Lunedì 25 Settembre 2017
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

"E adesso la palla passa a me". Solitudine e riscatto nel carcere

PDF Stampa
Condividi

di Felice Accrocca

 

L'Osservatore Romano, 24 settembre 2017

 

Il libro di Antonio Mattone "E adesso la palla passa a me. Malavita, solitudine e riscatto nel carcere" (Napoli, Guida editori, 2017, pagine 214, euro 15) con la prefazione di Andrea Orlando e la presentazione di Alessandro Barbano, offre una riflessione stimolante su una questione spinosa.
L'autore, direttore dell'ufficio di Pastorale sociale e del lavoro dell'arcidiocesi di Napoli, vi raccoglie articoli editi nel corso degli anni sul quotidiano "Il Mattino". Nel constatare con dolore che la situazione delle carceri italiane non è delle migliori (nel 2013 la Commissione europea dei diritti umani ha condannato l'Italia per i trattamenti imposti ai detenuti) e nel segnalare anche i coraggiosi segnali d'inversione di tendenza che in questi ultimi anni hanno caratterizzato il già famigerato carcere di Poggioreale - oggi intitolato al suo vicedirettore Giuseppe Salvia, caduto vittima della camorra nel 1981 per aver avuto il coraggio di voler perquisire il boss Raffaele Cutolo - Mattone mostra con chiarezza che la soluzione spesso invocata (ahimè, dai più) come panacea di tutti i mali, ossia quella di rinchiudere dentro tutti i "reprobi" e lasciarli al loro destino, in realtà non paga né in termini di sicurezza né in termini economici.
Non paga in termini di sicurezza perché, con il sistema attualmente vigente, una volta fuori i detenuti tornano in buona parte a delinquere, finendo così per attraversare di nuovo la soglia del carcere; non paga in termini economici perché un detenuto ha un costo giornaliero rilevante per le casse dello Stato: una politica più avveduta consisterebbe invece nel perseguire il recupero del carcerato in modo che, una volta assolto il suo debito con la giustizia, possa reinserirsi nella società.
Occorrerebbe dunque rendere il carcere più umano e preparare la società a favorire il suo reinserimento nel momento in cui il carcerato avrà scontato la propria pena. Tuttavia, questa via coraggiosa, soprattutto in tempi come quelli attuali in cui spirano forti i venti dell'intolleranza, non dà vantaggi in termini elettorali, anzi si rivela un percorso in salita per coloro che siedono in Parlamento; si finisce così per procrastinare uno stato di cose che, alla fin fine, non giova a nessuno. Antonio Mattone ha maturato il proprio impegno come volontario nelle carceri ormai più di dieci anni fa, dopo aver intrapreso un cammino formativo nella comunità di Sant'Egidio.
Da questa scelta, nata in un contesto di fede, è scaturita una fitta rete di relazioni con tanti, giovani e meno giovani, che nei penitenziari italiani trascorrono un segmento significativo della propria vita. Incontri simili hanno portato l'autore a maturare la consapevolezza che la prima esperienza di detenzione è decisiva per il futuro del detenuto, perché o contribuisce in modo determinante a riabilitarlo, fornendogli le motivazioni per dare una svolta positiva all'esistenza, oppure lo porta a sprofondare ancora più in basso, in un baratro dal quale è sempre più difficile risalire.
Mattone, naturalmente, la pensa come il guardasigilli Andrea Orlando: questi, nella sua prefazione (una prefazione non scontata né di maniera), sostiene con decisione che "va costruito un sistema di esecuzione della pena moderno, in linea con il probation system europeo, che abbia al suo centro misure alternative alla detenzione".
Un proposito che, però, è ancora lontano dal trovare pratica attuazione, nonostante la storia recente (come per l'appunto dimostra il caso di Poggioreale) evidenzi che quando si trovano persone disposte a credervi, importanti cambiamenti sono sempre possibili e spesso proprio là dove meno ci si aspettava di vederli. È in particolare sulla ricostruzione della persona che bisogna puntare, poiché è pericoloso illudersi che l'aspetto deterrente, basato sull'inasprimento delle pene, basti a garantire la sicurezza dei cittadini.
Semmai, è sufficiente solo a illudere e a soddisfare il desiderio di sentirsi sollevati da una responsabilità e da un compito che invece riguarda tutti. Eppure, come può uscire migliorato dal carcere chi è stato costretto - ad esempio - a vivere ammassato ai compagni, in estate, "fino a sedici per stanza, con i cancelli blindati che coprono le feritoie delle porte delle celle chiusi, la doccia solo due giorni a settimana e il caldo umido e appiccicoso che annienta la mente?". Chi negli anni di detenzione avrà provato esperienze di questo genere non farà che immagazzinare tanta rabbia, sfruttando la detenzione per apprendere quel che ancora non sapeva dell'arte del crimine. Finirà, in definitiva, per uscire dal carcere peggiore di come v'era entrato, con l'unica prospettiva di tornare - presto o tardi - ancora dietro le sbarre.
Diversi anni fa, ebbi modo di frequentare per un certo tempo le "Comunità Incontro" fondate da don Pierino Gelmini per il recupero dei tossicodipendenti e d'incontrarvi moltissimi giovani che avevano vissuto l'esperienza del carcere: già all'epoca ricordo di aver ascoltato gli stessi racconti di sovraffollamento, sovente di scarsa igiene, di mancanza assoluta di possibilità alternative che ho ritrovato nel libro di Mattone.
Ebbene, le considerazioni che trassi da quei colloqui con i giovani coincidono sostanzialmente con quelle dell'autore. Esemplare, in proposito, è un'esperienza da lui narrata: "Alla fine di giugno (2011) ho partecipato ad una gita al mare, organizzata dalla comunità di Sant'Egidio. Grazie alla presenza degli operatori dell'Asl e alla generosità di una famiglia di ristoratori che ci ha accolto nel grazioso ristorante della baia di Puolo è stato possibile trascorrere una giornata davvero memorabile. C'era chi non faceva il bagno da oltre vent'anni.
Quella corsa verso il mare appena arrivati in spiaggia è stato un gesto liberatorio, un grido che richiama ciascuno alle proprie responsabilità. Quest'anno non è passato invano. Mi sembra che si sia aperto uno spiraglio almeno per chi è recluso negli Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari). Molto si può fare per migliorare la situazione anche per tutti gli altri detenuti. Basta volerlo".
Già, basta volerlo! Questa prospettiva chiama però in causa l'intera società, ci coinvolge tutti: un'approccio diverso al problema, infatti, chiede anche la disponibilità a farsi carico di un accompagnamento che in certe situazioni può diventare problematico e pesante. Per questo è così difficile sintonizzarsi su una tale lunghezza d'onda. Viceversa, più facile e sbrigativo, più remunerativo anche in termini elettorali, è chiedere che i malviventi siano rinchiusi in una cella e che la chiave sia buttata via.

