Martedì 27 Gennaio 2015
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Lettere: il ministro si è scordato dell'esistenza degli educatori e degli assistenti sociali

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dal Coordinamento Nazionale Dap Comparto Ministeri Fp-Cgil

 

Ristretti Orizzonti, 25 gennaio 2015

 

Ricordiamo al Ministro Orlando l'esistenza di operatori che da 40 anni si occupano di trattamento dei detenuti e misure alternative alla carcerazione. Nel sua prima relazione annuale sulle linee di intervento del Governo in materia di Giustizia, svolta alla camera dei Deputati lo scorso 19 gennaio, il Ministro Orlando ha ignorato completamente l'esistenza di operatori dell'Amministrazione Penitenziaria che da 40 anni si occupano del trattamento dei detenuti e delle misure alternative alla carcerazione .

Dispiace rilevare che, laddove il Ministro scrive come "pieno, è stato il coinvolgimento della magistratura e dell'avvocatura, del personale amministrativo e della polizia penitenziaria, di tutti gli operatori del servizio giustizia e delle loro rappresentanze, nei numerosi tavoli e gruppi di lavoro che ho promosso nel corso di questi mesi" dimentichi che dalla prima riforma penitenziaria del 1975 in poi gli operatori che per specificità professionale e per compito istituzionale si sono occupati di trattamento dei detenuti e dell'esecuzione delle misure alternative sono stati e lo sono tutt'ora gli educatori ( Funzionari giuridico pedagogici ) e gli assistenti sociali (funzionari di servizio sociale).

Comprensibile che il Ministro dedichi" un ringraziamento particolare (....) alle donne e agli uomini della Polizia Penitenziaria che hanno, con grande sforzo e professionalità, collaborato fattivamente al superamento della fase emergenziale" ma donne e uomini che hanno fattivamente collaborato alla gestione e al superamento della fase emergenziale detentiva sono anche gli operatori del trattamento e quelli dell'area penale esterna.

Il Ministro non é a conoscenza forse che nel 2005 hanno beneficiato di misure alternative alla carcerazione un numero di persone quasi pari a quelle detenute e che perciò gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna hanno contribuito in maniera considerevole alla deflazione del carcere.

Non considera, inoltre, il Ministro che l'operazione di progressivo trasferimento al territorio dell'esecuzione penale messa in atto per ridurre il fenomeno del sovraffollamento carcerario si sta realizzando a "costo zero" ossia senza poter derogare dalla "spending review" per il personale del comparto come invece si può fare per la polizia penitenziaria.

Il ministro, infatti, sottolinea come "sono state rafforzate e ampliate le misure alternative alla detenzione e, per sostenere tale evoluzione, gli uffici che si occupano dell'esecuzione penale esterna, nell'opera di riorganizzazione che ho avviato, saranno collocati in un nuovo Dipartimento, insieme agli uffici della giustizia minorile, che hanno già maturato, sul terreno della probation, una grande esperienza e notevoli capacità di attuazione concreta di percorsi alternativi alla detenzione.

"Non sembra al Ministro che per rafforzare le misure alternative si debbano rafforzare anche in termini di risorse umane gli uffici che si occupano di tali misure ?

Dobbiamo sottolineare infine che non rende merito al lavoro svolto oramai da 40 anni nel settore delle misure alternative dagli operatori degli Uffici di Esecuzione Penale Esterna ricondurre l'evoluzione del settore che si vuole imprimere alla combinazione del settore adulti con l'esperienza di quello minorile.

Riteniamo, altresì, che gli operatori del trattamento in seno all'Amministrazione Penitenziaria abbiano efficacemente contribuito in questi decenni all'applicazione di quegli aspetti dell' Ordinamento Penitenziario che lo qualificano come una delle migliori leggi del settore a livello europeo.

Invitiamo, pertanto, il Ministro a prendere conoscenza di tutte le articolazioni che caratterizzano la complessa macchina dell'esecuzione penale e per questo ci aspettiamo che esplori anche l'area dell'esecuzione penale esterna.

 

Padova: nel carcere ancora sovraffollamento e detenuti malati di mente dismessi dagli Opg

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di Filippo Tosatto

 

Il Mattino di Padova, 25 gennaio 2015

 

Del carcere ha fatto la sua seconda casa ma stavolta per lei è stato facile varcare i cancelli del Due Palazzi, blindato dopo la rivolta: un cordone di agenti all'ingresso, pattuglie di polizia penitenziaria nei corridoi, nelle sale, in ogni sezione. Palpabile il clima di tensione.

"All'inizio non volevano farmi entrare, poi il direttore ha acconsentito e dentro ho trovato trambusto, un via vai di gente agitata, i nervi tesi", racconta Ornella Favero, la direttrice di "Ristretti orizzonti", il notiziario della Casa di reclusione di Padova e dell'Istituto di pena femminile della Giudecca. "I miei riferiscono che la rissa è stata scatenata dalle proteste di un detenuto che stava male e chiedeva inutilmente aiuto".

