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Dalla prescrizione alla politica penale, quei silenzi di Orlando

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di Donatella Stasio

 

Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2017

 

L'incipit di Andrea Orlando suona come un'excusatio non petita. "Mi perdonerete se questa relazione non affronterà tutti i campi del funzionamento della giustizia", dice il guardasigilli alle Camere. E in effetti, colpiscono alcuni silenzi e qualche contraddizione su passaggi importanti di una relazione orgogliosamente rivendicativa di una politica della giustizia che sta dando risultati concreti: su prescrizione, proroga delle pensioni dei magistrati, riduzione dei detenuti, politica penale c'è stato qualche non detto di troppo.

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In Parlamento riforme della giustizia al palo

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di Roberto Turno

 

Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2017

 

La riforma penale multitasking con annessa prescrizione che naviga tra veti incrociati e voglie (respinte) ministeriali di voto di fiducia da due anni. Quella del civile, addirittura collegata alla manovra 2015, che è arrivata a quota 679 giorni di ritardo e che è bloccata al Senato da 314 dopo il primo sì della Camera. Non hanno vita facile, anzi, in Parlamento le leggi sulla giustizia che secondo le promesse renziane, e non solo, avrebbero dovuto contribuire a risolvere questione antiche e spesso incancrenite. Insomma, tutto al palo.
Al punto che martedì la conferenza dei capigruppo del Senato, la prima dopo le vacanze e in pratica anche la prima con Gentiloni premier, ha dovuto gettare la spugna: nel calendario dell'aula, almeno fino a tutta la prima settimana di febbraio, delle riforme sulla giustizia non se ne parla in alcun modo. Quella su penale-prescrizione, che un primo brevissimo passaggio in assemblea a palazzo Madama lo ha già fatto, continua a restare in naftalina. E intanto il tempo passa e la durata della legislatura si accorcia, mentre quella miscela di ben 41 articoli fitta di deleghe e che richiederebbero un grappolo di voti segreti, continua a fare anticamera.
Un nulla di fatto che tocca anche alla riforma del processo civile: il Ddl è bloccato al Senato, in commissione Giustizia, dopo l'ok della Camera del 10 marzo dello scorso anno. Ma dopo più audizioni e confronti, la strada sembra ancora in salita e il Governo - più debole di quello precedente - dovrà impegnarsi a fondo, sempre che ci creda e lo voglia, per farcela. Mentre alla Camera è rispuntata la delega per la riforma della crisi d'impresa e la disciplina dell'insolvenza (è in commissione Giustizia) che, secondo le ambizioni, dovrebbe avere un duplice effetto di semplificazione in materia e di contributo al sistema economico innescando magari un surplus di competitività. Il provvedimento dovrebbe arrivare in aula a Montecitorio entro la fine del mese, salvo rinvii. E poi tentare l'eventuale avventura finale al Senato.
D'altra parte i fortini parlamentari continuano a restare inespugnati per tutte le leggi da tempo considerate tra le punte di diamante del Governo guidato dall'ex premier Matteo Renzi. Emblematico il fallimento della "legge annuale sulla concorrenza": è quella del 2015. Circumnaviga il Parlamento da 665 giorni ormai, ma dopo l'approvazione della Camera a metà ottobre del 2015, è impantanato al Senato, in pratica alle porte dell'aula. Non è un caso che i capigruppo due giorni fa ufficialmente non ne abbiano parlato. E che il Ddl non sia nel calendario delle prossime settimane: troppi i nodi politici ancora da sciogliere e troppe le lobby che fanno pressing, con quella Rc-auto, ma non solo, che si sta rivelando un macigno. Intanto il testo, che la commissione del Senato ha ancora edulcorato, fa anticamera. E se anche supererà l'esame del Senato, dovrà poi fare tappa per la terza volta verso la Camera: altro giro, altra corsa di emendamenti? Non fare la legge, d'altra parte, fa gola a tanti. Dai notai ai farmacisti.
L'ingorgo di leggi non fatte venutosi a creare al Senato tra l'altro non facilita l'iter dei provvedimenti. Anche perché su palazzo Madama premono in queste settimane i due decreti su banche e Mille Proroghe, che non a caso impegneranno l'aula - e intanto le commissioni - almeno per l'intera prima settimana di febbraio, con tanto di voti di fiducia pronti all'uso. Mentre alla Camera è in primo piano il decreto sul Mezzogiorno. E il Jobs act per gli autonomi, che però è ancora in commissione e aspetta una finestra per l'aula. In un clima politico che da martedì, con la sentenza della Consulta sull'Italicum, sarà imperniato sulla legge elettorale. E sulla scadenza del Parlamento.

