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Lazio: reinserimento dei detenuti, idee in campo

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ilgiornaleditalia.org, 25 maggio 2017


In regione Lazio proposte per avviare ad una seconda vita migliore chi ha scontato la pena. Lavoro, sport e cultura: tre pilastri sui quali fondare un reale reinserimento dei detenuti, una volta scontata la pena. Se ne è parlato in Regione Lazio al convegno "Garantire la Giustizia: corretta e giusta integrazione per la sicurezza", organizzato dal Forum Nazionale dei Giovani, dall'Associazione "Gruppo Idee" e dalla Commissione di Vigilanza sul Pluralismo dell'Informazione della Regione Lazio, presso la Sala G. Mechelli.
Al dibattito, moderato dal giornalista Rai Bruno Vespa, hanno partecipato figure politiche e istituzionali tra cui il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri, il vicepresidente del consiglio regionale Massimiliano Smeriglio, i consiglieri regionali Cangemi e Righini.
La tesi portata al convegno dai promotori è chiara: occorre lavorare al reinserimento del reo nella società, che dopo aver scontato una giusta pena a seguito di un giusto processo, torna in libertà. Per far sì che, ha sottolineato la vicepresidente di Gruppo Idee Germana De Angelis, il modello carcerario si evolva positivamente creando non un detenuto modello bensì un cittadino modello.
Un obiettivo che viene inseguito attraverso alcuni progetti come ad esempio l'attivazione di corsi universitari nel carcere di Frosinone in collaborazione con l'università di Roma Tor Vergata, oppure le giornate dedicate al retake e al decoro urbano a Terni, o ancora il laboratorio sartoriale di Neroluce e l'esperienza sportiva dei Bisonti nell'ambito del rugby o della nazionale Rebibbia composta da detenuti e agenti di polizia penitenziaria, nell'ambito del calcio.
Un lavoro incoraggiato dal Forum nazionale Giovani, che ha insistito con Luigi Iorio e Flavia Cerquoni sull'importanza di guardare soprattutto alle fasce di detenuti più giovani, con il Garante dei Detenuti Stefano Anastasia che ha speso le sue parole sulla condizione dei penitenziari del Lazio. Ma l'importanza dell'appuntamento, e la speranza che vi possano essere sviluppi positivi e soprattutto concreti alle idee messe in campo, è data appunto dalle presenze istituzionali, a partire dal già citato sottosegretario Ferri, da autorevoli rappresentanti della magistratura ed anche dell'amministrazione penitenziaria stessa, con le direttrici di Regina Coeli Silvana Sergi e di Rebibbia Rosella Santoro.

 

Napoli: a Nola il terzo carcere, nasce la Prison Valley d'Italia

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di Samuele Cafasso

 

pagina99.it, 25 maggio 2017

 

