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Vercelli: Sappe; due gravi episodi di violenza sono accaduti ieri nel carcere

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obiettivonews.it, 12 agosto 2015

 

"Il primo episodio è accaduto verso le ore 8,30, presso il primo piano dove sono ristretti detenuti per reati a sfondo sessuale "sex offender"", spiega il segretario regionale Sappe Vicente Santilli. "Il poliziotto di servizio, durante il normale giro di controllo, ha rischiato di restare ustionato dall'olio bollente lanciato da un detenuto. Solo grazie alla zanzariera, considerato l'olio molto denso, ha attutito la notevole quantità di olio diretta verso l'agente".

"Il secondo episodio" prosegue il sindacalista del Sappe "è avvenuto intorno alle ore 10,15, nella palestra dell'istituto, dove erano presenti numerosi detenuti ristretti sempre per reati a sfondo sessuale. È' scoppiata una rissa tra di loro (algerini- marocchini e due italiani ) e un marocchino ha riportato una frattura alla testa. I poliziotti penitenziari sono immediatamente intervenuti una donna vice sovrintendente del Corpo è stata colpita con calci all'altezza del bacino. Attualmente è presso il nosocomio Sant' Andrea di Vercelli per le cure del caso".

I detenuti complessivamente presenti nelle carceri regionali del Piemonte erano, il 30 luglio scorso, 3.585. Poco meno di quelli che c'erano un anno fa quando, nello stesso giorno del 2014, erano 3.627. "Per il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria le condizioni di vita dei detenuti, in linea con le prescrizioni dettate dalla sentenza Torreggiani, sono migliorate in Italia. Non si dice, però, che le tensioni del sistema penitenziario italiano continuano a scaricarsi sulle donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria, quotidianamente impegnati a contrastare le tensioni e le violenze che avvengono nelle nostre carceri vedono spesso i nostri Agenti, Sovrintendenti, Ispettori picchiati e feriti dalle violenze ingiustificate di una consistente fetta di detenuti che evidentemente si sentono intoccabili", sottolinea Donato Capece, segretario generale del Sappe.

"I dati sono gravi e sconcertanti e sono utili a comprenderli organicamente la situazione delle prigioni del nostro Paese: ometterli è operazione mistificatoria", prosegue il leader del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria. "Dal 1 gennaio al 30 giugno 2015 nelle 13 carceri del Piemonte si sono infatti contati il suicidio di un detenuto, 3 tentativi sventati in tempo dai poliziotti penitenziari, 36 decessi per cause naturali in cella e 184 atti di autolesionismo posti in essere da detenuti. Ancora più gravi i numeri delle violenze contro i nostri poliziotti penitenziari: parliamo di 99 colluttazioni e 24 ferimenti.

Ogni giorno, insomma, le turbolenti carceri piemontesi ed italiane vedono le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria fronteggiare pericoli e tensioni e per i poliziotti penitenziari in servizio le condizioni di lavoro restano pericolose e stressanti. E quel che è successo oggi a Vercelli lo dimostra con drammatica evidenza". "Ma il Dap queste cose non le dice", denunciano infine Capece e Santilli: "l'unica preoccupazione, per i solerti dirigenti ministeriali, è evidentemente quella di migliorare la vita in cella ai detenuti. I poliziotti possono continuare a prendere sberle e pugni, a salvare la vita ai detenuti che tentato il suicidio nel silenzio e nell'indifferenza dell'Amministrazione penitenziaria".

 

Droghe: vent'anni di battaglie e divieti, una lotta impari... lo sballo vince sempre

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di Maria Novella De Luca

 

la Repubblica, 12 agosto 2015

 

Al Cocoricò di Riccione, chiuso dal questore, l'incontro con dj, attivisti e famiglie: "Quante campagne ma i nostri figli continuano a drogarsi". Lungo le strade del divertimentificio poco o nulla è cambiato. Sui bordi sabbiosi delle spiagge, arene di rave alcolici nemmeno più clandestini, nella quiete delle colline di Riccione, dove il Cocoricò a luci basse sembra un'astronave abbandonata.

