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Mamone (Nu): rubate 500 forme di pecorino, incredibile furto nella Colonia penale

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di Luca Urgu

 

L'Unione Sarda, 31 luglio 2015

 

Ladri in azione nella colonia penale agricola di Mamone, dove cinquecento forme di pecorino prodotto nel penitenziario dai detenuti sono sparite nel nulla. Il clamoroso furto dal magazzino del caseificio del carcere è avvenuto giovedì scorso, ma la notizia - coperta dal più stretto riserbo - è trapelata solo nelle ultime ore. Il blitz ha destato grande scalpore nella storica casa di reclusione dove scontano una pena breve un centinaio di detenuti (molti di questi stranieri) impegnati nella produzione di latte e formaggi, ma anche di carni, olio, miele e legnatico. Sono stati alcuni agenti di polizia penitenziaria, appena si sono accorti del furto, a denunciare l'episodio ai carabinieri.

 

Roma: Osapp; a Rebibbia detenuto in regime di 41 bis aggredisce gli agenti

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Ansa, 31 luglio 2015

 

Un detenuto italiano, affiliato alla camorra e soggetto al 41 bis nel carcere di Rebibbia, ha aggredito nella serata di ieri, "per l'ennesima volta e senza apparente motivazione", gli agenti della polizia penitenziaria addetti alla sorveglianza del reparto. Lo afferma in una nota il segretario dell'Osapp Leo Beneduci sottolineando che "si tratta almeno del quinto episodio di violenza in pochi mesi di cui si è reso protagonista lo stesso detenuto".

Se questo è il carcere duro - aggiunge Beneduci - figuriamoci il carcere cosiddetto 'ordinario' in cui, infatti, gli episodi di violenza in danno di poliziotti penitenziari sono la regola e si annoverano nell'ordine delle decine ogni giorno. Se, quindi, è ormai acclarato che l'attuale Guardasigilli ignora del tutto di avere alle proprie dipendenze la polizia penitenziaria, altrettanto evidente è la necessità che rispetto all'attuale e del tutto inconsistente politica detentiva penitenziaria di cui fanno in questo momento le spese l'incolumità fisica di migliaia agenti, ai vertici del Dap sia destinata altra rilevante e decisiva figura rispetto all'attuale capo Santi Consolo".

 

È ora di legalizzare le droghe

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di Roberto Saviano

 

L'Espresso, 31 luglio 2015

 

Dopo decenni non c'è più dubbio. Le politiche repressive hanno fallito e provocato danni enormi. Bisogna prenderne atto e cambiare strada.

Come spiegare a un adolescente cosa sia la droga e come farne uso? Lasciare che la questione venga affrontata tra le mura domestiche o iniziare un dibattito politico che poi diventi dibattito pubblico e che giocoforza coinvolga tutti, chi ci rappresenta, organi di stampa e noi?

Avete letto bene: come spiegare a un adolescente come fare uso di droga. È inutile e controproducente sperare che i ragazzi non si facciano canne, che non si sentano attratti dall'uso di droghe sintetiche, che non bevano il sabato sera. Deresponsabilizza tutti, genitori, educatori e istituzioni. La verità è che dovremmo trovare il coraggio di dire ai nostri ragazzi: scusateci, siamo talmente inadatti a questo mondo che preferiamo che ogni tanto qualcuno di voi muoia piuttosto che assumerci come società l'onere di vigilare affinché le sostanze che la maggior parte di voi decide di assumere non siano pericolose per la salute.

Eh sì, perché chi prova droghe e beve alcolici il sabato sera non è l'adolescente con una vita familiare complicata, non è la ragazza mollata dal fidanzatino. Non è il diciassettenne sovrappeso o che si crede brutto. Le droghe le prova chiunque per semplice curiosità. È un momento di crescita, come fare sesso per la prima volta. È crescita e trasgressione insieme.

È dimostrazione di coraggio, e la vita degli adolescenti è nella fase eroica, quella in cui si vuole costantemente dimostrare a se stessi - non necessariamente agli altri - di poter superare i propri limiti o quelli che la pubblica morale pone. A sedici anni ci si sente onnipotenti ed eterni e non c'è nulla che faccia davvero paura, ecco perché inutile demonizzare o vietare, l'unica cosa che gli adolescenti ascoltano è il ragionamento, l'unica cosa davanti alla quale si fermano è la conoscenza.

