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Giustizia: le ferite dell'economia e i "cerotti" del diritto

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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 5 gennaio 2015

 

Non è mai un bel vedere quando alla crisi si guarda (anche) attraverso il cannocchiale del diritto. Perché il rischio è quello di scambiare la causa (economica) con le cause (civili). E tuttavia, sempre più, l'efficacia di una riforma giuridica deve misurarsi con le conseguenze provocate nel tessuto sociale. Allora la ricerca del Sole 24 Ore del Lunedì mette in evidenza come le difficoltà del Paese si specchino anche negli istituti giuridici.

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Giustizia: scoppia il caso "salva-Berlusconi", stop del governo al decreto fiscale

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di Francesco Di Frischia

 

Corriere della Sera, 5 gennaio 2015

 

Salta la norma "salva Berlusconi": il decreto fiscale che la conteneva, che stava per essere trasmesso in Parlamento per i necessari pareri, torna in Consiglio dei ministri su richiesta dello stesso premier Renzi. Infuriano, però, le polemiche dentro e fuori la maggioranza.

Il governo quindi fa marcia indietro, ma il 24 dicembre era stato proprio l'esecutivo ad approvare in prima lettura, tra le norme della delega fiscale, anche l'articolo 19 bis: la norma prevede una soglia del 3% dell'evasione rispetto all'imponibile, al di sotto della quale il reato non sarebbe più punibile penalmente. Tale codicillo, secondo alcune interpretazioni, permetterebbe a Berlusconi di vedersi derubricato ad una semplice sanzione amministrativa il tipo di pena, la frode fiscale, alla quale è stato condannato nell'agosto del 2013 in via definitiva. Sempre in base a alcune interpretazioni, decadrebbe la condanna che gli impone i servizi sociali e, soprattutto, quella che gli interdice la candidabiltà.

Luigi Di Maio(M5S) attacca a testa bassa: "O Renzi non sa che cosa firma o fa regalini al Cavaliere: in entrambi i casi è un inizio di anno che non lascia presagire nulla di buono". E Matteo Salvini (Lega Nord) taglia corto: "Il decreto inciucio sul fisco è l'ennesima renzata. Un giorno promette una cosa e il giorno dopo la smonta. Fa così da un anno". Critiche piovono pure da Pippo Civati (minoranza Pd) che usa l'ironia: "Se il premier non ne sapeva nulla, se il ministero dell'Economia dice non averlo visto, e se il ministro della Giustizia aveva espresso perplessità, chi ha portato quel testo nel Consiglio dei ministri? Va a finire che il decreto si è scritto da solo. Che possa riguardare Berlusconi è solo un caso, ovviamente".

E la civatiana Lucrezia Ricchiuti (Pd) rincara la dose: "In pratica la legge del Nazareno dice che più sei ricco e più puoi evadere: l'articolo 19 bis supera la fantasia". Per questi motivi Alfredo D'Attorre (minoranza Pd) chiede: "Renzi e Padoan hanno il dovere di chiarire di chi sia la responsabilità e di prendere l'impegno formale che questa norma non sarà riproposta". Replica su Twitter Andrea Marcucci (Pd): "Nessun favore a Berlusconi, chi fa dietrologia ha preso un'altra cantonata". E il numero due del Pd, Lorenzo Guerini, chiede di mettere un freno alla "continua ossessione del Cavaliere e dei suoi processi".

Sul caso interviene il Sottosegretario all'Economia, Enrico Zanetti: "Forse bastata e avanzava garantire sin d'ora che nella norma contestata del 3% sarebbe stata inserita la precisazione che si applicava solo a reati diversi dalle frodi". Poi il sottosegretario rivela che comunque su quel provvedimento lui non era d'accordo e "con i colleghi di Scelta Civica - ricorda - avevamo proposto questa modifica per ragionamenti di principio, prima che scoppiasse la solita patetica querelle su Berlusconi". A difesa del Cavaliere si muove Daniela Santanché (FI): "Pur di sabotare il patto del Nazareno, gli esclusi dalle decisioni importanti sono disponibili ad inventarsi qualsiasi cosa". Laconico Giovanni Toti (Fi): "Se si ritira un provvedimento per il sospetto che aiuti Berlusconi anche se aiuta i cittadini, allora l'Italia è un Paese destinato a non cambiare mai".

