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Il silenzio delle vittime di 'ndrangheta: "a Torino c'è più omertà che a Locri"

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di Giuseppe Legato e Massimiliano Peggio

 

La Stampa, 15 gennaio 2016

 

Minacce con teste di maiale mozzate e pizzini per non essere intercettati. I carabinieri: nessuno ha denunciato spontaneamente gli estorsori. Arrestati 20 affiliati. "A Torino? Più omertosi che a Locri". Ecco come vengono descritti dai carabinieri questi torinesi in balia degli strozzini, minacciati con teste di maiale mozzate, impauriti e costretti al silenzio con i pizzini, umiliati al punto di dover vendere le catenine d'oro dei figli per appagare le richieste dei signori della 'ndrangheta, che bevono caffè in un bar a pochi passi dal Tribunale e sorridono spavaldi alle ragazze che passano di fronte al dehors. Nonostante le inchieste degli ultimi anni e l'impegno sociale nel recupero dei beni confiscati alle mafie, la 'ndrangheta sembra inestirpabile, il coraggio della denuncia quasi impalpabile.

Da ieri sono finiti in cella in venti, arrestati dai carabinieri del nucleo investigativo con accuse che vanno dall'associazione di stampo mafioso, all'estorsione, al possesso di armi e commercio di hashish e cocaina. Indagine durata due anni, non facile, perché nessuna delle vittime si è presentata spontaneamente a denunciare le estorsioni. Per paura di ritorsioni. "Il nostro auspicio - afferma il procuratore capo Armano Spataro, autorizzando la diffusione dei filmati dell'inchiesta - è che altre vittime di questi odiosi atti minatori trovino la forza di denunciare".

A capo dell'organizzazione due padrini e fratelli: Adolfo e Aldo Cosimo Crea, 44 e 41 anni, già finiti in carcere in altre inchieste, compresa Minotauro, indagine monumentale sull'infiltrazione criminale calabrese a Torino e provincia, con un esercito di condannati in via definitiva. "Lo sapete no, a Torino comandiamo noi" dicevano agli imprenditori, incassando migliaia di euro al mese. Agli affari di famiglia collaborava anche il figlio di Adolfo, il giovane Luigi, al suo debutto in carcere, che si lamentava di non poter vivere con meno di 10 mila euro al mese, per colpa del costo della vita troppo alto. "I soldi partono come niente" dice in un'intercettazione. Attorno ci sono gli altri "associati": autisti, comparse, emissari. Passeggiano nel centro della città, siedono ai dehors dei caffè, intascano il pizzo in mezzo alla strada, ostentano forza.

Altro che mafia silente, che non si manifesta. I Crea sono violenti e lo dimostrano mentre chiedono il pizzo per sostenere "gli affiliati finiti in carcere": botte, schiaffi, minacce terribili. Lo fanno con Simon Longato, piccolo industriale della cintura torinese, che ha riconquistato la sua libertà quando ha raccontato ai carabinieri di aver ricevuto una testa mozzata di maiale, con dentro una messaggio di morte, vecchio stile, con le lettere ritagliate dal giornale: "la prossima volta mettiamo la tua testa". Ma non l'ha fatto spontaneamente. Si è liberato del fardello quando i carabinieri lo hanno chiamato in caserma, dopo aver intercettato le conversazione dei sui aguzzini. Lui è una delle vittime intrappolate nella rete di estorsioni e minacce di questo gruppo criminale di 'ndranghetisti con solidi legami "con la terra madre", radicata al nord da alcuni anni. Affari nella droga, nel gioco d'azzardo, in alcune attività commerciali. "Per colpa di queste bestie - si sfoga oggi l'imprenditore - mi sono trasferito in Svizzera. Ho paura di morire, ancora oggi. Spero solo che lo Stato faccia lo Stato e li tenga dove meritano. Mi fa star male pensare che tanta gente ha negato le estorsioni di fronte ai carabinieri e ha continuato a pagare. Non pagare rende liberi".

Quella dei Crea è una mafia sfacciata che bivacca in una bella piazza di quartiere e fa affari alla luce del sole. "Questa è Torino, non Locri" commenta esaustivo il colonnello Domenico Mascoli, comandante del nucleo investigativo, mostrando le immagini ad alta definizione registrate nel corso delle indagini. Nei filmati si vedono mani che afferrano soldi, stropicciano pizzini tra il via vai indifferente della gente. Nel blitz di ieri sono state fatte anche 41 perquisizioni domiciliari e sequestrati 7 immobili; automezzi; conti bancari, e due società.

