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Genova: Uil-Pa; carcere di Marassi, agente aggredito e preso a morsi da un detenuto

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genova24.it, 18 novembre 2015

 

"Oggi pomeriggio, verso le 15 circa, presso la Casa Circondariale di Marassi si è verificata l'ennesima aggressione ai danni della Polizia Penitenziaria, un episodio che ha visto pagare fisicamente un agente. Un detenuto magrebino ha prima tentato di aggredire il poliziotto con una lametta, poi l'ha preso a morsi e solo grazie all'intervento del personale di Polizia Penitenziaria si è impedito un triste epilogo".

A darne notizia è Fabio Pagani, segretario regionale Uil Penitenziari. "Ancora una volta è la dimostrazione delle condizioni di insofferenza che caratterizzano Marassi, non solo per la cronicità del sovraffollamento, ma soprattutto per le modalità di gestione dei detenuti".

Il poliziotto ferito, che è stato in primis visitato dal medico del carcere, ora si trova al Pronto Soccorso del San Martino per ulteriori accertamenti. Pagani augura una pronta guarigione al ferito e conclude dicendo che "Fino a quando le circolari e le disposizioni ministeriali, ormai non più nuove, non vengono totalmente recepite dal territorio, si rischia che l'episodio di oggi venga considerato l'ennesimo di un perenne contatore di eventi critici".

 

Sondrio: con il cappellano don Ferruccio Citterio la misericordia entra in carcere

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di Cirillo Ruffoni

 

Settimanale della Diocesi di Como, 18 novembre 2015

 

L'impegno di don Ferruccio Citterio nella Casa circondariale del capoluogo, dove il vescovo Diego aprirà il Giubileo il 21 dicembre prossimo.

I carcerati occupano un posto speciale nel cuore di papa Francesco. Egli, infatti, nella lettera a monsignor Rino Fisichella con la quale concede l'indulgenza in occasione del Giubileo, scrive: "Il mio pensiero va anche ai carcerati che sperimentano la limitazione della loro libertà. Il Giubileo ha sempre costituito l'opportunità di una grande amnistia, destinata a coinvolgere tante persone che, pur meritevoli di pena, hanno tuttavia preso coscienza dell'ingiustizia compiuta e desiderano sinceramente inserirsi di nuovo nella società portando il loro contributo onesto.

A tutti costoro giunga concretamente la misericordia del Padre che vuole stare vicino a chi ha più bisogno del suo perdono. Nelle cappelle delle carceri potranno ottenere l'indulgenza e ogni volta che passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre, possa questo gesto significare per loro il passaggio della Porta Santa, perché la misericordia

di Dio, capace di trasformare i cuori, è anche in grado di trasformare le sbarre in esperienza di libertà". Persino le celle del carcere, quindi, assumono in questa circostanza una valenza di sacralità. Per questo, come illustra il cappellano del carcere di Sondrio don Ferruccio Citterio, il vescovo monsignor Diego Coletti lunedì 21 dicembre farà visita al carcere del capoluogo per l'apertura ufficiale dell'Anno della misericordia.

"Sarà una semplice liturgia che non prevede la celebrazione della Messa - continua don Ferruccio, perché la maggior parte dei 28 carcerati è di religione musulmana" Ciò non toglie che il Giubileo abbia un particolare significato anche per loro, come scrive il Pontefice al punto 23 della Misericordiae vultus: "La misericordia possiede una valenza che va oltre i confini della Chiesa. Essa ci relaziona all'Ebraismo e all'Islam, che la considerano uno degli attributi più qualificanti di Dio".

Oltre alla celebrazione ufficiale di inizio, l'anno giubilare avrà poi altre iniziative che sono allo studio, ad esempio quella di chiedere ai sacerdoti del Vicariato di andare a turno nel carcere per le celebrazioni liturgiche. Tutte queste attività, che sono molto innovative per la realtà carceraria, sono rese possibili dal nuovo clima portato dalla direttrice Stefania Mussio, grazie alla sua presenza continua e soprattutto alla sua attività molto propositiva. L'anno giubilare dedicato alle carceri si concluderà poi nel mese di novembre del prossimo anno, a Roma, con una giornata speciale le cui modalità saranno definite in seguito.

