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Giustizia: "devi ritornare in cella" e solo in quel momento Martina scoppia in lacrime

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di Elisabetta Andreis

 

Corriere della Sera, 22 agosto 2015

 

L'auto azzurra, una Peugeot con i vetri posteriori oscurati, è entrata dal retro della clinica Mangiagalli a metà mattina. L'autista ha aspettato in un angolo defilato del cortile. Alle 12.32, preavvertito da una chiamata, è sceso, ha aperto la portiera e molto in fretta ha caricato un neonato tranquillo, stretto tra le braccia di una giovane donna, con un'altra funzionaria al seguito.

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Giustizia: i "caporali" rubano un miliardo l'anno, arriva la denuncia della Flai-Cgil

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di Giuliano Foschini

 

La Repubblica, 22 agosto 2015

 

Pizzo sulle paghe e contributi non versati il business dei nuovi sfruttatori. A Trani indagine su agenzie del lavoro e tour operator. Il ministro Martina: giovedì vertice straordinario con Poletti. Racconta Marco, un caporale bulgaro che raccatta braccianti a pochi chilometri dai campi dove è morta Paola Clemente, che ultimamente c'è una merce particolarmente preziosa nel loro speciale mercato: "Gli italiani. Prima erano spariti, c'erano soltanto neri o est europei come me. Il lavoro nei campi veniva schifato. Ora, invece, hanno di nuovo bisogno di soldi e allora sono tutti qui. Accettano poco, non protestano mai".

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Giustizia: Casamonica. Giudici e carabinieri sapevano, il caso finisce in Parlamento

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di Francesco Grignetti

 

La Stampa, 22 agosto 2015

 

Tre parenti agli arresti autorizzati a partecipare. Un ex militare guidava la banda. Dicono che nessuno sapeva, che non si poteva immaginare, che figurarsi se qualcuno ha autorizzato quel clamoroso funerale che sta facendo ridere tutto il mondo. Il prefetto di Roma, Franco Gabrielli, ha dato la colpa alla "falla comunicativa" che avrebbe impedito a lui e al questore d'intervenire preventivamente, e lo stesso sostiene il Vicariato di Roma così come pure il Campidoglio. Eppure qualcosa non torna.

Già, perché forse è un caso che il maestro di banda, Francesco Procopio, alla guida dei fiati che suonavano la colonna sonora del Padrino, sia un carabiniere in pensione da due anni, ma è difficile credere che sia stato per sbadataggine se la Corte d'appello di Roma, in data 19 agosto, ha autorizzato tre membri della famiglia Casamonica, agli arresti domiciliari, a partecipare alle esequie. Autorizzazione che era stata richiesta nei modi e nei tempi giusti dagli avvocati dei tre e che è stata affidata poi ai carabinieri di Ciampino e di Tor di Valle per gli adempimenti necessari.

Molti cittadini del quartiere hanno testimoniato che in piazza, oltre ai vigili urbani e alle squadre della nettezza urbana - ma il comandante dei vigili sostiene che del corteo funebre hanno saputo all'ultimo, e il direttore dell'Ama dice che hanno mandato una squadra di corsa perché con tutti quei petali di rosa c'era il pericolo che qualcuno scivolasse - ci fossero tanti carabinieri. E allora il sospetto è che questo funerale del clan sia stato tollerato perché era utile ai fini delle indagini. In certi casi è importante sapere chi c'è e chi non c'è.

La presenza in piazza Don Bosco di molte macchine provenienti da Venafro (Isernia) e Terzigno (Napoli) ha già permesso a chi conosce la geografia del clan, di poter affermare che c'è in atto una riconciliazione tra il clan del Tuscolano con la famiglia Spada, altri malavitosi di origine zingara, affiliati ai Casamonica, ma ultimamente in rotta.

