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Giustizia: sciogliete subito la Commissione antimafia... altrimenti la mafia stravince

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di Piero Sansonetti

 

Il Garantista, 30 maggio 2015

 

Cosa c'entra l'abuso d'ufficio con la Commissione Antimafia? Povero Ferruccio Parri. Voi magari non sapete chi ora Ferruccio Parri, i più giovani sicuramente non lo conoscono. Un leader del partito d'azione, considerato il capo della Resistenza italiana, che - dopo essere stato presidente del consiglio nel 1945 - all'inizio degli anni sessanta propose l'istituzione di una commissione parlamentare antimafia.

Allora fare antimafia non era un mestiere semplice, come è adesso. Non apriva carriere, non distribuiva prebende. Ti prendevi solo rischi. Allora i giornali dicevano che la mafia non esisteva. Nessuno ne conosceva le origini, le ragioni del radicamento, le connessioni popolari e politiche, lo strategie, i risvolti. Parri pensò che per affrontare la questione meridionale occorresse una conoscenza politica del fenomeno.

La Dc si oppose ma la Commissione nacque ugualmente grazie alla pressione delle sinistre e dei repubblicani (partito al quale apparteneva Parri). Rosy Bindi aveva 12 anni, faceva la seconda media. Povero Parri. Se gli avessero detto che sarebbe venuto un giorno nel quale la commissione antimafia - del tutto disinteressata a indagare i motivi della forza della criminalità al Sud, e il nesso tra questi motivi e i motivi della povertà del Mezzogiorno - avrebbe usato i suoi poteri per scatenare vendette politiche e per sostenere la lotta all'interno del Pd, beh, ci sarebbe rimasto molto male.

Ieri è successo questo, esattamente questo. Rosy Bindi, indignata per la protervia e l'arroganza con la quale Matteo Renzi, in modo tutt'altro che democratico, ha eliminato il dissenso politico nel suo partito, ha modificato le commissioni parlamentari, ha escluso dal Parlamento i maggiori leader del suo partito, ha abolito il Senato (e ora vorrebbe abolire anche il sindacato...), Rosy Bindi, dicevo, ha deciso che l'unico modo per combattere è quello di usare la commissione antimafia, che ha per le mani, come una clava, un randello.

E ha picchiato duro, pubblicando una vera e propria lista di proscrizione, del tutto discrezionale, del tutto insensata, costruita solo per punire i suoi nemici. La lista di proscrizione, mettetela come vi pare, è uno strumento politico autoritario, che evoca solo, in Italia, il vecchio regime fascista. E Rosy Bindi, pubblicando le liste, ha compiuto una azione antidemocratica in tutto e per tutto speculare al metodo della rottamazione usato da Rnzi, e con in più l'aggravante dell'uso personale di una istituzione come la commissione antimafia. "Commissio ad perso-nani".

È una cosa piuttosto grave. Forse senza precedenti. Ora molti deputati protestano perché dicono che è scattato un linciaggio contro La Bindi. Che strana idea di linciaggio. Un linciaggio c'è, ma è contro De Luca e gli altri proscritti.

Personalmente non ho mai avuto neppure un minimo di simpatia per De Luca. E le mie posizioni politiche sono lontanissime dalla sue, che a me più che un leader politico sembra uno sceriffo. In Campania De Luca si presenta alle elezioni su posizioni di estrema destra e cerca - da destra - di sconfiggere Caldoro che invece è un centrista di radici socialiste. Se fossi in Campania, essendo io una persona di sinistra, forse sarei costretto, a malincuore, a votare Caldoro. E tuttavia l'attacco proditorio ricevuto da De Luca da parte dell'antimafia (che peraltro nemmeno si sogna di accusarlo di essere mafioso...) è un fatto inaudito e che non può non suscitare un po' di sdegno, in chi crede ancora nella democrazia e nelle sue regole. Recentemente a me è capitato di vedere da vicino la commissione antimafia.