Nei loro periodici incontri, i cappellani della carceri lombarde hanno formulato altre proposte, alcune delle quali molto concrete, affinché l'anno giubilare non costituisca un evento limitato, ma abbia una continuità nel tempo. In alcune province, ad esempio, per un anno intero sarà dato uno stipendio a cinque detenuti. Naturalmente è proprio a questi aspetti concreti che va l'attenzione dei carcerati.

Molti infatti chiedono al cappellano se ci saranno anche dei provvedimenti di amnistia o di indulto per accorciare i periodi di detenzione e non è facile spiegare loro che, nel nostro ordinamento statale, l'ambito religioso è separato da quello civile. Non è escluso, però, come si augura papa Francesco, che il Giubileo sia accompagnato anche da provvedimenti di amnistia, come era nel significato originario dell'evento presso il popolo ebraico.

Nella sua costante attività con i detenuti, infine, il cappellano si trova spesso a dover venire loro incontro per problemi economici, che possono essere la ricarica del telefono o un piccolo contributo per chi esce e non ha nemmeno i mezzi per affrontare il viaggio e le prime spese. Come nelle precedenti feste natalizie, perciò, don Ferruccio Citterio fa appello al buon cuore della popolazione (che ha sempre risposto con generosità) con un'iniziativa chiamata, un po' spiritosamente, Perdono divino. Consiste nella vendita di bottiglie di buon vino valtellinese, il cui ricavato andrà appunto a sostenere le opere a favore dei detenuti condotte dal cappellano.

 

2015: l'anno dei muri contro poveri e migranti

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di Mario Pierro

 

Il Manifesto, 18 novembre 2015

 

Diritti globali. Pubblicato il XIII rapporto sul "nuovo disordine globale": l'oscena piramide della disuguaglianza in cifre e scenari. Materiali per la lotta contro l'austerità.

Il 2015 è stato l'anno della guerra. Guerra contro gli indesiderabili e i fuggiaschi; guerra contro il popolo greco, oggi contro i civili inermi a Parigi; criminalizzazione e guerra contro i poveri del mondo e quelli delle città occidentali. Guerre per il cibo, per l'acqua, per la terra con il land grabbing; guerre neocolonialiste. Sono alcuni dei capitoli di quel mondo terribile definito da Papa Francesco "Terza guerra mondiale" che trova oggi un resoconto realistico nel 13° Rapporto sui diritti globali presentato ieri a Roma nella sede nazionale della Cgil in Corso Italia. Pubblicato da Ediesse e realizzato dall'Associazione Società in Formazione di Sergio Segio, con associazioni come Arci, Antigone, Legambiente o Gruppo Abele, il rapporto rappresenta un bilancio consolidato del mondo post-guerra fredda già descritto, in una precedente edizione, come "prima guerra mondiale della finanza".

L'Europa è al centro del nuovo volume di oltre 400 pagine. Sul vecchio, cupo e insicuro continente, viene condotta un'analisi con dati, schede, scenari e interviste che chiariscono gli scenari geopolitici di una continua frammentazione dell'unione Europea e quelli geoeconomici imposti con il Trattato transatlantico "Ttip". Oggi l'Europa è uno "sgangherato esperimento di una moneta senza Stato e di una federazione di nazionalismi bancari senza politica" che trova un denominatore comune nell'opzione militare all'esterno e di polizia all'interno, mentre la politica si identifica con gli stati di emergenza dei "grandi eventi" Expo o Giubileo.

