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Il volantino anti-immigrati non integra il reato di propaganda all'odio razziale

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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 15 settembre 2015

 

Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 14 settembre 2015 n. 36906.

Nel necessario bilanciamento tra la "libertà di espressione" ed il divieto di offendere la "pari dignità" degli uomini, la lotta politica gode di una particolare licenza espressiva. Secondo la Cassazione, infatti, non integra il reato di "propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale" il volantino elettorale che, su di un verso (oltre al nome del candidato), rechi la scritta "Basta usurai, basta stranieri", e sull'altro contenga una sequela di vignette in cui i rappresentanti delle diverse etnie sono intenti a commettere ciascuno il proprio reato "tipico". Per la III Sezione penale, sentenza 36906/2015, siamo infatti di fronte ad un "messaggio politico" volto a propagandare "un'avversione non verso i soggetti rappresentati in modo caricaturale ma verso le attività illecite dagli stessi poste in essere", sia pure secondo un pregiudizio non condivisibile.

La vicenda - Nel volantino stampato per le elezioni europee 2013 dal candidato Stefano Salmè (per la Destra sociale - Fiamma tricolore) sotto la scritta "Difendi l'Italia" comparivano dunque sei caricature: un asiatico intento a vendere prodotti "made in China"; Abramo Lincoln contornato da dollari svolazzanti; un uomo di colore intento a cedere droga; un arabo con una cintura di dinamite e infine una rom che allunga le mani verso una bambino in braccio ad una italiana. Per i giudici si tratta di una "generalizzazione" alquanto "grossolana" che "appare una forzatura anche agli occhi del destinatario più sprovveduto" ma che va inquadrata "contestualizzandola" in quel particolare clima in cui si svolgono le competizioni elettorali. Laddove "il linguaggio della polemica politica può assumere toni più pungenti ed incisivi rispetto a quelli comunemente adoperati nei rapporti interpersonali tra privati". Infatti, confrontandosi "concezioni contrapposte", anche la valutazione di comportamenti o giudizi "fortemente critici", verso gli avversari politici, o "l'uso di argomenti forti", per veicolare il programma, "deve essere compiuta tenendo presente il preminente interesse generale al libero svolgimento della vita democratica".

La questione - Il tema, nuovo almeno in questi termini per il nostro "giudice legittimità", è quello dei cd "hate speeches", i discorsi sull'odio pronunciati dagli esponenti politici verso gruppi minoritari, più volte affrontato dalla Corte Edu che ha "quasi sempre" fatto prevalere il diritto alla libera manifestazione del pensiero (salvo che per il negazionismo dello Shoah). Su questa linea si muove anche la Cassazione affermando che la libera espressione può essere compressa "unicamente in presenza di condotte che disvelino una concreta pericolosità" e non dunque sulla base di "una valutazione astratta". Si deve peraltro escludere, prosegue la sentenza citando un proprio precedente, che possa automaticamente ricondursi alla nozione di "odio" ogni e qualsiasi sentimento o manifestazione di generica antipatia, insofferenza o rifiuto, pur se riconducibile a motivazioni attinenti alla razza, alla nazionalità, all'etnia o alla religione.

La decisione - Così, tornando al caso specifico, secondo i giudici, il messaggio veicolato dal volantino è quello per cui va posto un freno alle attività finanziarie riconducibili agli Stati Uniti e alla presenza di stranieri in Italia perché portatori di un aumento della criminalità. Non vi sarebbe perciò un'ostilità pregiudiziale verso determinate etnie ma soltanto un'avversione verso le attività illecite da esse praticate. Mentre affinché la discriminazione sia sanzionabile penalmente occorre che essa sia basata sulle "qualità del soggetto" (zingaro, negro, ebreo, ecc) e non sui "comportamenti". Del resto, conclude la Corte, in assenza di qualsivoglia indicazione violenta perché quel "Basta stranieri" si realizzi, il reato di propaganda all'odio razziale non sussiste.

 

Alla Corte Ue il nodo penale-amministrativo negli omessi versamenti Iva

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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 15 settembre 2015

 

Il doppio binario amministrativo-penale per colpire le infrazioni tributarie torna all'attenzione della Corte Ue. Che questa volta, verosimilmente, non potrà evitare di pronunciarsi nel merito e che, stando ai precedenti potrebbe aprire scenari inediti in una materia tanto delicata.

