Mercoledì 21 Febbraio 2018
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Toghe, record di condanne disciplinari: una su 4 è per ritardata scarcerazione

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di Valentina Errante e Sara Menafra

 

Il Messaggero, 20 febbraio 2018

 

A mandato quasi concluso, il bilancio è di oltre 500 procedimenti disciplinari definiti. Violazioni più o meno pesanti che hanno visto coinvolte le toghe e sono state esaminate dal Csm tra il 2014 e il 2018. Otto i casi di corruzione, contestati dalle procure, di cui, in seconda battuta, si è occupata la sezione disciplinare.

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Populismi giudiziari

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di Rocco Todero

 

Il Foglio, 20 febbraio 2018

 

Giulia Bongiorno era la paladina del garantismo penale. Ora, candidata con Salvini, sposa il giustizialismo Nell'immaginario collettivo l'esordio sulla scena pubblica dell'avvocato Giulia Bongiorno ai tempi della difesa in giudizio dell'onorevole Andreotti era stato ragionevolmente associato alla discesa in campo di una paladina del garantismo penale.

Nel processo indiziario per associazione mafiosa contro il sette volte presidente del Consiglio dei ministri l'impressione era stata sin da subito quella che i pubblici ministeri di Palermo si trovassero davanti, oltre che la maestria di Franco Coppi e Gioacchino Sbacchi, la pugnace resistenza di un giovane avvocato in grado d'incarnare alcuni fra i principali capisaldi del liberalismo in materia penale: l'inderogabilità del principio di legalità, la necessità d'una prova di colpevolezza ogni oltre ragionevole dubbio, la tassatività e la determinatezza della fattispecie criminale, solo per citarne alcuni.

Poi l'intraprendente carriera politica dell'avvocato Bongiorno, sviluppatasi di pari passo all'invidiabile successo professionale, ha rivelato un'involuzione sul piano squisitamente culturale, tale da alimentare il dubbio che alcune prese di posizione di marca garantiste, assunte nel corso dello svolgimento dei numerosi ed importanti processi che l'hanno vista protagonista, rispondessero più alla necessità di vestire i panni del difensore che a quella di testimoniare un'adesione genuina ai fondamentali criteri guida delle garanzie in ambito penale.

Oggi il catalogo delle esternazioni di chiara vocazione cosiddetta "securitaria tendente al populista" è stracolmo fino all'inverosimile e rende giustizia anche della collocazione politica che il famoso avvocato d'origini palermitane ha scelto per le prossime imminenti elezioni nazionali all'interno della Lega di Matteo Salvini.

Si va da un'interpretazione della legittima difesa che annichilisce del tutto le potenzialità del principio di proporzione, il quale obbliga invece a non aprire il fuoco contro un individuo che scappa o che non aggredisce l'integrità fisica altrui, alla richiesta di pene esemplari anche per reati di poco conto, come avviene ad esempio nei paesi dell'est (a quanto pare eretti dalla Bongiorno a modello di civiltà giuridica universale) dove "se rubi una tuta ti danno 7 anni", in assoluto dispregio, ci si dimentica di ricordare, del divieto di assegnare alla sanzione penale una funzione esclusivamente generale o speciale preventiva.

Gli strali della Bongiorno colpiscono, poi, tanto gli strumenti processuali di deflazione del contenzioso (degradati a regali che lo stato offrirebbe ai delinquenti senza nulla pretendere in cambio), quanto i benefici penitenziari, indulto compreso, che nulla avrebbero a che fare con la vera funzione della pena la quale, a quanto pare, si deve aggiungere a questo punto, sarebbe disciplinata da una diversa ed imperscrutabile norma diversa dall'articolo 27 della Costituzione repubblicana che annovera invece anche la rieducazione fra gli scopi della sanzione da infliggere al condannato.

