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Giustizia: legge Severino, alla Consulta anche il ricorso di un giudice ordinario

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di Donatella Stasio

 

Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2015

 

Non solo Tar. C'è anche un giudice ordinario che si è già rivolto alla Corte costituzionale sostenendo, come il Tar Campania, l'illegittimità del decreto Severino là dove sancisce, con effetto retroattivo, la sospensione dalla carica di amministratori locali condannati in via non definitiva. A gennaio 2014, infatti, la Corte d'appello civile di Bari ha investito della questione la Consulta che, nel frattempo, le ha rinviato l'ordinanza per integrare le notifiche alle parti e ora attende che ritorni.

Se questa formalità verrà espletata nei prossimi giorni (l'ordinanza dev'essere pubblicata entro il 15 luglio), il provvedimento dei giudici baresi sarà probabilmente riunito a quello del Tar Campania e discusso all'udienza del 20 ottobre. Sul tavolo, quindi, ci saranno entrambe le giurisdizioni - ordinaria e amministrativa - e se l'ordinanza del Tar fosse dichiarata inammissibile perché emanata da un giudice che, dopo la decisione di martedì delle sezioni unite della Cassazione, non ha più voce in capitolo, la Corte dovrebbe comunque fare i conti con quella dei giudici baresi.

I giochi, quindi, sono ancora aperti. Così come lo sono, nonostante la decisione delle sezioni unite (che forse sarà depositata già domani), rispetto ai casi De Luca e De Magistris. Il provvedimento della Corte d'appello di Bari smentisce infatti chi, in queste ore, si è affrettato a sostenere che la decisione delle sezioni unite renderà più difficile la vita degli amministratori locali condannati che, come De Magistris e De Luca, hanno ottenuto dal Tar lo stop della sospensione dalla carica di sindaco, perché il giudice ordinario sarebbe "più severo" di quello amministrativo. Il caso-Bari dimostra che non è vero poiché, al di là del rinvio alla Consulta del decreto Severino, i giudici hanno comunque sospeso in via cautelare l'efficacia del decreto di sospensione dalla carica di un consigliere della regione Puglia condannato in via non definitiva a 1 anno e 8 mesi per falso e abuso d'ufficio.

Quanto alla legittimità costituzionale del decreto Severino, la Corte di Bari denuncia tre aspetti. Anzitutto sottolinea il "carattere afflittivo" della sospensione dalla carica (a prescindere dalla sua natura amministrativa o penale) derivante dalla condanna, ancorché non definitiva, per un reato "consumato in data antecedente" all'entrata in vigore del decreto Severino, il che sarebbe in contrasto con gli articoli 25 e 117 della Costituzione. Questa modalità di tutela dell'onorabilità dei pubblici amministratori, secondo la Corte, "collide con i diritti costituzionali di accesso alle cariche elettive e di esercizio delle funzioni connesse alla carica", diritti garantiti dall'articolo 51 della Costituzione.

In secondo luogo, il decreto Severino, facendo scattare la sospensione a seguito di condanna non definitiva, sarebbe andato oltre il limite stabilito dalla legge delega (che fa riferimento solo a condanne definitive). Infine, viene denunciata una disparità di trattamento tra gli eletti ai consigli regionali e i parlamentari nazionali ed europei: per questi ultimi la condanna per abuso d'ufficio fa scattare l'incandidabilità solo se la pena è superiore a 2 anni; per gli altri, invece, non c'è alcun tetto e "non si comprende quale sia la ratio" di questa disparità di trattamento.

Se la Corte di Bari impugna l'articolo 8 del decreto 235/2012, il Tar della Campania censura invece l'articolo 11 del medesimo decreto sostenendo sempre la natura sanzionatoria della sospensione e dunque la sua irretroattività.

Tuttavia, non è detto che la Consulta entri nel merito delle questioni sollevate dal Tar poiché potrebbe dichiararle inammissibili in quanto il Tar, dopo la pronuncia delle sezioni unite della Cassazione, non è più competente in materia. L'inammissibilità, però, non è automatica perché la giurisdizione ordinaria, nel caso del decreto Severino, non era affatto scontata e dunque il Tar ben poteva ritenersi competente (così come peraltro ha fatto anche il giudice ordinario di Brindisi e poi di Bari).

