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Lettere: il dibattito insulso sul caso Scattone

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di Orazio Abbamonte

 

Il Roma, 14 settembre 2015

 

In un libro di straordinaria fortuna Rudolf von Jhiering, giurista tedesco tra i più considerati del XIX secolo, descrisse in modo magistrale la motivazione morale che giustifica la lotta per l'affermazione dei diritti individuali.

Combattere per il diritto, secondo il grande rappresentante della scuola storica germanica, non significa esprimere egoisticamente la protezione d'interessi strettamente individuali ai quali esso dà voce, bensì d'un vero compito d'elevazione sociale. Lottando perché il proprio (e l'altrui) diritto trovino affermazione concreta, si opera per l'elevazione civile e morale del proprio paese, della società tutt'intera.

E molto importante intendere questo stretto legame: perché quando la sensibilità per l'assolutezza dei valori giuridici svanisce, ed il diritto diviene strumento da maneggiare a piacimento, un gran passo indietro, se ne può star certi, è già stato compiuto sulla via della civiltà. La recentissima vicenda di Giovanni Scattone, condannato nel 2003 per l'omicidio colposo della studentessa Marta Russo alla Sapienza avvenuto nel maggio del 1997, sembra un'ottima testimonianza del livello di barbarie al quale è discesa la nostra società.

La recentissima cronaca è nota: dopo aver vinto il concorso a cattedra nei licei, Scattone aveva goduto dei benefici della renziana buona scuola ed aveva stipulato qualche giorno fa il suo contratto a tempo indeterminato per l'insegnamento di psicologia. Credo ad iniziativa dei familiari della disgraziata studentessa, ancora evidentemente carichi di risentimento per la terribile esperienza vissuta, s'è aperto un insulso dibattito mediatico ed un pesantissimo pressing nei confronti del docente, culminato in quel distillato d'ipocrisia del Ministro dell'istruzione che è stata la sua dichiarazione: la Giannini sarebbe tranquilla se sua figlia per insegnante avesse Scattone ma il problema è tutto di coscienza e riguarda interamente quest'ultimo.

Il quale, dopo alcuni giorni, evidentemente sopraffatto dai condizionamenti e nel presumibile tentativo di proteggere la propria esistenza, ha deciso di dimettersi ritornando nell'oblio. Giovanni Scattone, come tutti sanno, è stato condannato con un 'incredibile sentenza che, non avendo rinvenuto alcun movente per giustificare l'omicidio - e dopo le più fantasiose ipotesi di stampa e media vari - l'ha ritenuto responsabile a titolo di colpa cosciente: sorvolando su sottili disquisizioni giuridiche, in sostanza egli sarebbe stato su quella finestra a giocherellare con una pistola (mai rinvenuta) nonostante ben sapesse che per fatalità sarebbe potuto partire un colpo e stramazzare qualcuno.

Perché stesse lì ad armeggiare non è dato conoscere, come tante altre cose di quell'incredibile processo, ma insomma il verdetto fu questo. Egli ha silenziosamente scontato la pena, benché lui ed il suo preteso sodale Salvatore Ferraro, si siano dichiarati sempre innocenti ed ancora oggi cerchino di dimostrarlo. Si dice: questo è il diritto e questi sono i processi. Verissimo: per vivere in una società, c'è sempre bisogno che ad un certo qual punto vi sia un'organizzazione chiamata a metter la parola fine. E una necessità e per questo ci sono giudici e sentenze, anche se spesso poco credibili. Ma d'una necessità si tratta, che è cosa ben diversa dalla verità: va presa per tale, per verità, ma per verità giuridica o processuale, non per verità storica.

Ed in quanto tale va trattata. Cosicché, se al diritto si riconosce un senso, è ad esso che bisogna lasciar regolare le cose, quando si tratti di suoi prodotti. E se dopo avere scontato la condanna - che è un prodotto squisitamente giuridico - la Corte di cassazione ha stabilito che non dovessero seguire conseguenze pregiudizievoli ulteriori: insomma che il condannato riacquistasse tutti i suoi diritti politici e civili, è segno d'altissima inciviltà, che andrebbe anche sanzionata, continuare a perseguitare questa persona, trasformando una condanna giudiziaria - pur sempre frutto dell'umana fallibilità - nell'interdictio aqua et igni, che la legge delle XII tavole comminava quando levava a vita la cittadinanza a romani macchiatisi di gravi delitti.

