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L'APPELLO DI RISTRETTI ORIZZONTI

 

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Eternit, il ne bis in idem non chiude il caso

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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2016

 

Corte costituzionale 200/2016. Il processo Eternit bis può continuare. È questo il dato di cronaca più significativo dopo una prima lettura della sentenza della Corte costituzionale depositata ieri, la n. 200 del 2016 scritta da Giorgio Lattanzi. Il dato giuridico è invece certificato dalla dichiarazione di illegittimità dell'articolo 649 del Codice di procedura penale nella parte in cui esclude che il fatto sia il medesimo per la sola circostanza che sussiste un concorso formale tra il reato già giudicato con sentenza divenuta irrevocabile e il reato per il quale è iniziato il nuovo procedimento penale. Una pronuncia importante quindi perché si sofferma su uno dei cardini dell'ordinamento penale: il divieto di due procedimenti penali per il medesimo fatto.
Già. Ma cosa bisogna intendere per medesimo fatto? Il Gup di Torino, chiamato a decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio di Stephan Schmidheiny imputato, nella sua qualità di più elevato dei dirigenti della società Eternit di Casale Monferrato, dell'omicidio doloso di 258 persone per prolungata esposizione all'amianto, aveva rinviato alla Corte costituzionale la questione della corretta interpretazione dell'articolo 649. Il Gup sottolineava infatti che il manager era già stato prosciolto per prescrizione in un precedente giudizio, nel quale erano però stati contestati i reati di disastro innominato aggravato e di omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro. Dalla lettura della pronuncia, quanto alla triste, ma decisiva contabilità delle vittime, delle 258 decedute e oggetto del nuovo capo d'imputazione per omicidio, 72 non figuravano nel vecchio procedimento concluso per prescrizione. Ed è un dato che potrebbe rivelarsi determinante ai fini della prosecuzione del giudizio.
Il Gup chiedeva l'intervento della Consulta sostenendo di non potere applicare il divieto di bis in idem a causa del significato che la norma del Codice di procedura avrebbe assunto nel diritto vivente. In quest'ultimo l'identità del fatto sarebbe ormai consolidata come identità giuridica e non invece storica come invece da formulazione letterale della norma e da lettura aderente alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
La Consulta però, all'esito di un attento esame delle disposizioni della Convenzione (articolo 4 del Protocollo n. 7) smentisce la tesi del Gup. Perché se è vero, conclude sul punto la sentenza, che la Convenzione impone agli Stati membri di applicare il divieto di bis in idem in base a una concezione naturalistica del fatto, non è invece vero che quest'ultimo può essere circoscritto nella sfera della sola azione od omissione di chi agisce.
Dove invece la tesi del Gup di Torino è considerata convincente dalla Consulta è dove viene sottolineato come il diritto vivente consideri inapplicabile il ne bis in idem nel caso di concorso formale di reati. È effettivamente così, ammette la Corte costituzionale, ed è questo l'aspetto di contrasto con la Convenzione. Tanto da fare concludere alla Consulta per una sostanziale irrilevanza del concorso ai fini del divieto di doppio processo. Nessun peso dunque per la natura del reato, il bene giuridico tutelato l'evento in senso giuridico.
Dovrà invece sempre essere condotta dall'autorità giudiziaria un'indagine per verificare l'identità del fatto storico oggetto dei due procedimenti, uno esaurito e uno in corso, per i quali sta procedendo. Indagine che andrà effettuata tenendo presente la terna, condotta (ma non solo quella appunto)-nesso causale-evento. Solo la coincidenza empirica di questi tre elementi può condurre all'affermazione dell'esistenza di un medesimo fatto.
Pertanto - ed è un passaggio decisivo ai fini della valutazione dell'impatto sul processo Eternit - la Corte costituzionale avverte che non dovrebbe esserci dubbio sulla diversità dei fatti quando da un'unica condotta deriva la morte o la lesione dell'integrità fisica di una persona non considerata nel precedente giudizio, venendosi così a configurare un nuovo evento in senso storico. E sembrerebbe essere proprio il caso di quelle 72 persone la cui morte per esposizione alle polveri di amianto è oggetto del secondo procedimento senza che siano entrate nel primo. "Ove invece - prosegue la Consulta - tale giudizio abbia riguardato anche quella persona occorrerà accertare se la morte o la lesione siano già state specificamente considerate, unitamente al nesso di causalità con la condotta dell'imputato, cioè se il fatto già giudicato sia nei suoi elementi materiali realmente il medesimo, anche se diversamente qualificato per il titolo, il grado o per le circostanze".

