Mercoledì 20 Marzo 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Genova: botte a un detenuto, l'inchiesta si allarga anche ai capi

PDF Stampa
Condividi

di Giuseppe Filetto

 

La Repubblica, 12 dicembre 2015

 

Sei agenti di Polizia penitenziaria, compreso il comandante ed il suo vice, indagati per omissioni e favoreggiamento; più cinque medici. Secondo la Procura non avrebbero denunciato il pestaggio di un detenuto dentro il carcere di Marassi. Tutti, secondo la magistratura, avrebbero fatto finta di non sapere, compreso il comandante Massimo Di Bisceglie e in suo vice, Cristiano Laurenti. Anche se Di Bisceglie si dice totalmente estraneo e commenta con dispiacere: "Oltre ad essere amareggiato, perché so qual è il mio lavoro, questa vicenda mi fa anche male per il mio rapporto con la Procura".

E però da due giorni il sostituto procuratore Giuseppe Longo ha concluso le indagini ed ha spedito gli avvisi. A Dario Pinchera, di 30 anni, si contestano i reati di lesioni: all'interno di un locale privo di telecamere di sorveglianza, avrebbe manganellato un recluso, Ferdinando B., di 36 anni. Di favoreggiamento, oltre il comandante e il vice, sono indagati pure gli agenti Giuseppe Ciuccio, Mario Cutrano, Patrizia Smiraldi, Giuseppe Trinchese e Maurizio Barile.

Ferdinando B. avrebbe parlato del pestaggio con la psichiatra Silvia Oldrati, la quale a sua volta ne avrebbe riferito ai colleghi della Asl Tre, in servizio all'interno delle "Case Rosse". I medici, però, dopo un consulto tra loro, non avrebbero compilato un opportuno referto, tanto da essere indagati per omissioni. Tra loro figura Marilena Zaccardi, nota per essere stata processata per le torture a Bolzaneto. I reati per i fatti del G8 sono andati in prescrizione, ma la dottoressa è stata ritenuta responsabile in sede civile.

Tornando a Marassi, gli altri medici indagati per il pestaggio sono: Ilias Zannis, Giuseppe Papatola, Silvano Bertirotti ed appunto la stessa Oldrati. Lei che il 14 aprile scorso, durante la visita alla quarta sezione del carcere, vede il detenuto (per reati di droga) tumefatto, lo medica e lo segnala "con lesioni sospette" al medico responsabile, Bertirotti. Che manda il carcerato al pronto soccorso del "San Martino". In ospedale vengono refertate contusioni al cranio, escoriazioni al volto, ematomi al dorso. Ferite compatibili con manganellate.

In questa brutta vicenda c'è un altro retroscena: Pinchera, prima sospeso dal gip e poi per 12 mesi dall'Amministrazione Penitenziaria, otto anni fa era stato arrestato per una sparatoria e qualche anno prima, minorenne, indagato - e poi archiviato - per un lancio di sassi in autostrada che aveva provocato la morte di un automobilista.

Per capire quanto accaduto a Marassi, occorre ricostruire quanto riportato nelle relazioni. Dopo il pestaggio, Pinchera avrebbe riferito a Di Bisceglie di essere stato aggredito dal detenuto, si sarebbe difeso, ci sarebbe stata una colluttazione; il recluso sarebbe scivolato ed avrebbe avuto la peggio. All'aggressione non avrebbe assistito nessuno.

