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Egitto: Al-Sisi schiaffeggia la stampa, arrestato il presidente del sindacato

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di Chiara Cruciati

 

Il Manifesto, 31 maggio 2016

 

Il regime egiziano sfida i giornalisti ribelli: in carcere Qalash, insieme al segretario e al vice segretario. Otto fratelli musulmani condannati a morte, il leader spirituale Badie ad un altro ergastolo. La battaglia tra Ministero degli Interni e sindacato della stampa egiziani ha toccato un apice mai raggiunto in 75 anni: nella notte tra domenica e lunedì il presidente del sindacato, Yehia Qalash, diventato in due mesi il punto di riferimento di media indipendenti e società civile, è stato arrestato con l'accusa di aver dato rifugio ai due giornalisti di January Gate, Amr Badr e Mahmoud el-Sakka, detenuti dopo un violento raid il primo maggio.

"Nascondere sospetti contro i quali pendeva un mandato di arresto e pubblicazione di notizie false che minacciano la pace" sono i due crimini che Qalash avrebbe commesso e che lo hanno costretto a 13 ore di interrogatorio. Secondo il membro della segreteria del sindacato Hanan Fekry contro Qalash ci sarebbe la testimonianza di altri membri, di cui non fa i nomi. Di certo si sa che a metà maggio il sindacato si era spaccato tra chi aveva optato per la linea dura di Qalash e chi per la morbida proposta "Correggere il cammino" del quotidiano governativo al-Ahram.

Il procuratore ha imposto il pagamento di una cauzione di 10mila sterline egiziane, più di mille euro. Il sindacalista ha rifiutato di pagare e resta in stato di fermo alla stazione di polizia di Qasr al-Nile. Con lui, dietro le sbarre, sono finiti altri anche il segretario generale Abdel-Reheem e il vice segretario el-Balshy: anche loro, accusati di diffusione di notizie false in merito al raid contro la sede del sindacato, hanno rifiutato di pagare la cauzione.

Fuori dalla caserma si sono ritrovati decine di reporter e attivisti per protestare contro gli arresti mentre il sindacato si riuniva di urgenza per "discutere quali misure prendere". Una formula che scandisce da settimane i sit-in e le lotta dei media egiziani, tra attacchi più o meno velati al ministro Ghaffar ai banner neri su siti e quotidiani. A sostenere ieri la battaglia della stampa è stata Amnesty International che ha condannato quello che definisce "l'attacco più sfacciato ai media da decenni".

Ma la repressione di Stato non si ferma alla stampa, una tra le tante prede dell'attuale regime che tenta di nascondere sotto il tappetto la palese frustrazione del popolo egiziano. Ieri le ennesime condanne a morte sono state pronunciate dallo scranno di una corte militare: 8 membri dei Fratelli Musulmani pagheranno con la vita l'uccisione di 11 poliziotti durante l'assalto alla stazione di polizia di Kersada al Cairo nel 2013. Per Amnesty confessarono sotto tortura.

Fine pena mai per Mohammed Baide, guida spirituale della Fratellanza Musulmana imputato per i fatti di Ismailia, il 5 luglio 2013, due giorni dopo la deposizione del presidente Morsi: 3 morti negli scontri esplosi fuori dalla sede del governo locale. La sentenza di ergastolo si aggiunge alle due pene capitali già spiccate nei suoi confronti.

Il Cairo è irrefrenabile e la sua scure si abbatte all'interno, dove l'impunità è assoluta eccezion fatta per i movimenti critici che alzano la voce nonostante il pericolo. Ma si abbatte anche fuori, ferendo gli alleati che si attendono dall'Egitto obbedienza. Se il brutale omicidio di Giulio Regeni ne è esempio lampante, il cadavere dell'insegnante francese Eric Lang racconta una modalità di comportamento identica. Ieri è toccato agli Stati Uniti, seppure in misura decisamente meno grave: una cittadina Usa e ricercatrice universitaria, Ada Petiwala, è stata bloccata all'aeroporto del Cairo e deportata dal paese per "ragioni di sicurezza". La notizia arriva a pochi giorni dalla consegna di 762 veicoli blindati Mrap nell'ambito dei 1,3 miliardi di dollari all'anno in aiuti militari mandati da Washington. Se il presidente Obama aveva inizialmente proposto di legare il pacchetto di aiuti al rispetto dei diritti umani, la minaccia del terrorismo islamista e il rapido ingresso del Cairo nel ruolo di alleato strategico in Nord Africa hanno cancellato ogni precondizione.

 

Zimbabwe: carceri sovraffollate, il governo libera duemila detenuti

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tpi.it, 31 maggio 2016

 

Alla base di questa decisione c'è la volontà di arginare il sovraffollamento delle carceri che affligge il paese e promuovere migliori condizioni di vita. Il governo dello Zimbabwe presieduto da Robert Mugabe ha concesso la grazia a duemila detenuti. Alla base di questa decisione c'è la volontà di fronteggiare il problema del sovraffollamento delle carceri che affligge il paese e l'intento di promuovere migliori condizioni di vita. Lo ha reso noto giovedì 26 maggio il quotidiano nazionale Herald.