Lo si è visto con la capitolazione imposta dalla Troika alla Grecia di Tsipras a luglio: con le parole di Luciano Gallino o di Yanis Varoufakis, si è trattato di un "colpo di stato senza eserciti". L'Europa ha dato poi il peggio di sé nelle liti sulle "quote" per ridistribuire i rifugiati siriani tra i paesi membri. L'iniziale slancio umanitario della Cancelliera Merkel, operazione politica intelligente per recuperare consenso dopo il pugno di ferro contro la Grecia a luglio, oggi la sta logorando.

Nella chiamata alle armi di Hollande contro l'Isis, l'Europa si spinge sempre più a destra, tra stati di emergenza permanenti, modifiche costituzionali e "Patriot Act" alla francese. Gli attacchi di Parigi stanno unendo l'Europa dell'Est contro il suo piano sui rifugiati. Quel continente che Merkel pensava di governare con il suo imperialismo ragionieristico la sta travolgendo. Questa è "l'Europa del filo spinato e quella di Enavfor Med - la missione antiscafisti" si legge nel rapporto.

Altro capitolo, denso e polemico, della ricerca è la "guerra ai poveri". "Ad agosto li hanno fatti sparire in Italia - ha detto Don Luigi Ciotti (Libera e Gruppo Abele) intervenuto alla presentazione romana - Ho chiesto al governo: ma scusate che fine hanno fatto 2 milioni di persone che risultavano a luglio? Ci hanno detto che hanno modificato i parametri per conteggiarli".

L'aneddoto restituisce l'atteggiamento del governo Renzi: nascondere i danni della crisi - la "guerra sociale" dell'austerità, la "lotta di classe dei ricchi" - e parlare di "ripresa". Contro queste diseguaglianze si fanno solo operazioni di facciata con dosi omeopatiche di pietà. Il resto viene governato attraverso la "criminalizzazione della povertà", l'ideologia del "decoro" e il carcere. "La povertà, le guerre, le ingiustizie sono inaccettabili - reagisce Don Ciotti - C'è un obbligo morale a cambiare la storia, non a subirla schiacciati da rapporti globali tremendi".

Nel rapporto ampio spazio è dedicato all'analisi delle politiche economiche e occupazionali europee, e italiane in particolare con la legge di stabilità 2016. Al centro della polemica c'è l'aumento del tetto del contante a 3 mila euro voluto ad ogni costo da Renzi. "Lo ha annunciato nel momento in cui la Francia l'ha riportato a mille - ha ricordato il responsabile Cgil delle politiche economiche Danilo Barbi - I due commi che aboliscono la tracciabilità rivelano che questa norma è un regalo alle mafie". "Questa politica difende i grandi interessi finanziari. Con la sua politica votata alle esportazioni, l'Europa oggi è una potenza che produce un disordine mondiale". "Bisogna recuperare l'obiettivo della piena e buona occupazione - ha detto il segretario della Cgil Susanna Camusso. Per farlo, però, è necessario abbandonare l'ideologia del laissez-faire e riprogettare l'intervento pubblico in economia".

 

I rischi dei poteri speciali

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di Sergio Romano

 

Corriere della Sera, 18 novembre 2015

 

La legislazione francese sullo stato d'urgenza conferisce al governo e ai prefetti poteri eccezionali. Lo stato d'urgenza, proclamato dal presidente francese la sera del 13 novembre e confermato nel suo discorso al Congresso di fronte alle Camere riunite, non è il Patriot Act voluto da George W. Bush dopo gli attacchi alle Torri Gemelle dell'11 Settembre 2001.

La legge americana conteneva misure repressive e inquisitive che l'apparato poliziesco degli Stati Uniti chiedeva da tempo; e fu l'occasione per la più brusca svolta illiberale del sistema di sicurezza americano dai primi anni della Guerra fredda. La legislazione francese sullo stato d'urgenza, invece, conferisce al governo e ai prefetti poteri eccezionali.

