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Parma: i detenuti preparano il "Pane di padre Lino" per i poveri

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La Repubblica, 10 maggio 2015

 

La produzione è affidata a dodici reclusi con pene che arrivano anche all'ergastolo. Lunedì la presentazione dell'iniziativa. I detenuti preparano il "Pane di padre Lino" per i poveri. I Frati dell'Annunziata di Parma, il Direttore degli Istituti penitenziari di Parma dr. Carlo Berdini e il Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Parma Roberto Cavalieri nelle scorse settimane hanno collaborato per la realizzazione di un progetto nato dal desiderio dei detenuti del circuito detentivo dell'Alta Sicurezza di partecipare alla vita comunitaria della città di Parma dedicandosi una volta alla settimana alla preparazione di pane e prodotti da forno che saranno destinati alla Mensa di Padre Lino.

I detenuti che hanno presentato la loro proposta al cappellano del carcere Fratel Giovanni Mascarucci lavoreranno a titolo volontario e produrranno prodotti da forno che i volontari della Mensa di Padre Lino trasporteranno ogni mercoledì alla mensa dei poveri in Strada Imbriani.

Qui, tra i borghi dell'Oltretorrente, in mezzo alla povera gente, ha trovato "sfogo" la santità di Padre Lino e oggi tutti, a Parma, conoscono la mensa a lui dedicata nella quale, quotidianamente, vengono accolti per il pranzo oltre 150 persone indigenti delle quali alcune, poi, vengono ospitate dai Frati, che hanno attrezzato un'ala del convento proprio per la prima accoglienza.

L'inaugurazione del progetto coincide con la celebrazione della settimana dedicata a Padre Lino e i Frati dell'Annunziata hanno voluto dare concreta forma al desiderio dei detenuti coinvolgendo la Direzione del carcere ed il Garante dei detenuti del Comune di Parma con i quali si sono condivisi le finalità dell'iniziativa.

I l Frate di Parma Padre Lino è stato per oltre 10 anni cappellano dell'antico carcere 'San Francescò, in centro città. Il Francescano è Venerabile e si sta attendendo un miracolo per avviare il suo processo di beatificazione. Padre Lino ha potuto farsi carico della condizione dei detenuti perché, intelligentemente, ha collaborato con la Direzione del Carcere di allora e le Istituzioni della Città, da solo avrebbe potuto far poco! Su questa indicazione Fr. Andrea Grossi, Superiore dei Frati dell'Annunziata, ha accolto con gioia ed emozione questa iniziativa come un segno dal cielo in questi tempi difficili.

L'attività del pane dei detenuti per la Mensa padre Lino, è un'autentica azione gratuita di solidarietà di chi, come i poveri della Città, conosce l'indigenza non chiusa in se stessa, sterile e apatica, ma aperta alla condivisione e che vuole essere un eloquente segno di sostegno per quella rete di solidarietà che il Comune, la Chiesa e tante Associazioni portano avanti per costruire insieme, a Parma, una città in cui nessuno si senta solo e abbandonato. La produzione del pane sarà realizzata da 12 detenuti con pene anche dell'ergastolo che si sono impegnati a operare gratuitamente a favore dei più poveri della città, un gesto di testimonianza erestituzione che vuole dare vita ad un collegamento tra carcere e città nella speranza che questo diventi sempre più saldo e forte. L'iniziativa sarà presentata alle autorità il prossimo 11 maggio nel corso di un incontro che si terrà presso il carcere.

 

Ivrea (To): Sappe; detenuto dà fuoco alla cella, una decina di agenti intossicati

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Ansa, 10 maggio 2015

 

Un incendio è divampato nel pomeriggio all'interno del carcere di Ivrea, nel Torinese. Ad appiccarlo un detenuto marocchino, che per protesta ha dato fuoco alla sua cella. Una decina gli agenti di polizia penitenziaria intervenuti per mettere in salvo i detenuti e spegnere le fiamme. Lo rende noto il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria Sappe, che in una nota parla di "momenti di grande tensione e pericolo".