Il funerale nella parrocchia di Don Bosco si lascia dietro comunque una scia di polemiche. I M5S sono insorti. Roberto Morassut, Pd, annuncia un'interrogazione parlamentare e perfino il renziano Federico Celli chiede perentorio spiegazioni ad Alfano. Il prefetto ha chiesto informazioni scritte perché deve preparare una relazione per il ministro. E il sindaco Ignazio Marino si dice preoccupato: "Si è voluto parlare anche altre organizzazioni criminali per ostentare la propria forza e il proprio prestigio?".

Rosy Bindi, presidente dell'Antimafia, intanto, insiste: "L'aspetto più grave continua a essere il negazionismo che ci accompagna. A Roma la mafia c'è come in altre parti d'Europa e del mondo. Dobbiamo attrezzarci per combatterla tutti, compresa la Chiesa. Abbiamo applaudito le parole di papa Francesco quando ha scomunicato i mafiosi, è necessario che sul piano pastorale si traggano le conseguenze delle parole del Papa".

 

Giustizia: Casamonica. Corsi e ricorsi dei rapporti tra clan e chiesa

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di Luca Kocci

 

Il Manifesto, 22 agosto 2015

 

Impegno altalenante, malgrado la scomunica pronunciata da papa Francesco. La sociologa Alessandra Dino: "Non si può dire "non sapevo". C'è una dimensione pubblica delle cerimonie che non si può ignorare". Nel 1990, nella stessa parrocchia di San Giovanni Bosco a Cinecittà che l'altro ieri ha ospitato il funerale di Vittorio Casamonica, furono celebrate le esequie di Renatino De Pedis, uno dei boss della banda della Magliana, il cui corpo venne poi tumulato - con l'autorizzazione del Vicariato - nella cripta della basilica di San Apollinare (dove è restato fino al 2012, quando poi fu cremato).

Corsi e ricorsi storici che, al di là delle coincidenze, mostrano quanto le relazioni fra Chiesa e mafie siano state e siano ancora intrecciate. Una storia che comincia da lontano, e lontano da Roma, già nell'800, quando i livelli erano contigui. Fino al 1963, quando a Ciaculli c'è la prima grande strage di mafia, e la Chiesa comincia a porsi il problema, anche perché a Palermo il pastore valdese Panascia aveva preso una posizione pubblica netta, mentre il cardinale Ruffini minimizzava. Per arrivare alla prima svolta bisogna aspettare il 1993, con l'anatema di Giovanni Paolo II nella Valle dei templi e l'omicidio di don Puglisi (e, l'anno successivo, di don Diana, a Casal di Principe).

Da allora la riflessione si sviluppa e le iniziative antimafia si moltiplicano, fino alla "scomunica" ai mafiosi pronunciata da Papa Francesco. Ma la consapevolezza non è unanime in tutta la Chiesa, così come l'impegno è a macchia di leopardo: accanto a preti e gruppi in prima linea, continuano ad esserci silenzi, omissioni, collusioni, feste patronali e processioni religiose guidate dai boss che in questo modo consolidano potere e prestigio, con la benedizione ecclesiastica (a giorni la Conferenza episcopale calabra pubblicherà le proprie linee guida sulle processioni proprio per evitare infiltrazioni).

Il funerale del proprio familiare organizzato dai Casamonica - benché Roma sia una realtà sociale diversa - si colloca in questo contesto. "Tra i messaggi più persuasivi che le organizzazioni mafiose lanciano per raccogliere consensi c'è l'ostentazione dell'impunità e da questo punto è stato un capolavoro di promozione dell'immagine pubblica del defunto e dei suoi eredi immediati", spiega Augusto Cavadi, autore fra l'altro del saggio Il Dio dei mafiosi (Ed. San Paolo). "In una società ancora imperfettamente secolarizzata, l'impunità terrestre, per quanto rilevante, non è esaustiva. Allora con gli elicotteri e la carovana dei fuoristrada sbatto in faccia la mia superiorità rispetto ai poteri civili, ma con la ritualità religiosa tolgo ogni eventuale dubbio sulla mia impunità post mortem. La volontà del padrino è legge incontrastata in cielo come in terra".

