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Giustizia: elezioni regionali, nell'astensionismo l'ultimo avviso alla politica in crisi

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di Aldo Cazzullo

 

Corriere della Sera, 1 giugno 2015

 

La campana dell'astensione suona per tutti. La destra, da sempre maggioritaria nel Paese, fatica a mobilitare ovunque i suoi elettori. "Un dato su cui riflettere". È il commento rituale ogni volta che arrivano i numeri, sempre in crescita, dell'astensione. Ma se un elettore su due non partecipa alla scelta del presidente della sua Regione, non si tratta di "un dato su cui riflettere"; è un allarme sulla tenuta della nostra democrazia.

Le cause sono molte, e più serie del "ponte" e del bel tempo. I privilegi, gli sprechi, i vitalizi, gli scandali che hanno macchiato la figura del consigliere regionale. Lo sfilacciarsi dei partiti tradizionali. La faida interna al Pd, culminata con lo psicodramma degli "impresentabili".

La sensazione, inevitabile per l'elettore, di farsi quasi complice di un ceto politico ripiegato su se stesso, liquido, intercambiabile, con casi limite come quello delle Marche, dove il "governatore" di centrosinistra si è ricandidato con il centrodestra. La scena strepitosa di Berlusconi che sbaglia comizio e arringa i militanti del Pd ne è la conferma: in quel comizio non c'era all'evidenza una sola bandiera, un'insegna, un drappo che lo connotasse.

La campana dell'astensione suona per tutti. La destra, da sempre maggioritaria nel Paese, fatica a mobilitare ovunque i suoi elettori, che non sono diventati tutti cacciatori di rom e seguaci di Casa Pound. Grillo ottiene un grande successo, ma non è facile neppure per lui trasformare la rassegnazione in indignazione, fare il pieno dei voti antisistema. E anche Renzi dovrebbe preoccuparsi.

Tradizionalmente l'astensione favorisce la sinistra. Ma la forza di Renzi è giocare la partita a tutto campo. Renzi non si è mai posto come antiberlusconiano, ma come post-berlusconiano. È chiaro che l'outsider di Rignano non è paragonabile al padrone delle tv e del Milan (quello di Sacchi e Capello, non quello di Seedorf e Inzaghi), ma il messaggio che ha lanciato in questi mesi agli elettori delusi dal Cavaliere è stato chiaro: prima avevate lui; ora avete me. All'evidenza, quel messaggio non è passato del tutto. Così come non è ancora riuscito il tentativo di domare l'antipolitica e farne una forza di cambiamento: proprio ciò di cui Renzi avrebbe bisogno, per vincere le resistenze che incontrano le sue riforme.

Il tono medio del Paese non è più quello della rassegnazione e dell'autofustigazione, come pareva ancora poco tempo fa. Ci sono segnali di una volontà di ricostruire, forse più significativi dei flebili numeri della ripresa economica. C'è una volontà di partecipazione che si esprime nel volontariato, nell'accoglienza dei profughi, nell'impegno sociale. C'è un mondo cattolico, spesso molto giovane, galvanizzato dalla popolarità di papa Francesco. Eppure l'Italia della ricostruzione non si riconosce nella politica. La volontà di ripartenza non passa dalle urne. Perché la politica appare impotente. Inutile. In balia delle burocrazie europee. Tenuta sotto scacco non solo dalla Merkel o dalla Corte costituzionale, ma pure dal Tar del Lazio.

Eppure la politica non può arrendersi così alla propria irrilevanza. La nuova legge sui partiti sarebbe un passo importante: si deve attuare la Costituzione, che impone il "metodo democratico" alla partecipazione; e sarebbe bene introdurre norme certe per le primarie. Ma occorre fare molto di più per restituire fiducia ai cittadini. Serve una politica che decida e incida sulla realtà. E serve un taglio drastico a indennità, vitalizi, rimborsi e privilegi.

 

Giustizia: riforma eco-reati, dal 29 maggio in vigore la nuova "aggravante ambientale"

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di Roberto Pennisi

 

Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2015

 

Quando il legislatore del 1991, dopo quasi dieci anni dalla prima vera normativa antimafia del 1982, volle perfezionare gli strumenti precedentemente offerti dalla "Rognoni-La Torre", fu la disposizione che introduceva una rivoluzionaria aggravante a qualificare tale volontà: vide così la luce la norma prevista dall'articolo 7 del Dl 152/1991, oggi comunemente definita "aggravante di mafia", la quale è divenuta uno dei più validi strumenti per il contrasto della criminalità mafiosa, dando prova del proprio valore nella concreta applicazione che se ne dà ogni giorno nelle aule di giustizia.

L'aggravante ambientale - Così oggi, con la legge 22 maggio 2015 n. 68, pubblicata sulla "Gazzetta Ufficiale" del 28 maggio 2015 n. 122, e in vigore dal 29 maggio scorso, è stato innovato il codice penale introducendovi dopo un ventennio di attesa il titolo VI bis intitolato "Delitti contro l'ambiente", la disposizione più qualificante della volontà del legislatore di contrastare in maniera "globalizzata" le violazioni ambientali, ben al di là delle nuove figure di reato introdotte è, ancora una volta, proprio quella che introduce una aggravante: ci si riferisce alla "aggravante ambientale" prevista dall'articolo 452 novies del Cp. Trattasi, non si esita a dirlo, di una novità rivoluzionaria - la cui portata potrà misurarsi ovviamente solo attraverso l'applicazione giurisprudenziale - che adegua finalmente la nostra legislazione ordinaria ai precetti costituzionali e agli insegnamenti della Consulta in tema di ambiente, e proietta la legislazione italiana ai vertici tra quelle dei Paesi della Unione Europea.

