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Giustizia: "Mafia Capitale per nascondere altro", le intercettazioni di Carminati in carcere

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di Valeria Di Corrado e Andrea Ossino

 

Il Tempo, 15 settembre 2015

 

È il 4 aprile. Nella casa circondariale di Parma, dove si trova recluso in regime di 41 bis, Carminati è a colloquio con la compagna Alessia Marini, il figlio Andrea Carminati e la sorella Micaela Carminati. Dopo che la convivente rassicura l'ex terrorista nero di avergli portato il formaggio primo sale, "er Cecato" comincia a parlare delle sue vicende processuali: "nasconderanno quello. Questa Mafia Capitale è nata per nascondere altre cose. La cosa che mi fa vomitare è l'associazione mafiosa, mi avessero dato banda armata va bene... ma l'associazione".

Carminati poi commenta quello che legge sui giornali, parlando di "La Repubblica" dice: "Guardano in faccia solo alcune persone, preferisco "Il Fatto Quotidiano" che non guarda in faccia a nessuno (...) Io al processo chiamo tutti a testimoniare". Un'altra conversazione carpita dal carcere è quella del 19 marzo scorso: Carminati parlando con un altro detenuto gli spiega: "Quando avevo 16 anni andavo in giro armato di pistola, quando poi i miei amici sono tutti morti ammazzati, io mi sono specializzato in quello che loro dicono e mi accusano, ma non hanno capito che gli piscio in testa se voglio".

Nei suoi colloqui con i familiari Buzzi, invece, non si sbilancia: "Qui siamo pieni di telecamere siamo nel carcere più tecnologizzato (...) Sto nel reparto trans... ci stanno le telecamere (...) quei cappellotti sono le telecamere (...) uno c'ha preso un ergastolo per parlare (ride) sparando cazzate, sai ammazza quello....".

Umberto Prudente, commerciante di Ponza, il 29 gennaio scorso viene ascoltato dai carabinieri di Formia come persona informata sui fatti. Racconta di conoscere Massimo Carminati e Riccardo Brugia "da circa una trentina d'anni". "Nella metà degli anni 80 i due vennero per le vacanze sull'isola di Ponza in compagnia di altre sei o sette persone, tutti appartenenti ai Nar e responsabili di rapine e altri reati". In una di queste occasioni, a ridosso delle elezioni politiche del febbraio 2013, Prudente spiega: "Mi è rimasto impresso, considerata la loro ideologia politica di estrema destra, Carminati, Brugia e Lacopo (proprietario del distributore di Corso Francia, ndr) mi riferivano che, delusi dai comportamenti di alcuni esponenti politici nazionali di tale area, avrebbero votato per Bersani".

In uno dei 240 file che compongono il nuovo deposito vi sono, ad esempio, le dichiarazioni spontanee rese dall'indagato Roberto Lacopo, il proprietario del distributore di benzina che sorge in Corso Francia. Un'attività divenuta un luogo d'incontro per i principali indagati di questa maxi-inchiesta. È un colloquio particolare quello tra Lacopo e gli inquirenti. Tanto singolare da costringere gli inquirenti a verbalizzare: "Si da atto che il sig. Lacopo mostra di essere turbato". Probabilmente l'indagato è turbato perché ha ascoltato numerose conversazioni: "Un giorno Reginaldo e Calvio litigarono per una somma di 6mila euro per dei lavori che quest'ultimo aveva effettuato presso la villa di proprietà di un senatore, per conto di Reginaldo". È un fatto: "Spezzapollici" andava a casa di un misterioso senatore.

Singolare risulta anche il ritrovamento di due lingotti d'oro ritrovati nelle disponibilità di Tatiana Emanuelli e Bracci Raffaele. I preziosi sono stati sequestrati dagli inquirenti e dietro quei lingotti potrebbe nascondersi un affare ben più ampio. Secondo il Ros Braccio era il "finanziatore e erogatore materiale della somma di denaro finalizzata alla realizzazione di un'operazione di compravendita e importazione d'oro nel continente africano".

