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Lettere: Trani contro tutti, storia incredibile ma vera di una procura all'arrembaggio

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di Maurizio Stefanini

 

Il Foglio, 4 agosto 2015

 

Silvio Berlusconi è stato vittima di un golpe. Silvio Berlusconi è stato responsabile di un golpe. Qualcuno voleva uccidere Gianfranco Fini. Il vaccino contro il morbillo provoca l'autismo e il diabete. I dirigenti della Banca d'Italia e del ministero dell'Economia praticano usura. Chi le ha dette? La Procura di Trani. E non le ha solo dette: su ognuna delle citate accuse, ci ha pure aperto un'indagine. Non solo il caso Azzollini, dunque.

"I senatori non sono passacarte della procura di Trani", ha detto Matteo Renzi a commento di quest'ultima vicenda. Un contributo che si aggiunge a un già ricco florilegio. "Competenza territoriale che sembra diventata un optional", "protagonismo di certi magistrati che si propongono come tutori del Vero e del Giusto magari con qualche strappo alle regole processuali e alle garanzie, si intende a fin di bene", era stato ad esempio il giudizio del procuratore capo di Milano Edoardo Bruti Liberati, quando tra i colleghi di Roma, Milano e Siena la Procura di Trani si era inserita con un tuffo carpiato sul caso Mps.

E sì che come vicepresidente, presidente e segretario dell'Associazione nazionale magistrati, Bruti Liberati non si era mai distinto come un frenatore di protagonismi. Ma quella volta sbottò sulla "gara tra diversi uffici giudiziari, ma sembra che la new entry abbia acquisito una posizione di primato irraggiungibile". Mentre il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, parlava di "iniziativa estemporanea, dettata più dall'esigenza di inseguire la notorietà che da un coerente e responsabile esercizio dell'azione penale".

Eppure, Azzolini e Mps sono in fondo storie minore, rispetto a certi massimali su cui il protagonismo della procura di Trani si è arrampicata. Su Wikipedia, il "Tranigate" per eccellenza è infatti considerato la vicenda per cui nel marzo del 2010, a partire da un'inchiesta su un giro di carte di credito illegali, finì sul Fatto quotidiano il contenuto di intercettazioni che vedevano Berlusconi chiedere la chiusura di "Anno zero" di Michele Santoro. La faccenda finì per competenza alla procura di Roma, che nel gennaio 2013 avrebbe archiviato.

In realtà, l'indagine di portata più planetaria dovrebbe essere considerata quella in cui fu invece Berlusconi a essere descritto come la vittima di un complotto di Standard & Poor's e Fitch. Nel settembre 2011 i magistrati di Trani chiesero addirittura di visionare un rapporto che Barack Obama aveva inviato al dipartimento di Giustizia, per criticare la decisione del mese precedente di Standard & Poor's di declassare il rating sovrano Usa.

Dopo due anni di indagini, nel novembre del 2012 Trani chiese infine il rinvio a giudizio di cinque dirigenti dell'agenzia e di due manager di Fitch. "In una intercettazione ci avevano paragonato a un piccolo paesino dell'Oklahoma", commentò trionfante il pm Carlo Maria Capri-sto. "Abbiamo risposto con i fatti, portando a termine un autentico inedito nel panorama investigativo nazionale e internazionale.

Anche gli Usa ci hanno chiesto gli atti". Gli apologeti esaltano la "genialità" del pm Michelle Ruggiero, che avrebbe imperniato il caso su un'accusa di manipolazione del mercato attraverso false informazioni sull'affidabilità dell'Italia come creditore, appunto per aggirare l'esclusiva della procura di Roma in materia di atti eversivi contro la personalità dello stato. Curiosamente, però, più ancora che la battaglia contro le agenzie, sulle reti sociali ha spopolato quella del 2014 con cui Michele Ruggiero aprì un'inchiesta per "accertare l'esistenza di un nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino anti morbillo, parotite e rosolia e reazioni avverse gravi, quali l'autismo o il diabete mellito", su denuncia dei genitori di due bambini ai quali era stata diagnosticata una sindrome autistica a insorgenza post vaccinale. Ipotesi di reato: lesioni colpose gravissime a carico di ignoti.

I carabinieri del Nas acquisirono il piano nazionale vaccinazioni con il calendario di quelle obbligatorie e facoltative per l'età evolutiva, per indagare sulla composizione dei vaccini e sui loro produttori. Poi ci sono state le indagini sul tasso Euribor, sulle accuse di usura a Bankitalia e ministero dell'Economia, sulla Divina Provvidenza.

