Giovedì 27 Luglio 2017
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Carceri, discariche sociali o luoghi di rieducazione?

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di Fabio Corsaro

 

informareonline.it, 26 luglio 2017

 

Il Ministro Orlando: "Non bisogna negare mai la dignità che l'uomo ha e non deve mai perdere". Il carcere è uno degli argomenti più impopolari che la pubblica opinione fatica ad affrontare senza speculazioni o invocazioni prettamente politiche. Il racconto delle realtà penitenziarie è spesso evitato, o quantomeno sottovalutato, perché lo configuriamo solitamente come un tema che non ci appartiene, come l'espressione più eclatante di una giustizia che fa il suo corso.

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Mettere l'antimafia al centro della politica e della società

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di Andrea Orlando (Ministro della Giustizia)

 

huffingtonpost.it, 26 luglio 2017

 

Le ricorrenze, le sentenze. Ma poi c'è la vita di tutti i giorni. Mettere la lotta alle mafie al centro della politica e della società. Questa deve essere la prospettiva, a venticinque anni dalle stragi di Capaci e di via D'Amelio, trentacinque anni dopo l'assassinio di Pio La Torre e del Generale Dalla Chiesa. Questa è l'esigenza che ha ispirato l'iniziativa degli Stati Generali della Lotta alle Mafie.

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Femminicidio. Se raccontare la rabbia aiuta a evitare i delitti

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di Aldo Masullo

 

Il Mattino, 26 luglio 2017

 

La vita quotidiana è come un mare sotto costa, in cui invisibili gorghi insidiano chi si bagna. Spesso i malcapitati finiscono male. Aiutare a rendersi conto in tempo di queste insidie io credo sia una funzione molto importante, che il dibattito pubblico dovrebbe esercitare.

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Bavaglio sul web, marcia indietro dei dem

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di Liana Milella

 

La Repubblica, 26 luglio 2017

 

Filippin: "Vogliamo tutelare le vittime di diffamazione, le soluzioni possono essere altre".
Diritto all'oblio nelle mani del Garante della privacy, il Pd frena. A cominciare dalla relatrice del ddl sulla diffamazione, la senatrice veneta dem Rosanna Filippin, che a Repubblica dice: "La mia è un'ipotesi aperta su cui discutere, non è affatto un diktat, né un testo blindato. È un tentativo di mediazione sul modello del cyberbullismo. Ma, ammesso che il ddl ce la faccia a essere approvato, c'è tutto il tempo per discutere".
Come sempre, quando si parla di legge sulla diffamazione, scoppiano le polemiche. Quattro passaggi parlamentari, un testo che da tempo giace al Senato profondamente rivisto rispetto a quello della Camera, poche chance di essere licenziato da palazzo Madama, anche se il Pd non esclude che possa farcela per ottobre, quando poi però dovrebbe tornare alla Camera per l'ennesima lettura. Tuttavia il caso scoppia lo stesso quando il Fatto quotidiano scopre che il contestato "diritto all'oblio" - via dal web, con un colpo di spugna, le notizie ritenute diffamatorie con un ricorso al Garante della privacy se entro 5 giorni dalla richiesta il sito non cancella quella considerata lesiva - torna a far parte di quello che resta dell'originario ddl sulla diffamazione.
Stralciati, per mancanza di accordo politico, sia la soppressione del carcere per il giornalisti, sia le norme sulla rettifica. Tutto finito in un provvedimento che non vedrà mai la luce, restano tre articoli, due sulle querele temerarie nel penale e nel civile, e il rivisitato diritto all'oblio. Che, nella versione di Filippin, ha subito sollevato le proteste di Mdp, con Felice Casson e Lucrezia Ricchiuti. Dice l'ex giudice istruttore di Venezia: "In primis va difesa la libertà di stampa contro le querele temerarie, tant'è che ho ripresentato il mio emendamento che le punisce. Quanto al diritto all'oblio esso può arrivare solo dopo che il giudice ha constatato la diffamazione".
Ricchiuti è furibonda: "Stanno mettendo il bavaglio ai giornalisti e gli stessi giornalisti non se ne accorgono e non reagiscono con la necessaria energia. Quella di Filippin è una norma antidemocratica che lede il diritto all'informazione. Da censurare e criticare al di là del fatto che la legge sia alla fine votata. Dal Pd mi aspetterei un sussulto di indignazione...". Il Pd, in realtà, reagisce sorpreso. Perché sull'ipotesi di affidare al Garante della privacy la materiale cancellazione e la "deindicizzazione" delle notizie ritenute diffamatorie non ha ancora discusso, né preso una decisione.
Lo dimostra la stessa Filippin che spiega così la genesi del suo emendamento: "Compito del relatore è trovare una soluzione su un problema sentito da tutte le forze politiche. È un fatto innegabile che tutti i gruppi, ad eccezione di M5S, hanno riproposto il diritto all'oblio che la Camera aveva cancellato. Io ho semplicemente cercato una norma coerente cui agganciarmi e ho ritenuto che il codice della privacy potesse essere uno strumento giusto". Ricchiuti e Casson, con una battuta, dicono che Filippin avrebbe riproposto pari pari un emendamento del forzista Giacomo Caliendo.
Lei, Filippin, sostiene invece di essersi ispirata al caso "Google Spain" finito alla Corte di giustizia del Lussemburgo e di essersi appoggiata a una norma che già esiste, la possibilità di ricorrere al Garante qualora ci sia stata una manifesta violazione della privacy. Spiega: "Se il sito non cancella entro 5 giorni, chi si ritiene danneggiato presenta un ricorso al Garante che, con i suoi tempi necessari, fa un'istruttoria e decide". Manca, in questa procedura, la parola del giudice. Filippin commenta: "il problema è difendere le vittime, le soluzioni possono essere molte, e non è detto che quella che ho proposto io sia la migliore. Vedremo, non c'è fretta". Anche perché la possibilità che la legge passi gode di una percentuale molto bassa.