 

Dalla Cedu nuova condanna all'Italia: 10 milioni ai danneggiati dal sangue infetto

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di Marina Castellaneta

 

Il Sole 24 Ore, 15 gennaio 2016

 

Corte europea dei diritti dell'Uomo - Sezione I - Causa D.A. e altri contro Italia - Sentenza 14 gennaio 2016. Tempi troppo lunghi, per le vittime del sangue infetto, per ottenere gli indennizzi. Ostacoli per la liquidazione dei risarcimenti. Assenza di ricorsi effettivi e violazione del diritto alla salute. La Corte europea dei diritti dell'uomo, con la sentenza D.A. e altri depositata ieri, torna a condannare l'Italia sul sangue infetto, dopo la pronuncia del 2009 con la quale aveva riconosciuto il diritto agli indennizzi. Questa volta le somme dovute sono quantificate in dieci milioni di euro. A rivolgersi alla Corte, 889 vittime dirette e familiari di malati deceduti a causa di malattie contratte per trasfusioni di sangue infetto o utilizzo di emoderivati. Invece di avere cure mediche adeguate, i pazienti avevano contratto gravissime malattie per la contaminazione del sangue infetto, oggetto di numerose inchieste. E come se non bastasse, sul piano nazionale avevano incontrato ostacoli per far valere almeno il proprio diritto a un indennizzo. Di qui la scelta di rivolgersi a Strasburgo che ha dato ragione alla maggior parte dei ricorrenti. Prima di tutto la Corte europea ha ritenuto violato il diritto all'equo processo (articolo 6) nel quale rientra il diritto a ottenere in tempi rapidi l'esecuzione delle sentenze.

Se uno Stato - scrive Strasburgo - non esegue una sentenza definitiva a detrimento di una parte è chiara la violazione dell'articolo 6. I ritardi nell'esecuzione delle pronunce sugli indennizzi hanno impedito alle vittime di ottenere un effettivo ristoro. Così, l'indennizzo è rimasto solo sulla carta e questo - prosegue Strasburgo - senza alcuna giustificazione, per di più tenendo conto che si trattava di risarcimenti dovuti a malati. Violato anche l'articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà nel quale rientrano i crediti esigibili che lo Stato deve corrispondere senza poter avvalersi, a giustificazione dei ritardi, né della complessità delle procedure né di problemi di budget. Condanna, altresì, per violazione dell'articolo 13 che assicura il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva e dell'articolo 2 sul diritto alla salute, per gli aspetti procedurali, perché lo Stato non ha fornito risposte adeguate e rapide tenendo conto che, in alcuni casi, il procedimento per ottenere un indennizzo è durato 12 anni per un solo grado di giudizio.

Solo su un punto la Corte dà ragione all'Italia. Per Strasburgo, infatti, la somma di 100mila euro fissata dall'articolo 27bis del Dl 90/2014, prevista per chi ha deciso di avvalersi di una procedura transattiva, è da considerarsi adeguata. Un riconoscimento sottolineato dal ministero della Salute in una nota nella quale si precisa che la norma salvata da Strasburgo è stata fortemente voluta dal ministro Beatrice Lorenzin.

Meno convinte le associazioni. Federconsumatori punta il dito contro la scarsa sicurezza e i rinvii nei risarcimenti. Un'accusa confermata dal presidente dell'Associazione politrasfusi Angelo Magrini il quale ha dichiarato che nessuno dei pazienti danneggiati dalle trasfusioni ha mai ricevuto i rimborsi previsti dallo Stato.

 

Sull'attività dei dipendenti controlli difensivi anche senza autorizzazione

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di Cesare Pozzoli

 

Il Sole 24 Ore, 15 gennaio 2016

 

Con la sentenza 20440/2015 la Corte di cassazione, pur pronunciandosi su un caso anteriore al Jobs act, ha fornito una lettura innovativa dell'articolo 4 dello Statuto dei lavoratori in linea con la nuova disciplina in materia di controlli a distanza.

La Corte si è occupata di un lavoratore licenziato per essersi allontanato dall'azienda per tre giorni consecutivi in orario di lavoro "per trattenersi in bar.... per conversare, ridere, scherzare con i colleghi". L'azienda ha licenziato il dipendente, utilizzando senza alcuna autorizzazione i dati forniti dal Gps installato sull'auto assegnata al lavoratore, ritenendo che le assenze contestate abbiano compromesso il vincolo fiduciario.

La Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento sulla base di prove acquisite mediante geolocalizzazione satellitare annoverando tale sistema tra i cosiddetti controlli difensivi "intesi a rilevare mancanze specifiche e comportamenti estranei alla normale attività lavorativa nonché illeciti" tale da non comportare un "controllo di modi di adempimento dell'obbligazione" soggetto ai vincoli previsti dell'articolo 4.

