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Cinema: intervista a Cosimo Rega, attore detenuto

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di Giancarlo Capozzoli (Regista teatrale e scrittore)

 

huffingtonpost.it, 12 dicembre 2015

 

Cosimo Rega si sta laureando in Lettere e Filosofia presso L'Università Roma Tre, con una tesi sul teatro di Eduardo. Da tre anni è in articolo 21.

L'appuntamento è nell'ufficio accettazione della facoltà di Giurisprudenza di Roma Tre. Mi apre la porta con il sorriso sincero e la stretta di mano forte che avevo incontrato un paio di anni fa, ad una messa in scena teatrale con i detenuti di Rebibbia, lui portato a modello di quel recupero sociale e culturale che il teatro in carcere, e la cultura in generale, dovrebbero operare in vista di quella rieducazione a cui tende o dovrebbe tendere l'istituzione penitenziaria. Lui è Cosimo Rega, attore detenuto del film dei fratelli Taviani, Cesare deve morire, vincitore qualche anno fa dell'Orso d'oro al festival del cinema di Berlino. Cosimo Rega ex camorrista, ergastolano, ora in art. 21 può rappresentare davvero quel ripensamento del proprio passato e del proprio io malvivente che il carcere, nella sua altrimenti inutilità, dovrebbe favorire. "Ho turni diversi. Dalle sette alle quattordici, e rientro a Rebibbia alle sedici. Oppure dalle quattordici alle ventuno, e rientro alle ventitré. Devo seguire sempre un percorso obbligato.. Ma almeno sto fuori.. Sono tre anni che usufruisco dell'art. 21".

 

Cosimo, la tua storia e ciò che ti ha fatto per così dire, ripensare davvero al tuo essere precedente, sono in qualche modo un caso emblematico di ciò che dovrebbe sempre accadere a chi purtroppo subisce la reclusione.

"Guarda.. Il carcere è un luogo senza senso.. È una macchina perfetta per creare futuri criminali, per farti commettere altri reati una volta fuori, voglio dire".

 

In che senso?

"Dopo venti anni di carcere durante i quali hai dovuto gestire la tua fisicità, reprimere la tua sessualità, una volta fuori, ti assicuro, non sei una persona equilibrata. E se non hai gli strumenti giusti per gestirti è facile che covi dentro una rabbia troppo grande per resistere dal commettere altri reati".

 

Parli di strumenti. Che intendi?

"L'arte, la cultura, lo studio sono gli unici strumenti possibili contro la delinquenza. Sono strumenti fondamentali per immaginare altre possibilità, altri orizzonti".

 

Tu ti riferisci in particolare al teatro...

"Sì certo. Il teatro ti dà effettivamente la possibilità di una riflessione su di te anche tramite la identificazione con i diversi personaggi che mettiamo in scena... Opera un vero cambiamento dell'uomo".

 

Spiegati meglio

"L'arte in generale e il teatro hanno anche il compito di far prendere consapevolezza di cosa è il bene e di cosa è il male. Ti assicuro che un ragazzo che si avvicina al male non ha gli strumenti per comprendere ciò che fa".

 

Stai parlando di te ragazzo?

"Sì certo. È la storia di molti, purtroppo. Almeno per quella che è l'esperienza che sto facendo io".

 

Dimmi, le tue condizioni di partenza quali erano?

"Vengo da un paese piccolo, di provincia. La mia era una famiglia umile. Mio padre operaio, mia madre stava a casa. Non c'erano molti soldi, ed eravamo otto fratelli. Questo non mi giustifica, non del tutto, però. I miei fratelli sono tutti onesti".

 

Cos'è secondo te, secondo la tua esperienza personale, ciò che "distrae dall'essere", per dirla con la filosofia, ciò che svia un ragazzo e lo porta ad incontrare la criminalità?

"Distrae dall'essere. Si vede che hai studiato. Anche se magari vuol dire altro il senso è proprio questo. Distrae dall'essere per la voglia di apparire. Vuoi sembrare qualcuno. Vuoi essere ammirato dagli altri. E allora desideri il vestito bello, l'orologio costoso. Ma resti un barattolo vuoto".