Il vuoto che esiste tra la gestione del problema droghe, che di fatto è demandato alle sole famiglie, e le tragedie che si consumano periodicamente, deve essere colmato da uno stato che non può concepire più il suo ruolo solo come emergenziale. Le istituzioni non devono più arrivare quando la decisione da prendere è se chiudere o meno l'ennesima discoteca o fare processi più o meno equi ai giovani sopravvissuti, ma devono essere presenti prima, nelle scuole a fare informazione e in parlamento a fare leggi.

Lamberto Lucaccioni aveva 16 anni ed è morto dopo una serata in discoteca per gli effetti letali di una dose eccessiva di Mdma. A me non interessa sapere chi gliel'abbia venduta (questo è affare da inquirenti), a me non interessa sapere se fosse al parco o in discoteca quando l'ha assunta. A me quel che interessa è comprendere se davvero Lamberto, a 16 anni, sapeva quali fossero i rischi che correva data la natura stessa del mercato degli stupefacenti in Italia.

Chi sintetizza e chi spaccia, chi si fa carico di gestire il traffico di marijuana e cocaina non sono aziende che lavorano legalmente, per conto dello stato o sotto il suo controllo. I prodotti che mettono in vendita non sono testati perché non siano letali per la salute di chi ne fa uso. A gestire il traffico di droga nel nostro paese sono le organizzazioni criminali che hanno come unico fine il profitto. A loro poco importa se un acido uccida o se una canna possa provocare perdita di memoria, attacchi d'ansia e paranoia o, addirittura, disturbi motori.

La chiamano amnèsia, si tratta di marijuana tagliata con metadone, eroina e addirittura con l'acido delle batterie delle auto e la spacciano a Napoli. Quel che viene fuori dalla combustione di queste sostanze è una droga dannosissima per la salute. Con chi ce la prendiamo? Con le organizzazioni criminali, certo. E poi che facciamo, andiamo ad analizzare caso per caso le famiglie dei ragazzi che hanno assunto queste sostanze? E che facciamo, puntiamo il dito su come quei genitori avrebbero tirato su o loro ragazzi? Ma davvero? E poi? Chiudiamo i locali dove avviene lo spaccio? E questo basterà? E cosa avremo capito? E cosa avremo risolto?

Nulla. Non avremo capito nulla e avremo risolto ancor meno. Non è una questione morale, ma di salute pubblica. Le politiche repressive hanno avuto decenni per dimostrare la loro validità e non solo hanno fallito, ma hanno anche fatto danni enormi. È ora di legalizzare il mercato delle droghe in Italia e di farlo in maniera ragionata per evitare che continuino a circolare sostanze che uccidono. Non è più possibile girare la faccia dall'altra parte. È ora di capire che abbiamo troppo da perdere.

 

Droghe: cannabis legale, i vantaggi per le casse dello Stato

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di Lorenzo Mantelli

 

lettera43.it, 31 luglio 2015

 

Con la marijuana libera, 10 mld di beneficio per i conti pubblici. E Pil in crescita. Mentre calerebbe la spesa che il governo stanzia per la lotta alle droghe leggere. Con il ddl depositato il 29 luglio, l'operazione "cannabis legale2 ha preso ufficialmente il via.

Duecentoventi firme in calce alla proposta di legge presentata dall'intergruppo presieduto dal senatore Benedetto Della Vedova hanno dato il là all'iniziativa bipartisan che potrebbe rivoluzionare il consumo di droghe leggere in Italia. E se davvero la campagna andasse in porto, a beneficiarne sarebbero anche le casse dello Stato. Una liberalizzazione del mercato, infatti, determinerebbe vantaggi non soltanto per l'aumento del gettito fiscale, ma pure perché queste attività entrerebbero a far parte del Prodotto interno lordo (Pil), contribuendo a migliorare gli indicatori di stabilità del nostro Paese.