I "suoi" sono i reclusi che collaborano alla redazione e al sito: "Il punto di partenza è sempre lo stesso, qui dovrebbero essere accolte 430 persone ma ce ne sono il doppio. E il sovraffollamento fa sì che non ci sia lavoro per tutti: guarda caso, gli incidenti sono scoppiati nel quarto braccio, dove i detenuti non hanno la possibilità di lavorare né di studiare.

Gente con dure condanne definitive che trascorre le giornate senza fare niente, in una condizione rabbiosa e inutile. E poi c'è il travaso dei soggetti psicolabili provenienti dagli ospedali psichiatrici giudiziari, gli ultimi manicomi in via di chiusura: le strutture alternative promesse non si sono, così arrivano qui, a volte sono davvero problematici e provocano un aumento della conflittualità". Pesante anche il disagio degli agenti: "Certo, tanto che alcuni sindacati hanno chiesto l'adozione del gas urticante e la chiusura delle celle durante il giorno, ma l'inasprimento della repressione non ridurrà i problemi, occorre dare un senso alla carcerazione, lavorare sulla mediazione rieducativa, sul rispetto delle persone e degli affetti".

Si muove anche la politica. A chiedere sia fatta luce sulle violenze è il deputato del Pd Alessandro Zan, autore di un'interrogazione ai ministri della Giustizia e dell'Interno: "Ho chiesto se non intendano avviare, nel rispetto del lavoro della magistratura, un'indagine amministrativa interna per chiarire le ragioni della rivolta. Oltre al fatto che nei giorni scorsi sarebbero stati rinvenuti diversi telefoni cellulari nelle celle, c'è da chiedersi come i detenuti disponessero impunemente anche di bastoni e coltelli rudimentali che sarebbero stati utilizzati nei disordini". Analogo l'intervento del vicesegretario dell'Udc Antonio De Poli, che invita il Guardasigilli ad agire "a tutela del personale di polizia penitenziaria".

A segnalare l'aggravarsi della situazione è Gessica Rostellato: "I campanelli d'allarme al Due Palazzi hanno ormai una frequenza molto preoccupante: quasi ogni settimana si registrano episodi di tensione, collegati alla difficile situazione logistica e organizzativa di quel carcere", sostiene la parlamentare del M5S "purtroppo i segnali giunti dal Governo non sono affatto buoni, come dimostra la recente, incomprensibile, decisione di non avvalersi più delle cooperative sociali almeno per svolgere una parte dei lavori interni.

Ma la pena per chi ha sbagliato consiste nella privazione della libertà: non è ammissibile che ci sia una condanna aggiuntiva costituita dalla permanenza in un luogo privo delle condizioni minime di dignità". Non più tardi di martedì, il Due Palazzi ha ospitato un corso di aggiornamento riservato ai giornalisti organizzato proprio da "Ristretti orizzonti": svariate le testimonianze dei reclusi, concordi nell'attribuire alle attività lavorative e al sostegno medico e psicologico un valore decisivo nell'attenuazione dell'aggressività, sempre latente oltre le sbarre.

 

Palermo: il Presidente della Corte di appello "serve un'amnistia, per svuotare le carceri"

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Agi, 25 gennaio 2015

 

Sono "gravi" le condizioni di vita a cui sono costretti i detenuti per reati comuni nelle carceri del distretto. E, più in generale, la situazione complessiva degli istituti penitenziari del distretto fa registrare "malcontento e si trovano a rischio i diritti, anche quelli fondamentali, dei soggetti ristretti". Lo rileva la relazione del presidente reggente della Corte di appello di Palermo, Vito Ivan Marino.

La popolazione carceraria del distretto, sebbene lievemente ridotta rispetto al periodo precedente (3.087 contro 3.217) continua "ad eccedere macroscopicamente il limite ufficiale della capienza lamentare complessiva dei nove istituti che operano nello stesso distretto, pari a 2.819 posti". Dunque, "pare chiaro che -osserva il magistrato- finché rimarrà sul tappeto la ventilata possibilità di una nuova amnistia o di un nuovo indulto (che costituirebbe in effetti, almeno nell'immediato, lo strumento di più rapida soluzione delle problematiche di cui si discute), una larghissima parte della popolazione carceraria continuerà a coltivare quella forte speranza di anticipata liberazione che oggi la tiene in trepida attesa".

