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"Intercettazioni, indagini danneggiate". L'allarme dei procuratori sulla riforma

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di Liana Milella


La Repubblica, 22 novembre 2017

 

Nota di critica inviata al Parlamento e firmata da sei capi tra cui Greco (Milano) e Pignatone (Roma). "Diritto di difesa a rischio". "Procedure dannosissime per le indagini". "Creazione, questa sì veramente pericolosa, di brogliacci informali della polizia giudiziaria".

"Procedura macchinosa e irrealistica". Sono queste le considerazioni negative sulla riforma delle intercettazioni che sei procuratori della Repubblica - Giuseppe Creazzo di Firenze, Francesco Greco di Milano, Giovanni Melillo di Napoli, Francesco Lo Voi di Palermo, Giuseppe Pignatone di Roma, Armando Spataro di Torino - hanno inviato alle due commissioni Giustizia di Camera e Senato che stanno esaminando il decreto legislativo del Guardasigilli Andrea Orlando.

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Condannato per mafia, gli tolgono la pensione, fa ricorso e vince

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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 22 novembre 2017

 

La revoca della pensione per i condannati ostativi viola i principi fondamentali della Costituzione. Ripristinato, quindi, il diritto pensionistico in favore di un soggetto condannato per reati ostativi a seguito della revoca della prestazione in base alla legge Fornero. Parliamo di una sentenza emessa dal giudice del lavoro di Teramo Daniela Matalucci per un ricorso presentato dall'avvocato aquilano Fabio Cassisa, che aveva chiesto l'annullamento del provvedimento di revoca della pensione di invalidità civile disposta dall'Istituto previdenziale nei confronti di un suo assistito, L. S., soggetto condannato per gravi reati ostativi (tra cui l'associazione di tipo mafioso), attualmente sottoposto a sospensione della pena per gravi motivi di salute.

A renderlo noto è l'avvocato stesso. "La revoca della pensione - spiega Cassisa in una nota - era stata disposta in base all'art. 2, commi 58/ 63 L. n. 92/ 2012 (meglio nota come legge Fornero), la quale prevede detta sanzione a carico di soggetti condannati per alcuni dei reati cosiddetti ostativi (quelli più gravi, ritenuti di maggior allarme sociale, quale l'associazione mafiosa) fino al termine del periodo di esecuzione della pena inflitta".

La questione era stata già sollevata sulle pagine de Il Dubbio. Negli ultimi anni si è parlato molto di riforma Fornero emanata durante il governo Monti nel 2011 con il decreto "salva Italia" e finalizzata a diminuire la spesa pubblica in materia di pensioni per evitare il default finanziario dell'Italia chiesto dall'Europa. La riforma, in un crescendo dilatato nell'arco di tempo 2011/ 2018, va a toccare la maggior parte delle categorie beneficiarie delle diverse tipologie di ammortizzatori sociali.

Ai disoccupati, pensionati e invalidi civili: ai sensi dell'art. 2 commi 58, 59, 60, 61, 62 e 63 della riforma, dallo scorso mese di maggio, si sono aggiunti anche i detenuti o comunque condannati ai sensi degli articoli 270- bis, 280, 289- bis, 416- bis, 416-ter e 422 del codice penale. Infatti, da qualche mese, decine di detenuti, tra cui tanti invalidi civili, non si erano ritrovati semplicemente delle decurtazioni ma, bensì, la totale revoca del trattamento previdenziale precedentemente riconosciuto e percepito nonostante la legge all'art. 2 comma 61 esplicita la irretroattività dell'applicazione.

Inoltre, sempre l'art. 2 al comma 58 prevede che, in fase processuale per i reati ai sensi degli articoli sopra richiamati, "il giudice disponga ulteriori accertamenti per verificare che le forme di assistenza previdenziale percepite e/ o riconosciute abbiano origine, in tutto o in parte, da lavoro fittizio o a copertura di attività illecite".

Con questa sentenza, il giudice del lavoro di Teramo ha annullato il provvedimento di revoca emesso dall'Inps, con conseguente ordine di ripristino della prestazione assistenziale a favore del ricorrente, condannando l'ente previdenziale al versamento degli arretrati dovuti dalla revoca in poi. "Si tratta del primo provvedimento giudiziario in Italia che dispone in tal senso - continua l'avvocato nella nota -, l'Inps, in base alla suddetta normativa e su disposizione del ministero della Giustizia, ha cominciato a revocare le prestazioni assistenziali solo a partire dal mese di maggio del 2017, nonostante la norma sia in vigore dal 2012".