 

Novara: detenuti al lavoro gratis per tenere in ordine la città

PDF Stampa
Condividi

di Monica Curino

 

Corriere di Novara, 12 dicembre 2015

 

È stato rinnovato ieri mattina, venerdì 11 dicembre, con la firma di tutti gli Enti coinvolti, il protocollo d'intesa per l'impiego dei detenuti in lavori di pubblica utilità. Una convenzione che ha per obiettivo la realizzazione di percorsi di inclusione sociale dedicati al recupero del patrimonio ambientale, del decoro urbano, dell'edilizia sociale, con il coinvolgimento appunto di detenuti. A firmare il protocollo, Comune, Casa circondariale, Magistratura di sorveglianza, Ufficio esecuzioni penali esterne (Uepe), Assa e, per la prima volta, l'Atc, l'Agenzia territoriale per la casa del Piemonte Nord. Presenti per il Comune, il sindaco Andrea Ballarè e l'assessore alle Politiche sociali, Elia Impaloni, per il carcere la direttrice Rosalia Marino, per l'Atc, il direttore generale Nicola Serravalle, per l'Assa, il presidente Marcello Marzo, per la Magistratura di sorveglianza, Lina Di Domenico e per l'Uepe, Santina Gemelli.

Una convenzione che ha caratteristiche di unicità in Italia, così come l'impegno intrapreso da molti anni dal carcere novarese con le locali istituzioni e con il Comune, in particolare lungo questa strada, quella del coinvolgimento dei detenuti in lavori socialmente utili e in altri progetti importanti anche al loro stesso reinserimento nella società. "Un protocollo - ha esordito Ballarè - che ha la durata di tre anni e che, pertanto, sarà in vigore sino al 2018. Oggi rinnoviamo quanto già promosso e realizzato da qualche anno, perché crediamo in questi progetti. Con questa nuova convenzione c'è una new entry, l'Atc appunto.

Perché ora i detenuti potranno essere utilizzati anche per collaborare alla sistemazione di alcuni alloggi del Comune destinati all'edilizia sociale e che poi gestisce l'Atc, alloggi che necessitano, spesso, di interventi di manutenzione. Adesso potranno aiutarci anche i detenuti. Gli interventi saranno poi da stabilire. Gli alloggi saranno così rimessi a nuovo e potranno essere messi a disposizione di chi è senza casa".

 

Varese: Università e carceri, un accordo per la formazione e la sicurezza

PDF Stampa
Condividi

varesenews.it, 12 dicembre 2015

 

L'Insubria e il Provveditorato generale dell'Amministrazione penitenziaria hanno sottoscritto un protocollo di collaborazione. L'ateneo fornirà percorsi di studio ma anche consulenze.

Formazione, sicurezza ma anche rispetto dei diritti religiosi. Sono diversi i capitoli dell'accordo sottoscritto questa mattina, venerdì 11 dicembre, dal Rettore dell'Università dell'Insubria Alberto Coen Porisini e il Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria Aldo Fabozzi. L'intesa porterà l'ateneo a mettere a disposizione di detenuti, dipendenti e quanti si impegnano all'interno delle case circondariali, le proprie professionalità e competenze.

Come? si parlerà di sicurezza negli ambienti lavorativi con il professor Fabio Conti che da anni si occupa di ingegneria della sicurezza, ma anche di giustizia ripartiva con la docente Grazia Mannozzi e di rispetto delle differenze religiose in carcere con la professoressa Ferrari che è anche garante della libertà di culto per la provincia di Lecco. Per il Provveditorato è una nuova convenzione che va ad aggiungersi ad altre avviate con diversi atenei della Lombardia. L'Insubria sarà coinvolta in percorsi che verranno avviati nelle carceri di Varese, Busto Arsizio, Como, Lecco e Sondrio.

Per i detenuti ci sarà la doppia opzione: corso sulla sicurezza se stanno svolgendo un lavoro all'interno della struttura ma anche percorsi formativi universitari per arrivare alla laurea. Scopo, infatti, è quello di dare la possibilità ai detenuti ristretti negli istituti individuati e ai soggetti in esecuzione penale esterna del relativo territorio di iscriversi ai Corsi di Laurea dell'Università degli Studi dell'Insubria, mediante procedure amministrative che tengano conto dello stato di privazione della libertà sia per lo svolgimento degli esami che per la gestione dei rapporti con segreterie didattiche e amministrative, e anche attraverso l'esonero totale delle tasse universitarie, nell'obiettivo primario del reinserimento.