Se tutto sommato nelle case circondariali di Agrigento, Trapani, Termini Imerese, Castelvetrano e Favignana si registrano numeri lievemente al di sotto della soglia prevista, in altri Istituti l'indice di sovraffollamento si mantiene comunque assai alto: "Emblematico è il caso di Pagliarelli - si legge nella relazione - la quale, realizzata per contenere in condizioni fisiologiche non oltre 858 detenuti, oggi ne gestisce più di 1.316. Non meno significativo quello dell'Ucciardone, che ad un eccesso di presenze (essendovi ospitati 489 soggetti, a fronte di una capienza regolamentare di 375 posti) unisce tutte le gravi criticità legate alla vetustà degli edifici e degli impianti". Marino avverte che "queste condizioni non soddisfacenti inevitabilmente producono un clima diffuso di tensione che si è tradotto finora in proteste essenzialmente pacifiche e che, se ulteriormente alimentato, potrebbe facilmente sfociare in eventi ben più gravi".

 

Sindaco Palermo: sistema crea disparità

 

"Il sovraffollamento delle carceri, sommato all'assoluta e totale prevalenza di detenuti appartenenti a classi sociali marginali rispetto ai "colletti bianchi" espressione delle classi dirigenti e rappresentanti delle attività corruttive contro e dentro la pubblica amministrazione, rischia di trasformare il sistema penale in nient'altro che una conferma di una scissione verticale della società; il sistema penale e carcerario rischia di essere soltanto lo specchio e la prova di odiose disparità sociali, oggi ancor più gravi per i tagli lineari alla spesa pubblica e degli enti locali, che colpiscono innanzitutto le fasce sociali più deboli". L'ha detto il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che ha assistito all'inaugurazione dell'anno giudiziario. "Questa situazione - ha concluso Orlando - è aggravata dalla ripetuta esigenza di pacificazione fra la magistratura ed altre realtà, soprattutto politiche e imprenditoriali. Una asserita necessità di pacificazione che spesso diviene pretesto per tentativi inaccettabili di delegittimazione della magistratura impegnata in processi di grande rilievo contro poteri forti e che rischia di determinare le condizioni per perpetuare impunità di quanti saccheggiano le risorse pubbliche che potrebbero e dovrebbero essere invece destinate alla spesa sociale".

 

Firenze: con il nuovo progetto "Fuori Area" un'opportunità di impiego per detenuti

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www.gonews.it, 25 gennaio 2015

 

Il Consorzio Mc Multicons di Montelupo F.no (Fi), da anni attivo sul territorio toscano nell'offerta di numerosi servizi, dalla logistica, al giardinaggio, passando per il facchinaggio, le pulizie e tanti altri, propone un nuovo progetto attraverso una sua consorziata, la Cooperativa Sociale Servizi Toscani, amministrata dal Presidente di Multicons Stefano Mugnaini. Stavolta, Mc Multicons presenta un'iniziativa di vasto respiro che coinvolge il mondo della detenzione della Regione Toscana, proponendosi come canale interlocutorio per la predisposizione di percorsi di lavoro dei carcerati finalizzati al reinserimento sociale. Dalla consapevolezza di due bisogni, vale a dire il sovraffollamento delle carceri e la necessità per la Pubblica Amministrazione di effettuare la manutenzione ordinaria del proprio patrimonio pubblico a costi contenuti, abbiamo tratto l'idea di creare delle opportunità di impiego per i detenuti in articolo 21, scelti dagli assistenti sociali dopo appositi approfondimenti e nulla osta del magistrato di sorveglianza.

"Dodici carcerati, uomini e donne, in un primo momento delle strutture circondariali "Valdorme" di Empoli e "Gozzini" di Firenze, rispettivamente femminile e maschile, avranno la possibilità per un anno di ricorrere al lavoro extra-murario, dimostrando le proprie competenze professionali pregresse, acquisite prima della detenzione", afferma il presidente di Mc Multicons Stefano Mugnaini. "Per rafforzare - prosegue - "la capacità di lavorare in squadra, è stata coinvolta l'Asev (Agenzia Sviluppo Empolese-Valdelsa), che si occuperà della formazione preliminare con un piano di 50 ore. Noi vogliamo che gli enti locali che si avvarranno della possibilità di avere manodopera a costi contenuti molto competitivi sul mercato, possano disporre di un servizio qualificato, di livello".

"A tal proposito - aggiunge Edoardo Antonini, Responsabile della Comunicazione di Multicons - il progetto "Fuori Area" vuol dare un contributo al territorio, Empolese-Valdelsa in prima istanza, ma successivamente, ci auguriamo, in molte altre zone della Toscana. Di fronte alla crisi economica ed alla perdita di posti di lavoro, per il mondo della detenzione diventa sempre più difficile trovare soggetti esterni con cui imbastire collaborazioni a scopo professionale.

Ciò non significa che non siano indispensabili, considerando che, secondo i dati diramati nel 2012 dall'allora Ministro della Giustizia Severino, i detenuti che non hanno mai svolto lavoro durante la detenzione sono soggetti ad una recidiva superiore di tre volte rispetto agli altri, con differenze percentuali del 65% contro il 19".

