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Giustizia: corruzione, il Csm non boccia più la legge

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di Dino Martirano

 

Il Corriere della Sera, 21 maggio 2015

 

Il Consiglio superiore della magistratura corregge il tiro e dà atto al Parlamento di aver imboccato la strada giusta per combattere la corruzione anche se - è il monito dell'organo di autogoverno della magistratura - si può fare decisamente di più. Il voto del plenum di Palazzo di Marescialli arriva sul filo di lana, poche ore prima che la Camera proceda alle votazioni finali sulla legge anticorruzione (il ddl Grasso integrato dal testo del governo) che forse stasera terminerà un lungo e travagliato iter parlamentare col suo bagaglio ingombrante: ripristino del reato di falso in bilancio, sconti ai "pentiti" che collaborano, pene più severe per i reati contro la Pubblica amministrazione, licenziamenti dei corrotti più facili, più poter all'Anac di Cantone, etc.

In meno di cinque giorni quella che sembrava una tempesta sprigionatasi dalla VI commissione del Csm (Riforme), presieduta dall'ex gip di Palermo Pier Giorgio Morosini, si è trasformata in una brezza marina. Il nuovo parere riveduto e corretto dallo stesso Morosini, e poi bocciato soltanto dai "laici" di centrodestra, non minimizza più sull'intervento del governo in materia di lotta alla corruzione e di prescrizione ("insufficiente e disorganico") ma, semmai, esalta il concetto di "inversione di tendenza" della politica.

In realtà, venerdì scorso è arrivato nella cartella dell'ordine del giorno, vistato anche dal capo dello Stato in qualità di presidente del Csm, un parere tutto incentrato sulla vecchia proposta del governo (il ddl Renzi-Orlando del 30 agosto) poi in parte spolpata e fatta confluire nel ddl Grasso che, in commissione VI del Csm, era stato preso in considerazione solo in seconda battuta. Si è verificata dunque una sfasatura tra il parere del Csm e l'oggetto del giudizio che, nel frattempo, era cambiato in Parlamento.

Ci è voluta la pazienza del vicepresidente Giovanni Legnini, in questi giorni in contatto con gli uffici del Quirinale, per raddrizzare una situazione che aveva irritato governo e maggioranza: "Il clima è cambiato con l'ulteriore proposta integrativa del relatore che chiarisce che le proposte in itinere contro la corruzione sono positive e costituiscono un'inversione di tendenza". Dunque i paragrafi sulla lotta alla corruzione e sulla prescrizione, che, solo venerdì, si presentavano con venature assai critiche, sono stati riscritti dal relatore Pier Giorgio Morosini: "Nessun ripensamento ma solo l'esigenza di eliminare certi tecnicismi".

La riformulazione del parere è stata accolta favorevolmente dai consiglieri laici di maggioranza. L'avvocato Giuseppe Fanfani ha voluto sottolineare "il pensiero positivo che ispira questa e le altre riforme sulla giustizia dopo anni molto bui...". Per nulla convinti, invece, i "laici" di opposizione che reputano il ddl Grasso un intervento troppo giustizialista per non parlare poi, ha detto l'avvocato Elisabetta Casellati di Forza Italia, della maglie più stringenti per "l'imputato che sarebbe meglio chiamare presunto innocente". I togati hanno concordato sull'inversione di tendenza in materia di lotta alla corruzione però Antonello Ardituro (Area) ha voluto ricordare che la norma più efficace contro la corruzione dilagante è soprattutto una: "Il doppio binario. Applicare ai reati contro la Pubblica amministrazione le regole antimafia".

Ma le nuove norme per il "raddoppio dei termini" per la contestazione penale in campo tributario rischiano di mandare al macero moltissimi atti, con un'evasione accertata, solo a Milano, di circa 4 miliardi. La denuncia arriva dal procuratore aggiunto del capoluogo lombardo, Francesco Greco, che parla di "condono gratuito".

 

Giustizia: ddl su omicidio stradale, pene fino a 18 anni se ci sono più vittime e test forzati

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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2015

 

Via libera, ieri, della Commissione giustizia del Senato al Ddl che introduce nel codice penale il reato di omicidio stradale e lesioni. Dopo l'ok di palazzo Madama il testo è pronto per il voto definitivo dell'aula, dove potrebbe arrivare, secondo il relatore e capogruppo del Pd Giuseppe Cucca, entro la prima metà di giugno. Il testo licenziato prevede pene da 8 a 12 anni di carcere per chiunque causi la morte di una persona guidando in stato di ebrezza o sotto l'effetto di droghe.

