Sabato 17 Novembre 2018
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Mandato d'arresto europeo: la trasmissione degli atti oltre il termine non blocca la consegna

PDF Stampa
Condividi

di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 16 ottobre 2015

 

Corte di cassazione - Sezione VI - Sentenza 15 ottobre 2015 n. 41516.

La mancata trasmissione dei documenti da parte dello Stato che richiede la consegna di un detenuto straniero non preclude l'accoglimento della domanda, neppure se questa è stata respinta, con sentenza definitiva, per scadenza dei termini.

La Corte di Cassazione, con la sentenza 41516 depositata ieri, esclude che sia necessario un nuovo mandato d'arresto europeo e la rinnovazione della domanda di consegna se questa è stata definitivamente respinta perché lo Stato richiedente ha inviato le "carte" dopo la dead line prevista dall'articolo 17 della legge 69/2005 che attua la decisione quadro (2002/584/Gai). L'arrivo dei documenti che illustrava le condizioni legittimanti consente, infatti, una nuova valutazione nel merito, pur restando inalterata la possibilità di disporre la liberazione dell'interessato a causa dei ritardi nella procedura.

I giudici della sesta sezione ricordano che il riconoscimento reciproco dei provvedimenti è la pietra angolare della cooperazione giudiziaria e che il no al mandato d'arresto europeo può essere opposto solo nei casi tassativamente previsti dalla decisione quadro. E tra questi non rientra la scadenza dei termini, tempi che non sono posti a presidio dell'efficacia della richiesta ma a garanzia di una rapida definizione del procedimento.

L'inerzia, anche reiterata, nel trasmettere gli atti, non può essere interpretata come una volontà tacita di desistere dall'azione. La sentenza definitiva non blocca la strada a un nuovo giudizio che può essere escluso solo per la riscontrata rinuncia da parte dello Stato estero all'esecuzione del mandato.

Secondo il difensore dell'imputato non si poteva accogliere l'istanza senza un nuovo mandato, come previsto dall'articolo 707 del codice di rito che, in situazioni analoghe, che subordina il parere favorevole dello Stato richiesto a una nuova domanda di estradizione.

La Cassazione sottolinea però la differenza strutturale tra l'avvio della procedura di estradizione e la consegna: solo la prima prevede, infatti, l'espressione di una volontà politica di persistere nella collaborazione, mentre nella consegna questa è tacita se non revocata.

 

Rafforzata la prevenzione antiriciclaggio, appalti al vaglio degli indicatori di anomalia

PDF Stampa
Condividi

di Paola Berardino e Paolo Canaparo

 

Il Sole 24 Ore, 16 ottobre 2015

 

Decreto del ministero dell'Interno 25 settembre 2015. Fissati gli indicatori di anomalia per l'individuazione da parte degli uffici della pubblica amministrazione delle operazioni sospette di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo. Il decreto Interno 25 settembre 2015 - adottato ai sensi dell'articolo 41, comma 2, del Dlgs n. 231/2007 e preventivamente validato dal Comitato di sicurezza finanziaria del Mef - risponde all'esigenza, sempre più pressante, di stimolare la Pa all'assunzione di un ruolo attivo in materia di prevenzione.

Le procedure interne - Il provvedimento impone agli operatori pubblici l'adozione, nell'ambito della propria autonomia organizzativa, di procedure interne di valutazione idonee a garantire l'efficacia della rilevazione di operazioni sospette, la tempestività della segnalazione all'Unità di informazione finanziaria, la massima riservatezza dei soggetti coinvolti nell'effettuazione della segnalazione stessa.

Tali procedure interne specificano le modalità con le quali gli addetti agli uffici della pubblica amministrazione trasmettono le informazioni rilevanti ai fini della valutazione delle operazioni sospette a un soggetto denominato "gestore". La persona individuata come gestore può coincidere con il responsabile della prevenzione della corruzione previsto dall'articolo 1, comma 7, della legge 190/2012. Nel caso in cui tali soggetti non coincidano, gli operatori prevedono adeguati meccanismi di coordinamento tra i medesimi.

Gli operatori si possono avvalere di procedure di selezione automatica delle operazioni anomale basate su parametri quantitativi e qualitativi. Gli enti locali con meno di 15mila abitanti possono individuare un gestore comune ai fini dell'adempimento dell'obbligo di segnalazione delle operazioni sospette. Analogamente a quanto previsto dalla legge n. 190 del 2012 in tema di anticorruzione, sono imposte iniziative di adeguata formazione del personale e dei collaboratori ai fini della corretta individuazione degli elementi di sospetto. Tale formazione deve avere carattere di continuità e sistematicità, nonché tenere conto dell'evoluzione della normativa in materia antiriciclaggio.