La disposizione in dettaglio - La disposizione, in realtà, al di là del singolare utilizzato nel titolo, contiene due aggravanti: una a effetto speciale per via della entità dell'aumento di pena (da un terzo alla metà) che risponde ai criteri del nesso teleologico e aggrava il reato (qualsiasi reato) per la sua funzionalità rispetto al delitto fine; e una comune (aumento della pena di un terzo), che si applica per il semplice fatto del derivare dal reato una qualsiasi violazione di norma posta a tutela dell'ambiente (ovviamente violazione non costituente reato).

In tale ultimo caso, le regole previste dall'articolo 59 del Cp per come modificato dalla legge n. 19 del 1990 valgono a garantire la costituzionalità della disposizione.

Per l'altra aggravante (quella speciale), poi, è appena il caso di ricordare quali possano essere gli effetti della sua configurazione sul piano processuale, oltre che sostanziale, anche per quel che riguarda la fase delle indagini preliminari con la possibilità di utilizzare mezzi di ricerca della prova altrimenti non esperibili.

Tanto in premessa, per esprimere una valutazione di carattere generale sulla complessiva costruzione legislativa che, come ogni complesso elaborato, soprattutto se proveniente da una fase preparatoria sofferta, non può certo manifestare la caratteristica della perfezione. Ma si può ben affermare che il nuovo titolo del codice penale mette a disposizione degli strumenti, prima del tutto inesistenti in tema di tutela ambientale, il cui pregio sarà dimostrato dalla loro concreta utilizzazione in sede giudiziaria che potrà consentire eventuali - si ripete eventuali - messe a punto di natura legislativa, se occorrenti.

Chiarito subito che in materia di tutela dell'ambiente i migliori presidi sono quelli che servono a prevenire le condotte che recano pregiudizio, piuttosto che quelli che valgono a sanzionarle dopo il verificarsi dell'evento nocivo, va comunque detto che è da ritenersi una svolta epocale quella che mette a disposizione degli organi dell'apparato repressivo dello Stato ben sei nuove figure di delitti (volendosi dare autonomia alla disposizione di cui all'articolo 452 ter del Cp, rispetto a quella del precedente articolo 452 bis), e precisamente: inquinamento ambientale (452 bis); morte o lesioni a seguito di inquinamento (articolo 452 ter); disastro ambientale (articolo 452 quater); traffico di materiale radioattivo (articolo 452 sexies); impedimento del controllo (articolo 452 septies); omessa bonifica (articolo 452 terdecies). Con l'ulteriore previsione delle ipotesi colpose per i delitti di inquinamento e disastro.

Il mutamento dello scenario sul quale i predetti organi statuali potranno disegnare le strategie e le tattiche di contrasto del crimine ambientale è più che significativo, e per questo si è parlato di "svolta epocale". In precedenza, invero, ogni azione di quel tipo era giocoforza programmarla avendo come punto di riferimento la normativa dei rifiuti, unica a prevedere una ipotesi delittuosa nell'articolo 260 del Dlgs 152/06, costituente una sorta di lievitazione verso un ambito di antigiuridicità penale di maggior rilievo delle ipotesi contravvenzionali di cui ai precedenti articoli 256 e 259.

E, a ben vedere, salvo rare eccezioni, anche alle condotte illecite in tema di rifiuti si è legata in passato la configurazione del "disastro ambientale", le virgolette sono d'obbligo in assenza di una specifica figura di reato, facendosi ricorso al reato previsto dall'articolo 434 del Cp con una operazione giuridico-processuale i cui limiti sono stati dimostrati dai non certo lusinghieri risultati ottenuti.

Oggi, invece, si può spaziare in ogni campo delle condotte umane che siano tali da determinare gli eventi previsti dagli articoli 452 bis e 452 quater del Cp, qualunque sia la natura di tali condotte, e in qualsiasi ambito o settore siano svolte. E per questo, giustamente, si è svincolata la condotta da qualsiasi riferimento alla "violazione di disposizioni legislative, regolamentari o amministrative poste a tutela dell'ambiente" (come originariamente previsto dal Disegno di Legge), opportunamente essendosi preferito utilizzare l'avverbio "abusivamente", quale termine contenente l'essenza di ogni violazione che determini la illiceità della condotta.

L'apparato repressivo - Sarà compito degli organi dell'esecutivo e del legislativo, conseguentemente, per onorare il nuovo titolo del codice, di dotare l'apparato repressivo di servizi di polizia giudiziaria che siano in grado di affrontare le nuove sfide, ad esempio rafforzando il Corpo Forestale dello Stato che costituisce la polizia ambientale per eccellenza; e degli organi giudiziari di affinare e perfezionare le proprie conoscenze e competenze nello specifico settore.

