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Brindisi: "detenzione disumana", Ministero condannato a risarcire detenuto

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di Stefania De Cristofaro

 

brindisireport.it, 23 aprile 2018

 

Il Tribunale civile accoglie l'istanza di risarcimento presentata dagli avvocati di un brindisino: otto euro al giorno per quasi in anno in cui è stato ristretto in una cella di tre metri con quattro persone. Senza avere la possibilità di lavorare.

"Cella angusta nel carcere di Brindisi", appena tre metri quadrati per ospitare quattro detenuti, senza neppure avere la possibilità di svolgere attività lavorativa e fruire di maggiori ore di permanenza all'esterno: una "detenzione disumana", secondo quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, motivo alla base della condanna del Ministero della Giustizia al pagamento dei danni lamentati da un brindisino che per quasi un anno ha vissuto in condizioni "degradanti".

Il Tribunale civile di Lecce, Prima sezione (giudice Katia Pinto) ha accolto il ricorso presentato e discusso dagli avvocati Giuseppe Guastella (nella foto accanto) e Giuliano Grazioso, del foro di Brindisi, difensori di un brindisino ristretto nella casa circondariale di via Appia dal mese di aprile 2011 al settembre 2012. E ha riconosciuto il diritto del detenuto a essere risarcito per i danni patiti, riconoscendo la somma di otto euro al giorno per 292 giorni, conteggiati con riferimento all'effettivo periodo di permanenza in una cella "obiettivamente angusta" tenuto conto del sovraffollamento in uno spazio vitale limitato, pari a "3,1675 metri quadrati", definito escludendo la superficie occupata dai letti a castello, dagli armadi, dagli sgabelli e dalla tv. Spazio da dividere con altri detenuti. Erano in quattro a dover convivere in quel rettangolino che per il giudice è stato "angusto", tenuto conto di quanto stabilito dall'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, anche in relazione alle recenti pronunce della Corte di giustizia europea, dopo la sentenza "Torreggiani" dell'8 gennaio 2013. I giudici di Strasburgo per la prima volta riconobbero un equo risarcimento alla parte lesa per le condizioni di sovraffollamento del carcere, estendendo l'indagine ad altri fattori quale la dimensione delle celle, il sistema di riscaldamento, le condizioni di areazione e illuminazione, il diritto all'ora d'aria.

La pronuncia del Tribunale, con motivazioni annesse, è dell'11 aprile scorso e sancisce, quindi, il diritto al risarcimento dei danni, per la somma pari a 2.336 euro, più gli interessi legali sino all'effettivo soddisfo. Prima ancora, ha evidenziato le condizioni disumane e degradanti che, in quel periodo, hanno segnato la detenzione nella struttura penitenziaria di Brindisi, più volte oggetto di dibattito. Si è persino ipotizzato un trasferimento ad altra sede del carcere, alle porte di Brindisi. La pronuncia, quindi, è destinata ad avere ripercussioni non solo nella discussione, ma anche per eventuali risarcimenti per condizioni di detenzione analoghe.

I difensori hanno evidenziato innanzitutto che il brindisino "era stato recluso in tre diverse celle, con annesso bagno, di 12 e 8 mq circa, celle che ospitavano contemporaneamente altri detenuti; in una sola occasione il ricorrente era stato l'unico occupante della camera di pernottamento". Lo spazio personale di cui aveva avuto disposizione, "al netto del mobilio e dei servizi igienici, era compreso tra i 3 ed i 4 mq", superficie a cui fa riferimento la Convenzione europea dei diritti dell'uomo sia per garantire la tutela della salute dei detenuti, sia per assicurare la funzione rieducativa e risocializzazione della pena. Perché tali scopi, come ha ricordato il giudice nelle motivazioni, "sarebbero del tutto vanificati ove vi fossero condizioni di vita assimilabili alla tortura, come ritenuto dalla sentenza della Corte di giustizia europea".

Accanto all'esiguo spazio disponibile in ogni stanza di detenzione, "emergono condizioni carcerarie non solo disagevoli, come per esempio per la mancanza di scala per la salita sui letti a castello, ma afflittive per carenze strutturali e dell'organizzazione dell'Istituto con evidente sovraffollamento dei locali di detenzione". I legali Guastella e Grazioso hanno evidenziato che "da un lato risulta che le finestre delle celle non garantiscono un'adeguata areazione e illuminazione date le dimensioni ridotte (appena 0,52x1,62 metri)" e dall'altro "le dichiarazioni acquisite in sede di interrogatorio confermano le precarie condizioni della struttura carceraria, in specie delle celle di pernottamento che sono sempre state così senza mai essere interessate da lavori di ristrutturazione e/o adeguamento". Diversamente da quanto sarebbe avvenuto in altre parti dell'Istituto. Nel corso del processo civile è stato ascoltato anche il direttore del carcere di Brindisi (il 21 giugno 2016).