La valutazione - Gli indicatori sono destinati ad agevolare l'individuazione delle operazioni sospette, riducendo i margini di incertezza connessi con valutazioni soggettive o con comportamenti discrezionali, e hanno lo scopo di contribuire al contenimento degli oneri e al corretto e omogeneo adempimento degli obblighi di segnalazione.

L'elenco non è esaustivo ed è destinato a un periodico aggiornamento, anche in considerazione della continua evoluzione delle modalità di svolgimento delle operazioni.

L'impossibilità di ricondurre operazioni o comportamenti a uno o più degli indicatori previsti nell'allegato del decreto non è sufficiente a escludere che l'operazione sia sospetta. Gli operatori sono pertanto tenuti a valutare con la massima attenzione ulteriori comportamenti e caratteristiche dell'operazione che, sebbene non descritti negli indicatori, siano egualmente sintomatici di profili di sospetto. La mera ricorrenza di operazioni o comportamenti descritti in uno o più indicatori di anomalia non è peraltro motivo di per sé sufficiente per l'individuazione e la segnalazione di operazioni sospette, per le quali è comunque necessaria una concreta valutazione specifica.

Le caratteristiche degli indicatori - Gli indicatori di anomalia sono suddivisi in: indicatori generali, applicabili a tutti i destinatari, e indicatori specifici, distinti per attività. Gli indicatori generali sono connessi alle modalità di esecuzione delle operazioni e ai mezzi di pagamento utilizzati, oltre che all'identità o ai comportamenti inusuali o sospetti del cliente.

Gli indicatori specifici, che sono invece calibrati con riguardo alla tipologia delle attività esercitate dagli operatori, possono essere ad esempio:

• la partecipazione a procedure di affidamento di lavori pubblici, servizi e forniture, in assenza di qualsivoglia convenienza economica all'esecuzione del contratto, anche con riferimento alla dimensione aziendale dell'operatore e alla località di svolgimento della prestazione, ovvero mediante ricorso al meccanismo dell'avvalimento plurimo o frazionato, ai fini del raggiungimento della qualificazione richiesta per l'aggiudicazione della gara, qualora il concorrente non dimostri l'effettiva disponibilità dei requisiti facenti capo all'impresa avvalsa, necessari all'esecuzione dell'appalto;

• l'esecuzione di pagamenti infragruppo, specie se connessi con la prestazione di attività di consulenza, studio o progettazione, non supportate da idonea documentazione giustificativa;

• l'esecuzione delle attività affidate al contraente generale direttamente o per mezzo di soggetti terzi, in assenza di adeguata esperienza, qualificazione, capacità organizzativa tecnico-realizzativa e finanziaria;

• la richiesta di finanziamento pubblico incompatibile con il profilo economico-patrimoniale del soggetto cui è riferita l'operazione.

L'obbligo di segnalazione - Gli operatori pubblici sono tenuti ad inviare all' Uif una segnalazione, ai sensi dell'articolo 41 del decreto antiriciclaggio, quando sanno, sospettano o hanno motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo.

Il sospetto deve fondarsi su una compiuta valutazione degli elementi oggettivi e soggettivi dell'operazione a disposizione dei segnalanti, acquisiti nell'ambito dell'attività svolta, non solo alla luce degli indicatori di anomalia in base al decreto antiriciclaggio ma anche degli schemi di comportamento anomalo di cui all'articolo 6, comma 7, lettera b) del decreto stesso.

Gli operatori devono segnalare le operazioni sospette a prescindere dal relativo importo. Nella valutazione delle operazioni sono tenute in particolare considerazione le attività che presentano maggiori rischi di riciclaggio in relazione alla movimentazione di elevati flussi finanziari e a un uso elevato di contante, nonché i settori economici interessati dall'erogazione di fondi pubblici, anche di fonte comunitaria, e quelli relativi ad appalti, sanità, produzione di energie rinnovabili, raccolta e smaltimento dei rifiuti. La segnalazione di operazione sospetta è un atto distinto dalla denuncia di fatti penalmente rilevanti e va effettuata indipendentemente dall'eventuale denuncia all'autorità giudiziaria.