Il legislatore, e ciò spiega anche la grande maggioranza con cui la nuova legge è stata approvata, ha inquadrato il fenomeno criminale in questione correttamente rapportandolo all'intero territorio nazionale, liberandosi dagli stereotipi che avevano inteso legare la criminalità ambientale a quella mafiosa e che ne avevano fatto una caratteristica distintiva di determinate aree geografiche. Indulgendovi solo con la previsione della aggravante di cui all'articolo 452 octies del Cp per i delitti associativi semplice e mafioso, quando finalizzati alla commissione dei nuovi reati ambientali, resa sostanzialmente superflua da quella dell'articolo successivo di cui s'è in principio detto, che aggrava in maniera ben più consistente anche la pena prevista per i detti delitti.

In realtà la "Terra dei Fuochi" non è solo prerogativa della Regione Campania, bensì potenzialmente, se non già in atto, di ogni Regione d'Italia. Perché il reato ambientale non è un crimine di mafia, ma della impresa deviata che, oltre a nuocere all'ambiente, danneggia l'economia nazionale e la libera concorrenza, a scapito delle aziende virtuose che costituiscono il tessuto economico sano della Nazione.

 

Risarcimento Contrada: il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era chiaro

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di Giovanni Tartaglia Polcini

 

Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2015

 

Cedu - Sezione IV - Sentenza 14 aprile 2015 - Ricorso n. 66655/13.

La decisione della Cedu in esame è destinata certamente a immettersi nell'alveo delle principali questioni speculative future in materia di diritto penale, scardinando alcune certezze in tema di principio di legalità e di distinzione tra famiglie di ordinamenti giuridici.

La disposizione della Carta europea invocata - L'articolo 7 della Convenzione recita:

"1. Nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, nel momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al tempo in cui il reato è stato commesso.

2. Il presente articolo non ostacolerà il giudizio e la condanna di una persona colpevole di una azione o di una omissione che, al momento in cui è stata commessa, costituiva un crimine secondo i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili".

Inquadramento dogmatico della questione - La decisione, deve essere correttamente commentata, con la piena consapevolezza del dato che, per come è motivata, si manifesta suscettibile di due distinti approcci epistemologici:

•il primo, secondo cui la Corte ha clamorosamente errato nelle premesse del proprio ragionamento logico giuridico, applicando all'Italia - paese di ordinamento non di common law - parametri di riferimento che le sono del tutto estranei;

•il secondo, per cui la Corte ha il potere di intervenire anche sul piano dei principi cardine, alla luce del testo della convenzione, e di censurare legittimamente le scelte ordinamentali operate dagli Stati nella rispettiva autonomia costituzionale.

Epperò, il testo della sentenza, che non tiene in assoluta considerazione le differenze tra sistemi giuridici dalla storia e dall'impalcatura costituzionale del tutto distinte, fa propendere, senza dubbio alcuno, per la prima ipotesi; con l'effetto, quindi, di un drastico ridimensionamento della portata applicativa della decisione dei giudici di Strasburgo.

In altri termini, la sentenza sembrerebbe basata su presupposti errati e, di conseguenza, più che rivoluzionaria, come si presenta all'apparenza, sarebbe frutto di un vero e proprio svarione.

La tesi dei giudici di Strasburgo - La giurisprudenza della Corte ha nel tempo precisato la portata dell'articolo 7 della Cedu affermando la sostanziale equiparazione tra fonte legislativa e fonte giurisprudenziale in materia penale; pur riconoscendo l'impraticabilità nella prassi di una tassatività assoluta del precetto, la Corte ritiene che "si può considerare "legge" solo una norma enunciata con una precisione tale da permettere al cittadino di regolare la propria condotta". La determinatezza è, dunque, l'altra faccia della prevedibilità e, pertanto, una giurisprudenza complessa e divisa, come quella in materia di concorso esterno tra gli anni 80 e 90, non avrebbe permesso al ricorrente di qualificare con chiarezza i fatti contestati e prevedere la conseguente sanzione.

L'errore di fondo - Comunemente si afferma che negli ordinamenti di common law alla giurisprudenza spetti un ruolo di fonte primaria, mentre in quelli di civil law essa sia relegata all'ambito delle fonti secondarie.

Nei primi - e solo in essi - il principio di legalità è messo in discussione dal diritto penale giurisprudenziale, realizzandosi in questo modo uno scontro fra contendenti che si trovano su due livelli diversi: quello della law in the books e quello della law in action.

La gara fra legge scritta e diritto giurisprudenziale è impari per il loro operare su piani diversi e per il fatto che gli sforzi della dottrina per rafforzare la lex scripta e renderla il più possibile vincolante, rimangono sul piano della law in the books, mentre il diritto dei giudici è la law in action, livello che deve essere preso in considerazione per rendere effettivo il principio di legalità.

Ciò posto, è innegabile che, per far sì che il principio di legalità sia rispettato e che sia garantita la sicurezza giuridica, ossia la certezza del diritto, il cittadino deve essere messo nella condizione di conoscere anticipatamente la legge penale, deve essere in grado di sapersi orientare nelle scelte delle proprie azioni, pienamente consapevole delle conseguenze.

Per realizzare quest'obiettivo, negli ordinamenti di common law - e solo in essi - occorre conferire alla law in action una maggiore stabilità e uniformità, le quali sono raggiunte assegnando una qualche vincolatività al precedente giudiziale; ma, a questa maggiore stabilità e uniformità osta l'interazione fra due diversi tipi di libertà di cui godono i giudici: da una parte, la libertà nei confronti della legge scritta che porta inevitabilmente a contrasti giurisprudenziali sincronici e diacronici e a un maggior distacco fra legge scritta e diritto giurisprudenziale; dall'altra, la libertà nei confronti degli altri giudici e di se stessi nell'interpretare la legge.