 

Questo non ti giustifica comunque...

"No, le colpe sono personali, nostre... Non siamo stati capaci di gestire il male che è dentro di noi. Non sono un vittimista. Ho lavorato e sto lavorando molto su me stesso per capire chi ero davvero".

 

Come ti sei avvicinato alla criminalità?

"Da giovanissimo. In momento di fragilità. Tu sei del Sud come me e sai bene che la criminalità ha fatto formazione mentre lo Stato stava a guardare da un'altra parte. Dove non c'è cultura, Stato, istituzioni, la criminalità ha gioco facile".

 

La criminalità ha fatto ciò che avrebbe dovuto fare lo Stato, dici?

"Guarda... Ho incontrato un giovane al carcere minorile. Guadagnava più di mille e cinquecento euro al mese. Ma non aveva coscienza di sé e dei reati che aveva commesso".

 

Il teatro è uno degli strumenti per "prendere coscienza" quindi?

"Fare teatro in carcere non è semplice. Deve avere come fine, il recupero del detenuto. Deve portare ad una crescita, ad un arricchimento reale. Altrimenti non ha senso".

 

Che vuoi dire?

"Il rischio è che se non lo riempi di contenuti un detenuto attore resta un detenuto: il barattolo vuoto che ti dicevo prima".

 

Tu stai continuando con il teatro, anche dopo il film. Sei andato in scena con uno spettacolo della Sensi, tratto dalla tua autobiografia "Sumino ò falco", al Teatro Vascello, qui a Roma. Come hai iniziato?

"Nel 2000, "Natale in casa Cupiello", di Eduardo. Non lo posso dimenticare. Era il primo spettacolo nostro. Nostro dei detenuti. E nostro al plurale perché, anche se io facevo il coordinatore ed ero un po' il responsabile, in realtà ognuno di noi si sentiva responsabile del proprio ruolo e della messa in scena. È stata una prima esperienza speciale, anche se facevamo le prove in uno spazio piccolissimo, tre metri per cinque circa, all'aperto, sotto il sole di luglio... Ma piacque molto e così dopo ci diedero un camerone al chiuso, un po' più grande".

 

Dopo questo?

"Isabella Quarantotti De Filippo e Luca vennero a sapere di questo detenuto napoletano che metteva in scena Eduardo, "Napoli milionaria". Eduardo era sempre stato sensibile alle questioni sociali di Napoli e non solo. Comunque, vennero a vedere lo spettacolo, piacque e mi chiesero di mettere in scena "La tempesta" di Shakespeare tradotta da Eduardo. Per me fu onore. Devo molto all'incontro con queste due persone meravigliose".

 

Raccontami come è nata questa prima esperienza.

"Con un educatore, intanto. Mi ricordo che andammo in scena con uno spettacolo al Teatro Argentina di Roma. All'Alta sicurezza dove ero recluso c'erano poche attività, ed io dovevo dare un senso alle mie giornate. Non andavo a scuola e non facevo niente. Tutto è nato dal circolo Arci che avevamo aperto all'interno. Credimi. Dal circolo alla compagnia teatrale è stato un vero passaggio epocale: un vero ripensamento del concetto stesso di pena".

 

In che senso?

"Il teatro ti dà l'opportunità di studiare. Per dirla con un po'di retorica: servire le tavole del palcoscenico, non servirtene".

 

Dici studiare. C'è un libro che per te rappresenta più di altri questa svolta?

"Io avevo bisogno di riacchiapparmi. Riprendere il mio essere: "La fine è il mio inizio", di Terzani. Lui racconta la sua storia come un ripensamento stesso della sua vita. Io avevo bisogno di rivedermi come camorrista prima, per entrare in un nuovo mondo".

 

Questa è stata la svolta quindi e poi il teatro ha fatto il resto.

"Io passavo le giornate a parlare del passato e del futuro, di niente quindi. Mancava il presente. Si vegetava da vivi. I teatro è entrato così tanto nella nostra quotidianità che ha preso parola anche nelle battute quotidiane tra di noi. Ha messo in discussione le dinamiche interne, nostre. Quando ci sono stati dei problemi io mi sono sempre battuto affinché non fosse disperso quanto di buono si stava creando".

