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Profughi a Como, scene di caccia in alto Ticino

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di Gianni Barbacetto

 

Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2016

 

L'ultima frontiera è il confine con la Svizzera. Chiusa la rotta balcanica, presidiata Ventimiglia, bloccato il Brennero, i profughi tentano di raggiungere il nord Europa passando da Como a Chiasso, entrando nel Canton Ticino, per poi raggiungere la Germania o altri Paesi europei.
Sono violentemente respinti dai gendarmi elvetici con la collaborazione della polizia italiana: violando i diritti umani, la legge svizzera e i trattati internazionali, denuncia l'avvocato Paolo Bernasconi, già membro del comitato internazionale della Croce Rossa, che ha appena inoltrato un rapporto alle Nazioni Unite. "Si è parlato di caos a Como, nei giorni scorsi, a causa di centinaia di profughi pronti a dare l'assalto ai treni", racconta Bernasconi.
"Niente di più falso. È successo che una ventina di migranti, tra cui donne e bambini, hanno tentato di salire sul treno per Chiasso: sono stati bloccati da poliziotti in tenuta antisommossa. Ma niente minacce, nessun diverbio, nessuna violenza. L'emergenza non è della sicurezza, ma semmai dei diritti", continua l'avvocato.
"Le autorità ticinesi chiedono alla polizia italiana di impedire ai profughi di prendere il treno, affinché non possano arrivare a presentare domanda di asilo alla Svizzera. E una grave e sistematica violazione delle tre convenzioni internazionali dell'Onu sull'accoglienza dei richiedenti asilo, sulla protezione dei minorenni e sul ricongiungimento familiare". Ecco perché Bernasconi ha denunciato l'accaduto all'Alto Commissariato per i rifugiati di Ginevra.
"Sabato scorso, la polizia italiana è stata schierata in tenuta antisommossa alla stazione di Como, per impedire a un gruppetto di persone la partenza per la Svizzera. Erano uomini pacifici, con donne e bambini, avevano acquistato il biglietto del treno per Chiasso e avevano in mano la loro domanda d'asilo già compilata.
Perché sono stati fermati?", chiede l'avvocato, storico difensore dei diritti umani. "Quale norma del diritto italiano permette alla polizia di bloccare delle persone che vogliono chiedere asilo in Svizzera?". Dall'altra parte della frontiera, a Chiasso, decine di poliziotti sono stati schierati in sostegno dei doganieri svizzeri. "In aperta violazione della legislazione elvetica", denuncia Bernasconi, "che impone ai funzionari della Sem, la Segreteria di Stato sulla migrazione, di esaminare le domande d'asilo senza interferenze della polizia cantonale".
Le autorità di Berna dichiarano di aver bloccato, dall'inizio dell'anno, 22.181 clandestini entrati nel Paese illegalmente. Solo nel mese di luglio, le guardie di frontiera della Confederazione hanno respinto verso l'Italia 4.149 persone. "Il Libano", ricorda Bernasconi, "ha 1,5 milioni di profughi siriani, la Giordania 2 milioni. La Svizzera, il Paese più ricco del mondo, respinge anche quelli che chiedono l'asilo. I doganieri di rinforzo arrivano dai Cantoni svizzero- tedeschi, non parlano italiano e sostengono che i profughi non spiegano abbastanza chiaramente la loro intenzione di chiedere asilo.
Ma l'ordine arriva da Norman Gobbi, il leghista ministro ticinese di Giustizia e Polizia, che viola l'Accordo di Dublino e ammette di aver introdotto la prassi di respingere in Italia anche chi domanda asilo e perfino i minorenni non accompagnati che vogliono raggiungere famigliari in Svizzera". Il giornale della Lega dei Ticinesi, il Mattino, scrive: "A Como treni presi d'assalto per andare in Svizzera, ma ci difenderemo dall'invasione!".
Per individuare chi cerca di passare la frontiera, è stato messo in funzione un drone a infrarossi che rileva anche di notte, al buio, il calore dei corpi umani. Viene fatto volare su indicazione dei cittadini che denunciano la presenza di stranieri: poi parte la caccia.