Si moriva ieri, si muore oggi, la droga è sempre la stessa, ecstasy un po' più cattiva dicono, e così l'infinito dibattito, quasi una guerra dei 30 anni, sul ballo che diventa sballo, quella "s" maledetta ancora purtroppo archetipo del divertimento, terrore nelle notti insonni dei genitori di figli ragazzini. In mezzo il nulla. I grandi club (come è avvenuto ieri sera al Cocoricò) che provano ad allearsi nelle battaglie antidroga, i sigilli che seguono i lutti, le leggi mai approvate, l'invocazione di misure da stadio nelle discoteche, le chiusure anticipate, l'alcol razionato.

Un salto all'indietro, un dejà vu. Con la differenza che negli anni Novanta, agli esordi dello sbarco dai Balcani delle droghe sintetiche nel nostro Paese, in tutta Italia resistevano i Sert (servizi territoriali per le tossicodipendenze) e le comunità di recupero. Approdi già malconci ma pur sempre approdi, oggi spazzati via dai tagli e dall'oblio delle politiche sulle tossicodipendenze. I camper della "riduzione del danno" che analizzavano le pasticche davanti alle discoteche (le famose roulotte del Gruppo Abele, della comunità di Villa Maraini) scomparsi come archeologia dello stato sociale.

Era il 1988 quando un folto gruppo di tenaci madri romagnole guidate da Maria Belli, ex assessore comunista alla Pubblica istruzione di Forlì e madre di tre figlie, riuscì a far abbassare i decibel al mitico "Bandiera gialla" di Rimini. Iniziando così una battaglia (poi nella singolare alleanza con il cattolico Giovanardi) per la chiusura delle discoteche alle tre del mattino, legge discussa nel 1993, poi nel 2003, poi definitivamente dimenticata. Fino a ieri. Come le stanze di "decompressione" dove sostare prima di tornare a casa, o i disco- bus che all'uscita dei locali avrebbero dovuto riportare i ragazzi a casa, ma che regolarmente viaggiavano vuoti. Misure sagge, misure sbagliate di cui oggi non resta nulla.

Al Cocoricò chiuso per ordine del prefetto l'atmosfera è mesta. "Accendiamo la musica, spegniamo la droga" è il titolo della serata, che vorrebbe anche ricordare Lamberto, 16 anni, morto proprio lì, in pista, per un ecstasy comprata da un amico quasi coetaneo. Un uragano di dolore che travolge due famiglie. L'inizio di una catena di lutti, come quando si diffondono partite di droghe letali: muore Lorenzo, nel Salento, e Ilaria, 16 anni, su una spiaggia di Messina. Prince Maurice, dj simbolo del club, suona un brano dedicato ai "giovani incoscienti", per adesso è solo musica, seguiranno le parole. "Noi vogliamo essere il tempio del ballo e non dello sballo", di nuovo quella "s" che rovina tutto, ma la frase era identica negli anni Novanta, quando nella stessa riviera del divertimentificio arrivarono i primi morti per ecstasy.

E come in ogni guerra ci sono i sopravvissuti e i parenti delle vittime a cui è affidata la memoria. Perché l'accaduto non si ripeta. Tocca a Giorgia Benusiglia parlare, Giorgia che non si stanca mai di raccontare, e spiegare, e aiutare. Nel 1999 aveva 17 anni e una passione per le discoteche: buttò giù una pasticca e si ritrovò in fin di vita con una epatite fulminante. Salvata con un trapianto di fegato ( donato dai genitori di una sua quasi coetanea morta in un incidente stradale) ha deciso di dedicare la sua vita alla prevenzione della droga. Alta, bruna, semplice Giorgia incontra ogni anno migliaia di studenti, genitori, insegnanti.

"Per quelle poche ore di sballo ho perso la mia giovinezza e metà della mia vita, sono qui, è vero, ma avendo subito un trapianto sono e resterò per sempre sotto stretto controllo medico, una paziente a vita. Ai ragazzi racconto il mio calvario in ospedale, racconto della mia donatrice Alessandra, che vive dentro di me... Non credo nel proibizionismo, credo nel contatto con i giovani, per questo vado ovunque, mi occupo dei ragazzi, del loro disagio che spesso porta alla droga. Noi dobbiamo fare qualcosa: una serata in discoteca non può concludersi all'obitorio".