Sono previsti tra l'altro il coprifuoco, l'interdizione di soggiorno, le perquisizioni domiciliari senza autorizzazione giudiziaria e il coinvolgimento della giustizia militare; ma è un provvedimento eccezionale destinato a durare, probabilmente, non più di tre mesi e già adottato per i disordini nelle banlieue parigine durante la presidenza di Jacques Chirac nel novembre del 2005. È probabile che François Hollande non potesse fare diversamente. Un presidente scolorito, frequentemente punito dai sondaggi e alla vigilia di importanti scadenze elettorali doveva rappresentare se stesso al Paese come un uomo forte e deciso, capace di fare fronte alla minaccia islamista.

Mi chiedo tuttavia se sia altrettanto consapevole dei rischi che si nascondono nella proclamazione dello stato d'urgenza. L'Isis è certamente il più barbaro e crudele dei movimenti jihadisti degli ultimi decenni. Ma non è privo di una strategia. La sua principale esigenza, non meno importante delle armi e del denaro, è il reclutamento. Negli ultimi quindici mesi, secondo alcuni analisti, avrebbe perduto, insieme a una parte del territorio conquistato, non meno di 20.000 combattenti, fra cui parecchi ufficiali. Può continuare a reclutare soltanto se riesce a infiammare l'immaginazione dei suoi giovani "martiri" con lo spettacolo e la narrazione delle sue gesta più audaci e crudeli. Ha colpito Parigi perché nella capitale francese esiste il più grande serbatoio europeo di potenziali volontari.

Ha agito spietatamente perché una tale sfida, lanciata al nemico nel suo territorio, suscita ammirazione in molti giovani che vanno alla ricerca di una causa in cui affogare la rabbia e le frustrazioni accumulate nei ghetti delle banlieue di Parigi. La proclamazione dello stato d'urgenza punta il dito inevitabilmente contro le comunità musulmane e i loro quartieri, fa di ogni maghrebino, in molte circostanze e in alcune ore della giornata, l'individuo sospetto che sarà legale fermare, interrogare, perquisire, trattenere.

Non tutti hanno dimenticato la caccia all'uomo nelle strade di Parigi il 17 ottobre 1961 quando alcune migliaia di algerini erano scesi in piazza per protestare contro un decreto del prefetto di polizia che "sconsigliava" ai francesi musulmani di Algeria (come erano chiamati allora) di circolare nelle strade di Parigi fra le 20.30 e le 5.30. La violenza con cui furono trattati dalla polizia e da molti parigini rese la loro indipendenza, un anno dopo, ancora più inevitabile.

La guerra, comunque, si vince soltanto in Siria e in Iraq. L'Isis non è uno Stato, secondo le regole e le convenzioni dell'Occidente, ma ha un territorio, caserme, banche, uffici pubblici, e soprattutto sudditi che attendono con ansia la loro liberazione e che diverranno verosimilmente, il giorno dopo, i migliori alleati dei loro liberatori.

 

Serve una cultura di pace, oggi è minoritaria

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di Guido Viale

 

Il Manifesto, 18 novembre 2015

 

Guerra. Coloro che invocano un altro conflitto europeo in Siria e in Libia resuscitando le invettive di Oriana Fallaci, che speravamo sepolte, contro l'ignavia europea, non si rendono conto dei danni inflitti a quei paesi e a quelle moltitudini costrette a cercare una via di scampo tra noi; né dell'effetto moltiplicatore di una nuova guerra.

La guerra non è fatta solo di armi, eserciti, fronti, distruzione e morte. Comporta anche militarizzazione della società, sospensione dello stato di diritto, cambio radicale di abitudini, milioni di profughi, comparsa di "quinte colonne" e, viva iddio, migliaia di disertori e disfattisti, amici della pace. Quanto basta per capire che siamo già in mezzo a una guerra mondiale, anche se, come dice il papa, "a pezzi".