Sono stato ascoltato, in una audizione sulla libertà di stampa. Ne ho scritto su questo giornale, per raccontare un pomeriggio allucinante, durante il quale mi pareva di stare non in Italia ma in Cambogia. L'audizione si trasformò in interrogatorio, guidato da un vice della Bindi, Claudio Fava (deputato ex pds, ex pd, ex sinistra, ex sei, ex led) durante il quale mi fu contestato apertamente il modo nel quale facevo il giornale.

Ne uscii sconvolto e con una convinzione che poi, col passare delle settimane, è diventata sempre più forte: la commissione antimafia va sciolta urgentemente. E sciogliere la commissione antimafia è il passo decisivo da compiere se si vuole ricostruire, in Italia, una seria lotta alla mafia. Oggi nessuno combatte la mafia. Le organizzazioni che si chiamano antimafia sono centri di retorica, di burocrazia e di illiberalità e basta. Non muovono un dito contro la mafia. Sono gradite alla mafia, che può prosperare senza temere nulla.

E invece ci sarebbe bisogno di un impegno politico serio per capire le ragioni del successo delle mafie, la forza sociale del crimine al Sud, e immaginare politiche di sviluppo e di diritti (non di povertà e di manette) in grado di contrastare davvero il modello mafioso, e metterlo in crisi. Proprio per questo, perché una vera lotta alla mafia è necessaria, è urgente, viene su un po' di rabbia quando si vede questo scempio reazionario che stanno compiendo gli attuali commissari. Qualcuno abbia il coraggio di dirlo. Qualcuno li fermi. Il Far West era uno splendido scenario per girare i film di rivoltelle, ma era un posto pessimo per viverci.

 

Giustizia: Giovanni Fiandaca "non confondiamo l'etica politica con il codice penale"

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intervista di Andrea Fabozzi

 

Il Manifesto, 30 maggio 2015

 

Impresentabili. Il professore Giovanni Fiandaca esprime dubbi sull'iniziativa della commissione antimafia: "In questo momento la morale pubblica è incerta e al parlamento viene comodo affidarsi ai parametri delle procure".

"Comprendo le buone intenzioni della commissione antimafia, ma non condivido l'iniziativa. Come tutte le forme di supplenza finirà solo per aumentare la confusione". Autorità del diritto penale, ex componente del Csm, candidato non eletto nelle liste del Pd alle europee dello scorso anno, il professore Giovanni Fiandaca è soprattutto un garantista militante.

 

Lei parla di supplenza, ma la presidente dell'antimafia Bindi ha spiegato che la "lista" rientra nei compiti della commissione.

È stata la commissione antimafia ad auto attribuirsi una competenza che è propria delle forze politiche. La definisco una "supplenza" perché la commissione ha sopperito al mancato o insoddisfacente controllo sulle candidature da parte dei partiti politici.

 

Perché allora non giudicare bene l'iniziativa?

Perché si è trattato solo di una fotografia, un monitoraggio di informazioni arrivate in parlamento da parte delle prefetture. L'appiattimento è evidente e pressoché meccanico: il giudizio etico-politico sull'affidabilità e onestà di un candidato viene delegato al codice penale.

 

La presunzione di innocenza fino a condanna definitiva prima di tutto?

Certo, ma non solo. Nella lista ci sono effettivamente soggetti che al momento sono solo rinviati a giudizio. Non voglio fare l'ipergarantista peloso, ma vorrei invitare a una cautela persino maggiore: questo "automatismo dell'impresentabilità", per dire così, è rischioso per una democrazia liberale.

 

Non le sembrano strumentali gli attacchi insistenti alla presidente Bindi?

Quando si apre la porta ai sospetti, i sospetti avvelenano tutto. Obiettivamente i tempi dell'iniziativa dell'antimafia qualche dubbio lo sollevano. Si può contro-sospettare Bindi di voler consumare qualche vendetta nei confronti di Renzi. E così tutta l'operazione finisce nel discredito.

 

Il discredito è generale, non le pare per colpa soprattutto di certe candidature?

L'etica politica e il codice penale sono piani che andrebbero attentamente distinti. Viceversa ci si infila in un tunnel che porta dritti all'identificazione tra immoralità e illecito penale, esito tipico del legalismo etico. Una tendenza perversa che è caratteristica degli stati autoritari.

