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Giustizia: ecco il nuovo reato "cooperazione per delinquere"

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di Giorgio Meletti e Valeria Pacelli

 

Il Fatto Quotidiano, 5 luglio 2015

 

Scandalo che vai, cooperative che trovi. E non solo rosse. I più recenti sviluppi dell'inchiesta Mafia Capitale hanno rimesso nel mirino La Cascina, coop di area ciellina, da anni habitué delle cronache giudiziarie.

Il procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, parlando alla Commissione antimafia mercoledì scorso ha offerto questa chiave di lettura: "For se occorre una riflessione sulle agevolazioni di cui godono queste cooperative; sulle riserve di lavori che spettano loro (...) e probabilmente anche sui controlli meno penetranti rispetto a quelli operati nei confronti degli ordinari operatori economici loro concorrenti".

Controlli meno penetranti? Sì. Le grandi cooperative, con fatturati da centinaia di milioni o miliardi di euro, sono una forma di capitalismo popolare che, a differenza delle società quotate in Borsa, non subisce i controlli di Consob e Bankitalia e ha obblighi di trasparenza nettamente inferiori. Così i manager sono diventati padroni di fatto. Roberto Casari, arrestato per mafia dai magistrati di Napoli, è stato presidente della Cpl Concordia per 39 anni.

Claudio Levorato, pluri indagato capo della Manutencoop, è presidente dal 1984. La finta democrazia delle coop vale per il loro potere incontrastato come le scatole cinesi per gli imprenditori privati. E il presidente della Legacoop, Mauro Lusetti, non ha nessun potere e può solo limitarsi a tenere il conto degli scandali, di cui riassumiamo qui i più clamorosi.

CPL CONCORDIA 1) Affari al sud, costi quel che costi La Cpl Concordia è divenuta influente negli anni anche grazie a una serie di "relazioni patologiche" con le istituzioni, come scrivono i magistrati partenopei. I pm nella prima fase dell'inchiesta si sono concentrati sulla metanizzazione di Ischia, per la quale è stato arrestato e poi scarcerato il sindaco Pd Giuseppe Ferrandino. Adesso i magistrati accusano la coop di collusioni con la camorra per gli appalti della metanizzazione in sette comuni del Casertano. L'ex presidente Casari, già ai domiciliari per la prima fase, solo due giorni fa è stato arrestato di nuovo per questo nuovo filone. Nei guai è finito anche l'ex senatore del Pd Lorenzo Diana, negli anni scorsi componente della Commissione Antimafia: gli viene contestato il reato di concorso esterno per aver avuto il ruolo di "facilitatore" degli accordi tra la coop e il clan dei Casalesi. Diana non è stato arrestato per questa inchiesta, ma è destinatario di un provvedimento di divieto di dimora.

COOPERATIVA 29 GIUGNO 2) L'azienda di Buzzi, eroe del Mondo di mezzo Anche Roma ha un "ras delle coop". Si chiama Salvatore Buzzi, l'uomo ritenuto il braccio destro dell'ex Nar Massimo Carminati, entrambi arrestati a dicembre scorso nell'ambito dell'operazione "Mondo di mezzo". Buzzi, che adesso si trova al 41 bis, è il patron della 29 giugno, una cooperativa aderente a Legacoop. Aveva messo le mani sul business degli immigrati, che come dice in una nota intercettazione "rendono più della droga". Proprio grazie a questo giro di affari la sua coop era entrata in moltissimi degli appalti nella gestione dei Cara e non solo, aumentando di conseguenza il proprio fatturato, solo nel 2014, da 29 a 60 milioni di euro. Se la prima retata di Mafia Capitale segnalava i rapporti trasversali tra coop rosse e politici di destra, la seconda ondata di arresti, il 4 giugno scorso, ha trascinato nell'inchiesta (non per reati di mafia) anche alcuni dirigenti della Cascina, la coop vicina a Cl e al Vicariato, in relazione all'appalto del Cara di Mineo. Che è costato anche l'iscrizione nel registro degli indagati al sottosegretario Giuseppe Castiglione.