Ci vorrebbe un libro, più che un articolo. Per associazione geografica, un irriverente parallelo nasce però con Mariano da Trani: terribile guerriero che appariva nel "Soldato di Ventura" con Bud Spencer, vecchio film in cui la Disfida di Barletta era trattata come uno spaghetti western. Mariano metteva paura a tutto il mondo, ma poi si rivelava un bluff. Gonfiato a arte dai versi che Ariosto e Tasso gli avevano dedicato su commissione.

 

Lettere: l'idea perbenista di sballare col permesso del questore

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di Beppe Severgnini

 

Corriere della Sera, 4 agosto 2015

 

Siamo riusciti a vietare le sigarette nei locali pubblici. Tutto il resto circola liberamente, e ogni tanto uccide. Lamberto Lucaccioni, 16 anni, è stato stroncato da una overdose di ecstasy (Mdma) al Cocoricò di Riccione.

Il Questore di Rimini, Maurizio Improta, ha ordinato la chiusura del locale per quattro mesi, elencando dettagliatamente tutti gli interventi delle forze dell'ordine negli ultimi due anni, compresi quelli del 118.

"Chiudere le discoteche per lo sballo è come chiudere le strade per gli incidenti", sostiene il nuotatore Simone Sabbioni, 18 anni, di Riccione. C'è una differenza che forse sfugge, al giovanotto e a tutti coloro che, in queste ore, dicono cose del genere. Sulle strade, gli incidenti sono l'eccezione, e tutti cercano di evitarli. In molte discoteche lo sballo è la regola, tutti lo sanno, ma si fa finta di niente. I piagnistei dei gestori dei locali notturni li conosciamo bene: noi tentiamo! Noi controlliamo! Noi interveniamo! Cosa possiamo fare se i ragazzini bevono fino a rischiare il coma etilico e s'impasticcano? Se le ragazzine si prostituiscono per una banconota?

Se giovanissimi italiani e coetanei immigrati si picchiano come ebeti nei parcheggi, tirandosi calci e bottiglie? Si potrebbe rispondere ai virginali disco-imprenditori: quanti minorenni con la vodka nel bicchiere avete allontanato? Quanti controlli avete condotto, quante pastiglie avete sequestrato? Quante denunce sono partite da voi, utili a identificare gli spacciatori?

La verità, come spesso capita, è banale. Le discoteche, come gli stadi di calcio, sono diventati luoghi extraterritoriali. Posti dove sono consentiti comportamenti che, altrove, porterebbero a una denuncia o a un arresto. I luoghi dello sballo sono diventati discariche sociali che fingiamo di non vedere. Papà e mamme preferiscono non sapere.

Finché un giorno capiscono - magari dopo una telefonata notturna dei carabinieri - che là dentro ci stanno i propri figli e i propri nipoti. E rischiano di non tornare a casa. Nessuno vuole "criminalizzare l'industria del divertimento", come recita il coro (interessato) dei professionisti del ramo.

Ma qualcuno - la maggioranza degli italiani, almeno - vorrebbe evitare che quest'industria ospiti, tolleri e incoraggi comportamenti criminali. L'educazione e la prevenzione, evocate dalla politica in queste ore, non bastano. Davanti all'incoscienza e alla sfacciataggine di certi comportamenti - come quelli raccontati da Fabrizio Roncone giorni fa - c'è solo una strada: la repressione.

Parola sgradevole, ma inevitabile. La strategia dello struzzo - testa sotto la sabbia, sperando che passi - nasconde quasi sempre l'ignavia. Per anni abbiamo tollerato gli ubriachi alla guida e le strade notturne trasformate in anticamere dei campisanti. Tragedie, dolore, invocazioni, prediche, campagna di sensibilizzazione: nessun risultato. È bastato introdurre norme chiare nel codice della strada (compresa la "tolleranza zero" per i neopatentati) e intensificare i controlli: i risultati sono subito arrivati.

Lo stesso dovremmo fare con le discoteche. È inutile chiedere, pregare, auspicare. Bisogna intervenire. Intendono collaborare, gestori e titolari? Beppe Riboli, uno dei più noti progettisti di locali notturni, spiegava al Corriere nel 2012: "Le discoteche sono arredate anche per il tipo di stupefacenti che si consumano. Gli enormi stanzoni neri per l'ecstasy hanno lasciato il posto ai privè della cocaina, con pista da ballo piccolissima e tanto colore bianco".