A tuttora nel sistema italiano si può verificare l'insussistenza del vincolo del precedente de iure condito (sul diritto fondato) - nonostante l'esistenza di disposizioni (articolo 65 dell'ordinamento giudiziario; articolo 618 del Cpp che rimanda i contrasti giudiziali alle sezioni Unite della Corte di cassazione; articolo 25 della Costituzione ) che favoriscono una sua instaurazione - per il suo contrasto manifesto con il principio di legalità, la riserva di legge e la separazione dei poteri.

La vicenda processuale caduta sotto attenzione della Cedu - Si tratta del ricorso n. 66655/13 - Contrada Bruno c. Italia e della sentenza Cedu del 14 aprile 2015. Bruno Contrada era stato condannato, in via definitiva, dall'autorità giudiziaria italiana, alla pena di 10 anni di reclusione per il reato di "concorso esterno in associazione mafiosa" con riferimento a fatti commessi negli anni 1979-1988.

Con sentenza del 5 aprile 1996, il tribunale di Palermo condannò il ricorrente alla pena di dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione di stampo mafioso (articoli 110, 416 e 416-bis del codice penale ). In particolare, il tribunale lo ritenne colpevole di avere, tra il 1979 e il 1988, in qualità di funzionario di polizia poi di capo di gabinetto dell'alto commissario per la lotta alla mafia e di vicedirettore dei servizi segreti civili (Sisde), apportato sistematicamente un contributo alle attività e al perseguimento degli scopi illeciti dell'associazione mafiosa denominata "cosa nostra". Secondo il tribunale, il ricorrente aveva fornito ai membri della commissione provinciale di Palermo della suddetta associazione informazioni riservate riguardanti le indagini e le operazioni di polizia di cui essi, e altri membri dell'associazione in questione, formavano oggetto. Il tribunale fondò il suo giudizio sull'esame di un numero considerevole di testimonianze e di documenti oltre che sulle informazioni fornite da più collaboratori di giustizia, già membri dell'associazione "cosa nostra".

Con ricorso presentato alla Corte Edu il 4 luglio 2008, Contrada lamentava la violazione dell'articolo 7 della Convenzione (Principio di legalità) sostenendo che la fattispecie penale per cui era stato processato e condannato (id est concorso esterno nel reato di associazione mafiosa) - di elaborazione giurisprudenziale consolidatasi solo con la nota decisione della Corte di cassazione sezioni Unite Demitry (5/10/1994) - non poteva essere da lui chiaramente conoscibile e prevedibile all'epoca della commissione dei fatti contestati; il ricorrente, quindi, lamentava la violazione del principio di non-retroattività della legge penale atteso che gli era stata applicata retroattivamente una fattispecie incriminatrice affermatasi nel sistema solo a partire dal 1994. Nella sentenza in parola, superando le eccezioni di inammissibilità del Governo italiano, la Corte Edu ha accolto nel merito il ricorso di Bruno Contrada stabilendo che all'epoca dei fatti contestati allo stesso (1979-1988) non si era ancora ben delineato e consolidato l'orientamento giurisprudenziale in favore della configurabilità del concorso esterno nel reato di associazione mafiosa, affermatosi solo successivamente a partire dalla sentenza delle sezioni Unite della Corte di cassazione Dimitry (1994) e ancora dopo con le sentenze sezioni Unite della Corte di cassazione Mannino (1995), Carnevale (2002) e Mannino (2005); tutte - comunque - successive al periodo dei reati commessi dal Contrada.

La decisione della Cedu in esame - La Corte, limitandosi a valutare la sussistenza della violazione dei principi enucleati nell'articolo 7 della Convenzione Edu, ha statuito che - nel caso di cui trattasi - la fattispecie incriminatrice applicata non era, al momento della commissione dei fatti-reato da parte del Contrada, sufficientemente chiara e conoscibile e prevedibile dallo stesso per poterne rispondere penalmente in base al principio di legalità. Conseguentemente, la Corte di Strasburgo ha riconosciuto essersi verificata una violazione del principio di irretroattività della norma penale quale corollario del principio nulla poena sine lege. La Corte, infine, ha evidenziato che la questione della conoscibilità e prevedibilità (al momento della commissione di fatti) della fattispecie incriminatrice contestata al Contrada non è stata affrontata e valutata dalle autorità giudiziarie italiane nel corso del processo nazionale, benché il ricorrente Contrada ne avesse fatto specifico motivo di doglianza nelle diverse fasi di impugnazione.

Occorre sottolineare che la Corte Edu non si è pronunciata sulla fondatezza o meno della configurabilità del reato di concorso esterno nel reato associativo mafioso quale fattispecie incriminatrice generale.

La Corte ha unicamente stabilito - relativamente a questo caso specifico - che, all'epoca della commissione dei reati per cui il Contrada è stato condannato, l'elaborazione giurisprudenziale di tale figura criminosa non era sufficientemente consolidata e, quindi, dotata dei requisiti di "chiarezza e certezza" necessari al fine di consentirne la sufficiente "conoscibilità e prevedibilità" da parte dell'autore del reato.