 

Anche un condannato può essere candidato a testa alta?

Ci sono reati che per i motivi per i quali sono stati commessi non necessariamente giustificano un giudizio di disapprovazione etico politica sulla persona dell'autore. Può darsi il caso di un amministratore pubblico che commette un abuso d'ufficio a fin di bene. Bisognerebbe capire perché l'ha fatto, in nome di quale interesse, per sopperire a quale problema. Non basta che una certa condotta sia inquadrabile nell'abuso d'ufficio per essere automaticamente un enorme misfatto dal punto di vista dell'etica politica.

 

Abuso d'ufficio è appunto il reato per il quale De Luca incapperà nella legge Severino.

Legge che andrebbe corretta, modificata. Ma mi rendo conto che le forze politiche non sono nella migliore condizione per trovare criteri univoci e condivisi. L'etica pubblica in questo momento è incerta e per le forze politiche affidarsi al parametro esterno della legge penale diventa comodo. Si cerca in qualche modo di standardizzare e rendere obiettivo il giudizio di disvalore, e in questo modo si finisce con il non tenere conto dello specifico politico. Un condannato per un gesto di disobbedienza civile può essere di per sé considerato indegno di impegnarsi politicamente, di candidarsi. Quando è vero il contrario.

 

Giustizia: dalla "Cupola degli appalti" in poi, le indagini che turbano gli expo-ottimisti

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Il Manifesto, 30 maggio 2015

 

Expo 2015. Ritratto di un "grande evento" a partire dalle inchieste giudiziarie, i patteggiamenti, le multe. Dalla "Cupola degli appalti" in poi.

Per il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, l'indagine per evasione fiscale che coinvolge la presidente di Expo Spa 2015 Diana Bracco è "un problema di immagine che deve essere valutato". Questa frase è stato l'unico dubbio apparso in una giornata dei dati di Federalberghi secondo la quale l'Expo sarà visitata da 1,9 milioni di persone (erano 20 solo pochi mesi fa).

"Stime abbastanza realistiche" ha confermato l'ad Expo Giuseppe Sala che sostiene un aumento del 16% del Pil milanese nei primi 27 giorni di Expo. "Non c'è mai stata nel passato un'apertura di una Expo così entusiastica" ha ribadito Pisapia. Parole che suonano perlomeno forzate dopo la notizia dell'indagine su Bracco, vice-presidente per la Ricerca e Innovazione per Confindustria.

A quasi un mese dall'esordio, sull'esposizione universale dedicata al culto contemporaneo del cibo si riallungano invece le ombre di un anno fa quando la procura di Milano spiccò mandati di arresto per Angelo Paris, direttore della pianificazione acquisti della Expo 2015, per gli ex parlamentari Gianstefano Frigerio (Dc) e Luigi Grillo (Forza Italia), per Primo Greganti, ex Pci e già coinvolto in Mani Pulite, per Sergio Catozzo (Udc Liguria) e l'imprenditore vicentino Enrico Maltauro. Ai domiciliari finì Antonio Rognoni, ex Dg di Infrastrutture Lombarde, già arrestato per un'altra inchiesta sugli appalti pubblici più importanti in Lombardia, anche relativi all'Expo.

Nell'ottobre 2014 Antonio Acerbo era finito agli arresti domiciliari per corruzione e turbativa d'asta e si era dimesso da responsabile del Padiglione Italia di Expo. Un mese prima si era dimesso da commissario Expo per le vie d'acqua per corruzione e turbativa d'asta.

Ad aprile 2015 sono state accettate sei richieste di patteggiamento presentate dagli indagati della cosiddetta "Cupola degli appalti" che avrebbe influito sulle gare di Expo, Sogin e nella sanità Lombarda. Grillo ha accettato una pena di due anni e otto mesi e una multa di 50 mila euro. Frigerio una pena di tre anni e quattro mesi, Greganti tre anni e una multa da 10 mila euro, Maltauro due anni e 10 mesi, Catozzo tre anni e due mesi e un risarcimento a Expo da 50 mila euro. Due anni e sei mesi a Paris e un risarcimento a Expo da 100 mila euro. L'ex sub-commissario Expo Acerbo ha patteggiato tre anni.