 

"Sogni senza stelle". Arrivano in Europa i sogni delle ragazze detenute in Iran

PDF Stampa
Condividi

Dire, 24 settembre 2017

 

È arrivato in Europa, in Francia, il nuovo film del documentarista indipendente Mehrdad Oskouei "Sogni senza stelle". Il lungometraggio fa luce sulle condizioni in cui vivono le minori detenute nelle carceri femminili in Iran, dove le ragazze sono giudicate penalmente responsabili per legge a partire dai nove anni e possono essere condannate a morte per impiccagione per crimini quali omicidio, traffico di droga e rapina a mano armata. Molte delle detenute devono aspettare in carcere di compiere 18 anni, quando verrà eseguita la condanna a morte.
Oskouei ha raccolto in "Sogni senza stelle" le confidenze di ragazze che si trovano in un centro di detenzione e di riabilitazione per minori a Teheran e ha filmato la loro vita quotidiana. Il regista alterna scene di vita collettiva a interviste con le ragazze nella grande stanza in cui vivono o nel cortile del centro. Non mancano i momenti di ironia, ma dalle testimonianze emerge la disperazione di queste ragazze, le loro storie fotografano uno spaccato della società iraniana e della dimensione familiare. Il film è stato premiato in diversi festival tra cui quello di Berlino dove vinse il premio Amnesty International insieme a "Fuocoammare" di Francesco Rosi.

