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Il Comitato prevenzione tortura in l'Italia: visitate carceri, Rems, questure e Opg

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Ansa, 28 aprile 2016

 

I reparti di massima sicurezza in cui sono reclusi i detenuti al 41 bis negli istituti penitenziari di Ascoli Piceno e Sassari, Como e Ivrea, ma anche le celle delle questure di Firenze, Genova e Torino, alcune Rems e l'Opg di Montelupo fiorentino: questi alcuni dei luoghi visitati dal Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d'Europa nel corso della sua visita in Italia conclusa il 21 aprile scorso. La sesta visita periodica del Comitato nel nostro Paese.

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Detenuti disabili, tra barriere e vecchi ausili: ecco cosa sta cambiando

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di Teresa Valiani

 

Redattore Sociale, 28 aprile 2016

 

Sono 628 secondo l'ultimo censimento del Dap. Hanno difficoltà ad affrontare le comuni azioni della vita quotidiana; alcuni anche vedere, sentire, parlare. La sfida dell'accessibilità: interventi personalizzati, territorialità della pena e formazione dei detenuti caregiver.

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Detenuti disabili: interventi personalizzati e caregiver formati nel carcere che verrà

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di Teresa Valiani

 

Redattore Sociale, 28 aprile 2016

 

Intervista a Paola Montesanti, direttore dell'Ufficio Sanità del Dap (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, ndr): "Troppo costoso creare un sistema di rete dei reparti, cerchiamo soluzioni di volta in volta". Si punta sulla formazione di detenuti caregiver".
"Quando parliamo di disabili in carcere non parliamo di detenuti con patologie, ma con limitazioni. Non pensiamo alle patologie perché di quelle si occupa il servizio sanitario nazionale, noi lavoriamo per creare le condizioni idonee affinché queste persone possano esercitare i loro diritti, vivere una vita decorosa in istituto, entrare in relazione con Inps e comuni, riuscire a districarsi tra le pratiche richieste per il riconoscimento delle indennità, ad esempio quella per l'accompagnamento. È un passaggio importante perché sposta il piano dalla patologia alla relazione con l'ambiente".
Paola Montesanti, direttore dell'Ufficio IV "Servizi sanitari", della direzione generale detenuti e trattamento del Dap, è il dirigente penitenziario che dal 2011 si occupa di carcere e disabilità. Seguendo le indicazioni arrivate dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, il suo ufficio ha sperimentato con successo la nuova metodologia di lavoro e ha offerto una linea che ora il Dap sta diffondendo in tutti gli istituti. "Nel 2012 abbiamo avviato in alcuni istituti di pena una serie di progetti per raggiungere questo obiettivo - spiega - I risultati sono stati ottimi, abbiamo visto che si può fare. Ora stiamo estendendo questa esperienza al resto d'Italia".

 

Quali sono stati i primi passi?
"Visto il successo della sperimentazione, prima di tutto abbiamo chiesto un monitoraggio della situazione nazionale sia per avere i numeri delle presenze che per sapere se queste persone sono collocate adeguatamente in base ai criteri indicati dalla Cedu (ndr. Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali) che, pur condannando l'Italia, non è stata severa e ci ha dato tempo per trovare soluzioni e intervenire. Una volta avuto il quadro nazionale, abbiamo iniziato a concretizzare le indicazioni europee in alcuni istituti. Poi abbiamo invitato i Provveditori regionali a predisporre sistemi di informazione tempestiva sugli ingressi in carcere e di monitoraggio permanente di queste presenze. In questo modo sarà possibile verificare la condizione detentiva e, se la situazione lo richiede, di modificarla senza ritardo. La Corte europea ritiene che sia un fattore importante da considerare il tempo, durante il quale un individuo è stato detenuto in condizioni inidonee e che la detenzione di una persona con disabilità motoria in un istituto in cui non può spostarsi con propri mezzi, durata a lungo, costituisca un trattamento degradante".

