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Lettere: diffamazione e dintorni, ovvero i media incarcerati

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di Vincenzo Vita

 

Il Manifesto, 13 maggio 2015

 

Il testo sulla diffamazione è in terza lettura alla Camera dei deputati. Si è detto da più parti che l'attuale articolato ha bisogno di una revisione - dal meccanismo della rettifica, all'entità delle sanzioni pecuniarie, all'annoso tema delle querele temerarie, alla specificità solo parzialmente riconosciuta dei blog - ma è ormai almeno condivisa l'abolizione del carcere. In un quadro certamente più disteso rispetto all'omologo dibattito della passata legislatura.

Allora, in controluce, si stagliava il caso di Alessandro Sallusti, che si voleva salvare da un'ingiusta detenzione. Le liti che accompagnarono il dibattito segnalavano l'arretratezza di molte componenti del ceto politico nell'affrontare il problema. Tuttavia, il caso provocò un positivo clima di opinione e non mancarono manifestazioni pubbliche. A coronare la mobilitazione arrivò la grazia concessa dall'allora Presidente Napolitano.

Se il carcere è stato definitivamente abolito da ogni previsione normativa in fieri, paradossalmente sta passando sotto silenzio l'imminente misura cautelare a carico di Antonio Cipriani. Si tratta di un valente professionista, assente dai talk show e quindi estraneo alla cerimonia mediatica. Ma non certo meno meritevole di una battente iniziativa democratica. L'appello - che sicuramente sarà fatto proprio dagli organismi di categoria e non solo - interpella le coscienze e, ovviamente, andrà indirizzato al nuovo Presidente Mattarella. Nessuna pressione indebita, ma una valutazione sul carattere ineguale del diritto.

Attenzione. L'Italia è in caduta libera (65° posto secondo Freedom House) nelle classifiche sulla libertà di informazione anche perché tuttora esiste nell'ordinamento italiano la previsione del carcere. Antonio Cipriani, direttore di Globalist.it, ha lavorato a l'Unità per diversi anni ed è stato il responsabile del quotidiano E Polis, dove ha collezionato querele in quantità, fino alla condanna "alle sbarre" comminata dal tribunale di Oristano. Trentaquattro processi a carico del direttore, visto che la società editrice fallì tra debiti e accuse di bancarotta. Insomma, non deve finire così, se esiste una giustizia giusta.

Il caso di Antonio Cipriani è solo la punta dell'iceberg. La Federazione della stampa ha pochi giorni fa raccolto dall'oblio il caso de l'Unità (a sua volta né unico né isolato: pure il manifesto ha ferite al riguardo, come svariate altre testate). Dopo la messa in liquidazione della Nuova Iniziativa Editoriale nel giugno del 2014, sono 27 tra ex direttori (Concita De Gregorio ha subito pignoramenti) e giornalisti a dover pagare il conto delle decine di querele. Si tratta di richieste di risarcimenti per oltre 500mila euro. E mezza dozzina sono già provvedimenti esecutivi.

Il Partito democratico che - si è appreso dall'efficace puntata di Report della scorsa domenica - aveva un ruolo determinante in base ad un patto parasociale ha l'obbligo morale di intervenire. In vari modi, tra cui un emendamento immediato, volto a inserire i costi delle querele nelle procedure fallimentari. Lo stesso ministro Orlando è sembrato interessato ed aperto. Come è urgente costituire - a cura degli editori e della Presidenza del consiglio - uno specifico Fondo di solidarietà. Insomma, l'informazione è proprio a rischio (per non dire dell'assurda esiguità del Fondo ordinario per l'editoria) e i buchi aperti dalle vicende istituzionali diventano crepe se l'articolo 21 della Costituzione viene così abrogato.

 

Veneto: lavoro in carcere, domani a Palazzo Balbi presentazione di un'indagine regionale

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Italpress, 13 maggio 2015

 

Regione Veneto (Sezione Industria e Artigianato) e Ministero della Giustizia (Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria), in collaborazione con Unioncamere, Confindustria, Confcooperative e Salone d'Impresa, hanno attuato un progetto per incoraggiare il sistema produttivo veneto a una maggiore interazione con le strutture penitenziarie esistenti, in un'ottica di responsabilità sociale d'impresa. Un'indagine, svolta negli istituti di pena del Veneto sulle produzioni di beni e forniture di servizi in cui sono attivi detenute e detenuti, ha evidenziato i margini per un'ulteriore crescita quantitativa e qualitativa.