Nel testo introdotte anche l'aggravante che fa alzare la pena per chi fugge dopo aver investito la vittima e la previsione di una pena triplicata, con un tetto di 18 anni, in caso di omicidio plurimo. Pesante anche la pena accessoria del ritiro della patente: revocata per 15 anni in caso di omicidio, per 20 se la persona è stata fermata in passato per guida in stato di ebrezza, fino ad arrivare a 30 anni se il conducente ha avuto anche multe per eccesso di velocità.

Carcere, da 7 a 10 anni, anche per chi a prescindere dallo stato di alterazione: superi del doppio la velocità consentita sia sulle strade urbane che extraurbane, attraversi con il rosso, circoli contromano o faccia inversione in prossimità di intersezioni, curve o dossi, o sorpassi un 'altro mezzo dove c'è un attraversamento pedonale o la linea continua.

La stessa "punizione" è indicata per chi causa la morte di una persona, conducendo barche o moto d'acqua a velocità pari o superiore alla norma in uno specchio d'acqua nel quale è vietata la navigazione. Per le lesioni colpose la reclusione va da 2 a 4 anni se provocate in stato di ebrezza alcolica o sotto l'effetto di sostanze stupefacenti, la pena scende da 9 mesi a due anni se si guida "solo" sotto l'effetto dell'alcol o si fanno le stesse manovre pericolose previste per l'omicidio stradale (eccesso di velocità, sorpassi ecc.).

In tutte queste ipotesi la pena può essere aumentata fino al triplo, per un massimo di 7 anni, in caso di lesioni a più persone. Per le lesioni personali gravi la pena lievita da un terzo alla metà, mentre l'inasprimento è dalla metà a due terzi per lesioni gravissime. Il delitto di lesioni è punibile su querela se la malattia non dura più di 20 giorni e in assenza delle aggravanti previste dal codice penale (articolo 583).

Un'altra novità riguarda il prelievo coattivo dei campioni biologici per chi, accusato di omicidio o di lesioni, si rifiuta di sottoporsi al test. La polizia giudiziaria può accompagnare forzatamente l'automobilista in ospedale per le verifiche, avvisando tempestivamente il difensore, che può assistere senza che l'esercizio del diritto di difesa pregiudichi le operazioni. Per il relatore Cucca, quello compiuto ieri è un passo importante per dare una risposta concreta ad un'esigenza sentita in modo trasversale dalle forze politiche ma, soprattutto, dall'opinione pubblica. Stessa soddisfazione è espressa dal sottosegretario alla giustizia Cosimo Ferri che sottolinea l'importanza di punire con la reclusione chi causa la morte di una persona facendo manovre azzardate.

 

Giustizia: i giornalisti "no a sanzioni penali sulle intercettazioni"

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Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2015

 

Abusi e degenerazioni sulla pubblicazione di intercettazioni non sono mancati, ma non sarebbe "saggio" introdurre per legge divieti e sanzioni penali per il giornalista o pene pecuniarie per l'editore, ancorando la pubblicabilità alla sola rilevanza penale della notizia. La strada più corretta da seguire - e semmai da rafforzare - è quella di un maggior rigore sul piano della deontologia professionale e quindi della responsabilità.

È questa, in estrema sintesi, la posizione espressa ieri dalla maggioranza dei direttori e dei giornalisti auditi dalla commissione Giustizia della Camera sul ddl delega proposto dal Governo per circoscrivere l'ambito di pubblicazione delle intercettazioni telefoniche in funzione di una maggiore tutela della privacy di indagati e, soprattutto, di terzi estranei. "Non bisogna andare con l'accetta ma, semmai, con il bisturi" ha auspicato Anna Del Freo, vicepresidente della Fnsi, accogliendo l'invito del deputato Walter Verini ad elaborare suggerimenti più precisi, ma dopo aver messo in guardia dall'introdurre sanzioni come il carcere o pecuniarie perché, "considerato il difficile contesto economico, ci metterebbero nelle mani degli editori, che non hanno più neanche liquidità per farvi fronte e, quindi, inciderebbero sulla nostra indipendenza e darebbero il colpo di grazia ad alcune testate".

Giorgio Mulè, direttore di Panorama, è stato l'unico a parlare di "imbarbarimento in atto", chiedendo divieti e sanzioni, penali e disciplinari. I suoi colleghi dell'Espresso, Luigi Vicinanza, e di Libero, Maurizio Belpietro, hanno rivendicato la pubblicabilità di qualsiasi atto non più segreto, purché di rilevanza sociale. Più sfumata la posizione di Mario Calabresi, direttore della Stampa, da cui è arrivato un forte richiamo alla deontologia del giornalista, oltre alla necessità di una migliore selezione delle notizie penalmente rilevanti da parte del magistrato, fermo restando, però, il diritto di pubblicare notizie prive di rilevanza penale, se di interesse pubblico. Dunque, "niente divieti" ha detto, dopo aver raccontato della "tonnellata" di intercettazioni piovute in redazione sull'inchiesta su Angelo Balducci, ma della scelta di pubblicare solo quelle attinenti l'indagine, pur sapendo che il giorno dopo sarebbe stato "sbeffeggiato" dai colleghi di altri giornali (come avvenne).