 

La non punibilità per particolare tenuità del fatto con favor rei

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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2015

 

Le eccezioni che limitano la non punibilità per particolare tenuità del fatto vanno interpretate restrittivamente in nome del principio del favor rei. Il tribunale di Milano sottolinea l'importanza di applicare l'articolo 131-bis del codice penale, disciplinato dal decreto legislativo 28/2015, tenendo presente un duplice obiettivo: non ridurre il raggio d'azione di una norma a vantaggio dell'imputato e sfoltire i processi.

Tre le ipotesi di reato analizzate: maltrattamento di animali, tentato furto e sostituzione di persona finalizzata alla truffa (sentenze 3937, 3936 e 4195: tutte concluse con l'applicazione dell'articolo 131-bis). I casi esaminati forniscono l'occasione al giudice monocratico Marco Tremolada, per interpretare alcuni punti non di immediata comprensione della norma. L'esame parte dai presupposti per l'applicazione: la particolare tenuità dell'offesa, da misurare in base alla modalità della condotta e all'esiguità del danno o del pericolo e la non abitualità del comportamento.

Il primo dubbio riguarda la necessità per il giudice di far pesare nella valutazione della particolare tenuità gli elementi di carattere soggettivo come l'intensità del dolo e il grado della colpa. Il Tribunale sottolinea che, a questo proposito, la relazione a tratti ambigua, non è di grande aiuto nel risolvere il problema.

Da un lato specifica, infatti, che il legislatore non menziona, tra gli indici di valutazione, grado e intensità della colpevolezza, il che sarebbe indizio della volontà di sganciare il giudizio dalla necessità di fare "scivolosi" accertamenti di carattere "psicologico-soggettivistico", dall'altro però nella stessa relazione si sottolinea che il criterio della modalità della condotta richiama considerazioni che riguardano l'elemento soggettivo.

Ad avviso del giudice milanese è corretto includere nella valutazione intensità del dolo e grado di colpa per una serie di ragioni: perché la norma nel fare riferimento ai criteri dettati (articolo 133 comma 1 del Cp) non esclude espressamente quello attinente a intensità del dolo e grado di colpa e perché il riferimento alla "modalità della condotta" non comporta solo considerazioni di carattere oggettivo.

Anche per quanto riguarda il secondo presupposto della non abitualità del comportamento il Dlgs non specifica il significato del concetto, ma si limita a definirlo in negativo, indicando le ipotesi nelle quali è obbligatorio parlare di abitualità: se l'autore è stato dichiarato delinquente abituale, se ha commesso più reati della stessa indole (anche se ciascun fatto isolatamente considerato sia di particolare tenuità) se i reati hanno a oggetto condotte plurime, abituali o reiterate.

Tre eccezioni limitanti che, secondo il Tribunale, devono essere interpretatate restrittivamente "in ossequio al principio di stretta interpretazione delle norme che costituiscono eccezione, nonché in ragione del principio del favor rei, dato che ci si trova a limitare un istituto favorevole all'imputato".

Coerente con questa impostazione, il giudice esclude che la commissione di più reati della stessa indole, ma uniti dal vincolo della continuazione, possa rientrare tout court nell'ipotesi di più reati della stessa indole per i quali sarebbe preclusa la valutazione della particolare tenuità; la continuazione va inquadrata, piuttosto, tra le condotte plurime abituali e reiterate che consente l'accesso all'applicazione dell'articolo 131-bis.

Per spiegare la differenza di comportamento tra reati della stessa indole continuati o commessi in contesti spazio-temporali lontani il giudice ricorre ad un esempio, sottolineando la differenza di comportamento tra un soggetto che in un momento di rabbia insulta più persone e chi invece distribuisce insulti a distanza di tempo per ragioni varie. Il reato commesso in tempi diversi è segno di una maggiore pericolosità. La reiterazione dello stesso reato in contesti isolati, dunque, taglia la strada alla valutazione di non punibilità mentre la reiterazione continuata non la preclude.