CMC RAVENNA 3) A Milano con la cupola dei lavori all'Expo Sono due i filoni dell'indagine su Expo in cui sono coinvolte le coop. Uno riguarda l'appalto di Expo vinto dalla Cmc di Ravenna: la Procura ha sequestrato le carte della gara per i lavori di rimozione delle interferenze. Il secondo filone di indagine invece riguarda i rapporti della "cupola degli appalti" con gli ambienti delle cooperative, in particolare con il numero uno della Manutencoop, Claudio Levorato, indagato. Questi, secondo l'accusa, avrebbe preso parte alla presunta turbativa d'asta relativa al maxi-appalto (ancora da assegnare) da circa 323 milioni di euro per la "Città della Salute" che dovrebbe sorgere a Sesto San Giovanni. La presunta "cupola" del l'ex Dc Gianstefano Frigerio e dell'ex Pci Primo Greganti si sarebbe mossa per indirizzare la gara a favore di un consorzio con dentro la Maltauro e Manutencoop.

MANUTENCOOP 4) Levorato nei guai anche a Brindisi Guai per il numero uno della Manutencoop Claudio Levorato anche a Brindisi. La Procura ha chiesto lo scorso 9 aprile il rinvio a giudizio per 51 persone coinvolte in un'inchiesta sulla Asl di Brindisi e su presunti appalti pilotati che hanno coinvolto anche società come Manutencoop Facility Management e Artsana. Tra gli indagati quindi c'è anche Levorato, 66 anni di Pianiga (Venezia), presidente del consiglio di amministrazione di Manutencoop Facility Management, un colosso nel settore della manutenzione e delle pulizie quotato in Borsa, con 18 mila dipendenti e fatturati miliardari. Con Levorato, sono indagati anche altri dirigenti e manager. Al centro dell'inchiesta di Brindisi una gara - che secondo l'accusa sarebbe stata pilotata - per l'efficientamento energetico dell'ospedale Perrino, per la quale erano già pronti 10 milioni di euro, un finanziamento che è andato perduto in seguito allo scandalo.

COVECO 5) Il consorzio coinvolto nell'affare Mose Anche nell'inchiesta sul Mose di Venezia ci sono finite molte coop rosse. Come il consorzio Coveco, il cui presidente dal 2007 Franco Morbiolo è finito nel registro degli indagati con l'accusa di corruzione. Nell'ambito dell'inda - gine veneziana viene rivelata anche l'esistenza di un "accordo" riservato "tra coop venete ed emiliane". A parlarne l'ingegnere Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato di Mantovani. "I consorzi di cooperative - racconta Baita durante un interrogatorio - sono entità che coordinano tutte le cooperative associate". Poi aggiunge: "Il Coveco è storicamente un associato di Venezia Nuova, mentre il Ccc è entrato più recentemente. Quando c'era Bargone (sottosegretario ai Lavori pubblici, estraneo all'inchiesta, ndr), ne chiese l'inserimento nella compagine del Mose". Successivamente "all'interno del Cvn non si capiva più chi dovesse rappresentare le cooperative: se il rappresentante del Ccc di Bologna, Omar Degli Esposti (già indagato nell'inchiesta Penati-Sesto S. Giovanni), o quello del Coveco".

COOPSETTE MODENA 6) Lo scandalo di Firenze da cui tutto partì Il 12 settembre 2013 il gip di Firenze Angelo Pezzuti ha ordinato l'arresto ai domiciliari (poi revocati) di Maria Rita Lorenzetti, ex governatrice dell'Umbria ed ex potente parlamentare dalemiana. Come presidente della Italferr, società delle Fs incaricata di gestire l'appalto per l'attraversamento sotterraneo di Firenze del Tav, è accusata di aver voluto "favorire economicamente" l'appaltatrice Coopsette di Modena, "operando e svolgendo la propria attività nell'interesse e a vantaggio della controparte". Dagli sviluppi di quell'inchiesta è arrivato, nel marzo scorso, l'arresto dell'uomo forte del ministero delle Infrastrutture, l'ex capo della Struttura tecnica di missione Ercole Incalza, poi scarcerato.

CMC RAVENNA 7) Il viadotto siciliano, crollo a marchio coop Sono trenta gli indagati per il cedimento del raccordo con il nuovo viadotto Scorciavacche, sulla Palermo-Agrigento, che è crollato il 30 dicembre scorso, pochi giorni dopo l'inaugurazione. Il reato ipotizzato è attentato alla sicurezza dei trasporti e nel registro degli indagati sono stati iscritti anche i vertici dell'Anas Sicilia. L'opera è stata realizzata dal consorzio Bolognetta scpa, guidata dalla Cmc di Ravenna, la più grande coop rossa di costruzioni.