Sotto il profilo della formazione, la convenzione consente di dare avvio a percorsi formativi alla giustizia riparativa e alla mediazione, secondo quanto richiede la Direttiva 2012/29/UE, dedicata alla istituzione di norme minime a tutela e protezione delle vittime di reato. Per lavorare in modo riparativo, e promuovere la mediazione reo-vittima (ma anche la gestione dei conflitti che possono sorgere all'interno dell'istituzione carceraria, tra detenuti) occorre infatti una adeguata opera di sensibilizzazione alla giustizia riparativa di tutti coloro che a vario titolo sono chiamati a lavorare nel settore dell'esecuzione penale; ciò è emerso altresì dai lavori degli Stati Generali sull'esecuzione penale voluti dal Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando, gruppo di lavoro a cui partecipa la Professoressa Grazia Mannozzi, Docente di Diritto Penale dell'Università degli Studi dell'Insubria, che si occuperà di questi aspetti della convenzione. L'accordo coinvolge, oltre alla facoltà di Ingegneria per il Lavoro e per l'Ambiente con il Dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate, per l'aspetto relativo alla sicurezza del lavoro, anche il Dipartimento di Diritto, Economia e Culture, per quello legato alla giustizia riparativa e alla mediazione delle diversità culturali e religiose.

 

Catania: le borse "Made in Prison" nelle boutique tolte alla mafia

PDF Stampa
Condividi

Corriere della Sera, 12 dicembre 2015

 

L'ex direttrice artistica accessori nel gruppo di famiglia promuove un'altra iniziativa sociale, per il recupero delle detenute nel carcere di Catania.

Dopo il disastro dei beni sequestrati ai boss, dopo l'allegra gestione dell'impero "Bagagli" (marchio siciliano di borse e valigie) con una catena di negozi strappati alla mafia, ma a rischio fallimento, nelle eleganti boutique Bagagli del centro di Palermo arriva Ilaria Venturini Fendi, una delle eredi della famosa casa di moda, per risollevare l'economia e l'immagine offuscata da una disastrosa amministrazione giudiziaria. Per farlo, alla vigilia di Natale, arriva esponendo in vetrina le borse confezionate dalle detenute del carcere di Catania nel quadro di un progetto di recupero chiamato non a caso "Made in Prison", pezzo forte del marchio di design sostenibile "Carmina Campus".

Riscatto e speranza. Eccessi di produzione, fondi di magazzino, materiali già esistenti ma con piccoli difetti, scarti industriali sono la materia prima per oggetti in cui si condensa la speranza di un riscatto. Double face. In carcere e fuori. Anche in questi punti vendita che una sorta di cricca di giudici e amministratori dall'estate scorsa sotto inchiesta avrebbe tentato di usare per assunzioni clientelari e arricchimenti personali. Una brutta storia con cinque magistrati indagati dai colleghi di Caltanissetta e allontanati da Palermo.

Nuova vita. Si cambia rotta e Ilaria Venturini Fendi accoglie il caloroso invito del nuovo amministratore giudiziario, l'avvocato palermitano Antonio Coppola, succeduto al figlio di uno dei cinque magistrati coinvolti, di dare spazio alle borse create dalle detenute. "Solo il 10 per cento delle detenute impegnate in queste esperienze di lavoro torna a delinquere", spiega Caterina Micolano, portavoce di "Sociallymadeinitaly", artefice delle iniziative che consente alle donne dietro le sbarre di costruire un'alternativa alle loro vite.