"Val la pena di ricordare la disposizione dell'articolo 18 delle Norme penitenziarie europee, secondo cui i locali di detenzione destinati all'alloggiamento e al pernottamento dei detenuti devono soddisfare le esigenze del rispetto della dignità umana e, per quanto possibile, della vita privata, e rispondere alle esigenze minime richieste in materia di sanità e di igiene, tenuto conto delle condizioni climatiche", hanno scritto i difensori del brindisino. "In particolare, per quanto riguarda l'illuminazione, il riscaldamento ed il ricambio d'aria". E ancora: "In tutti gli edifici in cui i detenuti devono vivere, lavorare o in cui si riuniscono, le finestre devono essere abbastanza grandi perché i detenuti possano leggere o lavorare alla luce naturale in condizioni normali e permettere l'ingresso di aria fresca, a meno che non vi sia un adeguato sistema di condizionamento d'aria".

Non solo. Sempre secondo gli avvocati Guastella e Grazioso, "l'istruttoria ha confermato la totale mancanza di un impianto di condizionamento e/o di riciclo dell'aria, la limitata disponibilità di acqua calda, concessa nelle stesse ore dedicate all'ora d'aria, il tempo quotidianamente passato in cella, pari a 20 giornaliere, con possibilità di libera uscita per quattro ore da dedicare al passeggio ovvero a pochi momenti di convivialità, socialità e attività organizzate nell'Istituto". Il detenuto brindisino è stato ammesso al lavoro come portantino da gennaio a settembre del 2012, nove mesi appena durante i quali ha potuto lasciare la cella, in aggiunta alle ore d'aria. Dal conteggio del risarcimento dei anni, il giudice ha sottratto tale periodo, ritenendo mitigata la violazione. Ma per i legali, avrebbero dovuto essere prese in considerazione anche le condizioni di salute, perché il detenuto, stando alla documentazione raccolta, aveva "seri problemi di salute in quanto soggetto "iperteso" e "cardiopatico", problemi che certamente erano conosciuti all'istituto per stessa ammissione del direttore".

Lo stato di sovraffollamento costituisce un dato oggettivo e incontrovertibile dei locali di detenzione all'interno del carcere di Brindisi, secondo i due penalisti. "Una situazione endemica avvalorata dalla deposizione del direttore del carcere, secondo il quale all'epoca della permanenza del brindisino, la presenza media giornaliera si attestava intorno alle 200 unità a fronte di una capienza regolamentare di 117 unità". Situazione che caratterizza non solo il carcere di Brindisi, purtroppo. Quanto alla struttura di via Appia, il giudice ha riconosciuto i danni al detenuto e ha condannato il ministero al pagamento del risarcimento con sentenza immediatamente esecutiva. Oltre che al versamento delle spese di lite.

 

Venezia: dirigenti puniti per aver vietato il calcio ai profughi

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di Silvia Giralucci

 

La Repubblica, 23 aprile 2018

 

Migranti che nei centri di accoglienza giocano a calcio se ne vedono ovunque. Una palla si trova sempre e il calcio non ha bisogno di parole. A Cona, provincia di Venezia, i profughi si spingevano anche in bici fino a Codevigo, in provincia di Padova, per vedere gli allenamenti delle squadre locali.

Una sera Gino Mez, padovano, allenatore, li nota e li riaccompagna al centro di accoglienza in macchina, ci scambia qualche parola e di lì nasce un'idea: fare la squadra del Campo Cona, interamente formata da richiedenti asilo. Giocano, si allenano, arrivano a iscriversi a un campionato amatoriale locale. E qui il salto: serve un campo da calcio vero. Chiedono ospitalità alla vicina società sportiva di Pegolotte di Cona.

L'esperienza dapprima funziona: due di questi migranti giocano così bene che vengono anche tesserati ed entrano a far parte della squadra locale. L'invidia però è una brutta bestia. L'allenatore che li aveva messi assieme comincia a subire minacce, viene allontano da feste comuni. Viene offeso in pubblico. Fino a che non arriva il casus belli: uno dei due giocatori tesserati, un diciannovenne del Bengala, si ammala. In ospedale si sospetta una meningite.