CONSORZIO ETRURIA 8) Costruttori toscani a giudizio per bancarotta Sei persone sono state rinviate a giudizio dal gup di Firenze per il dissesto finanziario che ha portato il Consorzio di costruzioni Etruria al concordato preventivo il 29 giugno 2011. Si tratta di ex componenti del cda e degli ex presidenti Armando Vanni e Luigi Minischetti. Le accuse sono, a vario titolo, bancarotta per distrazione e operazione imprudente, falso in bilancio e truffa. I pm contestano soprattutto operazioni come l'acquisto di alcune società della Baldassini Tognozzi Pontello e quello della Coestra, che avrebbe determinato per il consorzio una perdita di 22 milioni di euro.

COOP OPERAIE TRIESTE 9) Scomparsi i risparmi portati al supermercato Sotto inchiesta anche la Coop Operaie di Trieste, Istria e Friuli, che andata in default polverizzando 103 milioni di risparmi dei soci. Nel mirino dei magistrati sono finite alcune operazioni immobiliari infragruppo portate a termine per "gonfiare il patrimonio netto e rientrare solo fittiziamente nei parametri per il prestito sociale". Secondo l'accusa la Coop Operaie avrebbe compensato le pesanti perdite degli ultimi anni (37 milioni tra il 2007 e i primi mesi del 2014) con i proventi di cessioni avvenute solo sulla carta: gli immobili infatti sarebbero venduti a società dello stesso gruppo. Così la coop è riuscita a sopravvivere nonostante lo "scenario di precaria condizione finanziaria", come lo ha definito un consulente tecnico della procura.

COOP CENTRO ITALIA 10) Come il primo amore il partito non si scorda Nel 2013, al termine di un'inchiesta durata anni, il tribunale di Perugia ha assolto per intervenuta prescrizione Giorgio Raggi, ex sindaco di Foligno e presidente della Coop Centro Italia, colosso della grande distribuzione dell'Umbria con oltre 500 mila soci. L'accusa era di false fatturazioni e appropriazione indebita: secondo i pm la Coop Centro Italia aveva pagato false fatture al costruttore Leonardo Giombini per la realizzazione di un centro commerciale per alimentare un flusso di finanziamento ai Ds.

COOPSETTE MODENA 11) A Torino l'accusa di aver pagato la Lega Un finanziamento illecito alla Lega, mascherato da sponsorizzazione sportiva. È una delle ipotesi al vaglio dei magistrati della procura di Torino che indaga sulla costruzione del grattacielo destinato a ospitare gli uffici della Regione Piemonte. Nel registro degli indagati, secondo indiscrezioni, ci sarebbe un solo dirigente della Coopsette, capofila dell'associazione temporanea di imprese (Ati) che si era aggiudicata la commessa. La vicenda risale al 2011, quando la giunta regionale era guidata da Roberto Cota: l'Ati firma il contratto definitivo e pochi giorni dopo, il 6 settembre, parte la sovvenzione alla "Monviso-Venezia", associazione sportiva dilettantistica presieduta da Michele Davico, esponente leghista, già sottosegretario all'Interno durante il governo Berlusconi. All'inizio l'inchiesta si concentrava su un'ipotesi di turbativa d'asta. Secondo l'accusa, il progetto è stato modificato (ufficialmente nel dicembre del 2013, sottobanco prima) per fare avere un incarico in subappalto alla ditta del marito di una funzionaria regionale. Poi si è scoperto -secondo l'accusa - che la variante avrebbe permesso a Coopsette di abbattere i costi e creare una provvista per le presunte tangenti.

CCC BOLOGNA 12) Tutti a processo per il "people mover" È iniziato il 9 aprile 2015 il processo a Bologna sull'appalto del progetto di monorotaia sopraelevata, per collegare aeroporto e stazione Fs del capoluogo emiliano. Imputati a vario titolo per abuso d'ufficio e turbativa d'asta sono l'ex sindaco Delbono, l'ex assessore al Bilancio Rossi, il presidente del Consorzio cooperative costruzioni Piero Collina, l'ex presidente dell'azienda di trasporti Atc Francesco Sutti e tre dirigenti comunali. Al centro dell'indagine che ha portato ai sette rinvii a giudizio c'è l'accordo tra Ccc e Atc, stipulato dopo l'appalto del People Mover, per cedere la gestione e quindi l'assunzione dei rischi ad Atc (società a capitale pubblico) nel caso in cui il progetto non si fosse autofinanziato.

