Martedì 23 Aprile 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Udine: troppi detenuti, il carcere scoppia... 173 presenze contro le 100 regolamentari

PDF Stampa
Condividi

di Lodovica Bulian

 

Messaggero Veneto, 12 febbraio 2015

 

Ritorna critico il livello di sovraffollamento nel carcere di Udine. Secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero della Giustizia aggiornati al 31 gennaio 2015, ci sono 173 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 100 posti. Dopo una lieve flessione registrata a dicembre - su scala nazionale si fotografa una riduzione del sovraffollamento del 14 per cento - ora siamo a una nuova inversione di tendenza. A riempire le celle di via Spalato ci sono per lo più stranieri, 73 secondo il monitoraggio effettuato nell'ultimo mese. Spiccano marocchini, rumeni, albanesi, tunisini, nigeriani. Una peculiarità della regione, porta di ingresso nel Paese dalla rotta balcanica: su 619 detenuti totali nei cinque istituti in regione, 244 sono stranieri.

Un dato spesso all'origine di disordini, risse e fenomeni di autolesionismo. L'integrazione, infatti, diventa difficile, soprattutto quando a dividere la cella sono persone di nazionalità differenti, spiega il segretario regionale della Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, Giovanni Altomare: "Gli italiani tendono a mantenere un comportamento corretto nella struttura, nella speranza di una possibile riduzione della pena; gli stranieri, invece, hanno una cultura profondamente diversa, e per protestare utilizzano l'autolesionismo: a una semplice richiesta negata accade che reagiscano tagliandosi con le lamette da barba".

Tenere sotto controllo questa bomba a orologeria è difficile, soprattutto con organici sottodimensionati e strumenti di sorveglianza inadeguati a gestire le emergenze. Secondo il report dell'Osservatorio Antigone, la polizia penitenziaria di via Spalato, composta da circa 120-125 unità, è "carente" rispetto a una pianta organica che ne richiederebbe almeno 136. Il cosiddetto regime "a celle aperte", che permette la libera circolazione durante il giorno all'interno dei piani, unito all'alta percentuale di stranieri, può innescare ulteriori spirali negative, secondo Altomare.

"Le sezioni a volte diventano ghetti, dove si creano sodalizi rivoltosi. Qui a Udine, fortunatamente, non si verificano eventi critici di particolare importanza, ma l'allerta resta alta". I provvedimenti legislativi svuota carceri finora sono stati dei "palliativi a porte scorrevoli" rincara il segretario: "Entrano ed escono sempre gli stessi". Al 31 gennaio 2015, sono 236 le persone uscite grazie alla legge 199/2010, di cui 72 stranieri. Se le emergenze individuali restano contenute - l'ultimo suicidio è del 2012 - a via Spalato resta la maglia nera del sovraffollamento in Fvg. A Trieste, per una capienza regolamentare di 155 posti, sono rinchiusi di media tra i 180 e i 190 detenuti; a Tolmezzo di stranieri non ce ne sono, ma su una capienza di 149 persone se ne contano fino a 181. Segue Pordenone, con 71 detenuti su 41 posti regolamentari, e Gorizia, dove di detenuti ce ne sono solo 13, a fronte di 55 posti.

 

Udine: Franco Corleone "in carcere manca uno spazio verde, la struttura è da ripensare"

PDF Stampa
Condividi

di Lodovica Bulian

 

Messaggero Veneto, 12 febbraio 2015

 

La denuncia dell'ex sottosegretario: non c'è opportunità di reintegro. Su molti pende l'incognita della revisione della pena per le legge Fini-Giovanardi. Nonostante a livello nazionale si registri un allentamento del sovraffollamento nelle carceri, la situazione a Udine, ma anche in tutto il Friuli Venezia Giulia, "resta molto pesante".