La Corte ha precisato che tale controllo è ancor più legittimo ove, come nel caso in questione, la prestazione lavorativa sia resa al di fuori dei locali aziendali in cui "è più facile la lesione dell'interesse all'esatta esecuzione della prestazione lavorativa e dell'immagine dell'impresa, all'insaputa dell'imprenditore". La sentenza assume particolare interesse poiché è stata pubblicata poco dopo il Dlgs 151/2015 e può considerarsi un'anteprima nell'applicazione del "nuovo" articolo 4.

La nuova frontiera interpretativa è ora costituita dalla identificazione degli "strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa" considerando la larga diffusione di beni aziendali da cui può indirettamente derivare un controllo sull'attività di lavoro (telefonini, smartphone, tablet, navigatori satellitari). Al riguardo il Garante per la protezione dei dati personali si è già occupato (provvedimenti 401 e 448 del 2014) dell'acquisizione di dati attraverso Gps installati su smartphone in uso ai dipendenti rendendo un parere positivo purché siano impediti gli accessi ad altri dati (sms, posta elettronica, traffico telefonico) e sia configurabile un'icona sullo che indichi al dipendente che la funzione di localizzazione è attiva e che i lavoratori siano informati.

 

Doppia procedura per il "favor rei"

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di Antonio Iorio

 

Il Sole 24 Ore, 15 gennaio 2016

 

Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 12 gennaio 2016 n. 891.

Con la sentenza 891/2016 i giudici di legittimità, verosimilmente per la prima volta, applicano il nuovo regime penale tributario, in vigore dal 22 ottobre 2015 e, in virtù del favor rei, mandano assolto l'imputato per il delitto di dichiarazione infedele, con la formula che il fatto non sussiste in quanto l'imposta evasa contestatagli al tempo era inferiore alla nuova soglia di punibilità (si veda "Il Sole 24 Ore" di ieri).

Le modifiche al sistema sanzionatorio penal-tributario e tributario (quest'ultimo in vigore dallo scorso 1° gennaio 2016), in molte parti favorevoli al trasgressore, comportano così che nell'immediato futuro il contribuente dovrà beneficiare della sanzione più favorevole (favor rei), tenendo presente che almeno per i reati tributari (a differenza delle sanzioni amministrative) non ci sono diminuzioni di pena (ma l'abrogazione della condotta) e quindi l'applicazione dell'istituto comporta la totale irrilevanza dell'illecito a suo tempo commesso.

Sotto il profilo procedurale, per ottenere l'applicazione di tale istituto, i due ambiti (penale e amministrativo) sono disciplinati da regole spesso differenti anche in base allo stadio in cui si trova il rispettivo procedimento.

Reati tributari - Sono interessati (ai fin del favor rei) coloro che in passato hanno commesso delle violazioni costituenti delitto tributario che, per effetto delle novità introdotte dal decreto legislativo 158/2015, non sono più tali.

Nessuna denuncia - Se le violazioni (passate e ora non più tali) non sono state ancora denunciate, coloro che dovessero accertarle (Guardia di finanza, agenzia delle Entrate, eccetera) devono attenersi alle nuove regole, astenendosi quindi dalla segnalazione al pubblico ministero.

Indagine preliminare - Nel caso in cui, invece, la violazione sia stata già segnalata alla Procura, il pm dovrebbe richiedere l'archiviazione perché il fatto non sussiste, che esclude la possibile rilevanza del fatto stesso anche in sede diversa da quella penale, con i limiti del caso, stante l'autonomia del procedimento tributario. È opportuno in queste ipotesi valutare la presentazione di una memoria da parte della difesa al fine di sollecitare l'archiviazione.

Dibattimento in corso - Sarà cura del difensore evidenziare che, in base alle nuove norme, il fatto contestato non è più previsto come reato. Analoghi accorgimenti andranno assunti anche nelle fasi successive al processo di primo grado (contribuente già condannato e processo di appello in atto, eccetera) tenendo presente che, con ogni probabilità, la circostanza sarà rilevata direttamente dal giudice.

Revoca della sentenza definitiva - Qualora, invece, il soggetto sia stato condannato con sentenza definitiva la difesa potrà, ai sensi dell'articolo 673 del Codice di procedura penale, presentare al giudice dell'esecuzione una richiesta di revoca della sentenza per abolizione del reato. Tale revoca implica la cessazione, oltreché della esecuzione, anche di ogni altro effetto penale della condanna, ivi comprese le eventuali pene accessorie; è altresì evidente che si dovrà pure provvedere all'eliminazione delle iscrizioni al casellario giudiziario.