Ma come ha precisato l'agenzia di stampa Reuters, la decisione è stata presa anche per far fronte alla scarsità di cibo dovuta alla mancanza di finanziamenti da parte del governo. Il provvedimento deciso da Mugabe riguarderà almeno duemila detenuti, compresi "tutti i minori indipendentemente dalla gravità dei loro crimini e tutte le detenute donne, fatta eccezione per coloro rinchiusi nel braccio della morte o condannati all'ergastolo".

L'amnistia vale invece per i condannati all'ergastolo prima del 1995, per coloro che dovranno scontare una pena detentiva inferiore ai tre anni, per i malati terminali e per quelli condannati per il furto di bestiame. Non saranno inclusi in questo provvedimento che prevede una cancellazione del reato, i detenuti condannati per omicidio, tradimento, stupro, rapina a mano armata e reati sessuali.

"Le 46 prigioni del paese sono sovraffollate. Sulla carta possono contenere fino a un massimo di 17mila detenuti, quando in realtà ne ospitano 19mila", ha precisato Priscilla Mthembo portavoce del servizio di correzione penitenziaria all'Herald. La continua carenza di cibo ha alimentato dei conflitti all'interno delle carceri, secondo quanto riferito da Reuters. "Nel marzo del 2015 cinque prigionieri sono morti dopo essere stati colpiti dalla polizia durante una protesta scoppiata per la mancanza di cibo, poi degenerata in scontri violenti".

L'ultimo indulto di massa concesso dal presidente Mugabe risale al 2014, sempre per gli stessi motivi: ridimensionare il massiccio sovraffollamento dei penitenziari del paese e fronteggiare la mancanza di cibo. Prima che questo decreto venisse varato, un rapporto del 2013 stilato dall'ambasciata degli Stati Uniti a Harare ha descritto le condizioni di detenzione terribili vissute dai detenuti. Tra gennaio e novembre del 2013, oltre 100 prigionieri sono morti in carcere a causa della malnutrizione e per altre cause naturali aggravate dalle cattive condizioni sanitarie, che hanno contribuito alla diffusione di malattie virali come il morbillo e la tubercolosi, e in casi più gravi anche all'Aids. Inoltre, i detenuti non hanno avuto accesso all'acqua potabile, molti di loro sono stati costretti a dormire sul pavimento per la mancanza di materassi. Nei mesi invernali, i prigionieri non hanno potuto indossare vestiti caldi. I penitenziari del paese non ricevono dei finanziamenti da parte del governo, e nella maggior parte dei casi sopravvivono grazie alle donazioni di enti benefici, primo fra tutti la Croce rossa internazionale che fornisce coperte, vestiti e cibo.

 

Ciad: crimini di guerra, ergastolo all'ex dittatore Hissene Habre

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La Stampa, 31 maggio 2016

 

L'ex presidente-dittatore del Ciad Hissene Habre è stato condannato all'ergastolo per crimini contro l'umanità e stupro. A giudicarlo un tribunale speciale africano a Dakar in Senegal. È la prima volta nella storia dell'Africa che un politico di alto rango viene giudicato da giudici tutti africani e che il processo si sia svolto in un Paese del Continente Nero, invece che a L'Aja presso il Tribunale penale internazionale.

Scappato dal Ciad in Senegal ne11990 dopo aver governato lo Stato africano da11982 al 1990, nel 2005 un tribunale belga aveva emesso un mandato di cattura internazionale. Da allora sette anni di limbo fino all'ordine del Tribunale de L'Aja a iniziare il processo in Senegal, pena l'estradizione in Olanda.

Sette mesi di processo e 93 testimoni in aula, mentre l'ex Presidente Habre assisteva avvolto nel suo turbante bianco e indossando occhiali da sole per non far trasparire il suo sguardo. Durante il dibattimento il dittatore africano non ha mai risposto alle domande dei giudici. Al momento della lettura del verdetto in aula, alcune delle vittime presenti hanno intonato canti di gioia e ululati in segno di festa.

 

Figli dei detenuti mai ascoltati

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Il Mattino di Padova, 30 maggio 2016

 

Qualche volta anche i volontari, anche le persone più abituate ad ascoltare la sofferenza delle persone detenute restano turbati e colpiti dal dolore dei figli che hanno un genitore in carcere e dal loro disperato bisogno di ascolto.

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Carceri: è polemica sull'operazione vendita, che non convince tutti

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di Tommaso Ciriaco

 

La Repubblica, 30 maggio 2016

 

È ragionevole vendere carceri storiche come San Vittore e Regina Coeli per aprirne di nuove in periferia? Il piano del governo irrompe nella campagna elettorale delle amministrative. E divide. "È un progetto giusto che il Comune deve favorire", si schiera subito il candidato sindaco del centrodestra a Milano, Stefano Parisi. "La mia priorità è di trovare una soluzione per mettere a posto quello già esistente - ribatte il suo avversario di centrosinistra, Giuseppe Sala - Una vendita senza vincoli mi fa veramente paura".

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