Per completare il quadro si possono citare, ancora e nell'ordine, le perplessità dell'avvocato Bongiorno sulla non imputabilità degli individui minori di 14 anni e sui benefici alternativi del processo penale minorile, l'avversione dichiarata verso ogni forma di attenuante prevista dall'ordinamento giuridico penale, la proposta di scambiare la volontaria castrazione chimica del condannato recidivo con un sostanzioso sconto di pena e infine la legittimazione attribuita a ogni forma di ancestrale paura per placare la quale sarebbero giustificate le più spropositate reazioni auto difensive.

Il Bongiorno-pensiero in materia penale, insomma, appare nelle sue linee generali coincidente con l'impostazione che il magistrato Piercamillo Davigo ha esposto nel libro di recente pubblicazione dal titolo "Giustizialisti" che tanto piace al Movimento Cinque stelle, e getta un fascio di luce chiarificatrice sulle assonanze programmatiche dell'ampio fronte dei populisti che si contenderanno il favore elettorale degli italiani il prossimo 4 marzo.

 

Da marzo le nuove regole sulle impugnazioni penali

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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 20 febbraio 2018

 

Cambieranno dal prossimo 6 marzo le regole sulle impugnazioni penali. Sulla Gazzetta Ufficiale n. 41 del 19 febbraio 2018 è stato pubblicato il decreto legislativo n. 11 del 6 febbraio che, in esecuzione della delega contenuta nella legge di riforma del processo penale modifica il la disciplina sia per il Pm sia per l'imputato. Il testo prevede innanzitutto che il pubblico ministero propone impugnazione con effetti favorevoli all'imputato solo con ricorso per Cassazione. È così valorizzato il ruolo di parte del pubblico ministero accentuando il suo ruolo di antagonista processuale dell'imputato. Può dunque proporre appello contro le sentenze di proscioglimento, perché queste smentiscono la pretesa punitiva portata avanti con l'esercizio dell'azione, ma non può aggredire le sentenze di condanna, proprio perché queste, indipendentemente dalla pena inflitta, riconoscono la fondatezza dell'azione.

Le sentenze di condanna sono invece appellabili dal pubblico ministero soltanto in alcune ipotesi (modifica del titolo del reato, esclusione della circostanza aggravante ad effetto speciale, sostituzione della pena ordinaria), quando le decisioni del giudice incidono in maniera significativa soprattutto sulla determinazione della pena. All'imputato, di conseguenza, è impedito l'appello delle sentenze di proscioglimento pronunciate con le più ampie formule liberatorie, cioè perché il fatto non sussiste o perché l'imputato non lo ha commesso. Emerge allora con evidenza la volontà di ridurre i casi di appello, comprimendo il potere d'impugnazione nei limiti in cui le pretese delle parti, legate all'esercizio dell'azione penale per il pubblico ministero e al diritto di difesa per l'imputato, sono soddisfatte.

 

Corpo del reato, sequestro valido anche se le modalità sono irregolari

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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 20 febbraio 2018

 

Corte di cassazione - Sentenza del 19 febbraio 2018 n. 7966. "Il provvedimento di sequestro può essere emesso in ogni tempo ed anche su cose apprese in modo illegittimo dalla polizia giudiziaria". La Corte di cassazione, sentenza del 19 febbraio 2018 n. 7966, ha così respinto il ricorso di un uomo contro il provvedimento di sequestro di due telefoni cellulari disposto dalla Dda di Catanzaro.

Secondo il ricorrente la richiesta del provvedimento era stata fatta dalla polizia giudiziaria soltanto 15 giorni dopo l'effettiva apprensione dei telefoni che era avvenuta contestualmente al fermo, mentre il provvedimento vero e proprio era arrivato soltanto tre mesi dopo, caratterizzandosi come una sorta di "tardiva convalida di un atto della polizia giudiziaria". Per la Suprema corte, però, correttamente il Tribunale, per un verso, ha evidenziato che la mancata convalida del sequestro di urgenza "non preclude l'emissione di un autonomo provvedimento di sequestro della stessa specie". Per l'altro, che il sequestro del corpo del reato o delle cose pertinenti al reato con finalità probatorie "costituisce atto dovuto ed è sempre utilizzabile come prova, in qualsiasi modo si sia ad esso pervenuti: ne discende che il provvedimento di sequestro può essere emesso in ogni tempo ed anche su cose apprese in modo illegittimo dalla polizia giudiziaria".

