Venerdì 01 Luglio 2016
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Questa volta ha ragione Davigo: "l'Italia è un Paese sicuro"

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di Valter Vecellio

 

Il Dubbio, 30 giugno 2016

 

Per una volta può accadere anche questo: essere d'accordo con Piercamillo Davigo. Proprio lui, quel Davigo il cui programma anni fa Giuliano Ferrara riassume con "Vuole rivoltare l'Italia come un calzino"; quel Davigo secondo il quale, pare, l'umanità si divide in due categorie: i colpevoli, e quelli che ancora non sono stati scoperti.

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Ustica, Bologna e le altre stragi: è caduto il segreto di Stato, ma restano i misteri

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di Giovanni De Luna

 

La Stampa, 30 giugno 2016

 

La declassificazione decisa dal governo due anni fa si è rivelata macchinosa: storici, archivisti e familiari delle vittime a confronto. Sono passati 36 anni dalla tragedia di Ustica. Il ricordo dell'abbattimento del Dc 9 Itavia, in volo da Bologna a Palermo, 81 vittime, è anche questa volta l'occasione per sollecitare la verità sugli eventi stragisti degli Anni 70. Lo hanno fatto il Presidente della Repubblica ("rimuovere le opacità") e la presidente della Camera, Laura Boldrini ("troppi i tasselli mancanti"). È un fatto.

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Il negazionismo diventa reato: carcere fino a sei anni per chi minimizza Shoah e genocidi

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di Andrea Scotto

 

Italia Oggi, 30 giugno 2016

 

In Gazzetta Ufficiale "la legge sulla Shoah", cioè la legge che intende tutelare la memoria e gli esatti contorni sia del massacro sistematico degli Ebrei, avvenuto nella Seconda guerra mondiale, sia più in generale, di tutti gli stermini.
La legge 16 giugno 2016 n. 115 (in G.U. del 28 giugno) ha infatti stabilito che "si applica la pena della reclusione da due a sei anni se la propaganda ovvero l'istigazione e l'incitamento, commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della legge 12 luglio 1999 n. 232".
Il nuovo art. 3, comma 3-bis è stato inserito nella legge 13 ottobre 1975 n. 354, la quale ha ratificato e dato esecuzione alla convenzione internazionale sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale. La norma di fresca emanazione richiama al suo interno e ai fini applicativi una serie di specifiche, estese e articolate nozioni di crimine, codificate a livello internazionale. Ciò premesso, è bene notare che viene punito con la reclusione un certo tipo di propaganda, cioè quell'azione che (con qualsiasi mezzo) tende a influire sull'opinione pubblica, ed è finalizzata a negare in tutto o in parte l'Olocausto oppure eventi analoghi.
Il congegno legislativo punta a sanzionare anche la condotta di chi susciti in altri il desiderio e l'intento di veicolare idee negazioniste di tragici eventi. In questo senso la norma evoca con particella congiuntiva l'istigazione e l'incitamento. La legge n. 115/2016 colpisce inoltre atteggiamenti che mettono anche solo in pericolo (concreto) il bene tutelato (cioè la preservazione della verità storica circa eventi mostruosi). Il che vuol dire che, in definitiva, il legislatore lascia al giudice un ampio margine valutativo di completamento e conferma della fattispecie incriminatrice, in base a tutta una serie di elementi di fatto.
Certo è che il concetto (non propriamente giuridico) di propaganda ha confini a volte evanescenti. In pratica stabilire in via giudiziaria dove finisce l'attività giornalistica e dove inizia l'opera di persuasione potrebbe solleticare l'autocensura, tenuto conto della non breve pena detentiva prevista. Infine va segnalato che il carcere scatta anche in caso di propaganda con "parziale" negazione degli stermini. Ciò significa che il giudice avrà un ampio margine di lettura delle condotte punibili. Va infatti considerato che vi sono crimini terribili del tutto assodati, ma anche altre vicende in corso di valutazione quanto alla loro ampiezza. Per questo motivo aver disegnato la fattispecie come un reato di pericolo concreto, e utilizzando termini non rigidamente delimitabili, potrebbe esporre a forti rischi coloro che volessero affrontare le questioni dei genocidi con i mezzi di comunicazione.