La vicenda inizia nel marzo del 2013, quando Fabio Gaudenzi, dovendo fare un affare alle Bahamas, si rivolge a Filippo Maria Macchi, un amico d'infanzia. Macchi spiega però che non aveva liquidi perché stava per effettuare un'operazione in Africa: "Tu stringi un rapporto con il capo villaggio dove c'è l'oro(...)Tu ti metti d'accordo con lui gli dici senti io vengo già con l'aereo privato, ti pago le tasse d'esportazione, esportiamo il prodotto lo portiamo nella mia azienda e ti pago ok? (...)Con un investimento del genere, del 4% fai delle plusvalenze che tu costruisci 50 ville capito?".

"Stiamo acquistando mezzi in Sicilia mettendogli la passarella facendoli tutti di un colore per spedirli in Venezuela e fare una linea di trasporti". Dal Venezuela fino in Costa Rica passando per la Sicilia. Odevaine agiva su scala mondiale. "L'unica attività che sto facendo in Venezuela su sollecitazione del mio amico venezuelano che il sindaco di Puerto Cabello è una linea di trasporti passeggeri - spiega Odevaine nel luglio del 2014 non sapendo di essere intercettato.

Si stanno comprando in Sicilia dieci pullman che verranno spediti...io li sto comprando - continua l'indagato - i pullman non potrebbero entrare in Venezuela(...) a meno che non siano mezzi speciali allora abbiamo architettato la cosa che c'hanno la passarella per i disabili e allora il direttore della dogana che è un amico del sindaco ha detto: "Se è così ve li faccio passare". Del resto Odevaine pensa in grande. Anche quando si tratta di finanziamenti da prendere dal ministero per "mettersi a posto" grazie alla "Festa del Fico D'India". Un finanziamento da 3 milioni di euro.

 

Giustizia: la magistrata Rita Sanlorenzo "Cantone e i tecnici garanti del potere"

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di Jacopo Rosatelli

 

Il Manifesto, 15 settembre 2015

 

Non si combattono le correnti del Csm con slogan generici e populismi. La magistratura avrebbe bisogno della riscoperta di coscienza critica e capacità di denuncia, anche al proprio interno, in contrasto con gli individualismi.

Altre novità in arrivo nel pianeta-giustizia: il 3 settembre il ministro Andrea Orlando ha istituito due commissioni per elaborare la riforma dell'ordinamento giudiziario e quella del Csm, l'organo di autogoverno di giudici e pm. Chiediamo a Rita Sanlorenzo, ex segretaria nazionale di Magistratura democratica, per oltre vent'anni giudice del lavoro e ora sostituto procuratore in Cassazione, una valutazione sulle condizioni oggi e sulle prospettive future della giustizia italiana.

 

Dottoressa Sanlorenzo, ordinamento giudiziario vuol dire valutazione e carriere dei magistrati. Cosa dovrebbe cambiare?

"Per risponderle è necessario fare un bilancio delle riforme Mastella di nove anni fa, che hanno già profondamente cambiato la magistratura: l'attenzione ai percorsi di carriera, il nuovo verticismo negli uffici, l'enfatizzazione del ruolo del dirigente hanno determinato una sorta di mutamento antropologico nella categoria. Esiste un nuovo conformismo diffuso, che non si sconfigge con una diversa formulazione delle circolari del Csm sull'accesso ai ruoli dirigenti. La magistratura avrebbe bisogno della riscoperta di coscienza critica e capacità di denuncia, anche al proprio interno, in contrasto con gli individualismi".

 

Invece si parla ossessivamente quasi solo di efficienza e "numeri".