L'avvertimento è di Franco Corleone, sottosegretario alla Giustizia tra il 1996 e il 2001, ed ex consigliere provinciale a Udine. Oggi ricopre l'incarico di Garante dei diritti dei detenuti della Regione Toscana.

Se il carcere di Pordenone è "indecente", quello di Gorizia è "in stato comatoso" e quello di Tolmezzo è "avulso dal territorio", il giudizio di Corleone su via Spalato non è migliore: così come Trieste, la struttura "ha dei limiti molto forti e va assolutamente ripensata".

Urgente, per l'esperto, introdurre nuovi criteri di vivibilità: "Non esiste uno spazio verde, dove i detenuti possano trascorrere delle ore ricreative, non c'è un campo per giocare a pallone. Sì, è vero, ci sono le biblioteche: ma non sono altro che depositi di libri, non esistono aree di lettura o di studio. Se vogliamo che il carcere sia un'occasione, bisogna rivedere l'intero sistema".

Non basta aprire le celle, dunque, se i detenuti "vengono lasciati a bighellonare tutto il giorno". Meglio sarebbe che frequentassero corsi di musica, di studio, attività intellettuali, "solo così si potrebbe pensare a un possibile reintegro in società". Il carcere di San Vito al Tagliamento, a oggi, accusa Corleone, è "un'occasione persa". Persa per costruire "una sperimentazione originale e nuova della vita all'interno dell'istituto penitenziario, e per realizzare un carcere dei diritti".

Le ragioni del perdurare del sovraffollamento in regione, secondo l'esperto, sono molteplici: il fattore immigrazione, in primis, ma anche la "dolorosa contraddizione della Fini-Giovanardi, per cui migliaia di detenuti stanno scontando una pena illegittima, e su cui il 26 febbraio si riuniranno le sezioni unite della Cassazione per trovare una sintesi condivisa su una revisione della pena". Ma il vero nodo, avverte l'ex sottosegretario, non sono i 73 immigrati detenuti in via Spalato. È "l'assenza dello Stato, la mancanza di una vera politica dell'immigrazione, che si riflette anche nella vita all'interno delle Case circondariali.

Perché il carcere non può essere solo un luogo di reclusione e di contraddizione sociale, dove le persone scontano la pena e poi vengono riconsegnate alla clandestinità". I soldi ci sono, chiarisce Corleone, ma andrebbero spesi diversamente. Per esempio, attraverso una progettualità che favorisca, perché no, "un rimpatrio assistito nei loro paesi di provenienza". Poco può fare, altrimenti, la legge svuota carceri 199/2010 per quegli immigrati che non hanno un domicilio, né una residenza dove finire di scontare la pena.

"Non si può mica scaricare tutto su don Di Piazza" dice Corleone riferendosi al centro di accoglienza Balducci di Zugliano, rifugio di profughi e di senza tetto.

Quel che è certo, infine, è che "non si può pensare di soffocare i disordini chiudendo i detenuti in gabbia. Così facendo, li si sottopone a un incattivimento che si riversa sulla società quando poi escono. E avremo sempre il problema delle recidive - fa notare Corleone. O il carcere diventa un'occasione di vita, anche con l'accompagnamento al rimpatrio, o sarà sempre un treno perso". Se ne parlerà, auspica l'esperto, con il Ministro della Giustizia Andrea Orlando agli Stati generali del carcere, in via di convocazione tra aprile e maggio.

 

Reggio Calabria: comunicato dei "Giovani Democratici" sulla situazione delle carceri

PDF Stampa
Condividi

di Francesco Alimena e Michele Rizzuti

 

www.zmedia.it, 12 febbraio 2015

 

Proprio l'altro ieri l'On. Enza Bruno Bossio ha presentato una interrogazione ai Ministri della Giustizia e della Salute riguardante il decesso, in circostanze poco chiare, del sig. Roberto Jerinò, 60 anni, detenuto in custodia cautelare presso la Casa Circondariale "Arghillà" di Reggio Calabria.

