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La battaglia dei diritti (e le promesse mancate). Ecco da quanto tempo aspettiamo

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di Gabriele Martini

 

La Stampa, 16 gennaio 2016

 

Unioni civili, ius soli, abolizione del reato di clandestinità, eutanasia: Renzi tentenna. Avanti piano. Doveva essere il mese dell'accelerazione sui diritti civili. Matteo Renzi invece procede con il freno a mano tirato. Le adozioni gay - nodo più spinoso del ddl Cirinnà - rischiano di saltare. Il disegno di legge sulla cittadinanza ai figli degli immigrati è incagliato in Senato. Sulla clandestinità il governo ha fatto marcia indietro (sconfessando il Parlamento): il reato resta, non sarà abolito. A marzo arriva per la prima volta in Aula la proposta di legge sull'eutanasia, ma il premier non ha ancora preso posizione e le probabilità che la legge arrivi in posto sono ridotte al lumicino.

Unioni Civili - Lo scontro si inasprisce. Ncd e i cattolici del Pd sono contrari alla "stepchild adoption". Si tratta del meccanismo che permetterebbe a uno dei membri di una coppia di essere riconosciuto come genitore del figlio del compagno. Possibilità che il ddl Cirinnà sulle unioni civili prevede anche per le coppie omosessuali. Si vota a inizio febbraio. Renzi lascia libertà di coscienza. Ma se si rimangia le adozioni, rischia di perdere il possibile sostegno da parte del M5S e di non avere i numeri per l'approvazione. Il primo annuncio del premier sulle unioni civili data ottobre 2014: "Faremo la legge", diceva Renzi, arrivato a Palazzo Chigi pochi mesi prima. Sono passati 15 mesi, un paio di tweet , uno sciopero della fame (quello di Ivan Scalfarotto) e vari rinvii. La legge ancora non si vede.

Ius Soli - Il disegno di legge sulla cittadinanza per i figli degli immigrati è all'esame del Senato. Prevede che siano cittadini italiani i figli di un genitore che possiede un permesso di soggiorno europeo di lunga durata (Ius Soli temperato) e il minore che ha compiuto almeno un ciclo scolastico per ottenere la cittadinanza (Ius Soli culturae). Il testo non convince del tutto i centristi, che lo giudicano troppo "generoso" verso i futuri nuovi italiani. Ma su questo disegno di legge l'accordo con l'Ncd sembra più a portata di mano. In compenso è stato approvato lo Ius soli sportivo, che permette alle società di tesserare i minori stranieri residenti in Italia prima dei 10 anni. Lo Ius Soli è uno storico cavallo di battaglia del premier rottamatore. Nel 2012, da sindaco di Firenze, Renzi firmò una legge di iniziativa popolare sul tema. "Il parlamento approvi lo ius soli", rincarava a giugno 2013. Da candidato alla segreteria Pd diceva: "Ci sono battaglie che vanno fatte, lo ius soli è una di queste". E ancora, a gennaio 2014: "Sullo ius soli non ci tarperanno le ali". A maggio 2014 la promessa, stavolta in veste di premier: "La soluzione che individueremo entro fine anno sarà un criterio che consenta lo ius soli legato ad un ciclo scolastico".

Eutanasia - La proposta di legge sul fine vita arriva in Parlamento a marzo. Dopo mesi di tira e molla, è di per sé una notizia. Fino a ora le Camere avevano affrontato in modo blando il tema del biotestamento, sull'onda del caso Eluana Englaro. E infatti la legge non ha mai visto la luce. Il nuovo testo prevede la depenalizzazione per il medico e le persone che aiutano il malato terminale a morire. Il copione in Parlamento è il solito: maggioranza divisa. Contrari i cattolici del Pd e Ncd. Tra i favorevoli ci sono però anche alcuni esponenti di Forza Italia. La nostra proposta di legge di iniziativa popolare sull'eutanasia fu depositata nel 13 settembre 2013 e sottoscritta da oltre 105.000 cittadini. Ma sul tema dell'eutanasia Matteo Renzi non ha mai preso posizione. L'unica volta che sfiorò il tema lo fece da candidato a sindaco di Firenze, quando si oppose alla cittadinanza onoraria che il consiglio comunale aveva conferito a Giuseppe Englaro, padre di Eluana.

