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Pavia: slitta l'apertura del polo psichiatrico in carcere, non c'è ancora il personale medico

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di Anna Ghezzi

 

La Provincia Pavese

 

Doveva aprire la prima settimana di settembre, il polo psichiatrico dentro il carcere di Torre del Gallo a Pavia: 24 posti contro i 90 previsti inizialmente, 10 posti per acuti. Ma l'apertura slitta ancora: "I lavori di ristrutturazione del padiglione procedono a spron battuto - spiega il consigliere regionale Giuseppe Villani che ieri è andato a visitare il carcere con l'assessore comunale ai servizi sociali Alice Moggi e Silvia Grossi del Pd di Voghera - ma l'Azienda ospedaliera non ha ancora bandito i posti di psichiatri e medici e infermieri necessari ad aprire la struttura. E non sono ancora stati fatti i corsi di formazione per gli agenti di polizia penitenziaria, per prepararli a gestire detenuti con problemi psichiatrici. Ci muoveremo verso Regione e Azienda ospedaliera per sollecitare l'apertura del reparto solo quando ci sarà il personale necessario".

Nella struttura attualmente ci sono 563 detenuti, più della capienza complessiva che è pari a 544 posti. Nella vecchia struttura, che ha 244 posti, sono ospitati circa 340 detenuti, gli altri 220 sono nella nuova ala che dunque risulta meno sovraffollata. "Sono troppi - spiega Villani - Il personale è al di sotto degli standard, sono 264 tra agenti, impiegati e medici, dovrebbero essere il doppio. E il personale sanitario non è nelle condizioni di garantire assistenza di notte. La direzione ha chiesto di avviare un piano di riduzione dei detenuti e di bloccare i nuovi ingressi che nelle scorse settimane si sono susseguiti senza sosta da San Vittore".

Si sta studiando anche di implementare la collaborazione tra Comune e casa circondariale per evitare in particolare i casi di detenuti che escono senza sapere dove andare, come avvenuto il 14 agosto: un detenuto è stato rilasciato e con le borse in mano si è avviato alla ricerca di un dormitorio. "Stiamo cercando di mettere in chiaro un percorso per collaborare sulle procedure di scarcerazione - spiega Moggi.

Il detenuto scarcerato il 14 ore è in dormitorio da noi e mangia in mensa, ma bisognerebbe definire modalità di collaborazione per evitare ad esempio di mettere in difficoltà strutture e operatori con arrivi improvvisi di casi complessi da gestire. Col garante dei detenuti (Vanna Jahier, ndr), il terzo settore e l'Aler stiamo anche lavorando alla possibilità di progetti di accoglienza per quella fase tra la scarcerazione e l'eventuale rientro a casa o inizio di una nuova vita, per dare un supporto che non sia il dormitorio o il villaggio San Francecso, già stracolme di persone".

 

Roma: il carcere fantasma di Ventotene, dove l'incuria cancella la storia

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di Jacopo Iacoboni

 

La Stampa, 23 agosto 2015

 

La struttura fu fatta costruire nel 1795 da Ferdinando IV di Borbone come esperimento per la detenzione perfetta. La prigione monumento storico sta crollando nell'indifferenza generale. Fra queste mura, dove nell'Ottocento avevano sofferto i padri del Risorgimento, il regime fascista incarcerò Sandro Pertini, presidente della Repubblica".

La lapide all'ingresso del carcere di Santo Stefano - l'isola deserta davanti a Ventotene dove furono prigionieri anche Umberto Terracini e Mauro Scoccimarro (Altiero Spinelli e Ernesto Rossi furono al confino nella vicinissima Ventotene) - ha i bordi in disfacimento, tra rovi, sterpaglie e mura pericolanti: ma non è ancora nulla.

Il carcere-Panopticon, costruito nel 1795 da Ferdinando IV di Borbone come esperimento per la detenzione perfetta (forma a ferro di cavallo ispirata alle teorie di Bentham, controllo totale dei detenuti da una sola torretta centrale), un monumento inestimabile per la coscienza storica dell'Italia, vive ormai in uno stato di degrado irreversibile. Altro che Pompei: qui rischia di cadere tutto da un momento all'altro e fioccheranno i titoloni del giorno dopo.