Il governo va avanti con il piano di un maxi-istituto da 1.200 posti alle porte della città. Contraddicendo la promessa di costruire solo piccole prigioni decentrate.
Aprile 2016: gli Stati generali dell'esecuzione penale voluti dal ministro Andrea Orlando terminano i lavori con la raccomandazione di limitare al minimo la detenzione come pena correttiva e costruire, se proprio necessario, nuove carceri solo di piccole dimensioni, possibilmente inserite all'interno dei contesti urbani. Marzo 2017: il governo pubblica il bando per la realizzazione di un maxi carcere da 1.200 detenuti a Nola, provincia di Napoli, in un'area completamente scollegata da centri urbani. Non solo: si tratta del terzo polo nella grande Napoli, dopo Secondigliano e Poggioreale, area dove è difficilissimo già adesso portare avanti i piani di rieducazione dei condannati.
Intanto continua a salire il numero di detenuti nel nostro Paese: erano 52mila a fine 2015, sono saliti a 54.653 a fine 2016 e ad aprile hanno toccato quota 56.436. Sono oltre seimila in più della capienza massima, secondo i dati ufficiali. "In realtà la situazione è di molto peggiore perché in Italia vi sono almeno cinquemila celle inagibili" sostiene la deputata Rita Bernardini che, insieme a Luigi Manconi, chiede "una amnistia e un indulto" per far fronte a una situazione "di totale illegalità". Una proposta, ammette lo stesso Manconi, che "ha scarsissime possibilità di passare in questa legislatura, ancora meno nella prossima".
Sono passati quattro anni dalla sentenza Torreggiani con cui la Corte europea dei diritti dell'uomo aveva condannato il Paese per le condizioni disumane delle carceri. Quattro anni in cui il numero dei detenuti, soprattutto grazie a misure temporanee, è prima calato drasticamente ma che, adesso, è iniziato a risalire. La Campania è diventata il territorio dove si misurano tutte le contraddizioni e le difficoltà del nostro sistema carcerario. Un carcere a Nola era già previsto nel piano del governo Berlusconi che, dieci anni fa, intendeva risolvere il problema del sovraffollamento carcerario con "20 mila nuovi posti" da realizzare con una pioggia di soldi, 1,5 miliardi di euro.
Piano naufragato. Quando arriva il governo Renzi, Orlando cambia linea: convoca gli Stati Generali e promuove un disegno di riforma che da una parte acceleri l'uso delle pene alternativa e che, dall'altra, renda la detenzione più umana, intervenendo sull'architettura carceraria, sul diritto all'affettività dei detenuti, sull'ampliamento delle occasioni di lavoro negli istituti di pena come strumento di rieducazione. Tutto questo è previsto nella delega al governo contenuta nella riforma penale all'esame del Parlamento. "Ma dopo, ovviamente, dipenderà da come tutto questo verrà tradotto in atti concreti dal governo" mette le mani avanti Bernardini.
Intanto rispunta il maxi-carcere di Nola. E fa litigare gli architetti che pure erano stati chiamati dal governo stesso a dare il loro parere su una nuova stagione dell'edilizia carceraria. Cesare Burdese definisce il progetto "un "crimine architettonico" perché disumano; una proposta calata dall'alto, in un vuoto di tradizione di studi e sperimentazione;· un regresso sul piano del trattamento penitenziario". Perché allora andare avanti su Nola?
La spiegazione ufficiale è che Nola sia necessario per garantire il principio di territorialità, secondo cui ogni detenuto dovrebbe scontare la pena il più possibile vicino a casa. Ad oggi la Campania ospita settemila detenuti, con un'eccedenza rispetto alla capacità degli istituti di pena di oltre novecento unità. I detenuti residenti campani però sono oltre novemilacinquecento. Anche escludendo i 41bis, c'è un numero rilevante di detenuti "in trasferta".
Ma basta questo a giustificare un maxi carcere quando la linea annunciata era stata quella di chiudere quella stagione? Alessio Scandurra, associazione Antigone, parla del rischio di una "prison Valley" campana e punta il dito sulle burocrazie statali: "Questo è un progetto che farà contente le decine di agenti di polizia campani che potranno così tornare a casa. Si pensa a loro, non ai detenuti. Era già successo con Favignana quando, chiuso il vecchio carcere, se ne è costruito uno poco più in là per rispondere alle esigenze dell'indotto carcerario. In Italia la politica penitenziaria si fa ancora così, anche se non si dovrebbe".
In realtà il progetto è molto cambiato rispetto alla prima versione: sarà un carcere senza il muro di cinta esterno, costruito secondo una logica che "mima" la vita familiare, raggruppando i carcerati in unità residenziali simili ad abitazioni civili, con spazi dedicati all'affettività dei detenuti.
Per questo l'architetto Luca Zevi, che del tavolo dedicato all'edilizia penitenziaria degli Stati generali è stato il coordinatore, non boccia completamente il progetto: "Sia chiaro, io mai avrei fatto un maxi-carcere - premette - però l'attuale progetto è senz'altro migliore di quello di partenza. Come Stati generali non c'è una pronuncia ufficiale, io come singolo ho preferito intervenire ottenendo un miglioramento, "il meno peggio", per così dire. Con un no netto il carcere sarebbe stato costruito lo stesso, e con un progetto peggiore di quello poi approvato". Ma la nuova stagione delle carceri italiane, quella è ancora lontana.

