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Afghanistan: nelle celle "umanitarie" di Herat, donne picchiate e torturate

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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 8 febbraio 2015

 

Donne detenute per aver "disonorato" la famiglia, altre per aver osato sfidare il marito padrone, denunce da parte dell'Onu per le torture sistematiche all'interno della sezione maschile. Tutto questo avviene in un carcere afghano, ritenuto il fiore all'occhiello dalle autorità militari italiane che lo hanno finanziato per scopi "umanitari". La struttura penitenziaria in questione si trova ad Herat, la seconda città più grande dell'Afghanistan. Il carcere è diviso in due: c'è la parte maschile composta da 3.310 detenuti, e quella femminile, da 160.

La maggior parte delle donne detenute stanno scontando una pena che da noi non sarebbe considerata neppure un peccato veniale. L'aver amato un uomo diverso da quello scelto dalla famiglia, l'essere rimasta incinta fuori dal matrimonio o l'aver mancato di rispetto a un padre padrone sono considerati reati da punire e quindi c'è l'arresto e le donne possono scontare anni di galera.

C'è la storia di Saaeqa che ha 27 anni e quattro bambini. La sua colpa? Essere scappata di casa perché il marito (sposato a 13 anni) era un violento. "Mi picchiava - aveva racconta Saaeqa - non poteva fare a meno dell'oppio". Lei si sente colpevole e si era detta disposta a ritornare dal marito, ma alla condizione di non essere picchiata. Ma sa che ciò non accadrà e che sarà "costretta" ad andare a vivere dalla madre, e questo verrà considerato un grande disonore. Si dovrà vergognare per tutta la vita.

Poi c'è la storia di Naeeba, 25 anni. È stata accusata di aver ucciso il marito. Lei si dichiara innocente. A 12 anni era stata costretta a sposarsi con l'uomo di 51 perché era incinta di lui. Poi un giorno fu ritrovato bruciato e venne accusata di omicidio. Secondo lei sono stati i figli perché non sopportavano più che la picchiasse. Ma non finisce qua.

Sempre nello stesso carcere finanziato dal governo italiano - specificamente nella sezione maschile dove finiscono i presunti talebani catturati dal nostro contingente - avvengono delle torture sistematiche. A denunciarlo è stata l'Onu attraverso un dossier del 2011 corredato da prove definite "schiaccianti". Un dossier che dovrebbe far riflettere sui compromessi - come quelli sulle donne detenute - accettati dal nostro governo nella missione che dovrebbe portare 'la civiltà alle popolazioni afghane.

L'inchiesta dell'Onu si concentra sulle persone custodite dai servizi di sicurezza di Kabul, chiamati National directorate of security o in sigla Nds. I quattro reclusi catturati dalla polizia nazionale non hanno nulla da denunciare, mentre dei dodici uomini affidati agli agenti speciali, ben nove parlano di maltrattamenti che arrivano fino alla tortura: tra loro c'è anche un ragazzo di sedici anni.

La delegazione dell'Unama - l'organismo Onu che vigila sulla rinascita dell'Afghanistan - scrive che ci sono "prove schiaccianti che gli agenti del Nds sistematicamente torturano i detenuti per ottenere informazioni e, possibilmente, confessioni". Le testimonianze raccolte dall'Onu sono agghiaccianti e sembrano simili alla detenzione del carcere di Abu Ghraib, la prigione irachena dove gli americani torturavano i reclusi.

E così il dossier racconta che ad Herat, durante la notte, un agente del Nds preleva il detenuto dalla cella, gli lega le mani dietro la schiena e benda gli occhi, poi lo porta in un'altra stanza nell'edificio dell'intelligence afghana. Lì comincia l'interrogatorio e, a un certo punto, arriva la minaccia: "Se non ci dai le informazioni ti picchiamo". Allora lo sbattono con la faccia sul pavimento e cominciano a colpirlo sulla pianta dei piedi, con un cavo elettrico. Poi con i piedi sanguinanti lo costringono a camminare sul pietrisco o sul cemento grezzo.

