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Giustizia: inchiesta Mafia Capitale "se Buzzi canta i boss l'ammazzano"

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di Maria Elena Vincenzi

 

La Repubblica, 6 gennaio 2015

 

Mafia Capitale, nelle intercettazioni successive all'arresto le minacce degli intermediari con la 'ndrangheta Confermati i legami con i clan. Il capo della "29 giugno" ai suoi: "Adesso che sono in carcere non mettetevi a litigare".

Minacce di morte, pizzini e regole sulla successione. Roba da associazione mafiosa, per l'appunto, quella che ieri la procura di Roma ha depositato al tribunale dei Riesame, chiamato a decidere sulla revoca della custodia cautelare di Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, entrambi calabresi ed entrambi in carcere dall'11 dicembre scorso nell'ambito dell'inchiesta su Mafia Capitale (i giudici si sono riservati).

I due, accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso, sarebbero il collegamento tra la banda guidata da Massimo Carminati e il clan Mancuso di Vibo Valentia. Un legame che avrebbe uno snodo centrale in Salvatore Buzzi, il ras delle cooperative capitoline, considerato dai pm il braccio finanziario del "Cecato". Parla chiaro l'informativa che i carabinieri del Ros del 3 gennaio: i legami con i calabresi c'erano eccome, secondo l'accusa.

Il 3 dicembre, giorno successivo ai primi arresti, Rotolo e Ruggiero (in quel momento ancora a piede libero, ndr) non si danno pace. Commentano gli arresti con gli amici, si preoccupano di non fare la stessa fine. E pensano alla gestione futura: già il giorno successivo alla retata, fissano un incontro per decidere che cosa ne sarà della Cooperativa 29 giugno, fino ad allora guidata da Buzzi.

Prima di andare alla riunione Rotolo incontra Franco La Maestra, ex brigatista condannato a 18 anni di carcere e coinvolto nell'omicidio di Massimo D'Antona, e uomo di fiducia di Buzzi. L'ex terrorista racconta: "Ieri l'ho visto (Buzzi, ndr). C'ha teso a specificare a noi de Giovanni (Campennì, ndr). .. ha detto... "quello non deve... non si deve neanche avvicinare..." le testuali parole so state queste mentre lo portavano via... "non voglio che Giovanni stia in mezzo ai piedi"... ci ha detto a me e a Salvatore (Ruggiero, ndr)". Giovanni Campennì, imprenditore, secondo i pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli è il collegamento tra Buzzi e la 'ndrangheta.

Non a caso Rocco e La Maestra si stupiscono delle parole di Buzzi e si chiedono se quest'ultimo non avesse appositamente voluto far individuare Campennì dalle forze dell'ordine. "E se l'è cantatu stu scemo di merda? - chiede Rotolo - I Mancuso u 'mmazzano". Sta di fatto che, proprio come nella tradizione mafiosa, Buzzi negli attimi prima di finire in carcere, riesce a dare le indicazioni sulla sua "successione" alla guida delle cooperative. Vuole escludere Campennì e decidere chi deve prendere il suo posto. "Mentre andava via - dice ancora La Maestra a Rotolo - m'ha guardato e m'ha fatto: "Me raccomando, non litigate. Tu sei il capo, mi raccomando, non litigate". Poi mentre andava via mi ha detto: "Ci vediamo tra due anni"... lui s'è già attrezzato".

Infine i pizzini. I militari del Ros ne hanno sequestrati alcuni a casa di Salvatore Ruggiero. In mezzo a una serie di ricevute di pagamento da parte della Cooperativa 29 Giugno, gli investigatori hanno trovato anche due pen drive, una lettera del 2004 in cui Buzzi invitava i suoi soci e dipendenti a votare Oriano Giovannelli e Nicola Zingaretti al Parlamento europeo e tre pizzini. Uno con la dicitura "Glok 179.21, uno con scritto "Rosario 29 giugno" e un terzo: "Fasciani". Probabilmente il riferimento è al clan che da anni gestisce la malavita di Ostia. Elementi sui quali ora il Ros è al lavoro.

