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Terrorismi, onore al portogallo

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di Pino Casamassima

 

Corriere della Sera, 26 luglio 2017

 

La concessione dell'estradizione dal Portogallo all'Italia per Maurizio Tramonte, alias Fonte Tritone dei Servizi, cioè uno dei due condannati all'ergastolo in via definitiva col compare Carlo Maria Maggi per la strage di piazza Loggia, induce a una riflessione sul rimpatrio in relazione alla giustizia. Estradizione che non dovrebbe essere salutata come fatto eccezionale, come nel caso di Tramonte, ma normale. Grazie a questa anomalia, sono invece ben oltre 140 i latitanti per reati legati ad attività eversive che godono di una impunità che si avvia per tutti a diventare definitiva per prescrizione.
Fra essi, ad esempio, Cesare Battisti, salito spesso alle cronache proprio per il balletto fra gli affari esteri italiani e quelli di Francia e Brasile per la concessione della sua estradizione. Ma quei paesi hanno continuato a concedere rifugio all'ex leader dei Proletari Armati per il Comunismo, condannato in contumacia e in via definitiva per quattro omicidi. Un altro caso è quello di Alessio Casimirri, scappato in Nicaragua (che non concede estradizione) con sua moglie Rita Algranati: entrambi condannati all'ergastolo da latitanti per l'agguato di via Fani. Eccidio per il quale fu condannato - sempre in contumacia - pure Alvaro Lojacono.
L'ex "compagno Camillo" delle Brigate rosse (Casimirri) gestisce a Managua un ristorante frequentato spesso da italiani che si fanno raccontare un po' di storie. (Venga in Italia, Casimirri, a raccontarle quelle storie, così, se non altro, renderà un po' di utilità alla nuova commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro). La "compagna Marzia" ai tempi della militanza brigatista (Algranati), dopo la fine del matrimonio con Casimirri, vagò un po' per l'Europa prima di farsi arrestare in Egitto. Attualmente sta scontando l'ergastolo, fra le inutili suonate di fisarmonica davanti al carcere fatte da Oreste Scalzone, che un grido di dolore non lo nega a nessuno nella sua professionale attività di antagonista com'è, anch'egli miracolato dalla prescrizione dopo anni di "Dottrina Mitterrand".
Il "compagno Otello" (Lojacono) è cittadino svizzero, cioè di quel paese che - da sempre - fa cucù all'estradizione. Sul fronte opposto geografico e politico troviamo il cittadino giapponese Roi Hagen, alias Delfo Zorzi, cioè quel neofascista indicato da più fonti come coinvolto nella stragi di piazza Fontana e piazza Loggia, poi assolto in via definitiva. E a nulla servì un viaggio fino in Giappone di Manlio Milani, che andò a chiedergli di venire a deporre in Italia durante l'inchiesta. "Non mi fido" disse il samurai vicentino ora sollevato da ogni accusa, ma che ai tempi la procura avrebbe voluto arrestare. Così come tanti che sono sempre scappati, lontano da ogni punizione. Da ogni giustizia. Da ogni estradizione. Latitanti ad libitum.

 

Consip, la Cassazione bacchetta le procure: "Romeo spiato con i metodi dell'antimafia"

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di Valentina Errante

 

Il Messaggero, 26 luglio 2017

 