Alla riunione di genitori, allenatori, dirigenti, i medici spiegano che al campo sono tutti vaccinati, ma ovviamente non si può escludere che in un ambiente dove sono stipate 1.500 persone le malattie possano diffondersi. È così che sulle porte dello stadio compare il cartello: "Per ragioni di igiene e sanità pubblica è sospeso l'accesso all'impianto sportivo a tutte le persone accolte presso il campo base di Cona in attesa di essere sottoposte ai previsti controlli sanitari e vaccinazioni". Quando la meningite viene esclusa, niente cambia. La giustificazione dei dirigenti della squadra è il classico "non siamo razzisti ma...".

+Gli altri baby giocatori, spiegano, avevano minacciato di andarsene in blocco e la squadra non poteva permetterselo. Gino Mez e gli altri allenatori dei migranti si dimettono dai loro ruoli nella società del paese, quella dove giocavano da bambini, dove sono cresciuti i loro figli. Una lacerazione pesante, ma non una resa.

La squadra ottiene di finire il campionato anche senza campo, giocando tutte le partite fuori casa. E la giustizia sportiva fa il resto. La sentenza è di qualche giorno fa. I 14 dirigenti della società del Pegolotte che hanno preso la decisione di interdire l'accesso ai migranti sono stati deferiti dalla procura federale della Figc "per aver tenuto un comportamento discriminatorio".

 

Milano: "Stanze sospese" pure fuori Bollate, gli Icam e Moke

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di Francesca de Carolis

 

remocontro.it, 23 aprile 2018

 

"Beh, qui siamo mica a Bollate", Gatto Randagio ha sentito spesso così sospirare qualcuno dei "cattivi" soggetti che ormai stabilmente frequenta. Bollate, carcere modello sinonimo di civiltà (se civile può mai essere l'idea della carcerazione), sogno di chiunque varcato il cancello di un istituto di pena, inizia a capire dov'è che è davvero finito.

E a Bollate dunque, ha letto il Gatto, verrà sperimentato un arredo per celle più funzionale, in maniera che dallo stesso pur breve spazio si possano ricavare piccole "comodità". Tipo barre multiuso che diventano mensole, tavolini smontabili, guardaroba ricavati in angoli del letto a castello... "Stanze sospese", la mostra in cui si presenta il progetto, al quale hanno lavorato designer e detenuti, nell'ambito del Fuorisalone milanese.

Certo negli spazi costipati, e spesso fuori norma, delle celle in cui sono ristretti i nostri detenuti, potrebbe un po' rasserenare sapere dove mettere una maglietta in più, dove sedersi, dove poggiare con agio un libro... ma, primo pensiero del Randagio, di Bollate ce ne è uno solo... e poi e poi ... c'è sempre quel tarlo che gli rode dentro, da quando ha toccato con mano cosa sia una detenzione, che per quanto si possa abbellire, riformare, attenuare... proprio non lo convince quella strana idea di rieducare imprigionando corpi... sorvegliando e punendo...

E questo stava rimuginando leggendo delle "stanze sospese", quando incappa nel prototipo di sedia ideata per i piccoli ospiti dell'Istituto di custodia attenuata dove sono le donne con bambini. Le donne, sapete, possono tenere con sé i figli fino all'età di cinque anni. La sedia pensata per i loro bambini è modificabile, per adattarsi man mano alla crescita del piccolo...

E subito, al Gatto, gli si rattrappisce l'anima... avverte qualcosa che gli stride dentro, come un prolungato graffio gelato...

"Il pensiero di quella sedia, programmata per crescere - mi ha detto - vengono in mente le mutazioni degli arredi intorno ad Alice, nel paese delle meraviglie, quando la meraviglia del gioco si capovolge nell'incubo del tunnel nel quale precipita". "Pensaci un po' - mi ha detto, una sedia pronta ad adeguarsi all'età di chi lì dentro cresce, a definire un destino d'infanzia prigioniera".

Certo che non è obbligatorio che il bambino di donna che abbia commesso reato vada anche lui in prigione, ma spesso è una scelta di fatto obbligata, se troppo piccolo per stare senza mamma, o senza alcun parente a cui poterlo affidare, ad esempio. E mi ha ricordato, il Randagio, quanti bambini passano i primi anni di vita insieme alle loro madri, nella tristezza delle nostre celle... settanta, secondo i dati aggiornati a marzo del ministero di giustizia.

