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Sassari: braccialetti elettronici esauriti, la Telecom "non abbiamo responsabilità"

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di Nadia Cossu

 

La Nuova Sardegna, 30 agosto 2015

 

Sul caso del detenuto costretto a rimanere in carcere la società replica: numeri stabiliti dal Ministero Il legale: due giorni fa la Cassazione ha detto sì ai domiciliari anche senza il dispositivo elettronico. È la prima considerazione della Telecom che ieri è intervenuta sul caso del detenuto di Nule arrestato domenica scorsa a Sassari dai carabinieri per aver minacciato con una pistola il proprio fratello. All'esito dell'udienza di convalida - martedì - il giudice aveva disposto la detenzione domiciliare con l'obbligo del braccialetto elettronico.

E qui è scoppiato il caso, segnalato dall'avvocato Pasqualino Federici che tutela il detenuto Biagio Mellino, un imprenditore di 60 anni. Avendo la Telecom esaurito la disponibilità dei dispositivi elettronici l'uomo è costretto a restare in carcere. "Pur avendo la possibilità di tornare a casa - aveva tuonato Federici - non può farlo e la sua libertà personale di fatto dipende dalla Telecom che non ha più braccialetti in dotazione".

Una chiara provocazione che ha comprensibilmente suscitato la reazione e la replica della società di telefonia: "Il ministero dell'Interno ha sottoscritto con noi un contratto per la fornitura a livello nazionale di duemila braccialetti. Altro non abbiamo fatto che mettere a disposizione ciò che ci è stato chiesto".

Cioè a dire che non può essere attribuita alla Telecom la "colpa" della permanenza in carcere di un detenuto. "Il limite è stato raggiunto a giugno del 2014 - aggiungono. Le richieste di braccialetti da parte delle Procure possono essere evase solo a fronte del recupero per fine misura di un dispositivo in esercizio". Ma forse, molto più semplicemente, il numero dei braccialetti non è sufficiente - a maggior ragione dopo il decreto svuota carceri - e magari andrebbe incrementato.

Secondo l'avvocato Federici il fatto che non si tratti di un episodio isolato ma di un caso analogo a molti altri nella penisola significa che va posto all'attenzione dei piani alti: "Ci sono delle gravi responsabilità politiche - sottolinea il legale con un passato da senatore e membro della commissione giustizia - Tutto questo è anticostituzionale e nel frattempo ho già presentato ricorso al tribunale della libertà".

Il tema è molto attuale e lo stesso Federici annuncia la vera notizia: "Due giorni fa la Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso di un detenuto nei confronti del quale il tribunale della libertà di Catania (a marzo del 2015 ndr) aveva disposto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con quella dei domiciliari subordinata all'applicazione del dispositivo di controllo elettronico, disponendo però la permanenza in carcere fino all'installazione del bracciale. Ma anche in questo caso i dispositivi erano finiti. Ebbene: la Quarta sezione penale, con la sentenza numero 35571/2015, ha sottolineato che il braccialetto elettronico "rappresenta una cautela che il giudice può adottare, se lo ritiene necessario, non già ai fini della adeguatezza della misura più lieve, vale a dire per rafforzare il divieto di non allontanarsi dalla propria abitazione, ma ai fini del giudizio, da compiersi nel procedimento di scelta delle misure, sulla capacità effettiva dell'indagato di autolimitare la propria libertà personale di movimento, assumendo l'impegno di installare il braccialetto e di osservare le relative prescrizioni". Ergo: sì ai domiciliari anche senza braccialetto".

 

Sdr: braccialetto elettronico non è conditio sine qua non per i domiciliari

 

"Il detenuto Biagio Mellino, come sostiene l'avv. Pasqualino Federici, può accedere direttamente ai domiciliari anche se non è disponibile il braccialetto elettronico. Non è più infatti conditio sine qua non". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme" con riferimento al caso del cittadino privato della libertà costretto a restare dietro le sbarre per la mancata disponibilità del dispositivo di controllo.

"La recente sentenza della Cassazione parla chiaro. La mancanza di braccialetti, per insufficiente disponibilità di fondi da parte della pubblica amministrazione, non può ricadere sul cittadino e la misura meno afflittiva può essere eseguita a prescindere dal mezzo tecnico di controllo".

"È evidente dunque - sottolinea Caligaris - che il caso del detenuto Mellino deve essere immediatamente risolto. La sentenza del Supremo Collegio però apre non solo la strada a numerosi domiciliari finora rimasti sulla carta, ma pone una questione di fondo. Se il braccialetto non è fondamentale per accedere alla misura, a che cosa è valso promuovere un accordo con Telecom che comporta peraltro sopralluogo tecnico, tempi di attivazione, controlli e notevoli oneri finanziari? Oltre alle cause per ingiusta detenzione che potrebbero fioccare, c'è - conclude la presidente di Sdr - anche una questione di sperpero di denaro pubblico sulla quale riflettere e approfondire".