Clandestinità - "Non serve a nulla" il reato di immigrazione clandestina. E perciò "sarà tolto", dice Matteo Renzi. Ma non adesso. Il perché l'ha spiegato Maria Elena Boschi: così com'è la legge fa schifo, ma gli italiani non capirebbero se lo eliminassimo. Non sarà un ragionamento da statisti, ma tant'è: sull'immigrazione tira una brutta aria e il governo non si muove senza il consenso dell'opinione pubblica. E pazienza se i magistrati e il Capo della polizia, Alessandro Pansa, avevano chiesto di modificare una legge che così com'è altro non fa che intasare le Procure. A dire che il reato di clandestinità va abolito è la legge. Per essere precisi la 67/2014 ("Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio"). La norma, approvata nell'aprile 2014, dava un anno e mezzo di tempo al governo per passare dalle parole ai fatti "abrogando e trasformando in illecito amministrativo il reato". Sono passati 21 mesi.

 

Donne e carcere, le invisibili

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di Mara Cinquepalmi

 

Vita, 16 gennaio 2016

 

Il problema principale del sistema penitenziario italiano è ancora una volta il sovraffollamento delle carceri italiane. Ma nelle pieghe della statistica c'è uno sguardo di genere al problema di cui si parla poco. Nel corso degli ultimi dieci anni il numero delle detenute è fermo al 4%.

2015 si è chiuso con 52.164 detenuti nelle carceri italiane (195 gli istituti presenti sul territorio nazionale) a fronte di 49.592 posti. Lo dice il Ministero della Giustizia che, come ogni anno, aggiorna le statistiche sugli istituti penitenziari. Lombardia, Campania e Lazio sono le prime tre regioni per numero di detenuti. I dati dimostrano ancora una volta il sovraffollamento delle carceri italiane, ma nelle pieghe della statistica c'è uno sguardo di genere al problema di cui si parla poco.

Nel corso degli ultimi dieci anni il numero delle detenute è passato da 2.804 nel 2005 a 2.107 nel 2015 (contro 52.164 uomini), ma la percentuale si attesta ormai da qualche anno attorno al 4%. Le detenute in Italia sono suddivise in 5 Istituti penali femminili (Trani, Pozzuoli, Roma-Rebibbia, Empoli, Venezia-Giudecca) e in circa 55 sezioni femminili.

"Le donne", ha spiegato al nostro giornale Rita Bernardini, ex deputata e Presidente d'onore di Nessuno Tocchi Caino, "sono poco più del 4% della popolazione detenuta. Il carcere con più donne è la Casa circondariale Rebibbia che ne ospita 298 su una capienza regolamentare di 260; in quella di Pozzuoli le donne sono 154 a fronte di una capienza di 105, quindi è l'istituto dove si evidenzia il sovraffollamento più significativo. In questi anni sono diminuite anche le detenute con bambini, ma è un fenomeno che nonostante i proclami - "mai più bambini in carcere" gridava Angelino Alfano nella scorsa legislatura - governo e parlamento non sono riusciti a sradicare, pur essendo semplicissimo da risolvere. L'altra faccia della questione riguarda le donne che si fanno carico di mariti o figli detenuti in istituti a centinaia di chilometri di distanza dal nucleo familiare".

Di donne e carcere se ne è occupata di recente una ricerca sulla condizione detentiva femminile nelle carceri di Piacenza, Modena, Bologna e Forlì del Garante per le persone private della libertà personale della Regione Emilia-Romagna in collaborazione con l'associazione Con...tatto, da anni impegnata nella Casa Circondariale di Forlì.

La vita delle donne detenute ?non è un argomento che suscita particolare attenzione - ha dichiarato la Garante Desi Bruno presentando la ricerca, ?neppure tra gli addetti ai lavori. La loro esiguità numerica non le ha costrette a quel trattamento inumano e degradante costituito dalla mancanza dello spazio minimo vitale. Eppure sono ingombranti, anche se la reclusione delle donne non ha una autonomia organizzativa, e vive spesso di quanto accade nel carcere maschile, dal quale riceve briciole, in termini di risorse?. Piccoli numeri che, come spiega la ricerca "La detenzione al femminile", non consentono spesso l'attivazione e la realizzazione di attività utili al percorso di reinserimento, come corsi scolastici, percorsi di formazione professionali e attività lavorativa.

L'idea di detenzione - spiega Lisa Di Paolo, autrice della ricerca - è una, le regole detentive non hanno una caratterizzazione di genere e le modalità di operare diversamente con donne detenute sono dovute a "libere" iniziative e sensibilità dei singoli operatori. Le donne detenute sono e si percepiscono come vittime, sono e si sentono usate, non hanno una stima e una percezione positiva di sè che le spinga a comportarsi diversamente da come hanno fatto. La donna detenuta è una donna fragile nella costruzione dell'identità personale e di genere ed è in questo che ha bisogno di essere accompagnata?. Le donne chiedono di poter organizzare iniziative, attività in autonomia, gestire il tempo libero per fare qualcosa insieme, possibilità non sempre realizzabile a seconda dei regolamenti e dell'organizzazione dell'Istituto.