"Per questo servirebbe un pensiero critico che esamini ciò che è successo in questi anni. La sede in cui ho lavorato sino a poco fa, Torino, è indicata come modello nazionale di efficienza: è vero che ha una situazione ottima nel civile, ma presenta arretrati ingestibili nel penale. Si è dato a un settore per togliere a un altro. Non solo: il mito dell'efficienza fa sì che vengano premiati con nomine a posti prestigiosi magistrati che hanno ottenuto lo smaltimento delle pendenze, senza che si affronti mai il problema della qualità del loro lavoro. Il giudizio disciplinare sembra che abbia ad oggetto ormai solo il mancato rispetto dei termini di deposito delle sentenze: negli uffici, chi fa le spese di questo trend sono soprattutto i più giovani, gli ultimi arrivati. E la tanto sbandierata nuova responsabilità dei dirigenti non ha impedito al Csm di confermare praticamente tutti nei ruoli apicali".

 

A proposito di Csm, nei propositi di riformarlo vede più opportunità o rischi?

"Guardo con apprensione a ogni rinnovata attenzione della politica verso il Csm. Non so come ci si muoverà, vorrei solo che si sfatasse la cattiva vulgata per cui la magistratura ha bisogno di sottrarsi al suo stesso autogoverno. Non mi rassicurano le intenzioni di spostare il baricentro verso un maggior peso della politica, che mostra in molti casi di muoversi all'interno del Csm secondo logiche clientelari. Un magistrato che chiede una raccomandazione a un collega è malcostume, ma se la chiede a un politico è una ferita all'indipendenza".

 

È un luogo comune individuare nelle correnti il male principale dell'autogoverno: Cantone, che a una corrente è iscritto, le ha definite di recente un "cancro", ed è stato durissimo con Md.

"Ormai siamo abituati alle dichiarazioni di Cantone che, pur restando in magistratura, ritiene di aver titolo per spaziare a tutto campo oltre i suoi ambiti funzionali. Ricordo le critiche a Rosy Bindi sull'affare De Luca, e ancor più quando si è detto "indignato" per la condanna inflitta all'Italia della Corte di Strasburgo per i fatti della Diaz e la mancata introduzione dei reati di tortura. C'è un flusso di esternazioni che ormai contribuiscono alla costruzione del "personaggio Cantone", che certo ha a cuore la propria nuova immagine piuttosto che il bene della magistratura, i cui problemi vengono liquidati con una retorica degna della peggior polemica politica. Slogan generici e populismo non servono però a modificare nessuno dei mali che indicano. Servirebbero una critica circostanziata e un'analisi precisa, in grado di indicare anche le colpe della politica rispetto a tali degenerazioni. Ma non penso che sia quello lo scopo di certi "botti" mediatici. E su Md, Cantone si ferma al macchiettismo sulle toghe rosse che usano i processi per fare "giustizia di classe": chissà cosa ne pensano i tanti colleghi di Md che con lui hanno combattuto le mafie, e i tanti altri che hanno fatto il proprio dovere negli uffici".

 

Dopo gli anni turbolenti di Berlusconi, ora sembra regnare una sorta di pax renziana fra politica e magistratura. È così?

"Il caso di Cantone mi sembra emblematico di un nuovo atteggiarsi reciproco. Si rafforza la stigmatizzazione dei magistrati che passano alla politica, ha successo invece il ruolo del "tecnico" prestato al governo (centrale o territoriale) per fungere da garante qualificato, per dare una patente di legalità all'agire amministrativo. E "tecnico" ama definirsi il sottosegretario alla giustizia Ferri, già segretario di Magistratura indipendente, rimasto al governo pur dopo essere stato colto nella non certo istituzionale attività di fare campagna elettorale per i candidati al Csm della sua corrente. La sua permanenza al governo è stata definita in un primo momento dal premier come indifendibile, poi non se ne è fatto più nulla: ecco come la politica si occupa delle degenerazioni correntizie. Bisogna essere chiari: svolgere ruoli cosiddetti "tecnici" non impedisce l'abbandono della terzietà, e può significare un oggettivo supporto al potere in carica".