A tal proposito, gli studiosi Gary Becker, Kevin Murphy e Micheal Grossman del National Bureau of Economic Research sono stati tra i primi a diffondere una ricerca le cui conclusioni sono state riprese da uno studio dell'università La Sapienza di Roma che, nel 2009, ha calcolato la spesa pubblica italiana per il contrasto alla droga tra il 2000 e il 2005.

Ebbene, nel periodo considerato, per punire violazioni di legge connesse al traffico di sostanze stupefacenti, sono state effettuate più di 140 mila operazioni investigative, che hanno portato a circa 226 mila denunce (di cui più di 100 mila per cannabis), 250 mila processi e 130 mila condanne. Nel periodo in questione, la spesa pubblica destinata alla lotta anti-droga (considerando le spese dei servizi di polizia, di magistratura e carcerari) è stata di 13 miliardi di euro, di cui il 44% riguardante la proibizione della vendita della sola cannabis, che dunque è costata allo Stato più di 1 miliardo all'anno.

Sono diversi gli studi a sostenere poi che il traffico di stupefacenti rappresenti per la criminalità organizzata il business principale, con un fatturato annuo di circa 60 miliardi di euro (dati Sos Impresa 2009). Stime più prudenti forniscono un ricavo complessivo nel 2010 di circa 24 miliardi di euro. Mentre analisi sul mercato dei soli derivati della cannabis portano a una stima di oltre 7 miliardi annui.

Ipotizzando che le droghe leggere rappresentino la metà del ricavato del traffico di stupefacenti, gli autori de Lavoce.info hanno stimato che la legalizzazione produrrebbe un aumento percentuale del Pil annuo italiano tra l'1,2 e il 2,34%, a seconda che si consideri la stima bassa di 24 miliardi o quella alta di 60 miliardi per il fatturato di questo mercato. La legalizzazione, è spiegato nello studio, non comporterebbe un aumento della ricchezza, piuttosto avrebbe ricadute positive molto importanti sui principali indicatori di stabilità economica e finanziaria del Paese, liberando parte delle risorse da destinare in futuro alla riduzione del rapporto debito-Pil.

Altri due studiosi, Jeffrey Miron e Katherine Waldock, hanno indicato una metodologia per calcolare il gettito fiscale e i risparmi di spesa, utilizzata per il caso italiano nelo studio dell'università La Sapienza: per il nostro Paese si ipotizza un beneficio fiscale annuale di quasi 10 miliardi di euro dalla legalizzazione dell'intero mercato degli stupefacenti. In particolare, l'Erario risparmierebbe circa 2 miliardi all'anno di spese per l'applicazione della normativa proibizionista (polizia, magistratura, carceri) e incasserebbe circa 8 miliardi all'anno dalle imposte sulle vendite (5,5 dalla sola cannabis).

Persino il governo di Mario Monti, in uno studio, arrivò a valutare i possibili effetti benefici per i conti pubblici della legalizzazione della cannabis. "La proibizione della cannabis" - stima il calcolo del report citato dal Manifesto - "implica un costo fiscale di circa 38 miliardi di euro, a fronte di 15 miliardi per la cocaina e 6 per l'eroina".

Ergo, la completa legalizzazione delle droghe in termini di gettito, a consumi invariati, "porterebbe nelle casse dello Stato 30 miliardi di euro l'anno". Con la legalizzazione della sola cannabis, applicando la stessa normativa fiscale del mercato dei tabacchi e delle bevande alcoliche, "l'Erario nazionale incasserebbe 8 miliardi l'anno di tassazione sulle vendite", è la conclusione del rapporto montiano.

D'altra parte, la cannabis è di gran lunga la droga più utilizzata, non soltanto in Italia, ma in tutt'Europa. I numeri della relazione 2014 dell'Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze non lasciano spazio a interpretazioni: un europeo adulto su cinque ne ha fatto uso nel corso della propria vita, 18,1 milioni solo nell'ultimo anno, dati decisamente più alti rispetto ad altre sostanze illecite, come cocaina ed ecstasy.