 

Giustizia: Bossetti "da 200 giorni in cella con il pensiero di Yara... ma il killer non sono io"

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di Paolo Berizzi

 

La Repubblica, 6 gennaio 2015

 

Intervista a Massimo Bossetti, accusato di avere seviziato e ucciso la tredicenne. Parla per la prima volta e contesta le prove contro di lui: "In tribunale dimostrerò che sono innocente".

"Dal 16 giugno, il giorno del mio arresto, le hanno provate tutte per farmi confessare. Speravano che prima o poi sarei crollato. Ma non confesso un delitto che non ho commesso. Il killer di Yara non sono io, lo dimostrerò in aula, davanti ai giudici. Però vorrei un processo giusto. Anche nei tempi".

Sei mesi e mezzo di silenzio mediatico (ha risposto solo alle domande dei magistrati). Cento trentaquattro giorni in una cella di isolamento. In totale, a oggi, 204 giorni di custodia cautelare dietro le sbarre. Con un'accusa che pesa come un macigno: avere seviziato e ucciso, la sera del 26 novembre 2010, Yara Gambirasio, 13 anni, la stessa età del primo dei suoi tre figli.

Adesso parla, Massimo Bossetti. Attraverso il suo avvocato, Claudio Salvagni - il legale a cui si è affidato in vista del processo che lo vedrà imputato di omicidio volontario con l'aggravante della crudeltà - il carpentiere di Mapello offre la sua versione a Repubblica.

"Sono stato dipinto come un mostro - dice - accusato di un reato orribile. Ma io con la morte di quella povera ragazzina non c'entro niente. In carcere le rivolgo ogni giorno un pensiero. Spero che al processo venga fuori la verità".

Perché ha deciso di parlare?

"Perché hanno fatto indagini in un'unica direzione, è come se l'opinione pubblica, i media, mi avessero già condannato. Ancora prima del processo. Invece sono pronto a dimostrare la mia innocenza: e lo farò in aula. Non sono io il killer di Yara".

C'è il suo Dna sugli indumenti della vittima, ci sono le immagini delle telecamere di Brembate che riprendono il suo furgone vicino alla palestra da dove è sparita Yara.

"Sul mio dna deve essere stato fatto un errore. Io, come ho sempre detto, non ho mai conosciuto né visto Yara. Dopo la Cassazione (udienza il 25 febbraio, si discuterà la richiesta di scarcerazione presentata dalla difesa; le richieste precedenti erano già state respinte dal gip di Bergamo e dal Tribunale del Riesame di Brescia, ndr) con il mio avvocato chiederemo eventualmente la ripetizione dell'esame del dna".

Per dimostrare cosa?

"Ammesso sia davvero mia, quella traccia potrebbe essere finita lì, come ho detto ai magistrati, a causa dell'epistassi di cui soffro da sempre. Anche sul lavoro. Il mio sangue potrebbe essere finito su degli attrezzi usati dall'assassino. In cantiere ho perso spesso sangue dal naso, lo sanno anche i miei colleghi. Non ho accusato nessuno, ma ho offerto spunti, piste alternative. Finora non mi hanno ascoltato".

E il suo furgone ripreso a girare attorno al centro sportivo fino a pochi minuti prima della scomparsa di Yara?

"Quelle immagini non provano niente. Ho raccontato e confermato che passavo sempre spesso, da Brembate di Sopra tornando dal lavoro. Anche per delle commissioni. Che il mio furgone sia stato ripreso per strada dalle telecamere non fa di me un assassino. Non ho mai fatto mistero delle mie abitudini, delle mie giornate. Ho raccontato tutto della mia vita, anche i particolari più intimi e privati. Ho ribadito di essere disposto a rispondere a qualsiasi domanda in nome della ricerca della verità. Dopodiché la mia memoria non è indelebile".

Si è contraddetto sugli spostamenti di quel giorno.

"Sfido chiunque a ricordarsi esattamente che cosa ha fatto quattro anni prima, soprattutto quando ha una vita fatta di giornate fotocopia, una identica all'altra. Il fatto è che hanno rivoltato la mia vita e non hanno trovato niente. Come non hanno trovato nessuna traccia riconducibile a Yara sul mio furgone e sulla mia auto. E nemmeno su tutto quello che hanno sequestrato con le perquisizioni in casa. Non avevo e non ho segreti, altrimenti credo sarebbero emersi".