 

Licenza revocata se c'è una ordinanza di custodia cautelare

PDF Stampa
Condividi

di Andrea Alberto Moramarco

 

Il Sole 24 Ore, 16 ottobre 2015

 

Tar Calabria - Reggio Calabria - Sentenza 25 giugno 2015 n. 652.

La Pubblica amministrazione può revocare la licenza di polizia precedentemente rilasciata per l'esercizio di attività di giochi e scommesse se il soggetto autorizzato è colpito da misura cautelare o su di esso pendono procedimenti penali, a prescindere dall'esito del giudizio. Tali misure sono infatti elementi che provano l'assenza di "buona condotta" e giustificano il provvedimento di revoca. Lo ha chiarito il Tar di Reggio Calabria con la sentenza 652/2015.

Il caso - Il protagonista della vicenda è un signore titolare di una licenza con la quale veniva autorizzato ad esercitare l'attività di raccolta scommesse e l'attività di sala giochi con l'installazione ed uso dei sistemi di giochi. In seguito, tale autorizzazione veniva revocata dalla Questura perché l'uomo veniva attinto da ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione di tipo mafioso e porto abusivo di armi in luogo pubblico.

L'ex titolare della licenza aveva però impugnato tale provvedimento sostenendo che la Questura non aveva preso in considerazione il fatto che, precedentemente all'emanazione del provvedimento di revoca, in sede di riesame egli aveva ottenuto gli arresti domiciliari e l'imputazione a suo carico si era ridimensionata. Successivamente, i giudici amministrativi avevano respinto la sua domanda cautelare, mentre l'uomo veniva assolto dai reati contestatigli.

La decisione del Tar - I giudici calabresi tuttavia ritengono che la Questura ben ha fatto a revocare la licenza in quanto le autorizzazioni di polizia, ai sensi dell'articolo 11 comma 2 T.u.l.p.s., possono essere negate (o revocate), non solo nei confronti di chi è stato condannato per una serie di delitti come rapina, estorsione o reati contro l'ordine pubblico, ma anche nei confronti di "chi non può provare la sua buona condotta". E pur non potendosi porre l'onere della prova di buona condotta a carico dell'interessato, le autorizzazioni possono essere negate a chi non sia ritenuto "in possesso di quell'affidabilità necessaria per poter escludere, in via prognostica, il pericolo che possa abusare del titolo". Rientra pertanto nella discrezionalità della Pubblica amministrazione valutare tutti gli elementi a disposizione in funzione anche della pericolosità degli interessi in gioco e, nel caso di specie, la decisione della Questura non è sicuramente censurabile "a fronte della gravità dei fatti all'epoca contestati e dell'emissione di provvedimenti restrittivi della libertà personale". A favore del ricorrente, resta il fatto che la sentenza penale assolutoria può portare, attraverso un'apposita istanza, alla riedizione del potere amministrativo.

 

Il Garante privacy non è parte nel processo per risarcimento danni contro il Comune

PDF Stampa
Condividi

di Paola Rossi

 

Il Sole 24 Ore, 16 ottobre 2015

 

Corte di Cassazione - Sezione III civile - Sentenza 15 ottobre 2015 n. 20890.

Il Comune deve risarcire i danni morali per lesione della privacy patiti dalla persona le cui condizioni di salute sono state rese note non solo ai dipendenti incaricati di una consegna, ma anche agli altri presenti. Con la sentenza n. 20890, depositata ieri, la Cassazione ha rigettato il ricorso del Comune che nel proprio agire aveva reso conoscibili a terzi i dati relativi alla situazione di handicap di un cittadino, sul quale procedeva alle dovute verifiche e a cui in ultima istanza aveva revocato il permesso disabili.

Il caso - Per i giudici la lesione della riservatezza è di fatto esistente, quando la mancanza di cautele, che rende conoscibili non solo da parte degli incaricati dell'ente locale le condizioni di salute del cittadino, relative alla propria pratica di ottenimento o mantenimento del permesso invalidi per la circolazione stradale, si realizza in un piccolo territorio municipale. Infatti, in tal caso è evidente come soprattutto in un piccolo centro la lesione della riservatezza sia concreta. A peggiorare la situazione del Comune - nel caso specifico - era stato rilevato da parte dei giudici che la successiva revoca del permesso invalidi fosse una sorta di azione ritorsiva a danno del cittadino. Tra l'altro, come fa rilevare la Cassazione, le modalità della convocazione presso la Asl e della consegna della documentazione erano già state portate dall'interessato all'attenzione del Garante, che le aveva giudicate illecite.