La sentenza Cedu, pertanto, non entra affatto nel merito della questione giuridica della configurabilità o non del reato di concorso esterno nel reato di associazione mafiosa, così come risolto nella giurisprudenza delle sezioni Unite della Corte di cassazione sopramenzionata.

Il concorso esterno in associazione mafiosa nel nostro ordinamento - Su tale tema [dell'esistenza del reato di concorso eventuale in associazione di tipo mafioso, commessa da soggetti terzi, diversi dai concorrenti detti "necessari"] si sono delineati diversi orientamenti che sinteticamente sono riconducibili a tre differenti indirizzi:

1) quello di coloro che negano decisamente la configurabilità nel nostro sistema del concorso esterno nel reato associativo, adducendo che l'estensione ingiustificata dell'area applicativa del reato associativo comporterebbe la violazione dei principi di legalità, tassatività e necessaria determinatezza delle fattispecie penali, paventando in concreto i rischi di un'eccessiva dilatazione della discrezionalità giudiziale;

2) quello di coloro che pur ammettendo in punto di diritto la ipotizzabilità di un concorso eventuale nei delitti associativi, si sforzano di delimitarne l'ambito di operatività mettendo in luce anche la funzione sussidiaria, qualificatrice e sanzionatoria, svolta in relazione alle condotte cosiddette di contiguità da altre fattispecie incriminatrici (v. favoreggiamento-assistenza agli associati ecc.);

3) quello di coloro che ammettono la configurabilità nel nostro ordinamento del concorso esterno nel reato associativo, sul presupposto che la disciplina dettata dagli articoli 110 e seguenti del Cp, in quanto espressione di principi generali attinenti alla plurisoggettività della fattispecie senza distinzione tra concorso necessario e concorso eventuale, è applicabile anche alla fattispecie del reato associativo, valorizzando la capacità di tale approccio ermeneutico di soddisfare ineludibili esigenze politico-criminali di difesa sociale".

Certamente il settore delle relazioni tra soggetti appartenenti al mondo della politica, dell'amministrazione, dell'imprenditoria, delle professioni, della magistratura, della finanza..., con l'organizzazione mafiosa, ove non si atteggi in forme di vera e propria integrazione nella predetta struttura criminale, è quello che in modo più congeniale si presta alla riconducibilità giuridica alla figura del concorrente esterno.

Tale strumento giuridico, seppure abbisognevole di una prudente applicazione da parte del giudice, certamente si configura di indubbia efficacia per la repressione proprio di quelle forme di collusione che, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, appaiono maggiormente riprovevoli e sintomatiche dell'elevata capacità di infiltrazione della mafia nel tessuto della società civile e pertanto in grado di evidenziare la potente carica eversiva di tale realtà criminale".

Gli orientamenti precedenti - La prima sentenza nella quale è menzionato questo reato è la sentenza Cillari, n. 8092 del 14 luglio 1987, dove la Corte di cassazione esclude esplicitamente l'esistenza di un reato simile. Nella sentenza Agostani, n. 8864 del 27 giugno 1989, la Corte giunse alle stesse conclusioni. Più tardi, nelle sentenze Abbate e Clementi, nn. 2342 e 2348 del 27 giugno 1994, la Corte smentì ugualmente l'esistenza nel diritto interno del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso.

Nel frattempo, nella sentenza Altivalle, n. 3492 del 13 giugno 1987, la Corte di cassazione riconobbe l'esistenza del concorso eventuale in associazione di tipo mafioso nel limite dei reati detti "di accordo", ossia i reati di tipo associativo nei quali le volontà di tutti gli individui coinvolti nei fatti hanno come scopo la realizzazione di un obiettivo comune. Anche la sentenza Barbella, n. 9242 del 4 febbraio 1988, fece riferimento al reato in causa, ponendo l'accento sulla natura episodica dei comportamenti dell'autore dei fatti. Le sentenze Altomonte, n. 4805 del 23 novembre 1992, Turiano, n. 2902 del 18 giugno 1993 e Di Corrado, del 31 agosto 1993, confermarono sostanzialmente tale impostazione.

È soltanto con la sentenza Demitry, pronunciata dalle sezioni Unite il 5 ottobre 1994, che per la prima volta la Corte di cassazione tenta di elaborare la materia in oggetto, passando in rassegna le sentenze che negavano e quelle che avevano riconosciuto il reato in causa e ammettendo esplicitamente l'esistenza del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso nell'ordinamento giuridico interno.

Questa stessa impostazione fu in seguito confermata in altre sentenze, quali Mannino, n. 30 del 27 settembre 1995, Carnevale, n. 22327 del 30 ottobre 2002 e Mannino, n. 33748 del 17 luglio 2005, anche esse pronunciate dalle sezioni Unite della Corte di cassazione.

Il concorso esterno nel delitto di associazione per delinquere di tipo mafioso si distingue da quello di favoreggiamento, in quanto nel primo il soggetto, pur non essendo stabilmente inserito nella struttura organizzativa dell'associazione, opera sistematicamente con gli associati, al fine di depistare le indagini di polizia volte a reprimere l'attività criminosa dell'associazione o a perseguire i partecipi di tale attività, in tal modo fornendo uno specifico e concreto contributo ai fini della conservazione o del rafforzamento dell'associazione medesima; mentre nel reato di favoreggiamento il soggetto aiuta in maniera episodica un associato, resosi autore di reati rientranti o non nell'attività prevista dal vincolo associativo, a eludere le investigazioni della polizia o a sottrarsi alle ricerche di questa.