Violazioni tributarie - Il favor rei, disciplinato dall'articolo 3 del decreto legislativo 472/97, trova un limite soltanto nell'intervenuto pagamento della sanzione e quindi solo chi avesse già pagato non potrà chiedere l'applicazione del regime di favore né tanto meno la restituzione di quanto versato. Prudenzialmente il contribuente è bene si faccia parte diligente e presenti una richiesta di ricalcolo delle somme dovute al fine di attivare l'ufficio in tal senso. Si possono così verificare le seguenti ipotesi.

Avviso di accertamento - Il contribuente potrà richiedere l'applicazione della sanzione più favorevole già per definire la pretesa con acquiescenza. A tal fine occorrerà che il contribuente richieda con celerità il ricalcolo all'ufficio, poiché l'eventuale sgravio dovrà giungere entro 60 giorni dalla notifica del provvedimento. Nell'ipotesi in cui, invece, il contribuente decidesse di presentare istanza di accertamento con adesione, le nuove sanzioni saranno calcolate nel corso del procedimento.

Atti pendenti in giudizio - Se è già stata pronunciata una sentenza favorevole all'ufficio che il contribuente non intende impugnare, occorrerà richiedere, prima del versamento delle somme, il ricalcolo della sanzione più favorevole. Ove, invece, si è in attesa della discussione, prudenzialmente si potrebbero presentare delle memorie, ovvero rilevare direttamente in udienza, che la parte sanzionatoria dovrà essere comunque riquantificata.

 

Falso in bilancio, la rilevanza diventa decisiva di Franco Roscini Vitali Il Sole 24 Ore, 15 genna

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di Franco Roscini Vitali

 

Il Sole 24 Ore, 15 gennaio 2016

 

Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 11 gennaio 2016 n. 890.

La maggior parte delle voci di bilancio è frutto di valutazioni e, pertanto, è irrilevante ai fini penali la soppressione del riferimento alle stesse nell'articolo 2621 del Codice civile come riformulato dalla legge 69/2015.

La sentenza della Cassazione 890/2016 (si veda il Sole 24 Ore di ieri) interpreta le norme sul falso in bilancio alla luce delle disposizioni comunitarie e nazionali in materia di redazione del bilancio, nonché della prassi contenuta nei principi contabili internazionali e nazionali Oic, espressamente richiamati. Il redattore del bilancio deve rispettare la clausola generale della "rappresentazione veritiera e corretta", contenuta nell'articolo 2423 del Codice civile: questo vale a ripudiare la tesi dell'irrilevanza delle false valutazioni di dati contabili, in realtà sicuramente capaci di influenzare, negativamente, le scelte degli utilizzatori del bilancio.

Non vale neppure argomentare che il riferimento alle valutazioni è contenuto nell'articolo 2638 del Codice civile, relativo all'ostacolo all'esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza, norma che ha finalità diverse: un bilancio non può essere penalmente irrilevante se diretto ai soci e al pubblico e penalmente rilevante se rivolto alle autorità di vigilanza. Pertanto, può essere affermato il principio secondo cui nell'articolo 2621 il riferimento ai "fatti materiali" oggetto di falsa rappresentazione non vale a escludere la rilevanza penale delle valutazioni, quando queste violano criteri di valutazione predeterminati, idonei ad assolvere a una funzione informativa.

La sentenza si occupa del bilancio di una società nel quale era omessa la svalutazione dei crediti pari a circa il 62 % ed erano stati iscritti, in vari esercizi, finanziamenti fittizi portati poi in detrazione degli stessi crediti per rilevanti importi, anziché essere esposti tra i debiti. I giudici, confermando la sentenza della Corte d'Appello di Torino, analizzano le norme in materia di redazione del bilancio e sottolineano che il riferimento ai "fatti materiali rilevanti", di cui all'articolo 2621, deve essere coordinato con il concetto tecnico di "materialità", contenuto nelle direttive comunitarie, in particolare nella più recente n. 34/2013, e ora anche nell'articolo 2423 del Codice civile.

L'informazione "rilevante" comporta che la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori sulla base del bilancio dell'impresa: ovviamente, la rilevanza deve essere giudicata nel contesto di altre voci analoghe.

Dall'insieme delle norme comunitarie recepite nel nostro ordinamento, può trarsi la conclusione che è stato normativamente introdotto nel nostro sistema un nuovo principio di redazione del bilancio, ossia quello della "rilevanza", peraltro già implicito nella citata clausola generale della chiarezza e veridicità del bilancio.