 

Ne bis in idem in area Schengen solo se c'è stato esame nel merito

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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 30 giugno 2016

 

Corte di giustizia europea, sentenza 29 giugno 2016 nella causa C-486/14. Un sospettato può essere nuovamente sottoposto a indagini in uno Stato Schengen se le precedenti indagini in un altro Stato Schengen sono state concluse senza un'istruzione approfondita. La mancata audizione della vittima e di un eventuale testimone costituisce un indizio della mancanza di una siffatta istruzione.
Lo mette nero su bianco la Corte di giustizia europea con la sentenza nella causa C-486/14. Applicare il principio ne bis in idem a una decisione di conclusione delle indagini adottata dall'autorità giudiziaria di uno Stato Schengen in assenza di qualsiasi esame approfondito del comportamento illecito addebitato all'accusato sarebbe manifestamente in contrasto con la finalità stessa dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, costituita dalla lotta alla criminalità, e rischierebbe di rimettere in discussione la fiducia reciproca degli Stati membri fra di essi.
Il tribunale superiore regionale di Amburgo chiedeva se il principio del ne bis in idem, sancito dall'articolo 54 della Convenzione Schengen, deve essere interpretato nel senso che una decisione del pubblico ministero che mette fine all'azione penale e conclude definitivamente, salvo riapertura o annullamento, il procedimento di istruzione condotto nei confronti di una persona, senza che siano state irrogate sanzioni, può essere considerata una decisione definitiva, quando il medesimo procedimento è stato chiuso senza un'istruzione approfondita.
La Corte sottolinea che nessuno può essere sottoposto a procedimento penale in uno Stato contraente per i medesimi fatti per i quali è stato già "giudicato con sentenza definitiva" in un altro Stato contraente. Perché una persona possa essere considerata "giudicata con sentenza definitiva" per i fatti che le sono addebitati, occorre, che l'azione penale sia definitivamente estinta.
Estinzione che deve essere valutta alla luce del diritto dello Stato interessato. Per determinare se una decisione come quella in questione costituisce una decisione che giudica definitivamente una persona, secondo l'articolo 54 della Convenzione, occorre, in secondo luogo, accertarsi che questa decisione sia stata pronunciata dopo un esame condotto nel merito della causa. Del resto, osserva la sentenza, "anche se l'articolo 54 della Convenzione mira a garantire che una persona che è stata condannata e ha scontato la sua pena o, se del caso, che è stata definitivamente assolta in uno Stato contraente possa circolare all'interno dello spazio Schengen senza dover temere di essere perseguita per gli stessi fatti in un altro Stato contraente, esso non persegue la finalità di proteggere un sospettato dall'eventualità di doversi sottoporre ad ulteriori accertamenti, per gli stessi fatti, in più Stati contraenti".
Così, una decisione che conclude il procedimento penale, adottata in una situazione in cui il pubblico ministero non ha proseguito l'azione solo perché l'accusato si era rifiutato di deporre e la vittima e un testimone de relato risiedevano in Germania, di modo che non era stato possibile sentirli durante il procedimento d'istruzione e non era stato possibile verificare le indicazioni della vittima, senza che sia stata condotta un'istruzione più approfondita per raccogliere ed esaminare elementi di prova, non costituisce una decisione preceduta da un esame nel merito.

 

Truffa alla Pa? Confiscabili i beni del Caf

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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 30 giugno 2016

 

Corte di cassazione - Sentenza 26304/2016. Via libera alla confisca per equivalente dei beni del Centro di assistenza fiscale e dei suoi amministratori che trasmettono false dichiarazioni per ottenere dall'Inps rimborsi indebiti.
La Corte di cassazione (sentenza 26304) respinge il ricorso del Caf e dei suoi dipendenti, contro il decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente sui beni dell'ente che dal reato aveva tratto vantaggio e su quelli delle persone che lo avevano commesso. Lunga la lista dei reati a carico degli indagati: associazione a delinquere, falso, truffa e appropriazione indebita. L'accusa era di aver trasmesso numerose false dichiarazioni sostitutive uniche, per avere il modello Isee e ottenere rimborsi non dovuti, che venivano distratti per finalità private. Il sequestro, che aveva colpito anche una società di viaggi entrata nel "business", aveva riguardato beni per circa 800 mila euro.
Secondo la difesa la misura adottata era illegittima perché applicata anche ad enti dotati di autonoma personalità giuridica, rispetto ai quali non avrebbe potuto essere adottato alcun provvedimento. La Cassazione precisa invece che l'articolo 640-quater del Codice penale prevede, in caso di truffa ai danni della pubblica amministrazione o di fatti analoghi finalizzati a conseguire erogazioni pubbliche, la possibilità di applicare la particolare disciplina sul sequestro e sulla successiva confisca (articolo 322-ter del Codice penale). I giudici della Suprema corte ricordano che nel caso di concorso di persone in uno dei reati indicati dalla norma e di coinvolgimento degli enti, il sequestro preventivo in vista della confisca per equivalente del profitto del reato può incidere contemporaneamente sia sui beni dell'ente sia su quelli delle persone fisiche, con l'unico limite del valore complessivo. Possibile dunque il sequestro nel caso dell'agenzia di viaggi, beneficiaria delle condotte distrattive, come per il Caf in quanto soggetto giuridico autonomamente responsabile dell'operato dei suoi amministratori, come previsto dagli articoli 7 e 24 del decreto legislativo 231 del 2001.

 
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