 

Dunque si può dire che la mafia non c'è (a Roma)

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di Mauro Mellini

 

L'Opinione, 26 luglio 2017

 

Tra tante sciagure e sciocchezze, una notizia buona: almeno a Roma la mafia non c'è. Così ha detto il Tribunale. Certo, restano le sciocchezze, ma da quelle non c'è Tribunale che ci liberi.
"Mafia Capitale": per mesi e anni era diventato lo slogan di leghisti, meridionalisti dozzinali, pentastellati, giustizialisti di destra e di sinistra. A me, non faccio per vantarmi, a quel preoccupante slogan sembrò sempre che si potesse rispondere parafrasando la scritta di un manifesto elettorale particolarmente cretino, per sbracata imitazione grillina, della propaganda elettorale del povero Ignazio Marino ("questa non è politica, è Roma!") da cambiare in: "Questa non è mafia, è Roma".
Ora il Tribunale, dopo tante discussioni e tanti dubbi sulle imputazioni mosse a ladroni e ladruncoli nel processo a Carminati e soci ha detto proprio questo: "Non è mafia, è Roma".
Amo questa Città, ma l'amava anche di più il Belli che, a proposito di "mance" (progenitrici piccine delle tangenti) scriveva: "Si dura Roma ha da durà cusì". Ma voglio lasciar perdere la storia (il che, poi, è impossibile). Dire "la mafia non c'è" e sentirlo dire da un Tribunale non è cosa da niente. Nella teologia di quella che Vitiello chiama "la mafia devozionale", l'esistenza della mafia è un dogma. Negarne l'esistenza è come negare quella del Diavolo al tempo del governo dei preti; un po' come negare l'esistenza di Dio.
Roba da fare la fine di Giordano Bruno. Certo, si tratta, oggi, di un dogma "regionale"; a Palermo solo uno con la vocazione del martirio o con tendenze masochiste potrebbe dire "la mafia non c'è", anche solo per formulare un'ipotesi, contestare l'attualità di una denominazione, proporre un termine diverso (di cui non oso fare esempi).
Chi dice "la mafia non c'è è comunque identificato come mafioso, nemmeno solo "concorrente esterno". C'è, dicono, libertà di pensiero e di parola. Ma, poi, ci spiegano che a tutto c'è un limite. Per fortuna c'è un limite geografico anche a queste "interpretazioni" della Costituzione, oltre che, pare, alla Mafia, della quale già da tempo era stato accertato che, benché sbarcata ad Ostia-Fiumicino, era rimasta "inchiodata sul bagnasciuga", come invano Benito Mussolini aveva ordinato che si doveva fare con lo sbarco degli anglo-americani. Il guaio è che, se, almeno per ora, non è reato e si può non finire sul rogo affermando che in parte del territorio nazionale la mafia non c'è, l'antimafia "devozionale" suscettibile e, soprattutto, i professionisti dell'antimafia. Anche e soprattutto quelli togati, ce ne sono in abbondanza "dalle Alpi alla Sicilia" e fanno ottima carriera un po' dovunque.