 

Messa alla prova, termine invalicabile anche per i processi in corso

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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2015

 

Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 27 maggio 2015 n. 22104.

Lo sbarramento processuale per proporre la "sospensione del procedimento con messa alla prova dell'imputato" si applica anche ai giudizi in corso alla data di entrata in vigore della legge 67/2014. Ciò vuol dire che non sono ammissibili tutte le richieste formulate in grado di Appello e in Cassazione, in quanto il procedimento è già andato troppo avanti. Il beneficio dell'estinzione del reato, che segue all'esito positivo della prova, infatti, "presuppone lo svolgimento di un iter processuale alternativo al giudizio". Lo ha stabilito laCorte di cassazione, sentenza 22104/2015, respingendo la richiesta di un uomo, di origine cinese, condannato a 4 mesi di reclusione ed a 7mila euro di ammenda per aver immesso in commercio accendini e puntatori laser pericolosi.

Nel ricorso l'imputato aveva lamentato che il superamento del termine non poteva rappresentare "una linea di confine invalicabile" nei processi che alla data del 17 maggio 2014, quella cioè di entrata in vigore della norma, si trovavano già in una fase processuale successiva, pena la violazione dell'articolo 3 della Costituzione e dei principi dettati dalla Cedu in tema applicabilità retroattiva della lex mitior.

La motivazione - Per i giudici di legittimità, invece, la Corte di appello di Trieste ha proceduto correttamente valutando preliminarmente la "tempestività" della richiesta per poi bocciarla una volta accertato il superamento del termine. Infatti, argomenta la sentenza, si deve tener conto che, come chiarito dalla Corte costituzionale (236/2011), il principio della lex mitior riconosciuto dalla Corte di Strasburgo "riguardi esclusivamente la fattispecie incriminatrice e la pena, mentre sono estranee le ipotesi in cui non si verifica un mutamento, favorevole al reo, nella valutazione sociale del fatto che porti a ritenerlo pienamente lecito o comunque di minore gravità". La qual cosa, appunto, non accade con l'istituto della messa alla prova, essendo esso costruito come "un percorso del tutto alternativo rispetto all'accertamento giudiziale" che dunque "non incide sulla valutazione sociale del fatto". Si è, perciò, al di fuori dell'ambito di operatività del principio di retroattività della lex mitior, ed è pertanto da escludere un contrasto con l'articolo 7, paragrafo 1 Cedu, e con l'articolo 117, comma 1, della Costituzione.

Né tantomeno, prosegue la sentenza, vi è una violazione dell'articolo 3 della Carta, dal momento che l'individuazione del termine finale è "rimessa alla discrezionalità del legislatore", che è "insindacabile" tranne quando sia "palesemente irragionevole". Ed è proprio il carattere "alternativo" del procedimento a non rendere irragionevole la previsione di un termine invalicabile (che nel caso specifico è il momento di apertura del dibattimento, trattandosi di un procedimento con citazione diretta a giudizio). Del resto, la Cassazione richiamando gli stessi principi aveva già negato l'applicabilità nel giudizio di legittimità della sospensione del procedimento con la messa alla prova (negando anche la possibilità di annullamento con rinvio della sentenza).

In ultimo, argomentano i giudici, "l'apertura in Appello o in Cassazione di una nuova fase incidentale volta a consentire l'eventuale svolgersi della messa alla prova, allungando i tempi del giudizio, andrebbe a cozzare con il principio della ragionevole durata del processo, oltreché con l'esigenza di evitare la eventuale dispersione di attività processuali già compiute". Mentre, "solo una disciplina transitoria, che prevedesse espressamente l'applicazione retroattiva delle nuove regole potrebbe risolvere definitivamente Il problema".