 

Alba (Cn): riapre una parte del carcere, da lunedì ospiterà 32 detenuti

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di Cristina Borgogno

 

La Stampa, 25 maggio 2017

 

Chiuso a gennaio 2016 dopo i casi di legionella, domani il sindaco dovrebbe revocare il divieto di erogazione dell'acqua. Navette degli agenti della polizia penitenziaria ferme dall'altro ieri e una trentina di detenuti che dovrebbero arrivare ad Alba lunedì.
La notizia era nell'aria da giorni, in attesa della firma del sindaco per la revoca dell'ordinanza di divieto di erogazione dell'acqua calda sanitaria che ancora oggi non c'è, ma che pare arriverà domani. Finalmente, anche se solo parzialmente, riapre il carcere "Giuseppe Montalto", chiuso da gennaio 2016 per un'epidemia di legionella, per poter intervenire su tubature e impianti e debellare il batterio che già si era presentato in più occasioni in passato.
I lavori avviati tre mesi fa dal Dipartimento di amministrazione penitenziaria ci sono stati, anche se in una parte limitata della grande struttura di località Toppino: il reparto dei collaboratori di giustizia, già reparto femminile e oggetto di un intervento di recupero importante non molti anni fa per realizzare 38 celle singole, i cui impianti ora sono indipendenti dal resto della struttura. "Restano ancora alcuni dettagli burocratici dell'iter, ma dovremmo essere pronti - conferma la direttrice del "Montalto", Giuseppina Piscioneri.
Nei primi giorni della prossima settimana arriveranno 32 detenuti comuni di media sicurezza, che saliranno a una cinquantina nei prossimi mesi. Abbiamo chiesto di avere detenuti con una pena piuttosto lunga per rilanciare le attività e i progetti agricoli come il vigneto che, durante la chiusura, sono proseguiti e che puntiamo ad ampliare.
Un'ottima notizia anche per i nostri agenti che, da martedì, non sono più costretti a viaggiare per Saluzzo, Asti e Alessandria in una condizione di stress che è stata molto pesante per tutti". Intorno alla metà di aprile, i controlli sull'acqua avevano dato esito positivo e si attendeva il confronto tra Comune e Ufficio igiene dell'Asl, che ha fatto le analisi, per firmare la revoca.
È degli ultimi giorni, invece, la promessa fatta dal ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, in risposta al question time del deputato albese Mariano Rabino, di fornire il cronoprogramma dei lavori dell'intero istituto entro un mese.
"Si tratta di importanti opere strutturali sull'impianto idrico e di adeguamento dei servizi dei reparti degli ambienti per cui non sono stati forniti elementi di aggiornamento sull'avanzamento dei procedimenti" aveva detto Orlando, garantendo "la massima attenzione per arrivare alla definitiva riattivazione della casa di reclusione di Alba". Secondo i tecnici del ministero, sarà più lungo il ripristino delle quattro sezioni comuni di tutto il carcere che poteva accogliere fino a 122 detenuti e per cui da Roma sono stati impegnati 2 milioni di euro nel programma triennale delle opere di ristrutturazione 2016-2018.

 

Bologna: "così controlliamo i detenuti a rischio radicalizzazione"

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di Alessandro Cori

 

La Repubblica, 25 maggio 2017

 