L'uso di intercettazioni, avvenute con metodi particolarmente invasivi consentiti solo nelle inchieste per mafia, e la carenza di argomentazioni che sostengano le esigenze cautelari per Alfredo Romeo, arrestato nell'ambito dell'inchiesta Consip. La Corte di Cassazione adesso rispedisce gli atti al Tribunale del Riesame e invita i giudici a motivare la decisione di confermare il carcere per l'imprenditore, al quale intanto il gip ha concesso i domiciliari sotto il controllo del braccialetto elettronico.
"Non si comprende dall'ordinanza impugnata - scrive la Cassazione - di quali contenuti operativi consista e in quali forme e modalità concrete s'inveri il "metodo" o il "sistema" di gestione dell'attività imprenditoriale da parte del Romeo, cui si fa riferimento per giustificare l'ipotizzato esercizio di una capacità d'infiltrazione corruttiva in forme massive nel settore delle pubbliche commesse". Parole che tirano direttamente in ballo le procure di Napoli e Roma dopo che gli avvocati Francesco Carotenuto, Giovanni Battista Vignola e Alfredo Sorge, avevano impugnato l'ordinanza del Riesame, che confermava il carcere per Romeo.
Secondo l'accusa, supportata dalle dichiarazioni del funzionario Consip Marco Gasparri, l'imprenditore aveva pagato 100mila euro per ottenere informazioni sulle gare della centrale di acquisto della pubblica amministrazione e per correggere le offerte. Una vicenda già a processo, la prima udienza, con rito immediato, è fissata per il prossimo 19 ottobre. La difesa contestava, però, l'uso delle intercettazioni ambientali, disposte a Napoli in un fascicolo dove Romeo era indagato per associazione di stampo mafioso, ipotesi che aveva consentito di utilizzare software spia, dai quali erano emersi 13 incontri tra Gasparri e l'imprenditore dal 3 agosto al 29 novembre 2016.
Scrivono i giudici: "Il Tribunale dovrà svolgere verifiche sul materiale indiziario emerso dalla operazioni di intercettazione ambientale, espressamente utilizzate dal pm a sostegno della propria richiesta ed in seguito valutate dal gip" accertando in particolare il collegamento tra "la condotta delittuosa" oggetto dell'accusa e "l'esistenza di associazioni criminali", che giustifichi l'utilizzo di mezzi "particolarmente invasivi" come i captatori informatici.
Sottolineano i giudici che al momento della richiesta di misura cautelare da parte dei pm di Roma "È scomparso ogni riferimento" all'aggravante mafiosa inizialmente prefigurata dalla procura di Napoli. Nessun rilievo sull'impiego delle conversazioni, ma la richiesta di argomentazioni più approfondite che collochino i fatti contestati in un contesto di criminalità organizzata vista "la forza intrusiva del metodo usato". In relazione alle esigenze cautelari la Cassazione precisa: "Solo apoditticamente risultano, in difetto di precise e concrete argomentazioni volte a confutare le puntuali obiezioni difensive sollevate al riguardo, le finalità corruttive collegate a non meglio definite vicende in cui l'indagato avrebbe fatto ricorso all'impiego strumentale di denaro non tracciatile, né possono assumere valore di concretezza e specificità i cenni alla vastissima attività imprenditoriale di Romeo, al sentimento di soddisfazione da lui espresso per l'espansione dei propri interessi al di fuori della Regione Campania. alle sue conoscenze presso settori delle istituzioni ovvero ai contatti illeciti che egli potrebbe continuare a coltivare trovandosi ai domiciliari".

 

"Nessuno sia giudicato a sua insaputa". Migliaia di processi a rischio.

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di Franco Vanni

 

La Repubblica, 26 luglio 2017

 

L'ordinanza del Tribunale di Milano apre una breccia. Non si può processare chi non sa di essere imputato. Lo afferma un'ordinanza del giudice Guido Salvini, della Prima sezione penale del Tribunale di Milano, sul caso di un 29enne algerino accusato di possesso di banconote false. L'uomo non ha fissa dimora. All'apertura del fascicolo, nel 2014, è stato affidato a un avvocato d'ufficio, che non sa dove si trovi il suo assistito né ha avuto contatti con lui. Eppure, su indicazione della polizia giudiziaria, è domiciliato presso il suo studio, dove riceve gli atti processuali.
Scrive il giudice: "Vi è da chiedersi se da tale elezione di domicilio, del tutto formale se non fittizia, possa ricavarsi la prova della conoscenza da parte dell'imputato della celebrazione dell'udienza a suo carico". Dal momento che "quello che si celebrerebbe è un processo a un fantasma", dispone che le udienze siano sospese (insieme ai tempi di prescrizione del reato) fino a quando la polizia giudiziaria non riuscirà a raggiungere l'imputato, informandolo del processo.
La portata dell'ordinanza potrebbe essere molto più ampia del singolo caso. Si legge che "situazioni identiche a quella ora esaminata si presentano con molta frequenza in questo Tribunale". Sono infatti centinaia, a Milano, i processi aperti con imputati irreperibili. Quasi sempre stranieri, accusati di reati come furto, ricettazione, occupazione di immobili e resistenza a pubblico ufficiale, che non prevedono l'arresto obbligatorio.
Un giudice veterano illustra l'orientamento prevalente: "Una volta che viene indicato un difensore, e il domicilio è stabilito presso il suo studio, è l'imputato a doversi informare sull'evoluzione del processo". Quindi, si va avanti fino a sentenza. Secondo la stima di un presidente di sezione penale, si tratta del 15 percento di tutti i processi che si celebrano a Milano di fronte al giudice monocratico. Sono esclusi i procedimenti in cui l'imputato viene arrestato ed è quindi consapevole di quello che lo aspetta.
L'ordinanza, emessa lo scorso 14 luglio, cita una sentenza di Cassazione del 24 gennaio scorso, che afferma come l'elezione di domicilio presso il difensore d'ufficio di per sé non prova la conoscenza del processo. E fa riferimento a due pronunciamenti della Cedu - del 2004 e del 2007, relativi a condanne di stranieri - che censurano la tendenza dei Tribunali italiani a portare a processo imputati ignari, violando l'articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo, che disciplina il giusto processo e il divieto di discriminazione. Eppure, ovunque in Italia, si registrano a migliaia ogni anno le condanne a imputati introvabili. Processi in cui il difensore non ha elementi per difendere il proprio assistito, né una sua procura per scegliere riti alternativi (rito abbreviato o patteggiamento), e in molti casi finisce per accettare che la decisione si basi sul fascicolo del pubblico ministero.
Sulla questione è intervenuto il decreto Orlando di riforma della giustizia, in vigore dal prossimo 3 agosto, che consentirà agli avvocati di non accettare l'elezione di domicilio se non riterranno di potere davvero sostenere la difesa. Con la linea promossa da Salvini si schiera intanto la Camera penale di Milano, associazione dei penalisti.
La presidente Monica Gambirasio commenta: "In caso di incertezza della conoscenza del processo non rimane che sospenderlo. Così si risparmiano anche risorse economiche della giustizia, già limitate". Per il sistema della giustizia significa ammettere l'impossibilità di raggiungere l'imputato, e rinunci a punire i reati. Una scelta impopolare. "Bisogna poi rendere conto alla società del fatto che un possibile colpevole viene di fatto graziato perché non si è stati in grado di trovarlo", dice un giudice.

