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Da Bruxelles ok a missione anti-scafisti sulle quote intesa rinviata a ottobre

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di Andrea Bonanni

 

La Repubblica, 15 settembre 2015

 

Veto dell'Est sulla redistribuzione dei migranti. Secondo nodo: gli "hotspot" per registrazione e rimpatri. Parigi minaccia controlli ai confini italiani. Un accordo "di principio" che somiglia molto a un rinvio. E un rinvio che ha il sapore di una sconfitta. Non passano, per ora, le quote obbligatorie per la redistribuzione dei 120mila rifugiati proposte dalla Commissione. Anche sul numero, per ora non si trova un'intesa.

I ministri dell'interno riuniti ieri a Bruxelles si limitano a prenderne atto: "i numeri proposti dalla Commissione costituiscono la base per un accordo sulla distribuzione di queste persone entro l'Unione europea", era scritto nell'ultima bozza su cui i rappresentanti dei governi si sono azzuffati fino a tarda sera. La spaccatura è talmente profonda che alla fine si è rinunciato a sottoscrivere una dichiarazione comune lasciando alla presidenza lussemburghese il compito di illustrare le conclusioni. Ogni decisione è rinviata alla prossima riunione del Consiglio affari Interni, che si terrà l'8 ottobre a Lussemburgo.

Si ripete insomma, almeno per ora, il brutto pasticcio di questa estate. Il 20 luglio, di fronte alla richiesta di Bruxelles di ripartire 40mila rifugiati in Italia e Grecia, i governi dissero no alle quote vincolanti e optarono per una redistribuzione volontaria. Ma già allora molti si tirarono indietro. Risultato: disponibilità ad accogliere solo 32mila persone. E gli 8mila posti mancanti, finora, non si sono ancora trovati. Figuriamoci ora, che i profughi da trasferire salgono a 160mila.

La giornata di ieri dedicata alla crisi migratoria è corsa su due binari paralleli, che si sono rivelati entrambi in salita. Da una parte la questione della redistribuzione, dall'altra quella dei cosiddetti hotspot, cioè i centri per la registrazione dei migranti e per la classificazione tra quanti hanno potenzialmente diritto all'asilo politico e quanti devono invece essere rimpatriati.

Sulla ridistribuzione, come si è detto, si è arrivati sostanzialmente ad un rinvio, pur accettando in linea di massima le cifre proposte dalla Commissione.

L'opposizione ad un sistema di quote vincolanti da parte di cechi, ungheresi, slovacchi e polacchi, sostenuti dai tre baltici, è risultata insormontabile. Fino a tarda sera la discussione è stata bloccata dal ministro della Slovacchia che esigeva nelle conclusioni un riferimento esplicito al principio della "volontarietà". Proprio questa ostinazione, alla fine, ha impedito che si approvassero le conclusioni. Il timore dei Paesi dell'Est è che a ottobre, in mancanza di un accordo, la presidenza lussemburghese decida di mettere la questione ai voti e di far passare le quote vincolanti a maggio- ranza. Per questo vogliono fin da ora garanzie che non saranno obbligati ad ospitare contingenti di rifugiati senza il loro esplicito consenso.

La seconda partita che si è giocata ieri riguarda la questione della registrazione e del rimpatrio degli irregolari che non hanno diritto all'asilo. L'operazione deve essere fatta nei Paesi di accesso all'Unione, cioè in pratica Italia, Grecia e Ungheria. I centri dovrebbero aprire al più tardi entro l'anno. Francia e Germania premono moltissimo su questo punto, e ne fanno una pre-condizione per far partire la redistribuzione dei contingenti. Ieri, prima dell'apertura dei lavori, si è tenuto un incontro ristretto cui hanno partecipato, oltre ad Alfano, i ministri tedesco, francese, greco e ungherese e il commissario Avramopoulos.

La Grecia e l'Italia hanno accettato, almeno in linea di principio, la creazione degli hotspot gestiti in collaborazione con gli esperti europei. Da noi dovrebbero essere sei: il primo a Lampedusa e gli altri vicino ai centri di prima accoglienza. Ma l'Ungheria continua a rifiutarsi di registrate i profughi e dunque respinge la richiesta dei partner europei.