Ieri dalla Corte di giustizia europea è arrivata la comunicazione sull'introduzione di una nuova causa che riguarda l'Italia. Oggetto, la coerenza con la disciplina comunitaria di una legislazione come quella nazionale che ammette la coesistenza di sanzioni penali e amministrative per l'evasione dell'Iva. A sollevare la questione è stato il tribunale di Santa Maria Capua Vetere, di fronte al caso di un contribuente che, pur avendo dichiarato di dover corrispondere allo Stato poco più di un milione di euro, per il 2011, non effettuava il pagamento nei termini di legge.

L'Agenzia delle Entrate ha provveduto alla segnalazione alla Procura per il reato di omesso versamento Iva. Il contribuente ha fatto ricorso contro il provvedimento di sequestro preventivo, mentre l'illecito è stato oggetto di accertamento da parte dell'Agenzia delle Entrate in epoca precedente. L'Agenzia, oltre a liquidare il debito tributario ha inflitto una sanzione pari al 30% dell'importo dovuto. Questo accertamento tributario è stato poi oggetto di transazione con il contribuente, nella quale l'Agenzia ha rinunciato alla pretesa della sanzione, concordando sul pagamento della sola imposta dovuta. Con la transazione, l'accertamento è diventato definitivo, non essendo stato oggetto di impugnazione.

Ora il tribunale di Santa Maria Capua Vetere chiede alla Corte di giustizia Ue se è conforme al diritto Ue l'articolo 10 ter del decreto legislativo n. 74/00 che punisce chi, per lo stesso fatto (omesso versamento Iva) ha già subito una sanzione amministrativa.

I giudici europei sono in realtà già stati chiamati in causa sul fronte penale tributario, nella prospettiva del mancato rispetto del ne bis in idem, solo pochi mesi fa, dal Gip di Torino. Tuttavia si fermarono prima di entrare nel dettaglio della questione, sottolineando come, ma si fermarono prima di scendere nel dettaglio delle questione, sostenendo la propria incompetenza. Allora, era maggio, non si dibatteva di un omesso versamento Iva (classico tributo comunitario), ma di un mancato versamento Irpef.

Ora la Corte Ue non potrà eludere il tema e dovrà entrare nel merito e, a fare da guida, potrà essere un importante precedente: la sentenza Akerberg Fransson, C-617/10. In quella pronuncia la Corte ammise che "il principio del ne bis in idem sancito all'articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea non osta a che uno Stato membro imponga, per le medesime violazioni di obblighi dichiarativi in materia di imposta sul valore aggiunto, una sanzione tributaria e successivamente una sanzione penale, qualora la prima sanzione non sia di natura penale, circostanza che dev'essere verificata dal giudice nazionale".

Ed è proprio sulla natura della sanzione tributaria che le opinioni divergono, con la Cassazione che ha sinora difeso il connubio penale- amministrativo, mentre il dubbio comincia a farsi sempre più strada nei giudici di merito. Come visto si stanno riproponendo le questioni pregiudiziali alla Corte Ue. Ma non solo: una parola probabilmente decisiva in materia dovrà dirla la Corte costituzionale alla quale, proprio sul fronte degli omessi versamenti Iva, si è rivolto il tribunale di Bologna. A fare da volano c'è stata evidentemente la recente giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che, soprattutto con la sentenza Grande Stevens del marzo 2014, ha sancito l'incompatibilità tra misure penale e sanzioni Consob sul market abuse.

 

Lettere: la dignità della persona carcerata e le tre "vie" di Papa Francesco

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di Nunzio Marotti (Garante dei diritti dei detenuti di Porto Azzurro)

 

toscanaoggi.it, 15 settembre 2015

 

Papa Francesco, rivolgendo l'attenzione alle persone detenute, ha sottolineato tre aspetti: l'opportunità di una grande amnistia, l'esperienza della misericordia di Dio nel carcere (indulgenza nelle cappelle e passando per la porta della propria cella), l'esperienza di libertà tra le sbarre.

Il primo tema, richiamandosi alla tradizione, riguarda il mondo dei decisori politici. Ad essi è chiesto di coniugare le esigenze della giustizia con quelle della misericordia. Non si tratta di negare la colpevolezza del condannato, ma di riconoscere i passi positivi compiuti nel percorso rieducativo. E di farlo attraverso un adeguato atto di clemenza. Qui si parla di amnistia, un provvedimento che estingue il reato e fa cessare l'esecuzione della condanna e le pene accessorie relative ai reati per i quali è stata concessa. È distinta dalla grazia e dall'indulto che fanno cessare la pena ma non estinguono il reato. Qualsiasi misura apparirebbe al beneficiario come vicinanza di una comunità di uomini che crede nel valore dell'uomo e nella sua recuperabilità alla comunità stessa.

