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Giustizia: innocenti finiti in cella per errore, lo Stato sborsa più di 600 milioni

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di Maurizio Gallo

 

Il Tempo, 15 settembre 2015

 

L'ultimo caso è notizia di ieri. L'ennesima odissea giudiziaria frutto di un errore dei magistrati è quella di Mirko Eros Felice Turco, il trentacinquenne di Gela rimasto 11 anni dietro le sbarre per due omicidi che non ha mai commesso. Da Sud a Nord le cose non cambiano. A Brescia hanno ritrattato dopo tre lustri i figli di un uomo condannato a nove anni e due mesi per abuso sessuale su minori, cioè nei loro confronti. Adesso i legali del padre calunniato e detenuto a Sassari, chiedono la revisione del processo.

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Giustizia: "azioni disciplinari per chi sbaglia", intervista al viceministro Enrico Costa

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di Pietro De Leo e Maurizio Gallo

 

Il Tempo, 15 settembre 2015

 

La proposta al Parlamento del viceministro della Giustizia Enrico Costa: "Adesso non è automatico che le carte finiscano sul tavolo del ministro".

"Un trend particolarmente preoccupante". Così Enrico Costa, viceministro alla Giustizia di Ncd, definisce i numeri degli indennizzi per ingiusta detenzione dal 1992 a oggi. Quasi 24 mila persone per un totale di oltre 600 milioni di euro. "Abbiamo più o meno mille casi l'anno", spiega, "e fino ad oggi il fenomeno non era mai emerso in tutto il suo dramma. E poi 24 mila sono i cittadini indennizzati, ma quanti ce ne saranno che magari non hanno fatto domanda di indennizzo per varie ragioni?".

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Giustizia: Carbone (Anm) "aumentando le sanzioni i magistrati saranno più condizionati"

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di Donatella Stasio

 

Il Sole 24 Ore, 15 settembre 2015

 

"Mi sembra che siamo in continuità con gli slogan che accompagnarono la responsabilità civile. Quella legge mise d'accordo tutto il Parlamento, che si ricompattò con lo slogan fuorviante del "chi sbaglia, paga". Maurizio Carbone, segretario dell'Associazione nazionale magistrati è critico con "l'offensiva disciplinare" che sta emergendo in Parlamento contro i magistrati, in particolare con la norma, targata Ncd, che fa scattare l'eventuale azione disciplinare nei casi di condanna dello Stato per ingiusta detenzione. E considera "anomalo" che, mentre il ministro insedia un'apposita commissione per riformare l'ordinamento giudiziario e, quindi, anche la materia disciplinare, il Parlamento proceda in ordine sparso.

 

Secondo il viceministro Costa (Ncd), è giusto che un magistrato che ha "tolto ingiustamente la libertà" a una persona "ne paghi" le conseguenze...

"È sbagliata la premessa, e cioè che dietro un'ingiusta detenzione vi sia sempre un errore del giudice. La valutazione fatta in sede cautelare è diversa da quella fatta in dibattimento: nel primo caso ci sono solo indizi, per quanto gravi; nel secondo caso, devono esserci prove che, oltre ogni ragionevole dubbio, portino a una condanna".

 

Chi sbaglia paga è uno slogan di forte impatto sull'opinione pubblica e ha già... "pagato". Ci sarà un bis?

"Già in occasione della responsabilità civile dissi che quando la politica è incapace di fare riforme serie, necessarie per far funzionare la giustizia, si nasconde dietro slogan e cerca scorciatoie, come quella di buttare in pasto all'opinione pubblica difetti della magistratura facendola apparire colpevole di ogni disfunzione. Respingiamo questa impostazione e la nostra non è certo "resistenza corporativa".

 

Questa "attenzione" verso la responsabilità civile e disciplinare dei magistrati può portare a una sorta di "giustizia difensiva"?

"È proprio quello che temiamo. Incrementare sempre più le ipotesi sanzionatorie verso i magistrati, in una realtà normativa sempre più complessa e variegata in cui l'insidia di un errore è dietro l'angolo, può creare un atteggiamento che va al di là della normale prudenza del giudice nonché il rischio di un condizionamento eccessivo, soprattutto sui provvedimenti cautelari reali, come i sequestri".

 

Giustizia: "benefici agli ergastolani", la pazza idea del governo di eliminare l'art. 4 bis OP

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di Giuseppe Lo Bianco

 

Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2015

 

L'allarme del procuratore antimafia Franco Roberti: "Così potrà uscire anche Totò Riina".