Il ricorso era fondato su due distinti motivi, entrambi di rilievo costituzionale. Con il primo motivo l'avvocato del ricorrente ha dedotto come la normativa in questione non possa ritenersi applicabile nei confronti di soggetti non detenuti (perché in sospensione della pena per motivi di salute - come il proprio assistito -, o anche perché sottoposti a misure alternative alla detenzione, quali la detenzione domiciliare o l'affidamento in prova ai servizi sociali), ancorché condannati in via definitiva per i gravi reati previsti dalla normativa in questione.

Ciò violerebbe l'art. 38 della Costituzione, che prevede come principio assoluto che ogni cittadino inabile al lavoro e provvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. Con il secondo motivo, l'avvocato Cassise, ritenendo che la misura della revoca delle prestazioni assistenziali costituisca una sanziona amministrativa accessoria alla condanna penale e che, dunque, detta sanzione abbia natura penale, ha eccepito come la stessa non possa trovare applicazione retroattiva, in quanto diversamente detta normativa finirebbe col violare l'art. 25 della Costituzione, il quale dispone l'irretroattività della legge in ambito penale e, dunque, anche delle sanzioni accessorie a condanna penale. Ora questa sentenza crea un precedente e ci si aspetta una valanga di ricorsi.

 

Il super-pentito di 'ndrangheta torna a rapinare e finisce in carcere sotto falso nome

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di Piero Colaprico


La Repubblica, 22 novembre 2017

 

I clan della 'ndrangheta, specie quelli di Platì, lo cercano da anni. Per ammazzarlo. Ma il loro nemico si trova in carcere e cammina nel terrore. Gioca a nascondino con la morte. Chi non lo conosce, non sa chi sia.

La sua faccia è cambiata. L'unico velo, tra lui e un'esecuzione sommaria, sempre dietro l'angolo, è una circostanza che appare incredibile: Saverio Morabito, 66 anni, il gangster che ha satto arrestare duecento persone, capimafia compresi, che ha ucciso, sequestrato, trafficato droga per milioni di euro, è detenuto sotto falso nome. Soltanto in Italia l'arte d'arrangiarsi riesce a declinarsi in questo modo.

Morabito non è un nome qualsiasi, è il principale collaboratore di giustizia contro la 'ndrangheta del Nord. Una volta che scelse di tradire il clan, ed era nella stessa stagione di Tangentopoli, rivelò dettagli sconosciuti della stagione dell'Anonima rapimenti. Spiegò cause, mandanti ed esecutori di numerosi omicidi insoluti. Mappò gli itinerari dei Tir di eroina turca e delle navi cariche di cocaina. Dopo aver fatto terra bruciata intorno alle cosche, s'era eclissato dalle strade di Milano, di Baggio, di Corsico e Buccinasco. Si diceva anche dall'Italia. Invece l'hanno beccato in piena pianura padana.

Per una serie di rapine. E non a banche o a furgoni blindati. Ha colpito in faccia una donna all'uscita del supermercato, per rubarle la borsetta. Manco c'è riuscito, le ha rotto un paio di denti. Mostrando la pistola a un'altra anziana, nel parcheggio sotterraneo di un altro supermercato, le ha preso tutto quello che aveva: meno di 50 euro. A un'altra pensionata, che arrancava in una strada isolata, trascinando un trolley con le verdure, ha dato una bastonata in testa, per rubarle 70 euro. Il suo bottino più cospicuo?

Quando è ha forzato i cassetti di un ufficio pubblico, trovando circa tremila euro. Insufficienti a pagare i numerosi debiti che aveva accumulato. La targa dell'auto rubata sulla quale girava, dopo una delle sue rapine alle donne indifese era rimasta scolpita nella memoria elettronica della telecamera di un passaggio a livello. I poliziotti hanno cercato e trovato quell'auto, in una periferia cittadina. Si sono appostati. Finché, una mattina, vedono arrivare un uomo robusto, con i capelli corti e gli occhiali da sole gialli. Il quale - il sesto senso di Saverio Morabito è sempre stato formidabile - rallenta un secondo e prosegue.

Anche gli agenti, però, non difettano di fiuto. Lo fermano e lo perquisiscono. In tasca gli trovano le chiavi d'accensione. E i "suoi" documenti. Morabito, che non è mai entrato nel programma di protezione, s'era costruito da solo una seconda vita, senza prendere dallo Stato né un euro, né un appoggio. Era stato un "manager calibro 9", ma il mondo degli affari reali e del commercio, specie per una persona che non ha studiato, non è così semplice. L'uomo che è stato appena ammanettato, scoprono i detective, adesso mangia alla mensa della Caritas e dorme in un giaciglio, ricavato in un box.