"Credo di aver fatto solo il mio dovere. Sono un prete, non un poliziotto e nemmeno un giudice", scrive sul sito internet della parrocchia don Manieri, che ha celebrato il funerale. "Se un signore mi chiede di celebrare il funerale di un suo congiunto lo celebro, non è scritto da nessuna parte che debba indagare su chi è, personalmente non conoscevo il nome del boss dei Casamonica per me poteva essere il più lontano dei parenti". Il vescovo del settore est di Roma (dove si trova la parrocchia), mons. Marciante, dichiara a Radio Vaticana di non essere stato informato - del resto anche il parroco ha ammesso di non aver informato nessuno -, spiega che "il funerale non si poteva proibire", ma aggiunge che "se avessimo saputo che dietro questo funerale c'era questo spettacolo avremmo suggerito di celebrare le esequie in un modo più discreto".

Ed è quello che è già avvenuto in altre situazioni e in contesti più difficili rispetto a Roma, perlomeno sotto l'aspetto del controllo del territorio da parte delle organizzazioni mafiose. Nel 2007, per esempio, l'allora vescovo di Piazza Armerina, mons. Pennisi, non vietò il funerale al boss gelese Emmanuello, ma negò l'uso della chiesa principale e celebrò le esequie in forma strettamente privata nella cappella del cimitero. Il vescovo di Acireale, mons. Raspanti, invece nel 2013, ha emanato un decreto che proibisce in tutta la diocesi i funerali religiosi ai condannati per mafia. Un passaggio decisivo secondo Alessandra Dino, sociologa palermitana, autrice di numerosi saggi sul rapporto fra Chiesa e mafia, fra cui La mafia devota (Laterza): "Non si può più dire non sapevo o non avevo capito, c'è una dimensione pubblica che la Chiesa non può ignorare".

 

Giustizia: Casamonica. Sabella: "Roma si scopre mafiosa, e ora faremo come a Palermo"

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di Eleonora Martini

 

Il Manifesto, 22 agosto 2015

 

Mafia Capitale. Parla l'assessore alla Legalità, Alfonso Sabella, già pm del pool antimafia. "I funerali del boss dei Casamonica sono l'oltraggio e il vaccino. Adesso tutto cambierà". "Certo che il funerale di Vittorio Casamonica è stato un grave smacco alla città e al Paese, certo che l'inequivocabile utilizzo dei rituali tipici delle organizzazioni mafiose, l'ostentazione di prepotenza e arroganza, dimostrano il potere di un clan che controlla di sicuro una parte della Capitale. Però paradossalmente sono contento che si sia verificato questo episodio, è stato una sorta di vaccino al negazionismo contro il quale noi operatori di giustizia combattiamo da anni. Adesso sono certo che un episodio del genere non potrà mai più accadere a Roma, perché d'ora in poi scatteranno tutti i campanelli d'allarme che non sono scattati in questa occasione. E le istituzioni faranno il loro lavoro e il loro dovere". Malgrado le notizie che arrivano da Roma stiano funestando la sua vacanza all'estero, l'assessore alla legalità Alfonso Sabella, già magistrato del pool antimafia di Palermo, prova a lanciare un "messaggio di speranza".

 

Assessore, dunque Roma può essere attraversata da un corteo funebre di migliaia di persone e centinaia di auto, può essere sorvolata illegalmente con lancio di oggetti (proprio mentre si discutono le nuove norme sui droni, ipotizzandone l'uso criminale e terroristico) e si possono appendere mega manifesti sulle facciate delle chiese senza che nessuno se ne accorga. Oppure Vittorio Casamonica era davvero uno dei Re di Roma?

"Beh, almeno adesso nessuno potrà più dire che a Roma la mafia non esiste. Il clan dei Casamonica, come quello dei Fasciani o degli Spada a Ostia, sono organizzazioni mafiose di vecchio stampo, che controllano il territorio. Con questo funerale sono stati mandati messaggi chiarissimi: la carrozza coi cavalli, tipica dei capi mafia siciliani degli anni 70, la Rolls Royce che non manca mai, la musica del Padrino che era pure la colonna sonora del video nel matrimonio di Leoluca Bagarella, il rapporto strano e anomalo con la Chiesa".