Se questo non è uno scandalo, di cui interessare tutti, dal governo Renzi alla presidenza della Repubblica, nulla lo è. Nel penitenziario di Santo Stefano è passata la nostra storia risorgimentale, liberale, anarchica, e infine antifascista (tra cui buona parte della Costituente). Dopo il 1848 ci vengono internati Silvio Spaventa e Luigi Settembrini. Nel 1900 viene spedito qui Gaetano Bresci, l'anarchico che uccide Umberto I, "il re mitraglia": Bresci "viene suicidato" dai secondini nell'infermeria del carcere.

"È sepolto qui", racconta Salvatore Schiano di Colella, studioso e guida turistica. Ha l'incarico, per conto di un'associazione di Ventotene che ha ricevuto l'affidamento dal Comune, di provvedere ai lavori di manutenzione minima, tenere sostanzialmente aperto il sito. Ma Santo Stefano tutta è ormai quasi perduta. L'isola ha quattro perigliosissimi approdi, dunque è inutilizzabile turisticamente. L'area è di proprietà per tre quarti di un notaio napoletano-vicentino (che prova a venderla da anni senza risultato) e per un quarto del demanio pubblico: proprio nella zona di pertinenza del carcere. E qui comincia il vero scandalo.

Questo che Giorgio Napolitano nel 2008 ha dichiarato patrimonio nazionale, e l'Unione europea dal 2013 decreta "patrimonio storico-artistico" da salvaguardare, presto sarà crollato. È questione di tempo. Nei tre piani del Panopticon, 33 celle ciascuno, 4 metri per 4, i pilastri di molte arcate non esistono più. Le porte delle celle sono divelte.

I muri cadenti. Ruggine e ferraglie ovunque. Non c'è il minimo interessamento pubblico - Tesoro, Beni Culturali, Palazzo Chigi - ma non è una novità. "Negli anni - racconta Schiano di Colella - ci sono stati studi di fattibilità, sempre abortiti; un'azienda, la Promoter di Perugia, fece anche un piano, presto abbandonato. La politica? "Mai vista". Nel 2006 il governo promise qualcosa. Non realizzò nulla. "A parte la cappella centrale del carcere, ristrutturata orribilmente e con spesa folle, 397mila euro, dalla Regione Lazio nel 2010, gestione Polverini" Politici in visita? "Ai tempi del G8 a l'Aquila venne l'europarlamentare Tajani, disse che era da abbattere tutto e costruire ex novo". La nota sensibilità storico-cultuale del centrodestra berlusconiano.

Del resto da queste parti ancora citano la battutona di Silvio Berlusconi ("Mussolini in fondo mandava gli oppositori a fare le vacanze a Ventotene").

Peccato che a Santo Stefano i detenuti vivessero in sette-otto in celle di 4 metri, ceppi ai piedi, e non vedessero il mare. Isolamento totale. Tassi di morte altissimi. Depressione. Follia. "Fine pena mai". Sandro Pertini ci stette quattordici mesi, nel 1929. Di qui passò nelle strutture di massima sicurezza del regime, a Turi, dove conobbe Gramsci, Pianosa, Ponza, le Tremiti, Ventotene (dove stette dal 39 al 43).

Nel 1965 il carcere chiude. Nel 1992 il Tesoro lo dà in affidamento al Comune: pilatescamente, se ne lava le mani. Anche la parte privata dell'isola, se venduta, è totalmente antieconomica: l'intera area è sottoposta a vincoli di fascia A, non ci si può neanche fare il bagno. Quando si dice: ecco a cosa servirebbe un investimento pubblico; magari una fondazione mista totalmente a fondo perduto. Se esistesse in Italia uno Stato, o una cultura d'impresa. O forse anche la condanna italiana è un "fine pena mai".

 

Immigrazione: i profughi "sfondano" la frontiera, la Macedonia chiede aiuto alla Ue

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Avvenire, 23 agosto 2015

 

Centinaia di migranti che erano bloccati al confine tra Grecia e Macedonia hanno sfondato il cordone di sicurezza e sono riusciti a passare la frontiera entrando in Macedonia. I migranti, soprattutto siriani in fuga dal Califfato, che da giorni attendevano nei pressi della stazione di Gevgelija in Macedonia per prendere un treno fino alla Serbia, sono riusciti a passare il confine. Gli agenti hanno lanciato granate stordenti per provare a bloccarli, ma non ci sono riusciti.