L'episodio, aggiunge il segretario generale del sindacato, Donato Capece, è "sintomatico del fatto che le tensioni e le criticità nel sistema dell'esecuzione della pena in Italia sono costanti. E la situazione è diventata allarmante per la Polizia Penitenziaria, che paga pesantemente in termini di stress e operatività".

 

Torino: Sappe; sventata evasione dal carcere Lorusso-Cutugno di detenuta per stalking

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www.grnet.it, 10 maggio 2015

 

Ha tentato di evadere dal carcere di Torino Lorusso-Cutugno ma è stata prontamente acciuffata dai poliziotti penitenziari, che sono però rimasti contusi nelle fasi concitate dell'evento critico. È accaduto ieri pomeriggio a Torino, protagonista una detenuta italiana - B.R.T., ex infermiera, ristretta per il reato di stalking. A dare la notizia è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.

Racconta Donato Capece, segretario generale del Sappe: "L'episodio è accaduto ieri verso le 13, durante l'ora d'aria. Nel cortile la detenuta ha tentato di fuggire ma le poliziotte, che si sono accorte del suo intento, l'hanno prontamente bloccata. Detenuta e 4 poliziotte sono rimaste ferite nella concitazione ma solo grazie alla professionalità del personale di Polizia Penitenziaria veniva bloccata la donna. Grazie all'attenzione e alla professionalità dei Baschi Azzurri, dunque, una clamorosa evasione è stata sventata in tempo".

Il Sappe, con il Segretario Regionale del Piemonte Vicente Santilli, denuncia come "l'episodio è accaduto proprio nel giorno dedicato alla Festa della Polizia Penitenziaria e dimostra che da festeggiare c'è ben poco. Quelli di ieri nel carcere di Torino sono stati momenti di grande tensione e la possibile evasione è stata sventata dall'ottimo intervento delle agenti di Polizia Penitenziaria. Avevamo denunciato nelle scorse settimane che il numero degli eventi critici accaduti nei penitenziari piemontesi è costante E la clamorosa tentata evasione sventata in tempo dalla Polizia Penitenziaria ne è la conferma più evidente".

 

Biella: detenuti fuori dal carcere per il torneo di calcio a cinque "Ricominciare"

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La Provincia di Biella, 10 maggio 2015

 

Torna oggi il popolarissimo torneo organizzato dall'associazione Gufo Re. È arrivato all'undicesima edizione il torneo di calcio a cinque "Ricominciare", organizzato dal Ministero della Giustizia in collaborazione con l'associazione "Gufo Re". L'evento si svolgerà oggi pomeriggio dalle 14 alle 19 al Palazzetto dello Sport di Biella di via Pajetta. L'iniziativa prevede un'unica partita giocata tra detenuti ed una rappresentativa della città di Biella. A seguire si disputerà anche un quadrangolare di giovani "pulcini".

La squadra che proviene dal carcere è composta da dodici giocatori dodici individuati attraverso una valutazione del G.O.T. con una preventiva verifica dei requisiti che consentono la fruizione di benefici premiali e secondo criteri di affidabilità e merito dei soggetti. I detenuti usciranno previa concessione da parte del magistrato di sorveglianza di permessi premiali orari con scorta o con variazioni temporanee al programma di trattamento (ex art. 21 O.P.). Le premiazioni dell'evento, che ha una forte risonanza sul territorio e un impatto positivo che mette in luce l'istituto penitenziario come parte integrante della città, sono previste per le 17.

 

Libri: "Cattivi", carceri formato matriosca

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recensione di Luigi Manconi

 

Il Sole 24 Ore, 10 maggio 2015

 

Il romanzo di Maurizio Torchio "Cattivi" ci rende partecipi della mostruosa condizione dei detenuti, ridotti a "nuda vita". Il carcere è il luogo della nostra organizzazione collettiva dove più alta è la percentuale di analfabeti e di analfabeti di ritorno.

