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Giustizia: dobbiamo chiudere il Partito Radicale... adesso rischiamo di essere solo un alibi

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di Angiolo Bandinelli (Direzione Nazionale di Radicali Italiani)

 

Il Garantista, 11 gennaio 2015

 

Nel 1987 riuscimmo a salvarci. ma allora il contesto era diverso, l'attenzione nei nostri confronti era ancora molto forte, adesso rischiamo di essere solo un alibi.

Tra pochi giorni, proporrò al comitato di Radicali Italiani lo scioglimento del Movimento, quale primo passo verso l'ugualmente necessaria, responsabile chiusura degli altri soggetti costituenti la "galassia" radicale. Oggi, la galassia radicale non vive: soffocata dal regime, sopravvive a se stessa. E ormai solo l'alibi altrui: "Non vi preoccupate, tanto ci sono i radicali", si dice quando si parla di giustizia, di diritto, di carceri, di debito pubblico, di crisi istituzionale e costituzionale. "Tanto ci sono i radicali". Ridotti, come si vede, ad alibi delle cattive coscienze. Non possiamo accettare un simile destino.

O lo scegli o lo sciogli, fu lo slogan che, nel 1987, provocò uno slancio di entusiasmo e di generosità di oltre diecimila uomini e donne, da ogni parte del mondo, nei confronti del Partito Radicale e della sua decisione di cessare le attività. Contro il potere sovversivo dei mezzi di comunicazione che avevano stravolto l'immagine e l'identità del Partito Radicale, ci fu la rivolta di premi Nobel, di ministri, di parlamentari, di sacerdoti, di scrittori, di uomini di cultura, di ex terroristi, che presero per la prima volta nella loro vita, nel 1987, la tessera di un partito".

Così, in sintesi, su Notizie Radicali, il resoconto della straordinaria iniziativa che ebbe, come insegna, "O lo scegli o lo sciogli": o tu lo scegli e quindi ti iscrivi, o il Partito radicale chiude, si scioglie, muore. Tra pochi giorni, io proporrò al Comitato di Radicali Italiani lo scioglimento del Movimento, quale primo passo verso la ugualmente necessaria, responsabile chiusura degli altri soggetti costituenti la "galassia" radicale. Le motivazioni della mia richiesta ricalcano quelle che giustificarono l'iniziativa del 1987.

Identiche motivazioni ma profondamente diverso, infinitamente più deteriorato, sia il contesto che il testo. Allora fu possibile sperare che la salvezza fosse alla nostra portata; arrivò infatti, ottenuta però solo grazie ad uno sforzo di mobilitazione e di iniziativa eccezionale. Anticipo le conclusioni di questo intervento: oggi non è più così, la chiusura è obbligata.

Non ci sono le condizioni - esterne ma anche interne al partito - perché il miracolo del 1987 si ripeta. Oggi, la galassia radicale non vive: soffocata dal regime, sopravvive a se stessa. E ormai solo l'alibi altrui: "Non vi preoccupate, tanto ci sono i radicali", si dice attorno quando si parla di giustizia, di diritto, di carceri, di debito pubblico, di crisi istituzionale e costituzionale. "Tanto ci sono i radicali". Ridotti, come si vede, ad alibi delle cattive coscienze. Non possiamo accettare un simile destino per il nostro partito.

Quella del 1987 fu una sfida concepita al congresso del novembre 1985 nel quale, recita il resoconto già citato, "il Partito radicale aveva dovuto prendere atto che l'organizzazione della informazione e della comunicazione si era ormai costituita in potere sovversivo della democrazia. Che la stampa e la televisione privano ormai il cittadino, a Roma come a New York, del diritto primario e costituzionale di conoscere per poter giudicare, per poter di conseguenza esercitare la sua sovranità democratica.

Che questa situazione rendeva, in partenza, sconfitti, marginali i valori e gli ideali del Partito radicale. Quei valori e ideali che nel passato era stato sufficiente comunicare all'opinione pubblica perché li riconoscesse come propri, meritevoli d'impegno civile e democratico".