Il rapporto relativo all'Italia recita dati simili, anche se con una lieve tendenza al ribasso negli ultimi anni: con la non trascurabile eccezione dei giovanissimi, fra i quali il consumo di droghe (in particolare di cannabis) risulta leggermente in aumento. Un esempio concreto dei benefici economici della legalizzazione? Dallo scorso primo gennaio scorso in Colorado ha prodotto un gettito erariale di 5 milioni di dollari al mese, in uno Stato che conta 5 milioni di abitanti, a fronte dei 60 milioni di cittadini italiani.

 

Israele: vietato protestare, alimentazione forzata per i detenuti palestinesi

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di Umberto De Giovannangeli

 

L'Unità, 31 luglio 2015

 

Per l'associazione dei medici israeliani è una "forma di tortura della quale un medico non deve essere complice". Per la dirigenza palestinese è una "palese violazione delle Convenzioni di Ginevra e del diritto umanitario internazionale". Per la democrazia dello Stato ebraico è una pagina nera. A determinarla con un voto a maggioranza - 46 favorevoli, 40 contrari - è il Parlamento israeliano che ha approvato una legge che autorizza l'alimentazione forzata nei confronti dei detenuti palestinesi che hanno intrapreso lo sciopero della fame.

Per il governo israeliano questa decisione è motivata dal fatto che lo sciopero della fame condotto dai palestinesi e portato all'estrema conseguenza, la morte, alimenta la protesta violenta in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Durissima la presa di posi-zione che l'Israel's Medical Association ha affidato a una nota ufficiale: "Chiediamo ad ogni medico di non prestare in alcun modo collaborazione ad una pratica inaccettabile, equivalente alla tortura, esserne parte va contro a tutti i principi etici che legano il medico alla sua professione". Altrettanto dura è la presa di posizione di B'tselem, l'organizzazione israeliana per i diritti umani: "Siamo di fronte ad un atto di forza mascherato da una presunta legalità - rimarca l'ong in un comunicato. I palestinesi sono espropriati anche del diritto di protestare in maniera non violenta nei confronti della loro condizione. Leggi come questa sono indegne di uno Stato democratico".

La questione dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane è uno dei nervi scoperti, forse il più sensibile, nella popolazione dei Territori: non c'è famiglia che non ha avuto o non abbia un proprio congiunto detenuto nelle carceri israeliane.

"Questa legge è contraria alle Convenzioni di Ginevra e al diritto umanitario internazionale. In questo modo si legalizza la tortura dei prigionieri che stanno reclamando i loro diritti in una forma non violenta", dice all'Unità Issa Qaraqe, capo della Commissione per i prigionieri palestinesi. "Ciò che è avvenuto è qualcosa che dovrebbe far inorridire e indignare ogni persona che abbia una coscienza civile - sottolinea a sua volta Hanan Ashrawi, più volte ministra dell'Autorità nazionale palestinese, paladina dei diritti umani nei Territori.

Quello compiuto dalle autorità israeliane è un atto disumano che lede la dignità della persona. È come voler dire ad ogni palestinese: tu non hai un'anima, non hai alcun diritto non solo sulla tua terra ma anche sul tuo corpo. E del tuo corpo noi ne disponiamo a nostro piacimento".

Racconta Amira Hass, firma di punta del quotidiano Haaretz, in un articolo del 6 giugno scorso: "Un detenuto amministrativo palestinese che è stato in sciopero della fame durante lo scorso mese è stato ospedalizzato con la forza ed incatenato al letto. Kha-der Adnan Musa si trova nell'ospedale Assaf Harofeh di Tzrifin con un braccio e una gamba legati al letto 24 ore al giorno e tre poliziotti giorno e notte nella sua stanza, secondo quanto hanno riferito due attivisti israeliani contro l'occupazione, che lo hanno visitato venerdì.

Musa, che è stato posto in detenzione amministrativa per la nona volta 11 mesi fa, ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro la sua prolungata detenzione senza processo. Tre anni fa, durante un altro periodo di detenzione amministrativa, ha ottenuto il rilascio dopo uno sciopero della fame durato 66 giorni. In tutto, ha passato più di sei anni nelle prigioni israeliane...". Con la nuova legge le migliaia di Musa detenuti, potranno essere alimentati a forza. Direttamente in carcere. Legalmente.

 
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