Ora, in un Istituto a custodia attenuata per detenute madri (Icam), oltre e prima dell'idea di sedie che crescano con loro, i bambini hanno intorno un ambiente che non ricorda il carcere, dove chi si occupa delle sorveglianza non porta la divisa, ad esempio, dove vi sono educatori specializzati... ma questo rimane un sogno, per la maggioranza dei piccoli detenuti e delle loro madri, perché gli Icam in Italia sono solo cinque.

Le cose sembra a volte vengano a cercarci... Proprio due giorni prima, Stefania (Stefania Elena Carnemolla) mi segnala, dalla pagina della Società italiana di pediatria, un articolo in cui la dottoressa Michela Salvioni, che proprio a Bollate presta la sua opera, spiega cos'è la vita di un bambino in un carcere "normale". Per quanto si possano dipingere d'azzurri le stanze-asilo... rimane l'ambiente carcerario, con le sue regole, i suoi tempi cadenzati, le sbarre, il rumore del ferro, le guardie... e quanto problematico può diventare il rapporto affettivo con la madre, spiega Salvioni, quando unica figura di riferimento in mezzo a tanta estraneità, la madre a cui unirsi in un legame che pure poi si spezza, quando, allo scoccare dell'età stabilita, il piccolo viene allontanato...

Immaginate allora quanta violenza per lui, che... come non sentirsi abbandonato. E quanta violenza per lei, che perde l'unico appiglio, l'unico riferimento di vita, al quale si è morbosamente legata...

Quel sediolino intanto cresciuto di una, due spanne... che stridore, che incubo. Le cose... mai arrivano per caso. In questi stessi giorni incappiamo, io e il Randagio, nel video di Calaya, una femmina di gorilla di pianura occidentale (animali a rischio d'estinzione) e del suo cucciolo appena nato. Video diffuso, con immaginabile orgoglio, dallo Smithsonian's National Zoo and Conservation Biology Institute di Washington, dove il gorillino, che hanno chiamato Moke, è venuto alla luce.

Vi siete inteneriti? Mamma gorilla e il suo cucciolino.... Ma il punto non è questo. Perché saranno pure encomiabili i responsabili del centro che questo evento hanno, immaginiamo, preparato e seguito e accudito nella maniera migliore possibile, ma vedo che non riesce, il Randagio, a non fissare quell'inferriata alle spalle di Calaya, e lei lì a suggere l'aria da quel briciolo di vita nuova che ha fra le mani. Saranno pure così salvati dall'estinzione, i gorilla di pianura... ma, ho sentito mormorare il Randagio, "come si è ridotta l'umanità se per salvare, in un modo o nell'altro, esseri viventi (da un destino di morte che l'uomo stesso ha prodotto) non riesce a pensare altro che farne dei prigionieri, bene o male accuditi che siano".

E mi ha fissato, facendomi un po' vergognare di me, in quanto rappresentante del genere umano che ha più vicino. Ma ormai il guaio è fatto. L'ho lasciato libero di rifornirsi alla mia libreria. Ha letto Foucault, si capisce... Nietzsche, persino... Mi ha, pensate, confidato di avere avuto pensieri di gran pena anche per l'uomo, nel quale vede, ed è cosa che ripete spesso, "l'animale delirante, l'animale che ride, l'animale che piange, l'animale infelice". Insomma, "un essere uguale a tutti gli altri animali, ma che ha perduto in maniera estremamente pericolosa, il sano intelletto animale"...

 

Genova: "Giochi senza frontiera", sul palco detenute e studenti

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genova24.it, 23 aprile 2018

 

Debutta l'8 e il 9 maggio "Giochi senza Frontiera" di Teatro dell'Ortica di Genova al Teatro dell'Archivolto di Sampierdarena. Appuntamento alle 20.30 (mercoledì 9 anche alle 10.30 con una replica dedicata alle scuole). Lo spettacolo rappresenta l'esito del Laboratorio condotto da Anna Solaro con le detenute del Carcere di Pontedecimo (Ge), gli alunni, gli insegnanti e i genitori della Scuola Primaria Anna Frank di Serra Riccò e della Scuola Secondaria di primo grado Don Milani di Genova e gli attori del Teatro dell'Ortica.