Le cifre dicono che in Italia oggi si muore ancora per eroina più che per le droghe sintetiche: le vittime nel 2014 sono state 350, cioè una al giorno. Erano oltre mille nel 1999. Ma medici, psichiatri e operatori dei Sert mettono in guardia da una nuova emergenza: "La diffusione a tappeto delle pasticche, sta creando gravi danni psichiatrici tra i giovanissimi. Ma sappiamo da tempo però che questi tipo di pazienti sfuggono alle cure, non si sentono "drogati". E quando arrivano da noi è già troppo tardi".

Luci scure, il simbolo del Cocoricò scorre dietro la consolle. Ci sono i Dj Maurice e Ralf, uno dei proprietari del locale-piramide Fabrizio De Meis. Il pubblico è adulto, composto. I giovani non sono molti, ma attenti. "Non siamo qui per chiedere la riapertura del Cocoricò, ma per allearci con i giovani nella lotta alla droga, battaglia che stiamo conducendo da tre anni insieme alla comunità di San Patrignano.

Prendere una pasticca di ecstasy è come giocare alla roulette russa, i ragazzi devono saperlo. E aggirare i divieti è troppo facile: noi non diamo alcolici ai minorenni, ma come possiamo impedire loro di ubriacarsi di vodka liscia all'uscita del locale? Tutto è diventato troppo pericoloso: penso seriamente che si dovrebbe impedire l'accesso in discoteca ai minori di diciotto anni".

 

Droghe: Manconi "queste tragedie non fermano la legalizzazione della cannabis"

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di Errico Novi

 

Il Garantista, 12 agosto 2015

 

La prima cosa che viene in mente è: addio legalizzazione della cannabis. Adesso vedrai che queste tragedie dei ragazzi morti di ecstasy dentro e al di fuori delle discoteche produrrà una paralisi della proposta di legge sulla marijuana. Di quell'articolato disegno depositato alla Camera e al Senato che indica modi e termini di "regolamentazione, produzione, distribuzione e commercio" dei cosiddetti spinelli.

E invece il parlamentare che a Palazzo Madama figura come primo firmatario della proposta, Luigi Manconi, non vede questa possibilità. Anzi. "Potrei dire, e sarebbe fin troppo facile, che queste vicende non hanno nulla a che fare con la marijuana. Ma la cosa non si esaurisce qui, evidentemente".

 

Anche perché, senatore Manconi, la tendenza a una reazione estremizzata, in questi casi, è fatale. Anche da parte delle istituzioni.

"Mi pare che sulla scorta di una cronaca così crudele sia impossibile suggerire misure razionali e intelligenti, quindi efficaci, in tema di consumi giovanili di musica. Sul versante delle sostanze stupefacenti resta un dato, quello per cui non si è mai registrata una morte per cannabis, a cui aggiungo altre considerazioni.

Quel dato, innanzitutto, non vuol dire che la cannabis non faccia male. L'abuso di cannabis negli adolescenti e minori può produrre danni anche rilevanti. Però il discorso di fondo, quello che non si fa mai, è che la decisione di legalizzare non si fonda sulla nocività delle sostanze. Non è che si legalizzano le meno nocive, e non lo si fa con le più nocive". Qual è invece il principio? "È un principio generale, che affermiamo a partire dalla seguente domanda: gli effetti nocivi delle sostanze sono più agevolmente contenibili, più efficacemente riparabili, in un regime di illegalità o di regolamentazione?".

 

Con le regole, evidentemente.