 

Tutte le guerre che non vediamo

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di Giulio Albanese

 

Avvenire, 26 agosto 2016

 

È diffusa l'idea che l'informazione ai nostri giorni, nel contesto della globalizzazione, sia diventata una sorta d'infallibile nuovo sapere. Attraverso le sue molteplici enfatizzazioni, sui fatti e gli accadimenti che si verificano nel nostro povero mondo, vi è infatti la presunzione, da parte di vasti settori dell'opinione pubblica, di conoscere davvero come stanno le cose. Ecco che allora lo scenario dell'imbarbarimento sembra essere a senso unico, per cui da una parte vi sarebbero solo le vittime, dall'altra i carnefici. Sta di fatto che l'accento è spesso, troppo spesso, riposto su alcuni determinati eventi che, per così dire, rispondono all'invalsa tendenza a decidere la mediatizzazione di una notizia in base a un presunto interesse dei lettori e alla sua possibile spettacolarizzazione.
Non molti anni fa, Sergio Zavoli, da grande conoscitore dell'areopago massmediale, citando fonti statunitensi, stigmatizzò l'inganno: il sistema mediatico planetario comunica appena il 20% delle notizie che pure saremmo tenuti a conoscere. E oggi, inutile nasconderselo, non abbiamo registrato notevoli progressi. Va da sé che sarebbe ingiusto, comunque, fare di tutte le erbe un fascio. Il mondo cattolico, ad esempio, attraverso le sue testate ha il grande merito di aver dato in questi anni, coraggiosamente, "voce a chi voce non ha".
Di esempi, ne potremmo portare a iosa e riguardano, prevalentemente, le periferie geografiche ed esistenziali del pianeta: dalla Repubblica Centrafricana alla Somalia, per non parlare dello scenario mediorientale. E cosa dire della condizione in cui versa la popolazione civile, appartenente all'etnia Nande, sottoposta a indicibili sofferenze per i continui massacri perpetrati nel settore orientale della Repubblica Democratica del Congo?
L'ultimo, a livello di cronaca, risale alla notte tra il 13 e il 14 agosto, a Beni, nella regione del Kivu settentrionale. L'episcopato locale ha espresso la propria costernazione, riprendono le parole di papa Francesco, che il 15 agosto scorso, aveva denunciato, durante la recita dell'Angelus "i massacri nel Nord Kivu che da tempo vengono perpetrati nel silenzio vergognoso, senza attirare neanche la nostra attenzione". Condannando senza riserva questi atti ignobili, i vescovi, hanno rivolto un accorato appello "alle autorità congolesi, garanti della sicurezza delle popolazioni e dei loro beni di fare tutto quello è in loro potere per fermare questo ciclo d'atrocità".
È inquietante la brutale sequenza di uccisioni perpetrate, in gran parte, all'arma bianca, contro la popolazione inerme nei villaggi congolesi, nonostante la presenza dell'esercito regolare e delle truppe dell'Onu. Come spesso avviene da quelle parti, gli interessi in gioco sono legati a controllo delle materie prime (soprattutto nel sottosuolo) che rappresentano un fattore altamente destabilizzante.
Se da una parte è chiaro che anche nel Kivu vi sono infiltrazioni di formazioni jihadiste, dall'altra non è trascurabile la galassia di gruppi ribelli al soldo del migliore offerente. Poco importa che si tratti dei ruandesi o degli ugandesi, di politici locali o di qualche faccendiere legato alle solite multinazionali di turno: a pagare sono coloro che vivono nei bassifondi della Storia. E dire che chi fa informazione, non per mestiere, ma per vocazione, non dovrebbe mai sottrarsi al 'diritto- doverè di raccontare, stigmatizzandole, le ingiustizie e le sopraffazioni compiute nei confronti di tanta umanità dolente.
Sui giornali di tutto il mondo ha campeggiato negli ultimi giorni la foto del piccolo Omran, il bambino salvato dopo un bombardamento dalle macerie di Aleppo, ma sarebbe opportuno rammentare che quella è l'icona di una mattanza che si spinge ben oltre i confini della martoriata Siria. Ogni 5 minuti, in qualche parte nel mondo, un bambino muore a causa di un atto di violenza. Se Martin Luther King oggi fosse spettatore di questi orribili misfatti, continuerebbe a dire ciò che ha sempre predicato: "Io vi scongiuro di essere indignati".

 

Guerra all'Isis, a chi presenteranno il conto i curdi a partita chiusa?