Prima dell'inizio di Expo sembrava essere così tornata la normalità sulla quale veglia il commissario anti-corruzione di Raffaele Cantone. Ma così non è stato. C'è un altro capitolo, significativo, delle indagini che riguardano il governatore della Lombardia Roberto Maroni, accusato di induzione indebita per un contratto di collaborazione con Expo affidato a una sua ex collaboratrice.

Polemiche ci sono state a seguito della nomina di Domenico Aiello, avvocato difensore di Maroni in questa inchiesta, nel Cda di Expo a 8 giorni dalla sua inaugurazione. In caso di un eventuale rinvio a giudizio di Maroni e del direttore generale di Expo Christian Malangone, Aiello si troverà nel doppio ruolo di membro del Cda e difensore della persona contro la quale Expo potrebbe decidere di rivalersi.

A sua volta, come atto dovuto, l'azienda è indagata in base alla legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa per reati commessi dai propri dirigenti nell'interesse aziendale. Quella di Diana Bracco non è l'unico problema di immagine che turba gli umori expottimisti.

 

Giustizia: ucciso a Latina l'avvocato e blogger anti-mafia Mario Piccolino

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di Marco Omizzolo e Roberto Lessio

 

Il Manifesto, 30 maggio 2015

 

Con il sito freevillage.it la sua opera di denuncia. Era già stato aggredito. È stato ucciso a sangue freddo a Formia, in provincia di Latina, l'avvocato e blogger Mario Piccolino, 71 anni, famoso per le sue denunce pubbliche contro la mafia e i politici corrotti del Sud Pontino.

Piccolino è stato colpito nel suo studio, in via della Conca, poco dopo le 17 di ieri da un colpo di pistola in testa sparato da un uomo che si è subito dato alla fuga. Un testimone avrebbe visto un ragazzo, con indosso un paio di bermuda, allontanarsi velocemente a piedi con una pistola in pugno.

Dal suo sito, freevillage.it, in modo sempre documentato, l'avvocato Mario Piccolino non faceva sconti a nessuno e per questa sua opera di denuncia costante era stato già aggredito nel 2009, ancora nel suo ufficio, a colpi di cric sul volto da un uomo poi identificato come Angelo Bardellino. Si trattava del nipote del noto boss Antonio, fondatore e capo storico del clan dei casalesi negli anni Settanta e Ottanta. Lo stesso Angelo Bardellino noto alle cronache nazionale anche per la sua comparsa su Rai Due durante il programma musicale The Voice of Italy.

L'avvocato Piccolino fu oggetto di numerosi avvertimenti espliciti di chiaro stampo mafioso. Sempre per le sue battaglie in un territorio dove il radicamento delle mafie è noto da anni, ricevette davanti la sua abitazione alcune teste mozzate e viscere di pesce. Ora si cercherà il killer ma l'auspicio è che si possano conoscere presto anche i nomi dei mandanti e le vere ragioni di questo barbaro omicidio in stile mafioso. Il Sud Pontino si conferma un territorio da liberare dalla morsa delle mafie e della violenza organizzata, e in particolare dal clan dei casalesi, che ha fatto di quel territorio non solo il proprio luogo di residenza ma avamposto sicuro per tessere una rete di interessi economici e politici internazionali.

 

Lettere: zingari, giudei, buonisti e cattivisti

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di Moni Ovadia

 

Il Manifesto, 30 maggio 2015

 

L'antico e sempre nuovo mestiere dello sciacallo. Chi è razzista? Chiunque attribuisca reati commessi da individui a una intera comunità. Il tema politico sociale incandescente degli ultimi giorni ha preso avvio da un tragico fatto di cronaca. A Roma, un'auto sulla quale viaggiavano, stando a quanto riferito dalla stampa, tre persone della comunità rom, non ha rispettato l'alt della polizia ed è fuggita a velocità folle travolgendo e uccidendo un donna filippina e ferendo, anche gravemente, altre otto persone che si trovavano sul suo cammino.