I migranti sono entrati dopo una notte trascorsa nei campi sotto la pioggia e con scarso accesso a cibo e acqua. Sotto la pressione dei circa 3mila migranti in attesa a Gevgelija, il governo della Macedonia ha messo in funzione cinque treni al giorno, con capacità fino a 700 persone, che hanno l'unico obiettivo di trasportare le persone fino alla frontiera con la Serbia.

I migranti vogliono arrivare in Serbia per poi entrare nella confinante Ungheria, Paese dell'Ue e dell'area Schengen. Per la maggior parte si tratta di cittadini provenienti dalla Siria, ma anche da Pakistan, Bangladesh e Somalia. Secondo i dati ufficiali, sono oltre 40mila i migranti arrivati in Macedonia negli ultimi due mesi.

In Macedonia c'è lo stato di emergenza. Il Paese chiede un maggiore sostegno di Bruxelles e la partecipazione della Commissione europea per risolvere l'emergenza immigrazione. I migranti che entrano dalla Grecia sono passati da 500 a 3mila al giorno, ha detto il ministro degli Esteri Popovski, e l' assistenza che riceviamo dalla comunità internazionale è simbolico, il peso principale è a carico delle istituzioni macedoni. Oltre duemila migranti hanno trascorso sotto la pioggia la notte tra venerdì e sabato in una zona alla frontiera tra Grecia e Macedonia, controllati dalla polizia macedone, mentre altre centinaia continuavano ad arrivare.

La maggior parte ha trascorso la notte in bianco o ha dormito sotto le stelle, alcuni hanno riposato nelle tende, in questa terra di nessuno tra il villaggio greco di Idomeni e la città macedone di Gevgelija. Fortissimo odore di fumo, persone che vagavano tra cumuli di rifiuti, sguardo fisso verso la frontiera dove le forze speciali della polizia sono dispiegate da giovedì: la Macedonia ha decretato lo stato d'emergenza per tentare di gestire il flusso migratorio.

Durante la notte, malgrado le lacrime dei tanti bambini, la polizia ha raddoppiato lo spessore del filo spinato e ha spinto indietro la folla, che gridava "Aiutateci". Molti "non riuscivano a proteggersi dalla pioggia. Una madre ha perso sua figlia e ha gridato tutta la notte. Io sono qui da dieci giorni. Voglio andare in Norvegia", ha gridato Samer Moin, un medico siriano di49 anni.

"Questi uomini sono senza cuore, a loro non importa della nostra tragedia", afferma uno dei tanti profughi siriani, Yousef, mostrando una bimba piccola ai poliziotti macedoni impassibili. L'uso della forza, ha spiegato a sua volta un poliziotto all'agenzia di stampa americana Ap, è dovuto agli ordini ricevuti dal governo di bloccare l'ingresso dei migranti in Macedonia, "fino a nuov'ordine, la situazione resterà così".

L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha espresso oggi preoccupazione per la situazione sempre più precaria al confine tra Grecia e Macedonia. L'Alto Commissario ONU per i Rifugiati António Guterres ha parlato della situazione con Nikola Poposki, ministro degli Esteri della Macedonia, ed ha ricevuto assicurazioni sul fatto che in futuro i confini non verranno chiusi.

L'Unhcr esprime particolare preoccupazione per le migliaia di rifugiati e migranti vulnerabili, in particolare donne e bambini, che si trovano ora ammassati nella parte greca del confine in condizioni che continuano a peggiorare.

L'Agenzia, comprendendo le pressioni che sta affrontando la Macedonia e le legittime preoccupazioni sulla sicurezza, fa appello al Governo per mettere in atto meccanismi che consentano di garantire una gestione ordinata delle frontiere senza trascurare le esigenze di protezione.

In particolare, l'Agenzia ha detto di aver incoraggiato il governo a lavorare con l'Unhcr per realizzare adeguate capacità di accoglienza nel paese, così come una procedura organizzata per la registrazione e l'identificazione. "L'Unhcr sta anche facendo appello alle autorità greche per rafforzare le modalità di registrazione e di accoglienza per le persone bisognose di protezione internazionale, per fornire assistenza urgente alle persone bloccate nella parte greca e per aiutarle a trasferirsi verso strutture di accoglienza lontane dal confine", aggiunge il comunicato.