Ma con certi amici c'è poco da scherzare. Questa storia della sentenza dei "magnaccioni" di Roma Capitale cui è stato negato il "marchio di qualità mafioso" è comunque una buona notizia (anche perché ai "magnaccioni" alla matriciana non sono stati risparmiati anni di galera). Ma, come dicevo all'inizio, la buona notizia non esclude le sciocchezze o, per il rispetto dovuto anche alle opinioni di alcuni amici tutt'altro che sciocchi che hanno parlato e scritto sull'argomento, diciamo pure le obiettive storture di questa vicenda.
Il processo per "Mafia Capitale" era nato male, sulla base di una norma infelice tra le infelicissime "novelle" del nostro Codice penale, l'articolo 416 bis. Un altro caso di "fattispecie penale apparente" o "aperta" secondo la classificazione della loro incostituzionalità per inidoneità a soddisfare il precetto del "principio di legalità" imposto dall'articolo 25 comma 2 della Costituzione, secondo l'insegnamento della sentenza Volterra della Consulta.
Quando fu istituito il reato di "associazione di stampo mafioso" io ero deputato, ma il padre-padrone del Partito Radicale aveva voluto che lasciassi il posto in Commissione Giustizia ad altri di me più "idonei". E quella norma, che ha infestato la nostra giustizia penale per decenni, fu approvata senza "passare per l'Aula", in Commissione. Me ne occupai subito dopo come avvocato, contestandone, naturalmente senza ombra di successo, la legittimità costituzionale. Non starò qui a ripetere gli argomenti di quel mio poco fortunato tentativo. Ma provate anche voi a leggere l'articolo 416 bis. Lo leggerete e lo rileggerete come diceva Marciano insegnando ai suoi giovani colleghi a "trovare" i motivi di ricorso. E vi accorgerete che più lo leggete e meno chiaro ne è il significato, così da dover concludere: è associazione di stampo mafioso quella composta da mafiosi. O giù di lì. E allora si capisce perché quella di Massimo Carminati "non è mafia". È Roma. La Roma di Giuseppe Gioachino Belli, delle mance e degli "strozzi", dei Papi e dei Cardinali nepotisti, delle manifestazioni di pietà religiosa in moneta sonante, dove la legge c'è, ma "un ladro che tiè a mezzo chi commanna e cià donne che l'arzino la vesta rubbassi er palazzon de Propaganda troverete er cazzaccio che l'arresta ma non trovate mai chi lo condanna".
Magari oggi è più facile essere arrestati e condannati, anche, e soprattutto, per chi i palazzi non li ruba. Ma la sostanza è quella. Per farla breve: Giuseppe Pignatone è venuto a Roma dalla Sicilia. Portandosi dietro un bel carico di imputazioni di mafia da distribuire, Ma anche il sistema secondo cui la "personalità del diritto" è da identificare con la personalità del Pm e del giudice, ha un limite. Almeno geografico. "Questa non è mafia: è Roma".

 
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