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di Enrico Verga

 

Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2016

 

La guerra contro l'Isis in Medio Oriente ha dei costi altissimi. Tra le risorse umane maggiormente impiegate, con grande copertura mediatica da parte di tutto il mondo occidentale, c'è la milizia di difesa curda: i Peshmerga. Da ormai due anni loro sono i primi scarponi sul terreno che tengono testa all'Isis.
Un tema che tuttavia non ho avuto modo di approfondire grazie ai media occidentali è il costo del supporto (supporto quasi obbligatorio considerando che l'Isis li stava per schiacciare) Peshmerga alla Seconda guerra al terrorismo (la prima la combatté Bush contro Al Qaeda). Prima o poi l'Isis, sarà ridimensionato, e rimarrà (un po' come al Qaeda) un'organizzazione terroristica in franchising (del tipo chiunque voglia fare un atto terroristico può chiedere il "brand book" a Isis, cosa che in vero questo gruppo terroristico sta implementando con grande efficacia, vedi lupi solitari).
In attesa che un evento del genere abbia luogo chi ci lascia le penne sul fronte orientale sono i Peshmerga. Grazie alle armi occidentali hanno anche ripreso le aree che erano state conquistate dall'Isis. Grazie all'intervento turco contro l'Isis (all'inizio, per sbaglio, bombardavano anche i Curdi) han un poco rallentato la loro attività (c'è da dire che se mentre combatti un nemico un "alleato indiretto" ti prende a cannonate, la cosa non aiuta molto). Grazie all'ulteriore supporto russo e i loro bombardamenti mirati sulla linea nord (bombardamenti molto efficaci tanto che la Turchia ha deciso, volontariamente si intende, di valutare un veloce avvicinamento a Putin) l'esercito di Assad ha dato un ulteriore stretta all'Isis, allentando di fatto la morsa che il califfato stava stringendo al collo dei Peshmerga. Ci vorrà ancora un bel po' prima che l'Isis sia ridotto, soprattutto in termini di territorio sotto il suo controllo. Tuttavia sarebbe opportuno capire quanto vogliono esser pagati, i curdi, per la loro gentile attività sul terreno.
La risposta è piuttosto semplice. Vogliono il Kurdistan, uno stato libero, indipendente, riconosciuto dalla comunità internazionale. Questo Stato dovrebbe, uso il condizionale, essere costituito da elementi territoriali presi da Turchia, Iran, Iraq e Siria.
A causa del disordine in Iraq, la regione nord della nazione, con capitale regionale Kirkuk, è quasi de facto indipendente. In vero il governo regionale curdo provò a testare il terreno dichiarando unilateralmente la sua indipendenza dall'Iraq. Il problema maggiore sono tuttavia i "supporter" di questo stato curdo.
Gli iraniani, i Turchi non ci pensano nemmeno a lasciar territorio a questo stato. I turchi in più, con le problematiche che hanno con il PKK, non solo non darebbero mai il loro territorio, ma non vedono di buon occhio la formazione di uno stato curdo come vicino di casa. Non sono idioti, sanno che diventerebbe un precedente e un supporto perfetto per il movimento del PKK.
Siria e Iraq: in Siria succede qualcosa di strano in questi giorni, pare che una città, Hasakan, sia oggetto di interessi americani. La situazione è piuttosto confusa, ma a quanto riportato da differenti siti, unità aeree americane hanno creato una No-fly zone. Intanto le milizie curde stanno prendendo la città. Ma cosa piuttosto strana, non si registrano truppe Isis sul campo. Al netto di questa situazione tutta in sviluppo, Assad non sembra molto convinto di lasciare un pezzo di Siria al popolo curdo. Anzi in vero con il nuovo cambiamento di umore di Erdogan (ora amicone di Russia e per estensione Iran e Cina) pare che la Siria debba rimanere integra e con Assad a capo, secondo il premier turco.
Sull'Iraq già si è detto, è probabile che questo stato rischi una cessione per la creazione di un nuovo stato a nord (tra l'altro una zona ricca di petrolio e gas).
Agli Usa di avere un potenziale alleato in zona andrebbe sicuramente bene. Specie considerando che la situazione con i Sauditi (è di pochi giorni fa un riposizionamento dei consiglieri militari americani che erano di stanza a Ryhad che consigliavano il regno sui bombardamenti diretti in Yemen) sta cambiando rapidamente, e i rapporti con l'Iran ( a cui gli Usa han deciso di pagare un po' di dollari per avere gli ostaggi indietro) è ancora tutta definire. I russi han già detto la loro. Iran e Siria non si toccano. La Cina ha fatto sapere, giusto per non mancare la presenza, che supporta lo status quo (ergo posizione alla Putin).
A questo punto la domanda sorge spontanea. I Curdi a chi presenteranno il conto a partita chiusa?