Dopo l'Africa. Per Ilaria Venturini Fendi è la seconda volta che ricomincia dal sociale, dopo il primo totale cambio di stile di vita. A lungo nell'azienda di famiglia come direttore creativo degli accessori, lasciato il gruppo, è diventata imprenditrice di un'azienda agricola biologica alle porte di Roma. Prima l'Africa. Con "Carmina Campus" a lungo impegnata in Camerun con l'International Trade Centre (Itc), un'agenzia congiunta delle Nazioni Unite e dell'Organizzazione mondiale del commercio, per una linea interamente prodotta con materiali reperiti localmente. Poi il ritorno a casa. Nelle carceri. Per un progetto di training e lavoro in alcuni penitenziari. Impegno monitorato dal ministero della Giustizia, attuato con un pool di cooperative sociali collettivamente riunite sotto "Sociallymadeinitaly". E nel marzo 2015 hanno potuto presentare la prima collezione di borse frutto di questa collaborazione certificata dal Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria con marchio dal nome eloquente: "Sigillo".

Vetrine illuminate. Di questo si parla al convegno di Villa Bordonaro, sabato 12 dicembre, con Ilaria Venturini Fendi a contatto con il pubblico, nella boutique di via XX Settembre 54, una delle vetrine sulle quali Cosa nostra aveva steso la sua rete, senza immaginare che un giorno a confezionare le borse sarebbero state le detenute che a quel mondo si stanno ribellando. Un modo per chiedere una mano alla Palermo perbene. Anche per non spegnere le luci di quelle vetrine, come si augurano i nuovi magistrati della ricostruita sezione Misure di prevenzione. Dimostrando che senza la mafia e senza intrallazzi è meglio.

 

Firenze: dall'Associazione Pantagruel tante iniziative per aiutare i detenuti a reinserirsi

PDF Stampa
Condividi

di Annamaria Piccinini

 

stamptoscana.it, 12 dicembre 2015

 

"Associazione Pantagruel per i diritti dei detenuti Onlus". Strano nome per un'associazione di volontari impegnati con i carcerati. Ricordando Rabelais sembrerebbe piuttosto un'associazione di mangiatori e buontemponi.

Ma forse una logica c'è: molti di quei carcerati gradirebbero essere tanti Pantagruel, ma se lo sognano: affamati di cibo e soprattutto di giustizia. Chissà se Giuliano Capecchi, il fondatore di questa associazione nel 1986, che le ha dato il nome, aveva pensato proprio a questo.

Ma fuor di metafora e nella concretezza di una storia che ha ormai 30 anni, L'Associazione Pantagruel continua ad agire con il suo attuale presidente, Salvatore Tassinari, e con un numero ormai ragguardevole di volontari, per dar vita a iniziative che mirano, pur con grandi difficoltà e spesso contrastate dallo staff carcerario, a sollevare, anche se di poco, la condizione dei reclusi. I volontari seguono corsi di preparazione che durano alcuni mesi, con lezioni di esperti di diritto penitenziario e colloqui con volontari di maggiore esperienza che permettono loro di conoscere le regole del carcere e i comportamenti da tenere. Attraverso i colloqui con detenuti che li richiedono (cui i volontari accedono gradatamente perché si tratta di un'esperienza complessa che richiede, nel volontario, molto equilibrio e maturità) è possibile dare alcune risposte concrete ai loro bisogni.

Per es. l'Associazione dedica una somma notevole ogni anno per l'acquisto di occhiali da vista. Uno dei problemi più gravi legati alla reclusione è, infatti, la perdita della vista, dovuta allo spazio limitato e sempre uguale che riduce il campo visivo, alle sbarre che tagliano la luce sempre nello stesso modo, alla luce artificiale accesa giorno e notte. La giornaliera presenza dei volontari rende possibile anche una maggiore informazione sui servizi sanitari accessibili in carcere, sui quali, per quanto insufficienti, i detenuti non vengono informati . I detenuti\e extra comunitari, assai numerosi, che non hanno una famiglia vicina, ricevono, oltre all'aiuto linguistico, piccoli contributi per l'acquisto di generi di prima necessità, quali francobolli, biancheria o saponette.

Oltre a queste iniziative, per così dire, di routine, l'Associazione ha messo in piedi due attività davvero particolari e importanti che coinvolgono il carcere femminile: "Educare con gli asini" e "La poesia delle bambole". Nel primo caso si tratta di un progetto che vede due asinelli inseriti nello spazio verde del carcere, recintato con un box prefabbricato ,dove alcune detenute (di solito 3), guidate da persone esperte, imparano a curare gli animali , a nutrirli, ad affezionarsi a loro e quindi a sviluppare o ri-sviluppare una certa affettività.