Sul suo pc sono state trovate ricerche su "sesso" e "tredicenni", con particolari anatomici precisi: per l'accusa sta lì il movente dell'omicidio.

"L'ho già detto in interrogatorio, è capitato che abbia guardato dei siti porno con mia moglie. Ma io non ho mai fatto ricerche o visto video con minori (la difesa di Bossetti ha spiegato che quei clic potrebbero avere tutt'altra spiegazione scientifica, ndr)".

La chiusura delle indagini è imminente, poi si andrà a processo.

"Sono pronto a difendermi. Ma chiedo un processo giusto. Anche nei tempi. La giustizia in Italia è lentissima: perché nel mio caso corre così velocemente? (va detto che i termini - 180 giorni dal fermo - entro i quali il pm avrebbe potuto chiedere il giudizio immediato, che fa saltare l'udienza preliminare, sono scaduti, ndr)".

Lei è accusato di avere ucciso una ragazzina, di averla massacrata abbandonandola in un campo.

"Yara aveva la stessa età di uno dei miei tre figli (gli altri due hanno 8 e 10 anni, ndr). Non potrei mai fare una cosa così atroce. È come se la facessi a uno dei miei bambini. Immagino il dolore devastante dei familiari di Yara, mi sono sempre messo nei loro panni, fin dal primo giorno. A Yara rivolgo un pensiero ogni giorno. A lei e anche alla mia famiglia, che continua a credere nella mia innocenza e mi sta vicino".

Che cosa dice a chi si stupisce del fatto che in questi sei mesi e mezzo in cella non ha mai avuto un crollo, nemmeno un piccolo cedimento?

"È il mio carattere, sono fatto così. Cerco di farmi forza ogni giorno. Se sei in carcere da innocente puoi avere dentro anche tutta la disperazione del mondo ma, allo stesso tempo, trovi anche la forza per non mollare. Ho ricevuto pressioni fortissime, hanno cercato di convincermi in ogni modo a confessare: hanno provato a allettarmi con il conto degli anni, la riduzione della pena, 20 anni anziché 30... speravano che crollassi. Ma non ho confessato perché non ho niente da confessare".

Sua moglie, i suoi figli, i suoi genitori continuano a venire a trovarla.

"Quando vedo i miei figli e i miei genitori mi commuovo. Sapendo che sono incontri a termine, concentro tutto in quell'ora: poi rimane il vuoto. Se fossi colpevole, al mio avvocato lo avrei detto. Anche per chiedergli un aiuto su come affrontare, appunto, i miei familiari".

Il reato di cui è accusato è inaccettabile nel codice non scritto dei carcerati. Riceve ancora minacce?

"Sì, le ultime mi sono arrivate con una lettera spedita da un detenuto di un altro carcere. Mi ha scritto "quando esci ti stacco la testa e la porto ai Gambirasio". Però adesso in cella va meglio, da quando mi hanno tolto dall'isolamento ho socializzato con gli altri detenuti. Mi sento un po' più sollevato. Aspetto il processo. Ho paura di una condanna, certo. Ma credo ancora nella giustizia".

 

Lettere: ogni anno, con l'occasione delle feste, torno alla mia galera di Pisa, a farmi visita

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di Adriano Sofri

 

Il Foglio, 6 gennaio 2015

 

C'è ormai una tradizione. L'onorevole Paolo Fontanelli, il professor Michele Battini e io compriamo i panettoni - quest'anno si risparmiava, solo 220 panettoni. A volte la Coop ce li regala, e non è nemmeno mafiosa. Li andiamo a caricare con un furgone della cooperativa dei detenuti guidato dall'ingegner Bigarella.

Li scarichiamo in modo che vengano distribuiti insieme ai doni procurati dal cappellano, monsignor Filippini. (Nella tradizione c'era un posto centrale per suor Cecilia, ma i regolamenti del suo Ordine l'hanno richiamata altrove, e, con tutto il rispetto, è stata una gran perdita per i carcerati di ogni fede). Poi visitiamo a lungo il carcere.

