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Giustizia: caso Cucchi; motivazioni sentenza di appello "fu picchiato, ora nuove indagini"

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La Repubblica, 13 gennaio 2015

 

Depositate le carte dei giudici dopo l'assoluzione nell'ottobre scorso di tutti gli imputati per la morte del geometra romano. Gli atti del processo alla procura: "Accertare eventuali responsabilità di persone diverse".

"Stefano Cucchi "è stato picchiato". Ma resta ancora da indagare su chi furono gli autori del pestaggio. A ripetere questo concetto sono i giudici della corte d'assise d'appello nelle motivazioni della sentenza con la quale il 31 ottobre scorso hanno assolto da tutte le accuse i tre agenti penitenziari, i sei medici e i tre infermieri imputati nel processo per la morte del geometra romano, arrestato il 15 ottobre del 2009 per droga e deceduto una settimana dopo nell'ospedale Sandro Pertini, ribaltando la sentenza di primo grado che condannava i camici bianchi per omicidio colposo.

Gli atti vanno dunque trasmessi al procura affinché "valuti la possibilità di svolgere ulteriori indagini al fine di accertare eventuali responsabilità di persone diverse" dai poliziotti della penitenziaria già giudicati. Nelle 67 pagine della Corte d'Assise d'Appello di Roma i giudici riportano lo svolgimento del processo e ribadiscono che, se da una parte non sono chiare le cause della morte, dall'altra va chiarito il ruolo di chi, a cominciare dai carabinieri, ha avuto in custodia Cucchi nella fase successiva alla perquisizione domiciliare.

Per il collegio, presieduto da Mario Lucio D'Andria, "le lesioni subite dal Cucchi debbono essere necessariamente collegate a un'azione di percosse; e comunque da un'azione volontaria, che può essere consistita anche in una semplice spinta, che abbia provocato la caduta a terra, con impatto sia del coccige che della testa contro una parete o contro il pavimento". E "non può essere definita una astratta congettura l'ipotesi prospettata in primo grado, secondo cui l'azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri che lo hanno avuto in custodia nella fase successiva alla perquisizione domiciliare". L'ipotesi si fonda su testimonianze secondo cui "già prima di arrivare in tribunale Cucchi aveva segni e disturbi che facevano pensare a un fatto traumatico avvenuto nel corso della notte". L'attività di medici e infermieri su Stefano Cucchi "non è stata di apparente cura del paziente ma di concreta attenzione nei suoi riguardi" aggiungo i giudici. E rispetto alla causa stessa del decesso - si sottolinea - che "non c'è alcuna certezza" e, conseguentemente, "non è possibile individuare le condotte corrette che gli imputati avrebbero dovuto adottare".

Inoltre "le quattro diverse ipotesi avanzate al riguardo, da parte dei periti d'ufficio (morte per sindrome da inanizione), dai consulenti del pubblico ministero (insufficienza cardio-circolatoria acuta per brachicardia), delle parti civili (esiti di vescica neurologica) e degli imputati (morte cardiaca improvvisa), tutti esperti di chiara fama - si spiega - non hanno fornito una spiegazione esaustiva e convincente del decesso. Dalla mancanza di certezze, non può che derivare il dubbio sulla sussistenza di un nesso di causalità tra le condotte degli imputati e l'evento". La riapertura delle indagini era stata già chiesta dalla famiglia. Nell'ottobre scorso, alla lettura della sentenza, la sorella Ilaria era scoppiata in lacrime: "La giustizia malata ha ucciso Stefano. Attenderemo le motivazioni e andremo avanti. Chi ha commesso un errore deve pagare, ma non con la vita come mio fratello" aveva detto.

"È un verdetto assurdo - aveva ripetuto Rita, mamma di Stefano. Mio figlio è morto dentro quattro mura dello Stato che doveva proteggerlo". "Vogliamo la verità. Possono assolvere tutti ma io continuerò a chiedere allo Stato chi ha ucciso mio figlio", aveva aggiunto papà Giovanni. E la famiglia Cucchi non si era arresa, annunciando il ricorso in Cassazione dopo la lettura delle motivazioni e presentando un esposto in Procura contro il perito Arbarello.