Oggi dice, a proposito del Cocoricò: "Se fai un club così (enorme, psichedelico, zero arredi), se offri musica così (hard core, techno, trance), se la mandi a 120 decibel (un aereo al decollo), se hai un parco-luci così (strobo da 5.000 watt, teste mobili, accecatori, videoled) non c'è verso: per essere normale devi essere sballato". Una novità, per gli addetti ai lavori? Qualcuno, leggendo, dirà: non fate gli ipocriti, voi giornalisti, voi genitori, voi educatori, voi adulti! Cosa credete che girasse ai vostri tempi, nei concerti rock o nelle cantine del punk?

Incensi e camomilla? Risposta: giravano alcol e droghe anche allora, ma in quantità e con modalità diverse. Chi ne faceva uso aveva le sue colpe, spesso pagate a caro prezzo; ma almeno ci risparmiava il perbenismo della trasgressione. I nuovi, giovanissimi trasgressori vogliono sballare col permesso del Questore: francamente, è troppo.

 

Piemonte: migliora sovraffollamento delle carceri, ma restano carenze di organico

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Adnkronos, 4 agosto 2015

 

Se il sovraffollamento è stato almeno temporaneamente risolto, negli istituti di detenzione del Piemonte permangono molti problemi: carenza di organico della polizia penitenziaria, scarsa possibilità di lavoro, strutture inadeguate.

Il sovraffollamento non segna più negativamente le carceri piemontesi, come avvenuto per molto tempo. Ma se questo problema è di fatto risolto soprattutto grazie a interventi normativi, tra cui indulti e la modifica di una parte della legge Bossi-Fini sul reato di immigrazione, altri ne restano: ad incominciare dalla carenza di personale nei ranghi della polizia penitenziaria, fino all'assenza di attività lavorative e di reinserimento per i detenuti in alcuni istituti di pena. È il quadro che emerge dalle visite ispettive condotte dall'associazione radicale Adelaide Aglietta in collaborazione con i consiglieri regionali Gabriele Molinari (Pd) e Marco Grimaldi di Sel, i cui risultati sono stati presentati oggi in una conferenza a Palazzo Lascaris. "Più luci che ombre" è la sintesi della situazione carceraria in Piemonte data da chi, nei mesi scorsi - come avviene da decenni ad opera dei radicali - ha visitato gli istituti di pena e raccolto dati.

Numeri che raccontano di una popolazione carceraria, al 30 giugno scorso, di 3686 detenuti nei 13 istituti distribuiti nel territorio regionale, di cui 1532 stranieri, 127 donne e 2715 condannati in via definitiva. Di questo ben un terzo sono rinchiusi alle Vallette di Torino.

E proprio dal carcere "Lorusso e Cotugno" del capoluogo arrivano notizie positive, non solo per la fine di un sovraffollamento che ha distinto questo come gli altri istituti detentivi per anni, ma anche per quelle attività che portano una trentina di carcerati a lavorare alla manutenzione dei giardini torinesi, così come l'apertura dell'Icam che consente un regime di custodia attenuata per le detenute con i loro bambini. A fronte di questi aspetti positivi, alla Vallette permangono problemi strutturali, tra cui la necessità di interventi nel settore docce al fine, come osservano gli autori del rapporto, "di renderli almeno decenti".

Dove, invece, i detenuti non hanno alcuna possibilità di svolgere alcun lavoro, neppure all'interno del carcere, è a Cuneo. "Una situazione anomala rispetto al resto degli istituti e che merita una rapida inversione di tendenza", osservano radicali e consiglieri, dalla cui relazione emerge anche come la diffusa carenza di personale di custodia raggiunga livelli pesanti a Quarto d'Asti dove oltre all'insufficienza di organico anche quella di formazione per gestire detenuti sottoposti al regime di alta sicurezza rappresentano aspetti molto problematici.

Situazione altrettanto critica al carcere minorile Ferrante Aporti. Qui, in seguito all'allungamento dell'età dei detenuti - da 21 a 25 anni - si è creata una situazione che divide di fatto l'istituto in due blocchi distinti (uno per i ragazzi fino a 18 anni e l'altro per quelli dai 18 ai 25) che, pur a fronte di una trentina di detenuti in totale, rende insufficiente l'organico del personale che ammonta a circa venti unità e risulta di fatto dimezzato rispetto al previsto.

Alle quali non possono concorrere i nove che prestano servizio nella struttura attigua destinata ad accogliere i pochi giovani in regime temporaneo di custodia attenuata. "Basterebbe poter utilizzare parte di questo personale per compensare la carenza di quello in servizio nell'istituto" osservano i radicali.