Il lavoro si inserisce nell'ambito del progetto Oltre il cortile che prende vita nel 2006 con un'attività laboratoriale realizzata dapprima con i detenuti della Casa Circondariale di Marassi V, in seguito, dal 2010, presso la sezione maschile di Pontedecimo per poi spostarsi dal 2013 alla sezione femminile dello stesso. Biglietti a 14 euro (ridotto scuole 6 euro). Il laboratorio e le produzioni teatrali rappresentano il primo esempio in Italia di collaborazione tra i ragazzi delle scuole primarie e i detenuti, fornendo un'inedita e innovativa possibilità di incontro e conoscenza.

Il progetto di "teatro-carcere" si fonda sull'ascolto dei luoghi che attraversa e sui vissuti biografici ed emotivi delle persone coinvolte. Il teatro diventa così opportunità di emancipazione per i detenuti ma anche straordinaria occasione di sperimentazione scenica e drammaturgica. Recuperare la persona al di là del reato portando il laboratorio teatrale nello spazio della detenzione e della pena è l'obiettivo primario del progetto. "La persona non è il reato che ha commesso": al detenuto si forniscono gli strumenti per ripensarsi e riprogettarsi al di fuori del carcere e alla comunità esterna si dà un'occasione di conoscenza reale di persone e storie, al di là del pregiudizio. Il teatro diventa così un mezzo sorprendente per favorire il reinserimento sociale.

Intorno a Oltre il Cortile si è creata negli anni una rete di soggetti che vede - oltre il Carcere di Pontedecimo, le Scuole Primaria Anna Frank e Secondaria di Primo Grado Don Milani - anche il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere e i partner del progetto europeo Erasmus Plus Skills for freedom, il cui obiettivo è di creare modelli di cooperazione innovativi per favorire le possibilità occupazionali degli ex-detenuti, studiando e applicando percorsi artistici che permettano di sviluppare le competenze professionali di chi si trova in una condizione di detenzione.

Il tema scelto quest'anno in seno al Laboratorio è quello del Gioco: sulle varie accezioni e modalità del gioco si è lavorato e creato lo spettacolo che omaggia nel titolo la celebre trasmissione televisiva. Giochi senza frontiera è uno spettacolo sul gioco e sulla libertà visti attraverso gli occhi di chi gioca e di chi forse non sa neppure più cosa sia giocare.

Giocare in libertà, nella libertà più assoluta, senza regole del gioco. Giocare col fuoco. False partenze partite con il piede sbagliato. Fuorigioco, fuorigioco perenne, fuorigioco esistenziale. Eppure... è bello pensare di salire su e giù sullo scivolo, finire in acqua ...saltare la corda, il pampano, il cavalluccio tutto in un colpo, in un unico sogno. Manca il fiato. E poi correre e correre e guardarsi i piedi che volano sul selciato infangato e sconnesso. Manca il fiato.

 

Il Sessantotto di Foucault contro carceri e manicomi

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di Corrado Ocone

 

Il Dubbio, 23 aprile 2018

 

Riedito "Esperienza e Verità. Colloqui con Duccio Trombadori" firmato dal grande filosofo francese. È una bella occasione per riflettere su un pensatore veramente rilevante la ripubblicazione da parte dell'editore Castelvecchi di quelli che, nella prima edizione del 1981, si chiamavano Colloqui con Foucault. Ne era autore Duccio Trombadori, che aveva incontrato "l' ultimo maitre à penser" francese qualche anno prima nella sua casa parigina. Oggi il libro, una vera e propria intervista filosofica a tutto campo, esce con il titolo: Esperienza e verità. Colloqui con Duccio Trombadori, in cui il grande filosofo francese (era nato a Poitier nel 1926) figura direttamente come autore (pp. 126, euro 12,50).

È una piccola forzatura, ma è giustificata dal fatto che il volume, che è stato tradotto negli anni in diverse lingue e ha circolato un po' in mezzo mondo, è diventato un classico, utile ancora oggi soprattutto per capire in che ordine di idee Foucault si muoveva e come egli venne gradualmente costruendo il suo universo mentale (e anche morale). Purtroppo il libro non mette a tema per ovvi motivi cronologici la parte più sostanziale e originale, oltre che più attuale, dell'opera foucaultiana, emersa in tutta la sua ampiezza di orizzonti e originalità di prospettive negli ultimi anni, man mano che, a cavallo fra l'ultimo decennio del Novecento e il primo del Duemila, venivano pubblicati i corsi tenuto al Collège de France (che Foucault tenne dal 1970 fino alla morte, avvenuta a Parigi nel 1984). Ma procediamo con ordine.

