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Lettere: non dite che noi avvocati piangiamo come i giudici per la responsabilità civile

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di Michele Passione (Avvocato)

 

Il Garantista

 

Sul Garantista del primo marzo è stato pubblicato un articolo del collega Cataldo Intrieri, che ha definito "un fallo di frustrazione" la reazione che la recente legge sulla responsabilità civile dei magistrati ha comportato, con toni più o meno accesi, da parte dell'Anm.

A tal proposito, molto si è scritto e detto in questi giorni, ed alti lai sono stati elevati anche da parte di chi, senza sapere realmente come vanno le cose, si è precipitato in soccorso di uno dei Poteri dello Stato. Non stupisce che quando un Potere viene limitato nel suo esercizio (ma meglio sarebbe dire nelle sue storture) se ne lamenti, ma duole constatare che ci si spinga ad obiezioni sul merito della legge senza approfondirne gli aspetti tecnici, e soprattutto senza preoccuparsi di comprenderne le ragioni.

Mi asterrò dall'aggiungere il mio commento al tema in questione, dal quale è partito l'articolista, e vorrei invece soffermarmi sul parallelo che traccia tra la reazione dei magistrati e quella degli avvocati, a proposito del disegno di legge che, tra le altre cose, introduce la previsione dell'ingresso di soci di capitale negli studi legali.

E del tutto evidente che l'assimilazione tra le due vicende ha il merito di indurre una riflessione sulle reazioni che una Politica di cambiamento può indurre in chi risulta destinatario, in primis, di una novella legislativa. Ma è anche vero che la comparazione proposta sconta il difetto del carattere spurio della materia in raffronto. Ed infatti, i magistrati italiani si contano in numeri equiparabili più o meno a quelli dei soli avvocati penalisti iscritti all'Ucpi.

Ma (purtroppo) gli avvocati sono molti di più, circa 250.000 (solo a Roma sono pari a quelli presenti in tutta la Francia). Di più: appare francamente improponibile il raffronto tra chi esercita un potere, il più invasivo e incontrollato tra quelli dello Stato, e chi si muove nel solco di previsioni costituzionali che ne disciplinano l'incedere, ma pur sempre in un rapporto tra privati. Resta sullo sfondo il tema dei diritti delle persone (non solo cittadini, soprattutto per quanto riguarda il diritto penale) che con magistrati ed avvocati incrociano il loro cammino nel momento giurisdizionale: a loro, più che agli altri, dovrebbe pensare il legislatore al momento delle riforme, al bene comune.

Ed allora: è ovvio che nessuno può seriamente sostenere che l'avvocatura sia mossa da "uno spirito francescano": non è così, non sarebbe né giusto né possibile. La professione forense o è liberale o non è; dentro questo spazio di azione, ovviamente c'è di tutto, ma "l'uomo nero", il socio di capitale, lungi dall'essere pericoloso perché ignoto nelle sembianze, sottrae libertà (appunto) a chi non vende merce, ma tutela diritti. Legittimamente, in questo caso si guarda al profitto, che poco o nulla ha a che fare con questi ultimi.

Così, a onore del vero, se occorre riconoscere che già oggi esistono accordi che vincolano i professionisti a rapporti con lo studio di appartenenza, per consolidare nel tempo competenze particolarmente qualificate, essi sono pur sempre stretti tra pari, anche quando la forza economica dei contraenti è ben diversa da quella ordinariamente presente tra gli studi legali. Il fatto che a chi scrive questo non piaccia risulta irrilevante per il lettore, ma per coerenza se ne fa annotazione pubblica. Qualche giorno fa ho ascoltato un intervento radiofonico del ministro Orlando, a proposito del tema da cui ha preso le mosse questa breve riflessione.

Con espressione icastica il ministro (che pure non appartiene alla corrente bersaniana, anche se è ormai impossibile tener conto del numero e delle ricomposizioni degli assetti all'interno del Pd) ha affermato che "nessuno vuol fare i baffi alla Gioconda". Ecco, io credo che noi possiamo accettare e pensare agli acconci più strani, e del resto non esiste una avvocatura monolitica; molto è cambiato, sta cambiando, e ancora cambierà. Ma viene in mente il verso: "Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo".

 

Lettere: caso Stacchio, nota della Giunta dell'Unione delle Camere Penali Italiane

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www.camerepenali.it, 4 marzo 2015

 

Dopo l'improvvido intervento dell'onorevole Salvini sul caso dell'Avvocato Canestrini e le numerose adesioni, da parte di numerose Camere Penali, al nostro comunicato di solidarietà, non possiamo non rilevare come la confusione fra l'esercizio dell'inviolabile diritto di difesa e l'avversione abbia toccato limiti davvero non sopportabili.

Dopo l'improvvido intervento dell'onorevole Salvini sul caso dell'Avvocato Canestrini e le numerose adesioni, da parte di numerose Camere Penali, al nostro comunicato di solidarietà, non possiamo non rilevare come la confusione fra l'esercizio dell'inviolabile diritto di difesa e l'avversione nei confronti degli autori di crimini odiosi abbia toccato limiti davvero non sopportabili.