 

L'elemento oggettivo del reato di abbandono di persone minori o incapaci

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Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2016

 

Reati contro la persona - Abbandono di persone minori o incapaci - Rapporto di specialità con il reato di omissione di soccorso - Concorso di reati - Esclusione. Il reato di abbandono di persone minori o incapaci è in rapporto di specialità rispetto a quello di omissione di soccorso, in quanto, a differenza di quest'ultimo che punisce chiunque si trovi occasionalmente a contatto diretto con una persona in stato di pericolo, sanziona la violazione di uno specifico dovere giuridico di cura o di custodia, che incombe su determinate persone o categorie di persone, da cui derivi una situazione di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l'incolumità del soggetto passivo.
• Corte cassazione, sezione V, sentenza 25 marzo 2016 n. 12644.

 

Reati contro la persona - Delitti contro la vita e l'incolumità individuale - Elemento materiale - Abbandono - Nozione. L'elemento oggettivo del reato di abbandono di persone minori o incapaci, di cui all'art. 591 cod. pen., è integrato da qualsiasi condotta, attiva od omissiva, contrastante con il dovere giuridico di cura (o di custodia), gravante sul soggetto agente, da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l'incolumità del soggetto passivo.
• Corte cassazione, sezione I, sentenza 2 settembre 2015 n. 35814.

 

Reati contro la persona - Abbandono di persone minori o incapaci - Elemento materiale - Abbandono (Nozione). Ai fini dell'integrazione del delitto di cui all'articolo 591 c.p., il necessario "abbandono" è integrato da qualunque azione od omissione contrastante con il dovere giuridico di cura (o di custodia) che grava sul soggetto agente e da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l'incolumità del soggetto passivo.
• Corte cassazione, sezioni V, sentenza 10 settembre 2014 n. 37444.

 

Reati contro la famiglia - Maltrattamenti in famiglia - Concorso con il reato di abbandono di persone minori o incapaci - Configurabilità. I reati di maltrattamenti in famiglia e di abbandono di persone minori o incapaci possono concorrere in quanto le relative fattispecie incriminatrici sono poste a tutela di beni diversi e integrate da condotte differenti.
• Corte cassazione, sezione II, sentenza 8 marzo 2013 n. 10994.

 

Reati contro la persona - Delitti contro la vita e l'incolumità individuale - Abbandono di persone minori o incapaci - Configurabilità. Integra il delitto di abbandono di persona incapace l'omesso adempimento, da parte dell'agente, dei doveri di custodia e di cura sullo stesso incombenti in ragione del servizio prestato, in modo che ne derivi un pericolo per l'incolumità della persona incapace.
• Corte cassazione, sezione V, sentenza 21 maggio 2010 n. 19476.

 

La supremazia del Dna. Ma non chiamatela "verità"

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di Corrado Ocone

 

Il Dubbio, 22 luglio 2016

 