La campagna ebbe una risposta che "superò la nostra capacità di immaginazione". "Tre Premi Nobel così diversi nella loro storie e nelle loro scoperte: Vassily Leontief, Rita Levi Montalcini, George Wald; - tanti ex-terroristi che, dal profondo dell'ergastolo e di condanne quasi secolari, nella forza propositiva della nonviolenza radicale hanno ritrovato la speranza di vita; - ministri di governi anche africani, parlamentari italiani ed europei, israeliani e francesi; - autori riconosciuti come fra i maggiori del nostro tempo, quali Eugene Jonesco; - dissidenti sovietici o polacchi, come Leonid Pliusc o testimoni del nostro tempo come Marek Halter o tanti ebrei impegnati per il rispetto dei diritti in Urss, quali Avital Sharanskj, Haim Maragulis; - preti e religiosi come Jean Cardonnel, Christian Delorme, Guy Gilbert; -centinaia di criminali comuni detenuti nelle carceri, e tante loro famiglie; - donne e uomini di cultura, dello spettacolo, delle arti, del teatro, della musica, della pittura, del giornalismo, financo dello sport: in oltre diecimila - tutti o quasi tutti dichiarando di non essere mai stati iscritti a partiti nella loro vita - decisero, in poche settimane, di costituirsi nel Partito Radicale del 1986 perché potesse esistere il Partito radicale del 1987, del 1988".

C'è qualcuno che oggi possa solo immaginare una risposta ugualmente planetaria alle attuali difficoltà di Radicali Italiani e dell'intera galassia? Ma già in vista del congresso del novembre 1972 era stata lanciata una analoga sfida: nella convocazione, il Partito si impegnava a raggiungere entro il congresso i mille - 1.000! - iscritti come "condizione necessaria anche se non sufficiente" per poter sperare di continuare la lotta radicale contro il regime. In alternativa, giudicava inevitabile lo scioglimento.

Ero io il segretario, tesoriere Peppino Ramadori. L'obiettivo fu raggiunto per miracolo nelle ultime ore utili. Nello scrivere (con il contributo determinante, di cui ancora lo ringrazio, di Gianfranco Spadaccia) la relazione per il congresso di Torino, avevo lasciato in bianco lo spazio per inserirvi il numero di tessere raggiunto all'apertura dei lavori; la cifra dei mille venne superata in extremis, quello spazio bianco lo riempii a penna, lì per lì, sul dattiloscritto. L'obiettivo era stato raggiunto grazie all'impegno concorde e mirato del gruppo dirigente stretto attorno a Marco Pannella, la spinta forse decisiva arrivò da un articolo di Guido Calogero apparso su Panorama, incondizionatamente favorevole al partito.

C'è qualcuno che veda oggi all'orizzonte una analoga forte convinzione, ma anche una paragonabile iniziativa di sostegno? Questi sono i tempi nei quali il messaggio alle Camere del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l'incoraggiamento di papa Francesco allo sciopero della fame di Marco Pannella vengono spudoratamente ignorati.

E non parlo del silenzio che circonda lo sciopero della fame e della sete iniziato pochi giorni fa da Pannella. Turbe tanto inferocite quanto non informate o disinformate auspicano che il leader radicale muoia. Infine: le risorse finanziarie dell'intera galassia sono ridotte praticamente a zero. "Spes contra spem"? C'è un momento in cui anche la speranza ha diritto a morire.

