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Brasile: caso Pizzolato; i senatori Pd Guerra e Manconi "salviamo il nostro connazionale"

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Ansa, 22 ottobre 2015

 

"Tra 24 ore è possibile che il nostro connazionale Henrique Pizzolato venga impacchettato ed estradato in Brasile. Pizzolato è stato condannato in quel paese a 12 anni e mezzo di carcere e, da tempo, è detenuto nell'istituto penitenziario di Modena". È quanto scrivono in una nota i senatori del Pd Cecilia Guerra e Luigi Manconi ricordando che "tra Italia e Brasile è in via di definizione un trattato, già sottoscritto dal nostro paese, che consentirebbe a Pizzolato di scontare la pena in Italia".

"Questa possibilità, - affermano i parlamentari - risulta ignorata dal nostro governo. E ciò perché le autorità brasiliane avrebbero garantito incondizionatamente la tutela dell'incolumità del detenuto in una speciale sezione del carcere di Papuda per detenuti vulnerabili". Ma proprio le condizioni generali del carcere precipitano in queste ore, mettono in guardia i due senatori Pd, "è stato teatro - affermano - di un tentativo di evasione, nel corso di un'agitazione della polizia penitenziaria". Dunque non in grado di garantire a Pizzolato "il pieno rispetto di tutti i suoi diritti" e la "totale protezione della sua incolumità".

Inoltre, scrivono, in questo carcere Pizzolato "dovrebbe stare fino al giugno 2016", "per essere poi trasferito in un istituto a regime ordinario". Gli esponenti Pd domandano al governo se "è serio che in queste condizioni Pizzolato, italiano che già sconta la sua pena, venga esposto a rischi possibili per la sua incolumità e alla violazioni certe dei suoi diritti". "Questa vicenda - concludono - ci appare ancor più contraddittoria perché nulla impone una simile soluzione". "Abbiamo seriamente creduto che Pizzolato potesse rimanere in Italia - concludono - confortati dalle parole pronunciate più volte dal ministro della Giustizia. Parole inequivocabili. Evidentemente non avevamo capito".

 

Stati Uniti: un giudice della Corte Suprema "la pena di morte potrebbe essere abolita"

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di Rolla Scolari

 

Il Giornale, 22 ottobre 2015

 

Apertura del giudice di origini italiane Scalia, uno dei saggi della Corte Suprema: "Non sarei sorpreso se fosse giudicata incostituzionale". È arrivata da una delle voci conservatrici della Corte Suprema americana un'apertura nei confronti della possibile abolizione della pena di morte negli Stati Uniti.

Antonin Scalia, 70 anni, giudice nominato 30 anni fa dal presidente Ronald Reagan, ha detto parlando agli studenti di una facoltà di giurisprudenza in Minnesota che non si stupirebbe di una possibile decisione della Corte sull'incostituzionalità della pena di morte.

Il dibattito sulla questione è diventato negli ultimi anni ancora più pressante negli Stati Uniti dopo il caso, nel 2014, dell'esecuzione in Oklahoma di Clayton Lockett, condannato a morte nel 2000 per omicidio, rapimento e stupro. In seguito alla somministrazione dell'iniezione letale, l'uomo è morto soltanto dopo 43 minuti di dolorosa agonia. Il caso ha sollevato polemiche, orrore e controversie nell'opinione pubblica. L'ottavo emendamento della Costituzione americana vieta punizioni considerate "inusuali e crudeli".

Altri casi simili a quello di Clayton Lockett si sono verificati in altri stati dell'Unione. Da diversi anni infatti le società farmaceutiche dell'Europa, dove non esiste da anni la pena di morte, che fornivano agli Stati Uniti i farmaci per il mix dell'iniezione letale hanno smesso di farlo per questioni etiche. I penitenziari dei singoli stati americani hanno cominciato quindi ad affidarsi a laboratori locali, ma i risultati sono spesso stati devastanti.

Tanto che la questione è stata affrontata dalla Corte Suprema quando tre detenuti "nel braccio della morte" hanno fatto ricorso ai giudici. A giugno, la Corte Suprema - dopo divisione e tensioni enormi interne tra i giudici - han ritenuto costituzionale l'utilizzo del mix di droghe per l'iniezione letale: cinque voti favorevoli e quattro contrari. Tuttavia, all'università del Minnesota Scalia ha ricordato come le decisioni della Corte Suprema sulla pena di morte abbiano "quasi sempre reso impossibile imporla, ma non l'abbiamo formalmente dichiarata incostituzionale". "Non mi sorprenderebbe se lo diventasse", aveva spiegato poco prima, durante l'incontro con gli studenti.