 

Lettere: il carcere e la voce della ragione

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di Laura Coci

 

Il Cittadino, 5 gennaio 2015

 

"La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i pochi saggi che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell'intimo de loro cuori". Così, duecentocinquanta anni or sono, Cesare Beccaria. Scrivere di giustizia e carcere è ora - se possibile - ancora più impopolare di quanto lo fosse nel 1764, anno nel quale Dei delitti e delle pene fu dato alle stampe a Livorno, anonimo, per sfuggire ai rigori della censura, già ostile al pensiero dell'Illuminismo, allo spirito di libertà e uguaglianza che animava filosofi e riformatori. Neppure due anni dopo la pubblicazione, l'opera fu posta all'Indice dei libri proibiti; ma nel 1786 il granduca di Toscana Pietro Leopoldo, monarca attento alla voce della ragione, abolì la pena di morte nel proprio stato, ove il testo di Beccaria aveva visto la luce per la prima volta.

Il 2014 sarebbe stato dunque un buon anno per onorare nei fatti concreti, e non soltanto nelle occasioni accademiche, Cesare Beccaria e il suo trattato. Un trattato che a duecentocinquanta anni di distanza non ha perso in attualità, a disonore del tempo presente. Un tempo nel quale vediamo riproporsi mali antichi: "la pena di morte non è scomparsa, la tortura ha addirittura conosciuto un'orribile rinascita, il disordine legislativo ci avvolge, i giudizi sono eterni - scrive Stefano Rodotà . L'arbitrio, di nuovo l'arbitrio di poteri prepotenti e incontrollati, sembra avere il sopravvento". Di qui, l'appello al diritto di Beccaria e dei suoi compagni milanesi dell'Accademia dei Pugni, che lo coadiuvarono nella stesura dell'opera: tra questi Pietro Verri, autore delle modernissime Osservazioni sulla tortura, e Alessandro Verri, che nel 1763 era "protettore de carcerati" di Milano, quasi un garante dei diritti dei detenuti, e che grazie al suo ufficio conosceva assai bene le criticità della giustizia penale e le condizioni inumane dei reclusi.

In effetti il 2014 era iniziato sotto buoni auspici: in pochi mesi erano stati approvati due decreti, poi convertiti in legge, cosiddetti "svuota carceri" (Legge 9.08.2013 n. 94 e Legge 21.02.2014 n. 10) e un disegno di legge, pure convertito in norma (Legge 28.04.2014 n. 67), che prevede tra l'altro l'ampio ricorso alla detenzione domiciliare e la depenalizzazione dei reati di lieve entità. Poi - dopo la promozione "con debito" dell'Italia da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, ovvero la concessione al nostro Paese della proroga di un anno per portare a compimento il percorso di riduzione del sovraffollamento penitenziario - la "questione carceraria" è nuovamente ripiombata nell'indifferenza e nel silenzio. Questione impopolare, ora come duecentocinquanta anni fa.

Per questo, ma non solo, giova leggere e rileggere Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Una lettura illuminante. Due le parole chiave che immediatamente colpiscono nel compulsare l'opera: "uguaglianza" (sociale) e "felicità" (pubblica). Senza la prima, non si dà la seconda. Il (buon) "diritto", al quale il filosofo e riformatore milanese costantemente fa appello, promuove uguaglianza, e se non rimuove le cause della diseguaglianza, della "disperata necessità" che troppo spesso è all'origine dei delitti, tuttavia garantisce pene che abbiano per fine non la vendetta nei confronti del reo, ma la convivenza sociale, la felicità del più alto numero di persone possibile, senza danno irreparabile per i singoli.

Se i cittadini - che a questo fine cedono allo Stato parte della propria libertà - hanno diritto a essere difesi dalle aggressioni, hanno altresì diritto a essere considerati innocenti fino a che il delitto loro imputato non sia dimostrato con assoluta certezza; hanno diritto a una carcerazione preventiva che, "essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile e dev'essere meno dura che si possa"; hanno diritto a un processo equilibrato e a un giudizio sereno; se riconosciuti colpevoli, hanno diritto a una pena che non risulti lesiva della dignità, che sia "pronta" ma anche "equa" e "proporzionata" al reato commesso, perché "ogni pena che non derivi dall'assoluta necessità è tirannica". Hanno diritto, soprattutto, all'uguaglianza, a non essere vittime dell'arbitrio del potere, che è nemico della ragione e degli esseri umani. Letti d'un fiato i quarantasette capitoli del trattato, brevi e incisivi, non possiamo non riconoscere in Beccaria e nei suoi compagni milanesi la voce della ragione, la voce che vorremmo ascoltata dai "monarchi" del tempo presente.