I risultati sono condensati in una pubblicazione che verrà presentata ufficialmente giovedì 14 maggio alle ore 11 a Palazzo Balbi, a Venezia. La presentazione segna l'avvio di una campagna per favorire nelle imprese del territorio una maggiore consapevolezza del vantaggio economico e sociale dell'impegno in questa direzione, d'intesa con la rete delle cooperative sociali che operano sul fronte dell'inclusione, del recupero e della formazione.

 

Emilia Romagna: presentazione Linee regionali per l'assistenza farmaceutica in carcere

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www.regione.emilia-romagna.it, 13 maggio 2015

 

Gli obiettivi: migliorare ulteriormente qualità e sicurezza delle cure rivolte alle persone detenute e uniformare le procedure delle Aziende Usl. La presentazione con un seminario lunedì 18 maggio a Bologna. Da un lato, migliorare ulteriormente la qualità e la sicurezza delle cure rivolte alle persone detenute. Dall'altro, fornire indicazioni per la gestione clinica dei farmaci negli istituti penitenziari di tutta l'Emilia-Romagna e uniformare le procedure seguite nelle carceri dalle Aziende Usl. Con questi obiettivi, la Regione Emilia-Romagna ha realizzato le "Linee di indirizzo per la gestione clinica dei farmaci negli Istituti penitenziari dell'Emilia-Romagna". Il documento, rivolto a tutte le Aziende Usl, viene presentato con un seminario lunedì 18 maggio a Bologna (dalle 9.30 alle 13.30, in viale Aldo Moro 21, sala 417).

Le linee di indirizzo sono state elaborate da un Gruppo di lavoro multidisciplinare, composto da professionisti delle Aziende sanitarie, della Regione e degli Istituti penitenziari, a partire dalle linee ministeriali sulla sicurezza nell'uso dei farmaci, recepite nella nostra regione con le "Linee di indirizzo per la gestione clinica dei farmaci" rivolte alle strutture del Servizio sanitario regionale. Nella stesura del documento, si è tenuto conto di alcuni aspetti peculiari dell'assistenza alle persone detenute in Emilia-Romagna: il fatto che sia già strutturato un percorso clinico di assistenza alle persone detenute; e che sia in fase di sperimentazione, a livello locale negli ambulatori di alcuni Istituti penitenziari, l'uso di sistemi informatizzati per la somministrazione di terapie farmacologiche.

Le linee di indirizzo, oltre a individuare gli obiettivi e a descrivere le attività che riguardano la gestione dei farmaci in carcere, affrontano i temi della continuità assistenziale (per esempio nel passaggio da un istituto di pena all'altro oppure nella dimissione dal carcere agli arresti domiciliari o in comunità oppure quando la persona torna in libertà), dell'approvvigionamento dei farmaci e della gestione delle scorte, della preparazione della terapia farmacologica.

Alla base del documento, la necessità di stabilire una relazione efficace tra l'equipe sanitaria e la persona detenuta, in modo che l'intervento assistenziale sia appropriato e rispettoso della volontà della persona e per rendere più sicuro l'intervento stesso. Il coinvolgimento diretto del paziente va ricercato sia nella fase della prescrizione dei farmaci, sia nel momento della somministrazione dei medicinali. Inoltre alla persona deve essere fornita la completa informazione sulla cura proposta (sugli effetti ricercati con la terapia, sui possibili effetti collaterali, sulle relazioni con il cibo assunto).

Il riferimento, nell'uso e nell'erogazione dei farmaci, è il Prontuario terapeutico di Area Vasta, che contiene un elenco di medicinali e una serie di schede di valutazione, pareri, raccomandazioni relativi ai farmaci da utilizzare nelle strutture sanitarie. I prontuari terapeutici in Emilia-Romagna sono così articolati: Area Vasta Emilia-Nord (Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena), Area vasta Emilia Centro (Bologna, Ferrara), Area vasta Romagna (Forlì-Cesena, Ravenna, Rimini). Le Aziende Usl, sulla base del documento regionale, dovranno ora elaborare procedure locali che tengano conto delle necessità specifiche e dei contesti organizzativi, individuando compiti e responsabilità delle figure professionali, tempi di attuazione delle linee di indirizzo e azioni di monitoraggio dei risultati.