Parecchi detenuti sono habitué - recidivi, li chiamano: si capisce che chi commette piccoli reati non può che commetterli spesso, per sbarcare il lunario; se si ruba all'ingrosso, basta un colpo, e tuttavia si direbbe che anche i ladri grossi subiscano una coazione a ripetere, ma è raro incontrarli in galera, a Pisa nemmeno uno.

Così nonostante gli anni che passano, i detenuti miei amici - e anche gli agenti - restano numerosi, ed è tutto un abbracciarsi. Ormai ci sono anche i loro figli, e ci si abbraccia lo stesso. I veterani mi dicono: "Non sei cambiato", e intendono: "Azzo, come sei invecchiato!".

Sorridono, e io tengo il conto dei denti in meno dall'anno precedente: i detenuti non riempiono i buchi dei denti perduti, e le pareti del carcere non suturano le loro crepe. Il numero ridotto di detenuti sembrava un buon segno, se non fosse che ci sono sezioni chiuse, compreso il femminile e il centro clinico.

Fervono i lavori, per così dire, come vuotare il mare col secchiello. Il direttore, Fabio Prestopino, ci ha illustrato equanimemente le toppe volenterose (anche i veri progressi, per esempio telefoni a scheda nelle varie sezioni) e le falle riaperte. Sono proprio falle, crepe nei muri, sale chiuse perché ci piove dentro, pavimenti insorti, eczemi di intonaci.

È tutto di un'insensatezza suprema. Il sistema penitenziario si regge su un'insensatezza così smisurata da far dubitare della possibilità di metterci mano: se si riducesse l'insensatezza, crollerebbe tutto. I direttori e le direttrici di carcere, quando non sono cattivi, suscitano una gran solidarietà, come capitani di traghetti lasciati in balia del naufragio. Peccato davvero, perché saprebbero che cosa farne della loro nave, se gli dessero una bussola. Il caffè l'abbiamo preso in una cella di napoletani: un buonissimo caffè.

 

Venezia: detenuto romeno di 19 anni suicida nel carcere di Santa Maria Maggiore

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di Roberta De Rossi

 

La Nuova Venezia, 6 gennaio 2015

 

Arrestato per un reato contro il patrimonio, si è ucciso dopo che aveva visto sfumare gli arresti domiciliari. Si è impiccato a 19 anni, nella doccia di una cella del carcere di Santa Maria Maggiore. È morto così un ragazzo di nazionalità rumena, residente sin da piccolo in Italia, arrestato il 31 dicembre dai carabinieri su ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura di Como, per un reato contro il patrimonio: nulla di così drammaticamente grave, tanto che il giudice per le indagini preliminari avrebbe disposto per lui gli arresti domiciliari, se non fosse che la famiglia ha negato l'autorizzazione ad accoglierlo in casa.

La madre sperava che tenendolo lontano dal Comasco, sarebbe rimasto fuori dai guai e si sarebbe disintossicato. Così il giovane è tornato in cella, ma al momento della doccia ha portato con sé un lenzuolo e si è impiccato nel piccolo bagno.

Nel tardo pomeriggio di domenica, l'allarme, dato dai due compagni di cella che hanno tentato inutilmente di aiutare il giovane, come vano è stato l'intervento del personale del carcere (prima) e dei medici del Suem 118 (dopo).

Non ha lasciato alcuno scritto o detto parole, riferisce il sostituto procuratore che si è occupato del caso la notte scorsa, Lucia D'Alessandro, che lasciassero presagire quanto compiuto. La procura lagunare tende ad escludere la responsabilità di terze persone sull'accaduto. Per più di un'ora i sanitari, intervenuti sul posto, hanno tentato inutilmente di rianimare il giovane detenuto romeno. Sulle ragioni legate alla mancata attuazione degli arresti domiciliari, il pm ha riferito che la questione era stata esaminata dalla Procura di Como.

Fino a tarda ora sono proseguiti gli accertamenti da parte dei carabinieri del Nucleo investigativo e dei Ris, alla presenza del pubblico ministero di turno, Lucia d'Alessandro. Non sono emerse responsabilità da parte del carcere, ma gli accertamenti proseguiranno con l'autopsia, affidata al medico legale Antonello Cirnelli: il suicidio di un ragazzo affidato allo Stato in un carcere è un dramma da chiarire in ogni aspetto.