Per presentare nel dettaglio il progetto, è stata organizzata una conferenza stampa che si terrà Venerdì 6 Febbraio 2015, alle 18,30, presso la Sala Conferenze dell'Asev di Empoli, in via delle Fiascaie,12. Saranno presenti l'On. Dario Parrini, deputato e segretario regionale del Pd, Vittorio Bugli, Assessore al Bilancio ed ai rapporti con gli enti locali della Regione Toscana, il Sindaco di Montaione Paolo Pomponi, delegato al Sociale dell'Unione dei Comuni Circondario Empolese-Valdelsa, un rappresentante del Garante regionale dei detenuti ed i direttori del carcere di Empoli e del "Gozzini" di Firenze, Graziano Pujia e Margherita Michelini.

In un momento difficile come quello che sta attraversando l'Italia, diventa sempre più necessario impegnarsi in ambito sociale e contribuire alla costruzione di una società più giusta ed inclusiva. Dal riscatto delle condizioni dei detenuti, passa una buona fetta di ampliamento del significato di Cittadinanza attiva. Lasciare a se stesso chi sta in cella, al contrario, significa condannarlo ad una vita passiva e marchiarlo per sempre. Come diceva nell'800 Victor Hugo, "La liberazione non è la libertà; si esce dal carcere, ma non dalla condanna." La Cooperativa Servizi Toscani ed il Consorzio Mc Multicons, si adoperano per cambiare questa sentenza.

 

Macomer (Nu): il presidente regionale Pigliaru sostiene il Comune nella vertenza carcere

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di Tito Giuseppe Tola

 

La Nuova Sardegna, 25 gennaio 2015

 

Nella battaglia per il carcere scende in campo la Regione. Francesco Pigliaru sosterrà la battaglia del Comune per un utilizzo alternativo della struttura carceraria nel caso in cui il ministero della Giustizia dovesse non rivedere la decisione di abbandonare il complesso che ospitava i detenuti e nel quale aveva sede anche il nucleo cinofili della polizia penitenziaria.

Il presidente della Regione ha scritto nei giorni scorsi al ministro Andrea Orlando richiamando l'attenzione sulla validità del complesso carcerario e sollecitando il suo utilizzo anche per attività diverse da quelle legate alla detenzione che vi si svolgevano fino allo scorso anno. Con una serie di motivazioni, per certi versi evasive, il ministero ha risposto picche.

Nel carcere di Macomer, in pratica, non si intende fare più nulla. Di fronte al diniego, Pigliaru ha deciso di sostenere la battaglia intrapresa dal sindaco Succu, che con tenacia continua a battersi per far sì che la struttura non sia lasciata in abbandono, preda del vandalismo e del degrado. Venerdì 6 febbraio, Succu e Pigliaru si incontreranno a Cagliari per decidere come muoversi per spuntarla in una vertenza che non si annuncia facile. Finora la battaglia del comune di Macomer contro il ministero è stata combattuta quasi in solitario.

"Ora non siamo più soli ma è con noi anche la Regione - dice il sindaco, Antonio Succu, - sono molto soddisfatto del sostegno che il presidente Pigliaru ha deciso di darci e lo ringrazio per l'attenzione che vorrà dedicare a questa battaglia, che non è solo del comune di Macomer ma di tutto il territorio. Hanno voluto chiudere il carcere per risparmiare sui costi, ma sono molto perplesso sui reali risparmi che possono derivare da un'operazione piuttosto dispendiosa legata a una decisione frettolosa che butta via una struttura nuova. Si tratta di una decisione incomprensibile che non tiene conto delle reali esigenze dei detenuti e delle conseguenze per la città, che ha accolto il carcere per anni quando altri non lo volevano. La chiusura del carcere è dispendiosa a per lo stesso ministero, che non risparmia nulla, ma avrà anzi maggiori costi nel trasferire tutto e nel realizzare una nuova struttura per il nucleo cinofili".

Nella risposta al presidente della Regione il Ministero spiega che l'esigenza di chiudere il carcere di Macomer è legata alla necessità di razionalizzare i servizi e la gestione del patrimonio edilizio. Tenere in funzione strutture con meno di cento posti (quello di Macomer ospitava in media 90 detenuti in celle a due posti da 15 metri quadri dotate di servizi igienici separati) contrasterebbe quindi col "principio di buona amministrazione". Il ministero insiste che il carcere di Macomer dispone di 46 posti detentivi, contro la media di 90 detenuti ospitati fino a pochi mesi fa. È chiaro, a questo punto, che la decisione di chiudere è definitiva. Si pone perciò l'esigenza di un uso alternativo della struttura, che altrimenti resterebbe in abbandono e alla mercé di vandali e ladri che finirebbero per rubare anche le inferriate.

 
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