L'Unhcr ha detto di essere pronta a fornire assistenza ad entrambi i governi per affrontare tali gravosi impegni. "Reiteriamo i precedenti appelli all'Unione Europea affinché intensifichi il sostegno ai paesi interessati e coinvolti nel flusso dei rifugiati nell'Europa sud-orientale, anche attraverso una robusta attuazione dell'Agenda Ue sulla migrazione e l'aumento delle alternative legali per l'ingresso in Europa" riporta la nota. L'Unhcr ha infine invitato l'Europa ad agire insieme per rispondere a questa crisi crescente e aiutare i paesi maggiormente interessati, come Grecia, Macedonia e Serbia.

 

Droghe: "ho iniziato a 16 anni e ho provato di tutto"

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di Elisa Fais

 

Il Mattino di Padova, 23 agosto 2015

 

La testimonianza di un diciannovenne appena diplomato al liceo. Le risposte in un questionario: "I miei genitori? Sanno che fumo". Ha superato l'esame di maturità, guadagnandosi il diploma in un liceo scientifico di Padova con ottimi voti. La sua, è una famiglia come tante altre e nella vita non gli è mai mancato nulla.

Eppure, questo ragazzo padovano, a soli 19 anni, si era già avvicinato al mondo della droga. Lo si evince dalle sue risposte a un questionario anonimo che avrebbe dovuto far parte di una ricerca. È una testimonianza singola, non fa statistica. Ma ciò che dice fa riflettere.

Soprattutto dopo la morte del ragazzo al Cocoricò e della giovane sulla spiaggia a Messina, con il mondo delle discoteche messo sotto accusa. Soprattutto perché a Padova è partito un progetto (Icatt) per il recupero dei detenuti tossicodipendenti. E soprattutto perché il provveditore delle carceri del Triveneto Enrico Sbriglia dopo trent'anni mette in dubbio la validità dei metodi repressivi.

 

Che tipo di droga hai assunto finora?

"Cannabis, ketamina, mdma, lsd".

 

Quando hai provato per la prima volta questi tipi di droga?

"Ho iniziato a fumare cannabis a 16 anni, in vacanza. La ketamina a 18 anni, sempre durante una vacanza con amici. L'mdma a 18 anni a una festa. L'lsd, appena maggiorenne, a una festa casa di amici".

 

Perché le hai provate?

"Mi incuriosisce il modo in cui le sostanze psicotrope agiscono sul cervello e le sensazioni nuove che provocano. La cannabis ad esempio mi piace perché mi rilassa, possiede proprietà mediche".

 

Cosa hai provato quando la droga ha fatto effetto?

"Quando fumo cannabis percepisco rilassamento, ilarità, accumulo di molti pensieri".

 

Cosa è successo quando hai esagerato?

"Ho esagerato una volta sola con la cannabis. Sono stato abbastanza male, ma non abbastanza da chiamare i soccorsi. L'alcol mi fa stare molto peggio".

 

Come ti senti il giorno dopo?

"Sto bene, studio ed esco con gli amici come faccio sempre".

 

Quante volte hai assunto droga?

"Assumo solo cannabis. Gli altri tipi di doga li ho solo provati".

 

Come ti procuri la droga?

"L'acquisto per strada o fuori scuola. Mi rivolgo ad amici italiani o di origine marocchina".

 

Ti dai delle regole per il consumo di droga?

"Mi autolimito. Le droghe pesanti le rifiuto quasi sempre, se le assumo lo faccio perché sono curioso".

 

Se la tua famiglia sapesse che hai fatto uso di stupefacenti, cosa pensi che accadrebbe?

"I miei genitori sanno che fumo cannabis. All'inizio non riuscivano ad accettarlo e non mi appoggiavano. Poi, si sono informati e lo hanno accettato".

 

Se qualcuno ti dicesse che sei un drogato tu cosa risponderesti?