Quanto all'Italia, spesso accusata di non registrare i migranti che sbarcano sulle nostre coste e minacciata ieri dai francesi di un nuovo blocco alle frontiere, il ministro Alfano ha messo alcune condizioni. La prima è che i centri di registrazione aprano solo dopo che sarà cominciata la redistribuzione dei rifugiati. Il secondo è che l'Europa si faccia carico del costo del rimpatrio di quanti non hanno diritto di asilo e devono dunque essere respinti. Anche se queste due richieste italiane, però, si sono ottenute solo rassicurazioni generiche e un impegno a rafforzare i poteri di Frontex in materia di rimpatri. La questione, dunque, resta di fatto in sospeso. Nello stesso giorno, la Francia ha minacciato controlli alle frontiere con l'Italia.

Le uniche decisioni concrete prese ieri sono la pubblicazione di una lista di Paesi "sicuri", i cui cittadini non hanno diritto all'asilo politico, e l'avvio della fase due dell'operazione navale Eunavfor, che prevede l'uso della forza contro gli scafisti. La lista dei Paesi sicuri comprende, tra gli altri, tutti gli stati dei Balcani che hanno uno statuto di candidato all'adesione all'Ue. Dalla lista, però, è esclusa la Turchia, visto che la minoranza curda continua ad essere vittima della repressione governativa.

 

Intelligence e abbordaggi per fermare i barconi, ma pesa il caos libico

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di Giampaolo Cadalanu

 

La Repubblica, 15 settembre 2015

 

L'Europa avvia la fase due del piano anti-carrette del mare: interventi con aeronautica e marina in acque internazionali. Per le incursioni a terra serve il via libera dell'Onu. Lo strumento militare contro gli scafisti: l'avvio della "fase 2" della missione Eunavfor Med è ormai ufficiale, le navi europee hanno il via libera per fermare e controllare in acque internazionali le barche dei migranti, con l'autorità di sequestrarle e distruggerle, ma sempre con la massima attenzione a salvare le vite umane.

Più che un'operazione militare tradizionale, è un'operazione di polizia messa in pratica con gli strumenti delle forze armate. Non è previsto, com'era ovvio, nessun genere di "attacco" alle carrette dei disperati, e tanto meno un bombardamento. In più, la fase due della missione arriva fino a un limite ben evidente: le acque territoriali di Paesi sovrani e il loro territorio, in cui però le forze europee potrebbero spingersi nella "fase tre".

Perché incrociatori e caccia arrivino, per esempio, fin dentro il Golfo di Sirte, perché le diverse aeronautiche dei Paesi europei possano colpire a terra i mezzi degli scafisti o perché militari europei possano metter piede sul territorio libico, servirà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, oppure un invito preciso delle autorità libiche, o magari tutt'e due.

Le navi di Eunavfor Med si apprestano dunque a fare abbordaggio alle imbarcazioni sospette, come permette la legge del mare e in particolare la convenzione di Montego Bay dell'82. Tecnicamente, è un'azione che presenta pochi problemi, già fatta più volte nelle acque della Somalia, durante le campagne anti-pirateria. Per la Marina italiana, in più, è una prassi già sperimentata con Mare Nostrum nel Mediterraneo, e con la missione Atalanta al largo del Corno d'Africa.

Ai controlli si dovrà affiancare una forte azione di intelligence, come già è successo in Somalia, grazie a un lavoro delicato che ha condotto all'accordo con i capi delle tribù costiere. Al quartier generale di Centocelle non lo possono dire, ma è palese che i primi passi per le operazioni di intelligence non possono che essere già ben avviati. E proprio il lavoro "dietro le quinte" risulterà prezioso quando e se l'Europa darà via libera alla fase 3, quella che prevede "gli scarponi sul terreno", ed è dunque la più delicata. Più che la copertura legale delle Nazioni Unite, a garantire un risultato accettabile per l'intervento in acque libiche e soprattutto per le operazioni di terra è indispensabile un accordo con i locali, anche se per adesso la confusa situazione libica potrebbe imporre un rinvio.