 

"Giudici in politica: ora basta, l'Italia faccia una legge"

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di Errico Novi

 

Il Dubbio, 20 gennaio 2017

 

Richiamo del Consiglio d'Europa: "è un conflitto d'interessi". Chi indossa la toga non solo deve essere imparziale, ma non deve neppure suscitare in chi è sottoposto alla giustizia il timore di essere discriminato in ragione di un'appartenenza politica diversa da quella del giudice. È questa la raccomandazione che arriva al nostro Paese dal Consiglio d'Europa, più precisamente l'organizzazione "Gruppo di Stati contro la corruzione".
Nel documento vengono rivolte 12 raccomandazioni, e alla numero 10 arriva quella su giudici e attività politica. Si esorta appunto a dotarsi di una legge che sancisca l'incompatibilità, e più in generale tratti "la questione dell'impegno dei magistrati nella vita politica sotto tutti gli aspetti sul piano legislativo". Secondo una logica semplicissima ed evocata solennemente un giorno sì e l'altro pure in tutti i convegni sul tema: "L'impatto sui principi di indipendenza e di imparzialità (reali o percepiti) del sistema giudiziario". Interessante il fatto che un tema simile confluisca in un raporto sulla corruzione. Interessante ma non casuale.
L'Italia è in ritardo nel regolare l'attività politica dei magistrati. Lo dice il Consiglio d'Europa, più precisamente l'organizzazione "Gruppo di Stati contro la corruzione" (Gr.e.co.), che del Consiglio d'Europa fa parte. A far emergere la questione in realtà aveva provveduto anche il dibattito del giorno prima sulla relazione del guardasigilli Andrea Orlando: era stato il senatore socialista Enrico Buemi a ricordare lo stallo della legge sul conflitto d'interessi delle toghe in politica. Suona in ogni caso come un paradosso che a biasimare le istituzioni nazionali per un vulnus notissimo a Parlamento, governo e Csm, debba provvedere un ente sovranazionale con sede a Strasburgo.
I rilievi sulla "incompatibilità tra l'esercizio simultaneo della funzione di magistrato e quella di membro di un'amministrazione locale" sono contenuti addirittura in un rapporto sulla corruzione e sugli strumenti adottati in Italia per prevenirla. Nel documento vengono rivolte 12 raccomandazioni, e alla numero 10 arriva quella su giudici e attività politica. Si esorta appunto a dotarsi di una legge che sancisca l'incompatibilità, e più in generale tratti "la questione dell'impegno dei magistrati nella vita politica sotto tutti gli aspetti sul piano legislativo". Secondo una logica semplicissima ed evocata solennemente un giorno sì e l'altro pure in tutti i convegni sul tema: "L'impatto sui principi di indipendenza e di imparzialità ( reali o percepiti) del sistema giudiziario".
Chi indossa la toga non solo deve essere imparziale, ma non deve neppure suscitare in chi è sottoposto alla giustizia il timore di essere discriminato in ragione di un'appartenenza politica diversa da quella del giudice. Interessante il fatto che un tema simile confluisca in un rapporto sulla corruzione. Interessante ma non casuale: secondo il "Gr.e.co." del Consiglio d'Europa, infatti, "al Paese si possono riconoscere gli sforzi compiti nella lotta alla corruzione", ma manca ancora un tassello: ed è quello della "prevenzione e del contrasto ai conflitti di interesse". È qui che bisogna intervenire, e di fatto la questione dei giudici in politica è, secondo l'organizzazione di Strasburgo, uno dei tanti possibili risvolti del conflitto di interesse.
Tra le altre raccomandazioni, ce ne sono alcune che richiamano l'urgenza di interventi legislativi come quello sulla prescrizione. Ma fa pensare che per il Consiglio d'Europa una delle prime cose da fare consisterebbe nel rafforzamento dei controlli sui reddito dei magistrati, "in particolare garantendo una verifica più approfondita delle dichiarazioni stesse e sanzionando in seguito le violazioni riscontrate". Addirittura.
Parlamento italiano inerte in materia? Non proprio. Il testo è ora alla Camera e ne è relatore il capogruppo pd in commissione Giustizia Walter Verini. Il quale ricorda che sì, "la legge è in attesa da qualche mese, ma su un binario che ne frattempo ha visto sfrecciare parecchi convogli: abbiamo licenziato leggi come quelle su lotta alla mafia, beni confiscati, unioni civili, caporalato. Il diritto fallimentare è stato appena chiuso in commissione, così come il provvedimento sui testimoni di giustizia. Siamo andati al galoppo", rivendica Verini, "e si è ritenuto che la legge sull'attività politica dei magistrati fosse meno urgente di altre. Il che non significa che, visto il ritmo, la lasceremo morire lì".
Al momento il progetto prevede di stabilire un "tempo di decantazione" per i magistrati che passano da una funzione all'altra: almeno due anni prima che un giudice possa tornare a esercitare le funzioni nel collegio in cui era stato eletto parlamentare, e viceversa. Si valuterà come regolare i mandati da assessori e simili. Certo è che la sesta commissione del Csm aveva adottato già nel 2015 una delibera con previsioni anche più severe: rientro in magistratura impossibile per quei giudici eletti alla Camera o al Senato, con assegnazione ad altri ranghi della pubblica amministrazione, seppur con lo stesso stipendio.
Adesso arriva il richiamo di Strasburgo. Che sempre a proposito di magistrati osserva ancora: "Il ruolo di supervisione del Consiglio superiore della magistratura sui programmi organizzativi delle Procure dovrebbe essere rafforzato, per aumentare la trasparenza e l'obiettività della gestione". Altro rilievo che implicitamente allude al rischio di un'azione penale strumentalizzata a fini politici. L'avesse detto un parlamentare italiano, l'Anm sarebbe insorta. E invece il "Gr. e. co." entra nei dettagli, si preoccupa di ricordare persino che "i poteri decisionali e le funzioni di supervisione e di controllo dei procuratori capo sono logici ed accettabili in una struttura gerarchica"; ma che "le decisioni sull'assegnazione dei casi, come pure i meccanismi per risolvere potenziali conflitti all'interno degli uffici, dovrebbero essere guidati da criteri rigidi e prestabiliti, soggetti a controlli da parte del Csm". Che a pensarci bene è la ratio delle contestazioni di Alfredo Robledo a Edmondo Bruti Liberati. Ma in proposito, di sanzioni disciplinari nei confronti dei m in questione non ne sono mai arrivate