Fin dalle prime pagine di questa intervista, Michel Foucault fa presente di non considerarsi un filosofo. È la stessa affermazione che, in universi di pensiero molto differenti, hanno fatto altri grandi "filosofi" novecenteschi, ad esempio Isaiah Berlin o Hannah Arendt. In verità il problema segnalato è che è oggi impossibile fare filosofia seguendo i canoni con cui essa è nata e si è sviluppata dai presocratici fino, diciamo, ad Hegel. "Non sono un teorico - afferma il nostro - non sviluppo sistemi deduttivi da applicare uniformemente a campi diversi di ricerca". E aggiunge: "Quando scrivo, lo faccio soprattutto per cambiare me stesso e non pensare più la stessa cosa di prima".

Qui, più che sull'elemento esperienziale, come si dice con un brutto termine, l'accento va posto, a mio avviso, sul "metodo" di conoscenza, il modo di procedere che contraddistingue il filosofo postmetafisico. Costui, infatti, segue il filo dei ragionamenti facendosi trasportare da essi, senza avere una meta prefissata, lasciando emergere la "verità" dalle "cose stesse", come direbbe un fenomenologo (anche se Foucault è un critico della fenomenologia, che giudica ancora inscritta nell'orizzonte dell'umanismo e del soggettivismo).

Un interesse di studio specifico, in verità, Foucault lo matura subito dopo una tumultuosa giovinezza, ed è quello per la storia. Lo concepisce però in modo del tutto diverso da come potrebbe concepirlo uno storico di professione. Più che tumultuosa, la sua giovinezza fu in verità ambigua, essendo divisa fra i successi scolastici e universitari (fu ammesso brillantemente all'École Normale Superieure) e i problemi psicologici connessi alla sua identità omosessuale. Per un paio di anni (1950- 52), si impegna pure politicamente nel Partito Comunista, ma si sente uomo troppo libero per continuare. A un certo punto, si volge allo studio delle malattie mentali e dei fenomeni devianti, a diretto contatti con gli operatori del settore. Li vede però dal punto di vista dello storico, concentrandosi sulla nascita e sviluppo, in età moderna, di istituzioni e luoghi detentivi che tendono a separare il mondo dei "folli" da quello dei "savi", i "sani" dai "malati", i "normali" dagli anormali": manicomi, carceri e altre "istituzioni totali". I suoi libri, per quanto generalmente criticati, diventano subito oggetto di discussione e acquistano enorme visibilità: Storia della follia nell'età classica (1961); Nascita della clinica (1963); Le parole e le cose (1966); L'archeologia del sapere (1971).

Dietro il trionfo in età moderna di una certa idea rigida di "razionalità", codificata soprattutto nelle scienze mediche e umane, si delineano, secondo Foucault, in primo luogo rapporti di potere e esigenze di organizzazione sociale che vengono organizzandosi e sedimentandosi. Sono questi gli aspetti del suo discorso, che, insieme all'attenzione per "folli", detenuti e "malati", hanno fatto di Foucault uno dei pensatori di riferimento del Sessantotto inteso in senso lato. Anche se, soprattutto con il Maggio parigino (che non ha vissuto direttamente essendo in Algeria), egli fu, come è chiaro in alcuni passaggi di questo libro, molto critico: prima di tutto per l'uso di un linguaggio e di sistemi di pensiero antiquati, per il pampoliticismo e la strabordante presenza del marxismo. "I mutamenti in corso - dice Foucault a Trombadori - avvenivano anche in rapporto a tutto un insieme di sistematizzazioni filosofiche, teoriche, e a tutto un tipo di cultura che aveva segnato, all'incirca, la prima metà del nostro secolo". Il Maggio fu, ancora, un "momento di smisurata esaltazione di Marx", di "iper-marxistizzazione generalizzata".

I problemi che interessano Foucault in questa prima fase del suo pensiero sono da una parte molto concreti e specifici, perché la follia, il processo di medicalizzazione, la nascita delle carceri, sono studiate in periodi storici e contesti spaziali determinati, e con l'aiuto di esempi e documenti altrettanto circostanziati; dall'altra, presentano aspetti "epistemologici" molto interessanti che egli va sempre più ponendo in risalto. "Più o meno - dice nell'intervista - mi ponevo il problema così: una scienza non potrebbe essere analizzata e concepita un po' come un'esperienza, cioè come un particolare rapporto che si stabilisce in modo tale che il soggetto stesso dell'esperienza si trovi ad essere modificato? Detto altrimenti: nella pratica scientifica non si verrebbero a costituire tanto il soggetto quanto l'oggetto della conoscenza?".

