Domenica 26 Febbraio 2017
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Migranti. Lo "ius soli" divide la maggioranza: no di Ncd alla fiducia

PDF Stampa
Condividi

di Alessia Guerrieri

 

Avvenire, 25 febbraio 2017

 

Il tema è scottante. Tanto che basta un sasso lanciato in un'intervista dal presidente del Pd, Matteo Orfini, a riaccendere il dibattito sul cosiddetto ius soli. Il punto di partenza è che il provvedimento sulla cittadinanza degli stranieri in Italia "è incomprensibilmente bloccato al Senato", fa notare il reggente del Partito democratico, che tracciando le priorità per il futuro sottolinea: "Un governo forte e autorevole come il nostro, di fronte a italiani lasciati senza diritti, può pensare ad aiutare l'approvazione con la fiducia".
E da qui si apre un vero e proprio caso politico, con le opposizioni che si scagliano contro Orfini perché non avrebbe titolo d'invocare la fiducia. Ma anche all'interno delle maggioranza di governo - i cui contrasti sul tema avevano portato il provvedimento ad arenarsi da mesi a Palazzo Madama - lo slancio posto dal Pd sullo ius soli (seppure temperato da almeno un ciclo di studi compiuto in Italia) non piace proprio, con i centristi di Alfano che non lo considerano una priorità e giudicano la scelta come una provocazione per far cadere il governo. Sta di fatto che dopo 450 giorni dall'approvazione da parte della Camera, il testo "è finalmente calendarizzato al Senato". Perciò quando "arrivano le scelte di civiltà", ricorda il presidente della commissione Affari sociali di Montecitorio, Mario Marazziti (Des-Cd), non si possono fare aspettare, "o si passa dall'altra parte, quella dell'inciviltà".
Così a chi appone la giustificazione che ci sono temi più importanti, il deputato replica che il voto di fiducia e le forzature non servono "se Ap mantiene i suoi impegni e non va dietro alla Lega e ai populisti". A scagliarsi con toni forti, invocando "barricate per bloccare il Parlamento", infatti, proprio il segretario del Carroccio, Matteo Salvini, che su Facebook parla di "pazzi pericolosi". Mentre Giorgia Meloni chiede al premier di chiarire se considera lo ius soli "davvero una priorità".
Sul piede di guerra anche il resto delle opposizioni con il senatore Maurizio Gasparri (Fi), che ricorda ad Orfini di "non avere l'autorità per imporre l'agenda al Parlamento, né tanto meno al governo". Lo ius soli è fermo al Senato "e lì morirà - tuona - la cittadinanza facile per gli immigrati non sarà mai legge".
Ad essere contrari, tuttavia, sono anche gli stessi gruppi parlamentari che sostengono l'esecutivo. La fiducia "la decide il Consiglio dei ministri" dopo un confronto, ricorda la presidente dei senatori di Centristi per l'Europa, Laura Bianconi; un dibattito che deve essere "ancor più approfondito se si tratta di provvedimenti delicati". Perciò la parlamentare invita Orfini ad "evitare forzature e fughe in avanti su provvedimenti delicati, che rischierebbero soltanto di produrre tensioni sulla maggioranza di governo". E risponde poi a Mario Marazziti, invitandolo a "preoccuparsi dei provvedimenti all'ordine del giorno della sua commissione". Ancora più diretto il capogruppo di Ap-Ncd alla Camera, Maurizio Lupi, che al reggente del Pd lancia un messaggio inequivocabile: "Si guardi allo specchio e se li voti lui certi provvedimenti a suo avviso prioritari". La legislatura non è un monocolore Pd, precisa ancora, "si faccia i conti al proprio interno e non pensi di avere degli zerbini".
Ai compagni di governo ribatte a sera lo stesso presidente del Pd: "Ricordo loro che alla Camera lo hanno votato". La linea di Orfini viene sposata invece da molti parlamentati democratici. Per il deputato Khalid Chaouki la sua posizione è "ottima", perciò bisogna accelerare. E sulle polemiche "becere e strumentali" di Salvini dice che "odorano di fascismo". Anche per il collega di partito, Edoardo Patriarca la fiducia sullo ius soli "ci starebbe tutta" e si chiede perché "la destra si scandalizza", visto che "gli italiani sono favorevoli a uno ius soli temperato, proprio quello che stiamo introducendo".

