina: ancora 13 internati nell'ex Opg Barcellona Pozzo di Gotto

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hashtagsicilia.it, 20 gennaio 2017


A due anni dalla data fissata dalla legge 81 del 2004 per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, 13 persone, di cui 8 con misura di sicurezza definitiva e 5 con misura provvisoria, sono ancora internate nell'ex Opg di Barcellona Pozzo di Gotto. Lo denuncia il Comitato regionale Stop Opg in una lettera inviata al Presidente della regione e all'assessore alla sanità, ai ministri della Salute e della Giustizia, al Garante regionale per i diritti dei detenuti e a tutti gli altri soggetti istituzionali interessati.
Gli internati, all'inizio di gennaio, sarebbero dovuti passare alla seconda Rems di Caltagirone (Asl di Catania), struttura residenziale sanitaria per la riabilitazione, la cui apertura è però prevista per il mese di maggio. Il Comitato chiede che "l'Opg sia chiuso definitivamente e queste 13 persone siano immediatamente dimesse disponendo la loro presa in carico dai Dipartimenti di salute mentale di appartenenza o il loro transito nelle due Rems già operative".
Nella nota viene inoltre rilevato che nell'ex Opg, oggi casa circondariale con all'interno 224 persone di cui 43 minorati psichici, 11 con sopravvenuta malattia mentale e 8 in osservazione psichiatrica, "i detenuti vivono, nonostante l'impegno degli operatori, una situazione di grave disagio".
"Noi chiediamo- dice Elvira Morana, del Comitato - interventi urgenti a garanzia dei diritti di chi è ancora ingiustamente internato nella struttura e del diritto alla salute e alle cure dei detenuti". A questo scopo il comitato Stop Opg ha chiesto al Dipartimento per l'amministrazione Penitenziari Dap di visitare la struttura di Barcellona Pozzo di Gotto e chiede incontri con le istituzioni regionali e provinciali preposte allo scopo di risolvere i problemi sollevati

 
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