 

Noi, i migranti e lo ius soli i dubbi che sono legittimi

PDF Stampa
Condividi

di Ernesto Galli della Loggia

 

Corriere della Sera, 24 settembre 2017

 

La legge è pensata e scritta secondo una prospettiva diciamo così astrattamente individualista, indipendente da ogni realtà culturale. Perché la maggior parte degli italiani, come indicano tutti i sondaggi, sono contrari alla nuova legge sulla cittadinanza nota come ius soli?
A questa domanda - forse non del tutto irrilevante nel momento in cui da molte parti si auspica o si annuncia come prossimo il completamento in Senato dell' iter di approvazione della legge - ci sono tre risposte possibili: a) supporre che i suddetti italiani siano male informati, e quindi ignorino quello che in realtà dice la legge; ovvero b), ritenere che per qualche misteriosa ragione sempre i suddetti italiani siano naturalmente predisposti a nutrire sentimenti xenofobi e/o razzisti; oppure, terza risposta, c), pensare che la legge presenti effettivamente aspetti discutibili capaci di destare a buon motivo perplessità se non allarme.
Secondo me legislatori saggi e pur favorevoli in generale alla legge dovrebbero fare propria quest'ultima risposta: e dunque provare a vedere che cosa c'è nella legge che lascia dubbiosi. Provo a dirlo io secondo il mio giudizio: è il fatto che per la sua parte centrale la legge sullo ius soli è pensata e scritta secondo una prospettiva diciamo così astrattamente individualista, indipendente da ogni realtà culturale. È centrata esclusivamente sul candidato alla cittadinanza in quanto singolo.
Come si sa, infatti, la cittadinanza italiana sarebbe d'ora in poi dovuta di diritto a chiunque, compiuto il diciottesimo anno di età, sia nato in Italia da genitori stranieri o vi sia arrivato prima dei dodici anni. E inoltre che in Italia abbia compiuto con successo un ciclo scolastico di almeno 5 anni o un corso d'istruzione o formazione professionale triennale o quadriennale. La legge insomma prescinde del tutto dal contesto culturale familiare o di gruppo in cui il futuro cittadino è cresciuto, e tanto più da qualunque accertamento circa l'influenza che tale contesto può avere avuto su di lui, sui suoi valori personali, sociali e politici. Si richiede solo che uno dei genitori abbia un regolare permesso di soggiorno, un'abitazione degna di questo nome, un reddito minimo e sappia parlare italiano. Così come essa prescinde dagli eventuali vincoli di fedeltà che il candidato di cui sopra abbia contratto con altre istituzioni o Stati. Non è un caso che per il futuro cittadino italiano non sia previsto, mi sembra, l'obbligo della rinuncia a ogni altra nazionalità di cui sia eventualmente già in possesso (come è quasi certo).
Ora, se si vuol stare coi piedi per terra è giocoforza ammettere che a proposito della nuova legge le preoccupazioni dell'opinione pubblica nascono in specie in relazione ad una categoria particolare di immigrati: gli immigrati di cultura islamica. Sono preoccupazioni realistiche. È in tale ambito, infatti, che si registra la presenza di un fortissimo vincolo familiare e di gruppo, cementato e per così dire sublimato da un altrettanto forte comandamento religioso: entrambi in grado di condizionare in misura decisiva mentalità e comportamenti del singolo. Di tenerlo legato ad un'appartenenza che, come è stato più e più volte dimostrato, è pronta, a certe condizioni, a non tenere in alcun conto regole, principi, fedeltà che non emanino da fonti diverse da quelle suddette. Non è possibile ignorare che è proprio un tale nodo di vincoli e di appartenenze a sfondo cultural-religioso- familiare che quasi sempre si delinea dietro gli ormai innumerevoli episodi di terrorismo islamista che da anni insanguinano l'Europa.