Muore a soli 19 anni in una cella al carcere di Venezia (La Provincia di Como)

 

Un inizia di anno tragico, con un ragazzo di 19anni morto a centinaia di chilometri da casa, nel carcere di Venezia. Un episodio terribile, quello avvenuto domenica all'interno dell'istituto penitenziario di Santa Maria Maggiore, dove il cuore di Adrian Furtuna, 19 anni, residente ad Appiano Gentile, originario della Romania ma in Italia da una vita, ha smesso di battere. Una morte improvvisa, quella del giovane, che è stato trovato privo di sensi da due compagni di cella, che hanno subito cercato di prestare soccorso e hanno chiamato aiuto. Sia il personale del carcere, poi i soccorritori del 118, hanno provato a rianimare il ragazzo, ma non c'è stato nulla da fare.

In carcere sono quindi arrivati i carabinieri del Nucleo Investigativo del Ris: il pubblico ministero di turno, Lucia d'Alessandro, ha quindi disposto l'autopsia, che sarà effettuata nei prossimi giorni. Adrian Furtuna viveva con la madre ad Appiano Gentile. Il padre, invece, abitava in una roulotte non lontano da Venezia. Per questo il giovane si trovava spesso in Veneto. E così è stato anche il 31 dicembre, quando durante un controllo dei carabinieri, è stato tratto in arresto per un'ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura di Como per un reato contro il patrimonio. Portato in carcere la stessa notte di San Silvestro, il giudice non ha concesso i domiciliari. E domenica è sopraggiunta l'inattesa morte.

 

Reggio Calabria: "Mi scoppia la testa"... non lo aiutarono, e Roberto morì in carcere

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di Michele Caccamo

 

Il Garantista, 6 gennaio 2015

 

Il 12 dicembre, alle tre di notte, sentì un gran dolore: "portatemi in ospedale", chiese per giorni il 27 se ne andò. Roberto Jerinò, 60 anni, di Gioiosa Jonica. Morto, per incuranza e disattenzione, il 23 dicembre 2014 nel carcere di Arghillà (Reggio Calabria). "La storia vera per come mi è stata raccontata da chi l'ha vissuta".

Fu la sua gamba la prima a perdere la memoria dei movimenti, poi il braccio, poi la bocca. L'energia spenta che aveva nel sangue si era riaccesa: con un guizzo, un breve dolore, con la fiamma del male. Roberto cadde per terra, sfiorando la branda in ferro con la testa. I compagni di cella allertarono gli agenti penitenziari, urlando richieste di aiuto.

Il corpo di Roberto si era storto e lui giaceva immobile, con gli occhi sparati verso il soffitto: fissi, come stesse cercando, con la sua forza, di terminare quell'istante, di non farlo proseguire, di bloccare così la malattia. Come volesse creare un fermo immagine e tagliare la scena successiva, quella riguardante la sua morte. Venne portato in ospedale dopo una quarantina di minuti: giusto in tempo di far arrivare, in carcere, l'ambulanza del 118.

Ischemia, fu la diagnosi, con paresi facciale degli arti. "La vita è un'impostura", pensò durante la degenza, "oltre il supplizio della prigione adesso anche la maggiore pena dell'infermità; chissà, il giudizio Divino, quale altra minaccia avrà preparato, quale altra nuova definizione della mia condanna. Toccherà ai miei organi essenziali la prossima volta? Dio, ne sono quasi certo, mi ha iscritto tra i penitenti perpetui, ma quelli senza assoluzione. Non trovo vi sia altra giustificazione a questo suo accanimento".

Aveva voglia di buttare tutto per aria: il comodino, le sedie, il suo stesso letto; tanta era la rabbia. Avrebbe avuto bisogno di controlli e cure costanti, non di un temporaneo parcheggio in una corsia ospedaliera. Un altro attacco gli sarebbe stato fatale. Il suo avvocato ritenne logico, naturalmente logico, presentare una istanza per la concessione dei domiciliari.