 

Libia. 27 migranti morti soffocati in un container merci

PDF Stampa
Condividi

di Francesco Semprini

 

La Stampa, 25 febbraio 2017

 

Erano 83 stipati nel tir diretto a Kohms per imbarcarsi verso l'Italia. La mattanza continua, a terra come in mare. Sono almeno 27 i migranti africani morti mentre venivano trasportati in un container dall'entroterra libico sulle coste della Tripolitania.
In attesa con tutta probabilità di imbarcarsi su qualche carretta del mare alla volta dell'Italia. A scoprire il carico di essere umani è stata la Mezzaluna rossa libica (l'equivalente della Croce rossa), secondo cui erano 83 le persone stipate nel container destinato al trasporto merci caricato e caricato su un improbabile Tir.
I migranti provenivano dall'entroterra desertico diretti a Khoms, città costiera che si trova a metà strada tra Tripoli e Misurata. Quando i volontari della Mezzaluna rossa hanno aperto il container non hanno potuto far altro che rilevare i 27 decessi, di cui 13 dovuti ad asfissia e gli altri da deidratazione.
In sostanza una parte dei migranti sono morti soffocati gli altri di sete. Chi è sopravvissuto ha riportato gravi ferite come fratture dovute agli scossoni subiti durante il tragitto che avviene spesso su strade impervie. Secondo un prima ricostruzione il veicolo sarebbe stato abbandonato dai trafficanti, forse in attesa dei complici che dovevano procedere all'imbarco o forse a causa di un guasto che li ha spinti alla fuga.
È l'altro lato della tragedia del traffico di migranti clandestini, quello che si consuma a terra, quando i disperati si affidano alle organizzazioni criminali che dallo snodo di Aghades in Niger li portano in Libia attraverso le rotte desertiche. La mattanza continua quindi, da terra come da mare, come ad esempio il tratto di costa davanti a Zuwara, sull'altro lembo della Tripolitania quello a ridosso del confine tunisino, dove ieri sono stati ritrovati 14 corpi senza vita di migranti che avevano preso il mare su natanti di fortuna. È andata meglio agli altri 124 salvati dalle motovedette libiche prima di essere inghiottiti dalle acque del Mediterraneo.

 

Medio Oriente. Negato il visto all'Ong Human Rights Watch: "agisce contro Israele"

PDF Stampa
Condividi

di Michele Giorgio

 

Il Manifesto, 25 febbraio 2017

 