Questo si chiama barbarie: non riconoscere il valore delle leggi ovvero riconoscerlo solo quando aggrada e disconoscerlo quando torni incomodo, magari anche per ipocrita moralismo o per incontrollati livori. Se l'Italia fosse stato un paese civile, una simile sconcezza non sarebbe passata e vi sarebbero state ben diverse reazioni delle élites. Ma l'Italia è un paese che pare aver perso l'orientamento proprio d'una nazione incivilita, lasciandosi guidare dall'ignoranza, dalla prevaricazione, da sentimentalismi più o meno sinceri, insomma dalla ventata del momento.

 

Napoli: il ministro Orlando "solo repressione non serve, va sostenuto chi è in prima linea"

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di Gerardo Ausiello

 

Il Mattino, 14 settembre 2015

 

"La repressione non basterà. Napoli ha bisogno di lavoro". Andrea Orlando risponde così a chi, in queste ore, invoca la militarizzazione del territorio. Il ministro della Giustizia torna in città a pochi giorni dalla morte di Genny Cesarano, il 17enne ucciso a colpi di pistola nel cuore del rione Sanità, mentre infuria il dibattito sugli interventi da mettere in campo per tentare di arginare l'emergenza criminalità. I commenti si sprecano, le polemiche e le ricette pure.

Per il ministro, invece, la strada è praticamente obbligata: "Ha ragione il capo dell'Anticorruzione Raffaele Cantone. Servono più forze dell' ordine e presìdi di legalità ma la guerra contro la camorra non si vince solo militarmente. Occorre sostenere chi è tutti i giorni in prima linea e mi riferisco alle parrocchie, alla scuola, al mondo del volontariato, alle associazioni, ai centri di cultura. E poi c'è il grande tema dell'occupazione e dello sviluppo.

In questo senso - assicura, intervenendo alla festa dell'Unità organizzata dai Giovani democratici nel centro storico - avendo lavorato a lungo a Napoli come commissario del Pd darò il mio contributo nella stesura del masterplan a cui sta lavorando il governo per il rilancio del Mezzogiorno".

A proposito di Sud. Per Orlando i problemi di questo pezzo del Paese sono anche frutto di "una certa egemonia ideologica del Nord, che ha penalizzato il Mezzogiorno senza però favorire in fondo il Settentrione". E qui non mancano le accuse alla Lega che, "quando ha governato, ha spostato da Sud a Nord le risorse: si pensi a come sono stati utilizzati i fondi Fas". Il guardasigilli, che difende la scelta di Renzi di volare a New York per assistere alla finale "italiana" di tennis ("lo avrei fatto anch'io e sono sicuro che, se in finale ci fossero stati due uomini, nessuno avrebbe detto nulla"), prova allora a ribaltare il ragionamento: "Il tema della crescita del Sud non può e non deve riguardare solo i meridionali. Perché se il Nord cresce ai livelli di questi anni e il Mezzogiorno resta indietro, il Paese non farà passi in avanti.

Sono i numeri a dirlo". Dalla questione meridionale al nodo del ricambio delle classi dirigenti il passo è breve. E infatti, quando si parla delle prossime Comunali, Orlando mette le cose in chiaro: "Per le elezioni comunali dobbiamo costruire attorno al Pd una coalizione civica, un campo di forze civiche. Il nostro partito non può ripetere gli errori commessi e non può andare da solo alle urne". Sulle primarie è cauto. Anche perché fu proprio Orlando il commissario mandato da Roma dopo il pasticcio delle primarie del 2011, quelle annullate per le polemiche legate al voto dei cinesi.