Il determinismo biologico influenza la giustizia e la cultura. Dobbiamo essere grati al progresso che ci permette, attraverso analisi sempre più sofisticate quale ad esempio la cosiddetta "prova del Dna", di aggiungere ai vari elementi che portano gli inquirenti sulla traccia di un colpevole anche valutazioni di tipo "scientifico" o "oggettivo".
Eppure, queste valutazioni non possono e mai debbono sostituirsi al giudizio umano: non possono essere l'unico elemento probante quando altri ne mancano, quando l'omicida non è stato "colto in fragrante". La prova della "pistola fumante" è ancora oggi e sempre sarà la principale: tutte le altre possono al massimo concorrere ad un giudizio, mai sostituirsi ad esso o determinarlo.
Almeno fin tanto che resta valido il principio che, per condannare un reo, bisogna attingere la "verità", fosse anche solo quella processuale, e non la probabilità, per quanto alta essa possa essere considerata a partire dal quadro generale. Sempre che non si voglia contravvenire a quelle regole generali che contraddistinguono la nostra civiltà del diritto e che, giustamente, ci portano a dire che è meglio un colpevole fuori che un innocente in galera. Detto altrimenti, una prova "scientifica" non potrà mai, da sola, farci essere sicuri "oltre ogni ragionevole dubbio" della colpevolezza di un imputato.
Ora, l'obiezione che subito le menti irriflessive fanno a queste considerazioni è che esse provengono da menti antiscientifiche, da "oscurantisti", dai tanti "nemici della scienza" di cui il nostro paese sarebbe, e in effetti veramente è, pieno. Ma si tratta di un sofisma, cioè della trasposizione di un fatto vero, la nostra scarsa dimestichezza con la cultura scientifica, in un ambito in cui esso non c'entra affatto. È in nome della scienza, oltre che della logica e del buon senso, che noi qui diciamo forte che la "verità scientifica" non ha nulla a che fare con quella "processuale" (oltre che con le molte altre e non riducibili "verità" di cui è costellato l'universo umano). Chi dà alle proposizioni scientifiche un valore unico e assoluto, deterministicamente cogente, è tutto sommato colui che non ha mai riflettuto fino in fondo, mai a portato a livello di consapevolezza teoretica, la scienza stessa: spesse volte è il "filosofo della scienza", non lo scienziato impegnato in laboratorio, immerso nella concretezza della sua ricerca.
Tanto per cominciare bisogna considerare, in modo solo apparentemente banale, che una cosa è la "scienza", intesa come una sorta di entità empirica e alcune volte anche metafisicamente astratta, un'altra cosa sono gli scienziati. I quali sono uomini come tutti gli altri, fallibili e soggetti a impulsi, sentimenti, passioni. Ora, però, sono proprio gli scienziati, con tutta la loro fallibilità umana, a mettere mano al dispositivo scientifico. Ed è una fortuna che sia così: la "logica della scoperta scientifica", che non ha mai fine, procede per "tentativi ed errori", come ci ha insegnato Karl Popper, cioè in sostanza attraverso il dubbio messo in opera costantemente dagli operatori scientifici. I quali, al contrario dei teologi o dei metafisici, non si accontentano mai dei risultati raggiunti ma sempre continuano a metterli in discussione o in crisi. La verità di oggi non è quella di domani: anzi, una proposizione infallibile, cioè che si sottrae al dubbio, è semplicemente antiscientifica. Il fallibilismo, non la certezza, è l'orizzonte in cui opera l'impresa scientifica. Ma, oltre a questa considerazione, un'altra, più radicale, va fatta a monte. E qui bisogna riferirsi a Immanuel Kant, il quale ci ha dimostrato che la conoscenza scientifica in tanto può riuscire, giungere a risultati, in quanto lavora in un ambiente rarefatto, "depurato" da tutti gli elementi estranei o "impuri" che potrebbero "inquinare" o semplicemente non far riuscire l'esperimento.