Dall'altro lato c'era stata la soddisfazione degli imputati: il primario del reparto detenuti del 'Pertinì, Aldo Fierro, i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo e Rosita Caponetti; gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe; gli agenti della Penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici.

"Sono veramente felice di questa sentenza - aveva commentato Giuseppe Flauto, uno degli infermieri assolti anche in secondo grado - non solo per me, ma anche per i medici del Pertini perché più volte in primo grado hanno detto che non erano degni di vestire il loro camice. Oggi c'è stata una giustizia vera". La sentenza aveva provocato anche un'ondata di solidarietà nei confronti della famiglia del 31enne e la richiesta, proveniente anche da alti esponenti della politica nazionale come il presidente del Senato Pietro Grasso e il premier Matteo Renzi, di chiarire i punti oscuri della vicenda della morte del giovane.

 

Garante detenuti Lazio: amara conferma a mie denunce

 

"Le motivazioni della Corte d'Appello sono, purtroppo, l'amara conferma di quello che ho denunciato fin dalle prime ore seguenti la morte di Stefano Cucchi e cioè che la verità andasse cercata anche nelle fasi precedenti la sua presa in carico da parte della Polizia Penitenziaria. Paradossalmente, però, una sentenza di assoluzione può oggi aiutarci a trovare la verità".

Lo dichiara in una nota il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni commentando la sentenza con cui i giudici dell'Appello hanno assolto gli agenti della polizia penitenziaria, i medici e i paramedici dell'ospedale Sandro Pertini accusati della morte di Stefano Cucchi avvenuta il 22 ottobre 2009.

Nelle ore immediatamente successive alla morte del giovane, il garante inviò un esposto alla Procura della Repubblica della Capitale nella quale si chiedeva, prima ancora che fossero noti tutti i dettagli della vicenda, di "verificare se effettivamente la mattina del 16 ottobre 2009 vi fosse stato un intervento del 118 presso la camera di sicurezza dei carabinieri che ospitava il Cucchi e di verificare chi fosse materialmente intervenuto in quella occasione e quali fossero le condizioni cliniche del detenuto al momento dell'intervento".

"Un convincimento, quello che la verità andasse cercata altrove rispetto alla direzione presa dalle indagini", che il Garante ha espresso "chiaramente in più occasioni, compresa una audizione davanti alla Commissione Parlamentare di inchiesta sugli errori in campo sanitario e un intervento all'interno del docufilm 148 Stefano, presentato al Festival del Cinema di Roma. Denunce rimaste tutte senza esito".

"L'invio della sentenza alla Procura della Repubblica perché valuti la possibilità di svolgere ulteriori indagini al fine di accertare eventuali responsabilità dimostra", secondo Marroni "la carenza delle attività investigative svolte concentrate esclusivamente sul periodo di permanenza di Cucchi in carcere e in ospedale. Indagini che hanno tralasciato colpevolmente le vicende precedenti al suo arrivo al Tribunale di piazzale Clodio, l'arresto e la sua detenzione nelle mani dei carabinieri. Se si fossero svolte indagini a 360°, come la logica imponeva, forse oggi la famiglia Cucchi avrebbe quella giustizia che da cinque anni va disperatamente cercando, e si sarebbero risparmiate sofferenze ed umiliazioni non solo ai familiari del povero Stefano ma anche a tutte quelle persone che sono state accusate e poi giudicate innocenti".

 

Giustizia: caso Loris; l'avvocato di Veronica Panarello "attendiamo ancora esiti esami Dna"

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Ansa, 13 gennaio 2015

 

"Sono passati 30 giorni, ma ancora non abbiamo avuto gli esiti degli accertamenti irripetibili eseguiti in casa Stival e degli esami del Dna". Lo afferma l'avvocato Francesco Villardita, che assiste Veronica Panarello, la 26enne accusata di avere ucciso il figlio Loris, di 8 anni, strangolandolo con delle fascette di plastica il 29 novembre del 2014 a Santa Croce Camerina, nel Ragusano. "Per noi - aggiunge il penalista - sul piano processuale e delle indagini difensive sono dati importanti. Aspettiamo di poterli avere nel più breve tempo possibile".