 

Lettere: l'etica dell'ubuntu per il rispetto dell'altro

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di Agnese Moro

 

La Stampa, 5 luglio 2015

 

"Ci piace dire che Essere Umani - a parlare è Juri Nervo che ne è tra i fondatori - per noi è un punto di arrivo e di svolta, perché nasce da un gruppo che da anni lavora insieme sul campo: in carcere, per strada e nelle scuole. È nato dalla nostra voglia di impegnarci concretamente per innescare un cambiamento, partendo dalla necessità di riscattare le ingiustizie con le quali per anni ci siamo confrontati quotidianamente". Che cosa vi proponete? "Essere Umani si propone, con le sue azioni, di diffondere l'etica sudafricana dell'ubuntu, riassumibile nell'espressione "io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo".

È una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto dell'altro. L'ubuntu esorta a sostenersi e aiutarsi reciprocamente, a prendere coscienza non solo dei propri diritti, ma anche dei propri doveri, poiché è una spinta ideale verso l'umanità intera, un desiderio di pace. Attraverso questo vogliamo innestare con i nostri interventi una nuova visione delle cose; il carcere allora non ha più senso così com'è, la solitudine del disabile o dell'anziano non può non toccarmi e destarmi, il clochard per strada mi interroga".

Siete nati quest'anno; cosa avete fatto fin qui? "Le nostre attività passano dal mondo del carcere, collaboriamo con l'Istituto Penale per Minorenni ed il Centro di Prima Accoglienza di Torino e di Pontremoli, vicino a Massa Carrara, abbiamo con l'Eremo del Silenzio un progetto di intervento in strada per i clochard ed infine tante attività nelle scuole sulle tematiche della mediazione, del carcere, del silenzio e del perdono, tema quest'ultimo sviluppato in collaborazione con l'Università del Perdono di Torino".

E i vostri prossimi impegni? "Avviare campagne nelle scuole, in linea con la nostra filosofia, attraverso il portale dedicato esserescuola.org. Inoltre stiamo progettando in alcune città d'Italia micro eventi di formazione sul tema carcere, giustizia, bullismo e mediazione. Vorremmo incontrare persone che con il loro impegno hanno reso più umano questo mondo, come il premio Nobel Desmond Tutu che con Nelson Mandela ha trasformato in azione concreta l'etica dell'ubuntu per superare gli orrori dell'apartheid; durante questi incontri chiedere la firma del nostro manifesto, come stimolo e segno per noi che stiamo andando nella direzione giusta".

 

Roma: Regina Coeli struttura con luci e ombre, oggi conta 850 detenuti e 450 agenti

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di Eva Bosco

 

Ansa, 5 luglio 2015

 

Il modellino di un veliero, al muro una bacheca fatta coi pacchetti di sigarette in cui è sistemato qualche cd, scarpe da ginnastica appoggiante alle grate - quelle grate che quotidianamente vengono ispezionate dagli agenti con il rito della battitura eseguito con una barra di ferro. E poi un letto a castello tre posti contro la parete dietro la quale ci sono un cucinotto e il bagno con la porta a vetro coperta da fogli di giornale.

È una delle celle della terza sezione di Regina Coeli ed è qui che visitando il carcere si prova l'impatto più forte. Insieme alla Uil-Pa Penitenziari, sindacato dei baschi azzurri, l'Ansa è entrata all'interno del carcere romano, per vedere come si vive e cosa sta cambiando. Un carcere nel cuore della Capitale, a pochi metri del centro storico: un controsenso, nel mondo d'oggi? "Si discute periodicamente dell'opportunità di mantenere strutture come questa o San Vittore a Milano - risponde la direttrice, Silvana Sergi - ed è una riflessione necessaria. Ma è anche vero che il carcere non deve essere qualcosa di staccato dalla società".

E forse anche per questo Regina Coeli, per ora, non si sposta. Delle otto sezioni della casa circondariale, la terza è quella più "difficile": gli ambienti appaiono più vecchi anche perché altre aree sono state ristrutturate in modo più evidente, mentre qui l'intervento è stato meno radicale per mantenere l'assetto di una struttura storica visto che in questa sezione furono detenuti molti antifascisti e partigiani, tra cui Antonio Gramsci e Sandro Pertini. In alto, lungo il ballatoio decine di detenuti sono affacciati: qualcuno grida "braccialetti", riferendosi al bracciale elettronico per il controllo a distanza che eviterebbe la permanenza in carcere. Molti di loro, in tutto 180, sono stranieri. La tensione c'è, è reale, a volte scaturisce in risse che gli agenti devono sedare. Ma nel complesso, è meno alta di quanto si possa pensare.