Lungi dall'essere priva di presupposti o pregiudizi, la scienza ne assume a monte, e quindi in modo inconsapevole per le menti irriflessive, di forti e precisi: dall'assunzione del "presupposto oggettivante", cioè della vitale convinzione che esista un mondo di cose separato da un io che pensa, al fatto che esista nella realtà un ambiente asettico come è quello in cui lo scienziato opera. E ad altri ancora. Senza queste "astrazioni" dal reale la scienza semplicemente non esisterebbe. E non esisterebbero nemmeno le mirabolanti applicazioni pratiche, cioè la cosiddetta "tecnica", che hanno cambiato la faccia del mondo e che, vivaddio!, hanno migliorato e continueranno a migliorare le nostre condizioni di vita e di sviluppo umano.
Quello che qui si vuole dire, con Kant, è che è comunque l'uomo che immette certe categorie, a cominciare da quella di causa, nella realtà, rendendosela "scientificamente" disponibile e praticamente efficace. Dimodoché, anche per questa parte, sempre all'uomo, con la sua finitezza e fallibilità, si ritorna.
Un esperimento scientifico "vero", "oggettivo", indubitabile nel senso forte e definitivo del termine, non esiste e non potrebbe esistere. Sarebbe cosa di un altro mondo, che metterebbe fine al nostro e alla stessa impresa scientifica, se mai potesse esistere. Non si spiegherebbero altrimenti gli esiti contrastanti a cui certi esperimenti, come la "prova del Dna", rifatti in tempi e modi diversi, giungono. E che a torto ci portano a dubitare non degli uomini, ma della scienza.
Ora, giunti a questo punto del nostro ragionamento, non possiamo non considerare l'ulteriore obiezione di coloro che, ascrivendo alla "mentalità antiscientifica" quella che non è una ostilità contro la "prova del Dna" ma semplicemente contro la sua assolutizzazione, richiamano altri episodi, per quanto dissimili, che a questa mentalità sembrano secondo loro essere ascrivibili. Ad esempio, il prepotente intervento della magistratura su un caso come quello della Xylella che si vorrebbe sottrarre con protervia, essa sì veramente antiscientifica, alla competenza degli scienziati.
Ora, a ben vedere, chi come noi contesta l'assolutizzazione della "prova scientifica" nel dibattimento giudiziario, può a buon diritto, con altrettanta forza, contestare tutti quei casi in cui il giudice, facendosi scienziato, vuole imporre alla scienza i metodi da utilizzare e i risultati da raggiungere. Nell'uno e nell'altro caso assistiamo infatti ad una "invasione di campo": alla prevaricazione, nel primo caso, della "verità scientifica" su quella giudiziaria (e poco importa che ciò avvenga per iniziativa degli stessi giudici, i quali assumono un comportamento alquanto deresponsabilizzante); alla prevaricazione, nel secondo caso, del giudice che vuole imporre le sue idee o ideologie agli scienziati, sconfessando i loro metodi e il loro lavoro.
Quello che sempre manca è quella capacità di distinguere, di dubitare e mettere in discussione le proprie convinzioni, di sentire tutto il peso e la responsabilità delle proprie azioni e dei propri comportamenti, di non sapere immedesimarsi nelle situazioni e soprattutto nella vita degli altri (prestando loro la dovuta attenzione), che è il vero dramma dell'epoca attuale. La messa in discussione della nostra (liberale e garantista) civiltà del diritto, non è che una conseguenza di questo stato delle cose.