Diversi stati in questi mesi stanno faticando a trovare metodi considerati costituzionali in America - secondo l'ottavo emendamento già citato - per portare a termine le esecuzioni, in seguito alla difficoltà di reperire farmaci adeguati, che non causino ulteriori sofferenze ai condannati a morte. In questi giorni, il governatore dell'Ohio, John Kasich, ha per esempio posticipato a una data non specificata nel futuro undici esecuzioni in programma per il 2016 e una per il 2017 proprio perché lo stato, non volendo usare cocktail farmaceutici che potrebbero ricreare casi simili a quello di Lockett, non ha ancora trovato alternative alle droghe finora utilizzate.

Il dibattito etico avanza e si irrobustisce, con le associazioni per i diritti umani che sottolineano come i recenti casi di morti in agonia di detenuti e condannati provino la necessità di un veloce cambiamento. Lo stesso Papa Francesco, che ha parlato in settembre davanti al Congresso degli Stati Uniti, ha chiesto all'America e al mondo di abolire la pena di morte. Dall'altra parte, i sostenitori della pena capitale nel Paese hanno avanzato proposte dibattute anche a livello di assemblee locali, come la ripresa di antichi e controversi metodi per le esecuzioni: l'impiccagione, la sedia elettrica e persino il plotone di esecuzione.

 

Stati Uniti: i capi dei dipartimenti di polizia "più misure alternative e meno carcerazioni"

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giornalettismo.com, 22 ottobre 2015

 

130 Capi di altrettanti Dipartimenti di polizia degli Stati Uniti hanno firmato una presa di posizione nella quale chiedono lo svuotamento delle carceri americane, che secondo loro sono state riempite di persone che non ci dovrebbero stare.

I capi delle polizie americane hanno formato un gruppo di pressione per l'introduzione di misure alternative alla detenzione, la riduzione delle leggi penali e l'abolizione delle pene minime detentive obbligatorie. Il gruppo s'incontrerà domani con il presidente Obama e oggi ha presentato il progetto in una conferenza stampa.

Nel gruppo ci sono i capi delle polizie delle maggiori città del paese, da William J. Bratton di New York a Charlie Beck di Los Angeles e Garry F. McCarthy di Chicago, ai quali si sono uniti anche diversi pubblici ministeri da tutto il paese. Gli Stati Uniti hanno la più alta percentuale di popolazione dietro le sbarre, staccando in tale classifica e con ampio margine anche i regimi più repressivi. La severità del sistema giudiziario americano per di più non ha particolari effetti sul tasso di criminalità, sul quale comunque è noto non influisca un maggiore o minore ricorso alla carcerazione.

Quando poi l'osservazione della popolazione carceraria riporta l'immagine di un sistema che ha incarcerato in gran parte persone di pelle nera e che allo stesso modo detiene i malati mentali che non hanno altre attenzioni dallo stato, soprattutto per reati che in altri paesi sarebbero sanzionati a fatica con una contravvenzione, diventa evidente che la prima e unica cosa da fare sia quella di ridurre per legge il numero degli imprigionati.

 

Pakistan: ieri 5 impiccagioni, numero esecuzioni sale a 14 in 24 ore

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Agi, 22 ottobre 2015

 

Almeno 5 detenuti sono stati impiccati ieri in Pakistan, facendo salire il numero delle esecuzioni nelle ultime 24 ore a 14. Le utime esecuzioni si sono svolte a Lahore, Bahawalpur, Toba Tek Singh, Mianwali, Dera Ghazi Khan, nella provincia centrale di Punjab. A riferirlo un alto funzionario, che ha voluto l'anonimato. Ieri sono state eseguite le condanne a morte per altri 9 uomini. Le impiccagioni hanno portato il conteggio delle esecuzioni a oltre 250.

Nel Pakistan è stata revocata una moratoria a dicembre, dopo l'attacco da parte dei talebani in una scuola nel nord-ovest del Paese che causò la morte di 150 persone, la maggior parte bambini. Le impiccagioni erano state ripristinate solo per i condannati per terrorismo ma nel marzo scorso sono state estese a tutti i reati capitali. L'Unione Europea e le Nazioni Unite, oltre alle associazioni per i diritti umani, avevano chiesto urgentemente al Pakistan di ripristinare la moratoria. Amnesty International ha stimato a dicembre che il Pakistan ha oltre 8 mila detenuti nel braccio della morte.