Questione sulla quale sta indagando anche la competente Procura della Repubblica. Parteno nel sottolineare i tempestivi interventi della Bruno Bossio a difesa dei diritti dei detenuti, specialmente nel nostro territorio, ci preme evidenziare quanto la sistematica violazione del rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone recluse sia ben lungi dall'essere in via di risoluzione.

Operatori penitenziari e volontari denunciano continuamente i decessi, i suicidi, il sovraffollamento oramai strutturale (in Italia più del 40% dei reclusi sono detenuti in attesa di giudizio) delle nostre case di reclusione. La mancanza di opportunità di lavoro e formazione che per legge dovrebbero essere obbligatorie per tutti i detenuti condannati come elemento fondamentale per costruire il reinserimento sociale alla fine della pena, è un ulteriore elemento da condannare. Se dallo stato delle carceri si misura la civiltà di un Paese, saldo sarà il nostro impegno nell'intraprendere iniziative concrete di vicinanza alla popolazione carceraria.

In quest'ottica sappiamo quanto sia necessaria una modifica alla legislazione sugli stupefacenti - che tanta carcerazione inutile produce sul nostro territorio e tra i nostri concittadini - pertanto chiediamo il sostegno di tutti i cittadini alla campagna #10proposteGD, dove appunto una delle quali chiede la depenalizzazione del consumo di droghe leggere e la riduzione, quindi, dell'impatto penale.

È il prossimo passo da compiere specialmente ora che la vergognosa legge Fini-Giovanardi è stata archiviata. Come giovani democratici della federazione provinciale di Cosenza saremo nelle piazze delle nostre cittadine con questa battaglia, con le nostre proposte insieme a tante altre tematiche come Lavoro, Diritti e Green-Economy che fanno del nostro modo di vivere la politica una bella narrazione di sinistra.

 

Roma: la "Casa di Leda", prima struttura per l'accoglienza delle detenute con i loro figli

PDF Stampa
Condividi

La Repubblica, 12 febbraio 2015

 

L'assessore Danese favorevole al progetto in ricordo di Leda Colombini, fondatrice e anima dell'associazione "A Roma, Insieme": "Stiamo valutando due spazi".

Presto a Roma verrà inaugurata la prima casa famiglia protetta per ospitare le detenute madri e i loro figli. Parola dell'assessore ai servizi sociali, Francesca Danese, che ha partecipato alla conferenza stampa indetta dal presidente della Consulta Penitenziaria, Lillo Di Mauro, insieme all'associazione "A Roma Insieme" per presentare il progetto "La casa di Leda", modello pilota che poi potrebbe essere replicato nelle altre regioni italiane.

Il progetto è stato elaborato dallo stesso Di Mauro con un raggruppamento di realtà associative impegnate nella promozione della genitorialità in carcere e dei diritti dei bambini figli dei detenuti per dare attuazione alle legge 62 del 2011 che le case famiglia le ha previste, senza purtroppo fino ad oggi nessun risultato concreto.

"Stiamo già valutando due strutture - ha annunciato la Danese - che potrebbero essere idonee. Con gioia inviterò a breve a visitarle la presidente di "A Roma Insieme", Gioia Passarelli l'associazione che da anni si batte per raggiungere questo obbiettivo". Roma si vuole distinguere per essere una città che "tutela i diritti e che anticipa i bisogni - ha continuato la Danese - tanto che questo progetto per la casa famiglia protetta verrà inserito all'interno del nuovo piano strategico del mio assessorato per il rispetto dei diritti umani".

La Danese ha sottolineato di essere pienamente in sintonia con la sua collega alla Regione Lazio Rita Visini che ha inviato un messaggio di sostegno all'iniziativa, letto da Lillo Di Mauro. "Il motto che contraddistingue la nostra associazione - ha detto poi Gioia Passarelli - è che "nessun bambino varchi più la soglia del carcere".