Anche il difensore della famiglia del rapinatore ucciso, nell'ambito del procedimento a carico del benzinaio Stacchio, è stato fatto oggetto del medesimo linciaggio morale e professionale, dimenticando anche in questo caso, come un avvocato sia sempre il tutore e il difensore dei diritti del proprio assistito, imputato o persona offesa che sia, e legittimo portatore di una aspettativa di giustizia e di legalità e dimenticando che nell'esercizio di questi fondamentali diritti, e nel rispetto di tali legittime aspettative, si fonda ogni stato democratico ed ogni convivenza civile.

L'ovvio principio che anche gli ultimi accusati dell'ultimo più spregevole delitto debbano godere, in un paese civile e democratico, del medesimo diritto di difesa, viene sempre più spesso offuscato da un sentimento che irragionevolmente confonde l'avvocato con il suo assistito, la funzione difensiva con la difesa del delitto, sovrapponendo in maniera strumentale due concetti che devono essere tenuti sempre distinti.

Occorre sottrarsi con ogni forza a questo dilagante clima di demagogia e di populismo che ormai invade la comunicazione e la cultura in ogni suo approccio ai fatti della giustizia, trasformando ogni sentimento popolare di pur legittima preoccupazione per il ripetersi di determinati fenomeni criminali, in un cieco, indistinto e diffuso desiderio di vendetta. L'avvocatura penale, da sempre sensibile a questi temi, deve impegnarsi ad affrontare questa battaglia, coinvolgendo i media, le scuole, ogni spazio di comunicazione culturale, per ricondurre il paese ad un nuovo più equilibrato e più maturo approccio ai problemi inerenti l'esercizio del diritto di difesa nel processo penale.

 

Lazio: il Garante dei detenuti Marroni "120 i condannati che affrontano l'università"

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di Massimiliano Gobbi

 

www.ilcorrieredellacitta.com, 4 marzo 2015

 

I detenuti del Lazio sono molto colti. Tante le lauree prese direttamente dalla cella. Tra tutti spicca un detenuto di 43 anni con ben 25 anni di carcere alle spalle che, in poco tempo, è riuscito a conseguire la terza laurea in Scienze della Comunicazione dopo quelle ottenute in precedenza nelle facoltà di Economia e Commercio e Scienze Politiche.

L'uomo, da 25 anni in carcere, si è laureato con il massimo dei voti: 110 e lode presso il penitenziario di Paliano, in provincia di Frosinone. La discussione è avvenuta in videoconferenza con l'Università di Tuscia di Viterbo, mentre il detenuto si trovava nella casa circondariale di Paliano. A dare la notizia è il garante dei detenuti della Regione Lazio, Angiolo Marroni che ha sottolineato l'unicità della storia di questo ergastolano che di fronte alla prospettiva di una "vita in cella" ha compiuto una scelta costruttiva, ha deciso di non abbandonarsi alla disperazione della cella ma ha visto nello studio l'occasione di riscatto sociale. L'ennesima conferma, ove ce ne fosse bisogno, che la criminalità si combatte anche con la cultura e l'istruzione.

Marroni spiega che, specialmente negli ultimi anni, molto è stato fatto per favorire i percorsi universitari dei detenuti: se dieci anni fa, nel 2005, i detenuti universitari laziali erano appena 17, ora sono 120. L'ergastolano è il primo laureato della casa circondariale di Paliano. Il numero dei carcerati che decidono di intraprendere un percorso di studi universitario è in aumento nel nostro Paese, anche grazie all'avvio da parte di molte carceri che decidono di avviare progetti di istruzione che vadano oltre la tradizionale formazione della scuola dell'obbligo o della scuola lavoro. I progetti di tele università - come quello ideato dal Garante del Lazio che vede impegnati via skype quattro detenuti - potrebbero dare nuove possibilità a coloro che vogliano intraprendere un percorso di studio negli anni della detenzione.

 

Como: "Il mio Maurizio non si è tolto la vita". Morto in cella, il giudice riapre il caso

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La Provincia di Como, 4 marzo 2015

 

Respinta la richiesta di archiviazione della Procura: "Probabile istigazione al suicidio". La compagna: "Voleva cambiare vita". "Maurizio non si sarebbe mai ucciso. Il nostro futuro era fatto di progetti e di una vita assieme", dice la fidanzata, Marta. Ma il 31 ottobre scorso il futuro di Maurizio Riunno, 28 anni di Lomazzo, si è improvvisamente coniugato in un presente di lacrime e dolore per amici e parenti.

