Sabato 01 Ottobre 2016
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Tribunali, Orlando anticipa il bando per assumere 1.000 cancellieri

PDF Stampa
Condividi

di Donatella Stasio

 

Il Sole 24 Ore, 30 settembre 2016

 

Mentre Renzi strizza l'occhio agli "amici magistrati" per congelare la riforma del processo penale di Orlando fino al referendum e l'Anm rilancia l'allarme "paralisi" degli uffici giudiziari per carenza di cancellieri (ne mancano 9mila), riunendo domani a Roma i capi di tutti gli uffici giudiziari, il ministro della Giustizia risponde fissando tempi e contenuti del decreto di assunzione a tempo indeterminato di mille unità di personale amministrativo non dirigenziale e avviando la procedura per il reclutamento di altri 360 magistrati (ne mancano mille). Insieme alla ministra della Funzione pubblica Madia ha deciso che il decreto sui cancellieri arriverà (anticipatamente) il 20 ottobre e il bando verrà pubblicato il 21 novrembre. Poi ha scritto al Csm per la pubblicazione del nuovo bando di concorso dei magistrati, la cui pubblicazione "è programmata per la fine del prossimo mese".
Insomma, di fronte all'inedita alleanza Renzi-Davigo, il guarda- sigilli cerca di togliere acqua al mulino della protesta, passando al contrattacco. Alla vigilia di quella che si preannuncia un'assemblea infuocata nell'Aula magna della Cassazione, dove Procuratori e presidenti di Corti e Tribunali descriveranno, dati alla mano, una giustizia quasi al col- lasso per mancanza di personale, Orlando fa sapere che, dei mille posti a concorso, 800 andranno ai vincitori e 200 agli idonei delle graduatorie in corso di validità di concorsi banditi da amministrazioni diverse; che con il bando saranno valorizzati e riconosciuti i percorsi professionali di chi ha svolto tirocini e stage presso gli uffici giudiziari; che sono state concordate anche le modalità di ricollocamento del personale in esubero dalle Province e altri enti (così da evitare che i portantini finiscano a fare i dirigenti di cancelleria) e che nella seconda fase della mobilità obbligatoria il ministero della Giustizia garantisce ulteriori 800 posti in tutta Italia.
Una goccia nel mare, anche se le assunzioni sono bloccate da 20 anni. Dall'Anm filtra "apprezzamento" per lo sforzo di Orlando, nei confronti del quale "resta la stima", ma "la soluzione è molto parziale". Per le toghe, la mobilità va del tutto abbandonata perché è solo "uno stratagemma"; bene il bando ma occorre almeno "una programmazione in un arco temporale". Quanto alla carenza di magistrati: con il pensionamento a 70 anni voluto da Renzi, i vuoti sono aumentati e il recente decreto che proroga di un anno solo i posti apicali di Cassazione contiene una serie di misure "punitive". Se non sarà modificato, potrebbe rientrare tra i motivi di uno sciopero (con avvocati e cancellieri) sul personale, che l'Anm non esclude di indire entro l'anno.

 

Per i reati tributari la prescrizione corre a più velocità

PDF Stampa
Condividi

di Antonio Iorio

 

Il Sole 24 Ore, 30 settembre 2016

 