Ma non è solo di questo che si tratta. C'è un ulteriore insieme di problemi e un ulteriore ordine di esigenze non attinenti questa volta all'ordine pubblico ma piuttosto all'ordine culturale di una comunità. In questo caso della comunità italiana, la quale legittimamente desidera continuare a riconoscersi come tale e quindi a conservare i propri valori e stili di vita. L'esigenza, per fare alcuni esempi, che le bambine non vengano rispedite a dodici anni nei propri Paesi d'origine per essere sposate contro la propria volontà, che nell'ambito familiare non sia impedito a nessuno di uscire di casa quando vuole e di apprendere l'italiano, che in generale vengano riconosciuti alle donne diritti e possibilità eguali a quelli riconosciuti agli uomini. È davvero così disdicevole o addirittura reazionario voler essere sicuri che chi acquista la cittadinanza italiana, i nostri nuovi concittadini, siano fermamente convinti delle esigenze che ho appena detto, che essi condividano questi elementi di base della cultura della comunità italiana, senza che ci sia bisogno che intervengano a ricordarglielo ogni due per tre carabinieri o magistrati? A me sembra di no.
Il fatto è che se l'obiettivo pienamente condivisibile della legge sullo ius soli è l'integrazione nella società italiana, allora appare del tutto irragionevole supporre che una tale integrazione presenti gli stessi problemi per chi proviene, faccio un esempio, dal Perù o dal Congo. Appare del tutto sensato, invece, supporre che nel secondo caso l'integrazione sia assai più lunga e difficile, presenti aspetti assai più complessi. E poiché evidentemente la legge non può fare discriminazioni, appare allora altrettanto sensato pensare ad un testo di legge diverso da quello attuale, e cioè "tarato" sulla fattispecie più difficile, vale a dire sull'immigrazione proveniente dalle culture più distanti da quella italiana.
Tra le quali dobbiamo riconoscere che la prima in assoluto è di fatto quella islamica. Per ragioni che dovrebbero essere ovvie: perché è quella con la quale l'Occidente ha da oltre un millennio un confronto-scontro anche assai aspro che ha lasciato eredità profonde da ambo le parti, perché è quella che in ambiti identitari cruciali - come la pratica religiosa e cultuale, il rapporto tra i sessi, le regole alimentari - ha le più marcate diversità rispetto a noi, e infine, e soprattutto, per una drammatica ragione geopolitica di fronte alla quale sarebbe da sciocchi chiudere gli occhi.
Infatti, da un lato l'azione spesso violenta delle correnti islamiste antioccidentali, dall'altro il poderoso lavoro di penetrazione che grazie alle proprie immense risorse finanziarie molti Paesi arabi vanno compiendo in Europa, entrambe queste strategie si fanno forti in vario modo per i loro disegni della presenza nel nostro continente di vaste comunità musulmane. Stando così le cose è ovvio l'importante aiuto che la concessione della cittadinanza può oggettivamente offrire a questi progetti. E stando così le cose, è più che lecito chiedersi se sia davvero immaginabile che il semplice fatto, come immagina la legge, di avere frequentato le nostre scuole elementari (un ciclo d'istruzione di cinque anni appunto) possa realmente legare all'Italia, alla sua cultura e ai suoi valori un giovane che, mettiamo, per il resto della sua esistenza sia vissuto però entro un contesto familiare, religioso e di gruppo fortemente islamizzato. Se sia sufficiente una siffatta garanzia o non sia piuttosto il caso di prenderne in considerazioni anche delle altre. Per decidere quali non mancano certo in Parlamento e nel Governo le conoscenze e le competenze necessarie.
L'importante è tenere a mente che in questo genere di faccende riguardanti il più vitale interesse nazionale non dovrebbe esserci posto né per il "buonismo" né per il "cattivismo", non dovrebbe esserci posto per il partito preso, per la superficialità o per la demagogia (né per quella di destra né per quella di sinistra). Qui dovrebbe parlare solo la voce del senso comune e del realismo: e bisogna sforzarsi di credere che nella vita politica del Paese non manchino le voci capaci di parlare questo linguaggio.