Cade anche la contestazione del Comune contro la sentenza del Tribunale per l'illegittimità dovuta al mancato coinvolgimento del Garante privacy, in quanto litisconsorte necessario. Argomento respinto sulla base del dato normativo che prescrive la necessaria presenza del Garante nel processo solo quando oggetto della lite sia un provvedimento dell'Authority. Mentre il Garante è sicuramente figura estranea alla causa per danni intentata contro il Comune perché è un giudizio che vede coinvolti solo l'ente locale in diretta lite con chi si ritiene danneggiato.

La sentenza - In base a questi rilievi venivano riconosciuti i danni morali al cittadino danneggiato dall'illecita diffusione dei propri dati sanitari all'interno di una piccola comunità. Venivano così accordati 15 mila euro di danni per riparare la sofferenza morale patita. La Cassazione rigetta il ricorso e non rileva alcun errore di diritto del giudice che ha applicato la valutazione equitativa di un danno di difficile quantificazione come nel caso di specie. E, infine rigetta anche la pretesa nullità della sentenza di merito non essendoci stata violazione dell'articolo 152 del Codice privacy.

 

Permesso disabili, paga i danni il Comune che non tutela la privacy sui dati della salute

PDF Stampa
Condividi

di Paola Rossi

 

Il Sole 24 Ore, 16 ottobre 2015

 

Il Comune deve risarcire i danni morali per lesione della privacy patiti dalla persona le cui condizioni di salute sono state rese note non solo ai dipendenti incaricati di una consegna, ma anche agli altri presenti. Con la sentenza n. 20890, depositata ieri, la Cassazione ha rigettato il ricorso del Comune che nel proprio agire aveva reso conoscibili a terzi i dati relativi alla situazione di handicap di un cittadino, sul quale procedeva alle dovute verifiche e a cui in ultima istanza aveva revocato il permesso disabili. Il Quotidiano Enti locali e Pa si è già occupato di un caso simile - sempre in relazione a una sentenza della Cassazione - che riguardava la diffusione, nell'ambito di una procedura amministrativa per il cambio di residenza, di dati sensibili relativi alla sfera sessuale di un cittadino.

Il caso. Per i giudici la lesione della riservatezza è di fatto esistente, quando la mancanza di cautele, che rende conoscibili non solo da parte degli incaricati dell'ente locale le condizioni di salute del cittadino, relative alla propria pratica di ottenimento o mantenimento del permesso invalidi per la circolazione stradale, si realizza in un piccolo territorio municipale. Infatti, in tal caso è evidente come soprattutto in un piccolo centro la lesione della riservatezza sia concreta. A peggiorare la situazione del Comune - nel caso specifico - era stato rilevato da parte dei giudici che la successiva revoca del permesso invalidi fosse una sorta di azione ritorsiva a danno del cittadino. Tra l'altro, come fa rilevare la Cassazione, le modalità della convocazione presso la Asl e della consegna della documentazione erano già state portate dall'interessato all'attenzione del Garante, che le aveva giudicate illecite.

Tra l'altro cade anche la contestazione del Comune contro la sentenza del Tribunale per l'illegittimità dovuta al mancato coinvolgimento del Garante privacy, in quanto litisconsorte necessario. Argomento respinto sulla base del dato normativo che prescrive la necessaria presenza del Garante nel processo solo quando oggetto della lite sia un provvedimento dell'Authority. Mentre il Garante è sicuramente figura estranea alla causa per danni intentata contro il Comune perché è un giudizio che vede coinvolti solo l'ente locale in diretta lite con chi si ritiene danneggiato.

La sentenza. In base a questi rilievi venivano riconosciuti i danni morali al cittadino danneggiato dall'illecita diffusione dei propri dati sanitari all'interno di una piccola comunità. Venivano così accordati ben 15 mila euro di danni per riparare la sofferenza morale patita. La Cassazione rigetta il ricorso e non rileva alcun errore di diritto del giudice che ha applicato la valutazione equitativa di un danno di difficile quantificazione come nel caso di specie. E, infine rigetta anche la pretesa nullità della sentenza di merito non essendoci stata violazione dell'articolo 152 del Codice privacy.

 
<< Inizio < 5921 5922 5924 5926 5927 5928 5929 5930 > Fine >>



06


  06

 

06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it