Omar Shakir, responsabile per Israele e territori palestinesi occupati non avrà il visto di soggiorno. Per il ministero degli esteri israeliano Hrw "non è una vera organizzazione umanitaria" e "opera in maniera evidente ed inequivocabile contro lo Stato d'Israele". "I difensori dei diritti umani internazionali e locali e gli attivisti che denunciano l'occupazione militare subiscono intimidazioni continue da parte delle autorità e della destra. Il visto di soggiorno negato al membro di Human Rights Watch è solo l'ultimo abuso in ordine di tempo. Però non ci arrendiamo". Così Yehuda Shaul, uno dei fondatori dell'ong israeliana Breaking the Silence (BtS) ha commentato la decisione del ministero dell'interno di negare il visto di soggiorno all'avvocato americano Omar Shakir, nominato da Human Rights Watch direttore dell' ufficio in Israele e Territori palestinesi. BtS e altre ong dei diritti umani - Amnesty, B'Tselem, Adalah, Yesh Din - hanno espresso piena solidarietà a Hrw e Shakir e promesso che "nè la chiusura dei confini alle associazioni dei diritti umani e agli attivisti, nè altre misure prese dal governo israeliano contro le organizzazioni che criticano l'occupazione ci fermeranno da documentare le violazioni dei diritti umani nei territori controllati da Israele".
Il visto negato a Omar Shakir è in ordine di tempo l'ultimo provvedimento restrittivo adottato dal governo Netanyahu contro individui ed organizzazioni che, spiega l'esecutivo israeliano, mantengono una linea ostile allo Stato ebraico, diffondono la "propaganda palestinese" e appoggiano il Bds, la campagna internazionale di boicottaggio di Israele. Una nuova legge inoltre permette, ai terminal di frontiera e all'aeroporto di Tel Aviv, di vietare l'ingresso ad attivisti e simpatizzanti stranieri del Bds. E sanzioni sono state decise già da tempo nei confronti delle ong israeliane che appoggiano il Bds.
Il diritto di critica alle autorità israeliane per le politiche che attuano in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est si fa ancora più incerto se il portavoce del ministero degli esteri israeliano, Emmanuel Nachshon, arriva ad affermare che Hrw, presente in 90 Paesi, "non è una vera organizzazione umanitaria" e "opera in maniera evidente ed inequivocabile contro lo Stato d'Israele". Human Rights Watch in questi anni ha solo svolto il suo compito effettuando un'azione di monitoraggio e denuncia del tutto simile a quella che fa in altre regioni del mondo, con lo stesso linguaggio e modalità. Ha redatto rapporti critici sull'occupazione israeliana dei Territori palestinesi, denunciando anche le violazioni dei diritti umani compiute in Cisgiordania dall'Autorità nazionale palestinese e a Gaza dal movimento islamico Hamas. Lo stesso il Dipartimento di Stato americano non ha potuto fare a meno di criticare la decisione di Tel Aviv di negare il permesso a Omar Shakir. Il ministero degli esteri israeliano ha quindi addolcito la sua posizione sostenendo che i rappresentanti stranieri di Hrw potranno entrare con il visto turistico.
Israele ieri ha rivolto un attacco anche al Consiglio Onu per i diritti umani che aveva criticato la condanna, che considera "eccessivamente indulgente", a 18 mesi di detenzione inflitta al soldato israeliano Elor Azaria che l'anno scorso a Hebron uccise e sangue freddo un assalitore palestinese ferito e non in grado di nuocere. "Ancora una volta - ha scritto su Facebook il ministro della difesa Lieberman - in base al metro distorto di moralità del Consiglio per i diritti umani un proiettile sparato da Azaria contro un terrorista è più grave di milioni di proiettili che uccidono innocenti in Siria, in Libia, in Iraq e nello Yemen".

 

Egitto. Tredici mesi dalla scomparsa di Giulio Regeni, Amnesty International scrive a Eni

PDF Stampa
Condividi

di Riccardo Noury

 

Corriere della Sera, 25 febbraio 2017

 

Alla vigilia del tredicesimo mese dalla scomparsa di Giulio Regeni al Cairo il direttore generale di Amnesty International Italia, Gianni Rufini, si è nuovamente rivolto a Eni con una lettera inviata all'amministratore delegato Claudio Descalzi. Nella lettera, Rufini ricorda come in occasione del precedente carteggio del febbraio 2016 l'amministratore delegato Descalzi avesse affermato che le risposte che la famiglia Regeni attendeva dalle autorità del Cairo erano "risposte importanti anche per noi, perché il rispetto di ogni persona è alla base del nostro operare e perché siamo impegnati nello sviluppo dell'Egitto".
A 13 mesi dalla scomparsa di Giulio Regeni, Amnesty International Italia ritiene che la collaborazione tardiva e insufficiente delle autorità giudiziarie egiziane stia rallentando la ricerca della verità. L'organizzazione per i diritti umani teme fortemente il rischio che, in nome di una asserita necessità di riprendere normali relazioni diplomatiche e politiche, si finisca per accettare quella "verità di comodo" di cui l'Italia ha sempre dichiarato di non accontentarsi.
Dei rapporti tesi con l'Italia non hanno risentito, nell'ultimo anno, le attività di Eni in Egitto, paese che sul profilo Twitter del responsabile della comunicazione dell'azienda è definito "un paese amico" e "molto importante per noi, che siamo parte del futuro del paese". Il futuro dell'Egitto, sottolinea Rufini, dipende anche dalla capacità e dalla disponibilità delle autorità locali di creare un ambiente nel quale i diritti umani siano rispettati e le organizzazioni della società civile possano agire liberamente per promuovere la cultura dei diritti umani e proteggere le vittime delle loro violazioni. Amnesty International Italia continua a credere che Eni, in ragione delle sue stesse valutazioni sul suo impegno in Egitto e sui positivi rapporti con le autorità, possa svolgere un ruolo importante per stimolare il governo del Cairo a fare piena luce sull'uccisione di Giulio Regeni. La richiesta verrà rinnovata nel corso di un incontro in via di organizzazione nel mese di marzo.