Poche - aggiunge Bernardini - sono le detenute che lavorano e quelle poche (circa il 20%) sono impegnate in lavori interni al carcere per lo più di tipo domestico. Se il carcere si aprisse alla collettività, proprio perché le donne sono poco numerose, sarebbe più facile trovare per loro lavori qualificanti spendibili all'esterno una volta finita la reclusione e ciò si tradurrebbe in minore recidiva e quindi in maggiore sicurezza per la collettività.

 

Capece "la Polizia penitenziaria ha bisogno di un'organizzazione del lavoro più moderna"

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di Cinzia Lucchelli

 

Il Tirreno, 16 gennaio 2016

 

Donato Capece, segretario del Sindacato autonomo di Polizia penitenziaria Sappe: "Basta girare con le chiavi attaccati alla cintola dei pantaloni, devono funzionare i sistemi di allarme, i cancelli devono essere automatizzati". E racconta le mille difficoltà del lavoro: "Siamo sotto organico, malgestiti e malpagati. Molti lasciano il servizio in anticipo a causa dello stress".

"L'altra urgenza, dopo aver affrontato quella del sovraffollamento, riguarda la polizia penitenziaria: serve un'organizzazione del lavoro più moderna". Donato Capece è segretario generale del sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe. Una vita dentro le carceri, a stretto contatto con i detenuti. "Basta girare con le chiavi attaccati alla cintola dei pantaloni, devono funzionare i sistemi di allarme, i cancelli devono essere automatizzati".

Capece lamenta prima di tutto carenze dell'organico: "Facciamo quello che possiamo ma siamo 8mila in meno rispetto ai 45mila stabiliti nel 2001". E soprattutto la complessità del lavoro: "Siamo allo stesso tempo poliziotti, psicologi, educatori e cappellani per i detenuti. Spesso siamo le uniche persone che vedono. Non dimentichiamo i numerosi tentativi di suicidio messi in atto da detenuti evitati grazie a noi". Racconta dei tanti agenti che lasciano il servizio in anticipo a causa dello stress, di quelli che si sono tolti la vita ("dal 2000 a oggi sono 100"). "Siamo abbandonati a noi stessi, malgestiti e malpagati".

Lo stipendio è di 1.400 euro al mese e i tempi di attesa per un trasferimento per chi lavora al Nord e vuole tornare al Sud sono 20 anni. La situazione è migliorata ma rimangono forti differenze territoriali. Un detenuto su tre è straniero. In 8.532 sono ancora in attesa di giudizio. Dai dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria aggiornati alla fine del 2015 lo stato dei luoghi di detenzione italiani.

Racconta della "vigilanza dinamica" per cui i detenuti di giorno sono liberi di uscire dalle celle. "Un allentamento che non può essere per tutti. Le pattuglie di tanto in tanto controllano le sezioni detentive e si beccano insulti, soprattutto da detenuti stranieri". Ma l'intero sistema carcere, secondo Capece, visto dall'interno, andrebbe ridisegnato: "L'idea è di distinguere tra un carcere invisibile sul territorio, per chi ha commesso reati che non creano allarme sociale per cui potenziate misure alternative alla detenzione, sotto il controllo della polizia penitenziaria. E un carcere detentivo per chi invece ha commesso reati gravi per cui è necessario un percorso di recupero e risocializzazione".

 

Caso Uva, il pm chiede di assolvere gli agenti

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La Stampa, 16 gennaio 2016

 

La requisitoria del procuratore di Varese: nessuna prova di comportamenti illegali. Il procuratore di Varese Daniela Borgonovo ha chiesto l'assoluzione dei carabinieri e dei poliziotti imputati per la morte dell'operaio Giuseppe Uva. Secondo il magistrato, "non c'è nessuna prova di comportamenti illegali da parte degli imputati".

Il procuratore ha chiesto l'assoluzione degli imputati per tutti i capi di imputazione dall'omicidio preterintenzionale all'arresto illegale sostenendo, tra le altre cose, "non vi è nessuna prova delle lesioni" che sarebbero state inferte a Uva, come denunciato dai familiari del muratore morto la mattina del 15 giugno 2008. "I testimoni che hanno riferito di percosse- ha spiegato il magistrato - o hanno ritrattato o sono stati smentiti dai fatti". Il processo ricomincia il 29 gennaio quando interverranno gli avvocati di parte civile dei familiari del muratore.