 

Giustizia: intercettazioni e indagini, lo scontro va in Aula

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di Donatella Stasio

 

Il Sole 24 Ore, 15 settembre 2015

 

Alla vigilia del ritorno nell'aula della Camera del ddl sul processo penale, piovono rassicurazioni del Pd su intercettazioni e indagini, piovono pietre dall'Ncd contro i magistrati per l'ingiusta detenzione e piovono strali dai 5 Stelle contro il governo per norme "antidemocratiche e vergognose".

La pausa estiva non ha cambiato né lo scenario né il clima di fine luglio, quando l'esame del provvedimento fu sospeso e rinviato per l'ostruzionismo dei grillini, le contestazioni di magistrati e giornalisti, la confusione del governo, in particolare sulla norma (Ncd) che punisce da 6 mesi a 4 anni di carcere le registrazioni "fraudolente". Norma a dir poco ambigua, che ora verrà emendata dal Pd per garantire il diritto di cronaca ma che, anche emendata, resta la fotocopia della famosa "norma D'Addario" voluta nel 2010 dalla maggioranza dell'allora governo Berlusconi e contro la quale proprio il Pd fece le barricate.

Ad aprire il fuoco è stato, domenica, il viceministro della Giustizia Enrico Costa, rilanciando i dati sugli indennizzi pagati dallo Stato in caso di ingiusta detenzione (si veda Il Sole 24 ore del 10 settembre) e, quindi, l'emendamento a firma Pagano che, in questi casi, prevede l'azione disciplinare contro il magistrato "colpevole" dell'ingiusta detenzione. Porta la stessa firma anche la "norma D'Addario" sulle registrazioni fraudolente, nonché quella che fa scattare l'azione disciplinare in caso di ritardata iscrizione della notizia di reato nel relativo registro. Su queste ultime due, il partito di Alfano ha già incassato il via libera del governo e del Pd ma, non contento, ora punta i piedi sulla responsabilità disciplinare in caso di ingiusta detenzione, anche se sembra disposto ad accettare una mediazione (si veda l'intervista a Costa in questa pagina) purché non sconfessi il principio che "chi sbaglia, paga": nella fattispecie, oltre allo Stato anche il magistrato.

È evidente che il centrodestra gioca al rialzo. La partita autunnale della giustizia, infatti, comprende anche la riforma della prescrizione al Senato, dove l'Ncd intende sterilizzare l'aumento della metà dei termini introdotto dalla Camera. E se è vero che avrebbe Forza Italia dalla sua, è anche vero che a difendere il testo di Montecitorio potrebbero arrivare i 5 Stelle. Ma la prospettiva di una maggioranza variabile, in questo momento politico, è un lusso che il governo non può permettersi. Di qui la necessità di trovare una mediazione politica sulla prescrizione, a Palazzo Madama, e sul ddl sul processo penale, alla Camera. Sullo sfondo, magistrati e giornalisti stanno a guardare, pronti a scendere sul piede di guerra.

A differenza delle norme sulle intercettazioni, quelle sui magistrati sono immediatamente operative. Le prime, infatti, sono di delega al governo, che avrà un anno di tempo per scrivere un articolato dettagliato a tutela della privacy. E qui arriva la prima bordata dei grillini che - in una conferenza stampa e alla presenza di alcuni giornalisti tra cui il presidente dell'Ordine Enzo Iacopino - parlano di "delega in bianco" e di "norme bavaglio", confermando la loro opposizione anche se, ormai, i tempi per l'esame del provvedimento sono contingentati per cui il voto finale (nonostante i 300 emendamenti) potrebbe arrivare già giovedì. Parla di "polverone" e di "strumentalizzazione" il Pd che, con il responsabile Giustizia David Ermini esclude limitazioni del diritto all'informazione.

"Abbiamo posto il problema di non far entrare nelle ordinanze testi di intercettazioni irrilevanti per le indagini: è questo il bavaglio?" chiede, ricordando che con un emendamento di Walter Verini sarà "garantito a chi esercita il diritto di cronaca anche di registrare in modo fraudolento". Quanto alle norme che per i 5 Stelle "pregiudicheranno" i magistrati e le indagini ("la tagliola dei 3 mesi", dopo il deposito degli atti, per esercitare l'azione penale), Ermini puntualizza che quel termine, "sacrosanto", scatta "dopo lo svolgimento delle indagini".