In seguito agli ultimi attentati dieci carcerati seguiti con attenzione per il cambiamento delle loro abitudini. Come riuscire a capire quali sono i detenuti a rischio radicalizzazione islamica? Bisogna saper cogliere i "segnali", come l'intensificazione della pratica religiosa, il rifiuto di condividere gli spazi comuni, l'esultanza di fronte agli attentati e i cambiamenti nell'aspetto (barba lunga e vestiti tradizionali) e nelle scelte alimentari (per esempio non bere più Coca Cola).
Dopo l'attentato di Manchester dal Viminale è arrivata la richiesta di aumentare i controlli sui detenuti che potrebbero avvicinarsi all'ideologia jihadista e l'argomento è stato affrontato martedì nella riunione tra il prefetto Matteo Piantedosi e le forze di polizia. Agli agenti che lavorano in carcere spetta il compito di individuare questi segnali prima che sia troppo tardi.
Il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria (Dap) ha stilato un elenco dei comportamenti da considerare "anomali". "Noi osserviamo i cambiamenti - spiega un agente della Dozza - e li segnaliamo al nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria (Nic), che si occupa di svolgere le indagini in carcere. Non basta un singolo elemento, servono più segnali insieme per attivare la vigilanza".
I soggetti a rischio radicalizzazione vengono distinti in tre livelli: segnalati, attenzionati e monitorati (i più pericolosi). Alla Dozza sono una decina i detenuti monitorati per i loro atteggiamenti che potrebbero far pensare ad una vicinanza agli ambienti estremisti. L'attentato di Manchester ha riacceso l'attenzione anche sulla sicurezza in occasione degli eventi che si terranno a Bologna nei prossimi mesi. "La situazione che si è creata in una città grande come la nostra crea sicuramente allarme", ha detto l'assessore alla sicurezza Riccardo Malagoli.
"Le feste di strada più grandi, su richiesta della Prefettura, avranno i blocchi di cemento", i cosiddetti new jersey. Tuttavia, ha ricordato Malagoli, "si tratta sempre di questioni difficilmente evitabili. C'è una grande attenzione da parte di tutti, ma si fa fatica a fermare le schegge impazzite".

 

Roma: detenuto a Rebibbia, pesa 230 chili e dice "sono condannato a morte"

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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 25 maggio 2017

 