 

Turchia. Tra i curdi che sognano l'indipendenza: "basta trattare, è un nostro diritto"

PDF Stampa
Condividi

di giordano stabile

 

La Stampa, 24 settembre 2017

 

Migliaia in piazza a Erbil, Barzani: "Ce la siamo meritata". Lunedì lo storico voto. Lo stadio di Erbil è così pieno che la gente si è assiepata fin sulla terrazza del grande magazzino Carrefour alla sue spalle. Settanta, ottantamila persone sugli spalti e nel prato, che premono come forsennati sulle transenne.
È come una finale di calcio e gli slogan sono quelli degli ultrà. "Gubukhé, Abadì", Al-Abadi vai a cagare. Il premier iracheno è il primo bersaglio, ma ce n'è anche per Trump che ora non vuole riconoscere il Kurdistan indipendente, anche se l'America, comunque, resta la grande amica. "Amrika, Amrika". E poi "Israil, Israil". Sventola una bandiera con la Stella di David: Israele è l'unico Stato ad aver riconosciuto l'indipendenza, prima ancora che venga proclamata.
Un boato sottolinea l'ingresso di Massoud Barzani. Il presidente. Ora più che mai. Sulla tribuna d'onore ci sono tutti i pezzi grossi del suo Kurdish democratic party. E poi leader religiosi, sceicchi delle tribù arabe, il vescovo caldeo Bashar Warda. Lo abbracciano. Il Kurdistan sarà multietnico e plurireligioso, è il messaggio. In maniche di camicia, il governatore di Erbil, "città capitale del Kurdistan", introduce il discorso più atteso, quello del "dado è tratto".
Barzani è nel tradizionale abito curdo con in testa il turbante a strisce bianche e rosse. L'inizio è esitante, il clamore della folla si calma, c'è tensione perché le voci si stanno accavallando e il timore è che il rais curdo abbia ceduto alle pressioni internazionali, l'ultima quella del Consiglio di sicurezza dell'Onu che nella notte gli ha chiesto di posticipare il referendum sull'indipendenza. Mancano ancora tre giorni a lunedì, tutto può succedere. Ma poi il vecchio condottiero comincia a scaldarsi, la voce si fa più sicura, potente: "Che cosa possiamo ancora trattare? Baghdad ci ha sempre promesso tutto e non ci ha mai dato nulla. Ora non è più tempo di discussioni. L'indipendenza è un nostro diritto. Andiamo avanti".
Avanti, quello che la folla vuole sentirsi dire, avvolta nelle bandiere, con il Sole giallo del Kurdistan ancora più caldo alla luce del tramonto. La marcia per l'indipendenza è un fiume in piena. Non saranno gli ultimatum della Corte Suprema irachena a fermarla.
E non saranno neanche le armi. "Abbiamo dato il sangue, nessuno può spezzare la nostra dignità e la nostra volontà. Abbiamo sconfitto lo Stato islamico, ci siamo sacrificati per il mondo". E poi l'affondo definitivo contro Baghdad: "Governi precedenti ci hanno gasato, i curdi sono passati attraverso il genocidio. E ora dicono "siamo fratelli". Come possiamo essere ancora fratelli?".
Il riferimento è alla strage con il gas Sarin di Halabaja, 16 marzo 1988, cinquemila morti, e alla campagna Al-Anfal lanciata da Saddam Hussein, centomila vittime curde. Su quei morti si basa la legittimità, il diritto all'autodeterminazione. Dalle persecuzioni di Saddam è nato anche il sostegno internazionale che dalla Prima guerra del Golfo in poi, 1991, ha fatto del Kurdistan uno Stato indipendente di fatto ma non di nome. La costituzione del dopo Saddam ha puntato a un federalismo spinto. Ma ora non basta più, anche perché Baghdad non ha mai versato a Erbil il 17 per cento degli introiti petroliferi, come stabilito.
La Russia di Putin sembra essersi adeguata. Lo Zar ha detto di non voler "interferire" e avrebbe già strappato un contratto da 4 miliardi per la costruzione di un gasdotto. Washington, Bruxelles invece premono, ogni giorno, perché Barzani rinunci al passo formale verso l'indipendenza e accetti un federalismo ancora più spinto. Il leader curdo non può fermarsi, vede una finestra d'opportunità che può chiudersi in pochi anni, se non mesi. Gliela ha data il califfato. Il regno di Abu Bakr al-Baghdadi è quasi finito ma ha squassato le fondamenta dell'Iraq. L'esercito iracheno è ancora debole, esausto dopo la battaglia di Mosul. I Peshmerga curdi sono più forti che mai, con le armi ricevute per combattere la minaccia jihadista.
L'avventura del califfo ha consegnato al Kurdistan anche nuovi pezzi di territori e soprattutto Kirkuk che nel 2014 l'esercito iracheno ha abbandonato e i Peshmerga hanno salvato. Kirkuk è una città dalle mille etnie e religioni, curdi, turkmeni, arabi sunniti e sciiti, cristiani siriaci. I curdi non sono più maggioranza da decenni ma se la vogliono tenere con tutti i pozzi di petrolio. Potrebbe essere la scintilla per una nuova guerra civile. Ma non è il momento di pensarci. Finito il discorso la gente, ubriaca di entusiasmo, balla e canta sulle note della star nazionale Zakaria. Kurdistan, Kurdistan.