Una volta approvato dalla Camera, il testo dovrà passare al Senato ma il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha fatto sapere che già dopo il primo passaggio parlamentare insedierà al ministero una commissione per predisporre il decreto legislativo sulle intercettazioni. I principi della relativa delega sono in effetti molto generici; da qui la preoccupazione che il testo (su cui le Camere potranno dare solo pareri non vincolanti) possa, in nome della privacy, limitare la libertà di stampa. Certo è che, al netto del diritto di cronaca, l'unica norma dettagliata della delega sembra ispirata a una iper-tutela della privacy che, portata alle estreme conseguenze, potrebbe portare a sanzionare penalmente non solo la diffusione di registrazioni fraudolente ma anche di conversazioni telefoniche o private trascritte. Come faceva la norma D'Addario. Con la sola differenza che quella era una norma ordinaria e questa una norma di delega.

 

Giustizia: caso Cucchi, vicini a una svolta

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di Eleonora Martini

 

Il Manifesto, 15 settembre 2015

 

Pm a un passo dagli autori dei pestaggi. Consegnato il nastro con l'ammissione del perito: "La frattura vertebrale resa non visibile". "Commossa", Ilaria, sorella di Stefano: "Non pensavo che le indagini fossero così avanzate". Potrebbero essere molto vicini alla verità, gli inquirenti, forse hanno già individuato coloro che massacrarono di botte Stefano Cucchi. Sua sorella Ilaria è quasi incredula quando esce, accompagnata dall'avvocato Fabio Anselmo, dall'incontro avuto ieri pomeriggio con il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e con il sostituto Giovanni Musarò, responsabile dell'inchiesta bis aperta, sei anni dopo, sulla morte, rimasta finora senza responsabili, del giovane geometra arrestato per droga dai carabinieri il 15 ottobre 2009 al Parco degli Acquedotti di Roma.

"Sono emozionata, commossa, non pensavo che la procura fosse così avanti nelle indagini. Avrei voglia di gridare al mondo molto di più, ma ho molta fiducia nel procuratore". A Pignatone hanno appena consegnato un altro documento importante: la registrazione della telefonata intercorsa tra il giornalista Duccio Facchini, della rivista di informazione indipendente Altraeconomia, e la tecnica radiologa incaricata dalla Corte d'Assise di esaminare per il processo la colonna vertebrale di Cucchi.

Nell'intervista, la tecnica ausiliaria Beatrice Feragalli, dell'Università di Chieti e Pescara, spiega (vedi il manifesto del 12/9/2015) perché la frattura "recente" sulla terza vertebra lombare di Stefano, riscontrata dalla perizia firmata dal prof. Carlo Masciocchi, presidente della Società italiana di radiologia, e depositata venerdì scorso dalla famiglia, non compare invece nei referti ufficiali attorno ai quali si sono svolti due processi conclusi con l'assoluzione di tutti gli imputati: "La L3 - riferisce Feragalli - non era valutabile nel nostro esame proprio perché era già stato sezionato l'osso, non era intera la vertebra".

"In procura, abbiamo avuto un lungo confronto sulla crisi di questi aspetti medico legali; l'interesse dei pm ricade su di essi e quindi sulla causa della morte di Stefano", riferisce l'avvocato Anselmo che oggi stesso tornerà a piazzale Clodio per consegnare altre immagini radiologiche della L3 e della sacrale S4, le vertebre fratturate, secondo il prof. Masciocchi, "contestualmente" e non molto tempo prima del decesso, "con alta verosimiglianza" a causa di "un trauma compressivo".