"Droga è qualsiasi sostanza che modifica le condizioni psicomotorie di una persona. Anche il caffè e gli alcolici son droghe secondo l'Fda Americana. Ogni sostanza presa in eccesso provoca dei danni. Le droghe sono sempre esistite e ci circondano ogni giorno (ad esempio i medicinali). Non mi ritengo un drogato o tossico perché la mia vera e unica dipendenza è dal tabacco. Le sigarette causano gravi malattie e milioni di morti, eppure non sono considerate una droga. Invece i casi certificati di morte per cannabis, semplicemente, non esistono".

 

Droghe: il Provveditore Sbriglia "legalizzare il consumo, solo reprimere non serve"

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di Elisa Fais

 

Il Mattino di Padova, 23 agosto 2015

 

Il Provveditore delle carceri del Triveneto: "In passato sarei stato contrario ma dopo trent'anni di lavoro ho dubbi sull'efficacia degli strumenti finora utilizzati".

"Dopo tanti anni di esperienza, ho capito che le pene meramente detentive non servono a fermare la reiterazione dei reati legati alla tossicodipendenza. Quando una strategia non funziona, bisogna cambiare metodo. Quindi, perché non muoversi in un'ottica di legalizzazione del consumo delle sostanze stupefacenti?".

Sono parole forti quelle di Enrico Sbriglia, provveditore dell'amministrazione penitenziaria per il Triveneto. La sua, è una riflessione che arriva dopo quasi trent'anni al servizio del Ministero della Giustizia. Nel nostro Paese, i consumatori abituali di stupefacenti rappresentano il 30% della popolazione carceraria.

E chi commette un crimine legato alla droga, tende a rifarlo fuori dalle sbarre. Lo confermano i numeri: per un tossicodipendente il rischio di arrivare alla revoca della misura alternativa al carcere è di quasi quattro volte superiore ad un non tossicodipendente. Padova, assieme a Bologna, sono i crocevia della droga d'Italia. Gli ultimi dati sul traffico e il contrasto delle sostanze illegali in Veneto, diffusi dalla Direzione centrale per i servizi antidroga, registrano il non invidiabile primato: ben il 41% delle operazioni venete sono state effettuate alla città del Santo. Il fenomeno è in aumento.

Si passa da 690 chili di sostanze stupefacenti sequestrate nel 2010 in Veneto, a 1663 chili nel 2014. Sempre l'anno scorso, solo a Padova, sono state segnalate per traffico illecito 616 persone delle quali 176 italiani e 440 cittadini stranieri. Quasi tutti sono passati dalla Casa circondariale di Padova, situata affianco al carcere Due Palazzi.

La struttura, inaugurata negli anni 70, accoglie sia i detenuti in attesa di giudizio che i condannati con pene inferiori a cinque anni. Oggi, la metà dei reclusi nella Casa circondariale padovana è tossicodipendente.

Nel novembre del 2014 è stata inaugurata una sezione speciale a custodia attenuata, denominata Icatt: un padiglione completamente rinnovato ospita trenta detenuti, per lo più giovani, con problemi connessi alla tossicodipendenza. Si tratta di un progetto pilota per la nostra Regione, che ha lo scopo di riabilitare chi sceglie volontariamente di intraprendere un percorso terapeutico. Si differenzia dalle altre sezioni perché i ragazzi sono coinvolti in attività di gruppo e sono quotidianamente seguiti da medici e psicologi dell'Ulss 16.

 

Dottor Sbriglia, perché è nato il progetto Icatt?

"Abbiamo modificato l'ambiente favorendo un trattamento sanitario della patologia. La detenzione è valida se riesce a far nascere un senso di responsabilità in queste persone. L'auspicio è che attraverso quest'esperienza, molto simile ad una comunità, possano liberarsi da un problema che a oggi le istituzioni stentano a governare con risultati effettivi, misurabili e soprattutto duraturi".

 

Perché la gestione dei detenuti tossicodipendenti rimane un problema irrisolto?

"Quando ci si confronta con le dipendenze, non è facile dare soluzioni. La lettura esclusivamente securitaria di contrasto alla tossicodipendenza, non pare aver portato buoni risultati. Non trovo fuori luogo pensare a soluzioni alternative preventive. Non si arriva in carcere solo perché si fa uso di droga. Ma lo stato di tossicodipendenza favorisce la commissione di taluni odiosi reati, spesso predatori, che più di altri allarmano la collettività.