Le carcerate, se hanno con sé bambini, possono coinvolgere anche loro e i familiari che vengono a trovarle nello spazio dell'asineria, rendendo l'atmosfera degli incontri meno pesante che nel chiuso del carcere. Le detenute che svolgono il lavoro di nursery con le asinelle ricevono un piccolo contributo attraverso i fondi dell'Otto per Mille della "Tavola Valdese", cioè della Chiesa Valdese. Nel caso poi che le recluse usufruiscano di un regime carcerario meno ristretto possono anche avere l'occasione di uscite all'esterno per incontri in altre asinerie (per esempio presso l'asineria di Calenzano), o di avere possibilità di lavoro una volta raggiunto lo stato di semilibertà o di fine pena. In tal modo si realizzano i due scopi principali: quello del lavoro e della rieducazione all'interno del carcere ; e quello di dare gli strumenti per una attività una volta fuori da quelle mura.

Nel secondo caso, "La poesia delle bambole" si tratta di un progetto assai articolato che contiene finalità terapeutiche ed educative notevolissime, oltre ad utilità di carattere pratico. Fare una bambola stimola la creatività, la manualità e l'affettività spesso rimasta repressa in vicende difficili della vita. L'iniziativa prende avvio nel 2001 con operatori , tutti volontari , che cominciano ad insegnare a fare le bambole ad un piccolo gruppo di detenute, secondo il metodo steineriano. Al momento l'attività coinvolge circa 20 persone a Sollicciano, più 4 donne che partecipano ad un laboratorio fuori del carcere, attualmente in un bilocale in via di Mezzo 39/r, beneficiando di misure di detenzione alternativa sotto la tutela dei servizi sociali.

Le bambole sono fatte con materiali naturali, secondo regole precise di confezione con l'idea, appunto steineriana, che servano agli scopi terapeutici di chi le fa, ma anche di chi le riceve; quindi con molte finalità positive. L'attività è sostenuta economicamente da Banking Foudations, dalla "Tavola Valdese" della Chiesa Valdese e da contributi di singoli cittadini.

Ma se queste sono le informazioni, altra cosa è visitare e vivere il laboratorio di via di Mezzo. Lì, con la maestra-volontaria Adrienne, tutto si svolge in armonia , in una atmosfera pacata, piena di oggetti tradizionali e familiari : stoffe e lane di colori vivaci, uncinetti, aghi e ditali come nei tempi passati, con musiche e canzoni piacevoli .

La strada stessa, nel popolare rione di Sant'Ambrogio, ancora abbastanza abitata dai vecchi residenti, è poco trafficata (Il che, dal punto di vista commerciale, è uno svantaggio perché le bambole dovrebbero essere vendute per sostenere l'impresa). Comunque la vetrina di bambole e pupazzi lavorati a mano (a maglia o cucito) di grande vivacità e sapienza artigianale , non può non attrarre . Venderanno anche, si chiede il passante incuriosito, che pensa a un laboratorio. Spinge la porta e vede alcune persone al lavoro.

Ma la sua sorpresa diventa grande quando apprende dalla signora Adrienne, cortese ma spiccia, che qui si fa tutto con l'Associazione Pantagruel, per sostenere i carcerati di Sollicciano, in particolare la sezione femminile. Peccato che da via di Mezzo passino poche persone: le bambole e gli altri oggetti sono adatti a grandi e piccini, a prezzi imbattibili. In questo periodo natalizio il Presepio e l'albero di Natale sono di un'eleganza che è raro vedere, dovuta a materiali originali e alla sapiente confezione artigianale.

 
<< Inizio < 6241 6243 6245 6246 6247 6248 6249 6250 > Fine >>

06


06


06

 

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it