Dunque, si torna a indagare a 360 gradi su tutti coloro che contribuirono a insabbiare il pestaggio del ragazzo, allora 31enne. Evento comunque appurato dalla stessa Corte d'Appello che, nelle motivazioni della sentenza con la quale ha assolto, ribaltando il primo grado, sei medici, tre infermieri e tre poliziotti penitenziari, consigliava alla procura di indagare ulteriormente sui militari che ebbero Cucchi sotto tutela.

Ed è proprio grazie alla testimonianza resa spontaneamente da due carabinieri - un uomo e una donna che avrebbero riferito a Pignatone di quanto alcuni loro colleghi si fossero dati da fare per nascondere il pestaggio, o forse i pestaggi, come sostengono i familiari - che sul registro degli indagati è finito, con l'accusa di falsa testimonianza, un maresciallo dell'Arma, ex comandante della stazione Appia da cui partì la volante che eseguì l'arresto. Ma, ragionano i legali della famiglia Cucchi, "se il carabiniere è indagato per falsa testimonianza, non può rimanere solo e ci sarà una catena di false testimonianze che riguarderà tutto il processo".

"La morte di mio fratello doveva essere archiviata come la fine naturale di un povero tossico, una vittima scomoda da seppellire subito. Noi - promette Ilaria Cucchi in un'intervista a Repubblica - dimostreremo che è stato un omicidio".

 

Giustizia: perizie, ammissioni e lesioni trascurate, la famiglia Cucchi e l'incontro in Procura

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di Ilaria Sacchettoni

 

Corriere della Sera, 15 settembre 2015

 

L'ex vicecomandante della stazione Appia dei Carabinieri, Roberto Mandolini, avrebbe coperto i suoi uomini, tacendo il pestaggio di Stefano Cucchi nella notte del suo arresto per spaccio (il 15 ottobre 2009). Come è scritto nella convocazione che gli è stata notificata dalla Procura a luglio scorso, Mandolini avrebbe taciuto "ciò che sapeva in merito alla responsabilità dei carabinieri appartenenti all'Arma".

Un'accusa che rischia di trascinare altri militari nell'inchiesta bis. A partire dai due appuntati Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro che potrebbero finire nel registro degli indagati per lesioni colpose. È solo il principio. Se vi fu un pestaggio - e due militari rintracciati dal difensore della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo, lo avrebbero confermato nei dettagli - è chiaro che vi furono anche omissioni. Si presume che Mandolini abbia mentito all'autorità giudiziaria: ma ai suoi superiori? Non solo. L'inchiesta del pm Giovanni Musarò dovrà pesare anche le conseguenze di quelle percosse (la prima stabiliva che le cause della morte erano collegate a omissioni dei medici del Pertini che trascurarono Cucchi ricoverato).

I documenti depositati ieri dalla sorella di Stefano, Ilaria, sembrano fornire indicazioni agli investigatori. 1 risultati della perizia commissionata a un radiologo, Car-o Masciocchi, rilevano fratture recenti alla terza vertebra: "Le iatture riscontrate sembrano essere assolutamente contestuali" dice l'esperto, sconfessando il perito dei pm che istruì la prima indagine. Per Ilaria Cucchi è possibile che il perito della procura abbia trascurato proprio quella parte della colonna vertebrale. Lo confermerebbe l'intervista realizzata da un giornalista del sito "Altreconomia" alla radiologa Beatrice Ferragalli dell'Università di Chieti e Pescara che esaminò il cadavere: "Quella vertebra non poteva essere esaminata per intero, l'osso era stato sezionato".

L'inchiesta bis ha riacceso le aspettative dei familiari: "Siamo soddisfatti e fiduciosi nei confronti del lavoro che sta facendo oggi la Procura. Siamo emozionati, molto, molto commossi". Sei anni dopo, l'esito non è scontato. Il difensore di Mandolini, avvocato Piero Frattali, si definisce "perplesso" anche dai due supertestimoni che inchioderebbero il suo cliente: "Sono sorpreso dal loro tempismo dopo che per 6 anni hanno trascurato i loro obblighi giuridici e morali, sapendo che tre innocenti (i tre agenti della penitenziaria, ndr) venivano processati".

 
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