Il secondo tema è l'esperienza di misericordia tipica del credente che, seguendo le indicazioni per l'indulgenza, vive (riscopre, approfondisce, rafforza) la sua fede nel periodo di reclusione. La presenza del cappellano, orientata in questa direzione, dovrà essere se possibile più continua per raggiungere tutti coloro che desiderano (riconciliazione ed eucarestia). Ma il detenuto stesso farà esperienza di vicinanza di Dio nella preghiera e in quel passaggio orante attraverso la porta ("santa") della propria cella.

Il terzo tema è l'esperienza di libertà tra le sbarre. Vuol dire non lasciarsi vincere dal male (fatto o subìto), ma credere nella forza del bene. Non in astratto ma nella concretezza della vita di reclusione. Libertà per il bene. Anche tra le sbarre. È la parte che nessuno può togliere, come scriveva san Paolo nella prigionia. È quel bene che è possibile. È quel bene che esiste e si vede. Nei tanti gesti di dono e di accoglienza. Nella pratica delle opere di misericordia, soprattutto quelle spirituali. Persone recluse che consigliano i dubbiosi.

Quelli che insegnano a chi non sa, soprattutto con l'aiuto linguistico agli stranieri, alle prese con regolamenti e carte giudiziarie. Chi aiuta a prendere coscienza dei propri errori, evitando la trappola della disperazione ma indicando traguardi alti e possibili. Uomini che consolano chi è nell'afflizione e altri che riescono a perdonare le offese ricevute per non alimentare la catena di male e di violenza. I molti che si sforzano di sopportare chi per carattere o educazione molesta un suo simile. Quanti, infine, pregano per i vivi e per i morti. Tutto queste opere valgono per qualsiasi fedele, quasi tutte anche per i non credenti. "Ogni volta - ci ricorda Francesco - che un fedele vivrà una o più di queste opere in prima persona otterrà certamente l'indulgenza giubilare. Di qui l'impegno a vivere della misericordia per ottenere la grazia del perdono completo ed esaustivo per la forza dell'amore del Padre che nessuno esclude".

La misericordia di Dio, dimenticando completamente il peccato commesso, è inclusiva. Al centro di tutto c'è la dignità umana: "La gloria di Dio è l'uomo vivente" (sant'Ireneo). Una dignità da riconoscere e rispettare. Il condannato, oltre alla privazione della libertà, non deve subire pene aggiuntive. Ancora molto c'è da fare nelle carceri perché i diritti della persona vengano rispettati. Conclusa, per ora, l'emergenza sovraffollamento, permangono i problemi di edilizia: gli ambienti sono talvolta inadeguati e non rispettosi della privacy, carenti dal punto di vista igienico. Ci sono poi i problemi di scarsità di personale: sono sottorganico i poliziotti e gli educatori. Mancano le piene condizioni per rispettare il dettato costituzionale (art. 27) della finalità rieducativa della pena: pochissimo lavoro interno e scarse possibilità all'esterno; carenza di attività formative, scolastiche, culturali, artistiche, sportive. E ancora, le questioni legate all'affettività.

Su questi punti occorre lavorare. Qualche fiducia è riposta negli "stati generali delle carceri", che il ministro Orlando ha avviato nelle scorse settimane, che potrebbero avviare una riforma complessiva del carcere. Infine, una parola sull'ergastolo. È tempo di mantenere "la grande promessa" (dei padri costituenti): quella dell'abolizione dell'ergastolo, in particolare di quello ostativo. Proprio papa Francesco lo aveva definito "una pena di morte nascosta". Il Giubileo potrebbe essere un'occasione.

 

Lettere: ergastolo, non aprite quella porta

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di Marco Travaglio

 

Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2015

 

Eccoli che ci riprovano. I partiti tornano all'assalto dell'ergastolo con una "riforma" che rischia di svuotarlo. L'allarme lo lancia, insieme con i 5Stelle, Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili: "È probabile stia per essere dato a Cosa Nostra ciò che con la strage di via dei Georgofili ha fortemente chiesto con un attacco diretto allo Stato. I mafiosi delle stragi che non hanno collaborato, oggi all'ergastolo ostativo a regime di 41 bis, stanno forse per essere messi nelle condizioni di usufruire di tutti quei benefici che gli consentiranno di aggirare il carcere a vita.