Con la presentazione della dichiarazione (il cui termine scade oggi, 30 settembre) iniziano a decorrere anche i termini di prescrizione per eventuali illeciti penali di tipo dichiarativo: è il caso delle dichiarazioni fraudolente con o senza fatture false e delle dichiarazioni infedeli. È proprio dal giorno della presentazione della dichiarazione, infatti, che questi reati si ritengono consumati con la conseguenza che i termini prescrizionali entro cui occorre pervenire a sentenza definitiva di condanna decorrono da tale data.
Si ricorda che la prescrizione è una causa di estinzione del reato, o meglio è la modalità di estinzione del diritto per il mancato esercizio dello stesso da parte del titolare per il tempo determinato dalla legge. Nel diritto penale, più concretamente, la prescrizione trova fondamento nell'attenuarsi dell'interesse dello Stato a punire quei reati il cui "ricordo sociale" si è affievolito per il decorso del tempo. Risponde, altresì, all'esigenza di garantire all'imputato una durata ragionevole del processo, secondo quanto stabilito dall'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Gli unici limiti all'operatività dell'effetto estintivo della prescrizione sono rappresentati dalla commissione di un delitto punito con la pena dell'ergastolo in considerazione della sua gravità e dall'esistenza di una sentenza di condanna irrevocabile intervenuta prima della decorrenza del termine di prescrizione. Occorre ricordare poi che la prescrizione opera per tutta la durata del processo penale: ciò significa che, tranne nel caso in cui si verifichi una causa interruttiva (si veda l'articolo in basso), la sentenza definitiva deve intervenire entro il termine di prescrizione, altrimenti il reato non sarà più perseguibile.
Inizialmente il decreto legislativo 74/2000 non aveva introdotto specifiche regole sui termini prescrizionali dei delitti tributari trovando così applicazione la disciplina generale prevista dal codice penale. Ne conseguiva che tali reati si prescrivevano nel termine di sei anni che, a seguito di eventuale interruzione, diventavano sette e mezzo (a decorrere, per i reati dichiarativi, dalla presentazione della dichiarazione).
Con la legge 148/2011, dal 17 settembre 2011 è stata introdotta una disciplina ad hoc nel decreto 74/2000 (nuovo comma 1-bis dell'articolo 17). In base a tale norma i termini di prescrizione per alcuni delitti tributari sono stati elevati di un terzo. Ciò significa, in altre parole, che il termine precedente di 6 anni, aumentato di 1/3 è diventato di otto anni ovvero di dieci in caso di interruzione. Attualmente, pertanto, per gli illeciti penali tributari commessi dopo il 17 settembre 2011 esiste un regime prescrizionale differenziato e, in particolare:
per i reati di omesso versamento delle ritenute, dell'Iva, l'indebita compensazione e la sottrazione fraudolenta si applica il termine di sei anni, ovvero sette e mezzo in caso di interruzione;
per tutti gli altri reati (dichiarazioni fraudolente, infedele, omessa presentazione, occultamento o distruzione di scritture contabili, emissione di fatture false) trova applicazione il più lungo termine di 8 anni che diventa di 10 in presenza di cause interruttive.
Da segnalare infine che la Corte di Giustizia Ue (C-105/14 dell'8/9/2015, sentenza "Taricco") ha ritenuto che in tema di gravi frodi Iva il termine ordinario di prescrizione debba ricominciare a decorrere da capo in presenza di ogni atto interruttivo. Secondo la Corte Ue, il giudice italiano deve disapplicare le norme del codice penale nella misura in cui queste - fissando un limite massimo al corso della prescrizione, pur in presenza di atti interruttivi - impediscano allo Stato di adempiere agli obblighi di tutela effettiva degli interessi finanziari della Ue. Su questa problematica la Corte di appello di Milano ha sollevato questione di legittimità costituzionale rilevando che il principio di legalità costituirebbe un "contro limite" all'ingresso del diritto comunitario nel nostro ordinamento. La decisione della Consulta verrà assunta il prossimo 23 novembre.

 

Il caso Capua e la gogna infinita

PDF Stampa
Condividi

di Annalisa Chirico

 

Il Giornale, 30 settembre 2016

 