Già immagino le resistenze, l'opposizione che verrà dispiegata, nel prossimo Comitato, alla mia proposta. Le immagino, non riesco invece ad immaginare valide ragioni che possano essere addotte per sostenere quella opposizione e giustificarla in termini razionali, ragionevoli e convincenti. Non vi sono come non ve ne sono state al Congresso di novembre, quando furono avanzate (e accolte nella mozione finale) prospettive che non coglievano minimamente la gravità della situazione (testo e contesto), per adeguarsi piuttosto al clima "grillino" di una subcultura intrisa di furori anti-casta, di cupidigia di vendette tra giacobine e populiste, di incapacità di previsione e pianificazione politica, incapace dunque di aprire un minimo di orizzonte alla speranza alternativa che è nel cuore del progetto radicale, fin dai suoi lontani inizi: un progetto che discende direttamente dagli Einaudi e dai Rossi, dai Pannunzio ai Capitini e ai Calogero, dai De Viti De Marco, Salvemini e Benedetto Croce, nella loro lotta per la vita del diritto, già embrione della cinquantennale lotta del nostro Partito Radicale per il diritto alla vita e contro il moderno regime, la partitocrazia e le sue degenerazioni.

 

Giustizia: Cav, si passa dalle leggi "ad" personam a quelle "contro"?

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di Fausto Cerulli

 

Il Garantista, 11 gennaio 2015

 

Per essere garantista, stavolta mi tocca prendere le difese di Berlusconi, nei confronti del quale non nutro, per usare un eufemismo, soverchia simpatia. Mi riferisco alla vicenda della depenalizzazione della evasione fiscale nel caso in cui l'evasione non superi il tetto del 3% dell'imponibile. Non voglio entrare nel merito del decreto, che fa comunque parte di quelle norme che agevolano l'evasione invece di combatterla, Voglio invece intervenire sul fatto che un decreto, da valere fino a prova contraria, erga omnes, venga sottoposto a censura solo perché agevola, tra gli altri, anche Berlusconi.

Passiamo, con queste censure, dalle leggi ad personam alle leggi contra personam... Non mi importa se questo decreto faccia parte del patto del Nazareno, anche se il funambulo Renzi, pensandoci su per qualche giorno, lui che è cosi veloce nelle decisioni "confindustriofile", ha infine ammesso non solo di essere a conoscenza dell'articolo sospetto del decreto, ma di averlo escogitato proprio lui. Ma torno al garantismo: Berlusconi è stato condannato a quattro anni di reclusione per il reato di evasione fiscale, con conseguente diminuzione dei diritti civili o almeno di parte di essi.

A guardare anche fuggevolmente la giurisprudenza in merito, non si trova traccia di una pena così gravosa per questo tipo di reato. E qui scatta la prima violazione del garantismo: una pena speciale per un imputato speciale, alla faccia della Costituzione che prevede l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Io sono dell'opinione che le norme contro l'evasione fiscale debbano prevedere pene più severe di quelle attuali, ma debbano prevederle, come dice la parola, per i reati futuri e soprattutto le debbano prevedere per tutti.

Ricordo che i difensori di Berlusconi sostenevano che, essendo il loro cliente uno dei maggiori contribuenti di questo Stato per sua natura "elusivo", non sarebbe stato giusto condannarlo per una evasione tutto sommato quasi insignificante rispetto alle somme da lui versate, come tasse, nelle casse dello Stato. Ma Berlusconi è stato condannato, e oggi il famoso e discusso decreto prevede proprio che si debba fare un rapporto tra imponibile dichiarato e l'evasione.

Un rapporto che, se applicato al Cavaliere, gli avrebbe evitato la condanna. Arrivo a dire che se il decreto dovesse passare, Berlusconi potrebbe chiedere i danni per condanna ingiusta, ma non voglio giungere a tanto. Quello che importa rilevare è che la stampa e la cosiddetta sinistra della sinistra fantasma, sono insorti contro quell'articolo del decreto non perché poteva agevolare l'evasione, ma soltanto e perché finiva per favorire, tra tutti i cittadini, anche Berlusconi.