 

Reati tributari, il ravvedimento non costituisce un'esimente della responsabilità penale

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di Valerio Stroppa

 

Italia Oggi, 28 maggio 2015

 

Il ravvedimento non ferma il penale. Se nel corso di una verifica la Guardia di finanza ravvisa elementi che fanno ipotizzare un reato tributario, le pattuglie dovranno procedere alla trasmissione della notizia di reato all'autorità giudiziaria, anche se il contribuente nel frattempo ha proceduto alla regolarizzazione spontanea delle violazioni.

Ciò in quanto il ravvedimento non costituisce un'esimente della responsabilità penale né prevede alcun effetto premiale. Ai sensi dell'articolo 13 del dlgs n. 74/2000, il pagamento dei debiti fiscali prima dell'apertura del dibattimento costituisce soltanto un'attenuante del reato, che dovrà essere valutata dal pm. È quanto ricorda una direttiva inviata lo scorso 15 maggio dal Comando generale della Gdf ai comandi territoriali. La nota contiene istruzioni operative in merito al nuovo ravvedimento operoso "senza limiti" introdotto dalla legge n. 190/2014. Il filo conduttore delle istruzioni è improntato alla stessa ratio perseguita dal legislatore e dall'Agenzia delle entrate, ossia cercare un rapporto il più collaborativo e trasparente possibile con il contribuente, volto a favorire la tax compliance.

Per questo motivo, le fiamme gialle dovranno adeguatamente considerare la tempistica e le circostanze che hanno portato al ravvedimento e agire di conseguenza a seconda della situazione. Dichiarazioni integrative e F24 saranno consultabili dai militari tramite l'applicativo Serpico. Se il contribuente ha effettuato il ravvedimento prima dell'avvio dell'attività ispettiva nei suoi confronti, la Gdf dovrà "attentamente valutare l'opportunità di avviare comunque l'intervento". Ciò sia in un'ottica di collaborazione, sia per ottimizzare le risorse.

Diverso il caso del ravvedimento effettuato in corso di verifica. Se le fattispecie sanate sono diverse da quelle che hanno innescato il controllo, le pattuglie dovranno "proseguire nelle operazioni secondo il piano predisposto", pur dando atto dell'avvenuta adesione all'istituto nel verbale di verifica giornaliero e nel successivo pvc.

Se invece le fattispecie sanate sono le stesse interessate dall'attività ispettiva e le violazioni non sono state ancora oggetto di verbalizzazione, la pattuglia "non procederà alla redazione dei rilievi", sempre che il ravvedimento sia stato validamente effettuato. Viceversa, per i rilievi già formalizzati la verifica proseguirà fino all'ordinaria conclusione.

 

Ordine di esibizione delle prove, rassegna delle recenti pronunce della cassazione

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Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2015

 

Prova civile - Istanza di esibizione di documenti formulata nel giudizio relativo all'"an" della pretesa fatta valere - Obbligo di conservazione dei documenti - Fino alla formazione del giudicato sulla decisione definitiva di rigetto dell'istanza - Sussistenza - Successivo giudizio sul "quantum" - Permanenza dell'obbligo - Fondamento - Distruzione dei documenti successivamente all'istanza e prima della decisione definitiva - Contegno valutabile ai sensi dell'articolo 116 cod. proc. civ. - Sussistenza.

Il giudice, su istanza di parte, può ordinare l'esibizione documenti di cui ritenga necessaria l'acquisizione (articolo 210 cod. proc. civ.) per conoscere i fatti di causa (articolo 118 cod. proc. civ. ) e, nell'ipotesi in cui ne corso d'un giudizio civile sia formulata istanza di esibizione documentale ex articolo 210 cod. proc. civ., la parte nei cui confronti tale istanza è formulata è obbligata a conservare la documentazione che ne è oggetto fin quando il giudice non abbia definitivamente e negativamente provveduto sulla stessa.

• Corte di cassazione, sezione Lavoro, sentenza 21 gennaio 2015 n. 1029.

 

Prova civile - Contegno processuale e dichiarazioni delle parti - Istanza di esibizione di documenti - Obbligo di conservazione dei documenti - Sussistenza - Fondamento - Violazione - Conseguenze.