 

Voghera (Pv): Uil-Pa; detenuto tenta il suicidio, salvato da un agente all'ultimo minuto

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La Provincia Pavese, 30 agosto 2015

 

Un detenuto del carcere di Medassino ha tentato di uccidersi. È stato salvato in extremis dalla polizia penitenziaria: che adesso, però, punta il dito su una serie di disfunzioni e carenze. "Nei giorni scorsi si è verificato un tentativo di suicidio - afferma Andrea Sardo, segretario provinciale Uil-Pa penitenziari.

Verso le 13 un detenuto italiano ha tentato di togliersi la vita soffocandosi con una busta, del tipo utilizzato solitamente per raccogliere i rifiuti. La tragedia è stata sventata dalla polizia penitenziaria. Gli agenti si sono accorti di quanto accadeva e sono intervenuti, liberando il detenuto dal sacchetto e da una corda che si era stretto al collo. Si tratta dello stesso personale che è costretto ad aspettare mesi e mesi per vedersi retribuiti straordinari e missioni, che è privato delle proprie divise per forniture inadeguate, che viaggia con mezzi obsoleti e fatiscenti, che spesso è obbligato a coprire più posti di servizio.

E nonostante tutto espleta il proprio mandato a testa alta e senza condizionamenti, nonostante la noncuranza dell'amministrazione". Interviene anche il segretario regionale della Uil polizia penitenziaria, Gianluigi Madonia. "Questo episodio - afferma - è un segnale che il malessere e gli episodi critici si stanno espandendo a macchia d'olio negli istituti penitenziari e quindi anche a Voghera. Le criticità legate alla carenza di organico, all'insufficienza delle figure chiamate a seguire i detenuti, l'assenza di mezzi, strumenti e spazi, sono comuni a molti istituti. A Voghera la polizia penitenziaria è sotto organico.

Ci sono solo due educatori e uno psicologo per 400 detenuti. La mancanza di spazi limita le possibilità di trattamenti: tutto questo rende ancora più dura la detenzione. Il nuovo padiglione, aperto da oltre due anni, è un fallimento. I progettisti non hanno considerato che non bastano le celle. Un carcere moderno ha bisogno di spazi per i colloqui, aree per le attività scolastiche e professionali, luoghi di culto. Tutto questo non c'è: chi ha progettato il nuovo padiglione ha pensato che i detenuti debbano sempre stare chiusi in camera. Questo aumenta la disperazione dei detenuti e impedisce le possibilità di recupero".

 

Pisa: primo negozio di prodotti dei detenuti, sarà gestito dalle volontarie cattoliche del Cif

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Ansa, 30 agosto 2015

 

Si chiama "L'angolino solidale" ed è il primo negozio cittadino, gestito dal Cif (Centro italiano femminile) di Pisa, dove sarà possibile acquistare oggetti realizzati dai detenuti del carcere Don Bosco. Il punto vendita è stato inaugurato stamani alla presenza del sindaco Marco Filippeschi e dell'arcivescovo, Giovanni Paolo Benotto, e si trova a pochi passi da Palazzo Blu, nel centro storico. "L'iniziativa del Cif - ha detto Filippeschi - sostenuta dal Cesvot provinciale, è un bel dono alla città. Il negozio solidale è centralissimo, in Lungarno.

Con le offerte che si raccoglieranno potrà venire un aiuto concreto per le detenute della casa circondariale Don Bosco. È un altro segno di carità e di relazione della città con chi ha bisogno di vicinanza, per sostenere la condizione di recluso e per preparare percorsi di reinserimento. Molto è dovuto all'azione delle volontarie e fin da ora offro la disponibilità del Comune a sostenere l'iniziativa e a promuoverla perché tutti la conoscano".

 

Verona: un risciò per gli anziani che aiuta l'integrazione dei detenuti

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di Ludovica Purgato

 

L'Arena, 30 agosto 2015

 

Sarà condotto da detenuti volontari dopo un periodo di formazione. La Fondazione Cattolica: "Potranno riscoprire la città con un mezzo nuovo". Un risciò per unire due mondi permeati troppo spesso da solitudine e sofferenza. Un risciò come mezzo solidale, capace di abbattere pareti e regalare nuovi sorrisi.