Nel rapporto sono inclusi i resoconti dei detenuti picchiati. "Io avevo gli occhi bendati e i polsi legati, stavo seduto su un tappeto. Loro urlavano: "Parlaci del capo dell'attacco. Io continuavo a rispondergli che non c'entravo, a ripetere il mio alibi. Sembrava che loro sapessero che io non ero coinvolto nell'attacco ma volevano informazioni da me e non mi credevano. Mi dicevano: "Se non ci dici la verità, ti picchiamo".

Allora mi hanno gettato con la faccia sul pavimento, legando le miei ginocchia e sollevandole in modo che i piedi fossero sospesi in aria. Quindi mi hanno colpito due volte sulla schiena con una specie di tubo, poi sono passati a colpire i miei piedi. Non so cosa usassero, ma era molto doloroso: penso fosse un cavo elettrico, perché sulla pelle mi sono rimasti tanti buchi lasciati dai fili che spuntavano dalle estremità. Mi facevano domande, poi picchiavano e ricominciavano a chiedere. Io urlavo per il dolore. Allora mi hanno fatto alzare e camminare fino al cortile e mi hanno lasciato in piedi sul cemento grezzo per cinque minuti".

I militari italiani potrebbero risultano complici indiretti? Non si parla solo della ricostruzione del carcere, ma anche del fatto che formalmente, ogni nostro reparto consegna immediatamente i presunti talebani o i sospetti criminali nelle mani della polizia nazionale Anp . Ufficialmente quindi non abbiamo mai fatto prigionieri, nonostante esistano immagini di miliziani ammanettati dalla Folgore nel 2009 o rapporti ufficiali di operazioni concluse con la cattura di numerosi sospetti. Il penitenziario di Herat - la capitale del distretto a guida italiana - è stato sempre comunque affidato ad una sorta di supervisione delle nostre truppe.

L'inaugurazione del carcere di Herat è avvenuta nel marzo del 2010 e sono due i progetti curati dal Provincial Reconstruction Team italiano del Regional Command West su base Brigata "Sassari". Il primo progetto, del valore di circa 54 mila euro, ha riguardato la costruzione del nuovo centro polifunzionale (dotato di cucina, servizi igienici ed impianto di climatizzazione) utilizzato sia come "training room" per lo sviluppo di corsi studio e di recupero professionali, sia come "visiting room" per favorire momenti d'incontro tra i detenuti ed i loro familiari.

Il secondo, invece, è consistito nella realizzazione del nuovo sistema di videosorveglianza del carcere, progetto del valore di circa 37mila euro messi a disposizione dal Ministero della Difesa, che comprende una sala di controllo interna dotata di monitor ed un sistema di registrazione delle immagini che, attraverso diciannove telecamere esterne, ha consentito di migliorare le misure di sicurezza ed assicurare la sorveglianza dell'area perimetrale interna ed esterna della struttura.

Non sono mancate le passerelle dei nostri politici per osannare in pompa magna il nostro "fiore all'occhiello". Aveva fatto visita alla struttura l'allora eurodeputato Pino Arlacchi , ricevendo congratulazioni dal governatore della città di Herat. Ma non è mancata nemmeno la visita di Michele Vietti, il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Dopo aver incontrato i militari italiani in servizio presso il Comando della International Security and Assistance Force di Kabul e presso il Regional Command - West di Herat, il Comando subordinato responsabile per la regione occidentale attualmente guidato dalla Brigata alpina "Taurinense", aveva fatto visita ovviamente ad Herat, dove ad accoglierlo all'aeroporto è stato il generale Dario Ranieri, comandante del Regional Command West, il quale lo ha aggiornato circa l'attuale situazione nella regione occidentale, con particolare riferimento al settore della giustizia e ai progressi registrati nel processo di transizione. Nella seconda giornata di visita, l'Onorevole Vietti aveva innanzitutto incontrato il Governatore della Provincia di Herat per poi visitare il carcere femminile.

Il vice presidente del Csm aveva espresso soddisfazione per il nostro operato e ricevuto ringraziamenti dalle autorità afghane per il nostro sostegno alla loro giustizia. Un sostegno per assicurare la detenzione delle donne per reati non contemplati dalle democrazie che hanno ottenuto l'emancipazione femminile, arresti e deportazioni coatte, torture inenarrabili. Sono state queste le nostre missioni umanitarie?

