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Cina: morto in carcere Vescovo di 94 anni, situazione dei diritti umani resta drammatica

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www.acatitalia.it, 4 marzo 2015

 

La situazione dei diritti umani in Cina resta drammatica. A denunciarlo Acat France, che partendo dai dati forniti da World Coalition, evidenzia come anche nel 2014, il paese asiatico confermi il proprio primato nell'infliggere la pena di morte con 3.000 esecuzioni effettuate, pari al 2013. Anche la tortura e i trattamenti disumani si confermano come fenomeni endemici all'interno dei luoghi di detenzione senza che il Governo abbia cercato di fare nulla per arrestare il fenomeno. Inoltre, dall'inizio del 2013 fino alla fine del 2014 ben 250 difensori dei diritti umani sono stati imprigionati.

Secondo alcune fonti ( ma ancora si attende conferma ufficiale) sarebbe morto mentre era detenuto, anche il vescovo novantaquattrenne Shi Enxiang, arrestato nel 2001 e incarcerato in un luogo segreto della Cina. I famigliari attendono ancora che venga loro restituito il cadaver

 

Tunisia: blogger Yassine Ayari condannato al carcere per "diffamazione dell'esercito"

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Aki, 4 marzo 2015

 

Un tribunale militare tunisino ha condannato in appello a sei mesi di carcere il blogger Yassine Ayari, 33 anni, accusato di aver diffamato l'esercito. Ayari fu arrestato il 25 dicembre di ritorno da Parigi. Nel suo blog aveva accusato funzionari del ministero della Difesa e ufficiali di appropriazione indebita. "La libertà di espressione è l'unico beneficio della rivoluzione e noi oggi vediamo un blogger punito duramente da un tribunale militare per aver criticato l'esercito", ha detto l'avvocato Malek Ben Amor. Il blogger, figlio di un colonnello dell'esercito ucciso nel maggio del 2011 in scontri con jihadisti, era attivo anche durante il regime del deposto presidente Zine El Abidine Ben Ali. Negli ultimi mesi ha criticato il partito laico di Nidaa Tounes che il 26 ottobre ha vinto le elezioni presidenziali e il cui leader Beji Caid Essebsi è diventato presidente il 21 dicembre. Human Rights Watch aveva descritto la condanna nei confronti di Ayari come "non degna della nuova Tunisia" e ha esortato il parlamento a riformare le leggi che portano alla reclusione per aver diffamato o insultato le istituzioni statali, oltre che di togliere la giurisdizione dei tribunali militari sui civili.

 

Stati Uniti: il tennis dà speranza ai carcerati di San Quintino

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di Danilo Princiotto

 

www.ubitennis.com, 4 marzo 2015

 

I valori dello sport in un posto cupo e tristemente noto come il carcere di San Quintino. Ecco come i detenuti dimenticano, per qualche ora, la propria condizione, grazie al tennis: "Quando siamo su quel campo, noi non siamo in prigione".

San Quintino, nato nel 1852, è il carcere più antico della California e sorge a Nord della città di San Francisco, su un area di 1,7 km quadrati. Rappresenta da decenni una delle prigioni più note e discusse del globo, quasi un luogo cult per gli Stati Uniti e per la California, tanto da diventare oggetto di racconti e rappresentazioni cinematografiche. Il penitenziario californiano ospita il temutissimo braccio della morte, area destinata ai condannati a morte o ai detenuti, in attesa di sentenza, ritenuti particolarmente pericolosi. Le fredde mura di quella zona del carcere hanno visto detenuti uccisi in camere a gas, con iniezioni letali o semplicemente impiccati.

Uno dei luoghi più oscuri e temuti d'America, che ospita più di 5.200 detenuti, già condannati o in attesa di giudizio. Le giornate trascorrono lente e inesorabili, se non fosse che l'amministrazione carceraria ha previsto e messo a disposizione dei luoghi ricreativi, dove è possibile praticare sport e respirare la brezza dell'Oceano Pacifico: oltre ai campi di basket e baseball c'è un solo campo da tennis che, ristrutturato nel 2004, rappresenta uno dei luoghi di ritrovo degli appartenenti ad ogni ala del penitenziario, senza distinzioni di razza o colore. Già, perché l'esasperata multietnicità presente in America, si riflette, inevitabilmente, anche a San Quintino, con rischi di contrasti tra etnie e gang, all'ordine del giorno; una sorta di segregazione politica che vede i bianchi da una parte, i neri dall'altra, gli ispanici da un'altra ancora. L'unica eccezione è rappresentata proprio dal campo da tennis, come dimostra un interessante video-documentario girato da Vice Sport: "Quando entriamo in campo, noi ci abbracciamo perché amiamo questo sport, al di là di razza, età o altro, e il rispetto continua anche fuori perché è questo che il tennis ci insegna" ha saggiamente dichiarato uno dei detenuti intervistati.