Era un lupo, un tempo. E adesso? Quando gli prendono le impronte digitali, le bugie inevitabilmente si sgretolano: "Ma allora chi sei?", gli domandano. Allarmati e soddisfatti, i poliziotti, che già si pensavano impegnati in una bella conferenza stampa, e i magistrati, che si mettono la classica mano sulla coscienza, decidono però insieme che è meglio fingere di non aver catturato l'ex bandito-killer.

Anche nei nuovi atti processuali usano l'Alias di Morabito, il suo nome fasullo. È un incensurato - e lui lo è davvero, la sua vecchia pena è stata scontata - quel signore angosciato e silenzioso che patteggia la pena: "Mi vergogno di quello che ho combinato", sussurra al giudice, che gli appioppa poco meno di quattro anni di carcere. Da scontare.

Le rapine risalgono alla sine del 2016, il processo è stato celebrato a primavera, sono otto mesi che Morabito sopravvive studiando ansioso ogni "nuovo giunto", come si chiamano i detenuti in ingresso. A quanto si dice, dalle finestre del suo carcere vede la zona dei colli dell'Infinito, cari a Giacomo Leopardi. Con qualcuno del suo raggio, senza rivelare niente, scherza amaro: "Sono peggio del ragionier Fantozzi".

Il suo avvocato, Gianluca Maris, interpellato da Repubblica, non ammette e non smentisce: "Di Morabito resta l'importante contributo investigativo, è il più decisivo pentito di 'ndrangheta al Nord. Per moltissimi anni, e ne sono sicuro, ha cambiato vita, ha avuto un'attività commerciale, e rigato dritto. Sul resto? Non so di che parla", spiega, prima di rendersi irrintracciabile. Sia consentito al cronista esprimere una sofferenza personale: anche per le risate che, senza dubbio, si saranno i Papalia, i Barbaro, i Sergi, leggendo l'articolo sul destino che s'è abbattuto sull'uomo delle loro missioni delicate, su un duro che mai avrebbe mai picchiato una vecchietta per una miserabile borsa. Il fatto è che "Morsa", quel genio criminale e milionario, che insegnava ai giovani della cosca a uccidere senza alcun senso di pietà, oggi non esiste più: se non nell'odio immortale di quelli che aveva contribuito a mandare in galera.

 

Giusto processo nel rito fiscale. Applicabili i principi della Corte dei diritti dell'uomo

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di Andrea Bongi e Mario Cicala

 

Italia Oggi, 22 novembre 2017

 

I principi del giusto processo provano a farsi spazio anche nel rito tributario. Il processo tributario, al pari di quello civile e penale, deve infatti svolgersi di fronte a un giudice terzo e imparziale, in condizioni di sostanziale parità fra le parti e assicurare una ragionevole durata.

Tutto ciò alla luce di una recentissima ordinanza della Corte di cassazione (n.22627 del 27 settembre 2017 Pres. Iacobellis Rel. Conti) nella quale si stabilisce che anche al processo tributario si rendono applicabili i principi sanciti nell'articolo 6 della Carta europea dei diritti dell'uomo. Si tratta di una decisione innovativa che si pone in netto contrasto con un indirizzo giurisprudenziale della medesima corte che sembrava ormai consolidato e pacifico.

Preso atto del contenuto dell'ordinanza in commento si tratta ora di capire se siamo di fronte a un vero e proprio cambio di passo da parte dei giudici di legittimità sul delicatissimo tema o se, come si suole dire, è soltanto una rondine che non fa primavera. Nell'ordinanza in commento si legge infatti che deve ritenersi certamente condivisibile l'argomentazione difensiva, nella parte in cui prospetta la necessità che il processo tributario sia coerente con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo - avendo il legislatore costituzionale e ordinario esteso le regole in tema di giusto processo di matrice convenzionale a qualunque controversia giudiziaria.

La vicenda relativa all'applicazione dei principi del giusto processo anche alla giurisdizione tributaria è questione molto dibattuta e complessa. La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Sulla base delle disposizioni contenute nella legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2 concernente l'inserimento dei principi del giusto processo nell'articolo 111 della Costituzione, ogni processo deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.

La legge, prosegue la disposizione in commento, deve assicurare la ragionevole durata del processo. Sulla base di queste disposizioni sembrerebbe pacifico poter affermare che la nostra carta costituzionale ha esteso a tutti i processi, compreso quello tributario i principi del "giusto processo" ricavabili dalla Carta europea dei diritti dell'uomo In realtà per effetto della sentenza della Corte Ue del 12 luglio 2001 (Ferrazzini c. Italia) si è affermato che la tutela per l'eccessiva durata del processo non opera in campo tributario, perché "la materia fi scale fa parte ancora del nucleo duro delle prerogative della potestà pubblica".