Leda Colombini, la fondatrice dell'associazione a cui è stato intitolato il progetto fin dall'inizio della sua battaglia si è dedicata al raggiungimento di questo obiettivo: l'istituzione di case famiglia protette dove i bambini possano vivere insieme alle loro madri, ma senza subire le privazioni, e la mortificazione di crescere tra mura circondate da sbarre alle finestre. Nel Lazio è stato il Provveditore regionale per il ministero della Giustizia Maria Claudia Di Paolo a illustrare i dati - c'è la percentuale più alta di presenze femminili in carcere: 408 su una popolazione complessiva di 5.600 detenuti considerando che le donne rappresentano il 4 per cento della popolazione carceraria nazionale.

Solo a Rebibbia, però, c'è un nido. Non nel carcere di Civitavecchia né in quello di Latina. Attualmente le donne detenute a Rebibbia con i loro figli sono 18 (la capienza massima prevista è di 20) quasi tutte rom, con 18 bambini. La maggior parte ha pochissimi mesi, il più grande sta per compiere tre anni. Scadenza in cui è prevista l'uscita dal carcere, dopo tre anni vissuti "protetti" dietro alle sbarre, quasi sempre per andare in un campo rom affidato ai parenti.

"Un fallimento totale nella gestione di una tematica molto delicata - ha sottolineato, esprimendo pieno appoggio alla progettualità manifestata dal comune di Roma il rappresentante del garante dei detenuti laziali, Gabriele D'Agostino - dove il pubblico ha svolto un'azione ausiliaria e gli impegni sono stati portati avanti solo dal privato sociale".

Il problema è che il Comune i soldi per realizzare una casa famiglia - soprattutto rispondendo ai requisiti previsti dal decreto attuativo della legge del 2011, quello dell'8 marzo 2013, non ce li ha. Dove trovarli? È il presidente della Consulta penitenziaria di Roma Di Mauro che ha indicato il percorso: "Individuare la struttura idonea data in concessione dal Comune, avviare i lavori di ristrutturazione finanziati da sponsorizzazioni e fund raising, e poi, avviare una gestione "convenzionata" con le realtà del terzo settore".

Le case famiglia protette. Per la prima volta la legge 62 del 2011, ha previsto dispositivi di esecuzioni penali diverse: carcere per i reati più gravi, Istituti a Custodia Attenuata per quelli meno gravi e Case Famiglia Protette gestite dal terzo settore e istituite dagli enti locali, per affrontare al meglio il problema assai critico rappresentato dalla detenzione delle madri con i figli piccoli, che non può essere risolto solo a livello legislativo e penale.

Nelle case famiglia protette le madri con i bambini, in assenza di un luogo e abitazione presso i quali eleggere il proprio domicilio, dovrebbero poter trascorrere la detenzione domiciliare speciale o altro beneficio già previsto dalla Legge Gozzini e dalla Legge Simeone, e dalla stessa legge del aprile 2011 n. 62. L'istituzione di queste strutture residenziali rappresenta, dunque, uno snodo fondamentale per la piena applicazione della Legge al punto che il legislatore ha voluto, attraverso un decreto ministeriale approvato il 26 luglio, normare le caratteristiche di queste strutture sia per quanto riguarda gli spazi, che le modalità di accesso e di gestione.

La Casa di Leda. Nella casa famiglia sono previste attività e servizi affinché le ospiti italiane, straniere e rom e i loro bambini abbiano garantite assistenza, educazione ed istruzione, nonché opportunità di socializzazione e inserimento lavorativo. La struttura non si configura come spazio di contenimento e domicilio stabile, ma come luogo di passaggio dove ciascuno, sia le madri o i padri sia i bambini e le bambine abbiano l'occasione di sviluppare le proprie potenzialità in maniera armonica.