Nel corso della presentazione del rapporto, cui hanno preso parte, assieme al consigliere Molinari,Marco Del Ciello dell'Associazione Aglietta, Federico Dolce dell'Associazione torinese "È possibile" e la deputata Eleonora Bechis, ex M5s ora di Alternativa libera, è stata ribadita la necessità, oltre che di colmare la carenza di organico del personale di polizia penitenziaria, anche di creare occasioni d'inserimento nel mondo dell'istruzione e del lavoro a fini rieducativi e per abbattere i rischi di recidiva.

 

Sardegna: Caligaris (Sdr); un solo direttore per quattro carceri, occorre subito concorso

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alguer.it, 4 agosto 2015

 

La denuncia è di Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", all'indomani della nuova organizzazione tra i carceri isolani per il periodo di ferie: il direttore di Isili (Cagliari) e Lanusei (Nuoro) Marco Porcu sostituirà per il periodo delle ferie la collega Carla Ciavarella a Tempio-Nuchis e Badu e Carros. Analoga situazione per la direttrice di Alghero Elisa Milanesi

"In Sardegna c'è un Direttore che "si fa in quattro". Attualmente infatti regge quattro Istituti Penitenziari su dieci e ricopre un incarico perfino al Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria. È l'effetto derivante dalla assenza nei quadri dirigenti isolani delle figure dei Vicedirettori e consegue alla necessaria pausa feriale a rotazione tra i colleghi. Per l'ennesima volta si ripete una condizione inaccettabile per la situazione delle carceri nell'isola con una persona costretta a fare il pendolare in località distanti e non facilmente raggiungibili".

La denuncia è di Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", all'indomani della nuova organizzazione tra i carceri isolani per il periodi di ferie: il direttore di Isili (Cagliari) e Lanusei (Nuoro) Marco Porcu sostituirà per il periodo delle ferie la collega Carla Ciavarella a Tempio-Nuchis e Badu e Carros. Analoga situazione per la direttrice di Alghero Elisa Milanesi che, mentre la collega titolare Patrizia Incollu fruisce delle ferie, dovrà curare Sassari-Bancali, con i "41bis" e la Colonia Penale di Mamone-Lodè.

"È assurdo che il Ministero della Giustizia e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria continuino a ignorare - sottolinea Caligaris - le gravi conseguenze per i cittadini privati della libertà dell'assegnazione di più Istituti ad una sola persona.

Non si vuole comprendere che il rapporto tra la Dirigenza e i ristretti è fondamentale per l'equilibrio dell'intero sistema peraltro particolarmente delicato in questo specifico momento caratterizzato da notevoli cambiamenti connessi con l'entrata a regime dei nuovi Istituti, dalla presenza di un consistente numero di detenuti in alta sicurezza, dalle difficoltà oggettive derivanti da un'estate torrida".

"Il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria dovrebbe seriamente promuovere - rileva la presidente di Sdr - l'indizione di un concorso per Direttori. L'ultimo infatti si è perso nella memoria collettiva essendo ormai trascorsi oltre tre lustri. È impensabile che i Direttori degli Istituti Penitenziari sardi per consentire a un collega qualche giorno di riposo debbano sobbarcarsi centinaia di chilometri in più di quelli che fanno abitualmente dal momento che sono comunque sei per dieci Istituti".

"Se poi si considera che anche il Provveditore regionale delle carceri ha l'incarico in Triveneto, il quadro risulta sconcertante. Aldilà delle distanze e delle peculiarità di ogni realtà complessiva e di ciascun singolo detenuto lasciano perplessi le circolari del Dap che raccomandano la vicinanza ai ristretti. Evitare la moltiplicazione degli incarichi significa - conclude Caligaris - avere a cuore la rieducazione e il reinserimento sociale dei detenuti e rispettare il lavoro di chi con senso di responsabilità è impegnato a rendere accettabile e dignitosa la vita dentro gli Istituti Penitenziari".

 

Parma: la Garante Bruno "alla Rems accoglienza adeguata non possono essere mini-Opg"

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Ristretti Orizzonti, 4 agosto 2015

 

Dieci ospiti complessivi, ambienti ampi e climatizzati per le attività cliniche e ricreative. Gestione interna affidata esclusivamente a personale sanitario, come previsto dalla normativa sul superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, la vigilanza a una guardia giurata con videosorveglianza h24. Desi Bruno: "Ora auspico la presa in carico degli internati da parte dei territori di riferimento"

Venerdì scorso, la Garante regionale delle persone private della libertà personale, Desi Bruno, ha visitato la Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) di Casale di Mezzani, in provincia di Parma, alla presenza della direttrice del distretto dell'Ausl di Parma, Giuseppina Ciotti, del direttore del Dipartimento di Salute mentale e dipendenze patologiche dell'Ausl di Parma, Pietro Pellegrini, e della direttrice della Rems, Giuseppina Paulillo.