Il seminario regionale che si svolge a Bologna lunedì 18 maggio prevede questi interventi: "La salute della carceri in Emilia-Romagna", "L'adesione agli indirizzi regionali sull'uso appropriato dei farmaci nel contesto penitenziario", "Il coinvolgimento della persona detenuta alla terapia farmacologica", "Aspetti prescrittivi", "Preparazione e somministrazione della terapia", "La gestione del farmaco negli Istituti penitenziari", "La gestione del rischio negli Istituti penitenziari", "La gestione del rischio attraverso il progetto Prisk".

 

Firenze: detenuto eritreo 35enne suicida a Sollicciano. Sappe: era "trafficante di migranti"

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Corriere Fiorentino, 13 maggio 2015

 

Sisay Fisatsyion, di 35 anni e di nazionalità Eritrea, si uccide nella sua cella del carcere Sollicciano di Firenze. Da quanto si è appreso pare che l'uomo si sia impiccato verso le ore 15.00, utilizzando come cappio degli indumenti. Anche se ancora non sono chiare le dinamiche del suicidio, sembra che l'uomo soffrisse di problemi psichiatrici, tanto che qualche giorno fa era stato sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio.

 

Sappe: era ristretto per favoreggiamento di immigrazione clandestina

 

Questa pomeriggio un detenuto originario dell'Eritrea si è impiccato nella sua cella del Centro Clinico del carcere di Firenze Sollicciano. A darne notizia è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. "Nulla ha potuto il pur tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari, purtroppo", commenta Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. Il detenuto, che era ristretto per il reato di favoreggiamento di immigrazione clandestina, aveva appena terminato un trattamento sanitario obbligatorio per evidente problemi psichici.

"In un anno la popolazione detenuta in Italia è calata di poche migliaia di unità, ma i problemi permangono ed in carcere purtroppo si continua a morire", aggiunge Capece. "Il 30 aprile scorso erano presenti nelle celle 53.498 detenuti, che erano l'anno prima 59.683. La situazione nelle carceri italiane resta ad alta tensione: ogni giorno, i poliziotti penitenziari nella prima linea delle sezioni detentive hanno a che fare, in media, con almeno 18 atti di autolesionismo da parte dei detenuti, 3 tentati suicidi sventati dalla Polizia Penitenziaria, 10 colluttazioni e 3 ferimenti. E questo determina condizioni stressanti per le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, sempre a contatto con i disagi umani e con conseguenti fattori di stress. Disagi che si accentuano se, come accade a Sollicciano, il servizio della Polizia Penitenziaria e la stessa quotidianità penitenziaria risente di una complessiva disorganizzazione generale dei servizi".

Il leader del Sappe richiama un pronunciamento del Comitato nazionale per la Bioetica che sui suicidi in carcere aveva sottolineato come "il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze. La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere".

 

Osapp: gravi problemi organizzativi e gestionali della struttura

 

Quella di un detenuto di origine Eritrea oggi nel carcere fiorentino di Sollicciano è la "42/a morte in carcere nel 2015 e la 17/a per suicidio" in un carcere dove sono "gravi le carenze nell'organizzazione". A dirlo è il segretario generale dell'Osapp, l'Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria Leo Beneduci. "Per quanto riguarda Firenze Sollicciano è la sesta morte da quando c'è la nuova direttrice e la prima morte dalla sostituzione, la settimana scorsa, del comandante per volontà del provveditore regionale Carmelo Cantone in ragione dei gravi problemi organizzativi e gestionali della struttura".