Allo stesso tempo, è il luogo dove la miseria sociale e culturale può giungere ad attivare le strategie più tenaci di resistenza e di emancipazione, affidate a faticosi processi di formazione e di autoformazione. In genere percorsi individuali, perseguiti attraverso la ricerca dolorosa di spazi propri e personali, all'interno di una dimensione congestionata e affollata. E affollamento non è quello che si crede abitualmente. Non è la proiezione concentrazionaria di una spiaggia del litorale romagnolo a ferragosto. È, piuttosto, la promiscuità fisica e mentale e, per così dire, spirituale. È l'addensarsi impudico di corpi e il mescolarsi soffocante di fiati odori umori, che realizzano una sorta di spoliazione della personalità, ridotta alla mera dimensione fisica (la "nuda vita").

Qui, in questo abisso - dove in due metri quadrati trovano posto il water, la doccia, il fornello e il cibo - davvero ci si può perdere, scoprendo di essere niente più che le proprie elementari funzioni biologiche. Oppure, toccato il fondo, ci si può salvare perché si rintraccia il nocciolo essenziale di se stessi. Quel fondamento irriducibile della persona ha bisogno di una voce per parlare, dentro il frastuono assordante e ottundente di un ossessivo accalcarsi.

Talvolta la scrittura soccorre. Proprio li la scrittura, a confronto con l'essenzialità dell'individuo spossessato di tutto, può essere la forma altrettanto essenziale della sopravvivenza: una forma scarnificata e ridotta all'osso, com'è nelle esercitazioni letterarie di molti detenuti (va ricordato che all'interno delle carceri italiane, in quella povertà assoluta, si tengono decine di corsi di scrittura creativa).

Nel romanzo Cattivi, Maurizio Torchio, che detenuto non è e non è stato, non ricorre al meccanismo della finzione artistica, né a una spericolata procedura di immedesimazione. Il suo io narrante conserva il connotato dell'essenzialità - dire ciò che si deve dire, nell'esatto modo di dire - in virtù di un timbro letterario particolarmente nitido. E ciò dentro una concezione del mondo e del mondo prigioniero che rivela una sua ispirazione classica.

Non a caso, il libro si apre con una citazione della Politica di Aristotele: "chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte dello Stato, e di conseguenza o è bestia o dio".

Mentre il filosofo greco descriveva il funzionamento delle comunità organizzate e indagava oneri e diritti della cittadinanza, Torchio raccoglie da terra ciò che Aristotele aveva scartato. E lo visita: palmo a palmo. Gli uomini che non sono "parte dello stato" li trova oggi rinchiusi dentro le mura di un carcere e dentro i confini di un'isola. Essi sono non solo fuori dalla collettività dei cittadini ma, per cosi due, si trovano al limite dell'umanità stessa: bestie o dèi Delle bestie hanno il richiamo continuo e feroce ai bisogni del corpo, l'assoggettamento doloroso alle necessità che non danno loro tregua.

E che li richiamano, nonostante tutto, alla vita. I loro corpi sono "rubinetti che perdono": perdono linfa ogni giorno, perdono denti, perdono colore dalle guance, perdono peso, perdono ogni accenno di cura e di bellezza. Ma questi avanzi di uomini hanno anche qualcosa degli dei: dei lontani e "impotenti" che non possono fare nulla della propria o dell'altrui vita.

Eppure "dei pericolosi, perché criminali". Trovarsi al di là o al di qua del muro è un attimo, un inciampo nella vita, come uno scatto fotografico mal riuscito: "un istante dà il nome a tutta la tua vita. Ma chiunque ne esce male, a ricordarlo soltanto per la cosa peggiore che ha fatto". Il libro di Torchio è cosi vero non perché riesce a comunicare una verità anche sociologica, ma perché il suo vigore narrativo trasforma l'esattezza della descrizione in un'emozione capace di deflagrare nell'intelligenza e nel cuore del lettore.

Torchio va dritto alla carne, realizzando un contatto quasi fisico con il carcere, senza guanti di lattice. E qui sta la potenza della sua scrittura: la letteratura, com'è sempre negli scrittori di valore, non anestetizza il dolore. Ce lo restituisce in tutta la sua violenza, in un libro dove il corpo è, allo stesso tempo, contenuto e forma espressiva. Materia del racconto e strumento del racconto.

 
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