Per poter distinguere quali barche siano effettivamente usate dai nuovi schiavisti e quali invece siano strumenti di lavoro per i pescatori, il sostegno delle comunità locali è indispensabile. A esso si affiancano le perlustrazioni affidate a nuclei ristretti di truppe speciali e ai mezzi dell'Aeronautica, in particolare i droni che garantiscono invisibilità e lunga autonomia in volo. I dettagli di ogni missione saranno modulati sulle regole di ingaggio, che per il momento sono ancora tutte da decidere, sulla base delle priorità politiche e del quadro di riferimento legale. Ma a meno di un accordo più o meno ufficiale con le autorità locali, eventuali pattuglie di incursori correrebbero rischi fortissimi, sottolineano gli analisti di affari militari. In altre parole: per evitare che domani un drappello di specialisti del Comsubin sia bloccato in terra libica e diventi un ostaggio prezioso per gli integralisti dell'Is, è indispensabile che gli incursori lavorino fianco a fianco con i libici. I rischi resterebbero comunque molto elevati. Ma gli esperti non hanno dubbi: un'azione che non preveda la presenza concreta sul territorio avrà poche possibilità di successo, soprattutto in termini di dissuasione dei trafficanti. Per capirlo, basta pensare che gli scafisti si fanno pagare prima dell'imbarco: un intervento che blocchi la barca "dopo" il pagamento del percorso finisce per essere persino gradito ai trafficanti, in genere molto disponibili a disfarsi della "carretta di mare" utilizzata, dopo il viaggio. E per distruggere le barche con efficacia, riducendo al minimo il pericolo di fare vittime civili, bisogna andare molto, molto vicini.

 

Ungheria: i detenuti che alzano un muro davanti ai nostri occhi

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di Tommaso Perrone

 

lifegate.it, 15 settembre 2015

 

L'Ungheria sta costruendo un muro al confine con la Serbia per arginare il flusso di profughi che vogliono entrare in Europa. Un muro che ha come unico obiettivo chiudere gli occhi delle nostre coscienze. Uno dei paesi principali, quello che fa più discutere per le scelte politiche e perché sulla rotta dei profughi per raggiungere l'Europa settentrionale è l'Ungheria. Tra le azioni decise dal governo di Viktor Orbán c'è la costruzione di un muro lungo il confine con la Serbia per arginare il flusso di persone che entrano illegalmente nel paese portando al collasso, secondo fonti interne, i costi legati al welfare, alle spese per l'accoglienza. Il muro, una volta completato, sarà lungo 175 chilometri e alto quattro metri tra filo spinato, reti metalliche e mattoni. L'Ungheria ha fatto sapere che alla costruzione lavorano 900 persone, tra esercito e detenuti.

Queste foto mostrano bene quanto espresso a parole in centinaia di articoli. Ce n'è una, in particolare, che sembra d'altri tempi, potrebbe essere scambiata per un fotogramma tratto da uno dei film più apprezzati del nostro tempo, Le ali della libertà di Frank Darabont. Eppure è stata scattata l'11 settembre 2015 e un giorno forse verrà ricordata come una delle foto che non si capisce come possano essere state realizzate in un periodo storico dove l'Unione europea aveva cancellato i confini interni e dove internet stava sbriciolando quelli internazionali. Dove era "impossibile essere un'isola di prosperità in un mare di sofferenza".

Invece bisogna far sapere a tutti che è una fotografia di oggi, bisogna far sapere a tutti cosa sta succedendo in Ungheria e all'interno dei confini dell'Unione europea in queste ore. Non bisogna cedere al "già visto" o al "tanto non cambia nulla". Natalie Nougayrède, editorialista del Guardian ed ex direttore del quotidiano francese Le Monde, ha scritto che "per evitare che l'Europa si frammenti sulla questione dei profughi, le battaglie d'opinione saranno importanti quanto le trattative tra governi".

Per questo al posto di muri abbiamo bisogno di ponti fisici, uguali e opposti a quel muro in costruzione in Ungheria, e morali in grado di abbattere le barriere del populismo per evitare di perdere le conquiste raggiunte con fatica dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

 

La finta amnistia di Cuba, "sfida morale" per Papa Francesco

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di Maurizio Stefanini

 

Il Foglio, 15 settembre 2015

 

Il Pontefice è atteso in visita sull'isola e il regime si preparava ad accoglierlo con la liberazione degli oppositori politici. I numeri dicono però che le cose non andranno proprio così. Cinque giorni prima dell'arrivo di Papa Francesco a Cuba, una cinquantina di dissidenti sono stati arrestati durante una marcia di protesta. Niente di nuovo sotto il sole, in realtà.