Viene così ventilata l'idea che una legge può essere considerata giusta o ingiusta non in considerazione della sua valenza, ma in considerazione di chi ne viene colpito e di chi ne viene agevolato. Siamo con questo all'incredibile, sul piano legale e su quello del buon senso. Un quotidiano come La Repubblica, che non può essere considerato neppure per celia berlusconiano, ammette qualcosa: cita la sentenza di condanna di Berlusconi, ed è costretto a ricordare che in essa si legge come il Cavaliere, nell'anno incriminato, abbia dichiarato un imponibile di 397 milioni di euro, beato lui, mentre gli accertamenti puntualmente condotti sulle sue dichiarazioni, abbiano accertato un reddito effettivo di 410 milioni, con una evasione dunque del 4,9 per cento.

Una magra evasione, ancora più magra per il 2003: reddito dichiarato 312 milioni, reddito accertato 320 milioni, una differenza ancora minore della precedente; 0,70 per cento. Queste percentuali sono costate a Berlusconi una condanna a quattro anni di reclusione. Ma il funambolo Renzi, dopo molto cogitare, ha promesso che cambierà quell'articolo del decreto, articolo da lui stesso incluso nel decreto. Siamo in un paese in cui le norme vengono cambiate a furore di popolo e di stampa. Sembrerà, questo, un articolo che manco Sallusti, ma è il giusto prezzo da pagare al garantismo.

 

Giustizia: l'avvocato difensore Diddi "Salvatore Buzzi è in galera sulla base di chiacchiere"

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di Francesco Lo Dico

 

Il Garantista, 11 gennaio 2015

 

All'indomani della lettera che Salvatore Buzzi ha indirizzato dal carcere di Nuoro al nostro direttore, ci è sembrato opportuno, visto che le ragioni dell'accusa sono stranote e mediaticamente avvincenti, cercare di comprendere anche le istanze della difesa, ad oggi poco esplorate, per usare un eufemismo.

"Buzzi resta in galera - ci spiega il suo legale Alessandro Diddi - sulla base di semplici indizi: di intercettazioni telefoniche alle quali non hanno fatto seguito accertamenti che potessero confortare le esultanze proprie delle sue chiacchierate al telefono. Non ci sono state acquisizioni documentali, nessuna verifica sui conti correnti. È in galera sulla base di chiacchiere".

"Sono accusato di essere un mostro, un mafioso, un corruttore e non ho alcuna possibilità di difendermi", scrive Salvatore Buzzi in una lettera scritta a mano la notte di Natale dal carcere di Nuoro che è giunta al Garantista soltanto ieri "Sono stato condannato a mezzo stampa - spiega il patron della Cooperativa 29 giugno a Piero Sansonetti - e solo tu, Bordin e Ferrara avete un minimo provato a prendere le distanze dall'inchiesta; ma la presunzione di innocenza non dovrebbe valere anche per me?".

Difficile, visto il clima di gogna mediatica venutosi a creare, ignorare anche solo parte delle accuse rivolte a Buzzi da tribune e talk di ogni genere. E ancor più difficile, dato il visibilio scandalistico suscitato da "Mafia capitale", porsi semplici domande come "E se fosse tutta una montatura?", oppure, "Ma Salvatore Buzzi che cosa ne pensa di questa inchiesta? E se ha intenzione di difendersi, su quali basi?". Temi di questo genere sono piuttosto invisi, e suonano quasi come sacrileghi. Ma modestamente confortati dalla Costituzione, ci è parso doveroso parlare della vicenda Buzzi, con Alessandro Diddi, il legale che lo rappresenta.

Avvocato, Buzzi è attualmente detenuto nel carcere di Nuoro ed è stata respinta l'istanza di scarcerazione. Su quali basi il suo cliente resta in cella?

Salvatore Buzzi resta in galera sulla base di semplici indizi: di intercettazioni telefoniche alle quali non hanno fatto seguito accertamenti che potessero confortare affermazioni ed esclamazioni proprie delle sue chiacchierate al telefono. Non c'è stata nessuna verifica amministrativa. Non ci sono state acquisizioni documentali, nessuna verifica su conti correnti e libri mastri. È in galera sulla base di chiacchiere.