I principi derivanti dalla giurisprudenza della Corte - La Corte rammenta che i principi generali in materia del principio nulla poena sine lege, derivanti dall'articolo 7 della Convenzione, sono sintetizzati nella sentenza Del Rio Prada contro Spagna [GC] (n. 42750/09, §§ 77-80, Cedu 2013), le cui parti pertinenti sono riportate qui di seguito. Tali principi sono richiamati anche nella sentenza Rohlena c. Repubblica ceca [GC] (n. 59552/08, § 50, 27 gennaio 2015):

"La garanzia sancita all'articolo 7, che è un elemento essenziale dello stato di diritto, occupa un posto preminente nel sistema di protezione della Convenzione, come sottolineato dal fatto che non è permessa alcuna deroga a essa ai sensi dell'articolo 15 neanche in tempo di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione. Come deriva dal suo oggetto e dal suo scopo, essa dovrebbe essere interpretata e applicata in modo da assicurare una protezione effettiva contro le azioni penali, le condanne e le sanzioni arbitrarie (S.W. c. Regno Unito e C.R. c. Regno Unito, 22 novembre 1995, rispettivamente § 34, serie A n. 335-B, e § 32, serie A n. 335-C, e [Kafkaris c. Cipro [GC], n. 21906/04, § 137, Cedu 2008].

L'articolo 7 della Convenzione non si limita a proibire l'applicazione retroattiva del diritto penale a svantaggio dell'imputato (si vedano, per quanto riguarda l'applicazione retroattiva di una pena, Welch c. Regno Unito, 9 febbraio 1995, § 36, serie A n. 307 A, Jamil c. Francia, 8 giugno 1995, § 35, serie A n. 317 B, Ecer e Zeyrek c. Turchia, nn. 29295/95 e 29363/95, § 36, Cedu 2001 II, e Mihai Toma c. Romania, n. 1051/06, §§ 26-31, 24 gennaio 2012). Esso sancisce anche, in maniera più generale, il principio della legalità dei delitti e delle pene - nullum crimen, nulla poena sine lege - (Kokkinakis c. Grecia, 25 maggio 1993, § 52, serie A n. 260 A). Se vieta in particolare di estendere il campo di applicazione dei reati esistenti a fatti che, in precedenza, non costituivano dei reati, esso impone anche di non applicare la legge penale in modo estensivo a svantaggio dell'imputato, ad esempio per analogia (Coëme e altri c. Belgio, nn. 32492/96, 32547/96, 32548/96, 33209/96 e 33210/96, § 145, Cedu 2000-VII; per un esempio di applicazione di una pena per analogia, si veda la sentenza Baskaya e Okçuoglu c. Turchia [GC], nn. 23536/94 e 24408/94, §§ 42-43, Cedu 1999 IV).

Di conseguenza la legge deve definire chiaramente i reati e le pene che li reprimono. Questo requisito è soddisfatto se la persona sottoposta a giudizio può sapere, a partire dal testo della disposizione pertinente, se necessario con l'assistenza dell'interpretazione che ne viene data dai tribunali e, se del caso, dopo aver avuto ricorso a consulenti illuminati, per quali atti e omissioni le viene attribuita una responsabilità penale e di quale pena è passibile per tali atti (Cantoni c. Francia, 15 novembre 1996, § 29, Recueil des arrêts et décisions 1996 V, e Kafkaris, sopra citata, § 140).

Pertanto, il compito della Corte è, in particolare, quello di verificare che, nel momento in cui un imputato ha commesso l'atto che ha comportato l'esercizio dell'azione penale e la condanna, esistesse una disposizione di legge che rendeva l'atto punibile, e che la pena inflitta non eccedesse i limiti fissati da tale disposizione (Coëme e altri, sopra citata, § 145, e Achour c. Francia [GC], n. 67335/01, § 43, Cedu 2006 IV)".

La Corte rammenta anche che non ha il compito di sostituirsi ai giudici nazionali nella valutazione e nella qualificazione giuridica dei fatti, purché queste si basino su un'analisi ragionevole degli elementi del fascicolo (si veda, mutatis mutandis, Florin Ionescu c. Romania, n. 24916/05, § 59, 24 maggio 2011). Più in generale, la Corte rammenta che sono in primo luogo le autorità nazionali, in particolare le Corti e i tribunali, a dover interpretare la legislazione interna. Il suo ruolo si limita dunque a verificare la compatibilità con la Convenzione degli effetti di tale interpretazione (Waite e Kennedy c. Germania [GC], n. 26083/94, § 54, Cedu 1999-I, Korbely c. Ungheria, [GC], n. 9174/02, §§ 72-73, Cedu 2008, e Kononov c. Lettonia [GC], n. 36376/04, § 197, Cedu 2010).