Ilaria Capua non ha mai avuto un processo. È stata prosciolta in udienza preliminare, per lei soltanto la gogna di un'inchiesta mediatica durata troppo a lungo.
Congedandosi dalla Camera dei deputati che ha accolto le sue dimissioni, la virologa di fama mondiale ha dichiarato: "Quello che è successo a me accade troppo spesso in Italia, e potrebbe succedere a chiunque. In occasione di questo momento voglio dar voce a tutte le persone innocenti accusate ingiustamente che attendono, impotenti, che la giustizia faccia il suo corso".
Perché assai spesso si dimentica un particolare: la giustizia differita è giustizia negata. I tribunali che rinviano, i giudici che fanno attendere, le sentenze che non arrivano, rendono più complicato l'esercizio del diritto di difesa e soprattutto prolungano il tempo di una vita sospesa. Per molti anni la sinistra e la grancassa giustizialista hanno brandito il sacrosanto diritto di difendersi nel processo contro la vile scappatoia di chi pretendeva di difendersi dal processo. Una palese ipocrisia.
Basta ascoltare le parole di Ilaria Capua per rendersi conto che difendersi da accuse ingiuste, rifiutare l'onta e i tormenti di un processo infondato è un diritto che ci appartiene. È anche per questo che in diversi paesi europei se la procura ti accusa e tu risulti innocente all'esito del dibattimento lo Stato si fa carico di rimborsarti le spese legali: poiché non può restituirti il tempo sottratto alla tua esistenza privata, ti riconosce una forma di compensazione. In Italia invece si registra uno stridente contrasto: nei giorni in cui Ilaria Capua diventa ex deputata perché "ognuno di noi ha un tempo limitato da vivere e utilizzarlo al meglio è un dovere", in Senato la maggioranza si batte per approvare la cosiddetta "riforma del processo penale" che mira ad allungare i termini della prescrizione nel paese con i processi più lunghi d'Europa. Usando una metafora, potremmo dire che ci saranno più casi Capua, non meno. Con il paradosso che toccherà ai cittadini, condannati al mestiere di imputato per un lasso di tempo spropositatamente lungo, pagare il prezzo di una giustizia inefficiente. I colpevoli, dal canto loro, resteranno a piede libero, e magari continueranno a delinquere, nelle more di un processo lento e interminabile. Il caso Capua è una lampadina che illumina le vere urgenze della giustizia italiana: gogna mediatica e presunzione d'innocenza. La prima è letale; la seconda è ridotta a una formula vuota. Su questo il governo ha qualcosa da dire?

 

Depenalizzazione, il giudice può cancellare le conseguenze civili

PDF Stampa
Condividi

di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 30 settembre 2016

 

La pronuncia che prende atto dell'intervenuta depenalizzazione, in sede di impugnazione, si estende, revocandoli, anche ai capi che riguardano gli interessi civili. Non così, invece, se la sentenza è già passata in giudicato: in questo caso infatti la revoca disposta dal giudice dell'esecuzione non si estende ai capi "civili". A chiarirlo sono le Sezioni unite penali con un'informazione provvisoria depositata ieri, le cui motivazioni saranno note solo tra qualche tempo.
La controversa questione era sorta a proposito di una condanna inflitta per il reato di danneggiamento, con la contestuale imposizione del risarcimento del danno. Tuttavia il reato era stato abolito a inizio anno dalla manovra di depenalizzazione e, in particolare, dal decreto legislativo n. 7 del 2016. L'illecito è rimasto rilevante sul pian civile e punito con una misura pecuniaria da 100 a 8.000 euro. Tuttavia, differenza delle ipotesi depenalizzate nel successivo decreto legislativo n. 8 del 2016, per le quali è stato espressamente stabilito che il giudice dell'impugnazione decide anche sulle parti civili della condanna, nulla è stato previsto per i casi di condanna pronunciata per un reato successivamente abrogato e configurato come illecito civile sulla base del decreto 7/16.
A confrontarsi erano due orientamenti. Il primo ritiene che il giudice dell'impugnazione nel dichiarare che il fatto non è previsto dalla legge come reato, decide sull'impugnazione per i soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che riguardano gli effetti civili. Si valorizza, per questa linea interpretativa, l'articolo 2 comma secondo del Codice penale, per il quale l'abolitio criminis produce la cessazione degli effetti penali della condanna, facendo invece sopravvivere le obbligazioni civili.
Si sottolinea quindi che ai diritti del danneggiato dal reato per quanto riguarda le deliberazioni civili non si applicano i principi della successione nel tempo delle leggi penali, ma quell'altro, articolo 11 delle preleggi, secondo il quale la legge dispone solo per il futuro. Inoltre, se si dovesse considerare obbligata la trasmissione al giudice civile competente per l'irrogazione delle sanzioni civili dopo l'assoluzione dell'imputato perchè il fatto di danneggiamento non è più previsto come reato, dovrebbe essere imposto alla parte civile la prosecuzione del giudizio in sede civile, malgrado sia stata già raggiunta una definizione di questo in sede invece penale.
A questa tesi se ne contrapponeva però un'altra, per la quale deve essere esclusa la possibilità per il giudice dell'impugnazione di pronunciarsi sulle statuizioni civili. Infatti il testo della legge che ammette la possibilità "solo nei casi disciplinati dal decreto legislativo 8/2016 è di univoca interpretazione ed indice della specifica volontà del legislatore di ammettere tale potere limitatamente alle ipotesi di reato trasformate in illeciti amministrativi e non anche per quelle abrogate ex Dlgs 7 del 2016".