Il grimaldello è in una riga e mezzo: "Revisione della disciplina di preclusione ai benefici penitenziari per i condannati alla pena dell'ergastolo". In molti temono che serva ad aprire "il cancello delle gabbie delle belve", come Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili, definisce l'art. 4 bis dell'ordinamento penitenziario, che da 23 anni impedisce ai mafiosi detenuti di ottenere i benefici penitenziari aggirando così l'ergastolo.

Oggi il governo cambia rotta: e nonostante "l'assoluta contrarietà a ogni futura modifica normativa che possa anche solo attenuare le previsioni di cautela oggi vigenti" manifestata il 9 luglio scorso dal capo dell'antimafia Franco Roberti in una lettera inviata al presidente della commissione Giustizia della Camera Donatella Ferranti, l'aula di Montecitorio riprende il percorso delle riforme volute dai ministri Orlando e Alfano preparandosi a rivedere una norma antimafia forse più importante del 41 bis. Roberti dice di più: "Nel ddl si parla di eliminare".

Come non è ancora chiaro. "La dizione contenuta nell'art. 30 lettera E del ddl Orlando è generica - dice Giulia Sarti, del M5S - e tutto viene rinviato a un decreto legislativo attuativo. Il rischio è che vogliano dare la possibilità a mafiosi e terroristi di usufruire dei benefici penitenziari anche se non collaborano con la giustizia". I grillini annunciano battaglia anche se, ammette la Sarti, "non sarà facile".

Quella norma non sono disposti a toglierla e l'approveranno, anche se dopo la lettera del procuratore Roberti la presidente Ferranti (Pd) ha introdotto una clausola che recita: "Salvo i casi di eccezionale gravità e pericolosità e in particolare per le condanne per i delitti di mafia e terrorismo anche internazionale". Per i grillini non è la soluzione giusta, anzi rende la norma più vulnerabile e si batteranno per eliminarla: "Per noi è ancora più grave - aggiunge Giulia Sarti - perché scarica sui magistrati così esposti a pressioni corruttive o minacce, la responsabilità della scelta".

Perché per la lotta alla mafia è importante che l'art. 4 bis non venga toccato lo spiega Roberti nella sua lettera: premesso che è "indiscutibile la necessità che in stato di detenzione (il mafioso, ndr) sia messo nell'impossibilità di mantenere, all'esterno e all'interno del carcere, quei collegamenti con l'organizzazione criminale che, storicamente e attualmente, costituiscono la regola di comportamento di tali soggetti", che ha indotto il legislatore a introdurre il 41 bis, lo stato detentivo non modifica il ruolo del mafioso all'interno della sua cosca, che riprenderà una volta libero: "Il che conferma la necessità che possa godere dei benefici solo in via eccezionale e quando emergano con certezza le condizioni che escludano ogni pericolo derivante da una maggiore o anticipata libertà".

Condizioni garantite dall'art. 4 bis che, secondo un orientamento diffuso tra i magistrati antimafia rende l'ergastolo "una pena vera". "Senza il 4 bis - dicono - può uscire anche Riina". E che il tema è sensibile lo dimostrano i siti internet protagonisti di attacchi personali a quanti operano nelle istituzioni a tutela della certezza della pena. Promette battaglia anche la Chelli: "Se passerà una ignominia tale ci troverete in via dei Georgofili a difendere la memoria dei morti sacrificati in nome dei rappresentanti del Parlamento che non sanno prendersi le responsabilità e che assecondano Cosa Nostra".

 

Giustizia: Mafia Capitale si poteva scoprire cinque anni prima

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di Marco Lillo e Valeria Pacelli

 

Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2015

 

Cantone: nel 2010 l'Autorità dei Lavori pubblici aveva rilevato gli appalti senza gara alle coop di Buzzi. Senza muovere un dito. Mafia Capitale ha prosperato anche grazie all'inerzia delle autorità di controllo. Con il deposito di migliaia di carte "nuove" del fascicolo dei magistrati romani emerge anche la lettera inviata da Raffaele Cantone al procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone.

Il capo dell'Autorità Anticorruzione segnala che gli uffici della disciolta Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici, poi confluita nell'Anac, avevano segnalato al Comune di Roma tutto quello che non andava negli affidamenti senza gara alle coop sociali. La segnalazione risaliva al 2010.