Nel caso in cui, nel corso di un giudizio civile, venga formulata istanza di esibizione documentaleex articolo 210 cod. proc. civ., la parte nei cui confronti tale istanza è formulata è tenuta - in ossequio al dovere di lealtà e probità processuale ex articolo 88 cod. proc. civ. e alla stregua del principio di acquisizione della prova, in forza del quale, un elemento probatorio, una volta introdotto nel processo, è definitivamente acquisito alla causa - a conservare la relativa documentazione fino a quando il giudice non abbia definitivamente e negativamente provveduto sulla stessa, sicché, ove la documentazione venga distrutta dopo la presentazione dell'istanza e durante il tempo di attesa per la formazione della decisione definitiva sulla stessa, la mancata conservazione è suscettibile di essere valutata come argomento di prova ex articolo 116 cod. proc. civ.

• Corte di cassazione, sezione Lavoro, sentenza 22 dicembre 2014 n. 27231.

 

Prova civile - Contegno processuale e dichiarazioni delle parti - Istanza di esibizione di documenti formulata nel giudizio relativo all'"an" della pretesa fatta valere - Obbligo di conservazione dei documenti - Fino alla formazione del giudicato sulla decisione definitiva di rigetto dell'istanza - Sussistenza - Successivo giudizio sul "quantum" - Permanenza dell'obbligo - Fondamento - Distruzione dei documenti successivamente all'istanza e prima della decisione definitiva - Contegno valutabile ai sensi dell'articolo 116 cod. proc. civ. - Sussistenza.

Nel caso in cui, nel corso di un giudizio civile relativo all'"an" della pretesa fatta valere, venga formulata istanza di esibizione documentale ex articolo 210 cod. proc. civ., la parte nei cui confronti tale istanza è formulata è tenuta a conservare la relativa documentazione fino a che il giudice - avuto riguardo anche al successivo giudizio sul "quantum", dovendosi ritenere che la richiesta sia divenuta parte del dibattito processuale - non abbia definitivamente e negativamente provveduto e non si sia formato un irreversibile negativo giudicato; ne consegue che, ove la documentazione sia stata distrutta dopo la presentazione della relativa istanza e durante il tempo di attesa per la formazione della decisione definitiva sulla stessa, la mancata conservazione è suscettibile di essere valutata come argomento di prova ex articolo 116 cod. proc. civ. ai fini della valutazione equitativa del "quantum".

• Corte di cassazione, sezione Lavoro, sentenza 3 ottobre 2008 n. 24590.

 

Prova civile - Contegno processuale e dichiarazioni delle parti - Istanza di esibizione di documenti contabili - Sopravvenuta maturazione del termine decennale di conservazione di documenti - Obbligo di conservazione dei documenti fino alla decisione definitiva di rigetto dell'istanza - Sussistenza - Obbligo di conservazione ultradecennale dei documenti in mancanza di istanza di esibizione - Sussistenza - Esclusione - Distruzione dei documenti dopo il decennio e prima dell'istanza di esibizione - Contegno valutabile ai sensi dell'articolo 116 cod.proc.civ. - Esclusione.

Nel caso in cui, nel corso di un giudizio civile, venga formulata istanza di esibizione documentale ex articolo 210 cod. proc. civ., la parte nei cui confronti tale istanza è formulata è tenuta a conservare la documentazione oggetto di essa fino a che il giudice non abbia definitivamente e negativamente provveduto sulla stessa, a nulla rilevando che, trattandosi di documentazione contabile, sopravvenga, "medio tempore", la maturazione del termine decennale di durata dell'obbligo di conservazione delle scritture contabili fissato dall'articolo 2220 cod. civ. ; nessun obbligo di conservazione oltre il decennio grava invece sulla parte finché la suddetta istanza non sia presentata, con la conseguenza che dalla distruzione della documentazione contabile il giudice può trarre argomenti di prova a norma dell'articolo 116 cod. proc. civ. solo se tale distruzione sia avvenuta successivamente alla presentazione della relativa istanza e durante il tempo di attesa della decisione su di essa.

• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 28 agosto 2000 n. 11225

 
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