 

Come cambia il sistema?
"Non potendo creare un sistema di rete dei reparti per disabili, perché comporterebbe un investimento importante, cerchiamo soluzioni di volta in volta, possibilmente nella regione di residenza per garantire i legami familiari e, soprattutto, una continuità terapeutica attraverso le strutture sanitarie che prenderanno in cura la persona quando sarà libera. In questo senso è importante evitare trasferimenti".

 

Come si struttura l'intervento sul detenuto con disabilità?
"L'intervento va personalizzato il più possibile, anche per quanto riguarda il trattamento rieducativo teso a favorire l'occupazione lavorativa e l'accesso alle strutture sociali diurne o residenziali per disabili o agli altri servizi territoriali. Dobbiamo garantire alloggi adeguati e disponibilità di caregiver formati, con corsi organizzati dal servizio sanitario nazionale. Abbiamo già avuto un'esperienza concreta al Policlinico di Bari che ha organizzato il primo modulo per 80 detenuti con 8 step di diversa intensità".

 

Si acquisisce anche una specializzazione spendibile una volta liberi?
"Sì. Formando caregiver specializzati centriamo tre obiettivi: garantiamo l'assistenza ai detenuti disabili, diamo lavoro in carcere (retribuito come quello dei piantoni) e consentiamo ai caregiver di acquisire le competenze per diventare operatori socio assistenziali una volta liberi. Attraverso queste lezioni, infatti, i detenuti potranno essere assunti come addetti all'igiene, alla pulizia e all'accompagnamento dei pazienti".

 

La circolare dice che "l'amministrazione penitenziaria ha il compito di garantire ambienti adeguati alle limitazioni funzionali della persona". Avete già individuato gli istituti in cui intervenire? Quanto costerà l'adeguamento?
"Gli adeguamenti sono appena stati avviati e dove sono avvenuti i costi sono stati contenuti. Al carcere di Opera, per esempio, con un piccolo intervento di 20 mila euro abbiamo dotato stanze e bagni di maniglioni. Ci sono strutture nuove, ad esempio a Catanzaro e Massa, che non sono partite perché hanno problemi di impiantistica. Nel frattempo, col passaggio delle competenze della sanità penitenziaria al servizio sanitario nazionale, il completamento delle opere ha subìto un rallentamento. Ma stiamo lavorando per sbloccare la situazione. Per altri interventi sarà utile l'indicazione degli esperti. Negli istituti in cui sono presenti ad esempio detenuti non vedenti abbiamo suggerito alle direzioni di rivolgersi al strutture specialiste della città per acquisire indicazioni specifiche sui segnali tattili di orientamento. Non è possibile dare una soluzione di carattere generale perché ogni detenuto è diverso dall'altro. C'è chi presenta problemi congeniti, chi disabilità intervenute nel tempo, chi danni fisici da ferite da arma da fuoco. Per ognuno di loro va trovata la soluzione personalizzata. Visto che non sono tantissimi, quando chiedono aiuto cerchiamo al meglio di orientare le soluzioni".

 

Detenuti disabili, a Rebibbia 1 su 3 resta dentro perché mancano strutture

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di Teresa Valiani

 

Redattore Sociale, 28 aprile 2016

 