L'affetto familiare è l'unica cura non palliativa, l'unica salvifica per il cuore. Roberto si sarebbe lentamente ripreso, si sarebbe rimesso; avrebbe avuto altrimenti la sofferenza addolcita dalle carezze leggere dei suoi tre figli. Avrebbe avuto le cure sante dell'Amore. Pregando il principio di Dio non avrebbe perso la speranza. Purtroppo fra i togati poco regna l'umana pietà, e la traduzione sentimentale, degli appelli delle istanze, è bandita.

Loro vivono in un altro mondo, nella scomposta architettura degli "infallibili". Roberto doveva tornare in carcere; la sua richiesta era stata rigettata. Era stato nuovamente arruolato nelle gabbie degli esiliati dalla vita. Ma egli, la sua vita, la sentiva senza un seguito felice; aveva il corpo storpio, quell'attacco lo aveva rovinato: la sua testa frullava, come gli si agitasse dentro della schiuma; il suo linguaggio si comprometteva inevitabilmente sulle consonanti; aveva dovuto cambiare mano per mangiare, e il braccio se lo portava in avanti tirandolo con l'altro.

Era strano per tutti vederlo così ridotto: era un bell'uomo, ben messo fisicamente, agile come pochi; prima della malattia. Forse non si era neanche accorto di quanto fosse cambiato: metà del suo corpo aveva perso ogni impulso, ogni scatto nelle vene. Nell'ambiente carcerario non servono molti giorni per far diventare vecchia la malattia, non per sanità, ma per resa.

E la carne, e tutto il resto, si lascia all'abbandono a una timida vergogna; le più intime sensazioni paiono modificarsi e spegnersi. Roberto diceva che con il riposo avrebbe presto riattivato il suo fisico; diceva che doveva rimanere a letto per guarire prima. Era evidente avesse l'intento di nascondere il suo disagio. La solidarietà comunista, in carcere, è fedelissima e anche molto discreta. I detenuti reggevano lo spirito di Roberto con atteggiamenti gentili e disponibili, confortandolo; "è una condizione transitoria", gli ripetevano.

Avevano anche stabilito una dieta per lui: legumi, verdure e poca carne. Tutti medici e stregoni, pur di salvare Roberto. L'infermiera del carcere era poco dotata; lo avrebbero aiutato loro, vinti che la partecipazione affettiva sarebbe bastata. Il 12 dicembre, erano le tre di notte, Roberto sentì assottigliarsi e allargarsi una vena in testa; era un movimento continuo, lievemente doloroso. Chiamò un suo compagno di cella chiedendogli una camomilla; credeva avesse bisogno di tranquillizzarsi. Non riuscì a dormire quella notte. La mattina si segnò in elenco per l'infermeria: gli misurarono la pressione, nessuna anomalia.

Fu così per l'intera giornata: un dolore costante, ritmato; la pressione era stabile. Il 13, tutto uguale: dolore e pressione, stabili. Non facevano altro che misurargli la pressione e riportarlo in cella. "Impazzisco, fate qualcosa". Quella vena era diventata un verme, una sanguisuga. "Portatemi in ospedale, sto male"; niente da fare. Anche il 14 del mese la pressione era stabile, di nuovo riportato in cella. Non vi rimase molto. Dopo aver trascorso tre giorni di lamenti, e richieste di soccorso, restò inanime nel letto come un mare paralizzato.

Lo portarono in ospedale che era già in coma, il 15 dicembre alle prime ore del mattino. Aveva chiuso per sempre la sua conoscenza con l'insensibilità, la disumanità di alcuni. Roberto non si è più risvegliato, è morto il 23 dicembre. È stato assassinato da una leggerezza magistrale, togata.

 

Poscritto

 

Non vorrei continuare ad aggiornare l'opera con due nuovi nomi, quello dell'ex consigliere regionale Cosimo Cherubino, detenuto nel carcere di Via San Pietro, dimagrito di quasi 30 chili e quello di Giuseppe Portaro: un fantasma steso nel suo letto, un accumulo di ossa che sembrano sbarre. Non mangia da giorni e sviene di continuo. È ancora oggi "ricoverato" presso la casa circondariale di Locri. È rassegnato, non lo soccorreranno, non prima di vederlo finito. Basterà questo richiamo al magistrato competente? Spero arrivi la sua decisione per i domiciliari, prima delle condoglianze.

 
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