Da 22 domeniche a oggi, le Damas de Blanco marciano tutte le mattine per la libertà dei detenuti politici. E da 22 domeniche polizia e simpatizzanti del regime intervengono, picchiandole e arrestandole. La detenzione dura poche ore, e la settimana dopo il copione si ripete. Per questo ad agosto gli arresti per ragioni politiche hanno raggiunto la cifra record di 768 persone imprigionate.

A Cuba ora garrisce la bandiera e volano belle parole, niente di più Il disgelo cubano continua. E gli arresti degli oppositori al regime anche L'amnistia di Raul Castro prima dell'arrivo del Papa Questa domenica, però, c'era la novità dell'imminente visita pontificia e dell'amnistia che era stata annunciata in vista dell'arrivo del Papa e che prevede la liberazione di ben 3.522 detenuti. Il problema è che secondo quanto ha reso noto il governo, il provvedimento riguarderà "persone con oltre 60 anni di età, giovani minori di 20 anni senza altri precedenti penali, malati cronici, donne, coloro che arrivavano al termine stabilito per la libertà condizionale nell'anno 2016 e una parte di detenuti che scontano la pena e lavorano, così come stranieri, sempre che il paese di origine garantisca il loro rimpatrio".

Ma, salvo ragioni umanitarie, sono esclusi i condannati per omicidio, stupro, pederastia con violenza, corruzione di minori, furto e macellazione di bestiame di grande taglia, traffico di droga, rapina con violenza, intimidazione di persone in modalità aggravata e delitti contro la sicurezza dello stato. Insomma, per i fratelli Castro gli oppositori politici e coloro che si fanno arrosto una mucca aggirando il razionamento stanno sullo stesso piano di assassini, stupratori, rapinatori, pedofili e narcos. Secondo i calcoli, sarà liberata una sola persona tra quelle che compaiono nella lista dei 60 detenuti politici cubani (a parte gli arresti di domenica).

Berta Soler, la leader delle Damas de Blanco, sostiene che il regime negli scorsi mesi abbia fatto retate di piccoli delinquenti in genere tollerati apposta per poter poi gonfiare le liste dei liberati nel momento in cui Francesco sarebbe stato arrivato. Per questo, la marcia di domenica chiedeva di estendere l'amnistia anche ai detenuti politici. Tra i non liberati, tra l'altro, c'è Danilo Maldonado Machado "El Sexto", un popolare artista e graffitaro, arrestato a Natale con l'accusa di aver progettato una performance "irrispettosa" nei confronti dei fratelli Castro. L'evento avrebbe avuto raggiunto il culmine con l'esibizione di due maiali con su scritto "Fidel" e "Raúl". I parenti del "Sexto" dicono che i maiali c'erano, ma i nomi li ha scritti la polizia. Ad ogni modo, da allora non è stato ancora processato.

Gli arresti a Cuba arrivano dopo la condanna dell'oppositore venezuelano Leopoldo López a 13 anni, 9 mesi, 7 giorni e 12 ore. L'Economist ha pubblicato un articolo in cui sostiene che questi sviluppi a Cuba e in Venezuela pongono una "sfida morale" a Papa Francesco, accusato di essere duro nel denunciare il capitalismo ma ultimamente un po' troppo timido verso le violazioni dei diritti umani compiute da regimi che si proclamano di sinistra.

 

Il Cile ricorda le vittime di Pinochet, chiudere le carceri d'oro

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Askanews, 15 settembre 2015

 

Una grande marcia pacifica ha segnato l'anniversario del golpe di Augusto Pinochet a Santiago in Cile domenica. I cileni sono scesi in piazza per ricordare le vittime della dittatura e per chiedere la chiusura della prigione d'oro degli ex membri del regime.

Alla fine del corteo, partito dal palazzo presidenziale La Moneda bombardato nel giorno del golpe, si sono verificati alcuni scontri tra un gruppo a volto coperto, non appartenente agli attivisti per i diritti umani che hanno partecipato alla manifestazione, e la polizia che ha usato il gas lacrimogeno e ha arrestato quattro persone. "La ferita resta aperta perché la verità non è venuta ancora alla luce e non è stata fatta giustizia", ha dichiarato Tania Nunez, che ha marciato portando una foto con i volti di alcuni dei 3.200 esponenti di sinistra assassinati dalla dittatura. L'11 settembre del 1973 i militari guidati da Pinochet rovesciarono il governo democratico di Salvador Allende, imponendo la dittatura fino al 1990.

 
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