Abbiamo l'impressione che la politica si stia lavando le mani, come fece Pilato, per le condanne a vita di mafiosi pericolosissimi come Riina, Provenzano, Bagarella e fratelli Graviano, rimettendo tutto nelle mani della magistratura che sarà ancora una volta crocifissa con leggi vergogna. Comunque, se passerà indenne una tal ignominia ci troverete in via dei Georgofili a difendere la memoria dei nostri morti sacrificati in nome e per conto di rappresentanti del Parlamento che non si assumono mai le proprie responsabilità".

La sensibilità di una madre che 22 anni fa ebbe la figlia sfigurata e il futuro genero bruciato vivo dalle bombe politico-mafiose è comprensibile. E merita un approfondimento. In ballo c'è il ddl delega di ben 34 articoli che approda oggi alla Camera per la riforma del processo penale con un gran guazzabuglio di norme chieste del ministro Andrea Orlando e dai partiti retrostanti: Pd, Ncd e - ben, anzi mal nascosta - Fi.

Tutti ansiosi di tagliare le unghie ai magistrati e ai giornalisti per l'eterna impunità. Già la forma della riforma è indecente: una vaghissima delega in bianco al governo, che potrà fare i suoi comodi con i decreti attuativi, evitando dibattiti ed emendamenti. La sostanza è ancora peggio: la legge-bavaglio per punire i giornalisti che pubblicano intercettazioni di "persone occasionalmente coinvolte" nelle indagini e imporre ai magistrati di stralciarle dagli atti perché non le legga nessuno; la galera fino a 4 anni per chi registra e divulga conversazioni all'insaputa dell'interlocutore; tre mesi ai pm per chiudere le indagini; limiti alle impugnazioni dei Pg sulle assoluzioni in primo grado; azioni disciplinari per i magistrati che incappano in errori giudiziari, veri o presunti; e aumenti di pena per furti, scippi e rapine, peraltro già punibili fino a 20 anni, tanto almeno questi reati i politici non li commettono.

Infine la riforma dell'ergastolo, con la modifica dell'art. 4 bis dell'Ordinamento penitenziario: quello che esclude i detenuti per mafia non pentiti dai benefici e dalle pene alternative al carcere. Il ddl parla di rivedere "modalità e presupposti d'accesso alle misure alternative, sia con riferimento ai presupposti soggettivi sia con riferimento ai limiti di pena, al fine di facilitare il ricorso alle stesse, salvo i casi di eccezionale gravità e pericolosità e in particolare per le condanne per i delitti di mafia e terrorismo"; e di eliminare "automatismi e preclusioni che impediscono o rendono molto difficile l'individualizzazione del trattamento rieducativo" e cambiare "la disciplina di preclusione dei benefici penitenziari per i condannati alla pena dell'ergastolo, salvo i casi di eccezionale gravità e pericolosità e in particolare per le condanne per i delitti di mafia e terrorismo anche internazionale".

Se oggi gli autori di reati gravissimi non possono accedere a benefici e alternative, in futuro spetterà al giudice valutare caso per caso: se dirà no, lo farà a suo rischio e pericolo, esponendosi a vendette e rappresaglie, perché avrebbe potuto anche dire sì, mentre finora era la legge a imporgli il no. E il giudice colluso potrà dire sì e favorire gli amici degli amici.

Le esclusioni ("salvo i casi" ecc.) sono così vaghe che non si capisce se mafiosi e terroristi saranno sempre esclusi, o invece toccherà al giudice misurare l'eccezionale gravità dei reati per decidere se metterli fuori in anticipo. La logica dice che l'interpretazione corretta è la seconda, altrimenti non si vede il motivo della riforma: già oggi l'ergastolo esiste davvero solo per stragisti mafiosi e terroristi non pentiti, mentre gli altri stragisti e assassini sono ammessi ai benefici di legge ed escono dopo 30 anni (in realtà 20 o poco più con la "liberazione anticipata", che ogni anno abbuona 5 mesi su 12).

Non a caso Riina inserì l'abolizione dell'ergastolo in cima al "papello" consegnato nell'estate '92 agli uomini della Trattativa, insieme con la fine del 41 bis, la chiusura delle supercarceri e la riforma dei pentiti (tutte richieste puntualmente accolte). La micidiale tenaglia ergastolo-carcere duro, ideata da Falcone, cominciava a produrre gli effetti sperati: molti mafiosi, pur di non finire i propri giorni in galera, scelsero di collaborare, facendo catturare centinaia di latitanti e scoprire i colpevoli di migliaia di delitti. Terrorizzati dalle loro rivelazioni sulla trattativa, nel 1999 i partiti abolirono l'ergastolo, dimostrando che la trattativa era più che mai in corso. Solo le proteste di pm e parenti delle vittime, Maggiani Chelli in prima fila, costrinsero il Parlamento a tornare sui suoi passi un anno dopo.