Tuttavia, la Corte deve godere di un potere di controllo più ampio quando il diritto tutelato da una disposizione della Convenzione, in questo caso l'articolo 7, richiede che vi sia una base legale per poter infliggere una condanna e una pena. L'articolo 7 § 1 esige che la Corte esamini se la condanna del ricorrente si fondasse all'epoca su una base legale. In particolare, essa deve assicurarsi che il risultato al quale sono giunti i giudici nazionali competenti fosse conforme con l'articolo 7 della Convenzione. L'articolo 7 diverrebbe privo di oggetto se si accordasse un potere di controllo meno ampio alla Corte (si veda Kononov, sopra citata, § 198). In definitiva, la Corte deve esaminare se la condanna del ricorrente si fondasse su una base sufficientemente chiara (si veda Kononov, sopra citata, § 199; Rohlena, sopra citata, § 51-53).

Applicazione dei principi al caso di specie - La questione che si pone è quella di stabilire se, all'epoca dei fatti ascritti al ricorrente, la legge applicabile definisse chiaramente il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso. Si deve dunque esaminare se, a partire dal testo delle disposizioni pertinenti e con l'aiuto dell'interpretazione della legge fornita dai tribunali interni, il ricorrente potesse conoscere le conseguenze dei suoi atti sul piano penale.

In queste circostanze, la Corte constata che il reato in questione è stato il risultato di una evoluzione giurisprudenziale iniziata verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso e consolidatasi nel 1994 con la sentenza Demitry.

Perciò, all'epoca in cui sono stati commessi i fatti ascritti al ricorrente (1979-1988), il reato in questione non era sufficientemente chiaro e prevedibile per quest'ultimo. Il ricorrente non poteva dunque conoscere nella fattispecie la pena in cui incorreva per la responsabilità penale derivante dagli atti da lui compiuti (Del Rio Prada [GC], sopra citata, §§ 79 e 111-118, a contrario, Ashlarba c. Georgia, n. 45554/08, §§ 35-41, 15 luglio 2014, a contrario, Rohlena, § 50, sopra citata e, mutatis mutandis, Alimuçaj c. Albania, n. 20134/05, §§ 154-162, 7 febbraio 2012).

La Corte ha ritenuto che questi elementi fossero sufficienti per concludere che vi è stata violazione dell'articolo 7 della Convenzione.

Il curioso precedente Contrada - Sempre con riferimento alle vicende processuali di Bruno Contrada, va rammentato che già la Corte aveva censurato il comportamento ordinamentale italiano sul distinto piano del divieto di trattamenti inumani o degradanti: si tratta della condanna Cedu all'Italia per avere negato la misura meno afflittiva dei domiciliari, malgrado l'imputato fosse gravemente malato e malgrado la palese incompatibilità del suo stato di salute col regime carcerario, sia una violazione dell'articolo 3 della Cedu (febbraio 2014). È quanto deciso dalla Cedu sezione II con la sentenza Bruno Contrada c. Italia n. 2 (ric. 7509/08) dell'11 febbraio 2014. La precedente sentenza Contrada c. Italia del 24/8/98, invece, aveva escluso, per i medesimi fatti, la violazione dell'art. 5 §.3 (diritto alla libertà e alla sicurezza) Cedu.

Le potenziali conseguenze della decisione Cedu - La sentenza Cedu potrebbe, se declinata in tutta la sua portata applicativa, condurre all'affermazione del principio (forte se non addirittura assurdo), che ogni mutamento giurisprudenziale in senso estensivo del penalmente rilevante (cosiddetta overruling in malam partem) è destinato a incappare nella violazione dell'articolo 7 della Convenzione.

In quest'ottica si tratterebbe, semmai, di quantificare il livello di overruling che fa scattare la responsabilità ordinamentale, per mitigare una cascata eziologica altrimenti difficilmente arrestabile.

Peraltro, non si vede chi potrebbe stabilire, e in base a quali parametri, quando un nuovo orientamento giurisprudenziale in materia penale si manifesti prevedibile. Non può, infine, trascurarsi il dato secondo cui altri condannati potrebbero lamentare la stessa violazione dell'articolo 7 della Cedu per affermazioni di penale responsabilità a titolo di concorso esterno relative a fatti antecedenti il consolidamento giurisprudenziale in materia.

E ancora, qualora i giudici penali italiani ritenessero condivisibile e cogente (a livello di moral suasion) il decisum della Cedu potrebbe verificarsi un vero e proprio effetto conformativo e di omologazione giurisprudenziale penale nel nostro ordinamento.

E ancora, ci si chiede quali misure potrebbe e dovrebbe adottare l'ordinamento italiano per aderire al principio statuito dalla Cedu: in questo ambito tornano alla mente i tentativi di inserire nel codice di procedura penale domestico disposizioni tendenti a limitare lo spatium deliberandi dell'interprete a fronte di orientamenti giurisprudenziali consolidati, così come, volendo portare la questione alle sue estreme conseguenze, evocazioni del rilievo disciplinare della giurisprudenza cosiddetta creativa.

Ma non v'è chi non veda che, proprio nella possibilità di modificare orientamenti giurisprudenziali, nel ruolo significativo dell'interpretazione, nella sostanziale indipendenza e autonomia di ciascun organo giurisdizionale, sta la magnificenza del nostro ordinamento giuridico, che non pare debba cedere - in questo ambito - in favore di distinte e aliene realtà, certamente del pari degne di rispetto, ma non per questo da ergere a modello cui tendere.