Il legale è ancora "in attesa anche delle motivazioni del Tribunale del riesame di Catania, che non hanno ancora depositato il provvedimento, capire come hanno superato le criticità sottolineate dalla difesa" nei confronti dell'ordinanza restrittiva che tiene la donna reclusa nella prigione di Agrigento.

Il 3 gennaio scorso i giudici hanno rigettato la richiesta di scarcerazione della mamma di Loris, confermando l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa il 12 dicembre del 2014 dal Gip di Ragusa, Claudio Maggioni, su richiesta del procuratore Carmelo Petralia e del sostituto Marco Rota. Il Giudice delle indagini preliminari, in quell'occasione, ha anche confermato il fermo per omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere eseguito tre giorni prima da polizia di Stato, squadra mobile e carabinieri di Ragusa.

 

Giustizia: un anno in cella da innocente, il vero rapinatore confessò ma non gli credettero

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di Valeria Di Corrado

 

Il Tempo, 13 gennaio 2015

 

Lo scambio di persona si era palesato sin dal principio, eppure lo Stato è stato costretto a sborsare 100 mila euro per quell'errore. Manolo Zioni, romano di 26 anni, ha trascorso in carcere un anno con l'accusa di concorso in tre rapine, nonostante un detenuto si fosse sin da subito autoaccusato di quei "colpi". Dopo la sentenza di assoluzione, la quarta sezione penale della Corte d'appello di Roma ha condannato il ministero dell'Economia a corrispondere a Zioni un indennizzo pari a 235 euro per ciascuno dei 351 giorni trascorsi in carcere.

Il 20 settembre 2010 il giovane, all'epoca aveva 22 anni, viene arrestato per aver commesso tre rapine, il 16 agosto, il 9 e il 19 settembre 2010, nello stesso supermercato di via San Cleto Papa (zona Pineta Sacchetti) e con le stesse modalità. Il fermo viene convalidato il 23 settembre e il 12 ottobre la custodia cautelare in carcere è confermata dal Riesame.

Il 29 dicembre Alessandro Rossi, già recluso per una serie di rapine consumate nella stessa zona, in un interrogatorio reso al pm, ammette di aver commesso anche le tre conteste a Zioni. Il 10 gennaio 2011, a una settimana dalla prima udienza dibattimentale, la difesa chiede di revocare la misura cautelare nei confronti del giovane, sulla base della testimonianza che lo scagiona. L'istanza viene però rigettata dal Tribunale. Nel corso del processo i dipendenti del supermercato, sentiti come teste, non riconoscono in Zioni l'autore delle rapine.

Ma i giudici non sono convinti dell'innocenza dell'imputato e dispongono d'ufficio una perizia antropometrica sulle immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza. La svolta arriva grazie a un tatuaggio. Sul corpo del vero ladro è tatuato una specie di diamante. Anche Zioni ha un segno sul collo ma il perito ha chiarito che si trattava di solo di una macchia sulla pelle. Sulla base di questo accertamento, il 6 settembre 2011 il Tribunale rimette in libertà il giovane e, a distanza di venti giorni, lo assolve "per non aver commesso il fatto".

I suoi legali presentano subito alla Corte d'appello un'istanza di riparazione per l'ingiusta detenzione subita. I giudici riconoscono le conseguenze psicologiche e morali connesse al provvedimento coercitivo, considerata "soprattutto la sua inutilità". Già dal 29 dicembre 2010, infatti, Alessandro Rossi aveva confessato la paternità delle rapine attribuite a Zioni. "Nonostante questo e nonostante le successive deposizioni dei testimoni oculari - si legge nella sentenza - sono dovuti trascorrere oltre 8 mesi per escludere la sua responsabilità. Lo scambio di persona è fuor di dubbio, unitamente all'assenza da parte di Zioni di comportamenti che possano averlo favorito". Il 26enne è stato nuovamente arrestato lo scorso giugno per aver gambizzato in zona Primavalle Gianluca Alleva, personal trainer di 35 anni, che con Zioni sembra avesse un debito in sospeso.