 

Tunisia. Presto la fine della persecuzione verso i consumatori di cannabis

PDF Stampa
Condividi

di Andrea Legni

 

dolcevitaonline.it, 25 febbraio 2017

 

La legge 52, ovvero la durissima norma che punisce il consumo di droga in Tunisia si appresta ad essere riformata. È quanto ha annunciato in Tv il presidente Beji Caid Essebsi. Il capo dello stato ha inoltre annunciato la convocazione del "Consiglio superiore per la sicurezza nazionale" per ottenere fin da subito una moratoria degli arresti per possesso di droga, in attesa che il Parlamento approvi una nuova legge.
Secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, il 53% dei detenuti in Tunisia si trova in carcere per reati legati alla droga. La legge 52 venne approvata nel 1992 con l'obiettivo di mettere in pratica la tolleranza zero verso i consumatori di zatla (come in Tunisia viene chiamato l'hashish), che tradizionalmente rappresentano una larga fascia della popolazione. L'art. 4 della legge punisce chiunque detenga, anche in modiche quantità, sostanze o piante stupefacenti con la reclusione da uno a cinque anni e con pena pecuniaria accessoria da 500 a 1.500 euro. L'art. 8 addirittura punisce con il carcere da sei mesi a tre anni e a una ammenda da mille a cinquemila dinari chiunque frequenti un luogo nel quale si consumano stupefacenti. Pene severissime che negli anni hanno reso la Tunisia, secondo molti attivisti locali, una "prigione civile".
Ma la forza repressiva non risiede solo nelle pene previste ma, forse soprattutto, nella discrezionalità lasciata alla polizia nella sua applicazione, facendola diventare di fatto una delle norme principali attraverso il quale il regime di Ben Alì (al potere dal 1987 e fino alla rivoluzione del gennaio 2011) ha conservato il potere incarcerando il dissenso. La legge dà infatti alla polizia il diritto di fermare qualsiasi persona sospettata di consumo e di sottoporla, con le buone o con le cattive, ad un test delle urine. La polizia si è spesso spinta fino ad entrare nei domicili privati senza mandato giudiziario in nome della legge 52, utilizzata come scusa - come denunciato anche in un rapporto di Osservatorio Iraq - in special modo per incarcerare i giovani appartenenti ai movimenti sociali. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, ammontano a 6.700 solo per l'anno 2016 i giovani arrestati e sbattuti in carcere con l'accusa di avere consumato cannabis, principalmente uomini. Ovvero circa un terzo dell'intera popolazione carceraria.
Human Rights Watch e Avvocati Senza Frontiere hanno pubblicato recentemente dei rapporti che documentano di abusi polizieschi, arresti arbitrari, torture e violazioni dei diritti umani causate dall'applicazione della legge 52 e le pesanti conseguenze sul piano sociale risultanti dagli arresti di massa. Ma le ripercussioni sono state anche di carattere sanitario. Il pericolo di essere controllati e incarcerati per possesso di zatla ha infatti spinto molti giovani a consumare altri tipi di sostanze pesanti, molto pericolose ma che sfuggono ai controlli delle urine utilizzati in Tunisia, in particolare il Subutex, un sostituto all'eroina indecifrabile dalle analisi. Il cui consumo è riesploso nuovamente in corrispondenza al giro di vite che ha colpito duramente la vendita di cannabis in questo inizio 2017.
L'annuncio del presidente ha scatenato un ampio dibattito, ma in base alle prime dichiarazioni quasi tutta la ampia coalizione (che comprende anche il partito islamista Ennahda) che sostiene Essebsi pare sorprendentemente favorevole alla riforma. Nel frattempo un collettivo di hacker tunisini ha attaccato ieri la home page del sito ufficiale del ministero del Lavoro e della Formazione professionale, sostituendola con un messaggio a favore dell'abolizione della legge 52 e chiedendo che la moratoria, in attesa della nuova legge, venga trasformata in un vero indulto che permetta la scarcerazione immediata dei migliaia di cittadini detenuti per consumo di cannabis.

 

 
<< Inizio < 1 2 3 4 5 6 8 10 > Fine >>

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it