Tutti sono detenuti comuni, le porte delle celle durante il giorno non sono chiuse, ma vige un regime "aperto" che consente più movimento e più spazio. Quello spazio che dietro le sbarre è prezioso. Proprio la mancanza di spazio e quelle celle, nelle carceri italiane, in cui non c'erano neppure 3 metri quadri a detenuto hanno fatto sì che l'Italia fosse condannata nel 2013 dalla Corte di Strasburgo e dovesse poi correre ai ripari. Regina Coeli ha conosciuto fasi critiche: nel 2013 i detenuti erano 1.090, ora sono 850 e la tensione è scesa. La polizia penitenziaria conta 450 unità: statisticamente, circa un agente ogni due detenuti.

"In realtà - spiega Eugenio Sarno, segretario di Uilpa Penitenziaria - numerosi agenti sono impegnati ogni giorno in servizi come le traduzioni. Il ruolo dei baschi azzurri nell'allentare le tensioni in carcere è centrale". La visita a Regina Coeli inizia dal cortile esterno dove si sta sperimentando un sistema di raccolta differenziata. Il primo passaggio interno è all'ufficio matricola, dove è custodita la storia giudiziaria di ciascun detenuto, e al casellario, dove vengono trattenuti i loro oggetti non ammessi in cella.

Per chi è condotto in carcere, la prima, provvisoria collocazione è nell'ottava sezione, area di prima accoglienza dove vengono fatti anche i controlli sanitari, psicologici, si verificano tossicodipendenza e alcol-dipendenza - e se vengano riscontrati problemi di droga o alcol il detenuto è trasferito in una sezione apposita, che lavora a contatto con il Sert. Dopo i controlli e i colloqui, il detenuto viene assegnato a una sezione ordinaria. Ogni sezione ha una sua peculiarità. La più all'avanguardia è la quinta, insieme alla prima e alla sesta, tutte a vigilanza dinamica, cioè con minore presenza di agenti, controlli attenuati, possibilità per i detenuti di muoversi e svolgere attività per 9-10 ore al giorno.

A Regina Coeli si fa teatro, c'è una biblioteca, i detenuti lavorano internamente nelle cucine e nella lavanderia, c'è una ludoteca per i bambini nella zona colloqui. C'è anche una tipografia storica presso la quale sono organizzati dei corsi. E c'è un centro clinico da poco ristrutturato con due sale operatorie dove affluiscono pazienti anche da altre carceri.

"Regina Coeli ha luci e ombre. Il decongestionamento - sintetizza Sarno - ne ha migliorato la funzionalità punti di eccellenza: ha punti di eccellenza e problemi strutturali. Ma soffre anche di quelle carenze organiche tra agenti, educatori, psicologi, che qui come altrove rendono spesso complesso gestire la sorveglianza dinamica, un regime di detenzione meno restrittivo, volto al recupero del soggetto, la cui filosofia potrebbe rappresentare un punto di svolta per il carcere moderno ma che stenta ancora a decollare a pieno".

 

Napoli: psichiatri precettati per il carcere di Poggioreale, pazienti allo sbando

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di Raffaele Nespoli

 

Corriere del Mezzogiorno, 5 luglio 2015

 

Il dipartimento di Salute Mentale trasferisce tre professionisti per un mese a Poggioreale.

"Tolti dall'assistenza ai cittadini per potenziare il servizio nel carcere di Poggioreale". Si può sintetizzare cosi "l'allarme" lanciato dal forum Sergio Piro su quanto sta accadendo in alcuni centri per la salute mentale dell'Asl Napoli 1. Ciò che è successo è che tre psichiatri sono stati precettati e sottratti al servizio dei rispettivi pazienti per un mese) così da "offrire - si legge nell'ordine di servizio - il massimo sostegno alle esigenze della struttura sanitaria presso la Casa Circondariale".

Decisione encomiabile, ma non se a farne le spese devono poi essere i pazienti abituali di questi medici. "Opinabile anche il criterio adottato per decidere chi trasferire - spiega Antonio Mancini, portavoce del forum Sergio Piro -, si è proceduto secondo ordine alfabetico generando in forti di diseguaglianze. I cittadini in carcere - conclude Mancini - hanno diritto ad una assistenza completa e territoriale che leghi, quando possibile, l'assistenza in carcere al territorio di provenienza". Il problema, nonostante siano solo tre gli specialisti "precettati", riguarda un area molto vasta e centinaia di cittadini.