Nulla era accaduto. Tanto che la lettera di Cantone a Pignatone si chiude con l'annuncio di un'ispezione interna. "Dopo che la stampa ha dato notizia dell'indagine su Mafia Capitale, ho fatto fare una verifica per accertare se sugli appalti relativi ai servizi sociali erano stati effettuati in passato, accertamenti da parte dell'Autorità di vigilanza dei contratti pubblici (Avcp)", scrive Cantone a Pignatone.

"Grazie alla collaborazione di un dirigente, ho ricostruito una vicenda che, credo, potrà essere utile per le indagini ma che potrebbe meritare da parte della S.V. un approfondimento su eventuali possibili omissioni negli anni 2010/2011 da parte di dipendenti dell'Avcp". Il Comune di Roma si era di fatto autodenunciato chiedendo all'Autorità un parere sulla cassa integrazione dei lavoratori dell'assistenza agli immigrati.

Ma la gara stessa vinta dalla cooperativa che li impiegava, per l'Avcp, era illecita. "Il 3 settembre 2010", scrive Cantone, "il vice segretario generale dell'Avcp evidenziò al Dipartimento citato che l'appalto per il quale era stata avanzata richiesta di chiarimenti non era stato affidato conformemente alle disposizioni normative in materia di contratti pubblici e individuò una lista di appalti affidati con medesime modalità, chiedendo di fornire spiegazioni.

Il 19 ottobre 2010, il dipartimento del Comune di Roma precisava che la totalità dei servizi era stata affidata a cooperative sociali di tipo A o di tipo B e si individuavano le ragioni per cui si era proceduto sostanzialmente in deroga al codice dei contratti - in particolare perché si trattava di risolvere una situazione di grave disagio ed emergenza sociale, per ovviare a problemi di ordine pubblico ed igienico sanitario".

Cantone sottolinea che "nell'atto trasmesso dal Comune era contenuto un elenco di cooperative beneficiarie degli affidamenti, in cui risultano fra l'altro la Coop sociale 29 giugno e Eriches 29 giugno". L'Autorità rispose il luglio 2011 segnalando "criticità emerse nel settore esaminato che riguardavano il mancato esperimento da parte del comune di procedure di confronto concorrenziale, in assenza dei necessari presupposti normativi ed il frequente ricorso ad affidamenti diretti".

Cantone segnala che ciononostante l'Autorità, invece di intervenire con un provvedimento contro il Comune, preferiva ipotizzare ispezioni in tutta Italia e un confronto tra Roma e altre città. La ragione? Le difficili condizioni finanziarie della Capitale. Conclude Cantone: "Nessuna attività di successiva ispezione è stata effettuata né in alcun modo è stata effettuata comparazione con altre città né che le irregolarità, comunque emerse, siano state comunicate al Comune di Roma, alla Corte dei Conti o alla Procura della Repubblica".

Al termine della lettera Cantone chiude minaccioso: "L'anomalia della procedura evidenziata sarà evidentemente oggetto di ulteriori accertamenti ispettivi interni i cui esiti saranno prontamente comunicati alla Procura". Nelle carte compare anche un'intercettazione in carcere di Massimo Carminati che parla con un altro detenuto: "Quando avevo 16 anni andavo in giro armato di pistola, quando poi i miei amici sono tutti morti ammazzati, io mi sono specializzato in quello che loro dicono e mi accusano.

Ma non hanno capito che gli piscio in testa se voglio". Carminati non collabora con i pm, a differenza dell'uomo ritenuto il suo braccio destro, Salvatore Buzzi. Il ras della cooperativa 29 giugno ha parlato tante volte con i pm e i compagni di detenzione non hanno gradito. Buzzi, in una lettera alla Procura, scrive che "l'ambiente della sezione, sebbene sia stato tollerante dopo i due interrogatori, ora è diventato ostile nei miei confronti, salvo alcune eccezioni. Ieri sera dopo i telegiornali, i detenuti della sezione hanno iniziato a gridare nei miei confronti: andiamo a fare i pentimenti religiosi, i pentimenti li facciamo all'aria". E chiede l'isolamento. Intanto ieri è tornato agli arresti domiciliari Daniele Pulcini, l'imprenditore romano arrestato anche lui con l'accusa di concorso in turbativa d'asta. Dal 4 giugno scorso era ai domiciliari, poi però è stato portato in carcere dopo che la Procura ha scoperto che organizzava cene e party a bordo piscina durante la detenzione. In una lettera ai pm, riconosce "di aver sbagliato".

 
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