Bisogna chiedersi se una lettura diversa, in un'ottica di governo della dipendenza, possa essere una strada da percorrere. Parlo di una normativa che preveda la legalizzazione, e non la liberalizzazione, delle sostanze stupefacenti, per un consumo controllato e vigilato. In passato sarei stato fortemente contrario, ma dopo trent'anni all'interno delle carceri ho il dovere di mettere in dubbio l'efficacia degli strumenti finora utilizzati".

 

Il Progetto Icatt "gli imprenditori ci aiutino con la produzione in carcere"

 

L'Istituto a custodia attenuata per tossicodipendenti, che ha aperto le sue porte a novembre dello scorso anno all'interno della Casa circondariale di Padova, non può lavorare a pieno regime a causa della carenza di fondi e di personale, soprattutto di polizia penitenziaria. Ad oggi, i detenuti sono trentacinque e occupano un solo piano.

Ma potrebbero essere molti di più, almeno ottanta. A dirlo è chi lavora full time all'interno del mondo delle carceri: il direttore della Casa circondariale, Antonella Reale; il vice commissario di Polizia penitenziaria, Antonio Zaza; il direttore dell'Ufficio trattamento detenuti, Angela Venezia e il responsabile dell'Area educativa, Domenico Cucinotta. "Facciamo appello a piccoli e grandi imprenditori perché spostino la loro produzione all'interno della Casa circondariale di Padova.

L'ingresso di aziende in carcere farebbe da volano al progetto", dichiarano uniti. Un po' come avviene già al vicino carcere "Due Palazzi", dove centinaia di detenuti sono impegnati in attività di ogni tipo: dalla pasticceria Giotto, al call center, all'assemblaggio di biciclette.

Presso l'Icatt si svolgono diverse attività per la riabilitazione fisica e psichica dei tossicodipendenti, in collaborazione con l'Ulss 16. I detenuti che entrano nel programma speciale sono selezionati da un equipe e firmano un patto di trattamento.

In caso di successo può fare da ponte a misure alternative al carcere. "Finora il programma ha dato ottimi risultati", specifica Antonella Reale, "è aumentato il numero di detenuti che ha ottenuto una misura alternativa e, una volta fuori, non ha avuto ricadute. Su 60 casi trattati, c'è stato un solo ritiro. Questo dimostra che si tratta della via da percorrere e sulla quale investire".

 

I numeri del Sert: 1.287 persone in cura

 

Il Servizio per le tossicodipendenze dell'Ulss 16 segue il numero di pazienti più alto del Veneto. Attualmente il Sert di Padova ha in carico 1.287 persone con problemi di droga. Quasi 140 i giovanissimi: si parla di ragazzi e ragazze di età compresa tra i 15 e i 24 anni.

"Abbiamo avuto a che fare con una ragazzina che a 15 anni faceva già uso di eroina", dichiara Andrea Vendramin, direttore del dipartimento, "la giovane padovana a prima vista era insospettabile, dava l'impressione di essere una ragazza come tante altre: di bell'aspetto, non trasandata e sveglia.

A volte ci troviamo di fronte a ventenni che rifiutano qualunque tipo di aiuto. Non intendono sottoporsi a colloqui con le educatrici e le psicologhe, ma accettano solo la terapia a base di metadone. La dipendenza ha già causato in loro una compromissione a livello mentale". Che diano effetti stimolanti, allucinogeni o dissociativi, il risultato non cambia: tutte le droghe agiscono sul sistema nervoso. E spesso, i danni sono irreparabili.

Possono sopraggiungere episodi di epilessia, arresto cardiaco, danni celebrali e invalidità motorie. Secondo il dottor Vendramin è però indispensabile capire lo stile di consumo. "Per semplificare, esistono tre classi di consumatori di sostanze stupefacenti", spiega, "il primo profilo è rappresentato dal consumatore saltuario.

Si stima che almeno il 20% della popolazione occidentale abbia provato almeno una volta ad assumere una sostanza stupefacente. Il secondo profilo si delinea nel consumatore abituale. Infine c'è il consumatore che ha perso il controllo e ha sviluppato una malattia sociale multifattoriale: per queste persone procacciarsi una dose diventa l'obbiettivo della giornata. È il dna di un individuo e l'ambiente in cui vive a influenzare la categoria di appartenenza".