"Peraltro - afferma Beneduci - per il carcere di Firenze c'è da chiedersi quanto abbia influito, rispetto all'ultimo grave evento, la riduzione a zero delle prestazioni straordinarie solo per alcune unità impiegate nelle mansioni maggiormente operative" ma anche il fatto che "il detenuto aveva già dato tangibili segni di squilibrio psichico". Beneduci chiede anche di sapere quale sia la "sensibilità dei vertici locali e regionali dell'amministrazione visto che a Sollicciano ci si preoccupa tantissimo di iniziative di facciata, come gli aperitivi galeotti ed il teatro, e non invece della salute e dell'incolumità psico-fisica del personale di polizia penitenziaria e dei detenuti. Proprio per questo l'Osapp ha da tempo richiesto una accurata indagine propedeutica all'avvicendamento degli attuali direttore del carcere e del provveditore regionale ma il Guardasigilli Orlando e il capo del Dap Consolo sembrano non preoccuparsi di quella che invece agli occhi del sindacato risulta essere una vera e propria ecatombe".

 

Reggio Calabria: la sete di giustizia e di sicurezza e i diritti del detenuto

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di Giuseppe Tuccio

 

www.strill.it, 13 maggio 2015

 

Reggio Calabria vive e soffre una atavica condizione di sofferenza sociale per la presenza e la prepotenza di organizzazioni mafiose che minano le stesse strutture rappresentativo-istituzionali, oltre che esercitare un preoccupante controllo delle dinamiche economiche e finanziarie in una economia regionale abbastanza fragile.

La comunità ha dunque giustamente sete di giustizia e di sicurezza, per cui è oltremodo difficile avviare approfondimenti anche di livello scientifico-culturale sui temi che riguardano la detenzione, per un malinteso rapporto equazionale tra il valore della sicurezza ed il diniego radicale dei diritti costituzionali in favore del detenuto, nell'erroneo convincimento che la pena tout court debba rapportarsi esclusivamente e definitivamente alla gravità del fatto reato, per soddisfare la cosiddetta "pretesa punitiva statuale". "Tu hai compromesso i diritti della comunità attraverso il delitto, violando la legge; io Stato faccio altrettanto nei tuoi confronti, a nulla rilevando le reiterate proclamazioni anche di rango costituzionale, in materia di funzione emanativa della pena".

In questo senso e solo in esso si risolverebbe dunque il tema della certezza "quantitativa" della pena.

Il compianto Federico Stella nel suo ultimo libro "La giustizia e le ingiustizie" ribadiva il principio che le teorie della giustizia sembrano costruite per mondi ideali, ipotetici, se non del tutto fittizi. Le norme in materia di detenzione sono uno dei tanti esempi di tale affermazione, in quanto hanno trovato nel tempo rara applicazione. Riecheggia dunque il monito di Bobbio "Altro è un diritto, altro una promessa di un diritto futuro. Altro un diritto attuale, altro un diritto potenziale. Altro ancora avere un diritto che è, proprio in quanto riconosciuto e protetto, altro avere un diritto che deve essere".

Le irrisolte problematiche della immigrazione e della tossicodipendenza, della coesistenza in cella con soggetti portatori di diversa pericolosità sociale, di insufficiente apporto delle Autonomie Locali per potenziare itinerari del recupero sociale degli ex detenuti e dunque dell'estrema difficoltà di neutralizzare la forza aggregante della criminalità organizzata, anche nell'universo carcerario, inducono a riflettere in ordine al rischio che una democrazia incompiuta svuoti di significato le ribadite e solennemente riaffermate petizioni di principio. Indubbiamente la comunità ha diritto a rivendicare un sistema che sia in grado di garantire sicurezza e prevenzione generale, ma è proprio la insufficienza del sistema che determina uno squilibrio della sicurezza sia all'esterno che all'interno delle carceri.

Allora occorre fare un passo indietro, e senza indulgere in vuoti sociologismi non può non farsi cenno, pur brevissimo, "al perché dei perché" del delitto e conseguentemente dello status del reo e quindi del detenuto, il più debole tra i deboli della società.

Frattanto va rammentato che da parte dei costituzionalisti di tutti i Paesi democratici si rileva con unanime valutazione negativa come gli ordinamenti vigenti in effetti hanno lasciato ampi spazi di operatività alle contrastanti, irrisolte dinamiche di forze sociali, agli scontri sociali condizionati evidentemente dal dominio di quelle più forti, lasciando altrettanti spazi di operatività e quindi comode "opportunità di soluzione" degli scontri all'interno del sistema economico, attraverso la esclusiva predisposizione di un discutibile apparato sanzionatorio penale.