 

Migranti liberi di lasciare l'Italia

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di Alessandra Ricciardi

 

Italia Oggi, 26 luglio 2017

 

Attesa per oggi la sentenza della Corte Ue che potrebbe cambiare la gestione dei flussi migratori. In ballo il diritto a spostarsi dal territorio di primo approdo. Per il governo di Paolo Gentiloni sarebbe un bell'aiuto per fare la voce grossa in Europa sui migranti. Soprattutto contro paesi, come l'Austria e l'Ungheria, che hanno detto chiaro e tondo di non poter ospitare nuovi arrivi non controllati, chiedendo all'Italia di bloccare i flussi sul proprio territorio.
Se la Corte di giustizia europea dovesse decidere, e la sentenza è attesa per oggi, che gli stranieri privi di visto possono fare domanda di protezione internazionale anche in un paese europeo diverso da quello di primo approdo, questo significherebbe di fatto non costringere più l'Italia a dover trattenere gli immigrati aspiranti all'asilo. Che ben potrebbero raggiungere altri stati per vedersi riconoscere il diritto a restare in Europa.
Con la conseguenza che anche i costi per l'eventuale rimpatrio sarebbero a carico del paese di destinazione. Una sentenza in attesa della quale ieri il Senato ha sospeso i lavori sulla risoluzione per la ricollocazione e il reinsediamento dei migranti (As. 404), rinviandone l'approvazione alla prossima settimana.
Alla Corte di giustizia europea è stato sottoposto il caso di alcuni migranti siriani che hanno fatto ricorso contro la decisione delle autorità slovene e austriache di rifiutare la domanda di protezione internazionale presentata. Il rifiuto era motivato dalla circostanza che i richiedenti avevano varcato "illegalmente" la frontiera dei due stati e che avrebbero dovuto fare istanza nello stato di primo ingresso, nella fattispecie la Croazia.
L'avvocato generale, nelle sue conclusioni, ha già ammesso che pur se si tratta di transito irregolare sui territori non si può però classificare come "illegale", in virtù delle motivazioni umanitarie che ne sono alla base. E pertanto non dovrebbe trovare applicazione il regolamento di Dublino invocato invece da Slovenia e Austria.
Se la Corte dovesse fare proprio il ragionamento del procuratore, questo consentirebbe a migliaia di migranti, passando per l'Italia, di provare ad arrivare dove hanno già punti di riferimento prima di fare domanda di protezione. L'avvocato generale ha anche affermato che se gli stati di confine, la Croazia ma anche l'Italia, fossero ritenuti gli unici competenti ad accogliere e gestire i numeri eccezionali dei richiedenti asilo, vi sarebbe il rischio per gli stessi stati di non poter più fronteggiare la situazione e di rispettare i conseguenti obblighi internazionali. "Si tratta di una decisione importante che potrebbe rafforzare in maniera significativa le richieste del governo italiano", spiega la relatrice della risoluzione in prima commissione, la senatrice Mdp Doris Lo Moro, "che non trovano il giusto consenso in paesi europei da cui ci si aspetterebbe maggiore e più concreta solidarietà".
Intanto la Commissione europea è pronta a intervenire per la gestione dell'emergenza migranti a sostegno dell'Italia con misure concrete da attuare rapidamente su richiesta di Roma, già nelle prossime settimane. È quanto si legge in una lettera inviata al presidente del Consiglio Gentiloni e firmata dal presidente Jean-Claude Juncker, dal vicepresidente Frans Timmermans e dal commissario per l'immigrazione Dimitris Avramopoulos. In particolare, si legge nella lettera, "la Commissione è pronta a decidere, se il governo italiano lo ritiene utile, azioni complementari".