 

Brasile. L'esempio delle prigioni senza sbarre e senza guardie

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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 26 agosto 2016

 

Presentate al Meeting di rimini le Associazioni di protezione e assistenza ai condannati.
Carceri senza sbarre né polizia, con la sicurezza garantita dai volontari e dai detenuti stessi. Utopia? No, è una realtà che da parecchi anni è ben radicata in Brasile. Parliamo del metodo innovativo portato avanti dalle Associazioni di protezione e assistenza ai condannati (Apac) ed è stato illustrato al Meeting di Rimini. L'Apac è un'associazione cattolica della società civile senza scopo di lucro che ha come obiettivo l'umanizzazione della pena privativa della libertà, che ha ideato in concreto una alternativa al carcere. In Brasile esistono 147 Apac. La media mondiale della recidiva dei condannati nel mondo è del 70% e in Brasile arriva fino all'80%, mentre con i "recuperandi" delle Apac la recidiva scende fino al 20%. Inoltre il costo di costruzione di un posto/persona è un terzo del costo del carcere comune e il costo di mantenimento è dimezzato.
La metodologia utilizzata nelle Apac nasce 40 anni fa per opera di Mario Ottoboni, un avvocato visionario della Pastorale Carceraria a San Paolo. Oggi è riconosciuta dalla legge brasiliana e adottata dai Tribunali di 17 Stati. Tale metodologia è basata sul riconoscimento da parte del condannato di aver commesso un errore e sulla decisione di cambiare vita all'interno delle carceri Apac. Esse sono strutturate con l'obiettivo della risocializzazione reale dei condannati o "recuperandi", evitando che, dopo aver espiato la pena, ritornino a commettere crimini. Le Apac non sono solo un modello di recupero dei detenuti, ma anche un'alternativa reale di espiazione della pena, non ci sono né guardie né agenti penitenziari, i "recuperandi" hanno le chiavi della prigione e spesso sui muri si legge "l'uomo non è il suo errore".
Tutto si basa sull'autodisciplina, sulla fiducia e sul rispetto. Le condizioni indispensabili per aprirne uno sono il coinvolgimento diretto della comunità locale e dei magistrati. Per entrarvi il detenuto deve essere condannato in via definitiva, deve aver fatto un periodo di detenzione nel carcere tradizionale (sempre più affollato in Brasile come in tanti altri Paesi), deve aver fatto richiesta di entrare in un'Apac. La vita in queste carceri senza carcerieri né armi, dove i colori predominanti sono il bianco e l'azzurro che richiama il cielo, è scandita da ferree regole: sveglia, preghiera, lavoro.
Durante il Meeting di Rimini ha preso la parola Daniel Luiz da Silva, un ex detenuto che grazie all'esperienza dell'Apac ha cambiato vita. La sue era stata una vita segnata dall'odio per l'abbandono del padre, che aveva lasciato moglie e sei figli piccoli, consegnandoli di fatto a povertà ed emarginazione. Lui a dodici anni è già un piccolo boss perché ? parole sue - "la criminalità è stata l'unica mano tesa che mi ha accolto", e a sedici entra in una delle tante bande criminali che si sfidano nelle strade della sua città, seminando il terrore e rapinando banche e negozi, finché per una serie di vendette incrociate, per punizione gli uccidono il fratello maggiore. È la causa scatenante della sua violenza che gli procura una condanna a 37 anni di carcere. E ricorda: " In prigione ho vissuto l'inferno sulla terra, arrivando fino al punto di supplicare le guardie di uccidermi, pur di non continuare a vivere in quel modo".
Ma un giorno, dopo aver incontrato Valeci Antonio Ferreira, intravede anche per sé una possibilità di cambiamento, e si mette a studiare in quell'inferno. Il giudice si accorge del suo cambiamento e gli permette di andare di andare in un'Apac. "Per la prima volta - prosegue nel racconto Daniel Luiz da Silva - ho ripensato alla mia storia non come una serie di fallimenti senza possibilità di ritorno. E ho capito, piano piano, che potevo anche perdonare mio padre per tutto il male che mi aveva fatto".
Così Daniel è diventato un uomo nuovo, pronto per uscire dal carcere e raccontare la sua esperienza in tutto il mondo. È possibile applicare in Italia questo modello? Tre anni fa è stato accolto e presentato a Bruxelles tramite la commissione europea per gli European Development Days. L'interessamento c'è. In Italia, l'associazione cattolica "papa Giovanni XXIII" che si occupa dei diritti dei detenuti ha incontrato i rappresentanti dell'Apac e ha espresso il parere che questa strada potrebbe essere percorribile anche da noi, magari coinvolgendo il terzo settore.