I tre psichiatri, assieme agli altri colleghi, coprono infatti le zone di San Ferdinando, Chiaia, Posillipo, Arenella, Ponticelli e non ultima l'intera isola di Capri. Sulla questione sembra voler intervenire al più presto la Asl, il direttore generale Ernesto Esposito infatti ha chiarito che "è importante concordare con gli specialisti interessati una soluzione immediata".

Chi respinge ogni accusa al mittente è il dottor Fedele Marnano, direttore del servizio di Salute Mentale e di fatto colui che ha suggerito i trasferimenti temporanei. "Non esiste - spiega Maurano - alcun problema peri pazienti dell'Asl Napoli 1, ai quali il servizio è sempre garantito.

È compito del servizio nel suo complesso farsi carico di ogni singolo paziente, assicurando sempre programmi di cura e assistenza adeguati. Benché ci debba sempre essere uno psichiatra di riferimento, non si può instaurare un rapporto quasi "privatistico". Non è che se lo psichiatra in questione dovesse assentarsi, ad esempio per ferie, il servizio per il paziente viene a mancare". Secondo Maurano gli psichiatri temporaneamente trasferiti possono inoltre "continuare l'attività con i pazienti del territorio, se necessario, facendone richiesta anche nell'orario lavorativo. E questo avviene già". Non sembra esserci però alcun punto di intesa con i diretti interessati. Basta ascoltare uno degli psichiatri "precettati".

"In questa situazione - spiega Francesco Blasi, anche lui del forum Sergio Piro - si crea un danno a tutti i pazienti. Agli utenti che di fatto, e a meno di gravi emergenze, non potranno essere curati; e ai pazienti psichiatrici detenuti che subiscono il trauma di perdere il loro psichiatra di riferimento e che dovranno adattarsi ad un nuovo medico ogni mese dato che la mobilità d'urgenza non può superare i 30 giorni. Questo significa che i pazienti detenuti sono allo sbando".

 

 

Ostia (Rm): cura del verde urbano, se ne occuperanno 14 detenuti in misura alternativa

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ilfaroonline.it, 5 luglio 2015

 

Possanzini (Sel): "È sbagliato strumentalizzare questo tema riconducendolo all'ennesimo scontro fra gli ultimi contro i penultimi". "L'iniziativa è stata presentata nella sede del X Municipio dall'assessore capitolino alla Legalità e delegato del X Municipio, Alfonso Sabella.

Un progetto importante che punta alla riabilitazione e al reinserimento sociale di chi ha sbagliato e sta pagando per le illegalità commesse. Non è semplice per un ex detenuto riabilitarsi e intraprendere una vita normale così come non è facile per chi è senza lavoro trovare un'occupazione" - lo dichiara Marco Possanzini, Coordinatore SEL Municipio X.

"È sbagliato strumentalizzare questo tema riconducendolo all'ennesimo scontro fra gli ultimi contro i penultimi - prosegue Possanzini. La crisi economica ha svaligiato di felicità e di serenità la vita di tutti noi, non risolveremo nulla alimentando la guerra degli stracci. Inoltre la crisi occupazionale e il pregiudizio consegnano nelle mani della criminalità, troppo spesso, chi invece vorrebbe vivere onestamente. Uno strumento come le borse lavoro deve diventare strutturale, deve essere finanziato e irrobustito, deve essere utilizzato per aiutare attraverso l'inserimento nel mondo del lavoro chi oggi, per ragioni anagrafiche, penali, congiunturali, si ritrova ultimo fra gli ultimi".

"Non dimentichiamo inoltre che la criminalità organizzata si nutre del disagio degli ultimi, lo sfrutta, lo utilizza per costruire lo stato parallelo. Per combattere le mafie dobbiamo capire, approfondire, il welfare parallelo delle mafie stesse - conclude il coordinatore. La malavita offre una lista di servizi infinita e si alimenta all'interno di un sistema economico in profonda crisi sfruttando il disagio sociale per ricavarne profitto. Sconfiggere la criminalità, combattere l'illegalità, significa anche spezzare questa catena utilizzando ad esempio le borse lavoro, costruendo delle politiche attive di reinserimento dei detenuti, introducendo nel nostro paese uno strumento come il reddito minimo garantito, per tutti".

 

 
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