Ora vedremo se i nuovi allarmi sono fondati o no: dipenderà da come verrà scritta la legge delega e poi il decreto delegato del governo. Ma il fatto stesso che si riapra quella porta, col rischio che vi si infilino le solite manine e manone, giustifica l'interrogativo: che bisogno c'è di riformare l'ergastolo, di fatto riservato ai terroristi e ai mafiosi, se non si vogliono favorire i terroristi mafiosi?

 

Lettere: perché non possono essere i magistrati a riformare la giustizia

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di Giuseppe Di Federico (professore emerito di Ordinamento giudiziario)

 

Il Foglio, 15 settembre 2015

 

Una delle cose che ho maggiormente apprezzato del governo Renzi è il pieno rinnovo del personale di governo, di ministri cioè che non sono condizionati da precedenti esperienze governative e da tentativi di riforma falliti. Una causa a mio avviso non secondaria delle iniziative di riforma che comunque le si voglia giudicare certamente rappresentano una novità di rilievo rispetto ad un passato di governi tanto cauti da risultare impotenti.

Purtroppo questo orientamento al nuovo non ha contagiato un settore di governo, quello della giustizia, che non è certo secondario per il benessere dei cittadini e per lo sviluppo economico del nostro Paese. Questo appare chiaramente allorquando si consideri la storia delle persone che il ministro della Giustizia Orlando ha nominato nelle due commissioni cui ha affidato il compito di elaborare le riforme di cui necessita la nostra claudicante giustizia. Sono quasi tutti magistrati e buona parte di loro sono stati, in vario modo, protagonisti della elaborazione e/o della gestione delle passate riforme della giustizia. Di riforme cioè che alla prova dei fatti sono spesso risultate dannose o, al meglio, inefficaci.

Se si considerano, infatti, i componenti delle due commissioni, ivi inclusi i tre magistrati componenti di diritto (ex officio), di entrambe le commissioni si può vedere che della prima commissione fanno parte 6 ex componenti del Csm (di cui 4 magistrati e 2 laici) 8 magistrati ordinari (inclusi i tre componenti di diritto), un avvocato-professore, 2 professori di diritto. Vi sono 12 magistrati o ex magistrati su 17 componenti.

Non dissimile la composizione della seconda commissione: 8 ex componenti del Csm (di cui 6 magistrati e 2 laici), 5 magistrati (inclusi i tre magistrati componenti di diritto), un professore universitario, un solo avvocato. In tutto 11 magistrati o ex magistrati su 15 componenti.

La presenza dei magistrati è ulteriormente rafforzata dal magistrato capo di gabinetto, cui è affidato il compito di coordinare il lavoro delle due commissioni e dai 7 magistrati che compongono la segreterie tecnico scientifiche.

Diverse sono le riflessioni utili a valutare la propensione riformatrice di queste commissioni. Ne ricordo solo alcune, le più generali e facili da esporre:

La prima. Così come sempre avvenuto in passato anche questa volta le commissioni di riforma che riguardano importanti questioni ordinamentali (cioè quelle di maggiore interesse/rilievo corporativo per i magistrati) sono composte in assoluta, predominante maggioranza da magistrati, un fenomeno che si ripete da tempo ed è solo italiano. Così come in passato anche questa volta le riforme ordinamentali sono considerate dal Ministro un affare di famiglia dei magistrati. La presenza degli avvocati nelle commissioni è solo simbolica e tale da far pensare che i due avvocati siano stati inclusi per mera cortesia istituzionale.

Come già avvenuto più volte in passato, dalle commissioni sono rigorosamente esclusi coloro che hanno espresso documentate critiche al nostro assetto giudiziario e che sono sgradite alla corporazione dei magistrati perché toccano i loro interessi. Non solo professori ma anche magistrati: ad esempio, non è stato preso in considerazione un magistrato componente dell'ultimo Csm, Aniello Nappi che, in maniera documentata, ha espresso in un suo libro aspre critiche sulla gestione corporativa e clientelare del Csm.