Infatti, il nuovo comma 4 dell'articolo 2423 del Codice civile prevede la possibilità di non rispettare gli obblighi di rilevazione, valutazione, presentazione e informativa quando la loro osservanza ha effetti irrilevanti ai fini della rappresentazione veritiera e corretta, fermi restando gli obblighi di tenuta della contabilità: è il principio della "rilevanza" o "significatività" (o "materialità").

Sono rilevanti gli errori, voluti e non, che possono trarre in inganno i destinatari del bilancio in modo tale da influenzarne le decisioni: ne consegue che sono rilevanti gli errori che hanno un effetto rilevante/significativo sui dati di bilancio e sul loro significato per i destinatari: non si può affermare che il falso esiste se il bilancio espone rimanenze per 100 e queste non ci sono, ma non esiste se a fronte di rimanenze pari a 15 si espongono rimanenze per 100.

La maggior parte delle voci di bilancio è frutto di valutazioni e, pertanto, è irrilevante ai fini penali la soppressione del riferimento alle stesse nell'articolo 2621 del Codice civile come riformulato dalla legge 69/2015. La sentenza della Cassazione 890/2016 (si veda Il Sole 24 Ore del 12 gennaio) che è intervenuta a interpretare le norme sul falso in bilancio dopo la riforma le ha considerate alla luce delle disposizioni comunitarie e nazionali in materia di redazione del bilancio, nonché della prassi contenuta nei principi contabili internazionali e nazionali Oic, espressamente richiamati.

Per la Cassazione il redattore del bilancio deve rispettare la clausola generale della "rappresentazione veritiera e corretta" contenuta nell'articolo 2423 del Codice civile: questo vale a superare la tesi dell'irrilevanza delle false valutazioni di dati contabili, in realtà sicuramente capaci di influenzare, negativamente, le scelte degli utilizzatori del bilancio.

Non vale neppure argomentare che il riferimento alle valutazioni è contenuto nell'articolo 2638 del Codice civile, relativo all'ostacolo all'esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza, norma che ha finalità diverse: un bilancio non può essere penalmente irrilevante se diretto ai soci e al pubblico e penalmente rilevante se rivolto alle autorità di vigilanza. Pertanto, può essere affermato il principio secondo cui nell'articolo 2621 il riferimento ai "fatti materiali" oggetto di falsa rappresentazione non vale a escludere la rilevanza penale delle valutazioni quando queste violano criteri di valutazione predeterminati, idonei ad assolvere a una funzione informativa. La sentenza si occupa del bilancio di una società nel quale era omessa la svalutazione dei crediti pari a circa il 62 % ed erano stati iscritti, in vari esercizi, finanziamenti fittizi portati poi in detrazione degli stessi crediti per rilevanti importi, anziché essere esposti tra i debiti.

I giudici, confermando la sentenza della Corte d'appello di Torino, analizzano le norme in materia di redazione del bilancio e sottolineano che il riferimento ai "fatti materiali rilevanti", di cui all'articolo 2621, deve essere coordinato con il concetto tecnico di "materialità", contenuto nelle direttive comunitarie, in particolare nella più recente n. 34/2013, e ora anche nell'articolo 2423 del Codice civile.

L'informazione "rilevante" comporta che la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori sulla base del bilancio dell'impresa: ovviamente, la rilevanza deve essere giudicata nel contesto di altre voci analoghe.

Dall'insieme delle norme comunitarie recepite nel nostro ordinamento, può trarsi la conclusione che è stato normativamente introdotto nel nostro sistema un nuovo principio di redazione del bilancio, ossia quello della "rilevanza", peraltro già implicito nella citata clausola generale della chiarezza e veridicità del bilancio.

Infatti, il nuovo comma 4 dell'articolo 2423 del Codice civile prevede la possibilità di non rispettare gli obblighi di rilevazione, valutazione, presentazione e informativa quando la loro osservanza ha effetti irrilevanti ai fini della rappresentazione veritiera e corretta, fermi restando gli obblighi di tenuta della contabilità: è il principio della "rilevanza" o "significatività" (o "materialità").

Sono rilevanti gli errori, voluti e non, che possono trarre in inganno i destinatari del bilancio in modo tale da influenzarne le decisioni: ne consegue che sono rilevanti gli errori che hanno un effetto rilevante/significativo sui dati di bilancio e sul loro significato per i destinatari: non si può affermare che il falso esiste se il bilancio espone rimanenze per 100 e queste non ci sono, ma non esiste se a fronte di rimanenze pari a 15 si espongono rimanenze per 100.

 
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