Questa guerra, o quel suo "pezzo" che si svolge intorno al Mediterraneo, è difficile da riconoscere per l'indeterminatezza dei fronti, in continuo movimento, ma soprattutto degli schieramenti. Se il nemico è il terrorismo islamista e soprattutto l'Isis, che ne è il coagulo, chi combatte l'Isis e chi lo sostiene? A combatterlo sono Iran, Russia e Assad, tutti ancora sotto sanzione o embargo da parte di Usa e Ue; poi i peshmerga curdi, che sono truppe irregolari, ma soprattutto le milizie del Rojava e il Pkk, che la Turchia di Erdogan vuole distruggere, e Hezbollah, messa al bando da Usa e Ue, insieme al Pkk, come organizzazioni terroristiche.

A sostenere e armare l'Isis, anche ora che fingono di combatterlo (ma non lo fanno), ci sono Arabia Saudita, il maggiore alleato degli Usa in Medioriente, e Turchia, membro strategico della Nato. D'altronde, ad armare l'Isis al suo esordio sono stati proprio gli Stati uniti, come avevano fatto con i talebani in Afghanistan. E se la Libia sta per diventare una propaggine dello stato islamico, lo dobbiamo a Usa, Francia, Italia e altri, che l'hanno fatta a pezzi senza pensare al dopo. Così l'Europa si ritrova in mezzo a una guerra senza fronti definiti e comincia a pagarne conseguenze mai messe in conto. La posta maggiore di questa guerra sono i profughi: quelli che hanno varcato i confini dell'Unione europea, ma soprattutto i dieci milioni che stazionano ai suoi bordi: in Turchia, Siria, Iran, Libano, Egitto, Libia e Tunisia; in parte in fuga dalla guerra in Siria, in parte cacciati dalle dittature e dal degrado ambientale che l'Occidente sta imponendo nei loro paesi di origine. Respingerli significa restituirli a coloro che li hanno fatti fuggire, rimetterli in loro balìa; costringerli ad accettare il fatto che non hanno altro posto al mondo in cui stare; usare i naufragi come mezzi di dissuasione.

Oppure, come si è cercato di fare al vertice euro-africano di Malta, allestire e finanziare campi di detenzione nei paesi di transito, in quel deserto senza legge che ne ha già inghiottiti più del Mediterraneo; insomma dimostrare che l'Europa è peggio di loro. Ma respingerli vuol dire soprattutto farne il principale punto di forza di un fronte che non comprende solo l'Isis, le sue "province" vassalle ormai presenti in larga parte dell'Africa e i suoi sostenitori più o meno occulti; include anche una moltitudine di cittadini europei o di migranti già residenti in Europa che condividono con quei profughi cultura, nazione, comunità e spesso lingua, tribù e famiglia di origine; e che di fronte al cinismo e alla ferocia dei governi europei vengono sospinti verso una radicalizzazione che, in mancanza di prospettive politiche, si manifesta in una "islamizzazione" feroce e fasulla.

Un processo che non si arresta certo respingendo alle frontiere i profughi, che per le vicende che li hanno segnati sono per forza di cose messaggeri di pace. Troppa poca attenzione è stata dedicata invece alle tante stragi, spesso altrettanto gravi di quella di Parigi, che costellano quasi ogni giorno i teatri di guerra di Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Nigeria, Yemen, ma anche Libano o Turchia. Non solo a quelle causate da bombardamenti scellerati delle potenze occidentali, ma anche quelle perpetrate dall'Isis e dai suoi sostenitori, di Stato e non, le cui vittime non sono solo yazidi e cristiani, ma soprattutto musulmani. "Si ammazzano tra di loro" viene da pensare a molti, come spesso si fa anche con i delitti di mafia. Ma questo pensiero, come quella disattenzione, sono segni inequivocabili del disprezzo in cui, senza neanche accorgercene, teniamo un'intera componente dell'umanità.

È di fronte a quel disprezzo che si formano le "quinte colonne" di giovani, in gran parte nati, cresciuti e "convertiti" in Europa, che poi seminano il terrore nella metropoli a costo e in sprezzo delle proprie come delle altrui vite; e che lo faranno in futuro sempre di più, perché i flussi di profughi e le cause che li determinano (guerre, dittature, miseria e degrado ambientale) non sono destinati a fermarsi, quali che siano le misure adottate per trasformare l'Europa in una fortezza (e quelle adottate o prospettate sono grottesche, se non fossero soprattutto tragiche e criminali).