 

Strano e anomalo? Basterebbe ricordare che il boss della banda della Magliana, Renatino De Pedis, era sepolto nella cripta della basilica di Sant'Apollinare.

"Non ho mai visto una camera della morte, cioè quei posti dove venivano uccise e sciolte nell'acido le persone, che non avesse immagini sacre appese alle pareti. E quando ho arrestato Pietro Aglieri, detto u signurino, allora numero due di Cosa Nostra, l'ho fatto seguendo un frate. Insomma, i rapporti della mafia con la Chiesa non sono nuovi. Anche se questo caso credo sia diverso, certo però quel cartellone appeso all'ingresso della basilica di Cinecittà andava almeno rimosso. Comunque faccio l'assessore alla legalità, non al Vaticano".

 

E come si riporta la legalità in una città così degradata, al di là delle poche violazioni di norme che si sono compiute durante questi funerali?

"In ogni caso, per quanto riguarda la competenza comunale, quando tornerò mi voglio togliere una piccolissima soddisfazione: andare a verificare se si possono applicare sanzioni per aver insozzato Roma con lancio di oggetti dall'elicottero. Però mi faccia dire che questo evento è servito a far maturare gli anticorpi che eviteranno il ripetersi di tali situazioni. Mi spiego: al funerale di Luciano Liggio, capo clan assoluto di Cosa Nostra, sono andate al massimo venti persone e non c'è stato alcuno sfarzo. Perché in quel momento lo Stato era attento, aveva le antenne drizzate e messo in moto tutte le misure affinché quelle esequie si potessero svolgere nel modo più sobrio possibile".

 

Dunque, in questo momento a Roma lo Stato è "distratto"?

"Non è così: a Roma ancora non c'era una presa d'atto dell'esistenza della mafia. Non siamo a Palermo, a Platì oppure a Reggio Calabria. Qui dovevano funzionare diverse cose, tutte insieme, ma ne è saltata una e il meccanismo di allerta si è sfaldato. Così nessuno ha fatto niente per impedire una tale spettacolarizzazione nella capitale. Si sarebbe potuto intervenire con piccoli accorgimenti, come abbiamo fatto a Palermo, riuscendo a frenare questi fenomeni ancora prima di assestare colpi mortali alla mafia. È importante, perché si deve dimostrare a tutti che lo Stato è più forte dei clan. E soprattutto si sarebbe dovuto andare a monitorare chi c'era e chi non c'era, a questi funerali. Spero proprio che sia stato fatto: i vecchi brogliacci dei carabinieri, dove si prendeva nota delle presenze e delle assenze nelle cerimonie dei clan, erano materiale preziosissimo per capire gli equilibri interni alle mafie. Non dico che non ci sia la responsabilità un po' di tutti: le istituzioni hanno commesso dei peccati, ma veniali: c'è stata una sottovalutazione, con l'attenuante di essere impreparati".

 

Sta dicendo che malgrado il vaso di Pandora sia stato scoperchiato dall'inchiesta Mafia Capitale, finora nulla è cambiato nel sistema di allerta istituzionale?

"Distinguiamo i fenomeni. Mafia Capitale è diversa dalle mafie più tradizionali: la sua forza non sta nel controllo del territorio, quanto delle amministrazioni. Buzzi e Carminati potevano avere rapporti con i clan, ma in sostanza Roma è una città più corrotta che mafiosa, anche se vede la presenza di associazioni mafiose. Però fino a qualche tempo fa ciò veniva radicalmente negato. D'ora in poi, sono sicuro, tutto cambierà. Adesso la capitale ha preso atto della propria fragilità. E paradossalmente credo che da questo momento in poi Roma diventerà più sicura".

 
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