 

Massa: i detenuti potranno scegliere il medico di fiducia (tra quelli operanti in carcere)

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Ansa, 13 gennaio 2015

 

I detenuti potranno scegliere il medico di fiducia tra quelli operanti all'interno della struttura e uno sportello informativo sanitario consentirà ai familiari di monitorare le condizioni di salute del paziente in carcere. È quanto prevedono due progetti attivati all'interno della casa circondariale di Massa e che sono stati presentati stamani a Carrara alla presenza del sottosegretario alla giustizia Cosimo Maria Ferri.

In particolare, dal primo novembre per due giorni al mese, è possibile per i parenti dei detenuti, e con il loro consenso, avere un colloquio sulle condizioni di salute del congiunto. Ferri ha sottolineato l'importanza delle due iniziative, uniche a livello nazionale, che nascono "con l'obiettivo di assicurare standard migliori di assistenza sanitaria ai soggetti reclusi e rendere questa più omogenea alle regole esterne valide per i liberi cittadini.

La possibilità per il detenuto di avere un medico di riferimento - ha proseguito il sottosegretario - assicura una continuità terapeutica e facilita il rapporto di fiducia medico paziente, come peraltro ribadito dalle indicazioni dell'organizzazione mondiale della sanità, in un ambiente, quello carcerario, in cui tale rapporto presenta delle evidenti criticità".

 

Bergamo: tumore mentre è in cella. La moglie: "curato male, ora rischia di morire"

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www.bergamonews.it, 13 gennaio 2015

 

"Mio marito si è ammalato di tumore al pancreas in carcere ed è stato trascurato per oltre un mese". È l'accusa di Ave, una 61enne di Lovere, moglie di Giacomo Mazza, 66 anni, detenuto fino alla scorsa settimana in via Gleno per rapina. Dal penitenziario: "Nessuna anomalia sul caso. Qualche settimana non cambia il quadro clinico".

Il detenuto ha iniziato a sentirsi male nei primi giorni di novembre dello scorso anno, come racconta la donna: "Inizialmente avvertiva dei forti dolori allo stomaco. Pian piano è peggiorato e non è più riuscito a mangiare. I dipendenti del carcere - denuncia, invece di sottoporlo a esami specifici, lo curavano con pastiglie generiche per i dolori".

Pasticche che, purtroppo, non servivano al signor Mazza: "Passavano i giorni e mio marito stava sempre peggio, ed era sempre più deperito. A un certo punto non è più riuscito a camminare, ed è stato costretto a muoversi su una sedia a rotelle".

E i risultati delle analisi finalmente effettuate hanno dato infatti un esito amaro: "Solo quando le sue condizioni sono peggiorate il carcere ha portato Giacomo in ospedale. È stata sottoposto a una Tac, che ha svelato la presenza di un tumore al pancreas. Un male che in questo periodo è cresciuto a una velocità impressionante. Se fosse stato diagnosticato prima - ne è sicura la donna - la situazione di mio marito ora sarebbe diversa".

Dopo la richiesta di scarcerazione da parte del suo avvocato, Leonardo Peli di Brescia, Giacomo Mazza viene fatto uscire giovedì 8 gennaio: "Ora è troppo tardi. Mio marito è fin di vita. Hanno già cominciato terapia del dolore".

Interpellato per una dichiarazione sulla vicenda Antonio Porcino, direttore della casa circondariale di via Gleno, si è limitato a dire: "Il signor Gamba è uscito dal carcere la scorsa settimana. Per ulteriori informazioni rivolgetevi all'autorità sanitaria".

Il dottor Claudio Arici, responsabile organizzativo della parte sanitaria del carcere bergamasco, commenta: "Se l'accusa che ci viene mossa è quella di non aver trattato il caso del signor Mazza nel modo adeguato, posso dire che questo non corrisponde alla realtà dei fatti. Abbiamo fatto quello che c'era da fare, nel rispetto del paziente. Purtroppo, nel caso di un tumore al pancreas come questo, qualche settimana è insignificante per la prognosi".

 
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