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Bisogna salvare Cobertera, un innocente in carcere

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di Agnese Moro

 

La Stampa, 14 settembre 2015

 

Nei giorni scorsi Carmelo Musumeci, ergastolano non più ostativo, ma sempre impegnato a rendere più umane le nostre prigioni, ha reso nota nel modo seguente la situazione di Roverto Cobertera, suo compagno nel carcere di Padova.

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L'uomo nero deve morire?

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di Biagio Campailla

 

Ristretti Orizzonti, 14 settembre 2015

 

Il nero che deve morire si chiama Roverto Cobertera, un detenuto di 50 anni, di colore, originario di Santo Domingo. Roverto è stato condannato alla pena dell'ergastolo dalla Corte di assise di Varese per concorso in omicidio. Roverto è stato anche condannato alla pena di 8 anni di reclusione per spaccio di stupefacenti.

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Un suicidio annunciato fra le sbarre e nessuno fa nulla

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di Carmelo Musumeci

 

Ristretti Orizzonti, 14 settembre 2015

 

"Stava morendo quasi senza accorgersene, si voltò a guardare l'ultima volta il suo corpo sdraiato sulla branda, poi uscì dalla sua cella. Il cancello era chiuso ma senza il suo corpo lui lo attraversò con facilità". (dal libro "Fuga dall'Assassino dei Sogni").

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Un Uomo e la sua battaglia: Roverto Cobertera

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di Mauro Pastorello

 

Ristretti Orizzonti, 14 settembre 2015

 

Cosa significa, per me, essere un uomo? Significa avere coraggio, avere dignità. Significa saper credere nell'umanità. Significa saper lottare contro. E saper vincere con lealtà. Purtroppo, in lui, è tutto sbagliato! La doppia cittadinanza e, soprattutto, il suo colore della pelle, indiscutibilmente nera! Ormai da tempo mi sono avvicinato e l'ho conosciuto. Ed alla luce della documentazione autentica nelle mie mani, ho sposato la sua battaglia, contro l'indifferenza, la lungaggine, la codardia del mondo e della macchina giudiziaria.

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Famiglie lontane, affetti annientati: succede a chi è in carcere a centinaia di chilometri da casa

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Il Mattino di Padova, 14 settembre 2015

 

Stranieri e detenuti in Alta Sicurezza sono accomunati da una grande sofferenza: quella di trovarsi spesso in carceri lontane da casa. E incontrano i loro famigliari, quando gli va bene, poche volte all'anno, perché i viaggi sono costosi e le famiglie non hanno la possibilità di pagarseli. Bisognerebbe seguire l'esempio della Gran Bretagna, che quando non riesce ad assicurare la vicinanza a casa delle persone detenute, paga alle famiglie che hanno difficoltà economiche e sono lontane dai loro cari le spese per andare a colloquio. Perché, è sempre meglio ricordarlo, le famiglie non hanno colpe. Già sarebbe un piccolo passo avanti permettere i colloqui via Skype, A Padova si stanno sperimentando con successo, ma ci sono altre duecento carceri dove questo non succede, perché almeno non diventa obbligatorio per i direttori garantire i colloqui via Skype a chi ha la famiglia lontana?

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