 

"A mio padre vogliono far fare la fine di Provenzano"

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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 22 luglio 2016

 

La denuncia della figlia di Vincenzo Stranieri, da 24 anni al 41 bis e in cella a L'Aquila.
Ha un tumore alla faringe e i 24 anni di 41 bis gli anno causato gravi problemi di tipo psichiatrico. La sua pena teoricamente sarebbe dovuta finire il 16 maggio scorso, ma restavano ancora da espiare due anni di misura di sicurezza in una colonia penale agricola. Secondo la direzione nazionale antimafia, però, è ancora pericoloso. Quindi il ministero della Giustizia, seguendo le indicazioni della Dna, gli ha prorogato di fatto il 41 bis trasformando la colonia penale in "casa lavoro" nella sezione del regime duro del carcere de L'Aquila.
Parliamo di Vincenzo Stranieri. Aveva 24 anni quando fu arrestato nel lontano giugno del 1984 per aver fatto parte del sequestro di Annamaria Fusco, la giovane maestra figlia dell'imprenditore del vino Antonio Fusco rimasta per sei mesi nelle mani della Sacra corona unita, prima di essere liberata dopo un lauto riscatto. Stranieri infatti era stato il numero due della cosiddetta quarta mafia. "Me lo hanno tenuto lontano per 32 anni ? dice Anna Stranieri, la figlia che non ha mai smesso di lottare per i suoi diritti ? ed ora che ha pagato i suoi errori lo Stato si accanisce e non si ferma neanche davanti al tumore; ormai è chiaro che gli vogliono far fare la fine di Provenzano".
La sua denuncia è stata raccolta dalla radicale e presidente d'onore di Nessuno Tocchi Caino Rita Bernardini. Subito si è attivata chiedendo al capo del Dap, Santi Consolo, di intervenire sulla vicenda. Rita Bernardini conosce bene la situazione perché aveva già segnalato il grave problema del carcere di L'Aquila: durante la visita di Pasqua aveva ritrovato reclusi cinque detenuti al 41 bis che dovevano scontare la cosiddetta "casa lavoro"; aveva chiesto a uno di loro quale fosse il suo lavoro attraverso il quale avrebbe dovuto "rieducarsi" e ottenuto la risposta che faceva lo scopino per 5 minuti al giorno. Uno che faceva il porta-vitto, le chiese "Come faccio a dimostrare che non sono più pericoloso? ". Un altro ancora le fece presente che l'ora d'aria si svolgeva in un passeggio coperto senza mai poter ricevere la luce diretta del sole. "Qui non possiamo fare una revisione critica del nostro percorso; uno di noi che si vuole salvare che deve fare? ".
Rita Bernardini fa quindi presente che a Vincenzo Stranieri, gravemente malato e quasi impazzito per i disumani e degradanti trattamenti subiti, sarà riservato questo trattamento assolutamente non compatibile con i diritti e la dignità di una persona. A questo si aggiunge che a causa della sua malattia ha bisogno della chemioterapia: il carcere di L'Aquila sarà in grado di riservargli questo trattamento sanitario assolutamente indispensabile?
Alla trasmissione Radio carcere, condotta da Riccardo Arena, la Bernardini ha posto in diretta la questione a Santi Consolo. Il capo del Dap le ha risposto che purtroppo tutto rientra nella legge, dove è espressamente previsto che le persone ritenute ancora pericolose possono essere sottoposte a misura di sicurezza. Tuttavia ha segnalato il problema al magistrato di sorveglianza il quale ha ritenuto che Vincenzo Stranieri, nonostante i suoi gravi problemi di salute fisica e mentale, sia compatibile con la misura di sicurezza in 41 bis.
Consolo ha comunque espresso il parere personale - in sintonia con quello della Bernardini - che tale regime in 41 bis non è compatibile nemmeno con la finalità del lavoro, per questo ha allertato il Provveditore regionale per chiedere chiarimenti. Ricordiamo che per il rapimento di Anna Maria Fusco, Vincenzo Stranieri fu condannato a 27 anni di carcere ridotti in appello a 18 e 10 mesi. Ma nel frattempo gli anni sono diventati 32 per delle condanne inflitte quando era in carcere per reati di associazione mafiosa. Al momento della condanna era giovanissimo e non sta pagando nessuna condanna per omicidio: è giusto avergli prorogato gli anni di carcerazione presso la sezione dedicata al 41 bis, nonostante abbia scontato tutti gli anni inflitti e il sopraggiungere di questa grave malattia?
Ma come denuncia efficacemente Rita Bernardini, è giusto che la figlia Anna, oggi che il padre si trova nella cosiddetta "casa di lavoro" dell'Aquila, si sia sentita umiliata quando con arroganza qualcuno, alla sua garbata domanda "come sta mio padre? ", ha risposto "è in cella! ". La Bernardini conclude amaramente: "Anna Stranieri lo sa bene che suo padre è in cella e che ci rimarrà contro ogni principio di legalità e di umanità per altri due anni, ma era proprio necessario calpestare i suoi sentimenti? "
Nel carcere di L'Aquila, in realtà, è stata creata una casa di lavoro per internati sottoposti al regime previsto dall'art 41 bis op. Attualmente sono presenti, oltre a Stranieri, Filippo Guttadauro, Salvatore Corrao, Salvatore Nobis e Pasquale Scarpa. Sono stati collocati nella dismessa area riservata del carcere e sono trattati come detenuti particolarmente pericolosi, La loro gestione è affidata al Gom, lo speciale reparto operativo mobile.
Salvatore Corrao è internato da due anni e mezzo, gli altri da circa 7 mesi. Sono in gruppi da due persone, non hanno un programma trattamentale, non sono seguiti da educatori e criminologi. Il magistrato di sorveglianza non è mai andato in carcere a verificare le condizioni in cui si trovano questi internati nonostante le molteplici richieste avanzate.
Da qualche mese gli hanno consentito di lavorare, solo dopo le ripetute richieste avanzate dal difensore, ma solo con mansioni di scopino o porta vitto, A distanza di oltre due anni di reclami e ricorsi rigettati, anche il loro comune difensore, Piera Farina, ha perso la speranza.
Scarpa e Nobis nel mese di febbraio hanno presentato una licenza per gravi motivi di famiglia ma non hanno avuto riscontro dal magistrato. Corrao si trova nella peggiore delle condizioni: dopo 9 anni di detenzione (di cui 7 in regime di alta sorveglianza e 2 in 41 bis op) ha visto rigettarsi licenza premio, riesame anticipato della pericolosità e revoca anticipata del 41 bis.
A febbraio scorso scadevano i due anni di casa lavoro ma il magistrato si è determinato a prorogarla di 6 mesi e il tribunale di sorveglianza de L'Aquila cui è stato proposto appello non ha ancora depositato l'ordinanza. Il ministro della Giustizia gli ha prorogato il regime speciale a maggio e si è in attesa dell'udienza. Anche Scarpa ha avuto la proroga del regime speciale a gennaio e il tribunale di sorveglianza di Roma investito del reclamo ha rigettato anche la questione di legittimità costituzionale sollevata, ritenendola infondata.
Appare evidente che sia stato creato un nuovo e mascherato "fine pena mai" e magistrato di sorveglianza e tribunale di sorveglianza di Roma giocano a palla avvelenata.