Il progetto "Risciò Solidale", ideato da Clv impresa sociale, Clv Pensionati-Cisl Verona e Anteas Verona con il supporto della Fondazione Cattolica è stato sposato dalla responsabile della Fondazione Oasi Serafìna Dalla Tomba e partirà in questi giorni al cenno servizi "Al Barana". L'iniziativa sociale, attiva da un mese anche alla casa di cura Sant'Anna di via Marsala, intende offrire un servizio di trasporto eco-sostenibile gestito da detenuti in fase di reinserimento e dedicato ad anziani o persone con disabilità. La finalità sarebbe quella di sviluppare reciproci rapporti di solidarietà e arricchimento emotivo. Detenuti volontari, dopo un periodo di formazione, polleranno in giro per il centro storico gli ospiti del centro comodamente seduti su uno dei due risciò a disposizione, dotati di pedalata assistita e pannelli fotovoltaici.

"È stata una sorpresa travolgente", racconta Maria Mastella, presidente della Fondazione Oasi, "abbiamo approvato questa iniziativa nel giro di due settimane. E una grossa opportunità: due difficoltà si mettono insieme per creare una forza. Non abbiamo perso questa occasione

che peraietterà agli anziani di riscoprire la nostra città con un mezzo nuovo". Ma com'è nata questa iniziativa? "Da una bellissima proposta che ho ricevuto da Fausto Scandola, presidente di Clv", spiega Mariagrazia Bregoli, direttore della casa circondariale. "Questo progetto mi ha entusiasmata fin da subito, penso che sia necessario impegnare i detenuti in attività importanti e di valore, capaci di stimolare il senso civico. Questa iniziativa offre reciprocità e insegna a prendersi cura degli altri".

Entrambe le parti coinvolte sono davvero entusiaste e si vorrebbe in futuro creare un servizio turistico che permetterebbe di finanziare quello sociale. Insomma un progetto ben strutturato, che offre opportunità di crescita relazionale o, usando le parole del vescovo Giuseppe Zenti, che ha benedetto i risciò, "capace di far uscire le persone dal loro isolamento sociale".

L'iniziativa è realizzata grazie alla partnership con la casa circondariale, la Federazione associazioni nazionali disabili (Fand), l'Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (Uici), l'Ente nazionale sordi (Ens), gli Amici della bicicletta e l'associazione "A mente libera". Conclude l'assessore ai Servizi sociali Anna Leso: "Questo significa lavorare in sinergia: è un modo intelligente per capire cos'è realmente la rete sociale".

 

Orvieto: Sappe; detenuto tunisino non vuole farsi perquisire e aggredisce gli agenti

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Giornale dell'Umbria, 30 agosto 2015

 

L'ennesima violenta aggressione contro due poliziotti penitenziari da parte di un detenuto tunisino scatena la reazione del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe. L'episodio è accaduto ieri nella Casa di reclusione di Orvieto.

"Il detenuto al rientro dal passeggio si è rifiutato di sottoporsi alla perquisizione prevista per il reparto di appartenenza e ha aggredito un assistente di polizia penitenziaria", denuncia il Segretario regionale umbro del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe Fabrizio Bonino. "Immediato l'intervento di un altro Assistente capo del Corpo che ha impedito il peggio. Il detenuto è stato immobilizzato e non ha riportato lesioni, mentre il collega è stato inviato in ospedale e ha riportato lesioni al braccio destro guaribili in 20 giorni. Il ventenne tunisino da poco più di un mese assegnato all'istituto orvietano è recidivo per la promozione di disordini in altri istituti della regione".

"È uno stillicidio costante e continuo: i nostri poliziotti penitenziari continuano a essere picchiati e feriti nell'indifferenza delle autorità regionali e nazionali dell'amministrazione penitenziaria, che è costretta a confermare l'aumento delle violenze contro i Baschi Azzurri del Corpo nonostante il calo generale dei detenuti ma che non adotta alcun provvedimento concreto perché queste folli aggressioni abbiamo fine, ad esempio sospendendo quelle pericolose vergogne chiamate vigilanza dinamica e regime penitenziario aperto", denuncia il Segretario Generale del Sappe Donato Capece, che rivolge al poliziotto ferito "la solidarietà e la vicinanza del primo Sindacato dei Baschi Azzurri".

"Sembra che a nessuno, a parte noi, interessa e preoccupa che quasi ogni giorno in un carcere qualche poliziotto penitenziario venga picchiato. Certo non all'Amministrazione penitenziaria dell'Umbria e di quella nazionale che nonostante le centinaia di casi in tutta Italia e le decine in Regione, non adottano alcun provvedimento per porre fine a queste ignobili colluttazioni, adottando ad esempio pesanti sanzioni disciplinari contro i responsabili. Forse pensano che siamo da macello, che disarmati e senza alcuna tutela abbiamo quasi il dovere di prendere schiaffi in servizio", aggiungono i due sindacalisti del Sappe.

 
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