 

Della esperienza del film, invece, che diresti in una battuta?

"Il film ha creato un vuoto di sistema. Durante le riprese non c'erano più ruoli. Non potevi distinguere più gli assistenti dagli operatori e dai detenuti".

 

L'immigrazione e il peso dell'Italia in Europa

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di Sergio Romano

 

Corriere della Sera, 12 dicembre 2015

 

Nella politica internazionale il nostro Paese ha caratteristiche che non possono essere ignorate dal resto dell'Europa. La Commissione europea ha le sue competenze e i suoi comprensibili tic nervosi. Deve evitare di essere considerata parziale e incline a chiudere un occhio, soprattutto quando un caso concerne i partner maggiori, e non ha dimenticato che cosa accadde quando Francia e Germania furono autorizzate a violare il patto di Stabilità.

Non esercita la sorveglianza sulle piccole banche, riservata alle banche centrali nazionali, ma è certamente competente quando esiste il rischio che un salvataggio si trasformi in un aiuto di Stato. Non è tutto.

L'Italia non sta rispettando gli impegni assunti sul livello del proprio deficit e il suo presidente del Consiglio ha annunciato le nuove spese per la sicurezza con dichiarazioni che a Bruxelles, probabilmente, non sono piaciute. Anche sul problema dell'immigrazione vi sono stati momenti in cui l'Italia è stata accusata di eludere le norme sulla registrazione dei profughi e le regole dell'accordo di Dublino. E generalmente, infine, è uno dei Paesi che più frequentemente è stato denunciato per essersi sottratto agli obblighi comunitari.

Qualcuno potrebbe osservare che vi sono altri fronti, come quello medio-orientale, in cui l'Italia è considerata oggi carente e poco affidabile. È possibile che alcuni Paesi lo pensino. Ma il suo peso in Europa e la sua disciplina comunitaria vengono misurati e pesati su due diverse bilance. Nella politica internazionale l'Italia ha caratteristiche che non possono essere ignorate. È al centro di un mare che è diventato la frontiera più calda e insicura dell'Europa. È il primo dei due valichi utilizzati da coloro che fuggono dalle grandi aree della crisi: Siria, Iraq e Afghanistan. Anche i critici di Mare Nostrum non possono negare che in quella occasione l'Italia, pressoché sola, ha dato una buona prova di solidarietà umana e di capacità organizzative. Non prende parte alle operazioni siriane, ma quale Paese della grande coalizione diretta da Washington può essere certo di avere imboccato la strada migliore? Non ha mai perso di vista il problema libico ed è probabilmente il Paese che lo conosce meglio ed è il più adatto ad avere un ruolo operativo quando vi saranno le condizioni per un intervento autorizzato dall'Onu. Ha conservato buoni rapporti con la Russia, un partner di cui tutti, prima o dopo, capiranno di avere bisogno. E ha una buona rete di relazioni mediterranee.

Anche la Commissione di Bruxelles, quando occorrerà prendere decisioni sui problemi che rientrano fra le sue competenze, dovrà tenerne conto. Dopo le dichiarazioni di principio sulla questione delle banche e del deficit comincerà la ricerca delle soluzioni. L'accoglienza riservata dalla Commissione alla proposta del ministro italiano della Economia (un arbitrato della Consob per valutare quali perdite subite dai risparmiatori delle 4 banche possano essere risarcite grazie a un fondo di solidarietà) sembrano suggerire che quel momento non è lontano.