 

Portogallo: la Pastorale Penitenziaria "dare dignità ai detenuti, dalle parole all'azione"

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www.newscattoliche.it, 8 febbraio 2015

 

Si tiene oggi e domani a Fatima il X Incontro Nazionale di Pastorale Penitenziaria dedicato al tema "Dare dignità ai detenuti: dalle parole all'azione".

Padre João Gonçalves, Coordinatore della Pastorale Penitenziaria portoghese, ribadisce che "è sempre bene parlare di carceri e di detenuti, poiché si tratta di un argomento poco conosciuto e del quale si discute poco all'interno delle nostre comunità, ecclesiali o no. In carcere - spiega il sacerdote - il nostro rispetto ed il nostro aiuto vanno a tutti, sia nel periodo di reclusione, sia successivamente, nella fase di reinserimento familiare, lavorativo e sociale".

I lavori del Convegno si apriranno nel pomeriggio di domenica, con la prima sessione dedicata al settore religioso della Pastorale Carceraria.

Il giorno seguente, dalle 9.30 alle 12.30, si discuterà dell'argomento dal punto di vista giuridico, mentre dalle 14.30 alle 17.30 si affronterà la questione sociale.

L'incontro nazionale di quest'anno segue quello del maggio 2014 a carattere transnazionale, al quale hanno preso parte Rappresentanti di Spagna, Gibilterra, Andorra e Portogallo. Nel comunicato finale diffuso lo scorso anno, si ribadisce la necessità di tutelare i diritti dei detenuti e ci si appella alle Istituzioni affinché ricorrano alla pena della privazione della libertà solo come ultima scelta.

Viene sottolineato inoltre l'impegno della Pastorale Penitenziaria ad offrire supporto educativo ai prigionieri, come pure la necessità di una giustizia "più umana", che implichi il perdono e la misericordia, e non sia solo "il prolungamento di una condizione di povertà" in cui si trovano molti detenuti ancor prima di commettere un reato. Il messaggio che si vuol far passare, dunque, è che "non è l'inasprimento delle pene a ridurre i casi di recidiva nel crimine, bensì processi penali equi e dalla giusta durata, che guardano alla persona nella sua integrità".

 

Carceri: pieno appoggio di Radicali Italiani alla proposta di Ristretti Orizzonti

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Ristretti Orizzonti, 7 febbraio 2015

 

La Segretaria di Radicali italiani, Rita Bernardini, appoggia pienamente e convintamente la proposta della redazione di Ristretti Orizzonti - formalizzata con una lettera aperta al Ministro della Giustizia - di organizzare gli Stati Generali sulle pene e sul carcere presso la Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova.

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Carceri: Ristretti Orizzonti al ministro Orlando, Stati Generali con i detenuti

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Adnkronos, 7 febbraio 2015

 

Organizzare gli stati generali sul carcere con i detenuti della Casa di reclusione di Padova. A lanciare la proposta al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, è la redazione di Ristretti Orizzonti, la rivista realizzata da detenuti e volontari nel carcere padovano, con una lettera aperta con la quale invita il guardasigilli a visitare la sede.

"Ogni anno organizziamo un Convegno, a cui partecipano circa seicento persone dall'esterno, e 150 persone detenute. Non pensa che portare gli addetti ai lavori a confrontarsi con le persone detenute sul senso che dovrebbero avere le pene avrebbe un valore davvero fortemente educativo per tutti, per chi deve essere protagonista di un percorso di rientro nella società, e per chi deve aiutare a costruire quel percorso? - chiede Ristretti Orizzonti al ministro.

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Giustizia: "l'Italia in crisi si abbandona al populismo penale", lo dice il ministro Orlando

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di Errico Novi

 

Il Garantista, 7 febbraio 2015

 

"Abbiamo una cosa in comune: la passione per il panino con la milza". Beniamino Migliucci accoglie così il ministro della Giustizia Andrea Orlando alla "Inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti", maxi convegno che il presidente dell'Unione Camere penali organizza a Palermo per rispondere al fuoco di fila proposto dalla magistratura nelle cerimonie dell'altra settimana.

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