Per il legale di parte civile di Lucia Uva, sorella del muratore morto dopo essere stato portato in caserma dai carabinieri, quella che ha fornito il procuratore è "una ricostruzione assolutamente parziale e che sarà smentita". "Del resto - ha detto l'avvocato Fabio Ambrosetti - un giudice ha già smentito tre pm". Il riferimento è a due richieste di archiviazione presentate dalla procura. La sorella di Uva è stata invece parca di commenti. "Complimenti alla dottoressa Borgonovo" si è limitata a dire ala conclusione dell'udienza. "Il pm ha fatto un'analisi molto dettagliata della vicenda. Speriamo che la Corte d'Assise non si faccia condizionare dalla politica o dai media, cosa che sembra sia già accaduto in questo caso", commenta l'avvocato Piero Porciani, difensore di uno degli agenti imputati al processo.

 

Cannabis, il divieto vada in fumo

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di Mattia Feltri

 

La Stampa, 16 gennaio 2016

 

"Non c'è stata alcuna depenalizzazione della cannabis", ha detto ieri il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Non soltanto non c'è stata alcuna depenalizzazione, ma nemmeno gli frullava per la testa.

Non era neanche qualcosa che somigliasse a un'ipotesi, è stato soltanto un colossale fraintendimento: il Consiglio dei ministri si è limitato a stabilire le sanzioni per gli istituti di ricerca che, autorizzati a produrre cannabis terapeutica, sforino i quantitativi stabiliti: si passa al penale soltanto alla seconda infrazione. È bastato questo aggiustamento normativo perché montasse la solita rabbiosa polemica fra proibizionisti e no. Gli argomenti e i toni hanno onorato la tradizione, alla lettera, senza però suscitare nuove riflessioni, se non una: quanto è distante il dibattito dalle abitudini quotidiane?

Secondo il report delle Nazioni unite sul consumo di droghe leggere, quasi il quindici per cento degli italiani fa uso, non necessariamente assiduo, di hashish e marijuana. Cioè milioni di persone che vien difficile catalogare alla voce "drogati", come si faceva sbrigativamente una volta. Il punto è ancora un altro: qualsiasi giudizio si abbia delle droghe leggere e degli effetti sul fisico, sarebbe bene ragionare su un comportamento diffuso, socialmente accettato, che unisce genitori e figli, poiché il report parla del quindici per cento di italiani compresi fra i quindici e i sessantaquattro anni. Ci sono padri e madri che fumano con i loro ragazzi proprio per togliergli il fascino del proibito, per esercitare una forma non autoritaria di controllo, e dunque per sperimentare una via familiare della riduzione del danno: quella cui si appellano le medesime Nazioni unite quando propongono la depenalizzazione che in Italia è sacrilegio.

Sta diventando complicato accettare i presupposti delle conseguenze penali per chi fuma spinelli, e ne detiene una scorta, se dopo non si mette al volante né gira per le vie con armi da taglio. E non più per amore di liberalismo - non c'è corrispondenza: ci si rassegni - ma proprio per l'estensione del fenomeno, tale che generalmente non è percepito come reato, né da chi lo commette né da chi si astiene. È nei fatti, come sono nei fatti le coppie omosessuali, i diritti che richiedono e i doveri che accettano, il loro inserimento nelle più ovvie relazioni sociali, i loro figli che, coi sistemi più vari, sono nati all'estero e vivono in Italia: bambini amati dai genitori, dai parenti, dai vicini di casa, dai compagni di scuola. Che senso ha scannarsi su principi essenziali, che poi sono mille sfumature semi-ideologiche di partitini con difficoltà alla vista e all'udito, quando già il mondo è da un'altra parte, e vive in un altro modo? Lo stesso discorso vale per l'eutanasia, a cui si ricorre spesso, e in silenzio, in regime di obbligatoria ipocrisia per evitare guai ai sopravvissuti.

Ci si rende conto della delicatezza delle questioni, specialmente dell'ultima (le prime due non sono più nemmeno tante delicate). Ma quando si dice che gli italiani sono più avanti dei legislatori non si fa esercizio di retorica: ne abbiamo avuta la prova quando sono stati votati i referendum sull'aborto e sul divorzio, le due partite storiche dei radicali di Marco Pannella. Forse l'indissolubilità della famiglia ci era rassicurante, e il ricorso all'aborto è senz'altro una tragedia, lo è sempre, ma gli aborti calano di anno in anno, e le famiglie ci sono ancora, eterosessuali e omosessuali. Se per festeggiare lo scampato pericolo qualcuno ci volesse fumare sopra una canna, non sarebbe una tragedia.

 
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