 

La pena di morte non ci renderà più sicuri

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di Luigi Iorio (Forum Nazionale Giovani)

 

L'Opinione, 12 dicembre 2015

 

"La pena di morte non ci renderà più sicuri", era lo slogan di una nota campagna di Amnesty International. Nulla di più preciso. La genesi della pena capitale ha radici antiche. Dal codice di Hammurabi agli antichi egizi, dalla sontuosa Grecia di Platone all'Inghilterra del Bloody Code ("Codice Sanguinario"), fino ad arrivare ai giorni nostri. Un principio di abolizionismo si ebbe successivamente nell'epoca del dispotismo illuminato di volteriana memoria. Nel Settecento, infatti con il progressivo rafforzarsi degli Stati nazionali la pena di morte perde la sua utilità. L'idea era semplice: se lo Stato era in condizione di controllare efficacemente il territorio e la popolazione, allora poteva punire il criminale, il quale, sapendo che violando l'ordine pubblico sarebbe stato punito, non avrebbe più infranto la legge.

A tal proposito Cesare Beccaria sosteneva che occorrevano pene miti, ma applicate senz'alcuna riserva: la tesi era che anche se la pena fosse stata minima doveva esserci certezza che il reo avrebbe dovuto scontarla. La pena di morte perde, quindi, utilità proprio perché lo Stato è forte e capace di punire i criminali. L'idea di Beccaria di sostituire la pena capitale con la reclusione fu accolta dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo che nel 1786 passò alla storia come primo sovrano in Europa ad abolire la pena di morte. In Italia la pena di morte fu abolita nel 1889 mantenendola esclusivamente nel codice militare e in quelli coloniali. Il ministro di Grazia e Giustizia (dicitura dell'epoca) era Zanardelli.

Ma arriviamo ai giorni nostri. I Paesi nei quali vige fattivamente la pena di morte sono cinquantotto. I Paesi abolizionisti de facto sono trentacinque (di pochi giorni fa è la notizia che anche il Parlamento della Mongolia l'ha abolita). Nel loro ordinamento giuridico mantengono in vigore la pena di morte, ma le esecuzioni non hanno luogo da almeno dieci anni, oppure in molti Paese sono state introdotte delle moratorie sulle esecuzioni. In ultimo ci sono i Paesi abolizionisti per reati comuni, sono quei paesi, sette nello specifico che hanno abolito la pena di morte per i reati comuni, ma la mantengono per casi eccezionali. Le vittime della pena di morte nel mondo ogni anno sono all'incirca quattromila. Solo in Cina sono avvenute ben settemila esecuzioni capitali tra il 2011 e il 2013, (dai dati della Ong "Nessuno tocchi Caino", anche se potrebbero essere molte di più, poiché molte esecuzioni avvengono in segreto).

Altri paesi sanguinari sono l'Iran, l'Iraq e l'Arabia Saudita. Le esecuzioni sono riprese spesso come reazione impulsiva all'aumento dei reati: omicidi particolarmente efferati o semplicemente per un rigurgito storico e culturale. Ma molti studi hanno evidenziato che nei Paesi dove è in vigore la pena di morte la criminalità non diminuisce. Ecco perché non è un deterrente. Ad esempio in Canada, il numero degli omicidi è diminuito dopo il 1976, anno dell'abolizione della pena di morte. Le vittime del crimine meritano giustizia, ma la pena di morte non è la risposta. Veleno, sedia elettrica, lapidazioni, fucilazioni oltre a ledere la dignità e violare i diritti umani non sono certamente la risposta adeguata. Ovvero l'idea della sanzione come vendetta che utilizza la pena per affrontare le contraddizioni della vita sociale è una atrocità.

Il mondo, le società moderne ed evolute hanno bisogno di esempi di giustizia giusta. Molto impegno e attivismo servono ancora per sensibilizzare l'opinione pubblica di tutto il mondo, cominciando dal nostro Paese. Ben venga quindi l'iniziativa dell'Associazione 'Nessuno tocchi Cainò che svolgerà il suo Sesto Congresso a Milano il 18 e il 19 Dicembre nella Casa di Reclusione di Opera. Il Congresso si terrà proprio nei giorni del secondo anniversario del successo all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla Moratoria Universale delle esecuzioni capitali e avrà all'ordine del giorno il rilancio della campagna per la Moratoria. Alla luce di tutto ciò, il Gruppo carceri e diritti umani del Forum Nazionale Giovani, che parteciperà con una propria delegazione al Congresso, si propone l'obiettivo di collaborare, per quanto possibile, al fianco dell'Associazione "Nessuno Tocchi Caino" per l'organizzazione di eventi pubblici perché sia accolta l'indicazione dell'Onu per l'abolizione della pena di morte e continuerà inoltre a elaborare in proprio idee e proposte per trovare soluzioni e risposte al sovraffollamento carcerario individuando precise indicazioni di riforma.