"Evidentemente è così. Certo, noi sulla cannabis abbiamo un dato incontrovertibile, e cioè che è meno nociva del tabacco e dell'alcol. Ma in termini giuridici il discorso è un altro. La legalizzazione di attività che producono danni può essere decisa non in base all'entità di quel danno, ma a seconda di quale sia il regime che consente di ridurre il danno al minimo. Questo approccio non è solo empirico-pragmatico, ma anche morale. A ispirarlo c'è, tra l'altro, l'assunto teologico del male minore. Lo stesso che ha indotto la Chiesa, per esempio, a convivere con la prostituzione, o a scendere a patti col male".

 

Argomenti forti. Ma alcuni, nella maggioranza che dovrà sostenere la vostra proposta di legge, non li vorranno neppure ascoltare.

"Rischiano di eludere la domanda più elementare: siete favorevoli a porre fuori legge l'alcol, dal momento che l'alcol fa danni incomparabilmente maggiori, e l'abuso d'alcol è più diffuso tra i giovani della cannabis? In genere questo paralizza l'interlocutore. Tanto è vero, che posto davanti al dilemma, il proibizionista risponde: ma dal momento che alcol e tabacco fanno male essendo legali, che motivo c'è di aggiungerne un'altra, al novero delle sostante legali nocive?".

 

Questa non è proprio di ferro, come argomentazione.

"È insidiosa. Va risolta così: nella storia delle sostanze nocive noi abbiamo un solo esempio di riduzione dell'abuso, e riguarda appunto il tabacco. Ma la riduzione dell'abuso di tabacco è avvenuta in regime di legalità, i consumatori si sono ridotti in maniera estremamente significativa".

 

Vero.

"E non regge neppure la remora, che si assume in particolare a proposito dei giovani, secondo cui se l'adolescente sa che un certo consumo è penalizzato non vi accede. A parte l'argomentazione del fascino del proibito, che francamente trovo un po' stanca, se ne può opporre una assai più semplice. In fase di maggiore penalizzazione normativa della cannabis, quella che va dal 2005 al 2012, si hanno due effetti: massima diffusione in Italia del consumo, e anche massima tollerabilità sociale. Tra gli adolescenti, la cannabis gode di una impunità sociale, possiamo dire. E non solo tra gli adolescenti".

 

A cosa si riferisce?

"Al fatto che su 10 consumatori di cannabis almeno 2, ma mi tengo stretto, sono adulti: cinquantenni, intendo. I padri non dicono ai figli: evita le canne, che fanno male, ma evita, se no ti ferma la polizia".

 

Sono due giurisdizioni parallele, insomma: quella della Fini-Giovanardi, finché è stata tutta in piedi, e quella della percezione diffusa.

"Appunto. E poi, sulla legalizzazione c'è da dire una cosa, forse decisiva. Temo che noi italiani siamo abbastanza inclini all'oblio da esserci dimenticati che cos'era la morte per eroina da strada degli anni Ottanta: si contavano almeno 1.200 vittime l'anno, ragazzi trovati con una siringa nel braccio nei giardini di periferia. La legalizzazione è il mondo opposto a quella vergogna. Ed è il mondo in cui non può avvenire quanto si è scoperto degli spacciatori all'opera nella discoteca del Salento dov'è morto quel ragazzo. Avevano con sé derivati della cannabis, ecstasy e cocaina. Quindi l'acquirente potenziale della cannabis trova, presso quell'esercizio commerciale illegale, un'offerta differenziata e allettante. È il principale meccanismo di proselitismo, di diffusione del mercato, e di effettivo aumento del rischio. Cose che non ci sono con la cannabis legalizzata".

 

Cocoricò, le persone e le "droghe"

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di Lorenzo Camoletto (Progetto Neutravel, coordinamento Rete Itardd)

 

Il Manifesto, 12 agosto 2015

 

Uno strumento utile è l'analisi delle sostanze - che si fa in molti paesi europei - per restituire ai consumatori dati corretti sui principi attivi contenuti.

Istituzioni, società, mondo adulto in genere, se volessero riappropriarsi del loro giusto ruolo di riferimento e supporto, anziché individuare il male assoluto nelle "droghe", potrebbero partire delle persone - e non dalle sostanze che usano - informandole oggettivamente sugli effetti diretti e collaterali: uno strumento utile è l'analisi delle sostanze - che si fa in molti paesi europei - per restituire ai consumatori dati corretti sui principi attivi contenuti.