Dunque censura sociale attraverso l'apparato penale-penitenziario. La smentita corale, da parte della criminologia e della sociologia, del diritto penale in materia è, al contrario, netta nel non riconoscere alla sanzione criminale il ruolo di idoneità assoluta ed esclusiva a produrre censura sociale e cioè una funzione decisiva di ridefinizione dei valori essenziali su cui si cementa il patto sociale. Di tal che l'applicazione di essa, ragionevolmente, dovrebbe rimanere delimitata come estrema ratio, ai soli casi in cui essa appare strettamente indispensabile. Sappiamo tutti che così non è e che, al contrario, sono stati scaricati sul sistema penitenziario tanti conflitti sociali, tanti disagi umani, per cui dal sociale al penale, il penitenziario è drammaticamente divenuto ambito di discarica sociale.

Basti riflettere intorno al fenomeno della immigrazione ed alla tossicodipendenza che hanno alimentato sempre più vaste aree marginali ad alto rischio, per fronteggiare i quali appunto il diritto penale è stato concepito come equivalente a strumento di controllo.

Ed è proprio con riferimento a queste categorie (oltre il 30% della popolazione carceraria) che diritti umani, ritualmente evocati e proclamati in ipocrite liturgie, sono sistematicamente compromessi, fino al loro totale annullamento, in un sistema penitenziario in cui la vivibilità carceraria continua ad essere ad altissimo rischio, che consiglierebbe ai governanti l'adozione di affrettati rimedi legislativi.

Non è difficile pensare, in tali pericolosi frangenti, che tante irrisolte problematiche rendono più difficile la neutralizzazione della forza aggregante che la criminalità organizzata esercita nei confronti della detenzione carceraria, soprattutto quella giovanile, con proposte abbacinanti di vita alternativa.

Se riflettiamo un istante sulla impostazione delle attuali strategie di contrasto alla criminalità organizzata, osserveremo che la più alta percentuale dei detenuti per il delitto di cui all'art. 416 bis C.P. è costituita da giovani di limitato peso specifico delinquenziale, di non primaria caratura mafiosa.

È doveroso ed è giusto perseguire i colpevoli ma, puntando maggiormente verso la individuazione delle persone fisiche coinvolte e meno verso i prevalenti profitti economico-finanziari prodotti dal crimine organizzato si rischia di lasciare in ombra le dinamiche di inserimento delle risorse economiche mafioso che pervasivamente stanno controllando buona parte della economica meridionale e quindi degli apparati rappresentativo-istituzionali, creando sacche di disponibilità per la crescita della emergente "borghesia mafiosa".

Comprendo bene come discorsi di questo tipo possano essere male interpretati come atteggiamenti di lassismo, di indulgenza e di pietoso perdonismo verso gli autori di reati, per cui il mito della certezza quantitativa della pena è invocato come panacea di ogni male sociale.

Con netta frequenza negli ultimi tempi si discute in maniera distorta della effettività della sanzione penale, della certezza della pena, addebitando alle pretese manipolazioni, in sede esecutiva della pena, la causa del fallimento dell'intero sistema penale-processuale-penitenziario, soprattutto con riferimento alla funzione di prevenzione generale intesa come necessità intrinseca di soddisfare il bisogno di sicurezza e quindi di determinante untore deterrente nella lotta contro la criminalità organizzata.

Va più approfonditamente effettuata evidentemente una seria riflessione attorno al più determinante tema della crisi della sanzione penale nello scontro con la riconosciuta pretesa costituzionale secondo cui la pena, nella sua polifunzionalità, assolve un ruolo primario sul versante emendativo.

Insomma va messo correttamente in discussione il principio di intangibilità del giudicato penale per conferire maggiore vigore alla strategia delle prevenzione particolare mediamente proiettata a favorire in maniera più ferma e più convinta la prevenzione generale e quindi a soddisfare esigenze di sicurezza collettiva.