Suicidio, caso chiuso. Aveva sentenziano la Procura, al termine di una veloce inchiesta sulla morte del giovane, trovato senza vita nella sua cella del carcere del Bassone, ucciso da un lenzuolo stretto attorno al collo. Una conclusione che il giudice delle indagini preliminari non ha condiviso, accogliendo il ricorso presentato dall'avvocato Massimo Guarisco, legale prima di Riunno e ora dei suoi familiari.

"Istigazione al suicidio" è l'ipotesi di reato sulla quale il magistrato ha ordinato di investigare. E dopotutto la stessa Procura aveva ipotizzato che il suicidio di Riunno potesse essere stato provocato, salvo poi chiedere l'archiviazione del caso per mancanza di elementi a carico di papabili sospettati.

Maurizio Riunno era entrato in carcere il 21 ottobre, arrestato con l'accusa di aver partecipato al pestaggio punitivo di Carlo Longo, 35 anni, in un bosco di Limido Comasco. Un raid al quale avrebbe partecipato anche il cugino di Riunno, ovvero Filippo Internicola, in cella perché accusato - tra l'altro - di aver partecipato all'omicidio di Ernesto Albanese a Guanzate.

Insomma, il contesto di conoscenze e relazioni è tale da far suonare più di un campanello d'allarme per quello che, a prima vista, sembrava il suicidio di un detenuto sconvolto per il suo arresto. "Ho conosciuto Maurizio 3 anni fa - ricorda ora Marta Berardinello, la fidanzata. L'ho visto in un bar ed è stato subito amore a prima vista. Volevamo sposarci Io avevo anche già comprato il vestito del matrimonio. Mancavano solo alcune formalità. Lui mi diceva che avrebbe cambiato vita".

 

Tempio Pausania: "Chiedo solo di poter lavorare", grido di aiuto dopo 24 anni di carcere

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La Nuova Sardegna, 4 marzo 2015

 

Il disperato appello di un ex detenuto rimasto senza famiglia e risorse economiche: "Chiedo soltanto di poter lavorare". Si chiama "inserimento lavorativo", ed è uno dei primi passi nel progetto, molto più ampio e articolato, per il recupero e reinserimento degli ex detenuti nella vita sociale. Una possibilità che viene concessa, con procedure particolari applicabili a chi ha sbagliato, ed è quanto sta chiedendo, da oltre due mesi, un giovane ex detenuto rientrato in città dopo 24 anni di carcere. Per ritrovarsi da solo, senza l'aiuto di familiari, parenti, amici, con insormontabili problemi di natura economica da affrontare giornalmente, tanto da fargli sembrare la vita da carcerato migliore che quella che affronta da libero.

Ha chiesto, senza sinora ottenerlo, l'interessamento degli assistenti sociali del Comune (a Tempio non esiste un centro di accoglienza o una associazione che segua gli ex detenuti), ma il linguaggio burocratico degli addetti al servizio hanno gettato ulteriore sconforto nell'uomo, finito per la prima volta in carcere appena diciottenne e rimesso in libertà dopo i quarantacinque. "La sua esasperazione è pari alla disperazione che mi trasmette ogni qualvolta lo incontro", afferma il suo difensore, l'avvocato Domenico Putzolu, l'unico che riesce ancora a dargli consigli e indicargli la strada da percorrere per l'inserimento sociale. In città l'intervento pubblico è demandato ai servizi sociali del Comune, che da tempo ha avviato una serie di iniziative in sintonia con l'assessorato all'ambiente e l'ufficio tecnico comunale che finanzia percorsi lavorativi destinati alle categorie "protette", tra le quali rientrano quelle previste da una serie di leggi e decreti che comprendono anche gli ex internati.

Uno dei progetti di lavoro che impiega persone disagiate e ex detenuti riguarda la sistemazione e abbellimento con fioriere e rotonde degli ingressi cittadini sulle arterie principali (sulla statale Olbia -Tempio - Sassari, nelle due direzioni), un lavoro manuale al quale aspira l'ex carcerato. Il quale riesce a tirare avanti grazie alla Caritas, che gli passa i viveri quotidiani. Stando alle sue dichiarazioni l'ex detenuto non avrebbe ottenuto molte speranze per poter essere inserito nelle liste dei lavoratori socialmente utili al pari di tantissimi altri che, come lui, hanno sbagliato e stanno faticosamente recuperando uno spazio vitale in seno alla società.

"Per tutelare il diritto al lavoro dei detenuti è necessario il concorso di tante figure professionali, che devono agire insieme, per non lasciare il percorso a metà. Infatti, il detenuto da solo, se non dotato di grandi risorse (sociali, familiari, economiche) è molto difficile che riesca a concludere il tragitto di reinserimento. Quindi vanno date in primo luogo risposte integrate e coordinate tra tutti gli operatori del privato e del pubblico, sia del Ministero della Giustizia sia degli Enti Locali, e questa è una delle sfide che, quando riesce, è dovuta spesso alla volontà e ai buoni rapporti tra operatori". Lo sostengono i responsabili di "Ristretti" e "AgeSol", due delle associazioni di ex detenuti.

 
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