In una notte di metà luglio un'ipertemia maligna si è portata via Lamberto L. mentre ballava al Cocoricò di Riccione. Aveva assunto Mdma. La morte di un ragazzo di 16 anni è un lutto inaccettabile non solo per i suoi famigliari, per i suoi amici, ma per tutta la società; inevitabile interrogarsi sulla catena degli eventi che l'ha provocato, e magari cercare un colpevole che possa catalizzare il senso di fallimento collettivo.

La tentazione delle semplificazioni è fortissima: chiudiamo "il luogo della perdizione", avremo la sensazione di aver reagito, trovato e punito il colpevole e diminuito il nostro senso di impotenza. Ma le cose sono un po' più complicate: oggi un nativo digitale minorenne è in grado di raggiungere abbastanza facilmente nel dark-net (il web sommerso e irraggiungibile con i motori di ricerca tradizionali) negozi virtuali di sostanze psicotrope; e magari con una carta di credito prepagata farsi spedire con un corriere una qualunque sostanza psicoattiva. La consumerà da solo o con gli amici, a casa o nel parchetto isolato o da qualsiasi altra parte, non necessariamente in discoteca.

E dalla chiusura della piattaforma web Silk Road, le procedure ora sono perfino più semplici... Chiudere, reprimere, non solo è inefficace, ma finisce per incrementare i danni: le persone correranno rischi comunque, ma in luoghi più nascosti e pericolosi. Inoltre a livello educativo rappresenta una summa di errori, un po' come un genitore collettivo che si ponesse in questo modo: cercherò invano di chiuderti gli accessi al mondo, perché questo mondo lo capisco meno di te e quindi non sarei in grado di farti da guida; farò in modo di farti evitare i rischi, ...perché tu non supereresti le prove; cercherò risposte semplificatorie perché non mi importa veramente di te, ma solo di diminuire la mia ansia e il mio senso di inadeguatezza e di colpa. Il mondo cambia velocemente portando al contempo opportunità e rischi: per cogliere le prime e ridurre i secondi occorre consapevolezza e senso critico, che sono i fattori di protezione fondamentali.

Istituzioni, società, mondo adulto in genere, se volessero riappropriarsi del loro giusto ruolo di riferimento e supporto, anziché individuare il male assoluto nelle "droghe", potrebbero partire delle persone - e non dalle sostanze che usano - informandole oggettivamente sugli effetti diretti e collaterali: uno strumento utile è l'analisi delle sostanze - che si fa in molti paesi europei - per restituire ai consumatori dati corretti sui principi attivi contenuti.

Questo aumenterebbe la consapevolezza e ridurrebbe i rischi per chi avesse comunque deciso di consumare. Smettere di demonizzare i luoghi, le discoteche, le piazze, le Le "Zone temporaneamente autonome" dei rave, ma al contrario aumentarne la sicurezza, agendo sugli atteggiamenti e sui comportamenti di organizzatori e frequentatori: uno strumento utile è la costruzione condivisa di standard e protocolli di sicurezza, come l'accesso all'acqua gratuita, la presenza di personale socio-sanitario, la chill-out. Cercare sempre scorciatoie e capri espiatori è una via strumentale al consenso facile per i policy-maker, ma soprattutto è un modo collettivo di non pensare, di stordirsi e in ultima analisi di non affrontare i problemi. Facciamo in modo che tragedie come la morte di Lamberto divengano una possibilità di crescita collettiva e non siano invece l'ennesima occasione perduta. Soluzioni superficiali e di corto respiro creerebbero soltanto le condizioni affinché casi simili si ripetano, aggiungendo tragedia alla tragedia.