Coloro che invocano un'altra guerra dell'Europa in Siria, in Libia, e fin nel profondo dell'Africa, resuscitando le invettive di Oriana Fallaci, che speravamo sepolte, contro l'ignavia europea, non si rendono conto dei danni inflitti a quei paesi e a quelle moltitudini costrette a cercare una via di scampo tra noi; né dell'effetto moltiplicatore di una nuova guerra. Ma in realtà vogliono che a quella ferocia verso l'esterno ne corrisponda un'altra, di genere solo per ora differente, verso l'interno: militarizzazione e disciplinamento della vita quotidiana, legittimazione e istituzionalizzazione del razzismo, della discriminazione e dell'arbitrio, rafforzamento delle gerarchie sociali, dissoluzione di ogni forma di solidarietà tra gli oppressi. Non hanno imparato nulla da ciò che la storia tragica dell'Europa avrebbe dovuto insegnarci.

Una politica di accoglienza e di inclusione dei milioni di profughi diretti verso la "fortezza Europa", dunque, non è solo questione di umanità, condizione comunque irrinunciabile per la comune sopravvivenza. È anche la via per ricostruire una vera cultura di pace, oggi resa minoritaria dal frastuono delle incitazioni alla guerra. Perché solo così si può promuovere diserzione e ripensamento anche tra le truppe di coloro che attentano alle nostre vite; e soprattutto ribellione tra la componente femminile delle loro compagini, che è la vera posta in gioco della loro guerra. Nei prossimi decenni i profughi saranno al centro sia del conflitto sociale e politico all'interno degli Stati membri dell'Ue, sia del destino stesso dell'Unione, oggi divisa, come mai in passato, dato che ogni governo cerca di scaricare sugli altri il "peso" dell'accoglienza.

Eppure, fino alla crisi del 2008 l'Ue assorbiva circa un milione di migranti ogni anno (e ne occorrerebbero ben 3 milioni all'anno per compensare il calo demografico). Ma perché, allora, l'arrivo di un milione di profughi è diventato improvvisamente una sciagura insostenibile? Perché da allora l'Europa ha messo in atto una politica di austerity, a lungo covata negli anni precedenti, finalizzata a smantellare tutti i presidi del lavoro e del sostegno sociale e a privatizzare a man bassa tutti i beni comuni e i servizi pubblici da cui il capitale si ripromette quei profitti che non riesce più a ricavare dalla produzione industriale.

Ma quelle politiche, che non danno più né lavoro né redditi decenti a molti, né futuro a milioni di giovani, non possono certo concedere quelle stesse cose a profughi e migranti. Devono solo costringerli alla clandestinità, per pagarli pochissimo, ridurli in condizione servile, usarli come arma di ricatto verso i lavoratori europei per eroderne le conquiste.

Per combattere questa deriva occorrono non solo misure di accoglienza (canali umanitari per sottrarre i profughi ai rischi e allo sfruttamento degli "scafisti" di terra e di mare, e permessi di soggiorno incondizionati, che permettano di muoversi e lavorare in tutti i paesi dell'Unione); ma anche politiche di inclusione: insediamenti distribuiti per facilitare il contatto con le comunità locali, reti sociali di inserimento, accesso all'istruzione e ai servizi, possibilità di organizzarsi per avere voce quando si decide il futuro dei loro paesi di origine.

Ma soprattutto, lavoro: una cosa che un grande piano europeo di conversione ecologica diffusa, indispensabile per fare fronte ai cambiamenti climatici in corso e alternativo alle politiche di austerity, renderebbe comunque necessaria. Ma per parlare di pace occorre che venga bloccata la vendita di armi di ogni tipo agli Stati da cui si riforniscono l'Isis e i suoi vassalli, che non le producono certo in proprio.

 
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