 

Profughi: così negli hotspot si violano gravemente i loro diritti

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stranieriinitalia.it, 12 dicembre 2015

 

Detenuti senza convalida di un giudice e ostacolati nell'accesso alla protezione internazionale. La denuncia di Oxfam, Asgi e a Buon Diritto. Interrogazione parlamentare di Manconi sul Psa di Pozzallo. Privazione della libertà personale dei migranti sbarcati, cui viene impedito di uscire dal Centro di Accoglienza senza nessun intervento da parte di un giudice, come imporrebbe la legge. Interviste sommarie per distinguere tra richiedenti protezione internazionale e migranti economici, effettuate dalle forze di polizia a persone ancora sotto shock a causa del lungo viaggio e dei pericoli affrontati. Nessuna informazione circa la possibilità di richiedere protezione internazionale, diritto previsto dalla normativa per chi arriva sulle nostre coste spesso sfuggendo a situazioni di conflitti e violenza.

Sono le irregolarità denunciate da Oxfam, Asgi e A Buon Diritto in merito agli "hotspot", strutture e procedure per l'identificazione dei migranti che - sottolineano in una nota le organizzazioni - non sono attualmente previste dalla normativa comunitaria, pur essendo state annunciate lo scorso maggio dall'Agenda europea sull'immigrazione.

In collaborazione con le tre associazioni, ieri il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani del Senato, ha presentato un'interrogazione parlamentare su quanto sta avvenendo all'interno del Centro di Primo Soccorso e Accoglienza (Cpsa) di Pozzallo (Ragusa), recentemente identificato come uno dei nuovi "hotspots". Diverse associazioni che lavorano sul territorio, nonché un recente report di Medici Senza Frontiere (Msf), hanno denunciato come ai migranti non siano fornite le informazioni necessarie per poter avanzare richiesta di protezione internazionale e sia impedito di uscire dalla struttura.

"Molte delle associazioni che lavorano in Sicilia come partner di Oxfam hanno denunciato che i migranti vengono di fatto detenuti in strutture dove, in assenza di ordinanza di un giudice, non potrebbero essere trattenuti per più di 48 ore", sostiene Elisa Bacciotti, direttrice del dipartimento Campagne di Oxfam Italia. "Nessuna informazione viene fornita rispetto alla possibilità di chiedere protezione internazionale nel nostro paese, come invece esplicitamente previsto dalla normativa europea - continua Bacciotti. Il diritto di asilo in questo modo viene completamente calpestato".

"La nuova procedura hotspots, che prevede il rafforzamento delle operazioni di identificazione e registrazione dei migranti tramite l'affiancamento di funzionari dell'Unione Europea accanto alle nostre forze di polizia, di fatto lede il diritto di chiedere protezione internazionale, non è prevista dalle norme comunitarie ed è certamente contraria a quelle nazionali" afferma Lorenzo Trucco, presidente dell'Asgi.

"Ormai sono centinaia i casi di cosiddetti "respingimenti differiti": persone sbarcate sulle coste siciliane, spesso ancora traumatizzate dal viaggio e da quanto vissuto in Libia, sottoposte a sommarie interviste di cui non comprendono la finalità e infine oggetto di un decreto di espulsione senza che la loro situazione individuale venga minimante presa in considerazione. Abbiamo già inviato una lettera al Ministero dell'Interno, - continua Trucco - avanzando le nostre richieste per la tutela dei migranti arrivati sulle nostre coste. Dopo il report di Msf, questa interrogazione ci sembra un atto dovuto".