 

I protagonisti del progetto: "Lavoriamo su di noi per un futuro migliore"

 

Dal capo della gang della Guizza al fratello della marocchina uccisa a bastonate dal padre.

A venticinque anni, la maggior parte dei giovani padovani abita ancora con i genitori. Ma la storia di Denis, Hamza, Khalil e Ahmedè completamente diversa perché, a venticinque anni, si trovano rinchiusi in un carcere per spaccio e rapina. Vendendo droga in strada, hanno finito per provarla, cadendo così nel vortice della tossicodipendenza. E ora, dietro le sbarre, cercano un riscatto: hanno scelto di entrare nella sezione di custodia attenuata Icatt.

"Io sono qua da tredici mesi e me ne mancano ancora un bel po', in via provvisoria sette", spiega Pietro Denis Germanà Nucifora, 24 anni, di origini siciliane. "Ora sto cercando di lavorare sulla mia personalità per avere un futuro migliore. Perché una volta fuori, starà a me affrontare i problemi. Solo quando si vuole una cosa, si riesce a cambiarla.

Se invece parti arrabbiato col mondo intero perché non è giusta la pena che ti hanno inflitto, ne esci sempre peggio". Una personalità, quella di Denis, che lo ha portato a essere prima il leader di una baby gang alla Guizza, poi il capo indiscusso di un gruppo di ventenni che costringevano i coetanei a rubare gioielli ai familiari per poi finanziarsi lo spaccio. Ora, Denis porta al collo un Tau legato ad un cordoncino rosso: la croce francescana simbolo di redenzione. Accanto a lui c'è Hamza Lhasni, 28 anni, che porta sul viso il tatuaggio di una lacrima.

"In carcere faccio il barbiere, ma il mio sogno una volta uscito da qui è fare il personal trainer in una palestra", dice. "Andavo in palestra anche quando ero fuori, solo che iniziavo e poi smettevo: sai com'è. Sono in carcere da quasi otto mesi, sto capendo il valore della mia vita, i miei sbagli. Mi mancano ancora tre anni e mezzo".

Hamza in passato è stato accusato più volte di rapina: l'ultima è avvenuta l'anno scorso ai danni di un'anziana scaraventata a terra mentre passeggiava in zona Sacra Famiglia a Padova. Ben più grave invece è il reato commesso dal padre di Hamza, che sta scontando una condanna di 14 anni al Due Palazzi per aver ucciso nel 2004 la figlia diciannovenne a colpi di bastone perché troppo occidentalizzata. Hamza era nella stanza accanto e all'epoca dei fatti era un adolescente. "Se ci fosse la possibilità di lavorare in carcere, lo farei. Per noi sarebbe più facile trovare un lavoro dopo, se uscissimo di qui con un attestato", sottolinea Hamza. E Denis aggiunge: "Non è scontato trovare un impiego fuori perché se hai precedenti non ti prendono".

È invece dentro da dieci mesi Ahmed Gasmi, 27 anni, tunisino, per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Il giovane è stato sorpreso mentre cedeva marijuana a Loreggia. "Ho una bambina, devo per forza cambiare", ammette Ahmed, "Tutti qui abbiamo problemi di tossicodipendenza, tanti di noi hanno commesso reati sotto l'effetto di droga.

Il mio lavoro futuro? Ho tanti sogni, ma devo prima chiarirmi le idee, quindi li tengo nel cassetto". Nei mesi scorsi i detenuti hanno seguito un corso d'arte, i loro disegni sono appesi in una sala comune. "Non avevo mai disegnato prima, però piano piano ho cominciato e ho fatto anche delle cose belle. Il maestro usa tecniche che non ho mai visto in tutta la vita", spiega Ahmed, "in questa sezione c'è più spazio rispetto all'ordinaria.

Di là siamo stati in celle da nove dove la privacy non esiste, qui almeno siamo in quattro". Khalil Jamai, 25 anni, sta scontando una pena di cinque anni. Assieme ad altri compagni, spacciava nella zona di Piazza delle Erbe. "Spazio o no, un carcere rimane un carcere. Ci sono sempre le sbarre", conclude Khalil.

 
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