"Barriere" dentro e fuori dal carcere: difficile accedere alle misure alternative. Goddi (cooperativa Pronto Intervento Disagio): assoluta carenza di collegamento tra carcere e territorio. Il problema dei detenuti con disabilità non resta chiuso dietro le sbarre ma riguarda anche "l'assoluta carenza di collegamento tra carcere e territorio". Ne è convinto Emanuele Goddi, della cooperativa Pid (Pronto Intervento Disagio) che, in convenzione con l'assessorato Promozione politiche sociale del Comune di Roma, da anni svolge il ruolo di segretariato sociale negli istituti di pena della capitale. "Le strutture territoriali - spiega Goddi - chiedono un tale grado di attivazione da parte dei singoli soggetti da renderle, di fatto, non fruibili da chi, straniero e malato, non è in grado di destreggiarsi in maniera autonoma nel complesso sistema territoriale".
A Roma il reparto G11 "Terra B" dell'istituto Rebibbia Nuovo complesso ospita persone con disabilità motoria. È definito a "ridotte barriere architettoniche" ma nella realtà presenta celle e servizi non adeguati per ospitare persone disabili, denuncia Goddi: a oggi risultano ristrette in questa sezione 40 persone. "Anche grazie alla nostra opera di sensibilizzazione e al prezioso interessamento dell'on. Ileana Argentin, sono stati istituiti tavoli di lavoro che hanno coinvolto Dap e Direzione dell'istituto per risolvere questi problemi". Secondo la direzione dell'istituto, i lavori per l'adeguamento strutturale dovrebbero iniziare quanto prima. Mentre sul fronte dell'assistenza alle persone disabili, garantita dai "piantoni" al momento senza alcuna formazione specifica", sono in fase di avvio corsi di specializzazione.
"Come ben evidenziato dalla circolare Dap, occorre implementare i servizi sanitari interni e per riuscire nell'intento occorre rimuovere tutte le difficoltà preliminari. - sottolinea Gaddi. Nessuna attività culturale, ricreativa è attivata in favore dei detenuti ristretti in questa sezione, nè sono integrati nelle attività lavorative interne all'istituto. Gli ausili ortopedici e le carrozzine sono vetusti. In base ai nostri dati, il 33% dei disabili ristretti a Rebibbia potrebbe accedere alle misure alternative, ma non ci riesce, perché non esistono sul territorio case famiglia attrezzate con personale sanitario in grado di accogliere queste persone e le strutture sanitarie assistite hanno tempi di attesa, che non coincidono con i tempi della pena".
In 7 carceri su 193 reparti dedicati ai detenuti disabili: ecco la mappa. A Busto Arsizio, Modena, Piacenza, Bari, Parma, Massa e Turi (Ba) reparti dedicati per disabilità fisica e motoria. In molti altri istituti celle con "ridotte barriere architettoniche".

 

Mattarella arbitra il "match" tra politici e magistrati

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di Ugo Magri

 

La Stampa, 28 aprile 2016

 

Attenzione a ciò che dirà (o non dirà, perché pure i silenzi parlano) questa mattina Mattarella. Il Presidente è atteso a Scandicci, dove ha sede la Scuola superiore della magistratura. E come già lo scorso anno, dirà alle future toghe che cosa l'Italia si aspetta da loro. Sarà insomma l'occasione per mettere un po' di cose a posto, dopo le scintille volate nei giorni scorsi tra magistratura e politica. Era partito all'attacco Renzi, denunciando una "barbarie giustizialista" da cui certi pm non sarebbero immuni; gli aveva replicato il numero uno dell'Anm Davigo, a sentire il quale i politici "rubano più di prima". Non alcuni politici, si badi, ma la categoria nel suo insieme.
L'ago della bilancia - Mattarella è un uomo politico e, al tempo stesso, presiede l'organo di autogoverno dei giudici (Csm). Escluso che possa, o desideri, parteggiare. Da sempre è vicino ai magistrati, specie a quelli in prima linea contro le mafie. Nello stesso tempo crede che l'Italia abbia bisogno di politica, di buona politica. Da una parte gli fa orrore la corruzione e la considera un'emergenza nazionale (affermano di averglielo sentito ripetere espressamente i capigruppo Cinquestelle che sono andati di recente a trovarlo). Dall'altra parte, però, Mattarella è convinto che questo paese abbia bisogno di riforme, e che lo stato della giustizia ne richieda più d'una.
Giustizia e non polveroni - Insomma: Mattarella va ascoltato perché è nella condizione di rappresentare, idealmente, tutte le persone di buonsenso, che pretendono pulizia e caccerebbero a pedate i corrotti, però non amano i polveroni. E soprattutto non vogliono una magistratura schierata pro o contro il governo, ossequiosa al premier o impegnata a fargli le scarpe. Sarà importante se dal primo cittadino della Repubblica verranno parole nette al riguardo.
L'esigenza di garantire "unità" per ora non consente di andare oltre le "priorità" indicate, anche se ancora restano capitoli da scrivere, come quello sul carcere.

 
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