Gli aspiranti candidati di allora, Andrea Cozzolino e Umberto Ranieri, si neutralizzarono a vicenda e alla fine il Pd decise di puntare su un prefetto, Mario Morcone, restando fuori dal ballottaggio. Al secondo turno, tuttavia, tra Gianni Lettieri e Luigi de Magistris i democrat scelsero di sostenere quest'ultimo. Con cui però i rapporti si sono progressivamente deteriorati. Sonc trascorsi quattro anni e mezzo da allora ma sembra un'era geologica. Così oggi, a chi gli chiede delle primarie, i] guardasigilli risponde che "se servono a raggiungere l'obiettivo di costruire una coalizione civica attorno al Pd vanno bene, ma non devono essere uno scannatoio. Bisogna cioè aggiungere pezzi e non perderli in un'estenuante discussione che duri sei mesi e che ha come risultato solo quello di allontanare i cittadini dal voto".

E se alle primarie si presentasse Antonio Bassolino, che il sindaco le ha già fatto e pure il governatore (ai tempi dell'emergenza rifiuti)? "Non sono mai stato un teorico della rottamazione - chiarisce Orlando - se si faranno le primarie è legittimo che Bassolino possa aspirare ad essere il candidato sindaco, anche se non ho ancora capito se voglia farlo o meno". Quanto a de Magistris, il ministro della Giustizia non si unisce al coro di quelli che considerano il sindaco uscente "un nemico da abbattere": "Nella sua proposta politica quattro anni fa c'erano anche alcuni aspetti positivi", osserva.

Ma oggi, a conti fatti, de Magistris "non è riuscito a costruire una classe dirigente. Basti pensare al fatto che ha cambiato decine di assessori. E poi il suo isolamento ha determinato l'isolamento della città". E allora, insiste, spetta al Pd costruire un'alternativa valida, "magari provando anche a guardare all'esterno, per quanto possibile". Se invece il partito "si presenterà come un soggetto atomizzato, risulterà per forza di cose poco credibile", prestando il fianco ad una nuova vittoria di de Magistris. In platea, ad ascoltarlo, si vedono volti noti: tra gli altri, gli imprenditori Dario Scalella e Vito Grassi, i deputati Leonardo Impegno e Valeria Valente, il coordinatore della segreteria regionale Gino Cimmino.

Non ci sono dirigenti provinciali. Un particolare che non sfugge al segretario dei Giovani democratici Marco Sarracino: "Durante l'intervento del ministro non c'era nessun esponente della segreteria provinciale del partito". Così, rivolgendosi ad Orlando, Sarracino attacca: "Caro Andrea, da quando non sei più commissario sono passati quattro anni ma qui non è cambiato nulla. Bisogna costruire davvero una nuova classe dirigente, come hai cercato di fare tu".

 

Brescia: in carcere per abusi. Dopo 15 anni figli ritrattano accuse "fu mamma a istigarci"

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Il Messaggero, 14 settembre 2015

 

"Quello che io e mio fratello avevamo detto su mio padre erano invenzioni dettate da mia madre che lo voleva allontanare": è una ritrattazione a distanza di anni quella di due ragazzi di 21 e 24 anni, Michele e Gabriele, figli di un 46enne sardo, condannato in via definitiva a nove anni e due mesi di carcere per abusi sessuali proprio sui due figli.

Si tratta di una vicenda consumatasi tra la Sardegna, terra d'origine della famiglia, e Brescia, dove padre, madre e i due figli si erano trasferiti, dove hanno abitato per anni e dove sono state depositate le prime denunce nei confronti del genitore. Fatti avvenuti "nell'ambito di una separazione coniugale ed in particolare segnati da un'accesa conflittualità tra genitori ed un'aspra battaglia per l'affidamento dei figli" scrivono i giudici del tribunale di Oristano che hanno condannato il padre 46enne, oggi rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Sassari.

Michele e Gabriele all'epoca dei fatti avevano 9 e 12 anni.

"Le indagini mediche non potevano dare certezza sull'abuso" hanno scritto tre periti nominati nel tempo dai tribunali di Brescia e Oristano. Nel primo processo gli imputati erano sette; il padre dei due giovani e sei parenti paterni. Questi ultimi assolti per non aver commesso il fatto. "Agli atti ci sono solo le dichiarazioni di due bambini e nessun'altra prova contro mio padre. Nessuno ci ha mai chiesto di raccontare la nostra verità" racconta oggi il figlio più grande, Gabriele, che, come il fratello, ha alle spalle diversi anni passati in alcune comunità del Bresciano. Proprio uscendo da una comunità nel 2009 lasciò agli educatori un memoriale della sua vita dove spiegò che le accuse mosse nei confronti del padre erano state invenzioni.