 

Il richiamo del Consiglio d'Europa "in Italia giudici troppo vicini alla politica"

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di Andrea Fabozzi

 

Il Manifesto, 20 gennaio 2017

 

Il Gruppo anticorruzione del Consiglio d'Europa (Greco) rinnova le sue critiche all'Italia. Ma questa volta oltre al parlamento, per la mancanza di una legge sul conflitto di interessi, nel mirino finiscono i magistrati. Il Gruppo anticorruzione del Consiglio d'Europa boccia ancora una volta l'Italia. Ma il quarto ciclo di valutazioni, dedicato stavolta alle misure di prevenzione della corruzione, riserva una sorpresa. Perché nel mirino dell'organizzazione che riunisce 47 stati (ci sono anche Russia, Israele, Turchia e Azerbaigian) finiscono non solo i partiti e il parlamento, ma anche gli stessi magistrati.
Il Greco (all'interno del quale l'Italia è rappresentata da due magistrati, il direttore generale della giustizia penale del ministero, Raffaele Piccirillo, e il presidente dell'Autorità anticorruzione Raffaele Cantone) riconosce alcuni passi avanti del nostro paese. Come proprio l'istituzione dell'Anac di Cantone, oltre a un generico aumento delle pene per i reati di corruzione e la prospettiva di "maggiore stabilità e un procedimento legislativo più semplice" in conseguenza delle riforma costituzionale e della nuova legge elettorale: in quest'ultimo caso l'ottimismo è superato dai fatti. Il rapporto infatti non è recentissimo - risale allo scorso ottobre - ma è stato pubblicato solo ieri.
Quanto agli aspetti dolenti, questi riguardano innanzitutto la mancanza di una seria legge sul conflitto di interessi. Una legge in Italia ci sarebbe, approvata tredici anni fa da Berlusconi (la legge Frattini) ma è così blanda da non essere neanche presa in considerazione nelle valutazioni internazionali. Un'altra legge, che introduce un blind trust "all'italiana" e che è stata criticata perché ritenuta anche questa inefficace, è stata approvata solo dalla camera dei deputati, ormai quasi un anno fa. Per quanto il Pd di Renzi l'abbia presentata come "una priorità", è finita nelle sabbie mobili del senato. Non è andata oltre un ciclo di audizioni in commissione, dalle quali è venuto fuori che andrà radicalmente cambiata rispetto al testo approvato in prima lettura.
Il Greco raccomanda che l'Italia introduca anche divieti stringenti per la carriera dei parlamentari a fine mandato, mentre elogia l'approvazione di un codice di condotta per i deputati (che vorrebbe venga esteso al senato). Si tratta di una decisione della giunta del regolamento di Montecitorio che qui da noi è passata inosservata. Anche perché si è risolta nella nomina da parte della presidente della camera di un ufficio di dieci deputati che dovrebbe vigilare sui comportamenti etici dei colleghi, senza possibilità di sanzionarli.
La seconda parte del rapporto (52 pagine, in francese e inglese sul sito del Consiglio d'Europa) è dedicata all'amministrazione della giustizia. Per quanto raccomandi al parlamento di riformare la disciplina della prescrizione (ostacolo fin qui insormontabile per il ministro Orlando), si rivolge principalmente ai magistrati. Per criticare la mancanza di "una linea netta di demarcazione" tra l'attività politica e le funzioni giudiziarie.
A colpire i membri del Greco è stato il fatto che in Italia per un magistrato sia ancora possibile essere eletto a cariche politiche locali, incluso presidente di regione e sindaco, con l'unico limite che la candidatura sia presentata al di fuori del territorio del distretto di competenza. "Il sistema italiano - si legge nel rapporto - presenta evidenti falle che alimentano dubbi sulla reale separazione dei poteri e sulla indispensabile autonomia e indipendenza dei magistrati" (nel rapporto ci si riferisce ai giudici).
Una delegazione del Greco - composta da due deputati, uno spagnolo e uno tedesco, e due magistrati, un giudice portoghese e un procuratore slovacco - è stata in Italia per preparare il rapporto alla fine dello scorso aprile. Ha tenuto una serie di incontri e interviste con istituzioni, politici, magistrati e associazioni, e non si può escludere che nel suo lavoro sia rimasta traccia di una polemica che in quei giorni era molto forte, a proposito della decisione di una corrente della magistratura (Md) e di alcune toghe celebri di impegnarsi nella campagna per il No al referendum costituzionale. In ogni caso il rapporto sottolinea opportunamente come in Italia non siano ancora stati introdotti limiti al ritorno delle toghe nei tribunali, al termine di uno o più mandati politici. Una proposta che in realtà lo stesso Consiglio superiore della magistratura ha presentato al parlamento più volte, l'ultima nel 2015, sempre invano.