La seconda. Circa la metà dei componenti di entrambe le commissioni sono stati componenti di Csm del passato a partire dal 1986. Sono cioè coloro che in passato hanno contribuito personalmente a creare e solidificare proprio quelle disfunzioni che ora sono chiamati a correggere. E qui l'elenco sarebbe lungo. Solo qualche esempio con riferimento ad alcuni dei molti compiti di riforma assegnati alle commissioni. Dovrebbero riformare il Csm e certamente con esso il fenomeno del correntismo che ne condiziona le decisioni, dovrebbero riformare il sistema delle incompatibilità nonché quello delle valutazioni di professionalità. Affidare proprio a loro questi compiti può sembrare poco comprensibile per almeno tre ragioni:

- Perché anche loro che nei rispettivi Csm sono stati protagonisti della creazione e gestione del sistema correntizio che ormai tutti considerano gravemente disfunzionale.

- Perché anche loro nei rispettivi Consigli hanno contribuito a creare quel sistema di prassi, solo italiana, che garantisce a tutti i magistrati, a prescindere dal reale accertamento del merito professionale, di raggiungere il livello massimo della carriera, dello stipendio, della pensione e della liquidazione (nonostante l'articolo 105 della Costituzione che assegni al Csm il compito di effettuare le "promozioni"). E per comprendere la dimensione del fenomeno basta ricordare che ciascuno dei consiglieri dei passati Csm ha partecipato a circa 4.000 inconsistenti valutazioni di professionalità. Dall' analisi dei verbali dei diversi Csm risulta inoltre che nessuno di loro in sede consiliare si è col proprio voto sistematicamente dissociato da quella prassi

- Perché anche loro quand'erano consiglieri hanno consentito che moltissimi magistrati svolgessero per molti anni, a volte per decenni, compiti diversi da quelli propri del magistrato (di natura politico-partitica, e amministrativa), non solo ma li han-

no anche sempre promossi per merito (quale?) al pari dei magistrati che svolgono funzioni giudiziarie.

- Perché anche loro, con le loro iniziative e il loro voto hanno contribuito a mortificare drasticamente il potere di gestione e supervisione del lavoro dei capi degli uffici giudiziari, cosa e che nel caso degli uffici di procura ha portato al fenomeno della così detta "personalizzazione delle funzioni del PM" a scapito delle esigenze funzionali del coordinamento e della uniformità di azione nel settore delle indagini e dell'iniziativa penale.

Mi sono domandato perché il Ministro della giustizia abbia nominato quelle commissioni di riforma ordinamentale adottando criteri non dissimili dai suoi predecessori della prima Repubblica (tranne Claudio Martelli: ha nominato persino me). Mi sono ricordato che in una conferenza stampa Matteo Renzi rivolgendosi al Ministro della giustizia Orlando lo ha definito un do-roteo. Che sia questa la ragione? Aggiungo due postille.

La prima. So benissimo che le norme sulle valutazioni di professionalità previste dalle leggi del 2006/2007 e che ancor più le circolari del Csm sono molto rigorose sotto il profilo formale, tra le più rigorose e invasive dell'Europa continentale. Il lavoro e l'investimento organizzativo (e quindi anche i costi) che hanno generato sono certamente molto elevati, ma i risultati non differiscono significativamente da quando erano meno rigorose e stringenti. Uno dei pericoli delle riforme fatte da commissioni come quelle appena nominate è proprio che facciano riforme all'apparenza risolutive e che poi a livello interpretativo e operativo risolvano poco o niente.

La seconda. Ho partecipato in varia forma (personalmente o con contributi scritti) a diverse commissioni di riforma degli ordinamenti giudiziari di altri paesi: i magistrati non erano mai in maggioranza. Tra queste ne ricordo, a mo' di esempio, solo una, cioè la "Commission de reflection sur la justice" istituita dal presidente francese Chirac nel 1997 (che doveva, tra l'altro occuparsi dell'assetto del pm).

Dei 20 componenti solo 6 erano magistrati ordinari (3 giudicanti e 3 requirenti), 4 gli avvocati, 2 magistrati del Consiglio di Stato, 2 professori di diritto e 2 di filosofia, un ispettore delle finanze, 2 giornalisti, un prefetto. Lo stesso vale, in varie forme e proporzioni, anche per le commissioni di riforma ordinamentale nei paesi scandinavi, in Germania ed Austria. Oltre ad assicurare il contributo di esperienze e conoscenze differenziate è anche un modo per evitare che prevalgano orientamenti di natura corporativa.

 
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