Ma la "questione carceraria" è questione impopolare, ora come duecentocinquanta anni fa. Ancora più impopolare a seguito della conversione in legge (Legge 11.08.2014 n. 117) del decreto "recante disposizioni urgenti in materia di rimedi risarcitori a favore dei detenuti e degli internati che hanno subito un trattamento in violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali [...]": rimedi risarcitori quantificati in otto euro per ogni giorno di pena "inumana e degradante". Un'infamia, perché umilia a materia di contrattazione la dignità di una persona, persona nonostante la reclusione: "non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l'uomo cessi di esser persona e diventi cosa" - ammonisce Beccaria, e ancora - "il fine delle pene non è di tormentare e affliggere un essere sensibile". Una beffa, perché al 27 novembre scorso su 18.104 istanze di rimborso presentate da persone detenute vittime del sovraffollamento ne erano state esaminate 7.351 e di queste giudicate ammissibili soltanto 87! Ben 6.395 sono state infatti le istanze rigettate per mancanza di documentazione, in quanto le procedure per ottenere il risarcimento non sono state definite in modo univoco, lasciando spazio alla discrezionalità e all'arbitrio esecrati in Dei delitti e delle pene (fonte: Ministero della Giustizia).

L'inchiesta "Mafia capitale" dimostra del resto come la cura degli ultimi (detenuti, disabili, rifugiati) sia divenuta un affare lucroso per la criminalità organizzata, che nel tempo presente ha assunto una forte dimensione pubblica, sia per dominanza sia per debolezza del pubblico in sé. È infatti il pubblico che offre maggiore possibilità di carriera, e questa è troppo spesso correlata alla prospettiva di arricchimento personale; e d'altra parte è ancora il pubblico che, demandandola a terzi, abdica alla propria missione: "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale" (così la Costituzione repubblicana) per ristabilire "uguaglianza" e "felicità" (così Cesare Beccaria). È l'amministrazione pubblica che per mancanza di capacità o di risorse delega la gestione di pezzi di stato sociale ad altri soggetti (il cosiddetto "privato sociale"): un meccanismo che comporta costi maggiori e minori controlli, ma che garantisce consenso e supporto elettorale.

La scrittura di Dei delitti e delle pene testimonia l'esigenza di profondo impegno morale e di attenzione ai problemi più urgenti della vita civile, ora come duecentocinquanta anni fa. Ma non solo: "se sostenendo i diritti degli uomini e dell'invincibile verità contribuissi a strappare dagli spasimi e dalle angosce della morte qualche vittima sfortunata della tirannia o dell'ignoranza, ugualmente fatale, le benedizioni e le lagrime anche d'un solo innocente nei trasporti della gioia mi consolerebbero dal disprezzo degli uomini". Dunque, non solo la ricchezza non deve essere uno strumento per acquisire potere, ma anche il lavoro intellettuale non può esser un mezzo per conquistare consenso e benevolenza. Il che, nel tempo presente, è di grande conforto a chi scrive di giustizia e carcere.

 

Palermo: carcere dell'Ucciardone sempre sovraffollato, ma ora il vero problema è il "gelo"

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Giornale di Sicilia, 5 gennaio 2015

 

Riscaldamento spento e acqua fredda, la denuncia ai radicali in visita nel carcere del capoluogo. Poco cibo e freddo all'Ucciardone, un centro medico che andrebbe potenziato al Pagliarelli. È questa la situazione nei due penitenziari palermitani, dove i livelli di sovraffollamento sarebbero tutto sommato ridotti. Il quadro è emerso il 31 dicembre, durante la visita compiuta dal Partito radicale all'interno delle due strutture. Donatella Corleo, storica attivista del movimento di Marco Pannella, ha ribadito nuovamente che l'Ucciardone, per i suoi problemi strutturali, andrebbe chiuso come carcere e preservato invece come monumento.