 

Brasile. Ma nei penitenziari c'è morte e corruzione

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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 26 agosto 2016

 

Sovraffollamento, pessime condizioni igieniche e di assistenza sanitaria, ostacoli strutturali all'implementazione del regime progressivo e delle norme sul lavoro previste nella Legge delle Esecuzioni Penali (Lep), carenze nell'assistenza giuridica, maltrattamenti e torture, corruzione delle forze dell'ordine, droghe e alcool presenti in quantità massicce, violenze tra detenuti, rivolte ? spesso causate da rivendicazioni sulle condizioni di detenzione - e repressioni sono caratteristiche comuni a molte realtà carcerarie del Brasile.
Ci sono casi di cronaca indicibili come quello di una ragazzina sedicenne arrestata per furto e ancora in attesa di giudizio che è stata portata nella cadeia di S. Luis e rinchiusa in una cella maschile per mancanza di spazio in un luogo più adeguato. La ragazza ha subìto per più di un mese violenze sessuali giornaliere da parte dei quasi venti detenuti, ad eccezione di uno che si è sempre rifiutato. Casi come questo destano l'orrore e l'indignazione dell'opinione pubblica, ma allo stesso tempo sono innumerevoli i casi non resi pubblici di violazioni dei diritti umani nelle carceri brasiliane. La tortura continua ad essere una pratica diffusa ed è utilizzata per ottenere confessioni, umiliare e controllare le persone recluse, ed in misura sempre maggiore per estorcere soldi o servire agli interessi criminali dei poliziotti corrotti.
E poi c'è tanta corruzione tra le forze dell'ordine che si ripercuote anche nella vita dell'ex detenuto costretto a collaborare in attività criminali sotto minaccia da parte dei suoi ex carcerieri. Innumerevoli i casi di rivolta nelle carceri brasiliani represse nel sangue. L'ultima in ordine cronologico è avvenuta in ben quattro penitenziari dello stato brasiliano di Cearà: 14 detenuti morti, tra i quali cinque sono stati ritrovati carbonizzati. Gli scontri sarebbero stati provocati dalla cancellazione delle visite ai detenuti, decisione presa in ragione dello sciopero delle guardie penitenziarie che protestavano contro il provvedimento dell'amministrazione di rateizzare il pagamento di stipendi arretrati. Ciò ha fatto esplodere la rabbia dei reclusi. Secondo quanto rilevano le fonti, durante la rivolta, vi sarebbero stati regolamenti di conti tra detenuti e ingenti danni alle strutture.
L'insurrezione più famosa, riportata dalla stampa mondiale, avvenne il 12 ottobre del 1992. Le guardie carcerarie abbandonarono le posizioni e la struttura cadde in mano ai detenuti. Quando la polizia militare arrivò, i detenuti gettarono coltelli e altri oggetti da taglio dalle finestre per dimostrare di non volere resistere alle forze armate e convinti della possibilità di aprire delle trattative. Trecento venticinque poliziotti fecero irruzione negli edifici senza targhetta di identificazione e senza la presenza di alcuna autorità civile durante l'operazione. I militari aprirono il fuoco sui detenuti con mitragliatrici, fucili e pistole automatiche. Alla fine del blitz 111 detenuti giacevano a terra morti, 130 furono invece i feriti gravi, ma alcune stime sono più pesanti. "Ho dovuto nascondermi sotto i corpi dei compagni morti per sopravvivere - raccontò l'ex detenuto José André de Araújo, che all'epoca aveva 21 anni, i poliziotti entravano chiedendo se c'era qualcuno vivo: se c'era, veniva ammazzato sul momento".

 
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