 

Sui marò l'India tiene la linea dura

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Il Sole 24 Ore, 12 agosto 2015

 

Un paio di minuti, non di più. Tanto è bastato al delegato di New Dehli per rigettare le richieste italiane davanti al Tribunale internazionale del diritto del mare (Itlos), nella seconda udienza del procedimento sui due marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Nella replica conclusiva, ieri, Neeru Chadhaha chiesto ai giudici di Amburgo di respingere "tutte le misure provvisorie" avanzate da Roma. Chadha ha ringraziato "gli amici italiani per la cooperazione nel corso della procedura": una cortesia d'obbligo, che non cancellai toni duri degli interventi di lunedì e delle memorie depositate dalle parti.

Chiuso il match tra Italia e India, la proclamazione del vincitore arriverà il 24 agosto, quando il tribunale si pronuncerà sulle richieste italiane in merito alla giurisdizione sull'accusa di duplice omicidio che pende sul capo dei fucilieri e sulle misure cautelari che li riguardano: il rientro in patria di Girone e la permanenza in Italia di Latorre per continuare le cure mediche dopo l'ictus che lo colpì a New Delhi. L'Italia chiede anche che le autorità indiane rinuncino a qualsiasi misura amministrativa o penale nei confronti dei due militari.

"Questi due giorni sono stati caratterizzati da un buon lavoro della delegazione del Governo italiano. Ma ora, e come accade ormai da più di tre anni non ci resta che restare uniti e con le dita incrociate affinché si possa avere una giusta sentenza e rivedere finalmente in Italia Salvatore". Sono le parole scritte ieri da Latorre, commentando le udienze. Il militare ha poi ringraziato "per il vostro continuo e incessante supporto e affetto. Grazie a voi che ci volete bene con il cuore. Il sempre vostro Max".

Nel corso del proprio intervento, l'ambasciatore italiano Francesco Azzarello ha definito "del tutto inaccettabile" l'accusa sollevata dall'India contro l'Italia, vale a dire di "essere un Paese che non mantiene la parola". Gli impegni presi con New Delhi "sono sempre stati onorati", ha sottolineato l'ambasciatore, precisando che non "possono essere messi in discussione i sentimenti dell'Italia nei confronti delle famiglie dei pescatori uccisi", Valentine Jalestine e Ajeesh Pink. L'Italia "ha dimostrato più volte" di essere "rattristata".

È quindi l'India a "sfruttare questa situazione con l'unico scopo di creare un pregiudizio contro l'Italia", davanti all'Itlos. L'ambasciatore ha ricordato che Roma ha versato alle famiglie delle vittime "un risarcimento ex grazia" e che è "spiacevole" che questo sia stato usato da parte indiana "come un'ammissione di responsabilità".

Per Sir Daniel Bethlehem, capo del team legale italiano, "l'India gioca a un gioco pericoloso, ha costruito un castello di carta" solo allo scopo di "continuare a esercitare la propria giurisdizione" su Girone e Latorre. L'avvocato ha ribadito che le dichiarazioni di parte indiana dimostrano che New Delhi considera Latorre e Girone come già condannati, mentre "non sono stati nemmeno incriminati" per la morte dei due pescatori uccisi al largo del Kerala il 15 febbraio 2012.

"I marò - ha aggiunto - contestano l'accusa di aver sparato ai pescatori. Non è nemmeno accertato che gli spari letali siano partiti dalla Enrica Lexie", la nave commerciale su cui prestavano servizio in missione anti-pirateria. "Quello che è certo - ha sottolineato - è che i Marine hanno sparato colpi di avvertimento in acqua in quello che temevano fosse un attacco pirata", ha aggiunto l'avvocato.

Il legale di parte indiana, il francese Alain Pellet, nelle repliche ha motivando il no alle misure urgenti richieste dall'Italia affermando che se Girone venisse autorizzato a rientrare in Italia, molto probabilmente non tornerebbe in India per farsi processare, nemmeno se l'arbitrato internazionale dovesse decidere che la giurisdizione sul caso dei marò è indiana. È la prima volta che la vicenda approda davanti a una corte internazionale: il Governo italiano si è rivolto all'Itlos il 21 luglio, dopo aver chiesto a fine giugno l'apertura della procedura di arbitrato, per la quale i tempi sono più lunghi: la Corte arbitrale si dovrà costituire entro il 26 agosto.

 
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