 

La "continuazione" congela la non punibilità

PDF Stampa
Condividi

di Alessandro Galimberti

 

Il Sole 24 Ore, 30 settembre 2016

 

Corte di cassazione 40650/2016. Bastano due infrazioni consecutive per perdere il beneficio della non punibilità per particolare tenuità del fatto. Lo ha stabilito la Terza sezione penale della Cassazione - sentenza 40650/16, depositata ieri - che ha respinto il ricorso di un imputato potentino portato a giudizio per omesso versamento di ritenute previdenziali. Gli episodi contestati all'imprenditore erano due, di rilievo davvero modesto (l'omissione complessiva era di poco superiore a 2.200 euro, la pena patteggiata di 18 giorni di reclusione, sospesi) ma nonostante ciò la Cassazione gli ha negato il "beneficio" introdotto dal Dlgs 28/2015.
Secondo la difesa, la non punibilità prevista dall'articolo 131-bis del Codice penale doveva trovare applicazione sia in considerazione della scarsa offensività della condotta sia perchè la nuova e più favorevole norma era entrata in vigore tre anni dopo il patteggiamento, e subito dopo il processo d'appello. Il legale dell'imputato aveva quindi chiesto il riconoscimento della legge penale successiva più favorevole, visto che non c'è dubbio che si versi in un ambito di normativa sostanziale e non meramente processuale.
Tuttavia la Terza penale non ha accolto le eccezioni dell'imputato, fermandosi davanti al chiaro dettato della norma introdotta lo scorso anno. L'articolo 131-bis del Codice esclude infatti dal campo di applicazione della non punibilità per particolare tenuità del fatto tutti i comportamenti "abituali", spiegando poi due commi più sotto che l'"abitualità" a questi fini scatta ogni volta che l'indagato "abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità".
Secondo la Cassazione, la valutazione della pluralità dei fatti "ostativi"può essere condotta, sempre limitatamente a queste finalità, anche all'interno del singolo procedimento per il quale si procede, finendo così per "ampliare ulteriormente il numero di casi in cui il comportamento può ritenersi abituale". Da qui lo sbarramento al riconoscimento della particolare tenuità anche nel caso di reati "avvinti dal vincolo della continuazione", come nelle ipotesi del processo impugnato.
Per la Terza, l'esclusione della punibilità per particolare tenuità non può essere quindi dichiarata "in presenza di più reati legati dal vincolo della continuazione e giudicati nel medesimo procedimento, configurando anche il reato continuato una ipotesi di "comportamento abituale".

 
<< Inizio < 1 2 3 4 5 6 8 10 > Fine >>

 

 

 

 

 

 

 progetto_carcere_scuole

 

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it