"Non può essere il mercato a fare la selezione tra ciò che è pubblicabile e ciò che non lo è, privilegiando la quantità invece della qualità dell'informazione" ha convenuto Donatella Stasio del Sole 24 Ore, secondo cui per evitare degenerazioni occorre maggiore reattività sul piano deontologico, non divieti e sanzioni penali. Tanto più che il legislatore non può sostituirsi né alla valutazione del giornalista sulla rilevanza pubblica di una notizia né a quella del magistrato sulla rilevanza penale. D'accordo Giovanni Bianconi del Corriere della sera, che ha messo in guardia dalla proposta-Pignatone (formulata davanti alla commissione, la settimana scorsa) di pubblicare solo quanto risulta dal provvedimento, e non anche gli allegati.

"Attenzione - ha detto - perché così si dà più potere ai magistrati, che possono inserire o meno gli atti in funzione della pubblicità che ad essi vogliono dare". "La proposta Pignatone non sarebbe una scelta saggia" ha insistito Marco Lillo (Fatto quotidiano), difendendo il sistema vigente, mentre Stefano Cappellini (Messaggero) ha sostenuto che i magistrati introducono "scientificamente" materiale irrilevante pur di "dare notorietà all'indagine" e ha chiesto di "stoppare alla fonte questo meccanismo". Claudio Tito (Repubblica) ha criticato un eventuale intervento legislativo perché il divieto di pubblicazione "interpella un principio democratico: il rischio che alcune notizie siano conosciute solo da una cerchia ristretta di persone".

La responsabilità degli abusi è deontologica, ha aggiunto. Il presidente dell'Ordine Enzo Iacopino, dopo aver criticato "una politica che ritrova la sua unità solo sui giornalisti", ha detto: "Noi abbiamo la possibilità di sanzionare chi si trasforma in buca delle lettere, pubblicando atti privi di interesse pubblico".

 

Responsabilità civile magistrati, processi indiziari ad alto rischio

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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2015

 

Tribunale di Treviso - Ordinanza 8 maggio 2015.

Piovono rinvii alla Corte costituzionale per la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Qualche giorno prima dell'ordinanza del tribunale di Verona (12 maggio), il vicino tribunale di Treviso (l'8 maggio) ha, infatti, sospeso, rimettendo gli atti alla Consulta, un processo per illecita detenzione di tabacco lavorato all'estero, ritenendo che l'impostazione probatoria totalmente indiziaria lo esponesse al rischio di "errore nella valutazione dei fatti e della prove", sanzionato dalla nuova disciplina.

Secondo il giudice Cristian Vettoruzzo, infatti, la previsione finisce "per incidere sul principio del libero convincimento del giudice che, per essere indipendente, deve essere libero di valutare le prove, senza temere conseguenze negative a seconda dell'esito del suo giudizio". Al contrario, la nuova disciplina "prevedendo come possibile fonte di responsabilità civile anche la valutazione dei fatti e delle prove, mina il cuore dell'attività giurisdizionale". "Per forze di cose, infatti, il giudice sarà portato, quale essere umano, ad assumere la decisione meno rischiosa che, nel processo penale, è quasi sempre identificabile nell'assoluzione dell'imputato".

L'interpretazione del giudice - L'articolo 7 della legge 117/1988 - così come modificato dalla legge 18/2015 - dunque è la prima delle norme sospettate di incostituzionalità laddove non prevede che "non può dar luogo a responsabilità personale del singolo magistrato l'attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove in tutti i casi di azione di rivalsa dello Stato nei confronti del magistrato stesso". Diversamente, infatti, si finisce col cancellare il principio per cui "il giudice è soggetto soltanto alla legge". Non solo, ciò potrebbe condurre ad un "appiattimento" sul precedente giudiziario della Corte di cassazione e del giudice europeo, perdendo così quella capacità della giurisprudenza di merito di "cogliere le nuove esigenze ed aderire ai nuovi valori della vita, nella sua evoluzione".