Come noto, questa struttura, insieme a quella di Bologna, è provvisoria, in attesa di quella definitiva prevista su Reggio Emilia, e ospita quegli internati dimessi dall'Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, rispetto ai quali la magistratura di sorveglianza ha ritenuto permanere la necessità dell'applicazione della misura di sicurezza detentiva, residenti nel territorio emiliano (anche se, allo stato, la struttura ospita anche qualche internato romagnolo, in quanto, la Rems di Bologna risultava al completo).

Al momento della visita, su 10 ospiti complessivi (di cui 3 in applicazione provvisoria della misura di sicurezza) ne erano presenti 5, in quanto un gruppo di 5 internati, nell'ambito del programma delle attività riabilitative e risocializzanti, stava effettuando un'escursione con pranzo al sacco sull'appenino parmense.

L'edificio è un'ex scuola di inizio secolo, che già era stata destinata a struttura psichiatrica, ora convertita in residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza, che "appare in grado di accogliere adeguatamente gli internati". È disposta su due piani, sottolinea l'Ufficio del Garante, "con ambienti ampi e climatizzati per le attività cliniche e ricreative". È prevista una capienza di 10 persone, "che hanno a disposizione 5 camere da letto da uno-due posti letto con bagno interno, e una sola camera tripla". È a disposizione anche "un'area esterna con giardino".

La gestione interna della struttura "è affidata a personale esclusivamente sanitario, come previsto dalla normativa sul superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, mentre la vigilanza a una guardia giurata che si avvale di un sistema di videosorveglianza h24 collocato a piano terra. Esiste la possibilità, con un apposito collegamento, di sollecitare l'intervento delle Forze dell'ordine, in caso di necessità. La struttura è delimitata da una recinzione alta tre metri. Ad oggi- chiarisce la Garante- non si sono verificati episodi critici legati alla sicurezza".

Da subito, l'Ausl di Parma ha previsto per gli internati un ampliamento della possibilità di effettuare colloqui e telefonate rispetto al regime vigente nell'ospedale psichiatrico giudiziario: particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni con la famiglia e/o persone significative, se coerenti con il percorso di cura, e anche cercando di favorire, laddove possibile, licenze giornaliere (autorizzate esclusivamente dalla magistratura di sorveglianza).

Come riportato nel documento, elaborato dal Dipartimento di Salute mentale e dipendenze patologiche dell'Ausl di Parma "Contributo alla definizione del modello operativo delle Rems", il modello di funzionamento di queste strutture "non può essere quello dell'Opg o della sanità penitenziaria e nemmeno quello di una comune residenza psichiatrica, con l'obiettivo di delineare il mandato di cura, evitando che prevalgano le logiche custodiali che trasformerebbero le Rems in mini-Opg".

Come anche sottolineato nel corso della visita dal direttore del Dipartimento Salute mentale e dipendenze patologiche dell'Ausl di Parma, Pellegrini, "la maggiore sicurezza deriva da percorsi sanitari e cure corretti e appropriati". Esiste poi un regolamento interno della struttura che, tra le altre cose, enuncia regole di comportamento per la convivenza con gli altri ospiti, per l'utilizzo di denaro, effetti personali e sigarette, per gli impegni quotidiani e gli orari da rispettare dal paziente.

La programmazione delle attività, prosegue il resoconto dell'Ufficio della Garante, "già finanziate per 50.000 euro, prevede attività di teatro, escursioni, cura e coltivazione del giardino e dell'orto, attività sportiva, massaggi. È prevista, inoltre, attività di pet therapy, a cura di una volontaria locale".

Il giudizio di Desi Bruno sulla struttura di Casale di Mezzani è "positivo" e auspica che, "così come è nello spirito della Legge 81/2014, gli internamenti possano avere carattere residuale rispetto alle prese in carico da parte dei servizi territoriali, e possano essere individuate in tempi rapidi le migliori prassi per quanto attiene ai rapporti con la magistratura di cognizione, per quanto riguarda l'applicazione provvisoria delle misure di sicurezza (che rappresenta una criticità segnalata nel corso della visita), e alla presa in carico da parte dei territori di riferimento al fine di favorire la risocializzazione dell'internato".

 
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