È questa la cosiddetta "archeologia del sapere", cioè il ricondurre ogni volta da parte di Foucault le pratiche scientifiche (ad esempio la psichiatria) al momento in cui si sono costituite come tali, stabilendo con ciò stesso il proprio oggetto (nel nostro caso la "follia") e valutandolo con i propri criteri (la "razionalità" e la "normalità"). La "medicalizzazione" della "follia", da questo punto di vista, si svela come fenomeno non "normale" ma tutto moderno, inscritto nella logica della modernità (idee che incroceranno quelle della cosiddetta antipsichiatria e porteranno in Italia alla "legge Basaglia" e alla chiusura dei manicomi). Si tratta, a ben vedere, di una particolare interpretazione del metodo "genealogico" di Friedrich Nietzsche, che, attraverso la mediazione di Georges Bataille e Maurice Blanchot, diventa presto l'autore di riferimento di Foucault. Anche il soggetto, in questo ordine di discorso, diventa il punto di arrivo di una costruzione sociale.

Foucault insiste molto con Trombadori su questo allontanarsi del suo pensiero dalle filosofie soggettivistiche e umanistiche, e quindi anche dall'esistenzialismo di Sartre (a cui in verità lui personalmente mai era stato vicino): un processo che è comune a tutti quei pensatori francesi degli anni Sessanta che a torto, egli dice, vengono chiamati "strutturalisti" (una etichetta che si addice invece al solo Claude Lévi Strauss). L'istituzione di una forma di scienza, o meglio di un sapere, corrisponde anche alla messa in atto di determinati rapporti di potere all'interno della società e fra gli uomini.

E sul tema del potere Foucault è venuto sempre più concentrandosi negli ultimi anni, come è attestato dalle sue lezioni e come si evince anche da questa conversazione. Prima di tutto, egli pone l'attenzione sul carattere molecolare che lo contraddistingue, mai così evidente come in una società post- moderna (parla di una "microfisica dei poteri"); sulla sua non riducibilità a un rapporto unidirezionale (del tipo "servo" versus "padrone" per intenderci); sul suo proporsi non più oggi come potere statale, più o meno dispotico, ma come "governamentalità", cioè come un insieme di regole comportamentali interiorizzate dai singoli in cui il potere, sempre più astratto e assoluto (che qualcuno potrebbe compiacersi di apostrofare come "neoliberale"), si pone di fronte alla "nuda vita" senza più le mediazioni della vecchia democrazia rappresentativa e della società "borghese" della prima modernità. È il tema affascinante, diventato poi moda filosofica e accademica anche in Italia (ma Foucault non c'entra), del "biopotere" o della cosiddetta "biopolitica".

Un argomento che, ovviamente, non è nemmeno vagamente accennato in questa intervista. Riflettendo su tutto questo, e anche su quel che il libro ora ripubblicato afferma, non mi sentirei però di avvicinare, come fa Trombadori nella prefazione apposta a questa edizione, "l'eredità intellettuale" di Foucault "a coloro che hanno distinto l'istanza dell'umanesimo liberale nella cultura contemporanea: penso soprattutto a Benedetto Croce, ma anche al tanto diverso Karl Popper, per la convergente idea dell'impresa conoscitiva per via di ipotesi, esperienze, tentativi ed errori; e la comune convinzione che non si possa predeterminare il processo storico e convenga soprattutto affidarsi alle vie imprevedibili suscitate dalla libertà umana".

Sicuramente questi elementi sono presenti in Foucault, come in tanti altri pensatori, ma egli contesterebbe alacremente l'avvicinamento a qualsiasi forma di umanesimo. Direi che, sviluppando in modo radicale e profondo la riflessione sul potere e sui suoi complessi e spesso non evidenti o intuitivi meccanismi di determinazione, egli, che liberale non è, può essere considerato un pensatore utile ad un liberalismo filosofico che si riscrive dopo la crisi delle categorie del moderno (in cui il cosiddetto "liberalismo classico", da questo punto di vista "superato", era pienamente inserito).

 
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