 

No alla revisione della prescrizione

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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2017

 

Corte di cassazione, sentenza 19 gennaio 2017, n. 2656. No alla revisione per le sentenze che dichiarano la prescrizione. Anche quando la Corte d'appello e la Cassazione, nel dichiarare l'estinzione del reato, hanno confermato le deliberazioni della precedente sentenza in materia di risarcimento del danno a favore della parte civile. Lo chiarisce la Corte di cassazione con la sentenza n. 2656 della Seconda sezione penale depositata ieri.
È stata così giudicata inammissibile la richiesta di revisione avanzata dalla difesa contro la sentenza di Corte d'appello diventata definitiva dopo il giudizio della Cassazione che aveva sancito l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione, con conferma invece della condanna al risarcimento del danno nei confronti della parte civile. La difesa aveva invece sostenuto, interpretando l'articolo 629 del Codice di procedura penale, che non ci sono limiti alla possibilità di revisione in caso di prescrizione, valorizzando il riferimento della norma "anche se la pena è già eseguita o estinta". L'interesse all'applicazione dell'istituto era poi evidente rispetto alla misura del risarcimento del danno.
La Corte chiarisce, all'esito di un'attenta ricognizione della normativa applicabile, che l'articolo 631 del Codice di procedura penale nell'individuare i limiti della revisione stabilisce puntualmente e rigorosamente la casistica applicabile. La revisione cioè non è suscettibile di estensione a casi non previsti e, in generale, rappresenta una soluzione dell'ordinamento penale che ha come obiettivo l'eliminazione di una condanna ingiusta attraverso un giudizio che deve essere di proscioglimento. Non può quindi essere ritenuta ammissibile "rispetto ad una sentenza di proscioglimento quale quella in forza della quale è stata dichiarata l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione sia pure accompagnata da una statuizione di condanna a carico dell'imputato per i soli fini civilistici, ostandovi, valutato il complessivo sistema normativo, il principio di tassatività di cui all'articolo 568, primo comma, Codice di procedura penale, e non essendo, pertanto, possibile un'applicazione in termini analogici alle ipotesi della (sola) condanna civile".
È vero che c'è un precedente, recentissimo (Cassazione n. 46707 del 2016), che ammette la revisione in caso di condanna ai soli effetti civili, con prescrizione del reato. Una pronuncia che mette l'accento sul fatto che nel perimetro della revisione rientrerebbero tutti i verdetti di condanna, senza distinzione quindi. Anche quelli al risarcimento in sede civile pertanto.
Si tratta però di una lettura alla quale la sentenza di ieri ritiene di non dovere dare seguito. Infatti, osserva adesso la Corte, è chiaro che la revisione è funzionale al proscioglimento del soggetto già condannato. Senza però che vi possano essere compresi i casi di condanna ai soli effetti civili. Tanto più in un caso dove il proscioglimento già si è verificato per l'avvenuta estinzione del reato per il trascorrere del tempo. In questo senso milita anche l'interpretazione data dalla Corte costituzionale nel 2011 con la sentenza n. 113 nella quale è stato messo in evidenza come la revisione è indirizzata al proscioglimento con la conseguente presentazione di tutti gli elementi necessari a corroborare la richiesta.

 
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