Come era prevedibile si è scatenata la usuale canea razzista contro i rom in quanto tali guidata dal leader della Lega Nord, Matteo Salvini e da tutta la galassia nera dei nazifascisti. Il tutto condito dall'inevitabile folklore mediatico. Ieri mattina, il giornalista di Libero Piero Giacalone, nel corso della trasmissione di attualità politica de La7, con puntuale chiarezza, ha inquadrato la questione nei termini della legalità affermando un valore imprescindibile delle civiltà democratiche, ovvero che tutti i cittadini e gli esseri umani in generale, davanti alla legge, sono uguali. Giacalone ha proseguito il suo ragionamento con sapidità ironica prendendo a bersaglio due categorie di persone contrapposte: "buonisti" e "cattivisti" i quali, a suo parere, si limitano a recitare le loro parti in commedia. Ora, appartenendo io alla categoria dei primi, proverò a rintuzzare, almeno in parte, la pur legittima stigmatizzazione ironica di Giacalone.

Se è pur vero che fra i buonisti si incontrano talora persone superficiali inclini a generici embrassons nous, coloro che vengono spesso definiti con sprezzo "buonisti" sono in linea di principio esseri umani che si pongono il problema dell'altro, delle minoranze e si ritengono responsabili del "volto altrui", per dirla con il filosofo Levinass, o mettono in pratica il dettato evangelico: "Ciò che fai allo straniero lo fai a me". Del resto, la questione dell'accoglienza dell'altro è la madre di tutte le questioni, quella la cui mancata soluzione è causa di ogni violenza e di tutte le infamie che devastano la convivenza delle comunità umane.

Nel mio caso, appartengo ad una ulteriore fattispecie, sono un ex "altro" entrato nel salotto dei privilegiati. Io sono ebreo e so che significa essere gravato da pregiudizi, calunniato, perseguitato, deriso, massacrato e sterminato.

Oggi, molti cattivisti vi diranno che l'ebreo non è come il rom. Oggi ve lo dicono, ma in passato i "perfidi giudei" erano trattati allo stesso modo, con una sola differenza che i rom non ricevevano l'accusa di essere deicidi, in quanto cristiani o mussulmani. Credete che l'antisemitismo abbia perso aggressività a causa dell'orrore provocato dalla Shoà? Non è così, anche rom e sinti hanno subito lo stesso destino. La vera ragione è che oggi esiste uno stato ebraico ( la definizione è di Teodor Herzel, suo Ideologo, das Juden Staat ) con un esercito, un governo e servizi segreti che sanno essere molto "cattivisti".

Per rom e sinti non c'è nessuno Stato che parli e agisca, nessuno li difende da posizioni di forza e gli attacchi razzisti contro di loro sono solo azioni di vigliacchi. È razzista chiunque attribuisca reati di individui all'intera comunità. Ma io, che appartengo simultaneamente anche ad un altra categoria, i settantenni, ho buona memoria. E che c'entra con l'argomento in discussione? C'entra!

Ricordo quando sui muri della prospera "Padania", della sua capitale "morale" c'erano le infami scritte razziste "via i meridionali dalle nostre città!", "non si affitta ai terroni!". Mi ricordo dell'eco di Marcinelle quando i nostri italiani più poveri, trattati come bestie in quanto italiani, venivano venduti come schiavi da miniera perché tutta l'Italia avesse carbone. Mi ricordo delle scritte "vietato agli italiani e ai cani" nel civile Nord Europa.

Allora gli zingari eravamo noi. Salvini se lo ricorda? Ma cosa volete che si ricordi un populista demagogo alla ricerca di voti? A lui, a quelli come lui, i voti non servono per fare politica, ma per fare un mestiere, quello del nazionalista da piccola patria, come i Karadzic, gli Arkan, i Mladic e i loro omologhi croati, gli sterminatori della ex Jugoslavia. Un mestiere molto redditizio che si nutre di odio, approfitta della paura dei più fragili, garantisce posti nei parlamenti e gratificante visibilità mediatica. C'è un solo nome per chi approfitta di un fatto efferato - commesso questa volta da rom, ma decine e decine di altre volte da italiani, padani compresi - per seminare odio: sciacallo.

 
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