Così delineata la pena evidentemente non appare, all'occhio grosso dell'opinione pubblica, più rispondente alle esigenze di sicurezza della comunità sociale, che non la percepisce come essa vorrebbe istintivamente e cioè come adeguatamente e definitivamente rapportata esclusivamente all'obiettivo disvalore del fatto-reato, in un evidente errore di interpretazione del significato costituzionale della pena stessa.

Acquisito il convincimento di queste divergenze per la difficoltà di concepire una totale sinergia tra sicurezza sociale e garanzie costituzionali, va riaffermato con convinzione il principio della polifunzionalità della pena, approfondendo un aspetto finora non sufficientemente esplorato e cioè quello riparativo nei confronti della vittima e della comunità in un tentativo di conciliazione appunto con la società civile e con la parte lesa.

In tale opera sarebbe utile un intervento legislativo totale capace di impegnare più istituzioni, in uno sfogo collettivo, idoneo a soddisfare esigenze di concretezza della pena, certa cioè nella sua qualità, nella sua idoneità e adeguatezza, sia infra che extramenia, alla luce della polinfunzionalità di essa, che dalla prevenzione particolare raggiunga la prevenzione generale, la retribuzione di difesa sociale, la risocializzazione del detenuto, ed, in definitiva, la sua sensibilizzazione verso un nuovo progetto di vita, attraverso un processo di mediazione e di riparazione sociale.

È indubbia una doverosa attenzione alla posizione della vittima o meglio delle vittime del reato.

Personalmente ho ravvisato come proprio dal carcere emerge una forte necessità di dialogo con esse, per superare la condizione di parti barricate, per fare conoscere a chi sta dentro la sofferenza prodotta, va dunque sollecitata l'attuazione normativa, anche di rilievo costituzionale, relativa al processo tratta mentale che contiene una ferma esortazione in questo senso, richiamando al "sostegno" del detenuto, anche attraverso l'invito alla riflessione, seria e responsabile, sulla condotta, sulle motivazioni e sulle conseguenze del reato, attraverso una rivisitazione del percorso criminale, in un dialogo fra le parti, facilitato dal mediatore con un linguaggio che deve essere totalmente diverso da quello adoperato nei tribunali.

È proprio l'incontro tra le narrazioni anche lo scontro, in un originale stato dialogico, può sentire per creare una opportunità di trasformazione, per rendere visibile - come sostiene una preziosa mediatrice dell'Ufficio per la Mediazione Penale di Milano, Federica Brunelli - "il misterioso incommensurabile che sta dentro di noi".

Ogni risorsa esistente sul territorio può essere utilizzata e finalizzata al tentativo di socializzazione del condannato. Non è possibile che si possa sperare in un reinserimento di una persona nella società, allontanandola dalla stessa; soltanto la territorializzazione della esecuzione penale, attraverso strategie di rete può costituire un mezzo efficace per facilitare un processo di recupero sociale. L'obiettivo è dunque un potenziamento sistemico dei rapporti tra il penale ed il sociale, tra il penitenziario ed il sociale.

Il coinvolgimento e l'integrazione delle risorse e la capacità di promuovere progetti che mettano al centro i bisogni del detenuto ed il suo recupero sono espressione del processo di responsabilizzazione di cui si deve fare carico, assieme al detenuto, tutta la società civile, proprio perché la trasgressione si è instaurata nelle problematiche individuali ma soprattutto relazionali, come fattori di maggiore rischio nella determinazione delazione e della reazione trasgressiva. Per il raggiungimento di questo obiettivo rimangono impegnate le opere della psicologia, la famiglia, le dinamiche sociali, la società tutta intera perché il detenuto si ponga unitamente ad esse l'obiettivo della nuova definizione del suo essere sociale.

Questo percorso non può vedere estranea la società civile, la collettività intera. L'obiettivo evidentemente è quello della costruzione di un progetto utile per la persona detenuta, perché, acquisita la consapevolezza piena e responsabile del suo debito speciale, in una sensibilità nuova che rompa con il passato, sia messo in condizione di emanciparsi non solo dallo stato di detenzione, ma anche dalle possibili trasgressioni, con evidenti riflessi positivi sulla collettività creando importanti risorse sul versante della sicurezza.

 
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