La casa offre servizi di natura residenziale ordinaria. Accoglie fino a un massimo di sei madri o padri con relativi figli. Le donne e gli uomini accolti verranno inseriti nella struttura grazie alla collaborazione con gli assistenti sociali dell'Uepe, le aree pedagogiche degli istituti penitenziari femminili e la cooperativa Pid nel rispetto di un progetto personalizzato. La casa famiglia è una struttura abitativa indipendente situata dove sia possibile l'accesso ai servizi territoriali, socio-sanitari ed ospedalieri, e che possa fruire di una rete integrata a sostegno sia del minore sia dei genitori.

 

Torino: 90 detenuti faranno netturbini, si valuterà se dare voucher di 10 euro al giorno

PDF Stampa
Condividi

di Gabriele Guccione

 

La Repubblica, 12 febbraio 2015

 

Progetto in collaborazione tra Comune e carcere delle Vallette: ai reclusi, tutti con pene lievi, si valuterà se dare un voucher di 10 euro al giorno. Il lavoro volontario potrà essere esteso anche a pensionati e cassintegrati. Daranno una mano a tenere pulite le strade nei giorni dell'invasione dei pellegrini che verranno a Torino per la Sindone e il bicentenario della nascita di Don Bosco. Spazzeranno, faranno le pulizie straordinarie che serviranno per tirare a lucido la città, gomito a gomito con gli operatori dell'Amiat.

Novanta detenuti, con pene lievi e giudicati dal magistrato di sorveglianza non pericolosi, avranno l'opportunità di uscire ogni mattina dalle Vallette e di lavorare al servizio dei torinesi. Un po' per non stare chiusi in cella con le mani in mano, un po' per far tesoro di un'esperienza di lavoro che potrebbe essere preziosa per il futuro, quando fuori dal carcere ci sarà una vita da ricostruire. "Lavoro gratuito e volontario", dice una legge recente. Che prevede - anche se finora è stata poco usata, e quello di Torino sarà un esperimento da capofila - che i detenuti possano essere impiegati nei lavori di pubblica utilità.

A Palazzo civico, dove l'idea è balenata in mente al capogruppo di Sel, Michele Curto, ci stanno provando, nonostante le difficoltà e gli scogli burocratici. Il direttore del carcere, Domenico Minervino, sarebbe pronto a partire anche domani. Ed è entusiasta.

Anche il sindaco Piero Fassino si è detto d'accordo. E ieri, durante una riunione tra Curto, che ci lavora da mesi, e il vicesindaco Elide Tisi, l'assessore Enzo Lavolta ("sarebbe un'opportunità per la città"), il collega Domenico Mangone e i vertici di Amiat, si è lavorato per mettere le gambe al piano. L'idea è usare i detenuti come netturbini-volontari da marzo a settembre, suddivisi in tre scaglioni bimestrali da 30 persone l'uno. Vanno superati ancora alcuni problemi amministrativi, come la possibilità di riconoscere a ciascuno un voucher di 10 euro al giorno. Ma la volontà politica c'è e sarà manifestata con una mozione di Sel.

I "volontari" non sostituirebbero i netturbini di professione, ma li affiancherebbero. E al termine del progetto sperimentale si potrebbe aprire per i più meritevoli di loro un periodo di lavoro in regime di semilibertà (questa volta retribuito) nella pulitura dei graffiti o nell'esposizione dei cassonetti

della raccolta porta a porta. Ma non ci sono solo i detenuti: il lavoro volontario potrebbe essere aperto anche a cassintegrati e pensionati, come prevede la nuova legge Poletti. Un'opportunità che ieri il sindaco ha annunciato alla giunta di voler cogliere. E che, come auspicato dal consigliere democratico Giusi La Ganga, potrebbe essere una delle "forze lavoro" da affidare alle nuove circoscrizioni che nasceranno dalla riforma in discussione in Sala Rossa.

 
<< Inizio < 8201 8203 8204 8205 8206 8207 8208 8209 8210 > Fine >>

 

06

 

06


06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it