Ma quali sono dunque i gravi e sufficienti indizi di colpevolezza che dovrebbero trattenerlo in carcere?

Ogni volta che Buzzi diceva al telefono "Abbiamo vinto!", il carabiniere all'ascolto ne deduceva che aveva vinto grazie a una turbativa d'asta. A nessuno è venuto in mente di verificare se dalle carte risultassero irregolarità.

In assenza dei verbali di aggiudicazione, si presume che gli appalti che si è assicurato Buzzi sono frutto di azioni delittuose...

Gioire per una gara vinta, non è la stessa cosa che gioire perché un piano criminale è andato a compimento. Le gare possono essere vinte legittimamente, e dai miei riscontri stanno emergendo numerose assurdità in proposito.

A che cosa si riferisce?

Intrapreso lo studio dei fatti contestati, ed avuto accesso alle relative carte, mi sono imbattuto in gare d'appalto nelle quali le cooperative di Buzzi erano l'unico concorrente in lizza. Mi spiega quale utilità avrebbe il pagamento di una tangente, per una gara alla quale partecipa un solo concorrente? E in secondo luogo faccio un'altra rivelazione. Si parla di corruzione per alcune gare che, dati alla mano, non sono state vinte dalla cooperativa di Buzzi. Ma allora a che cosa sarebbe servito elargire mance così generose e tessere trame tanto diaboliche?

Nella lettera che ci ha inviato, Buzzi ammette di aver detto "tante parole in libertà". "Ma sfido chiunque - ha scritto nell'intimità, se registrato, a non doversi poi scusare per qualche giudizio avventato espresso". Soltanto eccessi verbali, dunque? È questa la colpa del suo cliente?

Chi è di Roma, o ci vive da molto tempo, sa molto bene che in questa città vige una "romanitas" del tutto dissimile da quella augustea. Il linguaggio in voga, in pressoché ogni ambiente, è sempre molto colorito e guascone. Si tende a dar vita a dialoghi intercalati da eccessi caricaturali, spavalderie assortite, battutacce a volte esilaranti. E talvolta ci scappano anche improperi e si fa la voce grossa, per darsi l'aria da rodomonte. È questo che fa delle intercettazioni uno strumento talvolta pericoloso: l'interpretazione letterale di parole in libertà come tante ne diciamo tutti noi nelle conversazioni private di ogni giorno.

E ritorniamo alla domanda di prima: reputa fondata la carcerazione preventiva?

In qualità di docente universitario, e non come suo avvocato, la reputo una scelta irragionevole. Pericolo di fuga? Non ce n'è, Buzzi è da due mesi un sorvegliato speciale. Reiterazione del reato? Un po' complesso, visto quello che Buzzi ormai rappresenta per l'opinione pubblica. Inquinamento delle prove? Proprio no, perché tutto è stato sequestrato.

E in qualità di avvocato?

In qualità di avvocato non posso che constatare come la nostra giurisprudenza abbia intrapreso da qualche tempo una bruttissima china. L'idea di trattenere in carcere qualcuno sulla base dei "gravi indizi di colpevolezza" è diventata piuttosto desueta. Sempre più spesso si fa strame delle garanzie che normano le esigenze cautelari. Con il risultato che noi tutti siamo meno a piede libero di quanto possiamo immaginare. Finire in prigione, è diventato più semplice di quanto ciascuno di noi si aspetta.

A un certo punto Buzzi ci scrive: "Non ho mai corrotto un politico, ma ho finanziato legalmente moltissimi esponenti politici". Che cosa può dirci di questi rapporti intrattenuti con la politica?

Buzzi ha fatto versamenti legittimi e documentati a fondazioni politiche che ne hanno sostenuto le istanze. Sono state considerate erogazioni illecite e invece ce n'è regolare traccia. Buzzi ha sostenuto candidature, ha pagato eventi e manifestazioni.