 

Frontex va in pensione, Bruxelles vara la nuova guardia di frontiera europea

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di Carlo Lania

 

Il Manifesto, 12 dicembre 2015

 

Europa. Verrà presentata martedì a Strasburgo dalla Commissione. Dopo dieci anni di servizio Frontex, l'agenzia europea per il controllo delle frontiere, si prepara ad andare in pensione per lasciare il posto a una nuova Agenzia europea di guardie di frontiera e di guardia costiera. A volerlo è la commissione europea che martedì prossimo presenterà l'iniziativa a Strasburgo. "È una mossa coraggiosa perché l'accordo di Schengen non sia messo in discussione", ha spiegato ieri la portavoce della commissione, Margaritis Schinas. Il nuovo corpo, che sarà alimentato da guardie di frontiera provenienti dagli stati membri, è pensato per intervenire nelle emergenze, in tutti quei casi in cui le forze di polizia di un paese non siano in grado di far fronte ad arrivi in massa di migranti ai propri confini. Non potrà però agire autonomamente, ma solo su richiesta del Paese interessato.

L'idea di una guardia di frontiera e guardia costiera europea è nata a settembre, nel corso di uno dei tanti vertici sulla crisi dei migranti e quando centinaia di migliaia di profughi già da mesi marciavano sulla rotta balcanica diretti principalmente in Germania e Svezia. L'iniziativa è parte del piano pensato dall'Ue, che conta di realizzarlo nel giro di un anno e di cui fanno parte anche i finanziamenti alla Siria e alla Turchia (già stanziati) e la revisione del regolamento di Dublino. Ma soprattutto rientra nella politica scelta da Bruxelles di rafforzare al massimo i confini esterni dell'Unione (arrivando perfino a esternalizzarli come succederà in seguito all'accordo siglato con Ankara), riuscendo così a garantire la sopravvivenza della libera circolazione attraverso quelli interni.

Resta da vedere quali saranno i compiti della nuova Frontex. Probabilmente quello di raccogliere in mare i migranti portandoli in salvo direttamente negli hotspot che in via di realizzazione in Italia e Grecia, dove personale di Frontex e dell'Easo, Ufficio europeo per il diritto di asilo, già operano per identificare quanti sbarcano dividendoli tra richiedenti asilo e migrati economici. Ipotesi avvalorata anche da quanto affermato ieri da Dimitris Avramopoulos: "Creiamo un'agenzia di polizia e di guardia costiera europea comune per difendere le frontiere e offrire allo stesso tempo sostegno ai migranti - ha spiegato il commissario Ue all'Immigrazione intervenendo alla Conferenza sul Mediterraneo in corso a Roma -, con un mandato di ricerca e salvataggio e collegati agli hotspot da gestire come punti di ingresso, in modo tale che nessuno entri senza rispettare le nostre leggi e le nostre norme". Una risposta alle pressioni di quei paesi, che - a partire dal gruppo di Visegrad ma non solo - innalzano muri e ripristinano i controlli alle frontiere pur di fermare i migranti, mettendo così a rischio la stessa sopravvivenza di Schengen.

Riusciranno le nuove guardie di frontiera a contenere il malumore dello schieramento di tutti quei paesi restii a investire soldi e mezzi per i migranti? Difficile dirlo, anche perché la sicurezza dei confini fa parte di quelle materie di esclusiva competenza degli Stati molti del quali, se non proprio tutti, non gradirebbero eventuali interferenze da parte di Bruxelles. Proprio per questo ieri fonti diplomatiche europee ventilavano l'ipotesi, a quanti pare voluta soprattutto da Germania e Francia, di poter "imporre" l'invio delle guardie di frontiera "anche ai paesi riluttanti".

Intanto si è avuta notizia dell'ennesimo esempio delle conseguenze provocate dall'accordo siglato con Ankara. 600 migranti sono stati fermati negli ultimi due giorni dalla polizia lungo le coste egee della Turchia mentre cercavano di imbarcarsi diretti verso le isole greche. Undici i presunti scafisti arrestati. Da quando l'accordo è diventato operativo, una settimana fa, sono almeno tremila le persone fermate dalla Turchia mentre cercavano di raggiungere l'Europa.

 
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