 

Brasile: carceri nel caos, guardie consegnano le chiavi ai prigionieri per mantenere ordine

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di Chiara Nardinocchi

 

La Repubblica, 22 ottobre 2015

 

Le prigioni del Pernambuco tra sovraffollamento e violenze, al limite del collasso. Tra celle stracolme e condizioni igienico-sanitarie indecenti, la mancanza di agenti lascia spazio alla criminalità. Per questo in diverse case circondariali i secondini scelgono dei prigionieri per "mantenere l'ordine" a discapito della legalità. Umanità e legge sono due parole che perdono di significato quando si volge lo sguardo alla situazione carceraria brasiliana.

La zona più colpita da fenomeni di sovraffollamento e criminalità è la regione di Pernambuco, nel nord est del paese. Qui, con il personale ridotto all'osso e condizioni detentive inumane, gli agenti arrivano a cedere le chiavi delle celle a reclusi scelti tra tanti affinché mantengano l'ordine. Ovviamente sulla pelle degli altri prigionieri.

Il caos dietro le sbarre. I diritti umani non sono benvenuti nelle carceri brasiliane. Al di là di ogni norma o regolamento, le celle arrivano a contenere un numero di persone dieci volte superiore alla propria capienza. Nel paese sono più di 607mila i detenuti in strutture progettate per accoglierne 377mila. E nel Pernambuco la situazione è ancora più allarmante. Qui i posti in carcere sono circa 10.500, ma ad oggi in cella ci sono più di 32mila persone.

Il triplo rispetto al numero dei detenuti stimati nei progetti. In realtà il 50% dei prigionieri è in attesa di giudizio e a dispetto non solo del diritto internazionale ma anche della stessa legge brasiliana, sono detenuti assieme ai condannati. Inoltre le condizioni igienico sanitarie sono allarmanti: nelle carceri del Pernambuco l'incidenza di tubercolosi è 100 volte superiore alla media nazionale. "Lo stato - afferma Maria Laura Canineu, responsabile di Human rights watch per il Brasile - ha stipato decine di migliaia di persone in celle progettate per ospitarne un terzo. Inoltre ha consegnato le chiavi delle celle a detenuti che usano la violenza e l'intimidazione trattando la prigione come un feudo personale".

Prigionieri secondini. Secondo il ministero della Giustizia brasiliano, nelle carceri del Pernambuco il rapporto tra guardie e prigionieri è di uno a 30, il peggiore del paese. Ma ci sono situazioni ancora più inverosimili come una struttura ospitante circa 2.300 detenuti che dispone di soli quattro agenti. In tali condizioni diventa pressoché impossibile per le autorità mantenere il controllo e la legalità all'interno delle strutture carcerarie. Così, in alcune prigioni le guardie cedono le chiavi delle celle direttamente a reclusi scelti tra gli "ospiti" delle strutture.

Una sorta di milizia usata per mantenere l'ordine con metodi arbitrari. In compenso le guardie o chiudono un occhio nei confronti delle attività illicite portate avanti dai prigionieri-secondini oppure partecipano intascando delle tangenti. Stando alle testimonianze raccolte da Hrw nel report "Lo stato ha lasciato che il male prendesse il suo posto", i prigionieri non solo vendono farmaci, droghe e smerciano diversi tipi di beni, ma con il benestare degli agenti portano avanti attività criminali di ogni tipo.

Un vizio di giustizia. Una delle cause del sovraffollamento risiede nella prassi di non sottoporre i detenuti alle "udienze di custodia". Dei colloqui dove il giudice dopo l'arresto decide dove il detenuto dovrà attendere il processo e verifica la legalità dell'intero iter. La mancanza cronica di questa fase processuale ha diverse conseguenze. Prima fra tutte l'affollamento delle carceri dove condannati e persone in attesa di processo condividono le celle e gli spazi comuni. In secondo luogo la mancanza di queste audizioni non permette al giudice di verificare se i prigionieri sono stati vittima di violenze o abusi da parte delle forze dell'ordine.

"Rispettando l'obbligo di proteggere le persone dalla carcerazione arbitraria - afferma Canineu - lo stato del Pernambuco potrebbe contemporaneamente diminuire il numero dei reclusi e combattere il sovraffollamento che contribuisce alle insalubri, degradanti e insicure condizioni delle sue carceri".

 
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