L'artefice di quest'oasi di pace all'interno di un vero e proprio inferno, è Don Denevi, pensionato ora settantasettenne e direttore dell'area ricreativa, da cui è partita l'idea di restaurare un campo, precedentemente senza reti di protezione e pieno di buche, con le palline che prendendo una di queste schizzavano addosso ad altri detenuti (cosa non propriamente facile da gestire se sei a San Quintino). L'idea di Denevi è stata quella di creare un team di detenuti che coltivasse la passione per il tennis. L'inizio non è stato facile , essendo i più legati al basket e al baseball, sport che dominano la scena in America: "Andai da loro e li insultati, gli dissi "ehi femminucce, questi sono sport da donne, il tennis è uno sport per uomini veri" e loro accolsero la sfida, pur essendo io, all'inizio, l'uomo più odiato del penitenziario".

Inizialmente le sfide dell'Inside Tennis Team (così si fa chiamare il team di Denevi) erano lanciate a gente esterna disposta a passare del tempo con i detenuti, andando così a formare, anche se inconsapevolmente, una sorta di spaccatura ulteriore tra il mondo dei "normali" e quello dei carcerati, non potendoci essere contatti tra le due fazioni. Oggi la situazione è diversa, c'è integrazione tra i team e i match si svolgono mischiando i componenti; ciononostante non è sempre facile trattare con i detenuti di San Quintino, tanto da dover imporre delle regole anche agli esterni: non familiarizzare troppo con i carcerati, parlare quasi solo di tennis e obbligo di pantalone di tuta o leggins per le donne. "La cosa importante da capire è che nel tennis ci sono delle regole e i giocatori devono rispettarle, del resto è per questo se siamo qui, perché non abbiamo rispettato le regole" ha dichiarato un altro dei detenuti "il tennis è il nostro psicologo".

"So che alcuni hanno fatto delle cose terribili, e se potessi li ucciderei con le mie stesse mani" ha ammesso Denevi "ma ai miei ragazzi cerco di chiedere il meno possibile, non voglio sapere, voglio che loro vivano per quello che sono adesso e per dove sono.

Pensare al passato ora non ha senso. Credo che morirò di vecchiaia, qui a San Quintino, sul campo da tennis, dopo aver servito contro un detenuto". L'esperienza dell'Inside Tennis Team,, procede a gonfie vele a San Quintino; dopo una prima fase di scetticismo generale, gli appassionati adesso non ne hanno mai abbastanza: giocano anche con palline consumate, raccolte da vecchi circoli e per loro, oramai, il tennis è diventato una valvola di sfogo indispensabile . Nessuna gerarchia tra di loro, nessuno scontro civile ma una sola regola: "I problemi derivanti dal tennis, si risolvono sul campo da tennis"

Una visione serena e rientrante nell'ottica di rieducazione del condannato, concessa dallo sport in generale, in un ambiente che, in teoria e in pratica, si basa su altro. Basti pensare ai racconti evocati da carcerati e giornalisti inviati a San Quintino: detenuti, scortati dalle guardie nel braccio della morte, coperti da un cappuccio in testa, per evitare di essere sputati, che compiono gli ultimi passi della loro vita, transitando proprio davanti alla zona ricreativa che ospita il campo da tennis: non esattamente una prospettiva incoraggiante per gli altri.

Uno sport di tradizioni nobili, il tennis, che in questo caso, ha anche l'arduo compito di nobilitare gli uomini che fanno parte del carcere di San Quintino. Uomini che hanno ucciso altra gente, violentato donne, commesso ogni tipo di reato; uomini colpevoli o innocenti, pur sempre uomini: "Essere in prigione non è divertente, c'è molta gente triste, siamo molto limitati nelle cose da poter fare e questo campo qui è un grande privilegio: in realtà si trova in una prigione, ma quando giochi a tennis non sei in prigione: sei libero".

 

Giustizia: "riforme per addetti ai lavori", critiche delle vittime alle novità per i magistrati

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di Paolo Lambruschi

 

Avvenire, 3 marzo 2015

 

La responsabilità civile dei magistrati e le nuove norme sulla difesa d'ufficio scontentano l'Aivm, l'associazione che tutela chi ha avuto la vita rovinata da errori giudiziari. Per il presidente verrebbero favoriti gli avvocati mentre non cambia nulla per le vittime, di cui non si conosce la reale entità numerica.

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Giustizia: la trappola che impedisce di incastrare le toghe sulla responsabilità civile

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di Stefano Zurlo

 

Il Giornale, 3 marzo 2015

 

I tre anni per il risarcimento si calcolano dall'arresto: così richieste impossibili. Una legge sbandierata dal governo Renzi come una pagina di civiltà. Ma una dose di robusto scetticismo è d'obbligo dopo aver letto gli articoli della nuova norma sulla responsabilità civile dei magistrati, appena approvata dopo interminabili polemiche dentro e fuori il Palazzo.

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