Nella vecchia struttura borbonica, infatti, anche se sono stati apportati dei piccoli miglioramenti - come la prenotazione delle visite ai detenuti per mail o la possibilità per chi sta scontando la pena di stare fuori dalla cella tra le 8 e le 17 - resta priva di riscaldamento e di acqua calda. Alcuni detenuti avrebbero detto chiaramente durante la visita dei Radicali di "fare la fame". La direttrice della struttura penitenziaria (che da mercoledì non è più casa circondariale ma semplice istituto di reclusione e può dunque ospitare solo condannati in via definitiva a pene superiori ai cinque anni), Rita Barbera, ha però chiarito che la quantità di cibo è quella stabilita dal ministero.

A pesare, secondo Barbera, sarebbe invece la crisi che colpisce i famigliari dei detenuti, che non riescono a portar loro alimenti in più dall'esterno. I riscaldamenti, poi, potrebbero essere attivati in una sezione, ma per evitare disparità tra i reclusi, si preferisce lasciarli spenti. Molto più tranquilla la situazione al Pagliarelli, dove, secondo i Radicali, andrebbe potenziato il centro medico, visto che deve servire per più di mille detenuti.

 

Oristano: sanità penitenziaria; l'Asl riserva camere per detenuti all'Ospedale San Martino

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di Elia Sanna

 

La Nuova Sardegna, 5 gennaio 2015

 

All'ospedale verranno allestite stanze con misure di sicurezza speciali per chi sconta la pena nel carcere di Massama. L'ospedale San Martino avrà uno spazio speciale per i detenuti. Oltre al potenziamento dei servizi all'interno del carcere di Massama, la Asl ha previsto infatti anche la realizzazione di alcune stanze dotate di speciali misure di sicurezza nell'ospedale oristanese. Sono queste alcune delle novità annunciate dal nuovo Commissario straordinario della Asl 5 Maria Giovanna Porcu.

Il manager visiterà la struttura carceraria nei prossimi giorni, per rendersi conto della situazione del presidio sanitario allestito all'interno della Casa circondariale. È evidente che la presenza di un alto numero di detenuti, la maggior parte in regime di alta sorveglianza, ha necessità di una struttura e di servizi sanitari adeguati alle nuove esigenze. Dopo una partenza decisamente lenta la struttura sanitaria di Massama era stata potenziata anche di recente con l'attivazione di alcuni servizi specialistici.

Nel corso di una delle recenti proteste promosse dai carcerati erano state messe in evidenza proprio alcune carenze. I detenuti stessi, in più occasioni, venivano trasferiti al San Martino anche per patologie semplici, il che ha comportato enormi sforzi organizzativi da parte della polizia penitenziaria, già penalizzata da gravi carenze di organico. Problemi che oggi si sono accentuati in virtù della presenza di pericolosi personaggi della criminalità organizzata campana e calabrese.

"La Asl 5, in collaborazione con l'amministrazione carceraria, si era già attivata per garantire e implementare la sanità penitenziaria - ha spiegato il commissario Maria Giovanna Porcu. Per quanto riguarda la specialistica ambulatoriale all'interno del carcere sono attivi da tempo i servizi di odontoiatria, urologia, endocrinologia, diabetologia, oculistica, cardiologia e ecografia. A questi, attivati in origine per cinque ore settimanali, ne sono state aggiunte da dicembre altre dieci per far fronte alle numerose richieste". Il potenziamento delle prestazioni sanitarie si era reso necessario dopo il trasferimento a Massama di oltre cento nuovi detenuti, provenienti dalle altre strutture carcerarie dell'isola.

"All'occorrenza, quando se ne presenta cioè la necessità, vengono comunque garantite anche altre prestazioni specialistiche - ha sottolineato il commissario della Asl. Nei casi di emergenza e di urgenza in cui si renda necessario il trasferimento in ospedale, è allo studio la possibilità di destinare delle stanze riservate ai detenuti dotate di idonee misure di sicurezza all'interno del San Martino". I lavori per allestire le stanze speciali che dovranno ospitare detenuti sottoposti all'alta sorveglianza, dovrebbero iniziare nei prossimi mesi.

 
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