 

Yemen. La bomba saudita della strage di bambini era "made in Usa"

PDF Stampa
Condividi

di Riccardo Noury

 

Corriere della Sera, 24 settembre 2017

 

Un "errore tecnico", contro quello che comunque era un "legittimo obiettivo militare", su cui "ci saranno accertamenti". Questa la dichiarazione asettica con cui il portavoce della coalizione a guida saudita che dal 25 marzo 2016 compie crimini di guerra in Yemen, ha liquidato la strage di bambini del 25 agosto.
Che, ha scoperto Amnesty International, è stata causata da una bomba aerea a guida laser made in Usa. L'attacco, alle 2 di notte, ha centrato tre palazzi di Faj Attan, un quartiere residenziale della capitale Sanàa. Uno dei palazzi, si dice, era frequentato da un capo militare degli huthi, il gruppo armato che insieme alle forze fedeli all'ex presidente Abdullah Saleh è l'altro sanguinoso protagonista del conflitto. Ma anche se fosse stato così, sarebbe stato un buon motivo per uccidere 16 civili di cui sette bambini e ferirne altri 17 di cui otto bambini?
Un buon motivo per decimare un'intera famiglia, la cui unica superstite è Buthaina, cinque anni, che ha perso cinque tra fratelli e sorelle? "Quando le chiedi cosa desidera, risponde che vuole tornare a casa. Pensa che quando tornerà a casa ci troverà tutta la sua famiglia. Aveva cinque fratellini e sorelline con cui giocare. Adesso non ne ha più nessuno. Riesci a immaginare il dolore e la pena che porta nel suo cuore?". Sono le parole di Ali al-Raymi, 32 anni, che la notte del 25 agosto ha perso suo fratello Mohamed, sua cognata e cinque nipotini di età compresa tra due e 10 anni: i fratelli e le sorelle di Buthaina.
Dopo aver esaminato le prove fornite da un giornalista locale che aveva rinvenuto tra le macerie alcuni frammenti, gli esperti di Amnesty International hanno identificato il sistema di controllo MAU-169L/B, montato su diversi tipi di bombe aeree a guida laser prodotte negli Usa. Secondo l'Agenzia Usa per la cooperazione nella difesa e nella sicurezza, nel 2015 gli Usa hanno autorizzato la vendita all'Arabia Saudita di 2800 bombe a guida laser, equipaggiate col sistema di controllo MAU-169L/B: in particolare le GBU-48, le GBU-54 e le GBU-56.
Dal febbraio 2016 che Amnesty International sollecita tutti gli stati ad assicurare che nessuna delle parti coinvolte riceva - direttamente o indirettamente - armi utilizzabili nel conflitto dello Yemen. La stessa richiesta sta inoltrando, insieme ad altri partner, Amnesty International Italia al governo italiano, che ha più volte autorizzato l'invio all'Arabia Saudita di bombe prodotte in Sardegna dalla RWM.
Tuttavia, invece di chiamare i loro alleati a rispondere delle loro azioni in Yemen, gli Usa, il Regno Unito, la Francia, l'Italia e altri ancora continuino a rifornirli di enormi quantità di armi. Secondo il rapporto annuale sullo Yemen prodotto dall'Ufficio dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, nel conflitto iniziato nel marzo 2015 sono stati uccisi 1120 bambini e altri 1541 sono rimasti feriti. Nell'ultimo anno, la responsabilità di oltre la metà delle vittime è stata attribuita agli attacchi aerei della coalizione a guida saudita.
Le forze huthi e quelle fedeli all'ex presidente Saleh hanno a loro volta commesso gravi violazioni del diritto internazionale. Secondo il rapporto citato sopra, sono responsabili della maggior parte delle vittime tra i bambini causate da azioni militari sul terreno, come combattimenti, colpi di artiglieria e impiego di mine antipersona, vietate dal diritto internazionale.

 
<< Inizio < 1 2 3 4 5 6 7 9 > Fine >>

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it