Buzzi dice peraltro di non aver mai sottratto un euro dalle aziende che amministra. Nessun contraccambio da queste attività?

Buzzi non è l'inventore geniale di un business fatto sulla pelle delle persone disagiate. Le cooperative come quelle di Buzzi lavorano nel sociale, e hanno bisogno dell'aiuto dello Stato che le finanzia nel tentativo di colmare il gap tra un libero cittadino e uno svantaggiato. Chi darebbe lavoro a ex carcerati come quelli cui Buzzi ha dato un orizzonte di vita nuova e dignitosa? È del tutto evidente che il fondatore di una cooperativa esprima la propria predilezione per questo o quel candidato più sensibile ai temi sociali. E del tutto legittimo che possa scegliere di sostenere questa persona o quell'altra. Questa si chiama democrazia, non corruzione. Siamo un Paese di grandi ipocriti.

Ci ha colpito molto un altro passaggio della lettera. Buzzi dice che non solo non ha mai corrotto, e che casomai è stato lui "a subire qualche delicata estorsione da qualche solerte funzionario e/o dirigente". Ne parliamo?

Su questo aspetto devo attenermi al momento al segreto professionale. Mi limito a ricordare su tutti la vicenda dell'appalto per il Cara di Castelnuovo di Porto. Il giudice del Tar Linda Sandulli sospese l'assegnazione dell'appalto a Buzzi: deteneva quote in una società che faceva manutenzione nello stesso centro.

Lui di sinistra, Carminati di destra: quanto appeal mediatico ha avuto l'idea di larghe intese delinquenziali in questo caso?

Buzzi è sempre stato e resta un comunista. La conoscenza di Carminati l'ha fatta in carcere trent'anni fa. Ma Buzzi lo ha frequentato solo a partire dal 2012, quando era un uomo libero e senza pendenze.

Il suo cliente tiene a precisare che non ha "mai commesso reati con lui né, tanto meno, l'ho visto commetterne".

Tutta la vicenda si è innescata nel 2010, perché Carminati venne sospettato di aver avuto un ruolo nella rapina di un caveau. Da allora si cominciarono a conoscere vita, morte e miracoli di quest'uomo, sebbene venne riconosciuto del tutto estraneo al delitto per il quale partì la sua "marcatura a uomo".

Intercettazione dopo intercettazione, venne il momento dell'incontro tra Buzzi e Carminati in un bar. Carminati si offrì di mediare per un credito che Buzzi doveva riscuotere. E da lì, successe il pandemonio. Se Carminati non avesse fatto capitolino in questa vicenda, altro che mafia capitale. Salvatore Buzzi avrebbe continuato a godere della fama di uomo buono, intelligente, e impegnato.

 

Giustizia: Roberto Saviano sul caso Aldrovandi "in Italia serve il reato di tortura"

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www.estense.com, 11 gennaio 2015

 

"Senza sarà un Paese nel quale si potranno applaudire i poliziotti che lo hanno ucciso".

"Un Paese che non contempla nel proprio codice penale il reato di tortura, sarà un Paese nel quale si potranno applaudire i poliziotti che hanno ucciso Federico Aldrovandi".

Il caso del ragazzo ferrarese ucciso durante un controllo di polizia il 25 settembre del 2005 diventa per Roberto Saviano "l'esempio principe" del malcostume italiano in tema di abusi di potere e morti di stato. Il settimanale l'Espresso ha infatti pubblicato sulle proprie colonne un intervento del noto giornalista e scrittore napoletano, che elenca una lunga lista di critiche al governo Renzi e mette in risalto come le modalità di fare informazione nel Belpaese abbiano creato un'opinione pubblica quasi isterica, che passa senza troppe vie di mezzo dal disinteresse più totale alla condanna generalizzata e disinformata verso ogni personaggio o avvenimento pubblico.