La relazione del Garante nazionale sull'istituto romano ne restituisce un quadro degradante. C'è anche il caso di un recluso che ha finito di scontare la pena a ottobre del 2016 e dovrebbe essere trasferito in una Rems. Un detenuto che pesa più di 230 chili ed è del tutto incompatibile con il regime detentivo, un recluso che ha finito di scontare la pena che però è rimasto dentro in attesa di essere trasferito in una Rems, un reparto in condizioni talmente disastrate da chiederne l'immediata misura, stanze detentive in condizioni di enorme degrado che violerebbero i diritti umani.
Questo è il quadro che emerge dall'ultimo rapporto pubblicato dal Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma in merito alla visita della casa circondariale di Rebibbia. La visita risale al 22 dicembre del 2016 ed era mirata a verificare le condizioni detentive del Reparto G9 e alcune situazioni particolari segnalate al Garante Nazionale relative a detenuti ristretti nel Reparto G11.
In particolare il signor A.M., recluso nel reparto G11 è affetto da gravi patologie che ne hanno determinato una invalidità al 100%. A ciò si aggiunge lo stato di grave obesità - pesa oltre 230 chili - che gli impedisce di svolgere qualsiasi tipo di attività, in quanto la sua mole ostacola ogni suo spostamento dalla stanza di pernottamento. Di conseguenza sta scontando la pena in una situazione detentiva di coercizione strutturale e psicologica.
Lui stesso, nel colloquio con il Garante nazionale, si è definito una persona "condannata a morte" e che quotidianamente vive l'insofferenza a vedersi sempre più enorme a causa della sua "inattività forzata" e, spesso in preda a crisi di panico per il timore di non poter ricevere le dovute cure salvavita in caso di un'emergenza.
Nel rapporto, Mauro Palma ritiene che "tale criticità non sia connessa alla particolare situazione detentiva nell'Istituto "Raffaele Cinotti", ma all'impossibilità in sé di detenere in carcere una persona con tali caratteristiche fisiche e ponderali, sia per la difficoltà di movimento che per la necessità di accadimento, oltre che per possibili emergenze che tale situazione può determinare. Pertanto, ritiene che la situazione in essere non muti anche nel caso di trasferimento ad altro istituto e che conseguentemente debba essere opportunamente valutata la possibilità di sospensione dell'esecuzione penale o quantomeno mutata la misura privativa della libertà attualmente applicata".
Dal controllo del registro "diversi detenuti" la delegazione del garante ha scoperto che il signor O. A. aveva finito la pena il 21.10.2016 ma, al momento della visita, cioè due mesi dopo, era ancora ristretto nel reparto G11, pur essendo agli atti una richiesta di scarcerazione da parte delle Autorità giudiziarie e la richiesta di relativa assegnazione presso una Rems. Per tale motivo, a dicembre, il signore aveva annunciato in una lettera rivolta alla direzione la volontà di compiere azioni di autolesionismo come segno di protesta per la mancata scarcerazione e il mancato trasferimento.
Il Garante denuncia che la mancata scarcerazione e la presenza di internati in Istituti di pena rappresentano una violazione del diritto Il rapporto, redatto il 18 aprile scorso, è stato reso pubblico martedì sul sito del Garante in attesa della risposta del Dap e del ministero della Giustizia. La delegazione del Garante nazionale composta da Mauro Palma e Giovanni Suriano, componente dell'ufficio - ha visitato il carcere di Rebibbia assieme a Stefano Anastasia, garante regionale diritti detenuti del Lazio. Nella visita hanno verificato le condizioni generali del reparto G9. Vengono evidenziate criticità sia strutturali che di carattere igienico-sanitarie, in violazione dell'articolo 18.1 delle Regole penitenziarie europee relativo all'assegnazione delle camere di detenzione, nonché degli standard stabiliti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, dei trattamenti e delle pene inumani o degradanti.
Pesanti infiltrazioni di umidità fin dall'ingresso; nell'atrio erano evidenti dei buchi contornati da macchie umide, da cui - secondo quanto riferito dagli agenti di polizia penitenziaria al Garante - nei giorni di pioggia colava l'acqua che bagnava vistosamente le pareti e il pavimento e veniva raccolta in secchi e bacinelle; il soffitto e le pareti del corridoio erano sporchi e umidi, con l'intonaco marcito a causa delle infiltrazioni, così come le mura perimetrali e i tramezzi interni dell'intera area del reparto trovati in condizioni fatiscenti; pavimento deteriorato con buche ricoperte da fogli di giornale. Inoltre, nel giorno della visita, in fondo al corridoio c'era una finestra rotta con i pezzi di vetro accessibili ai detenuti, con grave rischio di uso per atti di autolesionismo.
Nel rapporto si legge che "le stanze del piano terra adibite sia ad attività comuni che al pernottamento, erano nelle stesse condizioni: la stanza della socialità era carica di muffa sulle pareti e al suo interno vi era un tavolo da ping-pong vecchio e senza racchette, mentre da una parete all'altra erano stese delle corde che reggevano panni messi ad asciugare, trasformando la stanza di socialità in uno stenditoio.
Tutta la sezione era gelida a causa del cattivo funzionamento dell'impianto di riscaldamento che - secondo quanto dichiarato dalla direttrice - quando funziona non arriva mai oltre il 30% dell'erogazione di calore prevista per riscaldare l'ambiente. Le docce comuni erano state chiuse perché non funzionanti e i detenuti della sezione erano costretti a fare la doccia in altri reparti, con evidente disagio e difficoltà nella cura dell'igiene personale.
La stanza del "barbiere" è apparsa anch'essa in uno stato di totale degrado: al suo interno, oltre a un lavandino malandato, vi erano due boiler spenti e nient'altro. Condizioni pessime anche alcune stanze detentive occupate da sei persone: ognuna misura circa 27 mq, compreso il gabinetto alla turca, che è separato dalla camera da una parete fredda e trasudava muffa. Lo spazio bagno era utilizzato anche come luogo per la conservazione e la cottura degli alimenti.
Alcune stanze detentive sono stare rese inagibili a causa delle condizioni degradante. Altre che sono rimaste aperte, invece, presentavano condizioni talmente inaccettabili che, secondo il parere di Mauro Palma, potrebbero essere considerate di per sé in violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani. Il reparto G9 è noto alla cronaca per le evasioni avvenute l'anno scorso. Il Garante Nazionale ha visionato dall'esterno la stanza n. 12, dalla quale erano evasi nel mese di ottobre tre detenuti, e si presentava come le altre: deteriorata e carica di muffa.

 
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