Giovedì 23 Ottobre 2014
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Giustizia: intercettare i colloqui tra avvocato e cliente è un vero abominio

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di Domenico Ciruzzi (Vicepresidente Unione Camere Penali)

 

Il Garantista, 21 ottobre 2014

 

Registro con soddisfazione che l'idiota slogan "Intercettateci tutti" sembra essere scomparso dai circuiti mediatici. Allo stesso modo - e ciò invece non può che destare preoccupazione - il tema afferente la disciplina delle intercettazioni telefoniche e più in particolare il divieto di intercettare le conversazioni tra il difensore e l'assistito, sembra essere scomparso dai radar della politica.

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Giustizia: il Tao del manganello

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di Luigi Manconi

 

Il Foglio, 21 ottobre 2014

 

I casi Aldrovandi e Magherini e il senso della mia proposta di legge sulla nonviolenza in divisa. Oddio, signora mia, qui si vogliono disarmare i poliziotti e consegnarli, inermi, a facinorosi armati fino ai denti. Tanto scandalo perché, insieme ad altri parlamentari, ho presentato un disegno di legge che prevede, nei corsi di formazione per gli appartenenti alle forze di polizia, l'insegnamento delle tecniche della nonviolenza.

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Giustizia: agenti sotto processo per la morte di Giuseppe Uva.... ci sono voluti 6 anni

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di Mario di Vito

 

Il Manifesto, 21 ottobre 2014

 

Imputati, in aula. Sei anni e mezzo dopo la morte di Giuseppe Uva, per la prima volta i due carabinieri e i sei poliziotti che lo arrestarono e lo portarono nella caserma di via Saffi, varcano le soglie dell'aula bunker del tribunale di Varese.

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Giustizia: caso Ruby, ci si può dimettere anche contro un'ingiustizia

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di Livio Pepino

 

Il Manifesto, 21 ottobre 2014

 

Le dimissioni del giudice Tranfa dopo la sentenza d'appello sul "caso Ruby" sono lecite. Sbaglia la magistratura a stracciarsi le vesti in modo corporativo. Piuttosto, si consenta ai magistrati di presentare la propria sentenza "di minoranza" come accade nei giudizi di altri paesi.

L'assoluzione in appello di Silvio Berlusconi dai reati di concussione e prostituzione minorile nel cosiddetto caso Ruby continua a far discutere.

Dapprima la motivazione della sentenza: "È stato accertato aldilà di ogni ragionevole dubbio che durante alcune serate organizzate in compagnia delle più disinibite ragazze che erano solite frequentare Arcore e trarne utilità economiche, attività di prostituzione fu effettivamente svolta e con modalità significativamente ricorrenti. [...]Si trattava di un sistema in cui l'aspetto fisico, la disponibilità delle donne a esibire i propri attributi femminili, inscenare esibizioni seduttive e erotizzanti provocare e consentire eventuali toccamenti erano credenziali apprezzate".

E anche la diciassettenne El Mahroug Karima detta Ruby era partecipe del sistema, come confermato dal brusco innalzamento del tenore di vita della ragazza in contemporanea con le visite ad Arcore. A ciò vanno ricollegate le telefonate effettuate in questura per ottenere l'immediato (e illegittimo) rilascio di Ruby, in quanto "con la fuoriuscita della giovane dall'area di controllo delle autorità minorili l'allora presidente del Consiglio vedeva diminuire il rischio che la stessa rivelasse i retroscena compromettenti della loro frequentazione".

E tuttavia l'imputato eccellente deve essere assolto: perché manca la prova che, all'epoca della frequentazione, egli fosse consapevole della minore età della sua giovane favorita e perché le pressioni da lui esercitate, seppur indebite, "non esprimono né implicitamente tradiscono alcun contenuto minatorio".

La lettura della motivazione conferma le perplessità espresse all'atto della pronuncia del dispositivo. I giudizi di fatto sono certo opinabili ma sostenere che qualcuno (nella specie il presidente del Consiglio) chieda il rilascio di una ragazza trattenuta in questura perché minorenne ignorandone (e avendone ignorato nei precedenti mesi di intima frequentazione) la minore età è cosa a dir poco ardita.

E lo stesso vale per le considerazioni in diritto, essendo davvero spericolato sostenere che la richiesta dell'ex cavaliere, fatta anche con una telefonata notturna a casa del responsabile della Questura, di liberare (illegittimamente e contro l'indicazione del magistrato minorile) l'avvenente Ruby vada interpretata come un semplice (seppur fastidioso) suggerimento inidoneo a condizionare il funzionario. È come dire che la costrizione, elemento costitutivo del delitto di concussione, esiste solo in caso di minaccia esplicita (magari con armi): cioè mai, ché non sono certo queste le intimidazioni usate dai pubblici ufficiali.

Sembrava, a questo punto, che il discorso fosse chiuso, salvo le valutazioni dei giuristi e dell'opinione pubblica, in attesa del giudizio della Cassazione.

E invece no. Subito dopo avere sottoscritto la motivazione, il 16 ottobre, il presidente del collegio giudicante ha comunicato al Consiglio superiore la decisione di lasciare, con effetto immediato, la magistratura. Una decisione all'evidenza dirompente, presentata dai media in modo univoco: "Con un gesto senza precedenti nella storia giudiziaria italiana, Enrico Tranfa, il presidente del collegio della Corte d'appello di Milano nel processo Ruby, ieri si è dimesso di colpo dalla magistratura con una scelta che svela così il suo radicale dissenso dalla decisione, maturata nella terna del suo collegio, di assolvere l'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi".