E conseguentemente la giurisprudenza della Cassazione non applica ai processi tributari la legge Pinto che assicura un ristoro patrimoniale alla parte che non ottenga una tempestiva decisione sulla sua causa. Tutto ciò troverebbe la sua giustificazione nelle esigenze di natura giuspubblicistiche di rapida definizione dei rapporti fi scali e di certezza del gettito delle risorse erariali, che in quanto tali finirebbero per imporre una tutela più circoscritta del rito processuale tributario rispetto al processo civile e a quello penale.

Il caso deciso con l'ordinanza n.22627 del 27 settembre scorso dimostra dunque come al di là delle argomentazioni sopra riportate in realtà la questione del giusto procedimento non possa essere semplicemente risolta in termini di primato di una Corte sull'altra o di rigida delineazione dei confini di competenza. Un esempio della crisi di questo tipo ragionamento è sotto gli occhi di tutti ed è quello creatosi in riferimento alla questione del contraddittorio preventivo che non può essere applicato solo per taluni tributi e non per altri in ragione della loro matrice comunitaria o interna. Il risultato al quale giunge la sezione tributaria della Cassazione con l'ordinanza in commento è quello di tentare un'armonizzazione del diritto e del processo tributario in nome dell'uguaglianza aprendo una profonda riflessione su come l'interpretazione possa contribuire ad aumentare la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini nel nostro ordinamento.

 

Reati fiscali, prevenzione da pesare

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di Giovanni Negri


Il Sole 24 Ore, 22 novembre 2017

 

Nessun automatismo nell'applicazione della misura di prevenzione della confisca nei confronti dell'evasore. La Cassazione, sentenza n. 53003 della Sesta sezione penale depositata ieri, ha puntualizzato che i reati di natura tributaria possono certamente fare "da presupposto di operatività della cosiddetta pericolosità generica, a condizione, tuttavia, che vi sia consapevolezza dei problemi che il relativo accertamento comporta".

E un elemento da tenere presente è l'adesione nei periodi di tempo considerati a meccanismi di conciliazione con l'amministrazione fiscale. È stato così annullato con rinvio il decreto della Corte d'appello di Roma con il quale era stata disposta la confisca di numerosi beni immobili e del capitale sociale di 3 società nei confronti di un notaio incensurato; decisione presa anche per effetto della rilevantissima e sistematica evasione fiscale posta in essere.

La Corte d'appello aveva messo in luce come la confisca di prevenzione, per sproporzione del reddito, può essere disposta anche nei confronti dei soggetti che hanno compiuto illeciti fiscali in maniera abituale e non solo episodica, vista l'ampiezza della formulazione dell'articolo 1 del Codice antimafia (decreto legislativo n. 159 del 2011).

Per la Cassazione, invece, il lavoro dei giudici di secondo grado poteva essere più accurato, visto che non è stato approfondito il legame tra delitti tributari (con una responsabilità peraltro ancora incerta a carico del notaio) e abituale dedizione, come richiede il Codice antimafia, a "traffici delittuosi". Inoltre, premette ancora la Cassazione, non è vero che le nuove possibilità di aggressione ai patrimoni di origine illecita hanno necessariamente ristretto l'ambito di applicazione delle misure di prevenzione patrimoniali.

Piuttosto, la sentenza prova a dare un po' più di concretezza a una nozione come quella di evasore fiscale seriale, rilevante per l'applicazione della misura di prevenzione. Infatti, anche restringendo il campo ai soli reati disciplinati dal decreto legislativo n. 74 del 2000, la struttura è molto variegata.

E qual è un reato tributario rilevante in questa prospettiva? La Corte fa l'esempio delle frodi carosello, dove i soggetti coinvolti guadagnano non solo il mancato versamento dell'imposta ma anche maggiori ricavi per effetto delle vendite sottocosto rispetto ai concorrenti. Un caso che, se ripetuto nel tempo, può fare legittimamente pensare a un'abitualità della condotta criminale. Come pure i cosiddetti reati ostacolo, emissione di fatture per operazioni inesistenti oppure occultamento e distruzione di documenti contabili.

Di natura diversa sono, a giudizio della Corte, altri reati come la dichiarazione infedele, ma non fraudolenta, o le omissioni di adempimenti o ancora la sottrazione fraudolenta di beni al pagamento di imposte "in cui la determinazione dell'imposta è già avvenuta e l'autore del reato attua le condotte nell'imminenza o a procedura di riscossione coattiva in corso o in quella di transazione fiscale".

In questa prospettiva va senz'altro tenuto presente se il sospetto evasore fiscale seriale, ha aderito a meccanismi di conciliazione con il Fisco. In questo caso, infatti, "l'eventuale recupero della imposta evasa sottrarre per definizione all'evasore la frazione illecita di redditi con cui ha arricchito il suo patrimonio".

 
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