I vincoli europei - E se è vero, prosegue l'ordinanza, che la Cgue ha bocciato un regime di responsabilità che non tenga conto dell'errata interpretazione di norme di diritto o di valutazione del fatto e delle prove, ciò non vuol dire che alla responsabilità dello Stato debba poi seguire quella del singolo magistrato. Va infatti eliminato tale "parallelismo" prevedendo una clausola di salvaguardia che escluda in quest'ambito le responsabilità dei giudici. La formula "travisamento del fatto e delle prove", utilizzata dalla norma, infatti, "si presta, come tale, da un lato, a trasformare l'azione di responsabilità in un'impropria azione di impugnazione dei provvedimenti sfavorevoli divenuti definitivi, dall'altro lato, a consentire un' indagine surrettizia circa l'interpretazione dei fatti, la violazione o falsa applicazione di norme giuridiche o l'attività valutativa del giudice, con un sostanziale sindacato sul merito dell'attività giurisdizionale con conseguente vulnus all'indipendenza del magistrato".

Filtro e trattenuta - Riguardo l'abrogazione del filtro per le domande di risarcimento, poi, "un controllo preliminare della non manifesta infondatezza della domanda, portando ad escludere azioni temerarie e intimidatorie, garantisce la protezione dei valori di indipendenza e di autonomia della funzione giurisdizionale, sanciti negli artt, da 101 a 113 della Costituzione". Ed il filtro è tanto più necessario potendosi verificare, in alcune ipotesi, che l'azione di responsabilità venga esercitata mentre "l'affare penda davanti al giudice accusato di illecito civile". Infine, sarebbe incostituzionale anche la trattenuta per rate mensili di un terzo dello stipendio netto del magistrato considerato che per gli altri dipendenti pubblici vale la regola del quinto.

 

Tenuità anche per i reati fiscali

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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2015

 

Corte di cassazione -Terza sezione penale - Ordinanza 20 maggio 2015 n. 21014.

La nuova legge sulla tenuità del fatto si dovrebbe applicare anche ai reati tributari appena sopra soglia. Ma dovranno essere le Sezioni unite penali a chiarirlo. Come pure dovranno accertare se la nuova causa di non punibilità può essere fatta valere per la prima volta in Cassazione e con quali modalità e se la stessa Cassazione può esprimere un giudizio di meritevolezza. Sono questi i contenuti della ordinanza n. 21014 della Terza sezione penale depositata ieri.

La pronuncia prende in esame alcuni dei nodi applicativi posti dal decreto legislativo n. 28 del 2015 che ha introdotto nel Codice penale (articolo 131 bis) una nuova causa di non punibilità per i reati con pena detentiva fino a 5 anni quando per le modalità della condotta e per l'esiguità del danno o del pericolo, l'offesa va considerata di rilevanza limitata. Necessaria però anche la non abitualità del comportamento.

L'ordinanza si è trovata davanti alla richiesta di applicazione, per la prima volta, in Cassazione della novità nell'ambito di un procedimento che aveva visto sanzionare un imprenditore per il reato di omesso versamento Iva in una situazione in cui la difesa aveva tentato di fare valere la carta delle difficoltà economiche in cui si era trovata l'azienda.

La Cassazione, tra i punti affrontati, mette anche quello dell'applicabilità del nuovo istituto a quei reati, come quelli tributari ed edilizi, che prevedono una determinata soglia di punibilità. Il parere, di tipo solo orientativo, perché comunque anche su questo si sollecita l'intervento delle Sezioni unite, è per l'inclusione dei reati tributari nel perimetro di applicabilità, tenuto conto del fatto che, se la soglia non viene superata ci si trova di fronte a un "non reato", mentre se il limite viene superato, allora bisognerà procedere a una valutazione dell'offesa rispetto al livello di superamento della soglia. "Si pensi - osserva la Cassazione - ad un superamento della soglia per poche migliaia di euro, non apparendo plausibile il mancato accesso all'istituto in relazione alla necessità di dovere valutare nella sua interezza l'entità complessiva dell'evasione o del mancato versamento del tributo".

La Corte, per il resto, si sofferma a lungo sulla possibilità di applicare per la prima volta nel giudizio di legittimità la non punibilità per tenuità del fatto. Se sì in quale modo, attraverso la formulazione da parte della difesa di motivi aggiuntivi di memorie oppure oralmente in fase di discussione? E ancora: la Cassazione potrà anche intervenire d'ufficio per valutare l'ammissibilità, davanti a un ricorso che sia manifestamente infondato?

In caso di risposta positiva alle due domande andrà ancora valutato se rientra nei poteri della Cassazione stessa effettuare la valutazione di meritevolezza (che dovrà in ogni caso tenere presenti anche i precedenti giudiziari dell'imputato, non solo però quelli sfociati in sentenze definitive e l'indole degli stessi) e se questo giudizio dovrà essere espresso attraverso un annullamento con rinvio della sentenza impugnata oppure con un annullamento senza rinvio. Tutte questioni sulle quali dovranno pronunciarsi le Sezioni Unite.

 
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