Sono passati due giorni ed è intervenuto, con una nota formale, il presidente della Corte di appello di Milano per stigmatizzare il comportamento di Tranfa osservando che "le sue dimissioni non appaiono coerenti con le regole ordinamentali e deontologiche se dettate dal motivo di segnare il personale dissenso rispetto alla sentenza assolutoria di appello nel procedimento a carico di Silvio Berlusconi".

Di male in peggio, vien da dire. Non conosco i giudici coinvolti nella decisione e nulla so delle ragioni (evidentemente gravi, almeno da un punto di vista soggettivo) che hanno indotto il presidente del collegio a una decisione drastica come le dimissioni.

Ma ci sono problemi di principio che travalicano le vicende personali. In particolare la pretesa, sottostante alla nota del presidente della Corte milanese, di escludere finanche il diritto ad andarsene di chi vuol prendere le distanze da decisioni per lui inaccettabili rivela una concezione burocratica della magistratura che ci riporta indietro di decenni. Io non so - lo ripeto - se sia stata questa la ragione della scelta di Tranfa ma se lo è stata, tanto di cappello! L'assunzione di responsabilità personali, infatti, non piace alle corporazioni ma è un fattore di trasparenza. E non c'entra nulla la violazione del segreto della camera di consiglio che ne è, caso mai, un effetto indiretto!

Piuttosto, anziché stracciarsi le vesti, sarebbe il caso di aprire finalmente un confronto sull'introduzione, anche nel nostro Paese, della facoltà, per il giudice rimasto in minoranza, di depositare la propria motivazione dissenziente (così collegando l'autorevolezza delle decisioni alla solidità degli argomenti contrapposti e non al peso di una unanimità solo apparente).

 

Giustizia: Storace oggi va a processo per il caso vilipendio, la telefonata con Orlando

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di Fabrizio Caccia

 

Corriere della Sera, 21 ottobre 2014

 

 

"Pronto anche alla galera". Lite e chiarimento con il ministro. "Vado in aula a testa alta, con la certezza che il diritto prevarrà e i miei legali Naso e Reboa riusciranno a portare a casa il verdetto di assoluzione. Se così non sarà, non ci si illuda con soluzioni ipocrite. Se pensano di cavarsela con la condizionale, sbagliano di grosso. L'ho detto ieri anche al ministro Orlando, al telefono: la mia reazione a una sanzione ingiusta sarebbe la reiterazione di un reato che dovrebbe essere cancellato dal codice penale".

Così Francesco Storace nel suo editoriale di questa mattina sul Giornale d'Italia online, di cui è il direttore, proprio mentre il leader de La Destra sarà in tribunale a piazzale Clodio per rispondere dell'accusa di vilipendio al capo dello Stato. Rischia il carcere, Storace, anche se l'udienza di oggi potrebbe essere rinviata per l'astensione in corso dei magistrati onorari. In caso di condanna, comunque, lui non farà appello: "Via questa roba che ancora oggi resiste a dispetto del tempo... il Parlamento può legiferare velocemente in materia - scrive Storace nel suo editoriale. Occorre riflettere sulla possibilità che si possa andare in carcere per una sorta di lesa maestà. Occorre evitare che possa essere punita con la prigione una frase di troppo...".

La parola di troppo, "indegno", pronunciata nei confronti di Giorgio Napolitano, risale al 2007, nel bel mezzo di una polemica rovente sui senatori a vita, ritenuti all'epoca dal centrodestra le "stampelle" del governo Prodi: Storace se la prese con Rita Levi Montalcini, il capo dello Stato intervenne a difesa del Premio Nobel e il leader de La Destra reagì definendo "indegno" il suo comportamento.

"Sì, ma poi io scrissi al presidente - ha ricordato più volte, lui, negli ultimi giorni - dicendogli chiaramente che mi dispiaceva di avere ecceduto nei toni e chiedendogli un incontro. Napolitano mi ricevette, stemmo molto tempo a conversare. Lo stesso portavoce del Quirinale di allora, Pasquale Cascella, dichiarò chiuso l'incidente. E invece eccoci arrivati al processo. Ma non voglio privilegi e sono pronto ad affrontare la galera".

Così, ha passato le ultime ore a rispondere a centinaia di telefonate, tweet e messaggi su Facebook: da Gianfranco Fini a Vladimir Luxuria, da Silvio Berlusconi a Roberto D'Agostino, in tantissimi gli hanno manifestato solidarietà. Ieri è stata la volta anche di Donna Assunta Almirante, con cui pure in passato non son mancati i diverbi: "Francesco non è cattivo, anzi è un uomo buono - lo difende a spada tratta Donna Assunta - Lui aiuta tutti, solo che è impulsivo e spesso non sa trattenere la lingua. Davvero sarebbe ingiusto il carcere per una parola, io comunque l'andrei a trovare...".

La telefonata più importante, ieri, Storace l'ha avuta però col ministro della Giustizia, Andrea Orlando: "Gli va dato atto - dice l'imputato - di aver compiuto un gesto di apprezzabile umiltà. Colto in fallo sui social network, il Guardasigilli mi ha chiamato alla vigilia del processo per scusarsi. L'ho accolto con un "ben alzato" dei miei...".

Lo stesso Orlando ha svelato poi quel che era successo: "Non avevo alcuna intenzione di schernire Storace. Mentre domenica su Twitter seguivo la discussione relativa all'hashtag #iostoconstorace ho cliccato inavvertitamente sul commento di un utente (che diceva in sostanza: "Storace? Problema suo" ndr)".

"La cosa più importante, però - conclude l'ex governatore del Lazio - è che Orlando abbia pubblicamente preso impegno a discutere con Nitto Palma, il presidente della commissione Giustizia del Senato, la proposta di legge per l'abrogazione del reato di vilipendio. Forse anche in casa del Pd si può abbattere un muro".

 
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