 

Sequestro preventivo, il termine per il riesame decorre dall'acquisizione completa degli atti

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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 26 luglio 2017

 

In caso di trasmissione frazionata degli atti, il termine di dieci giorni entro cui deve intervenire la decisione relativa a una richiesta di riesame di sequestro preventivo, a pena di inefficacia della misura, decorre dal momento in cui il tribunale ritiene completata l'acquisizione della documentazione. Che deve essere la stessa posta alla base della misura cautelare. Non sono invece utili a spostare il termine eventuali successive integrazioni inviate dalla Procura e non conosciute dal Gip al momento dell'adozione del provvedimento di sequestro. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza 25 luglio 2017 n. 36814, annullando l'ordinanza con cui il Tribunale di Frosinone aveva rigettato la richiesta di riesame contro il decreto di sequestro preventivo per lavori su di un immobile sottoposto a vincolo monumentale in assenza di titoli abilitativi e delle prescritte autorizzazioni. Secondo il Tribunale, infatti, l'eccezione di perdita di efficacia del provvedimento impugnato era infondata perché, siccome la documentazione era stata trasmessa in modo frazionato, il termine di dieci giorni per la decisione doveva essere posticipato alla ricezione degli ultimi atti.
La Suprema corte rileva però che secondo la nota della Procura della Repubblica di Cassino gli atti erano stati consegnati al Tribunale del riesame il 27 dicembre 2016 e, a integrazione, il 2 gennaio 2017, era stata trasmessa dal Comune di Formia "la relazione tecnica e reportage fotografico comparativo". Ora tale relazione "certamente" non faceva parte degli atti sulla base dei quali il Pm aveva chiesto e il Gip aveva disposto la misura cautelare, in quanto l'ordinanza di convalida e il decreto di sequestro risultavano emessi il 17 dicembre 2016. Per cui il Tribunale ha errato nel fare decorrere il termine dal 2 gennaio 2017.
Infatti, prosegue la decisione, "gli atti di cui è consentita la trasmissione frazionata sono solo quelli sulla base dei quali è stata disposta la misura". In quanto è su di essi che deve esercitarsi il controllo del riesame. "Sicché, soltanto quando la trasmissione sia stata completata ed il Tribunale abbia a disposizione tutti gli elementi per poter esercitare la sua funzione di verifica e definire il procedimento incidentale, inizierà a decorrere il termine di dieci giorni per l'emissione del provvedimento che decide sulla richiesta di riesame".
L'articolo 324, comma 3, del Cpp prevede espressamente che l'autorità giudiziaria procedente debba trasmettere "gli atti su cui si fonda il provvedimento oggetto del riesame". Il termine di dieci giorni (comma 5) decorrente dalla ricezione degli atti, "non può, pertanto, che riferirsi agli atti che siano stati posti a base dell'applicazione della misura". E se anche il Tribunale può emettere la sua decisione "sulla base degli elementi addotti dalle parti nel corso dell'udienza" (e quindi anche di elementi sopravvenuti) - art. 309, comma 9 - "la perdita di efficacia della misura, prevista dal comma 10, in caso di mancata decisione entro il termine prescritto, non può che decorrere da quello in cui è stata disposta la trasmissione completa degli atti su cui è stata fondata la misura".
Una diversa interpretazione sarebbe "in contrasto con il dato letterale e sistematico" e farebbe dipendere la sanzione di inefficacia della misura da elementi "incerti e discrezionali". Aprendo alla possibilità per il Pm di procrastinare a sua discrezione tale termine, per esempio trasmettendo al Tribunale del riesame atti acquisiti successivamente o, comunque, non trasmessi al Gip in sede di richiesta di emissione della misura.

 
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