In altri termini, prosegue la decisione, "se è vero che l'illegittimità della ricerca della prova del commesso reato, allorquando assume le dimensioni conseguenti ad una palese violazione delle norme poste a tutela dei diritti soggettivi oggetto di specifica tutela da parte della Costituzione, non può, in linea generale, non diffondere i suoi effetti invalidanti sui risultati che quella ricerca ha consentito di acquisire, è altrettanto vero che allorquando quella ricerca, comunque effettuata, si sia conclusa con il rinvenimento ed il sequestro del corpo del reato o delle cose pertinenti al reato, è lo stesso ordinamento processuale a considerare del tutto irrilevante il modo con il quale a quel sequestro si sia pervenuti: in questa specifica ipotesi, e ancorché nel contesto di una situazione non legittimamente creata, il sequestro rappresenta un atto dovuto".

Ciò vuol dire, conclude la Corte, che "allorquando ricorrono le condizioni previste dall'articolo 253, comma 1, c.p.p., gli aspetti strumentali della ricerca, pur rimanendo partecipi del procedimento acquisitivo della prova, non possono mai paralizzare l'adempimento di un obbligo giuridico che trova la sua fonte di legittimazione nello stesso ordinamento processuale ed ha una sua razionale ed appagante giustificazione nella necessità primaria di interrompere il protrarsi di una situazione di intrinseca illiceità penale, quando non addirittura la permanenza del reato o gli effetti al reato strettamente connessi".

 

Per il caporalato basta il reclutamento dei braccianti e non serve il fine di lucro

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di Giampaolo Piagnerelli

 

Il Sole 24 Ore, 20 febbraio 2018

 

Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 19 febbraio 2017 n. 7891. Stretta della Cassazione sul caporalato. La Corte con la sentenza n. 7891/18 ha legittimato la misura cautelare personale della presentazione presso la polizia giudiziaria per un immigrato indiziato del reato ex articolo 603 bis commi 1, 3 e 4 cp.

Il ricorso in Cassazione. L'indagato ha presentato ricorso in Cassazione evidenziando che la propria condotta non rientrasse tra quelle previste dall'articolo 603-bis cp dal momento che non aveva tratta alcun vantaggio dallo sfruttamento dei braccianti agricoli ed erroneamente il gip aveva ritenuto irrilevante stabilire se egli avesse agito a fine di lucro o semplicemente per aiutare i propri connazionali.

Sul punto i Supremi giudici hanno richiamato l'articolo 603-bis del codice penale evidenziando come a seguito delle modifiche apportate dalla legge 199/2016 la norma deve essere intesa nel senso che va punito chiunque recluti manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, sul solo presupposto dello stato di bisogno dei lavoratori e senza che sia richiesta, per l'integrazione, una finalità di lucro.

L'indagato, peraltro, aveva evidenziato come ci fosse stato un travisamento della prova laddove è stato attribuito valore indiziario al reperimento nello zaino dell'indagato di un elenco di 93 nominativi che, tuttavia, non corrispondevano a quelli dei braccianti identificati. Ma sul punto si legge nella sentenza, esula dalle funzioni della Cassazione la valutazione della sussistenza o meno dei gravi motivi e delle esigenze cautelari, essendo questo compito primario ed esclusivo dei giudici di merito e, in particolare, del giudice al quale è richiesta l'applicazione della misura e poi, eventualmente, del giudice del riesame.

I confini del giudizio - Alla Cassazione quindi non è consentito esprimersi dando un giudizio ricostruttivo del fatto e gli apprezzamenti del giudice di merito sull'attendibilità delle fonti e la rilevanza e la conclusione dei risultati del materiale probatorio, quando la motivazione sia adeguata, coerente ed esente da errori logici e giuridici.

 
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