"Cambiare il Paese non è facile - scrive Saviano -, e farlo in poco tempo è impresa complicatissima. Ma da questo Governo, da quasi un anno in carica, mi sarei aspettato un'apertura maggiore a riforme a costo zero, a riforme necessarie che avrebbero avuto come effetto immediato un miglioramento delle condizioni di vita di molti italiani". Tra queste, appunto, anche l'introduzione del reato di tortura, richiesta pubblicamente in più occasioni sia dai genitori di Federico, Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi, che dal loro legale Fabio Anselmo, ma mai messa in atto dai governi che si sono succeduti dalla data dell'omicidio del 18enne.

Il rischio, secondo Saviano, è quello di rendere l'Italia un Paese "in cui le forze dell'ordine si sentiranno perennemente immuni da ogni accusa e i cittadini sempre più distanti da chi dovrebbe rappresentare una garanzia e invece si trasforma in potenziale pericolo". Un tema che va a braccetto con quello della detenzione durante lo sconto della pena, dal momento che secondo Saviano "l'Italia non ha carceri, ma luoghi di tortura e viene costantemente sanzionata dalla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo. Le carceri italiane non sono luoghi di rieducazione ma di affiliazione. Entri da povero cristo ed esci con una protezione importante e un ingaggio nelle organizzazioni criminali".

Il discorso si allarga ad altri argomenti, in particolare relativi a diritti civili come l'eutanasia, i matrimoni omosessuali o il sostegno alle disabilità. "L'Italia - conclude Saviano - resta un paese in cui i diritti civili e umani si continua a farli passare per concessioni, per elemosina. Resta un Paese dove per nascere, studiare, sposarsi, lavorare, essere felici e morire dignitosamente bisogna emigrare. Ma siamo certi che tutto questo dipenda solo da chi ci governa? Siamo certi di non essere anche noi sordi ai bisogni di chi ci sta accanto?

Io so solo che quando parlo di eutanasia, immigrati, carceri, disabili, unioni gay mi si risponde che farei meglio a occuparmi d'altro, magari di mafia, di economia, dell'articolo 18, dello scempio che si starebbe facendo alla Costituzione. Eppure per me, un Paese in cui le minoranze non vengono ascoltate, un Paese in cui i deboli sono ignorati, abbandonati, vessati, è un paese in cui la Costituzione viene tradita ogni giorno, ogni ora, ogni momento".

 

Lettere: carceri & civiltà

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di Claudio Sabelli Fioretti

 

Io Donna, 11 gennaio 2015

 

L'eterna telenovela dei due Marò è di nuovo al capolinea. L'Italia vuole che siano restituiti all'affetto delle loro famiglie e gli indiani vogliono processarli per omicidio. Quando i piloti americani causarono la strage del Cermis (19 sciatori uccisi nella funivia precipitata a causa di un aereo militare Usa che aveva tranciato le funi) si sosteneva a ragione, secondo me - che l'Italia aveva diritto a processarli. Oggi invece gli italiani si arrabbiano addirittura perché l'India non concede una "licenza" natalizia al marò bloccato in India.

Leggiamo che Totò Cuffaro, l'ex presidente della Regione Sicilia condannato a sette anni per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, ha chiesto al magistrato Valeria Tomassini di poter visitare l'anziana madre ottantenne. Il tribunale ha negato il permesso perché la mamma di Cuffaro ha l'Alzheimer e non potrebbe riconoscere il figlio. Commentare una motivazione del genere è solo tempo perso.

Ma è interessante un'altra parte della motivazione, quella in cui il tribunale sostiene che Totò Cuffaro ha già visto sua madre in occasione del funerale del padre. Il tribunale dimentica che in quell'occasione la giustizia italiana fece una pessima figura. Cuffaro non fece in tempo ad arrivare al funerale del padre perché l'autorizzazione arrivò, sì, ma in ritardo. Direte: che fai difendi i mafiosi? Sì. Insieme a molti illustri intellettuali ben più autorevoli di me, sono convinto che la civiltà di una nazione si misuri sulle condizioni in cui fa vivere i suoi carcerati.

 
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