"Per togliere di mezzo papà, mia madre ha cominciato ad imbottirci di menzogne, cose che non erano reali, cose che mio padre non ha mai fatto e non farebbe mai" è uno dei passaggi delle 42 pagine di memoriale. In quell'anno era in corso il processo in Appello del genitore, ma nessun educatore portò all'attenzione il diario di Gabriele che ora è stato invece allegato alla richiesta di revisione del processo presentata alla corte d'Appello di Roma dal legale del padre condannato, l'avvocato Massimiliano Battagliola. "La clamorosa ritrattazione a distanza di anni equivale ad una nuova prova e anche il memoriale che abbiamo ritrovato è un elemento assolutamente nuovo" spiega l'avvocato bresciano, che mercoledì incontrerà nel carcere di Sassari l'uomo condannato per abusi sui figli e che ora spera di poter riscrivere la sua storia giudiziaria.

 

Catanzaro: nel carcere minorile detenuto di nazionalità straniera appicca il fuoco in cella

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cn24tv.it, 14 settembre 2015

 

Un detenuto di nazionalità straniera, ristretto nel carcere minorile di Catanzaro, poco dopo la mezzanotte di oggi, ha dato fuoco ad un materasso della sua cella e, subito dopo, visibilmente in escandescenze, ha addirittura ingerito una batteria. Le fiamme hanno messo a rischio la sua incolumità come anche quella di altri due giovani detenuti della stessa cella e solo grazie all'immediato intervento degli agenti in servizio e di altri presenti per caso negli alloggi, ha scongiurato il peggio. A darne notizia è Walter Campagna, Coordinatore Nazionale Giustizia Minorile dell'Uspp (l'Unione Sindacati della Polizia Penitenziaria). Il minorenne è stato immediatamente trasportato al nosocomio cittadino per le cure del caso.

 

Cagliari: a Uta la Polizia penitenziaria ha sequestrato 40 grammi di sostanze stupefacenti

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droghe.aduc.it, 14 settembre 2015

 

La Polizia penitenziaria in due giorni ha sequestrato oltre 40 grammi di sostanze stupefacenti tra cui hashish, eroina e cocaina nel carcere di Uta, a Cagliari. Il primo episodio risale a due giorni fa, venerdì 11, quando un detenuto, M.R. di circa 33 anni, ha cercato di introdurre la droga tramite il colloquio familiare. Lo scambio è stato individuato e il detenuto arrestato. Nel processo per direttissima è stato condannato ad ulteriori 10 mesi e 3000 euro di multa. Il secondo episodio invece è di ieri, dove, sempre nei locali colloqui, precisamente all'interno del corridoio adiacente la sala pranzi, sotto un carrello, dove transitano i familiari dei reclusi, è stato trovato un involucro contenente droga.

Il tutto è stato possibile grazie alla presenza del Reparto Cinofili di Nuoro che, con i cani antidroga, sono riusciti a recuperare lo stupefacente unitamente all'ausilio di un altro agente in servizio ai colloqui. Molto probabilmente la presenza inaspettata dei Cinofili da parte dei familiari dei detenuti ha spaventato il possessore della droga e prima che la stessa venisse consegnata è stata lasciata nascosta nel carrello. "Ottimo lavoro dei colleghi. Il servizio di prevenzione e repressione messo in campo dalla polizia penitenziaria a Uta è aumentato e i risultati si vedono", afferma Giovanni Villa, segretario generale aggiunto della Fsp Cisl che ne ha dato notizia.

"Ad oggi sono molte le persone denunciate. Il direttore e il comandante rendano merito al lavoro che giornalmente svolgono le donne e gli uomini in divisa". Il sindacalista sostiene che "nonostante la forte carenza di personale il servizio viene svolto nel miglior modo possibile. Continueremo - conclude - a sollecitare l'invio di personale. La Cisl Fns è in prima linea nel sostenere l'invio di altri agenti a Uta".

 
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