 

La prescrizione del danno ambientale decorre dalla fine delle azioni pericolose

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di Mario Piselli

 

Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2015

 

Corte di cassazione - Sezione III civile - Sentenza 6 maggio 2015 n. 9012.

In materia di danno ambientale, la condotta antigiuridica consiste nel mantenimento dall'ambiente nelle condizioni di danneggiamento e, pertanto, il termine prescrizionale dell'azione di risarcimento inizia a decorrere da quando tali condizioni sono state volontariamente eliminate dal danneggiante o tale condotta è stata resa impossibile dalla perdita incolpevole della disponibilità del bene da parte del danneggiante medesimo. Questo il principio affermato dai giudici della terza sezione civile della Cassazione con la sentenza n. 9012 del 6 maggio scorso.

La responsabilità per danno ambientale - La Cassazione ha affermato che, in materia di responsabilità per danno ambientale, la regola per la quale "nei casi di concorso nello stesso evento di danno, ciascuno risponde nei limiti della propria responsabilità personale", mirando a evitare la responsabilità anche per fatti altrui, opera nei casi di plurime condotte indipendenti e non anche in caso di azioni od omissioni concorrenti in senso stretto alla concretizzazione di una unitaria condotta di danneggiamento dell'ambiente, quando siano tutte tra loro avvinte quali indispensabili antefatti causali di questa.

Conseguenze - La conseguenza è che, in tale ultima ipotesi, non soffre limitazioni la regola generale dell'articolo 2055 del Cc in tema di responsabilità di ciascun coautore della condotta per l'intero danno causato.

L'esclusione dell'operatività dell'articolo 2055 del Cc deve avvenire con cautela, integrando quello un principio generale in tema di responsabilità extracontrattuale e rispondendo a esigenze di tutela immediata ed effettiva del danneggiato.

 

Rifiuto alcoltest: alle Sezioni Unite la questione del raddoppio pena se veicolo è di un altro

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di Giuseppe Amato

 

Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2015

 

Corte di cassazione - Sezione IV penale - Ordinanza 24 aprile 2015 n. 17182.

Va rimessa alle sezioni Unite, sussistendo contrasto di giurisprudenza, la questione se, nel caso di rifiuto a sottoporsi all'esame alcolemico previsto dall'articolo 186, comma 7, del codice della strada, in ragione del rinvio operato dalla norma all'articolo 186, comma 2, lettera c), sia o no esteso anche alla previsione del raddoppio della durata della sospensione della patente di guida qualora il veicolo appartenga a persona estranea al reato.

Il rinvio alle sezioni Unite - Corretto è il rinvio della questione controversa alle sezioni Unite. Vi è infatti un orientamento in forza del quale il rinvio operato dall'articolo 186, comma 7, del codice della strada, all'articolo 186, comma 2, lettera c), dello stesso codice, sarebbe limitato al trattamento sanzionatorio ivi previsto per la più grave delle fattispecie di guida in stato di ebbrezza, mentre, in relazione alle sanzioni amministrative accessorie, il legislatore, nel corpo del citato articolo 186, comma 7, avrebbe espressamente disciplinato la sospensione della patente di guida, con autonoma cornice edittale (tra un minimo di sei mesi e un massimo di due anni), e la confisca, rinviando ad altra disposizione di legge solo con esclusivo riferimento alle "stesse modalità e procedure previste dal comma 2, lettera c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione".

In altri termini, secondo questa tesi, tale rinvio, contenuto nel secondo periodo del comma 7 dell'articolo 186, dopo le previsioni relative alla sospensione della patente di guida e alla confisca del veicolo, dovrebbe intendersi limitato alle sole modalità e procedure che regolano il sistema della confisca del veicolo, con esclusione del rinvio alla disciplina del raddoppio della durata della sospensione della patente di guida qualora il veicolo appartenga a persona estranea al reato.

Conseguentemente, si sostiene, la durata della sospensione della patente di guida, quale sanzione amministrativa che accede al reato di rifiuto, compresa, ai sensi dell'articolo 186, comma 7, secondo periodo, tra il minimo di sei mesi e il massimo di due anni, non dovrebbe essere raddoppiata nel caso in cui il veicolo appartenga a persona estranea al reato (tra le altre, sezione IV, 24 marzo 2015, Pg appello Brescia in proc. Vaglia, nonché Sezione VI, 10 luglio 2014, Farinelli).

Un orientamento opposto - A tale orientamento, peraltro, se ne oppone uno di segno diametralmente contrario, in forza del quale il rinvio al trattamento sanzionatorio dell'articolo 186, comma 2, lettera c), contenuto nell'articolo 186, comma 7, legittimerebbe la conclusione dell'applicabilità del raddoppio della durata della pena accessoria della sospensione della patente di guida, nel caso in cui il veicolo appartenga a persona estranea al reato e non possa quindi procedersi alla confisca: ciò in ragione del fatto che tale rinvio sarebbe da qualificare come formale (o dinamico) e ciò importerebbe la conseguenza di dover individuare la disciplina applicabile per relationem avendo riguardo a quella attualmente vigente contenuta nell'articolo 186, comma 2, lettera c), che comprende l'espressa previsione del raddoppio della durata della sospensione della patente di guida, qualora il veicolo appartenga a persona estranea al reato (tra le altre, sezione IV, 16 ottobre 2014, Bianchi).

 
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