 

Bologna: Garante regionale; al Pratello nessuna separazione fra minorenni e maggiorenni

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bologna2000.com, 22 luglio 2016

 

Nell'Istituto penale per i minorenni di Bologna "la situazione pare essere sotto controllo, dopo i disordini che si sono verificati circa un mese fa" ma rimane la criticità della "mancata separazione fra minorenni e maggiorenni che, anche per ragioni di ordine strutturale, legate all'organizzazione degli spazi detentivi, condividono ambienti e anche le medesime attività trattamentali".
Questa settimana Desi Bruno, Garante delle persone private della libertà personale della Regione Emilia-Romagna, ha effettuato un sopralluogo all'Istituto penale per i minorenni di Bologna, incontrando il direttore Alfonso Paggiarino e visitando le sezioni detentive e gli spazi dedicati ai laboratori, accompagnata da personale della Polizia Penitenziaria.
"Dopo i disordini che si sono verificati circa un mese fa, legati a una protesta dei ragazzi detenuti che aveva portato all'incendio dei materassi e all'aggressione di personale, la situazione è parsa essere sotto controllo- spiega Bruno-. I sei ragazzi coinvolti nei disordini sono stati trasferiti in altre sedi penitenziarie e, attraverso un interpello straordinario, è intervenuta un'integrazione di organico di sei unità della Polizia penitenziaria". Inoltre, sottolinea la Garante, "si registra che negli ultimi anni la direzione della struttura ha trovato una felice continuità di mandato mentre sono continui gli avvicendamenti al comando del reparto di Polizia penitenziaria".
Come riporta la figura di garanzia dell'Assemblea legislativa, "è sotto controllo anche il numero delle presenze": sono 20 i ragazzi detenuti, 19 presenti in istituto e 1 assente temporaneamente. Fra questi ci sono 11 minorenni, 13 condannati in via definitiva, 2 italiani, 3 tossicodipendenti, 2 autori di reati sessuali e 7 persone di fede musulmana. "Continuano a essere ospitati a Bologna anche quei ragazzi che sarebbero destinati all'Istituto penale per i minorenni di Firenze - ricorda -, in ragione della perdurante chiusura temporanea al fine di agevolare la conclusione dei lavori di ristrutturazione".
La Garante ha poi rilevato la criticità relativa alla "mancata separazione fra minorenni e maggiorenni che, anche per ragioni di ordine strutturale, legate all'organizzazione degli spazi detentivi, condividono ambienti e anche le medesime attività trattamentali".
Secondo Bruno "considerato che il trend nazionale relativo alla presenza di detenuti minorenni, in rapporti al numero di maggiorenni nel circuito penale minorile, risulta essere in diminuzione, sarebbe auspicabile una riorganizzazione degli spazi detentivi degli istituti penali minorili, prevedendo spazi adeguati dove collocare i detenuti giovani adulti". Anche perché, prosegue, "come noto, l'esecuzione dei provvedimenti limitativi della libertà personale nel circuito penale minorile è stata estesa anche nei confronti di coloro che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età ma non il venticinquesimo".
La Garante si concentra poi sulle condizioni dei ristretti: "Secondo quanto riferito dal direttore, sarebbe prossimo l'avvio dei lavori per la sistemazione del sottotetto e dell'area verde, dove i ragazzi sono soliti passare l'ora d'aria all'aperto e nella quale verranno allestiti nuovi campi da calcio e basket - riferisce Bruno.
Durante i lavori di ristrutturazione dell'area verde sarà necessario garantire ai ragazzi detenuti di poter usufruire delle ore d'aria previste, anche in condizioni di sicurezza per il personale, potendo risultare opportuno procedere a una diminuzione programmata delle presenze, di almeno la metà delle attuali, operando trasferimenti verso altre sedi penitenziarie, e anche eventualmente optando per una chiusura temporanea della struttura, sino alla conclusione dei lavori di ristrutturazione, come si è verificato in altre situazioni analoghe".
Nella mattinata, conclude la Garante, "i ragazzi detenuti erano impegnati in attività sportiva e nel laboratorio di falegnameria, e riprenderà a breve anche l'attività di formazione nel settore della ristorazione che ha già dato frutti importanti, dotando della professionalità adeguata giovani detenuti che preparano i pasti quotidiani".

 
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